— Bisogna partire prima che il campo di slancio sia invaso dal pollame —

disse Paolo Tarsis, alludendo ai molti trabìccoli strepitosi che non

riescivano mai a distaccarsi dal suolo.

— Sai — disse Giulio Cambiaso ridendo — sai che perfino il re negro dei

pugilatori Sam Mac Vea si propone di volare?

— E il fantino O'Neil.

— E il maratoneta Shrubb.

— E il ciclista Mazan.

— E il nuotatore Geo Read.

— E il pattinatore De Koning.

— E il giocatore di pelota basca Chiquito de Cambo!

Risero di quel forte riso unanime che tante volte aveva rallegrato le

soste all'addiaccio o sotto la tenda, di quel riso ch'essi non ridevano

con altri, essendo un modo della loro concordanza, una espressione duale

della fierezza sprezzante ond'essi giudicavano gli eventi e gli uomini.

Era già vivace in loro il sentimento sdegnoso della piccola aristocrazia

che s'andava formando dall'accozzaglia della novissima gente volatrice.

— Hai veduto l'ornitoptero di Adolfo Pado?

— E il multiplano di Guido Longhi?

Le tettoie nuove, dalle fronti dipinte alla maniera degli antichi

pavesi, custodivano i più diversi mostri artificiati con le materie più

diverse, coi più diversi ingegni. Per mezzo alle ampie tende di tela

agitate dal turbine delle eliche in prova, apparivano a quando a quando

le strane forme delle chimere senza bellezza e senza virtù partorite

dalla manìa pertinace o dalla presunzione ignara, condannate

irremissibilmente a sollevare la polvere e ad arare il suolo: ali

ricurve e aguzze costrette al remeggio con uno stridore di usci in

càrdini rugginosi; adunazioni di celle quadrangolari, simili a mucchi di

scatole senza fondo; lievi scafi oppressi da impalcature sovrapposte,

simili a fragili canghe; alberi giranti forniti d'una sorta di cilindri

cavi come i burattelli di stamigna nei frulloni dei fornai; lunghi fusi

ferrei con un gran cerchio a ogni estremità, fatto di cotonina

imbullettata su stecche, a simiglianza della ruota a pale nel mulino

natante; congegnature di aste e di vèntole in guisa di quegli arnesi

mobili che servono a ventilare le stanze nelle colonie torride;

difficilissimi intrichi di sartie, di traverse, di longherine, di tubi,

di stanghe, di spranghe; tutte le composizioni del legno, del metallo,

del tessuto intese all'impossibile volo.

E ciascuna macchina aveva in sé il suo fabro come il ragnatelo ha il suo

ragno, indissolubile. Sotto sopra le ali, tra due serbatoi a forma di

obice, dietro l'elica solitaria, addosso all'alveare del radiatore, ora

coperto ora scoperto, ora dominato ora dominante, l'uomo era prigione

del mostro da lui partorito. Taluno col gesto perpetuo dei dementi

manovrava una leva, volgendosi di continuo a osservare l'effetto; e

mostrava così or di fronte or di profilo una faccia barbuta di buono

astrologo, con due occhi sporgenti arrossati e gonfiati dall'insonnia o

dalla polvere o dalle lacrime. Altri, ben raso, rotondo, rubicondo

sorrideva a sé medesimo, tenendo i vasti piedi sul regolo, sicuro di

portare il suo adipe fino alle stelle. Altri, emaciato e illuminato come

gli asceti, pareva sedesse dinanzi al suo telaio ideale e continuasse a

tessere il suo sogno senza fine. Altri, testardo e cupo, covava il suo

furore contro il carcame inerte che aveva deluso una fatica decenne; e

sembrava inchiodato per sempre nel suo sedile e nel suo proposito: «Tu

non ti moverai, né io mi moverò». Altri era pallido e dolce come il

ferito su la barella, scotendo a quando a quando il capo scoraggiato.

Altri dalle arterie gonfie del collo taurino eruttava bestemmie tonanti

a riempiere le pause del motore affievolito. Di tettoia in tettoia il

tragico e il buffonesco si avvicendevano, come nelle corsie dei

manicomii. L'ombra monòcola di Zoroastro da Peretola si chinava a

commiserare con l'occhio di ciclope la pedonaglia starnazzante. Un

beffatore invisibile, con un crudele strascico di voce, gittava di

tratto in tratto il richiamo fatale: «Icaro! Icaro!» E allora lo

schiamazzo della folla impaziente si mutava in uno scroscio

d'inestinguibile riso.

