— O Lunella, mia Lunella,
oggi di che ti sovviene?
Che dài tu alla sorella
che ti fa la cantilena?
Che le dài per la sua pena?
Qual de' sogni tuoi le porti,
che ti nevicano dal cuore?
Oh raccontami le tue storie
con le forbici tue lucenti,
fin che tu ti rammenti,
fin che io non mi scordi!
Lunella accompagnava col cenno del capo chiomoso la rimatrice
improvvisa, mentre gli occhi cigliuti color di nocciòla le rimanevano
serii e il sorriso le schiudeva appena appena la bella bocca imbronciata
come quella di Antinoo. Aveva in mano un foglio di carta bianca, e
dentro v'intagliava figure con un par di forbici sottili. Ella era
seduta sul murello tondo che cerchiava il tronco del leccio patriarcale,
nel giardino degli Inghirami; e Vana le stava da presso, inginocchiata
su l'erba sparsa di piccole ghiande vaie, con lo sguardo fisso all'opera
incantevole. Di là dal tetto del palagio, di là dai vecchi embrici
chiazzati di gromma, sorgevano le torri fulve e bige di Volterra
nell'ardore di luglio. I balestrucci a stormi tessevano e ritessevano
l'azzurro tra il Duomo e la Rocca.
— Se tu mi canti ancóra, ti fo una gatta coi suoi gattini — disse la
bimba distaccando con la punta delle forbici la figura intagliata nella
carta e lasciandola cadere nel grembo di Vana. — Se no, smetto.
— O Lunella, o tirannella,
aquiletta senz'artiglio,
se tu sémini il bianco
io raccoglierò il vermiglio.
Se tu sei come il giglio,
sarò come l'amaranto.
Accompagnami il mio canto
coi tuoi bianchi sogni lenti,
coi tuoi torvi occhi assorti,
fin che tu ti rammenti,
fin che io non mi scordi!
Così Vana giocava con la sua pena ritrosa e con la sua sorellina
scontrosa, ginocchioni su l'erba, facendo balzare come le murielle dalla
palma sul dorso della mano e dal dorso nella palma le piccole ghiande
lucide sgusciate fuori delle lor cupole secche. Dalla punta delle
forbici caddero intagliate in profilo le minuscole imagini con disegno
così scaltro e così netto che parevano condotte non di memoria ma su
l'ombra del vero.
— Oh, come sei brava! — esclamò Vana prendendole fra le sue dita e
ammirandole sul fondo dell'erba corta.
La grazia dell'infanzia felina v'era colta in contorni e scorci
d'un'arditezza e d'una giustezza degne di mano maestra, proprie a quei
vecchi pittori dell'Estremo Oriente che con l'esile pennello volante
traducevano su i lunghi rotoli di carta serica i più freschi movimenti
della vita animale.
— Se tu mi canti ancóra, — disse la salvatichetta ponendo la punta delle
sue forbici magiche all'orlo d'una carta vergine — ti fo la Chioccia
d'oro coi suoi tredici pulcini, che è in fondo al Monte Voltraio ma
nessuno l'ha mai veduta. Se no, più niente.
— Tirannella, tirannella,
fammi un'ala per volare,
ch'io m'involi da Volterra,
dalle Balze fino al mare!
Ma se l'ala non puoi fare,
fammi un altro incantamento
con le tue dita di fata,
per la pallida contrada
ch'io somigli ai dolci Morti,
fin che tu ti rammenti,
fin che io non mi scordi!
L'artefice puerile ancóra seguiva l'assonanza col lieve cenno del capo,
ma era tutta intenta alla chioccia del Monte Voltraio, un poco
aggrottando gli occhi che Vana aveva chiamati torvi, serrando la bocca
broncia, tutta nell'ombra della capelliera ch'era sciolta e folta come
quella d'un angelo del Melozzo, violetta come un penzolo d'uva
rinaldesca. Sopra lei stormiva il Leccione al maestrale del pomeriggio,
movendo la fronda cupa su le nove braccia nodose e rugose che si
protendevano dal tronco intégro. I nocchi, le giunture, le screpolature,
le cicatrici delle potature e degli schianti, tutti i segni dell'alta
età e della lunga guerra facevano venerando l'albero come lo stipite
d'una gente indomita. Tanto pervicace era il suo vigore a traverso i
secoli, che il suo fogliame appariva in rigoglio come quel d'un giovine
lecceto maremmano sul cocuzzolo d'un poggio; ma la sua corteccia era
ferrigna come il più vecchio masso etrusco esposto a settentrione e il
suo aspetto civico faceva pensare che al suo pedano potesse arrotar le
zanne solo il cinghiale del Popolo, sporgente su la mensola rozza dalla
Torre del Podestà.
— Se tu mi canti ancóra.... — riprese a dire Lunella.
— Ah, non più.
— Perché?
— Non so più.
— Perché?
— Non trovo più le mie rime sghembe.
— Perché?
— Perché me le beccano a volo i balestrucci.
— Non è vero.
— Ora lascia cantare il Leccione. Ascolta.
Il vento, che investiva quella magnanima vecchiezza, era passato su le
maligne piagge grige, su le crete gibbose e scagliose, su le immense
biancane senz'ombra, su le rotte lacche, su le bolge discoscese, su
tutta la desolazione della terra sterile che isolava la città murata,
sotto il segno canicolare. Pareva che a quando a quando la polvere
dell'alabastro funebre biancheggiasse in lui. Pareva ch'egli seco
recasse l'alta malinconia del viaggio ultimo, dell'estremo congedo,
quale effondono le figure delle urne raccolte negli ipogei. Vana
rivedeva quel giovine cavaliere che cavalca agli Inferi tutto chiuso nel
suo mantello, coperto dal lembo la bocca ammutolita, e il Genio alato
gli è presso alle briglie, e incontro gli vengono i Mani.
— Isa quando ritorna? — chiese malcontenta Lunella.
— Non so.
— Dov'è andata?
— Non me l'ha detto.
— Tu certo lo sai, Morìccica.
— Ti dico che non so.
— Quest'anno non ci conduce al mare?
— Sembra.
— Rimarremo qui tutta l'estate?
— Forse.
— Ma non sai nulla?
— Non so.
— S'è corrucciata con te.
— T'inganni.
— S'è fatta cattiva, molto cattiva.
— Credi?
— Ecco la chioccia di Monte Voltraio!
E Lunella dalle dita di fata lasciò cadere nelle palme di Vana
l'imaginetta compiuta: una falda di neve su l'ardore.
Chi le aveva infuso quell'arte? Quale istinto misterioso guidava la
punta delle sue forbici esatte su la linea di vita? Qual virtù di
divinazione era in quegli occhi limpidi, che talvolta parevano tanto
severi? quasi torvi talvolta, come gli occhi del divino Infante che a un
tratto scorge l'ombra della Croce trastullandosi nella bottega del
legnaiuolo di Nazaret.
— Oggi fai meraviglie — disse Vana. — Le metto nel libro.
Aveva un libro di pagine nere ove disponeva quelle imagini bianche, un
libro bianco e nero come la faccia del Battistero, come gli archetti di
San Michele, come lo zoccolo di Sant'Agostino, come l'avorio e l'ebano
della tastiera, come il suo cuor folle, come il giorno e la notte.
Era tardi. Era sorta la luna logora dietro il Mastio mediceo. La
magnolia, solitaria nel cortiletto inverdito di muschi, insaporava del
suo profumo il silenzio notturno, possente di mollezza nella notte
contro il grand'elce austero, tutta molle della sua cerea carne. Già nel
palagio tacevano le opere dei servi. Già Volterra, muta come i suoi
sepolcreti, dormiva respirando l'immensità dalle sue bocche di macigno.
«Chi sa come gli usignuoli cantano, alla porta di Docciòla!» pensava
Morìccica, presso il davanzale, svogliata di coricarsi, disperata di
respirare, soffocata come se col respiro dovesse sollevare le mura della
sua stanza. «Chi sa come cantano alla fonte di Mandringa, alla Badia!»
Imaginò sotto la Badia le smisurate masse delle ombre per entro agli
scheggioni delle Balze, il luccichio del filo d'acqua che sbava nel
fondo della bolgia spaventosa, le biancane nell'albore lunare simili
alla crosta d'un pianeta estinto.
«Che farà laggiù Attinia, che non ho riveduta ancóra? Culla il suo
bambino? Dorme in pace?» Si raffigurava la contadina battezzata nel nome
della dolce martire, la placida custode della Badia diroccata; e
s'incamminava in sogno per visitarla, passava per lo stretto sentiero
battuto che divide il pratello come uno spartimento fatto col pettine;
volgeva a sinistra giù per il ciglio erboso che declina sotto il muro
ove s'affacciano gli elci schiantati e torti, rimasti nani sotto
l'oppressura dei venti, simili ai mendicanti monchi e storpii che si
pongono in fila allo svolto d'una via per l'elemosina; s'addossava al
muro, e guardava la voragine; e vedeva tremare su l'orlo i tristi fiori
gialli, cari all'umiltà di Santa Greciniana e di Santa Agatinia, delle
due vergini sorelle in Cristo e in supplizio. L'agghiacciava il fàscino;
ed ella rabbrividendo si ritraeva a tentoni lungo il muro scabro.
«Com'è strano! Quei lecci monchi li ho dentro di me, quel muro lebbroso
l'ho dentro di me. Lo toccavo or ora, sentivo il freddo della pietra. Ho
sognato a occhi aperti? Chiudere gli occhi, intessere le mani dietro la
schiena, inchinarsi un poco.... Dopo quanto i piccoli fiori udrebbero il
tonfo sordo? Dopo un tempo infinito. Si cade, si cade per un'eternità,
sino al cuore della terra.... Ah, se lo facessi!» Impeti di vendetta
insorgevano all'improvviso dal fondo e disperdevano la ragione. Ella
cercava un qualunque mezzo per dare una pena a quelli che la penavano; e
voleva porre contro di loro la sua propria morte per separarli. «Non
varrebbe, neppur questo varrebbe. Quanto è durato il lutto per l'amico
indimenticabile! Non si sono essi cercati dopo cinque giorni, appena
chiuso il sepolcro? Non dimenticano tutto, non calpestano tutto?»
L'amarezza le torceva l'anima. E, come udì giungere dalla Rocca il suono
fioco della campana che tien dèste le sentinelle sul cammino di ronda,
eguagliò la sua sorte a quella dei reclusi. Non era anch'ella una trista
prigioniera? Non era una ignobile schiavitù anche la sua? Condannati
all'ozio invece che al lavoro, ella e Aldo e Lunella in quella casa
estranea non erano come in un ergastolo addolcito?
Dopo la morte della madre, dopo che il loro padre Curzio Lunati era
passato in seconde nozze con la concubina, la sorella maggiore rimasta
vedova di Marcello Inghirami ed unica erede d'una larga fortuna li aveva
raccolti tutt'e tre dal disagio e sottratti all'umiliazione del nuovo
giogo familiare. Ridotti quasi in povertà dalla turpe dissipatezza
paterna, ora non vivevano se non di lei e senza angustia vivevano ma in
una specie di sottomissione larvata ché ogni atto libero e ogni libera
parola potevan sembrare un disconoscimento del benefizio, provocarne e
il raffaccio e il peso. Nessuno di loro aveva altra risorsa, altro
rifugio. Tutt'e tre eran legati alla vita della sorella, ai suoi casi,
alle sue sorti. Ovunque e sempre ella li ospitava e li provvedeva; ma se
taluno di loro avesse voluto distaccarsene, avrebbe dovuto discendere
nella strada spietata o tentare di battere alla porta odiosa col dubbio
di non vederla aprire.
Ora una minaccia soprastava ardente; e bisognava aspettarla senza
scampo, come quei forzati all'ombra del Mastio, costretti di bruciare
nella galera se invasa dal fuoco.
«Intessere le mani dietro la schiena come quando canto in piedi al
pianoforte, chiudere gli occhi, inchinare la persona, cadere cadere
all'infinito come quando sogno dormendo a sinistra sopra il cuore....
Domattina voglio andare alla Badia, a rivedere Attinia, a rivedere anche
il mio muro; voglio cogliere sul margine i fiori gialli, le céppite,
come li chiama la Volterrana. Le rose di Madura, le céppite delle Balze!
Non io le porterò questa volta; le porterà un'altra messaggera....»
Cantando lontano un assiolo — dove? su le mura della Rocca vecchia? più
lontano, laggiù, verso la Porta all'Arco? — Vana stava per rompere in
pianto, contro il davanzale; quando udì qualcuno battere all'uscio della
stanza. Sobbalzò.
— Chi è?
— Sono io, Morìccica. Sei già a letto?
— Non ancóra.
— Posso entrare?
— Entra, Aldo.
Era il fratello. Entrò come uno spirito, senza rumore. Aveva già il suo
vestito da notte, di seta leggera, e i piedi nudi nei sandali di sparto.
Esalava l'odore della sigaretta oppiata e dell'abluzione recente.
— Anche tu non hai sonno. Che facevi, Morìccica?
— Nulla. Stavo alla finestra.
— Non ho voglia di andare a letto. Ho ancóra voglia di musica.
— Ancóra?
— Come hai cantato oggi!
— Bene?
— Non come un bene ma come un male. Non posso guarirne.
Egli si gettò sopra un piccolo divano basso ch'era accanto a una tavola
ingombra di libri. La sua mano pallida e nervosa ne prese qualcuno, poi
lo lasciò.
— Ogni nota aveva il valore d'un grido nel silenzio. Certe volte, quando
tu canti, mi fai rammentare di quella sera che cadesti, all'Alberigna, e
ti rompesti il braccio. Eravamo bambini. Te ne ricordi? Per tutta la
strada non facesti che gridare in tal maniera che, con quel petto di
cardellino, pareva tu riempissi del tuo spavento il mondo. Ogni grido
pareva l'ultimo, e non era. Certe volte, ora, canti così.
Ella tentò di ridere.
— Un vero strazio, povero Aldo! E pensare che io m'illudevo d'avere
appreso un poco d'arte!
— Non mostrare di frantendere. Tu hai capito quel che volevo dire. Hai
cantato quel tremendo _Vom Tode_ di Beethoven come se, abbandonando la
carne, tu dicessi le novissime parole all'anima tua e a tutte le anime
in ascolto. La tua voce era sopra un abisso. Stavo pensando a quel che
potrebbe essere il _Säume nicht, denn Eins ist Noth_ se tu lo cantassi
sul ciglione delle Balze in una notte stellata. Chi sa chi ti
risponderebbe di giù!
Ella si sedette su una sedia, accanto alla tavola; poggiò ambo i gomiti,
e tra le dita congiunte e inflesse mostrò il suo viso più misterioso di
quelle urne etrusche che hanno le due mani rituali all'estremità del
coperchio fastigiato. Anch'ella era piena di cenere e di ori funebri.
— Forse io stessa a me.
Il fratello la guardò fisamente, con quell'amore della bellezza
patetica, che tanto gli rendeva profondi i giovani occhi. Egli immerse
il suo male in quella disperazione ammirabile. E lo assalì un bisogno
imperioso di scoprire la piaga nascosta, di toccarla, di farla
sanguinare e di macchiarsene. Ma troppo gli tremava il cuore.
— Che viso hai fatto, Morìccica! — disse, dandole quel nomignolo di
selvatico sapore ch'egli aveva inventato per vezzo. — Non eri ancóra
compiuta. C'è qualcuno che ci scolpisce da dentro. Colui in questi
giorni ha dato gli ultimi colpi alla tua figura. Tu mi commuovi ogni
volta che ti guardo.
Egli aveva un accento caldo e pieno che dissimulava il tremito ma non
così che non si rivelasse in qualche sillaba; e quell'ardita inspezione
che dava una novità impreveduta alla sua cotidiana domestichezza.
— Non mi turbare, Aldo. Sono senza difesa — disse ella abbassando le
palpebre come per nascondere tutto il volto sotto l'ombra dei cigli.
Egli distolse lo sguardo.
— Quanti libri su la tua tavola, confusi! C'è un dolore che ammucchia
intorno a sé i libri come lo strame per giacervi. Lo conosco.
Egli toccava i libri, li alzava, li mutava di posto, li ordinava, li
tralasciava; ma quel movimento visibile rispondeva al sentimento di
colui che voglia afferrare qualcosa di difficile presa e la volti e la
rivolti e la tenti da ogni parte e studii il modo utile.
— Oh, il più infiammato libro d'amore! Le poesie spirituali di Jacopone.
Dove hai preso questo?
Con un gesto involontario ella allungò la mano e la sovrappose alla
vecchia pergamena gualcita che legava il volume del Pazzo di Cristo.
— L'ho trovato nella biblioteca d'Isabella.
— Lasciami vedere.
— No, Aldo.
— Perché?
— Non so: perché sono sciocca.
Ella tentava ancóra di ridere; e rideva come se potesse il suo riso
essere un soffio fresco che le spegnesse su la faccia la vampa del
rossore.
— Quando Messer Jaco accorse a disseppellire la sua donna dalle rovine
del solaio crollato nel festino e la cavò mezza morta, voleva
dislacciarla; ma quella, con le poche forze che le rimanevano,
resistette finché spirò. Allora, aperta la vesta, le fu ritrovato il
cilicio segreto alle carni.
— Resisto per il cilicio?
— Non so.
— Ho per questo libro una predilezione di cantatrice. Nessun poeta canta
a tutta gola come questo frate minore. Se è pazzo, è pazzo come
l'allodola.
Egli le carezzava la mano, che cedette. Aveva ora un viso velato di
dolcezza; ma i sobbalzi del cuore lo soffocavano, mentre egli
dislacciava i legàccioli di sovatto che serravano il volume dal taglio
rossastro ove qua e là l'oro finiva di morire. Le ruote e le aquile
degli Inghirami erano impresse nella cartapecora, e v'era questo
distico:
_Dal folle sapientia_
_E da la spina, rosa._
— Ci vedrai nelle pagine tanti trifogli a quattro foglie — diceva
Morìccica con quella modulazione di flauto ch'ella aveva quando
ridiveniva la fanciulla docile e incantevole. — Ne ho trovati nel campo
della Piscina, quasi ogni giorno, con Lunella. Quegli altri segni sono
di ricordi musicali. C'è una strofa che si potrebbe cantare su la
melodia di Hugo Wolf per le parole di Fortunato _Iesu benigne A cuius
igne_....
Ella s'affrettava s'affrettava a parlare, col sentimento medesimo di chi
batta forte le palpebre per dissipare un'allucinazione che si formi. Le
pareva che un fantasma inoppugnabile stesse per sorgere da quel libro
appena aperto. S'era alzata; e china strisciava intorno alla tavola,
s'appressava al fratello, aveva già la sua gota presso la gota di lui. E
l'una e l'altro avevano nell'orecchio lo stesso romore di tumulto.
— Questo l'hai trovato oggi stesso.
— Sì.
Era un grande trifoglio della buona sorte, ancor fresco, che copriva la
prima strofa della prima satira.
_Udite nova pazzia_
_Che mi viene in fantasia._
_Viemmi voglia d'esser morto..._
— Morìccica, Morìccica, — disse Aldo posando il libro e prendendo la
sorella fra le sue braccia — pensi molto alla morte?
— Oh no!
— Oggi l'hai veduta da per tutto.
— L'ho veduta cantando.
— Era bella.
— Sì, era bella.
— Due cose belle ha il mondo.
— Due cose belle.
— E una sola importa.
— _Eins ist Noth._
— Io so quale.
— Anch'io so.
Ella aveva socchiuso gli occhi ma vedeva per la lunga fenditura il
bellissimo viso dell'adolescente inebriato di dolore. E dall'una
giovinezza s'apprendeva all'altra il fascino del Buio, e ciascuna
sentiva ingigantirsi la sua infelicità non confessata; e li accomunava
entrambi il contagio letale; e la melodia ammonitrice li cerchiava del
suo cerchio elastico come la pulsazione delle loro tempie. E intorno,
presso e lontano, sentivano essi quel medesimo orrore che avevan sentito
nella ruina irremeabile della Reggia estense quando s'erano stretti
senza parlare e senza guardarsi; ché gli stessi fati facevano terribile
la notte della Città di vento e di macigno sospesa su la sua bolgia tra
le mura della Rocca piene di colpa e le case di San Girolamo piene di
demenza.
— Ma dimmi che non andrai sola.
— Tu vuoi venire con me?
— Giurami che me lo dirai.
— Vuoi venire con me?
— Giurami, Vana.
— Soffri molto?
— Sì.
— Da non poter più resistere?
— Sì.
— E di che, Aldo?
Parlavano sommessi, smorti, come due feriti nella stessa barella i quali
s'interroghino a vicenda sul loro patire mescolando il nero sangue che
cola dalle ferite ch'essi non sanno.
— Di che? — ripeté Vana con la voce strozzata da una commozione nuova,
che le prendeva, le infime radici dell'essere e tuttavia non si rivelava
alla sua coscienza.
Egli allentò le braccia, le lasciò cadere; si distaccò da lei, si
ritrasse, con uno sgomento che gli mozzava il respiro. E si guardò
intorno come per accertarsi che la cosa mostruosa non era uscita da lui;
perché egli l'aveva sentita a un tratto esternata, vivente, palpitante,
con un fiato, con un calore, con un odore.
— Di che? — ripeté Vana per la terza volta.
— Ah, non dimandare. Non ti vale sapere di me. Ma tu? ma tu?
Schermendosi, egli l'assaliva.
— Ti confidi a questo libro, non al tuo fratello.
Egli riaperse il libro del Pazzo di Cristo.
— Li cogli sotto i cipressi i tuoi trifogli di fortuna? Eccone un altro.
Che dice il cantico quinto?
Ella lo guardava sbigottita, a quella improvvisa violenza.
Egli lesse:
_O Amore muto,_
_Che non vuoi parlare,_
_Che non sie conosciuto._
Le parole ch'era per dire gli scottavano le labbra. Le doveva dire, non
poteva trattenerle. Una specie di delirio era entrato in lui, una strana
voglia di tormento. I colpi profondi del cuore precedevano le sillabe.
— Isabella è con Paolo Tarsis. Non è vero?
Crudamente i due nomi erano congiunti, i due amanti erano commisti. Una
materia umana era presa là, con i due pugni, e posta innanzi; e
bisognava mirarla. Una visione inevitabile era alzata in mezzo alla
notte, una visione di voluttà in mezzo all'odore della notte.
— Aldo, perché dici questo a me, in questo modo? — balbettò la creatura
smorta, come se il fratello a un tratto l'avesse percossa. — Non merito
che tu mi risparmii?
— V'è qualcosa di meglio da risparmiare in te, che non il tuo candore o
il tuo rossore, Vana. Vuoi che viviamo nella dissimulazione perpetua?
Vuoi che viviamo qui, ciascuno nella sua cella ferrata, come i nostri
vicini dell'Ergastolo?
— Perché domandi a me, se sai?