— Eppure — disse Giulio Cambiaso — questi Icarotti con troppe ali, che

son qui per tenere i piedi a pollaio, mi piacciono assai più di quei

mercenarii insaccati nei braconi alla lanzichenecca e camuffati con la

cervelliera di cuoio, che accendono a ogni momento la sigaretta della

temerità.

Erano costoro i pratici del volàno, vincitori di corse in circùito, che

consideravano il nuovo apparecchio come un veicolo alleggerito su tre

sole rotelle elastiche e munito di semplice o doppia velatura

intelaiata. In servizio dei fabbricanti d'uccelli artificiali, mettevano

a guadagno le ossa e l'ardire, avendo fiutato il favor popolare pel

nuovo gioco circense. Essi avevano già la loro divisa, la loro maniera,

il loro gergo, le loro millanterie, le loro ciurmerie, le loro cabale.

— Che guardi, Paolo?

— Nulla.

— Ci sono oggi su le tribune più penne pennacchi piume e piumoline che

nel côm di Sandaleh o nella garzaia di Malalbergo. Comincia

l'emigrazione verso il recinto, con licenza dei commissarii.

— Il vento gira. S'abbassa il quadrato rosso e monta il nero: da sette a

dieci metri. È issata la fiamma bianca.

— Peccato che non abbiamo pensato a portar qui i nostri aironi

protettori nelle gabbie di papiro da sospendere alle travi delle

tettoie, per divertire dame e damigelle!

— Diventi misogino?

— Scherzo. Tuttavia c'è qualcosa di sinistro in certe sfingi che covano

l'enigma tra le latte di benzina e le brande dei meccanici.

— Sei più severo di Dedalo, che fu tanto compiacente verso Pasife.

— Saggezza del sottile Ateniese! Giusta assegnazione d'ufficio!

Costruendole la vacca infame, assegnò al toro quello d'intrattenerla. Ed

egli, che praticava il volo basso come Henry Farman, andò ad atterrarsi

in Sicilia, immune dalla panna figliale. Ammirabile esempio!

— Vuoi ammonirmi?

— Né anche per sogno. Hai guardato l'amica di Roger Nède? È una Cretese

escita or ora dal simulacro vaccino ed entrata in una spoglia serpentina

di «chez Callot».

Era spaventosa; quasi sempre in fondo alla tettoia rude come nell'ombra

d'un'alcova molle, visibile a traverso i fili d'acciaio, a traverso il

polverìo che il vento dell'elica sollevava dal suolo rossastro, fra gli

scoppii del motore in moto, fra le tuniche azzurre dei meccanici lucenti

di sudore e di olio, inguainata nella stretta gonna come nella pelle

della sua pelle, tutta distinta di particolarità squisite che

squisitamente vivevano su lei come le sue ciglia, come le sue unghie,

come la pelurie della sua nuca, come i lobi delle sue orecchie; liscia

odorante e lubrica, con una bocca dipinta ch'era dipinta dal rosso del

minio e forse di queste parole: «Dal cuore premuto dell'onta — spremetti

la dolcezza del frutto — ch'era mortifero, onde non resta — se non la

semenza di morte». Simili a lei altre creature apparivano là dove gli

uomini s'apprestavano a giocare il gioco che poteva essere di fuoco e di

sangue, vive e artificiali, lascive e sfuggenti, ora prossime come

minacce, ora lontane come larve, simili a quella e simili tra loro nelle

maschere nelle attitudini nelle fogge, suscitando con le lor simiglianze

il sogno dell'enorme Vizio invisibile dalle cento visibili teste; ché le

loro teste coperte dai larghi cappelli sorgevano su i lunghi fòderi dei

corpi come su i lunghi colli della bestia di Lerna.

Ma altre tettoie erano cangiate in ginecei dalle donne legittime, dalle

floride figliuolanze, perfino dalle nutrici e dai pedagoghi. La famiglia

palpitante vigilava il portentoso uccello concepito nel suo seno,

asciugava le care gocciole della fronte geniale, si turava con le molte

mani i molti orecchi allo strepito prenunziatore del prodigio, contava

nel grembo l'oro imaginario del premio giusto, spingeva lo strumento

della nova felicità verso il campo dell'aratura, soffiava e risoffiava

le sue speranze nella viadana o nell'olona insensibile, poi respingeva

lo stupendo aratro nel ricovero, quivi deplorava l'inclemenza del cielo

e l'incostanza degli stantuffi.