— Sento la tempesta fra te e l'altra. Prima del commiato palese, che vi
diceste, là, nella stanza di Andronica? Passavo dinanzi alla porta, e
udii le vostre voci nemiche.
— T'ingannasti.
— A me fu mentito. A te fu detta la verità?
— Perché mi torturi?
— Tarsis l'aspettava a Cècina.
— Ah, taci! Non è meglio che io ignori tutto questo? Aldo, perché mi
torturi?
— Vuoi ignorarlo! Ma non ne muori?
Ella si gettò contro il fratello selvaggiamente; nascose la faccia nel
petto di lui, udì il battito terribile. Ambedue ansavano come se
avessero lottato. Il vento notturno gonfiava le tende della finestra,
entrava nella stanza, prendeva le loro anime dalle cento pupille e le
portava lontano; le trascinava laggiù, nel luogo ignoto, perché
vedessero, perché guardassero.
— Te l'ha tolto? — chiese egli, senza ritegno, con la gola disseccata.
Erano come due fanciulli, tremavano come due fanciulli smarriti; eppure
pareva che la vita feroce imperversasse entro di loro sommovendo una
fosca esperienza accumulata. Parevano entrambi già pieni del male umano.
L'adolescente aveva le parole che pesano e che stroncano, già pieno di
amarezza e di perdizione; e il suo terrore sembrava audacia, e il suo
furore sembrava possanza, e il suo dolore sembrava bontà.
— Non ci furono giorni in cui tu lo credesti tuo?
Ella era curva, annodata in sé stessa.
— Non era nato un sogno in te?
Ella vedeva sé inchiodata allo stipite della porta nella stanza del
Labirinto.
— Avevi udito una parola d'amore?
Ella sentiva su sé la macchia del sangue voluttuoso.
— Speravi; è vero? Speravi.
Ella sentiva su sé le lagrime della veglia fùnebre.
— Te l'ha tolto
Ella si sentiva pronta a balzare, armata d'artigli.
— Leva il viso. Guardami. Parla. Non avere onta.
Ella gli rispondeva senza parole: «Parlami tu ancóra, parlami di lui.
Muovimi il coltello nella piaga. Tormentami. Vuoi che io la odii? La
odio. Vuoi che t'aiuti a odiarla?»
Egli le si chinò fin su i capelli, abbassò ancor più la voce.
— Credi ch'io non sappia che quella notte andasti su la brughiera, sola?
Ella sussultò, ma non levò il capo.
— Non parli. Ah s'io potessi vendicarti!
Una collera sorda lo strinse. «Perché dei due compagni la sorte ha
abbattuto quello inoffensivo? Perché non ha spezzata la schiena
all'altro?» L'imagine maschia lo urtò nel mezzo del petto come quando
là, sul poggiuolo in vista della palude mantovana, egli aveva veduto tra
i denti forti il filo di sangue. Risospinse la sorella, si levò; camminò
per la stanza portando un viluppo enorme di mostri sul passo elastico
dei suoi piedi nudi nei sandali di sparto. S'appressò al davanzale, si
sporse, bevve la frescura, l'ombra violetta, il profumo della magnolia.
Nella valle biancheggiavano le crete lunari come un'adunazione di
mausolei; laggiù, perfidamente luccicava la Cécina serpigna; laggiù
laggiù, fra Montescudaio e Guardistallo, il suol marino era una
profondità eterea come la dimora dei Mani.
Dov'erano gli amanti, nella notte d'estate? Sul mare? su una terrazza
bianca ornata di oleandri? coricati nel bosco su un rosso letto d'aghi
di pino?
S'inebriavano di musica. Esaltavano la passione disperata nella
vertigine sonora. Trascorsero i pomeriggi, le sere, le notti nei
colloquii degli strumenti, nei soliloquii del canto, nei concerti a
quattro mani, seduti dinanzi alla tastiera, col gomito presso il gomito,
con la gota presso la gota, intenti alla duplice pagina, nel volgerla
incontrandosi con le dita febrili, sentendola vivere d'una vita arida ed
elettrica come quella carta lignea che nei giorni secchi uscendo tesa di
sotto i cilindri delle cartiere scoppietta di scintille.
La sala non era nel palagio edificato da Gherardo Silvani, ma nella
parte vecchia, in quella delle bugne e delle bifore: vasta, parata di
damasco, con alte portiere, con altissime tende, con una volta a botte
ove il michelangiolesco Daniele da Volterra aveva dipinto una storia
grandiosa dell'Antico Testamento. Un braccio piegato del Leccione
giungeva a una delle finestre; e appariva pel vano il tronco titanico.
Due soli quadri pendevano dalle pareti a riscontro, insigni: il ritratto
di Fedra Inghirami, opera purpurea del Sanzio, e la Deposizione di quel
Rosso fiorentino che il Vasari dice «bonissimo musico», «ricco d'animo e
di grandezza».
Il luogo era fatto pel grido lirico e per la meditazione appassionata.
V'entrava la luce della foresta e del giardino. La massa cupa del lungo
pianoforte orizontale vi riluceva polita come un'arca costrutta col
marmo notturno della Palmària. Quando Aldo sollevava il coperchio,
vedeva due mani esangui escire dal buio; ed erano le sue proprie mani
riflesse dall'ebano come da un nero specchio.
Vana gli stava al fianco alzata, per cantare, nella sua attitudine
immutabile come quella d'una statua, con le dita intessute dietro il
dorso, con il peso del corpo su la gamba destra, con la sinistra un poco
innanzi, piegato lievemente il ginocchio, protratta oltre l'orlo della
gonna la punta del piede mosso a quando a quando dall'urto ritmico. Ella
gettava le grandi note rovesciando indietro il capo; e per un attimo i
suoi lineamenti sembravano sparire come sotto una vampa che li
cancellasse. Ella si consumava nel canto come se accendesse di sé un
rogo per ogni canzone. Talvolta, quando terminava rimanendo fissa,
pareva che nel silenzio musicale si formasse su la sua persona quella
falda di cenere onde si coprono i tizzi tratti dal focolare.
— Ripetiamo ancóra questo! — pregava Aldo, insaziato di gaudio e di
strazio.
Era il sospiro d'un'arietta, era il gorgheggio d'una di quelle antiche
villanelle italiane che sembrano accompagnare il Cupìdo sbracato che
danza su le serpi o la Grazia discinta che compone la ghirlanda con le
mani trafitte. Era un arioso, era un lamento, una monodìa di Cristoforo
Gluck, simile a una pura nudità dolorante nel suo proprio fulgore. Era
una confessione improvvisa di Roberto Schumann in un rotto singhiozzo,
in un grido irrevocabile, con una bocca severa, con uno sguardo
forsennato.
— Non posso — rispondeva ella talvolta. — Ho dato tutto.
Faceva qualche passo; andava verso la Deposizione, chiudendosi gli occhi
con le palme. Li riapriva dinanzi al quadro, considerava la muta
tragedia; poi si sedeva in disparte, senza distogliere lo sguardo.
— Ti sembra di crearlo ogni volta; è vero? — le diceva il fratello. —
Nacque dalla musica; rinasce dalla musica. E forse tu sei quel
giovinetto bruno come l'oliva, che regge lo scalèo con le sue due
braccia nude e guarda la capellatura della Maddalena, attorta come un
groppo di rettili decapitati. Senti come grida la Peccatrice? Senti come
singhiozza il Prediletto?
Veramente la rossa veste della donna prona alle ginocchia della Santa
Madre era come il grido della passione ancor tumida di torbo sangue. Gli
sbattimenti interrotti della luce sul mantello giallastro del Discepolo
erano come i singhiozzi dell'anima percossa. Gli uomini su gli scalèi
erano come presi nella violenza d'un vento fatale. La forza s'agitava
nei loro muscoli come un'angoscia. In quel corpo, ch'eglino traevano giù
dalla croce, pesava il prezzo del mondo. Invano Giuseppe d'Arimatea
aveva comprata la sindone, invano Nicodemo aveva recata la miscela di
mirra e d'aloe. Già il vento della Resurrezione soffiava intorno al
legno sublime. Ma tutta l'ombra era in basso, tutta l'ombra sepolcrale
era sopra una sola carne, era sopra la Madre oscurata, sopra il ventre
che aveva portato il frutto di dolore. «La luce m'è sparita» aveva detto
ella nell'antico lamento. Fra Maria di Cleopa e Salome, tra le due
femmine ignare e caduche, ella era già come un lembo della notte eterna.
— Ricordi la ventesima delle variazioni beethoveniane sul tema del
Diabelli dedicate ad Antonia Brentano? — diceva Aldo, svegliando nella
profondità della nera cassa quegli accordi in cui per una miracolosa
trasfigurazione il tema primitivo è irriconoscibile. — Non sembra
armonizzata su quel fondo ove la croce le scale i corpi i singhiozzi le
grida gli aneliti la luce non pènetrano? Ascolta; e guarda quell'azzurro
opaco, sordo, eguale, senza raggio, senza nube, di là da cui spazia
forse quella regione della vita ove «una sola cosa importa».
Era Vana allora, che pregava:
— Da capo! Ricomincia!
Annegavano nell'infinito i loro mali. La loro infelicità superava i duri
lidi entro cui doveva agitarsi, e si placava dilatandosi su tutte le
cose, confluendo nella doglia universa.
— Due cose belle ha il mondo — diceva l'adolescente — ma una terza è la
loro divina sorella.
— Ah non dire due e una, non separarle! — rispondeva la cantatrice. —
Sono due sole; e quella che ti sembra la terza non è se non la sostanza
di cui le due sono fatte.
— È vero. Ma io pensavo alle tre Sirene dell'urna, sedute su gli scogli
dinanzi alla nave d'Ulisse.
Andarono a rivederle, lassù, nelle piccole sale rosse e nere del Museo.
— Guarda — diceva l'adolescente pieno di sogni. — Guarda. Tutt'e tre
sonavano istrumenti, facevano concerto. Ma la prima ha perduto il suo
doppio flauto, e soltanto lo spazio per la stretta è tra le due braccia
in atto di tendersi. La terza forse toccava la lira; ed ora è senza lira
e senza effigie, divenuta simile al suo scoglio, simile a un sasso
scolpito di pieghe sterili. Fra l'una e l'altra è quella che soffia i
suoi spiriti nelle sette canne di Pan disposte in forma d'ala d'uccello.
Guardala: è intatta.
— Ma vedi? — rispondeva la cantatrice. — Due sono le ombre dietro di
loro, due sole.
Infatti sul campo liscio dell'alabastro le figure rilevate ponevano due
sole ombre.
Così essi dovunque con occhi intentissimi scoprivano indizii del lor
proprio destino, imagini manifeste dei lor più segreti pensieri.
— Vana, credi tu che Ulisse sia legato all'albero? Ha le mani dietro il
dosso, come tu suoli quando canti; ma un eroe non può essere legato come
uno schiavo. Se in tutta la sua vita travagliosa egli ha inseguito
quelle tentatrici per tutti i mari, come può temere di ascoltarle? Non
ha vincoli: le mani incallite nelle opere e nelle lotte egli le cela per
inutili, poiché vive d'una vita in cui l'azione non ha significato
alcuno. Ora comprendo. Un istinto misterioso, quando tu canti, quando tu
sali alla tua vita vera, ti compone nella medesima attitudine.
— Forse — ella mormorò vedendo sé stessa intessere le mani dietro la
schiena, chiudere gli occhi, inclinare la persona verso la voragine.
E tralasciavano d'osservare su le urne i miti scolpiti di Tebe e di
Troia per contemplare il viaggio agli Inferi, non più la nave del
Laertiade ma quella dalla vela ammainata, ove s'imbarca colui che deve
trapassare, e il commiato è senza lacrime.
— Che alto silenzio in così piccole stanze! — diceva il fratello
camminando con cautela sul pavimento di marmo a bande bianche e nere.
— Chi parte, non piange; chi resta, non piange. Si guardano fissi, con
la mano nella mano; si accomiatano senza parole, presso il limite
sepolcrale. E il testimone alato non è se non la divina Tristezza;
perché la Tristezza è la musa etrusca, è quella che accompagnerà per le
vie dell'esilio e dell'inferno un grande Etrusco colorato dalla bile
atra. Non hai mai pensato che Dante ha ripreso l'arte dei dipintori di
vasi e l'ha ingigantita col suo polso strapotente? Quasi tutta la prima
cantica non è di figure rosse su fondo nero, di figure nere su fondo
rosso? Taluni suoi versi non li vedi rilucere di quel nero metallico che
hanno certi fìttili? E le sue Ombre non sono simili ai Vivi, come i Mani
scolpiti in questi alabastri?
I Mani, a piedi, a cavallo, venivano incontro ai viaggianti in carpento,
in lettiga, in quadriga. I corsieri aggiogati ai carri chinavano il
collo così che la criniera toccava la terra, come quella del Sauro
d'Achille nel presagio di morte. Un giovine cavaliere cavalcava tutto
avvolto nel mantello, con la bocca nascosta dal lembo, pel lungo cammino
senza ritorno.
— Non è questa l'imagine mia? — diceva l'adolescente, indugiandosi. —
Fra tutti i viaggi agli Inferi mi piace l'equestre.
S'indugiavano presso l'urna, immoti nella loro visione, posseduti dallo
stesso genio. E intorno, adagiate su i coperchi quadrilunghi, poggiate
sul cubito manco, le figure obese dei defunti dal grosso labbro
semiaperto erano in pace, con nella destra la patera, il flabello, le
tavolette. Ma tutte quelle mani sinistre poste su i cuscini
nell'attitudine immutabile, rozzamente tagliate, enormi talune, talune
corrose, talune monche, davano a entrambi una vaga angoscia come se le
sentissero premere su i loro cuori.
— Uno lo tentò prima di me: quel Volterrano che di notte spinse il suo
cavallo sopra le Balze, alla Guerruccia; e il cavallo sul ciglione
s'arrestò netto, rinculò, fece il voltafaccia; né gli speroni valsero a
ricacciarlo innanzi, verso il baratro. Credi che Caracalla si
rifiuterebbe?
— E Pergolese?
— Pergolese ha poco cuore.
— Ma quando il compagno gli fa la strada, non c'è caso che ricusi.
— C'è poco spazio alla Guerruccia per spingere a fondo un cavallo; e ora
il terreno è solcato.
— In prossimità della Guardiola conosco una specie di varco nella
muraglia, che somiglia a una maceria franata della Campagna romana. Ma i
rottami del macigno nascondono il vuoto. Se la bestia è spinta con
risolutezza come a un ostacolo comune, certo s'inganna e salta....
Parlavano a bassa voce, come nella notte del contagio, con una mutua
eccitazione d'energia, lacerato il velo dei sogni, rimessa a nudo la
bruciatura intollerabile.
— Andremo a esplorare, domani. Vuoi?
— Voglio.
— Prima ch'ella torni, sarà.
— Sì, prima che torni.
— Oggi è il decimo giorno.
— E non una parola!
— La credevi tu tanto feroce?
Il giardino del Museo era dinanzi a loro, coi suoi cippi in forma di
pigne, con le sue urne di tufo senza coperchio divenute nerastre come il
basalte, coi suoi avanzi di calidario dai doccioni di terra cotta
inverditi, con la sua pergola di pampini al sole trasparenti, con i rari
suoi rosai che somigliavano i rosai del giardino mantovano, coi suoi
gelsomini di Spagna che rendevano un odore folto come l'odore vaporato
dei turìboli.
— Dove sono? dove sono?
Gli amanti erano su la marina pisana, in una villa solitaria fra la
pineta e la prateria salmastra. Una terrazza scialbata di calcina e
lastricata di maiolica vi si sporgeva dal fianco verso il Tirreno,
simile a quella sognata da Aldo nel Paradiso della principessa Estense,
ove i sogni delle città brune e bionde colorano le lunette e presso Ulma
che in arnese cavalca il Danubio azzurro è Algeri che porta un cipresso
per piuma al suo turbante bianco. Ma così forte la batteva il sole che
le ciocche nate al mattino su gli oleandri vi languivano già tinte di
fulvo in sul mezzogiorno e riarse innanzi sera vi morivano. Soltanto
lungo il muro maestro, dove s'apriva la porta, un tendaletto rigato come
la gandura d'una Mzabita faceva ombra sul tappeto ricoperto di cuscini
ove gli amanti passavano gran parte delle ore diurne e notturne
accarezzandosi.
— Dove siamo? — diceva Isabella respirando l'odore della salsedine e
della resina con un respiro che sembrava arieggiarle tutto il corpo
dalla gola al pollice del piede scalzo. — A El-Bahadja? E quella è la
bocca dell'Arrach? e quelle laggiù sono le montagne della Cabilia? e
tutto quel turchino quel verde quel bianco è il Sahel? Guarda i cammelli
che brucano l'erba salina su quella lama di sabbia!
Erano i cammelli di San Rossore, che venivano dal Gombo su la spiaggia
sottile ove l'onda dispone le alghe secondo la sua propria curva in
guisa di mezze ghirlande.
— Ah, Paolo, bisogna che stasera tu salga fino al crocicchio di
Si-Mohammed-el-Scheriff, sai?, dalla parte della Kasbah. Là, quasi
dirimpetto alla fontana delle abluzioni, è il caffé moresco che
frequenta il sonatore di flauto Amar. Bisogna che tu mi cerchi Amar e me
lo conduca; perché stasera voglio danzare per te, Aini.
Egli non guardava le spiagge né i boschi né le montagne; non sentiva
l'odore della resina e della salsedine. Non poteva né volgere il capo né
distogliere gli occhi; non poteva se non aspirare l'aria che vibrava
intorno a quel corpo quasi nudo in una mussolina così leggera che dava
imagine di certe garze chiamate dagli Indiani «acque correnti».
— Non puoi sbagliare. Alla porta della bottega c'è un usignuolo che
canta, in una gabbia costrutta coi lunghi pungiglioni dell'istrice.
Forse Amar è seduto sotto la gabbia, su la panchettina bassa. Lo
riconoscerai. Quando faceva il suo digiuno, era un poco più pallido
dell'ambra chiara e aveva un po' più di languore sotto le palpebre
dipinte. Porta sempre un fiore dietro l'orecchio, che gli pende su la
gota. Oggi avrà certo un fiore di melograno. È sempre vestito di colori
delicatissimi, con una predilezione pel grigio di perla e pel roseo di
pesco su i larghi pantaloni bianchi a mille pieghe immacolate. Ah come
suona il suo flauto di canna quando è in vena!
Anch'ella faceva musica con la sua voce e col suo ricordo; e faceva uno
dei suoi incanti consueti a sé stessa e al suo amico. E, come il suo
amico pareva intento a levigarle le gambe con le labbra, ella dalla
pressione viva e perfino dal mutamento di calore e dai più lievi
sussulti sentiva come il silenzioso fosse bruciato dalle parole. Per ciò
le rendeva più ambigue.
— Gli Arabi dicono di lui: «Ha le labbra tanto dolci che saprebbe
poppare le leonesse». Mentre suona, le sue braccia ondeggiano e tutto il
suo corpo ondeggia come nel principio della danza. A poco a poco
s'accende. Le sue palpebre dipinte si riempiono di passione e di
voluttà. È l'emulo dell'usignuolo prigioniero nella gabbia d'aculei:
grida e si spegne, gorgheggia e sospira, ha una gola di ruscello e un
cuore di fiamma. Nessuno più fiata intorno. Le tazze restano piene e
fumano. Sotto l'arco della porta le stelle sono così larghe che sembra
si sieno appressate per ascoltarlo.... Ah, va, cercalo, e conducimelo,
Aini! Danzerò per te.
Egli aveva fermata la carezza sul fùsolo della gamba, senza più
scorrere; ché il suo piacere s'avvelenava. Il suo amore era aizzato come
la fiera nel serraglio, con la punta rovente. Il suo desiderio gli
faceva male come se una malvagia droga glie lo eccitasse affocandogli le
reni. Egli ora sentiva l'immensità dello spazio intorno, la purità del
vento, l'incenso dei boschi salubri, tutta la forza dell'Estate; ed era
come un uomo infermo su un inquieto guanciale i cui orli angusti gli
limitavano il mondo. Egli posò il capo su le ginocchia distese della sua
tormentatrice; e sorrise. L'odio insorto in lui diceva: «L'ora era
deliziosa, l'ora del tuo breve sopore quando tu ti lasci addormentare
dalla mia carezza cauta, quando fingi di non svegliarti se ardisco di
più. Perché a un tratto mi scrolli? È vero, tu fai uno dei tuoi giuochi
puerili, sogni uno dei tuoi sogni colorati. Ma conosco omai la tua arte.
So come con l'angolo della bocca avveleni la parola che hai scelta. È
come se una piccola bolla di saliva vi apparisca. Vuoi ch'io pensi che
l'effeminato dalle palpebre dipinte una notte ti piacque? Vuoi ch'io
imagini che lasciasti toccare senza disgusto dalle sue mani profumate di
muschio questa pelle ch'io bacio? Vuoi ch'io mi precipiti sopra di te
come sopra una meretrice a cui tutto fu lecito e nulla e ignoto?».
Ma egli, come soleva, andò incontro al tormento. Disse, disinvolto:
— Quando fosti in Algeri? con chi?
— L'anno scorso, dal settembre al novembre, con Giacinta Cesi, con Maud
Hamilton, con altri loro amici e miei, e con mio fratello, in comitiva.
Come vorrei tornarci con te e abitare su un colle una casa bianca fra
due giardini!
I miei piedi sono d'avorio oggi. Vedi. Allora avevo preso l'abitudine di
farmeli miniare con l'henné; e i calcagni arrossati dal minio
somigliavano due mandarini. Poveri piedi tristi!
— Chi te li tingeva?
— Yasmina, la mia negretta, una creatura adorabile, che sempre
rimpiango: svelta e pieghevole come un giunco marino, tutta riso, tutta
un riso abbagliante che le fendeva sino a mezzo delle gote un volto
funebre come quello di Proserpina. La mandavo sempre vestita di verde e
di nero, acconciata all'egiziana, coi bottoni d'argento e di smalto sul
corsetto sanguigno. Era di forme così vive che, quando camminava, anche
sotto il largo futa i muscoli le si palesavano come sotto un lino
bagnato e aderente. S'innamorò di Aldo; e rise molto più di rado, ma gli
occhi carezzevoli le divennero più belli. Il pianto le fece l'effetto
del koheul.
— E Aldo non aveva gusto per la Venere nera?
— Veramente, non ho approfondito. Aldo si lascia adorare. Omai si sa
ch'egli è un giovine dio in esilio. Ma gli piaceva di udirla raccontare
lunghe storie senza intenderla. Yasmina aveva una parlatura melodiosa
come il linguaggio d'un uccello silvano. Deliziava anche me. Ho preso da
lei qualche gruppo di note. Credo che, sotto il pretesto di raccontargli
una storia, ella gli faceva un discorso d'amore. Troppe volte ripeteva
«Aini», occhio mio, e «Ro'hadiali», mia anima. Una notte si coricò a
traverso la porta perché egli le passasse sopra. Egli la saltò, ridendo.