— Il vento gira. Quarta a ponente — disse Paolo Tarsis. — Soffia per

colpi; vuole attacco per attacco. Io parto. E tu?

Egli aveva riconosciuto di lontano il passo ondeggiante d'Isabella

Inghirami. E lo stringeva un'ansietà simile al terrore. E, senza

indagare la causa, voleva ancóra evitare come aveva fino allora evitato

l'incontro della sua amica col suo amico.

— E tu, Giulio?

— Sùbito dopo di te.

— Hai mutata l'elica?

— L'ho mutata.

— Sei pronto?

— Pronto.

— A rivederci in alto.

— Spero che ti raggiungerò.

Si strinsero la mano; e stavano per separarsi, andando ciascuno al suo

cómpito: che era di superare il compagno, tutti gli altri e sé stesso.

Ma Paolo Tarsis seguì l'emulo per qualche passo; lo salutò ancora una

volta.

Sembrava ch'egli volesse riempirsi il cuore di quel gran sentimento

virile, inebriarsi di quella pienezza, sentire il pregio di quel dono a

lui fatto dalla sorte robusta. Quasi tutte le amicizie umane sono

fondate su la ragion leonina; ove l'uno prende più di quel che dona,

l'altro fa atto d'offerta e d'abnegazione, si sottomette e si umilia,

imita e consente, è tiranneggiato e protetto. Ma la loro amicizia era

fatta di due stature eguali, di due pari potenze, di due libertà e di

due fedeltà indomabili. Ciascuno misurava dal valore dell'altro il suo

valore, riconosceva dalla tempra dell'altro la sua tempra, sapeva che il

più difficile posto poteva esser tenuto a vicenda e che il più crudo

avversario non poteva prevalere nella sostituzione. Quante volte l'uno

aveva vegliato sul sonno dell'altro, per turno, in notti d'insidie, con

le armi al fianco! E nulla più dolce e più grave di quella veglia, in

cui a volta a volta era parso dalle grandi costellazioni australi creato

pel dormente un destino più profondo.

Ora nell'occhio del compagno era una domanda assidua che non scendeva

alle labbra: «In quali mani sei per rimettere la tua vita? Da quali

unghie lucenti lascerai disfare la tua durezza?»

Egli l'aveva seguito, s'era indugiato per dare a quella domanda la sua

risposta: «Ti ricordi, tu di quel bùttero che per bravata, il giorno

della merca, nella tenuta dei Cesarini, da solo legava insieme le

quattro zampe al giovenco e lo sollevava da terra? Così io faccio della

bestia oscura che cresceva dentro di me e minacciava di soverchiarmi. La

lego e la sollevo, e poi la marchio per la sua servitù. E mi scrollo, e

li do la mano, e ce ne andiamo per la nostra conquista liberi». Ma il

compagno, oppresso da una improvvisa tristezza, non aveva voltato il

capo.

Giulio Cambiaso a traverso la cortina udiva la voce d'Isabella

Inghirami, ricca di toni di dissonanze di passaggi di sbalzi di

spezzature come un canto incantevole, ora bassa ora soprana, ora

infantile, quasi leziosa, ora maschia, quasi violenta, a volta a volta

squillante e roca, ineguale e ambigua come certe voci rotte dalla

conturbazione della pubertà: qualcosa di straordinariamente vivo ed

insolito, qualcosa d'inverosimile, che lo attirava e lo irritava a un

tempo. Egli stesso allora prese l'elica per le due pale e impresse il

moto. Il rombo fece tremare le tavole, agitò la cortina, sollevò la

polvere. Tra i lembi palpitanti apparve un volto bruno come l'oliva, e

si sporse. Il vento sconvolse le rose di seta sul cappello tessalico,

offese le lunghe ciglia che si chiusero su gli occhi chiari e

sbigottiti.

— Si guardi, La prego, signorina! — egli gridò, con un gesto brusco. —

Non rimanga là!

Vana non indietreggiò ma avanzò guizzando fra i lembi che garrivano.

— C'è pericolo?