Ella non si mosse fino alla mattina. La casa s'impregnava d'amore.
L'aria v'era irrespirabile; anche perché portavamo sempre di quelle
collane di zàgare fresche che fabbricano i giudei, avvolte al collo in
due o tre giri. Odoravano così forte che io vivevo in una continua
vertigine.
Ella spirava la voluttà parlando, sorridendo; e vedeva posato su le sue
chiare ginocchia quel viso bronzino che le pareva d'aver già intravisto
in una fantasia alzato su un grande stallone arabo dal mantello di raso
bianco tra lo sventolare del haik e il roteare del fucile in una nube
acre di polvere e di fumo, laggiù, nella Mitidja, una sera di festa,
prima della gozzoviglia preparata sotto le tende coniche della razza
guerriera.
— In una vertigine di castità? — disse l'uomo, un poco roco, sorridendo
anch'egli, d'un sorriso che gli straziava su i denti le labbra tumide.
— Forse che sì forse che no, Aini — ella susurrò socchiudendo le
palpebre orlate di nero dall'antimonio come quelle delle donne maure.
E tanto era certa di far soffrire che credette sentir su le sue
ginocchia il peso del selvaggio dolore. E preparava profondamente la sua
carne all'irruzione preveduta del desiderio micidiale.
— Ti piacque Amar?
— Mi piacque un giovine imperatore sconosciuto al cui paragone la grazia
di Amar era una grazia tra d'istrione e di mezzano. Veniva dal Deserto,
in una frotta di cavalieri dai lunghi moschetti damaschinati, eretti su
i più bei cavalli ch'io abbia mai veduti caracollare con le gualdrappe,
con le criniere, con le code al vento, fra il tintinnio delle campanelle
e degli amuleti. Veniva dal Sahara. Tra la sua scorta di color variato
egli era tutto vestito di lana bianca, avviluppato in un semplice
mantello bianco senza ricami, che lasciava appena vedere nelle staffe i
suoi stivali senza speroni e il suo pugno senza guanto sporto a tener la
briglia come una fanciulla tiene il nastro con cui si legherà la
treccia. Montava uno di quegli stalloni che gli Arabi paragonano al
colombo nell'ombra, nero come la capelliera della mia Lunella, così nero
che i riflessi azzurri e violetti gli correvano nei fianchi come i
marezzi nella seta cangiante. Chi dei due aveva occhi più belli, il
cavallo o il cavaliere?
Ella fece una pausa perfida; e le sue narici palpitarono nel suo volto
segretamente astuto ove le ciglia sembravano porre una scurità
d'agguato. Il cuore le tremava d'un delizioso terrore; perché l'amante
aveva mosso il capo come per guardarla più da presso, e ora le poggiava
la gota non più su le ginocchia ma su la coscia. Com'ella supina aveva
il busto rilevato dai cuscini, egli di sotto le vedeva il mento
illuminato dal riverbero della maiolica e scorgeva tra le labbra mosse
dalla parola la perlagione della genciva e dei denti in una umidità di
conchiglia frescamente dischiusa.
— Anche ora, se ci ripenso, non so dirlo. E il cavaliere era un
giovinetto o una vergine travestita? L'occhio avrebbe potuto dubitare se
non avesse veduto quell'estrema delicatezza dominare con tanta facilità
lo stallone potente. Qualcosa di sfrontato e di scaltro, di altiero e di
molle, di meditativo e di trasognato era in quel caldo pallore
imperiale. Due slughi, col marchio della grande razza sul garetto,
seguivano la coda strascicante. Chi era l'inviato del Deserto? Come fu
presso di noi, egli sollevò all'improvviso il morello da terra con i
quattro zoccoli eseguendo quell'aria che in vecchio termine di
cavallerizza si chiama la ballottata, portento dei cavalieri arabi. Alle
nostre grida egli ruppe in un gran riso, rovesciandosi in dietro contro
l'arcione di velluto, fermata la magnifica bestia su le quattro zampe.
Poi si chinò rapido e mi baciò su la gota, come se io gli
appartenessi....
Ella gridò come allora; che l'amante in un movimento impreveduto, quasi
strisciandole sopra, l'aveva afferrata agli òmeri con le mani dure.
— Aini, Aini, era mio fratello, era Aldo che uno sceicco aveva invitato
alla caccia.... Tornava con la scorta, e col dono del morello e dei due
slughi.... Ah, non mi far male, Aini!... Sì, sì, fammi male, fammi a
brani, fa di me quello che vuoi. Sì, ancóra più forte! Sono tua, sono la
tua cosa. Eccomi tutta. Ti adoro.
Ella era cangiante come il fianco del morello, come il colombo
nell'ombra e nel sole. In un filo di verità ella infilava le sue fresche
menzogne con l'arte rapida ond'eran composte quelle collane mattutine di
zàgare che amò avvolgersi al collo in due o tre giri. Ella possedeva un
dono e una sapienza onnipotenti sul cuore maschile: sapeva essere e
parere inverisimile. La massima parte delle donne amanti tenta di
abolire il proprio passato, tenta di rinascere, di rinverginarsi; fa
all'amato l'offerta illusoria dei suoi sensi ignari perché egli li
risvegli e li istruisca, della sua anima rasa perché egli v'inscriva la
sua legge; e spesso l'ingenua frode avvolge il credulo. Ma ella invece
sapeva dare al suo passato una indefinita profondità, alzare la sua
giovinezza sopra un immenso sfondo di vita, come quei pittori di
ritratti che pongono dietro la figura la veduta d'un portico senza
termine o una illimitata lontananza di paesi e di acque. Sembrava che le
sue attitudini si disegnassero su un gioco perpetuo di prospettive
ch'ella non cercava di coprire ma di equilibrare come quei ritrattisti
che conoscono nel quadro il valore degli spazii. La sua novità emergeva
dal suo passato come la sirena dal sale amaro, arcana, quasi ne fosse
ancor stillante. Il più impreveduto dei suoi gesti pareva avere
attraversato un elemento oscuro per manifestarsi, aver mosso dietro di
sé un'onda cupa di desiderio per volgersi al desiderio di quell'uno.
Tale dei nostri Antichi chiamò alchìmia il liscio delle donne. Anch'ella
amava rilevare col nero e col rosso la freschezza dei suoi venticinque
anni; e sempre poneva il lutto alle palpebre intorno alle iridi chiare,
e talvolta insanguinava di non natìo cinabro la bocca. Ma la sua
alchìmia era ben più ardua e strenua, produceva ben altre maraviglie.
Con quali fuochi trasmutava ella la materia della sua vita in bellezze
di così patetico potere? Certe arie del suo volto condensavano la poesia
d'un giardino, d'una tragedia, d'una fiaba. Un qualunque atto
dell'esistenza cotidiana — il togliersi il guanto lentamente facendone
strisciare la pelle su la lieve lanugine del braccio; il togliersi la
lunga calza di seta, delicata come il fiore che si gualcisce in un
attimo, stando accosciata sul letto; il togliersi dal cappello gli
spilli sollevando le braccia in arco e lasciando scorrere la manica sino
al poco oro crespo dell'ascella — un qualunque atto comune prendeva da
lei tanta forza espressiva che lo sguardo mirandolo si rammaricava di
non poterlo fermare in perpetuo.
Per ciò, pur così fragile così elastica e così lasciva, ella
s'apparentava con le grandi creature di Michelangelo. La contradizione
non era se non apparente pel contemplatore acuto. Certo, quando ella
s'adagiava sul divano e il suo corpo s'annegava sotto il flutto piegoso
della mussolina o del tulle, non somigliava alla Libica se non forse pel
fiosso arcuato del piede emergente dal flutto. Ma, se a un tratto con un
colpo di reni da danzatrice di cordace ella si risollevava protendendosi
dall'ombra nel cerchio della lampada per dire la sua parola in un
dibattito appassionato, la virtù del suo rilievo era tanta che i
prossimi ne avevano il sentimento d'una creazione e d'una apparizione
geniali. All'occhio dell'artista ella era il genio stesso del rilievo,
quello che noi imaginiamo aver vissuto nel fuoco del cervello
michelangiolesco. In un momento di ardore ella pareva estrarre sé
medesima dal suo blocco e occupare l'aria come il ginocchio, come
l'omero, come il cubito, come il seno dell'Aurora la occupano; i quali
fanno violenza allo spazio, spostano quasi visibilmente le masse aeree,
prendono il lor luogo nella Natura discostando o limitando le altre
forme, e si contornano di solitudine.
Allora nessuna sostanza organata era potente come la sua. Le sue vesti
vivevano con la sua carne come le ceneri vivono con la bragia. Gli
oggetti intorno rientravano nell'ombra, le comuni apparenze erano
abolite; la luce si trasmutava su lei. Non era più la luce del giorno né
quella della lampada; ma era la fiamma fortunosa che dal cominciamento
del mondo rischiara le lotte, i lutti, i fasti dell'uomo. Ella
dimostrava come dicesse il vero colui che disse ogni incanto essere una
follìa provocata con arte; ma ciascuno allora, nel cerchio di quella
follìa, sentiva ch'ella era promessa a un destino severo.
Così nell'amante si ripeteva di continuo la sensazione già patita su la
strada polverosa quando ella, dopo il passaggio dei cavalli bradi, aveva
sollevato il suo velo mostrando il viso nudo ed egli s'era volto a
guardarla con qualcosa di cavo nel petto ch'era come l'impronta di
quella nudità sempre nuova. Veramente ella, per vivere in lui, gli
scavava il petto, glie lo scerpava, glie lo rodeva, senza dargli tregua;
e pareva talora incastrarvisi, serrarvi e schiacciarvi ogni altra cosa
ancor viva, distruggervi ogni fibra non accordata al suo tono, e dal più
nero dolore volgere la più chiara delle voluttà.
Dov'era mai la muta promessa fatta al compagno nell'incerto commiato che
doveva esser l'ultimo? la prodezza del bùttero nel giorno della merca?
la bestia legata e sollevata e marchiata per la servitù? il duro
scrollo? Sì, certo, quando più forte lo rimordeva il ricordo del
fratello scomparso, quando più gli ridoleva il segno di quel virile
vincolo troncato, egli iroso cercava di afferrare la bestia oscura e di
tenerla ferma innanzi alla sua anima e di considerarla. «Dunque, tu sei
l'amore», le diceva «quell'amore a cui la mia semplicità dava la
bellezza e la gentilezza, e due occhi che la mia tentatrice non avrebbe
potuto guardare senza vergognarsi! Te ne ricordi? Tu sei l'amore,
diverso dunque da quello che conoscemmo nell'avventura pel vasto mondo,
quando sbarcavamo nei porti, quando sostavamo nei bivacchi, quando il
grido della femmina rovesciata sul giaciglio basso o su la proda del
fossato bastava alla nostra breve foia. Sei certo l'amore, poiché ti
nutri e cresci della mia vita più calorosa, poiché non posso colpirti
senza temere che il mio proprio sangue si versi tutto per le tue ferite,
poiché tu sei più me che tutto me intiero. E ora che credo di tenerti e
di staccarti da me un poco per guardarti meglio, sento che tu non mi
lasci e che anzi ti conficchi più forte nella mia forza e mi fai più
male. Ma ti guardo; e non ho mai avuto a caccia nella mira della mia
carabina una fiera tanto nemica. Soffrivo di te nell'indugio perverso,
quando la tentatrice era per donarsi e si ratteneva, era per concedersi
e si negava. Mille volle più soffro, ora che la posseggo, ora che non un
grano della sua pelle m'è sconosciuto. Avevo serbate intatte le
profondità dei miei sensi perché ella vi discendesse. Ella vi discende;
e vi risveglia i mostri da me intraveduti in qualche notte d'orgia
esotica, quando il maschio non sapeva se più gli piacesse versare il
seme o il sangue. E quei mostri ti somigliano (somigliano a te che sei
l'amore!); perché non nell'approdo, non nella scorreria, non dopo la
lunga navigazione, non dopo la cavalcata senza sosta, io ho conosciuto
la furia originaria e selvaggia del desiderio come qui, tra due braccia
più fresche e più odorose del gelsomino dopo la pioggia. Su la strada
ardente, non te ne ricordi?, nel vortice della polvere, io le desiderai
spezzate dall'urto; imaginai tutto il corpo della tormentatrice ridotto
su le pietre un mucchio sanguinoso; agognai ch'ella più non avesse
quelle palpebre, quella bocca, quella gola, ch'ella più non fosse
qual'era. E il carro era là, coi lunghi tronchi protesi all'urto senza
scampo. Or bisogna che io ti guardi bene per scoprire se tu sei l'amore
o se tu sei l'odio, o se tu sei biforme; perché ella m'ama e vuole ch'io
l'ami così che ancóra e sempre quell'imagine di morte accompagna il mio
delirio, e la mia voluttà si rattrista per non poter cancellare la
bellezza di cui non si sazia».
Egli non s'illudeva sul suo pericolo. Lo fisava, come già nello scafo
sommerso o nella fusoliera librata, con occhio diritto; sapeva tuttavia
di non poter nulla per superarlo. E questa consapevolezza non gli
sbigottiva ma gli esaltava l'animo. Egli era entrato nella più
misteriosa regione del suo viaggio umano, in una specie d'ombra venefica
che gli ricordava quella smisurata foresta scoperta da lui e dal suo
compagno nell'interno dell'isola di Mindanao; dove vive nella tenebra
verde fra l'intrico delle liane una tribù dalla pelle più bianca della
camelia bianca e dai grandi occhi più neri del nero velluto, fabbricando
le sue case come nidi d'uccelli, scivolando nel fogliame come i cigni
nell'acqua. Rivedeva il pallore spettrale di quegli indimenticabili
esseri, che gli parevano nutriti di veleni, il fascino di quegli occhi
notturni apparsi e scomparsi tra enormi corolle; riaveva in sé il senso
di quel calore morbido e umido, di quel fermento occulto e malsano, di
quella oscurità arborea illuminata da quei magnetici sguardi.
Come allora, non poteva tornare indietro. Come allora, l'ignoto
l'attraeva fuor d'ogni salute. Come allora, egli vedeva in agguato per
l'ombra mille creature che avevano i medesimi occhi, i fantasmi
d'innumerevoli inganni affascinanti, gli aspetti d'inafferrabili
tentazioni, e quei fiori troppo grandi per essere colti, e quei frutti
troppo grandi per essere addentati.
Confessava a sé stesso il suo male. Riconosceva che l'alchìmia della
menzogna tramutava anche il suo valore. Da quanti giorni aveva egli
lasciato il suo compagno sul limitare del Buio? Eppure quanto già gli
sembrava estraneo e distante il lungo periodo di vita comune, sostenuto
dalla lealtà e dalla fedeltà, dall'eguaglianza e dalla sicurezza! In
pochi giorni, come per una di quelle infezioni che si manifestano con
una gran febbre improvvisa e rapidissime si diffondono per tutte le
vene, il suo sentimento della convivenza s'era pervertito in acredine e
in inquietudine, in angoscia e in terrore, in tirannide e in crudeltà.
Allora egli era col suo compagno verso l'ignoto; ora egli era
nell'ignoto contro la sua compagna, e questa contro lui, in un
combattimento palese e coperto, di tutti gli attimi, per stabilire una
signoria e un servaggio. Ma l'avrebbe egli amata diversa? Quali doni
l'attraevano in lei se non quella molteplicità di aspetti, quel potere
di trasfigurazioni, quella stupenda arte di mentire mista a quella
tremenda voglia di soffrire, quelle maschere tragiche alternate con
quelle grazie puerili, quelle maniere d'imperatrice e di schiava, quel
furore armato e quella fragilità inerme, tutti quei contrasti e quei
dissidii che la rendevano innumerevole come la concordia discorde degli
elementi? Fin allora le donne non erano state per lui se non una veloce
vittoria, un piacere breve, un disgusto vanito, un confuso ricordo; e,
s'egli avesse dovuto riconoscerne alcuna nella greggia, non l'avrebbe
riconosciuta a un bagliore d'anima ma all'odore singolare, simile a quei
mercanti di schiave che col fiuto riconoscevano la stirpe. Una grande
amicizia militante preserva dall'indugio negli amori vani, affranca dai
vincoli vili, difende la mutua libertà. I primi indizii della passione
soverchiatrice gli avevano in fatti suscitato un sentimento di timore e
quasi di rimorso verso l'amico, e un bisogno istintivo di celarglieli, e
una illusoria volontà di soffocarli. Ma, come nel fresco taglio del
tronco s'incastra il ramo selvatico e si rammargina la ferita facendo
ricongiungere le scorze di modo che non vi possa entrar nulla e la
pianta innestata sparga le vene con l'altra, così ora l'amore
interamente riempiva la fenditura dolorosa e s'allignava per tutto, se
bene persistesse nel fondo il rimorso fraterno e rendesse più cupa
talvolta la tristezza carnale dopo gli oblii deliranti.
Ah, di quante larve e di quanti segreti era composta quella creatura che
poteva nascondersi dietro lo scuro delle sue ciglia meglio che dietro le
pieghe delle sue vesti? Perché tanto spesso ella gli si manifestava
secondo le linee della rimembranza e del presentimento? Forse le amanti
della figura anteriore appena disegnate nell'oscurità della memoria,
forse quelle appena intravedute per le mille vie e non inseguite ma
sognate un'ora sola nella malinconia del mondo, forse anche quelle
ch'erano per sopraggiungere senza richiamo e senz'annunzio, tutte
s'adunavano nella sua ansia e nella sua bellezza?
Egli esplorava sé stesso, in silenzio, seduto presso la parete, nella
stanza fatta violacea dal crepuscolo. Era solo. E pareva che il
ritrovarsi alfine solo, sopra una sedia addossata a un muro nudo, con la
faccia rivolta alla finestra aperta pel cui vano appariva il mare senza
vele e il cielo senza nuvole, solo coi suoi pensieri e con la sua
perspicacia, gli fosse di sollievo. Ma qualcuno in lui, a un tempo, era
in ascolto se mai udisse un passo leggero avvicinarsi; qualcuno in lui
era come il fanciullo occupato da un indefinito orrore, che imagina una
presenza terribile al suo fianco e la vede con la visione senza pupilla,
la vede più reale delle sue proprie mani ch'egli tiene smorte su le sue
ginocchia, e resta immobile, e non volge il capo, e vive nel filo di
gelo che nasce dal mezzo della sua schiena curva.
Qualcosa d'argenteo lustrò nell'ombra, come se fosse quivi giunta e
spirasse la voluta d'una di quelle onde rare che si levavano dalla
dolcezza del mar cinerino. Era entrata Isabella, senza romore, coi
sandali ch'ella usava per camminare su la sabbia.
— Paolo! — chiamò ella sommessa.
Egli non rispose né si mosse. Ella ancóra abbagliata non lo scorgeva.
— Paolo!
Ascoltò, aspettò per qualche attimo, chinò la testa. Scontenta e
attonita mormorò:
— Non c'è.
E un cinguettare improvviso la sorprese. Si avvicinò alla finestra. E il
cinguettìo era così vivo che pareva fosse dentro la stanza, di qua dal
davanzale. Ancor più s'avvicinò, guardinga, con l'occhio teso, cercando
d'indovinare l'origine del suono. Egli ora le vedeva il collo nudo, i
capelli partiti su la nuca in due trecce attorte e fermate dalle forcine
per modo che aderivano alla forma del piccolo capo. E uno straordinario
turbamento lo vinceva allo spettacolo nuovo di quella vita che viveva
dinanzi a lui testimone occulto. Desiderava ch'ella si volgesse; perché
credeva che, sapendosi non guardata e sola, ella dovesse avere il suo
volto di riposo con tutte le linee ricomposte e tranquille o il suo
volto di Medusa pietrificante.
— Ma che è? — parlava ella da sé, chinandosi sul tappeto.
La voce era bassa, tutta fra gola e labbra, come ancóra appresa alla
carne, fresca e segreta come la pruna avvolta nella foglia.
— Ah, è una rondinetta!
Ed ella ebbe un moto infantile d'esitazione, prima di raccoglierla. Poi
la prese nelle sue mani palpitante; la tenne chiusa nel cavo delle due
palme sovrapposte, prima di guardarla. Socchiuse le palpebre sopra un
sorriso che scendeva dalle ciglia alle labbra, troppo fievole per
muoverle. Sentiva palpitare la tiepida piuma. Così gran palpito in così
piccolo cuore!
— Come sei venuta? Sei caduta dal nido?
Cautamente ella le lasciò mettere il becco fuori tra il pollice e
l'indice arrotondati.
— Ah, sei già forte.
Ella si sporse dal davanzale e guardò verso la gronda, ma non v'era
nido. Il cielo le toccò la faccia supina con un chiarore tra d'argento e
di viola. Dietro il suo busto sfondava il mare perlato. Ella fu come
l'imagine della giovine Sera a cui sta per brillare in fronte il primo
pianeta mentre ella ha sorpreso nel cavo delle sue mani azzurrine la
rondine tardante per rilasciarla cangiata in pipistrello.
— Dunque volavi?
Ella gittò un grido di ribrezzo ma fioco, perché era fasciata di
silenzio che l'attutiva. Aveva scoperto tra il suo dito e l'ala un
insetto vivo. Lo scosse via.
Forse inseguendolo, la rondinetta inesperta aveva urtato contro la
cortina della finestra ed era caduta sul tappeto.
— La tua prima preda?
Ella le aizzava il nero becco vorace tra la fronte e la gola di color
rugginoso. E sentiva il gran battito del piccolo cuore, e l'acume degli
unghielli nei piedini rattratti, e quella tepidezza tenera e selvaggia,
quello spirito di libertà pulsante nella piuma soave.
— Se ti rilascio, saprai volare? Fin dove?
E, come tocca da un avviso magnetico, ella alzò gli occhi, scorse
d'improvviso nell'ombra gli immobili occhi che la guardavano; e gittò un
grido di spavento, non più fioco; e lasciò cadere dalle mani tremanti la
prigioniera.
— Ah, Paolo! Sei tu? Eri là? Mi guardavi? Mi guardavi? No, no, non mi
guardare così!
Ella indietreggiava, con un riso convulso che pareva fosse per rompersi
in singulti.
— Perché hai fatto questo? Perché mi fai questa paura?
Egli s'era alzato, e le andava incontro. Ella indietreggiava ancora.
— Ah, che occhi! No, no, non mi guardare così! Chiudili! Mi fai paura,
mi fai paura.
Ella rideva e singhiozzava insieme, con un sussulto del petto profondo;
gli comunicava quel pazzo sgomento. Levandosi dall'immobilità, egli
aveva sentito le fitte nelle reni; e ora alzato sentiva la fiacchezza
delle ginocchia intormentite, le contratture nei muscoli delle gambe,
una pesante tristezza corporea per ovunque sparsa, le tracce della
voluttà letale, e i suoi occhi smisuratamente ingranditi nelle sue
occhiaie cupe.
— Via, via, Isabella! Che fanciullaggine!