— Se il legno dell'elica si rompe o si scheggia, la forza del più

piccolo frammento scagliato è incalcolabile.

Ella spalancò i grandi occhi pallidi come gli opali d'acqua. I meccanici

la guardavano, tenendo con le braccia nerastre e untuose le traverse

della fusoliera. Una striscia obliqua di sole, come già nelle aule

ducali di Mantova, penetrava per una fenditura della parete rivelando il

nervo d'un'ala, brillando nelle sàrtie d'acciaio, nei quattro metalli

del motore bianco giallo rosso bruno.

— Può accadere? E se l'elica si rompe mentre si vola?

Ella aveva la voce un poco tremula; e le pareva che la paglia del suo

cappello inghirlandato risonasse come il bronzo d'una campana.

— Preghi il Cielo che questo non m'accada mai — rispose il timoniere

celeste.

Egli era come in un intervallo della realtà, dinanzi a quella creatura

quasi sconosciuta, in una condizione dello spirito simile

all'indeterminato ricordarsi.

— La morte dunque è sempre là?

— Là e dovunque.

— Là più che dovunque.

— È la compagna d'ogni gioco che valga la pena d'esser giocato.

— È orribile.

A un tratto il motore s'arrestò; le pieghe della cortina ebbero pace; la

polvere decadde; i muscoli nelle braccia fosche s'allentarono; l'elica

divina non fu se non un'asse verticale dipinta di colore d'aria. Il

silenzio parve uccidere un grande essere fantastico che riempisse di sé

tutto lo spazio chiuso, una specie di grande angelo abbagliante che si

fosse dibattuto sotto le travi e abbattuto e spento in terra come un

cencio terreo. E la striscia di sole fu triste, come nella stanza

ducale; e apparvero le cose tristi ed eloquenti: le brande di ferro

chiuse, onde pendevano i lenzuoli gualciti, le coperte di lana bigia; le

rozze scarpe arrossate e polverose; i vecchi abiti appesi ai chiodi,

quasi afflosciati da una squallida stanchezza; e qua e là le scatole di

latta, i pezzi di carta, gli stracci, una catinella, una spugna, un

fiasco vuoto.

— Sia prudente — disse Vana abbassando la voce che tuttavia era tremula,

quasi supplichevole, d'una supplicazione inopportuna.

— La prudenza non vale. Soli valgono l'istinto il coraggio e la sorte.

— Il Suo amico....

Ella s'interruppe; poi riprese, rapida.

— Il Suo amico Tarsis parte prima di Lei?

— I meccanici trasportano già l'apparecchio sul campo di slancio.

— È troppo ardito.

— Non bisogna mai tremare per lui.

— Perché?

— Non si sa perché certi uomini nascano al pericolo, che li fa immuni.

— Crede questo?

— Certo.

— Anche per sé?

— Anche per me. A Madura, nell'ombra della pagoda di Vichnou, un

indovino dalla testa rasa, masticando le foglie chiare del betel, ci

presagì che, avendo vissuto della stessa vita, moriremo della stessa

morte.

— Crede al presagio?

— Certo.

— E perché sorride?

— Perché ora mi ricordo....

— Di che si ricorda?

S'udiva giungere dagli steccati il clamore della moltitudine, ora

prossimo ora lontano. Il cavallo d'un cavalleggere nitrì. Il galoppo

d'una pattuglia risonò sordamente su la brughiera.

— Giovanni, è pieno? — domandò Giulio Cambiaso all'uomo che versava

l'essenza nel serbatoio.

Aveva quasi forzata la sua attenzione verso quella realtà, come per

vincere l'indefinibile sentimento di assenza e di distanza ond'era

occupata la profondità della sua vita. Egli rivedeva le chiostre della

pagoda, le piscine gremite di torsi ignudi e di teste rase, il popolo

d'iddii di dèmoni di nimostri scolpito nelle lunghe logge cupe, nei

tabernacoli nelle nicchie nei pilastri, lordato dagli escrementi dei

pipistrelli innumerevoli. Riudiva il mugghio dei buoi, il barrito degli

elefanti che s'inginocchiavano nel loro fimo.

— Manca poco — rispose l'uomo, estraendo la piccola canna introdotta nel

fóro del serbatoio per misurare la quantità.

— Sia pieno, fino al tappo.