— Ma che occhi hai!
— Bambina!
— Chiudili.
— Sì, li chiudo.
Ella gli si gettò addosso; gli pose su le ciglia le palme che avevano
serrata la piuma palpitante. Il riso somigliava ancora al singhiozzo ma
s'addolciva. Ella lo baciò in bocca.
— Hai le labbra fredde.
Il brivido ch'egli ebbe gli fu dato dall'accento di quelle parole. Un
terrore indistinto vagava in fondo alla sua carne. E il silenzio si fece
in loro e nella stanza. Ed essi riudirono il cinguettìo sotto il
davanzale.
— Chiama aiuto — disse Isabella, sotto voce.
E sospirò come i fanciulli quando hanno finito di piangere ed esalano il
cruccio dal cuore che si sgonfia. Poi si chinò sul tappeto, ginocchioni,
e cercò pianamente nell'ombra la desolata. La trovò, la prese; si
rialzò.
— Eccola. Le diamo la via?
— Sì, lasciala andare.
— Vieni vicino.
Erano entrambi al davanzale. La sera portava la sua più bella collana
d'ametiste. Espero tremolava sul delicato mare.
— Credi che volerà?
— Prova.
— È piccola ma ha il cuore forte. Vuoi sentire?
Ella accostò il suo pugno alla gota dell'amato.
— Non è troppo tardi? Certo s'incontrerà con un pipistrello; e la paura
le farà smarrire la sua via, povera rondinetta!
— Bambina! Deve abitare vicino, lungo il fiume, tra le cannucce. Son
finite le cove.
— Non credi che potrei darle l'ospitalità per questa notte?
— Sarà molto infelice.
Ella esitava come se, trattenendo nella sua mano la calda prigioniera,
comunicasse con la vita misteriosa che saliva d'ogni parte nella purità
della sera.
— Allora la lascio.
— Prova.
Ella fu corsa da un lieve fremito. La prateria salmastra era già immersa
in una umidità violetta. Qualche pozza d'acqua riluceva, divina come
un'imagine del cielo di sopra Oltr'Arno le selve di San Rossore
nereggiavano come un attendamento di caravane al limite del Deserto. Su
la lingua di sabbia lunga come una tiorba il mare in bonaccia faceva la
sua fievole melodia. La bellezza del tutto era così dolce che trapassava
l'amore come una spada di fuoco.
— Baciami, prima — ella disse, traboccante d'angoscia voluttuosa.
E pensò a Lunella, e pensò a Vana, e pensò al giovinetto imperatore; e
alla troppo nera ombra del leccio su la vecchia casa, e ai suoi cipressi
allineati sotto la muraglia inesorabile dominata dal Mastio, e al canto
notturno del vento fra torre e torre, fra porta e porta, fra sepolcreto
e sepolcreto.
Si baciarono. Ella tese il braccio, aprì il pugno, con una pena nel
cuore.
— Addio, rondinetta!
E sùbito la sua mano fu vuota.
— Aini, che hai?
Ella gli si abbandonava sul petto supino; gli prendeva il mento per
tenerlo fermo; col volto sospeso sul volto, gli scrutava il fondo delle
pupille, gli vietava la vista del cielo deserto a cui lo sguardo era
fiso.
— Parla. Che hai oggi, Aini?
Tanto di lui ella temeva il silenzio quanto di lei egli temeva la
parola.
— Ah, che grinta dura tu hai oggi! Tutt'osso.
«Un teschio con le labbra» pensò ma non disse, ché le ribalenò alla
memoria la donna ignuda del basso rilievo su la piccola porta preziosa
nella saletta mantovana delle Pause, dinanzi a cui Aldo s'era
inginocchiato.
— Se ti bacio, mi faccio male.
Egli non s'era mai accorto che tanto ella pesasse: pesava come il marmo,
gli schiacciava le costole. Ma sotto le costole egli aveva una ben altra
tortura: il becco dell'avvoltoio invisibile, che gli lacerava il fegato.
Non udiva le ciance della lusingatrice, ma dentro di sé una estranea
voce virile. «La mia macchina è a ordine, di tutto punto. Il
sopraccarico del cilindro d'aria appena appena ne diminuisce la potenza.
Ho un'elica nuova che rende a meraviglia. Sento con gioia un soffio che
viene dalla terra, un vento di marea che mi spingerà verso lo Stretto».
— Guarda le mie braccia pomellate d'azzurro e di viola! Mi fai
vergognare davanti a Chiaretta, che è una pia francescana nata e
cresciuta all'ombra della Porziuncola.
Con una grazia ostinata ella gli andava strisciando sul viso la pelurie
delle braccia che odoravano forte come i sacchetti da odore perché ella
li aveva inondati d'essenza. Egli era insensibile alla carezza; e i suoi
lineamenti divenivano sempre più ermetici. «Tutto è pronto. Attendo il
levare del sole. Il mio amico, agitando un guidone su la duna, mi fa
segno che il disco è apparso. Tutto è già in moto, tutto vibra e romba.
Al comando, i meccanici abbandonano. Eccomi nell'aria. Filo dritto verso
il mare; mi sollevo a grado a grado; supero la duna, odo l'augurio
amichevole; vedo le acque sotto di me; lascio alla mia destra la
torpediniera che col suo fumo denso mi oscura il sole. Nessun
turbamento, nessun mutamento. Tutto è tranquillo in me, intorno a me.
Non una bava di vento, e per ciò non una manovra di governo o
d'inflessione. Le mani oziose, inerti. Non ho il senso del volo. Mi
sembra d'essere immobile. Vedo l'onda, sempre la medesima onda....»
— Non riesco a farti aprire la bocca! Ora vedrai.
Una sorda irritazione si moveva già sotto la sua puerilità lasciva,
qualcosa di simile all'impazienza ond'era presa talvolta quando una
delle sue scatole tonde d'avorio per solito agevoli resisteva
all'improvviso così che per nessuno sforzo riesciva ella a girarne il
coperchio, né pur le valeva il sacrifizio iroso d'un'unghia aguzzata e
polita con tanta cura di lima e di polveri! Ella si nudò il petto e
prese fra le sue dita delicatamente una delle piccole mammelle rimaste
verginali, simili a quelle che la Martire porta come due coppette
riverse nel vassoio d'argento.
— Ora vedrai.
Egli era serrato nell'ostilità nell'invidia e nel sogno. Vedeva il
Canale color d'acciaio tra le coste frastagliate a picco; e dietro
l'astro dell'elica, dietro il ventaglio dei tre cilindri, l'eroe solo,
con la sua segreta di panno bruno, con la sua tunica azzurra d'artiere
su la cinta di salvamento, col suo profilo aquilino di Franco che ha
abbassato la fràmea, paralo la bocca dai baffi come da una baviera. Si
ricordava d'averlo veduto a Montichiari, d'avergli parlato. Si ricordava
della mascella robusta, dei pomelli saglienti, della ciocca ritrosa sul
mezzo della fronte rimasta pallida nel volto rossastro. Anche si
ricordava della donna semplice e possente che gli stava accanto, esule
dal focolare, nella tettoia come sotto una trabacca di guerra, simile a
una moglie di leudo che tralasci di riporre il lino nei forzieri e di
distribuire la lana alle serve per brandire la mezzapicca e la
francisca, attenta a incantare il pericolo con la forza di quel sorriso
che le scopriva tutti i denti sani e le scavava nelle gote due fosse
fonde. «La torpediniera è rimasta indietro, non è più visibile. Ora sono
solo, perduto nell'immensità delle acque cupe, non veggo all'orizzonte
né una linea di terra, né un fumo di piroscafo, né un albero di veliero.
Nel silenzio, sempre il rombo del motore; nell'immobilità, sempre la
medesima onda. Quanti minuti passano? Pochi, ma interminabili. Scorgo a
levante una linea grigia che ingrossa di continuo. È la costa inglese.
Dirigo il volo verso la roccia biancastra. Sono assalito dal vento e
dalla nebbia. Attente le mani alla manovra, attenti gli occhi alla
rotta. Acciaio e ferro sotto di me: una flottiglia di torpediniere, una
squadra di corazzate. Vedo i gesti dei marinai che mi salutano, odo le
loro grida fioche. Navi mercantili navigano lungo la costa, con la prua
verso la mia sinistra. Comprendo che il porto è prossimo, che Dover è a
ostro ponente. Viro da quella banda, ma il vento mi ricaccia in basso.
Lotto ancora. Scopro il castello. Volo sul bacino di Dover. Passo fra
due corazzate, entro in una specie di avvallamento. La terra è sotto di
me; è verde, è concava come la palma d'una mano amica che sia là perché
io mi ci posi. Ma, mentre discendo, un mulinello perfido m'aggira.
Impaziente, spengo l'accensione; accelero la discesa; m'atterro con un
urto che mi torce l'asse delle ruote e mi scheggia l'elica. Metto il
piede su l'erba del Regno. Ho traversata la Manica. Ho l'ali intatte».
Il racconto breve dell'eroe gli sonava dentro come i colpi successivi
del vento nella velatura che tende a rovesciarsi. La visione gli si
svolgeva per lampi. Ma era il racconto di cose già sapute, la visione di
cose già vedute. Era come s'egli si ricordasse d'aver compiuta
quell'impresa, d'aver valicato il mare, d'aver sorvolato le navi, d'aver
mirato lo scoscendimento biancastro, d'essere entrato nell'ombra del
vallone, d'essersi posato su l'erba; ma in un viaggio assai più lungo,
in un volo infinito, sopra un'onda ch'era sempre la stessa e sempre
diversa, sopra un'onda che come quella del Lete gli toglieva ogni
memoria della riva di giù.
E sentì su la faccia l'odore dell'amante, l'odore caloroso dell'ascella;
sentì su le sue labbra il piccolo frutto duro del seno che palpitava
nello scroscio soffocato del riso. L'insofferenza fu aspra come uno
scoppio di collera.
— Basta! — proruppe, sollevandosi di colpo, afferrando la donna per i
gomiti e respingendola. — Basta!
La spinta fu così brutale ch'ella cadde riversa; e aveva su le braccia
l'impronta delle tanaglie. Non gridò, non si lamentò. Poggiandosi sopra
un fianco, alenava seminuda; e sotto le ciglia aggrottate il suo sguardo
ardente era inesplicabile. Le narici le palpitavano come
all'approssimarsi del piacere. Qualcosa di acre e di felice,
un'ambiguità sfuggente, una perversità incerta brillava e s'oscurava a
volta a volta nel bel viso di dèmone.
Egli non la guardava. Era crucciato contro sé stesso per l'atto violento
ma non poteva scusarsi. Quel rammarico serrava ancor più l'angustia
della sua vita. Udiva alenare la donna, e temeva ch'ella fosse per
piangere; e attendeva quel pianto come il peggiore dei supplizii.
Intessute le mani dietro la nuca, poggiato il capo al parapetto, egli
fisava di là dal limite bianco della terrazza, tra le foglie degli
oleandri assetati, il Tirreno sparso di pecorelle. La Gorgona appariva
come una nuvola, di là da una striscia più scura che annunziava l'arrivo
del maestrale. Una schiera di gabbiani biancheggiava come una sola
massa, alla foce, su la punta di sabbia; e a quando a quando un branco
si levava sparpagliandosi a fior della schiuma. Dalle Lame di Fuori
veniva il canto delle allodole. E laggiù, su le acque, era un punto
eroico ove il lido diveniva invisibile. E più giù, ad austro, di là
dall'Arcipelago, era la grande isola selvaggia, ricca d'avvoltoi.
E gli risonò all'improvviso nel centro dell'anima la voce del buon
compagno che determinava la rotta: «Ponente una quarta a libeccio!» E
rivide il ripiano di Àrdea, la rupe di tufo tagliata ad arte, la valle
dell'Incastro, la chiostra dei monti laziali. E rivisse i giorni della
gran febbre operosa, e l'ardore delle speranze, e l'audacia dei sogni, e
la grandezza del sogno più disperato. «Ponente una quarta a libeccio!»
Era la rotta fra la spiaggia ardeatina e il capo Figari all'ingresso del
Golfo di Terranova: cento trentacinque miglia marine, una distanza non
molto maggiore di quella ch'egli aveva percorsa nei suoi giri su la
brughiera interrotti dall'orribile schianto.
E il mondo era pieno d'un'altra gloria, e d'ogni parte salivano gli
inni, e le nazioni già credevano aboliti i confini, e santificate erano
le ali dell'Icaro vittorioso! Che faceva egli su quel tappeto d'aremme
ove la voluttà pareva regolata dal flauto di Amar? Che era divenuto egli
ondeggiando fra il terrore dell'annientamento e il desiderio sempre più
arido? Bene gli s'addiceva l'atto puerile dell'amante che gli aveva
porto la mammella perchè, come il languido sonatore algerino dalle
palpebre dipinte, imparasse a poppare le leonesse.
Balzò in piedi. Si sporse dal parapetto verso la prateria ov'era alzata
la tenda che ricoverava l'Àrdea inerte. Cedendo all'impazienza chiamò:
— Giovanni!
Era l'artiere prediletto da Giulio Cambiaso, quello che per l'ultima
volta aveva riempito d'essenza il serbatoio.
— Giovanni!
Nessuno rispose. La tenda era chiusa e muta. Anche i meccanici forse
erano ai loro ozii e ai loro piaceri.
— Perché chiami? — chiese Isabella con una voce dolcissima, quasi umile,
balzando anch'ella e andando verso lui meravigliosamente splendida di
amore.
— Voglio destare l'Àrdea.
— Veramente?
L'allegrezza le folgorava nel viso, le scrollava tutta la persona e
pareva sollevarla su i pollici dei piedi elastici. Come aveva indosso
una di quelle tuniche tenui a minutissime pieghe, stampate da un
rinnovatore ingegnoso coi motivi marini dell'arte micenica, pareva che
il giubilo stesso del suo sangue la colorasse fino all'orlo. Le nuvole
bianche agglomerate su i Monti Pisani la irraggiavano d'un riverbero
argenteo, che le si diffondeva su la pelle nuda e le s'insinuava su ogni
piega rosea della veste come quella pruina che inargenta i petali delle
massime rose.
— Sì, bisogna che tu la dèsti. Non osavo dirtelo. E mi prenderai con te,
mi prenderai con te, Aini!
Ella gli s'era accostata ancor più, con uno di quei suoi movimenti
ariosi che parevano commuovere tutto lo spazio intorno a lei e aumentare
la luce agitandola. Egli la mirava attonito, posseduto sino all'infima
delle sue vene.
— Senza paura?
— Ricòrdati della strada bianca tra i canali delle ninfee.
— Veramente verrai con me?
— Dovunque.
— Sul mare, sul fiume, su i boschi, e anche laggiù, su la città, intorno
alle cupole, intorno alle torri?
— Dovunque, sopra le nuvole, di là dall'arcobaleno.
Anch'egli allora fu invaso da un'allegrezza impetuosa. All'improvviso la
sollevò su le sue braccia. Ella cedette tutte le membra, fu fresca e
leggera come una bracciata di foglie.
— Quanto poco pesa la grande Isabella!
E, così reggendola, sporse le labbra verso la mammella ancor seminuda
della leonessa.
Allora entrarono in una felicità inaudita. Deposero le armi, guarirono
d'ogni male, dimenticarono la scienza del tormento. Ebbero la tregua
celeste.
Ogni giorno, prima del tramonto o prima dell'aurora, l'Àrdea li rapiva
nei più alti sogni. L'incanto teneva l'incantatrice. Sorridendo ella
aveva sentito nascere nel suo petto il cuore selvaggio di quel
giovanissimo vento condottiere di uccelli migratori chiamato Ornìtio,
che i marinai sorpresero ai Tre Porti addormentato su un banco di sabbia
in mezzo a uno stormo di rondini stanche.
— Io sono Ornìtio — diceva al volatore con un'aria di mistero che pareva
inazzurrarle il viso e porle qualche filo d'erba o qualche grano di
semenza nella bocca gonfia.
— Non hai in mente quella deliziosa favola salmastra di Gabriele
d'Annunzio? Ebbene io sono Ornìtio. Quando la testa di Dardi Seguso
cadde sotto la scure dell'uomo rosso, io la raccolsi sanguinante e
m'involai seguita da tutte le mie rondini verso il mare. La portai fino
al Tènaro, alla soglia di Dite, nel territorio della Serenissima
tuttavia, perché in cima al promontorio i Veneziani avevano costruita
con le pietre di Sparta una torre quadrata contro i Turchi. Piegai gli
asfodeli. Trovai Euridice. Le lasciai cadere il teschio nel grembo per
ingannarla....
Ella parlava con quell'accento che faceva spalancare gli occhi alla sua
Lunella quando le raccontava una novelletta.
— Son tornato. Più d'una volta ho dormito là, alla foce, su la lama di
sabbia; ma non m'hanno sorpreso i marinai, non m'hanno legato coi
vimini. In memoria del maestro vetraio, son tornato spontaneamente
all'amore dell'uomo. Hai anche tu intorno al collo un filo di scarlatto,
che non si vede, Paolo Tarsis.
Parlava all'ombra del suo cappello bianco, tessuto d'una paglia fine
trasparente e un poco rigida come il vetro filato di Murano, munito di
due grandi ali bianche tolte all'airone maggiore, che prendevano
leggerezza dall'esser commiste con le lunghe penne sottili del dorso e
dell'occipite.
— Non sospettasti di nulla, l'altra sera, là, nella stanza, al
davanzale, quando venne a cercarmi la rondinetta? Però tu mi spiavi,
senza fiatare. Ma certo non sapevi perché fosse entrata e non capivi
quel che mi cinguettasse....
Ella si avvolgeva una cordella intorno alla gonna affinché le pieghe le
rimanessero aderenti alle gambe, nel sedile arduo.
— Mi lego perché non mi venga la voglia di fuggire e di andarmene
errando ad libitum e anche di farti qualche tiro non compreso nella Rosa
dei Venti.
Veramente ella aveva l'aspetto di un fanciullo malizioso, sfavillante di
allegrezza e di audacia.
— Andiamo, dunque, Ornìtio!
Scoppiava il tuono settemplice. L'elica azzurra diveniva un astro d'aria
nell'aria. Affumicando un tratto di erbe arsicce, rapida l'Àrdea
lasciava la spiaggia. Salendo traversava la foce, poi s'abbassava con
una virata a ponente, sbandava a sinistra come se la guidasse la malizia
di Ornìtio, verso la lama di sabbia ove si vedeva biancheggiare un
biancume simile a quei mucchi di lunghe alghe risecche che inargentano
il Gombo. O meraviglia! Nel turbine dell'elica il mucchio compatto si
rompeva, si disgregava, s'involava: era un immenso fremito d'ali, un
balenìo di penne, un gridìo chioccio, una fuga di candore e di ombra su
l'acqua crespa, uno sbigottimento sonoro contro la vasta cànape, un che
di cinericcio, un che di nero nel candido. I gabbiani!
— Ornìtio! Ornìtio!
Il volatore non si volgeva, chiamando il nome gioioso. S'alzava sul
mare, superato lo stormo disperso. Sentiva presso di sé la creatura
vibrare come una sàrtia. Tutte le forze della sua vita erano un solo
acume intento.
— Ornìtio!
Ella sì lo guardava senza saziarsi, attonita ed ebra di una novità
impensata, sicura di lui pari a un dio sagace. Sovrumano le appariva
quel capo scoperto, libero d'ogni ingombro, ossa e carni trasmutate come
i legni dell'elica in una forza aerosa: quel viso fatto quasi di fluida
violenza, quasi che il vento rovesciasse indietro non soltanto i capelli
di su la fronte ma dal mento alle tempie tutte le fibre dei muscoli
palesi.
— Portami più su! Inàlzati ancóra! Non temo.
Egli manovrò il timone d'altura. L'Àrdea fu simile alla chiglia che
monta in sommo d'una smisurata onda oceanica. Per qualche attimo il
petto della compagna parve vuotarsi; le mani si contrassero come per
aggrapparsi al timoniere; le palpebre si chiusero. Lo spavento cessò.
L'Àrdea si librava su l'ali adeguate descrivendo un ampio cerchio
tranquillo fra cielo e mare. Le vele latine ardevano come fiammelle su i
gusci bruni delle paranze. Erano le vele rosse della colonia picena
immigrata a Bocca di Magra. Gli occhi riaperti le riconobbero.
— Ornìtio, una punta sul Serchio — disse il timoniere virando a greco
levante e filando a discesa verso la spiaggia selvosa.
Ella lo vide sorridere come a un gioco non palesato. Il dolce fiume di
Lucchesìa divideva col suo nastro verdechiaro i boschi di San Rossore
dai boschi di Migliarino, il dominio regio dal dominio ducale. Si
scorgeva il forte quadrato, il ponte della Sterpaia, la Torre dei
Riccardi. Si scorgeva su la foce sabbiosa e bionda nereggiare un nerume
simile ai mucchi di detriti e di rottami che le libecciate spingono
sotto le dune.
— Ornìtio! Ornìtio!
In un fosco nuvolo s'era converso il mucchio subitamente, in un nuvolo
vivo dai margini palpitanti, pieno d'un gracidìo roco, dilatandosi in
fuga verso i canneti, rompendosi in aspre strida, penetrando nelle
chiome dei pini, addensandone l'ombra, riempiendole come d'un lembo
notturno. Le cornacchie!
L'umidità fluviale attirava l'Àrdea come in un risucchio. Nella corrente
pigra si specchiavano come in uno stagno immobile le grandi ali senza
battito. Tra i canneti tra i salci tra le vétrici, lungo le ripe di
belletta arenosa e di radiche scalzate, l'uccello gigantesco visse per
qualche attimo la vita solinga e guardinga del piombino verdecilestro,
quasi rasente l'acqua. Poi si risollevò, sorpassò gli argini, volò su le
paludi su i pascoli su i silenzii compresi fra l'Anguillara e il Fiume
Morto come fra il Cocito e il Flegetonte. La bellezza dell'Elisio e
dell'Ade sorrise e pianse nel vespero. Tutto fu ricordo e sogno. Tutto
fu melodia e visione.
Ebra ed attonita, coi sandali bianchi poggiati alla traversa sottile,
con la veste serrata dalla cordella come la fascina dalla vermena, con
tutta la persona liberata dal peso e penetrata dall'illusione della
trasparenza, la larva di Ornìtio era china verso l'Elisio e verso l'Ade,
prona il bel volto che la corrente aerea pareva levigare sino alle vene
più azzurre. L'anima memore e presaga spiava per le pupille sognanti,
riconosceva l'antico paese del suo dolore e del suo amore, divinava il
ritorno del suo più remoto destino.
Le acque tartaree cingevano una solitudine di sabbie e di erbe. Le selve
s'oscuravano e vaporavano all'orizzonte. L'odore della cuora, della
resina e del legno arso era così dolce e triste che pareva nascere da un
rimpianto di terra lontana, dalla malinconia di un infinito esilio.
«Ah, férmati!» voleva ella pregare.