L'uomo, ritto sopra una capra, col volto lucido di sudore, riprese a

versare pianamente l'essenza dal vaso cubico nell'imbuto avvolto in un

filtro di tela giallastra. Come la striscia di sole passava a

quell'altezza, si vedeva il liquido colare tra le dita ferme luccicando.

— Di che si ricorda? Dica! — soggiunse Vana con timida insistenza,

arrossendo lievemente sotto il cappello tessalico.

— Mi ricordo che, mentre l'indovino proferiva il presagio profumato dal

gengivario, una giovane Indiana dalle pastoie d'argento era presso il

banco di un mercante; e si volse verso di noi.

Egli affisava in lei uno sguardo di sogno, un sorriso smarrito.

— Olivigna, se bene lisciata con la radice della curcuma, aveva quella

purità di lineamenti che è propria delle più delicate miniature

indo-persiane dove la Bella s'inchina a bevere l'anima della rosa mentre

passa il Cavaliere in drappi d'oro sul palafreno di color cilestrino

balzano da tre. Come Le somigliava!

— Oh no!

— Se chiudo gli occhi, la rivedo viva. Se li apro, la rivedo più viva.

— Oh no!

— Oggi è senza gioielli; allora n'era carica, per la festa sacra.

Comperava dal mercante il croco purpureo, la mandorla dell'areca ridotta

in polvere, la ghirlanda di rose gialle.

— Oh no! Quelle che porto?

Ne aveva d'arida seta intorno al cappello, di fresco roseto alla

cintura.

— Quelle. Ma erano per l'offerta, erano per gli idoli. Udimmo il

tintinno dei cerchi d'argento alle caviglie, quando si mosse per andare

verso le due grandi statue levigate di diorite già mezzo sepolte sotto i

fiori. Una rosa le cadde giù pel suo panno azzurro, su le lastre che

riflettevano i suoi piedi nudi. Lesto mi chinai per raccoglierla, ma la

devota fu più lesta di me.

— Eccola — disse Vana spiccando una rosa gialla dalla sua cintola

azzurra come l'oltramarino smortito nei fondi delle lunette sacre.

E la porse all'evocatore. E si stupì che quella parola e quel gesto si

fossero partiti dallo spirito misterioso ond'era piena, da un indicibile

spirito di ricordanza e di ritornanza suscitato senza causa. Ma quando

vide la sua rosa all'occhiello di quell'uomo quasi sconosciuto, voleva

soggiungere: «No, no! Ho fatto per gioco; non so perché l'ho fatto. Me

la renda. La getti. Sono una piccola sciocca».

E tuttavia si piaceva e s'indugiava nella finzione; come sua sorella,

come ogni donna viva, si piaceva d'entrare e d'intrattenersi in un

simulacro insolito di sé, in una forma imaginaria di esistenza. Per

prolungare l'incanto voleva soggiungere: «E poi? Dove andò l'Indiana

dalle pastoie d'argento, ch'era fine come le miniature? che fece del suo

croco, della sua polvere, della sua ghirlanda?» Ella sentiva il colore

olivigno del suo proprio volto, la linea ovale della sua propria

finezza; imaginava il freddo delle lastre polite sotto le piante dei

suoi piedi nudi; intravedeva qualcosa di vago, come una speranza e una

paura senza oggetto, come un evento senza tempo, come una enormità

nascosta che somigliava quegli enormi idoli di pietra nascosti dai

fiori. Né meno fantastica le pareva la sua presenza tra le cose

presenti. Prima di guizzare tra i lembi della cortina, la sua figura era

forse più dissimile da quella alzata presso il banco del mercante nella

pagoda di Vichnou che da quella alzata presso il congegno dedàleo nella

tettoia piena di rombo?

I suoi pensieri si sfogliavano sul suo cuore come si sfogliava lungo le

pieghe della sua gonna la rosa vicina dell'altra ch'ella aveva colta

dalla cintola col gesto inconsiderato. «È possibile che anch'io me ne

ricordi? Si sogna sempre. Perché sono qui? Anche questo è sogno.

Isabella mi cerca, Aldo mi cerca. Sono stata presa nel vento dell'elica

come una festuca. Nessuno m'ha vista. Ah, mi so nascondere da voi. Sono

lontana, sono lontana! Un grande amore improvviso? Qualche volta l'amore

si parte dall'estremità della terra, a piedi nudi, per portare una rosa.

È il fratello di Paolo. Ha i denti piccoli e puri come quelli d'un

bimbo. Non voglio più piangere. Mi potrei consolare? Qualche volta nasce

un soffio e ci porta il nostro vero destino. Che direbbe Paolo? e

Isabella? Ci sarà una pena anche per loro. Forse già m'ama. Sono

sciocca. Ma come tutto questo sarebbe strano! Ora parte, ora vola, ora

se ne va nell'aria, se ne va con la mia rosa gialla nel cielo; la rosa

si sfoglia, le foglie cadono, chi sa dove; e tutto finisce, tutto è

dimenticato. Un giorno riceverò un libro di miniature.... Ah, forse

Paolo è già partito. Non bisogna temere per lui. Perché? Moriranno della

stessa morte! Non è dolce Paolo per Isabella in questi giorni, oh no.

Che m'importa? Che mi giova? Non voglio più sapere, non voglio più

vedere. Ha gli occhi lionati. Che penserà di me? Sono venuta da Madura,

con l'indovino che mastica le foglie di betel.... Ah, non è vero. Il mio

cuore non è qui. Per andarmene, gli stringerò la mano? Dopo, mi

cercherà? Mi vorrà rivedere? La luce mi fa male, la folla mi fa male.

Potrei rimaner qui, sedermi su una di quelle brande per aspettarlo, con

un libro di miniature.... Vanina vana, piccola Indiana impastoiata!»

Così i suoi pensieri lievi si sfogliavano sul suo cuore; ma dentro

persisteva l'inquietudine cruda come un'angoscia, che l'aveva spinta in

quel luogo ignoto come in un rifugio. «Ah, mi so nascondere da voi. Sono

lontana, sono lontana!» Ella era separata dai suoi carnefici; sfuggiva

alle tratte della tortura; riprendeva respiro in una specie di aura

fortunosa che forse era per trarla più lungi ancóra. E tra la sua pena e

la sua maraviglia, tra la sua paura e la sua speranza, tra il suo

ricordo e il suo presentimento s'insinuava una specie di piacere

vendicativo quando ella vedeva negli occhi lionati accendersi un

bagliore di fosforo e brillare i piccoli denti bianchi nel fulvo della

barba simile al rame dorato che si sdora. E soltanto quel piacere era

certo, ché tutto il resto era confuso. Ed ella sentiva in sé la sua

giovinezza come una immortalità.

— Una rosa perduta, una rosa ritrovata! Chi La manda a me? Veramente

viene di Madura? Ha fatto tanto cammino? È la prima volta che porto un

fiore nel cielo. Crede che sia leggero? Forse pesa quanto un doppio

destino. Lo porterò in alto, in alto. Le prometto che lo porterò oggi a

un'altezza non raggiunta mai da me né da altri, sopra le nubi.

— Oh no!

— Non me l'offre per questo? Non per questo la Sua cintura è azzurra?

Dal minimo cerchio al massimo cerchio dello stesso colore.

Egli era animato da una ebrezza inconsueta, e da un sorriso ammirabile

che temperava la sua energia e la sua malinconia. Sembrava che

l'apparizione improvvisa di quella creatura sognata e sognante

risvegliasse in lui una musica di gloria onde il mondo sorgeva splendido

fervido libero come non mai. La sua diffidenza e il suo dispregio lo

abbandonavano. Tutta la sua anima era avvolta intorno a una nuova

fatalità e n'era rischiarata ma la nascondeva, come un velo ricco

intorno a una lampada notturna. Qual genio aveva condotto verso di lui

quella creatura ch'era la sorella della donna che il suo amico amava? in

virtù di quale armonia segreta?

— Pronti pel campo! — comandò egli ai suoi uomini, e assicurò la rosa a

sommo del suo petto.

Il grande angelo abbagliante si dibatteva ancora sotto le travi? La

tettoia era in quel punto piena di turbine e di fragore; ché l'elica

aveva ripreso i suoi giri, non più legno visibile ma astro d'aria

nell'aria. E i meccanici ne provavano la forza, avendo legato la

fusoliera con un canapo a un misuratore metallico e questo a un palo; e

il canapo si tendeva allo sforzo come se la grande Àrdea prigioniera

fosse impaziente d'involarsi; e un uomo inginocchiato osservava la

freccia dell'indice.

— Pronti — rispose al comando una voce fedele.

E l'elica s'arrestò; l'Àrdea fu sciolta, cessato il battito del suo

cuore settemplice. Afferrandola per le traverse del corpo e per le

cèntine delle ali, gli uomini si accinsero a spingerla verso il campo di

slancio. Le tende scorrevoli si aprirono; una opulenta luce bionda fluì,

come venuta dall'oro delle più lontane mèssi italiche. Un cumulo di nubi

apparve, alpe ariosa d'ambra e di neve. Il clamore della moltitudine

dava il fiotto marino alla pianura selvaggia. Un uomo era nel cielo,

fragile e invitto, con tutto il busto emergente dal dosso dell'airone,

disegnato contro la vasta bianchezza. Primi i due occhi chiari lo

riconobbero.

Come l'aquila nella valle arenosa non balza a volo ma parte con rapido

passo, corre accompagnando la corsa con un crescente fremito di penne,

si separa dalla sua propria ombra salendo con debole erta, alfine si

libra su la vastità dell'ali rimontando il filo del vento: prima gli

artigli segnano impronte profonde, dopo a grado a grado più lievi,

sinché sembrano appena scalfire la sabbia, e l'ultima traccia è

invisibile: così la macchina su le sue tre ruote leggère correndo nel

fumo azzurrigno, quasi che l'erbe secche della brughiera le ardessero

sotto, lasciava la terra.

Rapidamente s'inalzò. Alla manovra del timone d'altura beccheggiò

fuggendo i mulinelli che sorgevano dal calore del suolo per aggirarla in

piccole volute. Affrontò il vento; e aveva l'oscillazione del gabbiano

quando rimonta, simile a quella dell'acrobata su la corda tesa.

S'inchinò verso la prima mèta nella virata, si raddrizzò; diritta e

veloce a saetta percorse la linea verde della pioppaia di Ghedi;

sorpassò i casali, contrastando ai rìfoli, orzeggiando di continuo;

entrò nel riverbero candido delle nuvole, fu bella come la figura del

dio solare di Edfu, come l'emblema sospeso su le porte dei templi

egizii, tutt'ala.

Giulio Cambiaso non aveva mai sentita così piena la concordanza fra la

sua macchina e il suo scheletro, fra la sua volontà addestrata e quella

forza congegnata, tra il suo moto istintivo e quel moto meccanico. Dalla

pala dell'elica al taglio del governale, tutta la membratura volante gli

era come un prolungamento e un ampliamento della sua stessa vita. Quando

si curvava su la leva a manovrare contro un colpo un salto un buffo,

quando inchinava il corpo verso l'interno del circolo nel veleggio

roteante per muovere con la pressione dell'anca il congegno inteso a

inflettere la velatura estrema, quando nell'andare all'orza manteneva

l'equilibrio con un bilanciamento infallibile intorno al centro di

stabilità e trovava a volta a volta il modo di trasporre l'asse del

volo, egli credeva esser congiunto ai suoi due bianchi trapezii con

nessi vivi come i muscoli pettorali degli avvoltoi che avea veduto

piombarsi dalle rocce del Mokattam o aggirarsi su l'acquitrino di Sakha.

«Fratello, fratello, siamo solitarii, siamo liberi, siamo lontani dalla

terra tormentosa!» pensava Paolo Tarsis che, avendo già compiuto il

primo giro, veniva sopravvento al suo compagno per raggiungerlo. «Non

voglio più esser triste, non voglio più divorarmi il cuore, non voglio

più nasconderti il mio supplizio. Ho bisogno di chiamarti, di gittarti

il mio grido, di riudire la tua voce nel volo. Se tu vinci, io vinco. Se

io vinco, tu vinci. Com'è virile il cielo, oggi!»

Egli lasciava dietro di sé la turbolenza della sua passione, il riso

agitante d'Isabella, lo sguardo febrile e ostile dell'adolescente, la

vanità delle amiche, la stupidità degli accompagnatori, tutto quello

stuolo intruso che l'aveva assalito e oppresso. Ritrovava il suo

silenzio, il suo deserto, il suo cómpito.

— Àrdea!

Mille e mille voci conclamavano il bel nome laziale. Dalle tribune,

dagli steccati, dai carri fermi su la strada di Calvisano, su la strada

di Montichiari, su i crocicchi delle strade candide, dai grappoli umani

appesi agli alberi di confine, dai mucchi nereggianti su i colmigni

delle cascine, dall'immensa moltitudine di fronti alzate verso le vie

divine, dall'innumerabile meraviglia saliva il clamore come un tuono o

come un fiotto intermessi.

— Àrdea!

Paolo Tarsis raggiungeva il compagno, gli passava a portata di voce, era

preso nel vortice dell'elica gemella, sbandava, rullava, guizzava fuor

della rotta, scivolava con la velocità del vespiere, piombava a un

tratto come l'astore, risaliva quasi verticalmente come il germano,

mostrava contro il fulgore le nervature delle sue tele, virava intorno

all'asta della mèta così stretto da radere con l'ala inflessa la punta

della fiamma ondeggiante. Egli aveva gittato verso il compagno il grido

di riconoscimento e di allarme, consueto a entrambi nelle scorrerie

nelle cacce nei bivacchi. Gli era giunto? La risposta s'era perduta nel

rombo?

— Àrdea!

La folla iterava il clamore inebriandosi a quel gioco grazioso e

terribile, a quella gara di eleganza e di ardire, a quella disfida

allegra tra due volatori della medesima specie. In un golfo ceruleo

lunato tra cumuli d'ambra, apparvero entrambi inseguendosi come due

cicogne prima della cova librate su le lunghe ali rettilinee; poi si

persero bianchi nella vasta bianchezza. E, suscitati dall'esempio, altri

si lanciarono, altri si levarono, s'inseguirono. Tutte le tettoie

rombarono e soffiarono, gonfie di procella come le case di Eolo.

Trascinati a braccia sul campo, trattenuti dalle braccia muscolose,

rapiti infine dall'astro violento dell'elica, i velìvoli partivano l'un

dopo l'altro a conquistare il cielo magnifico, taluni giallicci come i

capovaccai, taluni rossastri come i fiamminghi, taluni cinerognoli come

le gru. Scoccavano come i silvani, volteggiavano come i rapaci,

strisciavano come le gralle. Nello strepito imitavano da lungi

l'applauso come i colombi, il tintinno come i cigni, la raffica come le

aquile. Tutte le forze del sogno gonfiavano il cuore dei Terrestri

rivolti all'Assunzione dell'Uomo. L'anima immensa aveva valicato il

secolo, accelerato il tempo, profondato la vista nel futuro, inaugurato

la novissima età. Il cielo era divenuto il suo terzo regno, non conquiso

col travaglio dei macigni titanici ma col fulmine fatto schiavo.

E il cielo viveva come la moltitudine, come quella ebro di maraviglia e

di gioia, di superbia e di terrore, di violenza e d'infinito. Era uno di

quei sublimi cieli d'Italia che rinnovano in un'ora le trasfigurazioni

secolari degli artefici operate nelle volte dei palagi e nelle cupole

dei templi, creano e distruggono tutte le imagini della grandezza,

conciliano l'argentea voluttà del Veronese e la terribilità pietrosa del

Buonarroto. Le nuvole erano un'architettura e una stirpe, una materia

foggiata dallo statuario e dal fìgulo, una gerarchia di angeli, una

genia di mostri, un paradiso di fiori. Sorgevano dai monti, si

adeguavano alle colline, si laceravano alle cime dei pioppi. Simili a

trombe d'acqua lattescente, vibravano di luce in sommo come le sensitive

trasparenze degli esseri marini abitate dall'inquietudine di un fuoco

spirtale. Simili alla carne giunonia nel punto della metamorfosi che

ingannò il Lapite reso folle dal nettare, s'irradiavano d'un sangue

improvviso; poi sùbito si coprivano di macchie smorticce come le squame

caduche dalla pelle infetta di lebbra. Simili a un'argilla diafana sul

tagliere d'un vasaio che la foggiasse con dita invisibili, prendevano la

forma dell'urna; e un'ansa nasceva dal fianco, docile s'incurvava

appiccandosi al labbro, nel vano includeva l'azzurro, e tutto lo sparso

azzurro intorno non era come quel poco. Altre simigliavano altre figure

altre creature altre favole altre arti. Il mondo dei miti e dei sogni

rioccupava la cavità del cielo, evocato dal nuovo sogno e dal nuovo

mito.

Allora fu visto uno dei grandi uccelli dedàlei inchinarsi verso terra,

risollevarsi, sbandare, nella virata bassa urtare contro il suolo,

restare immobile su l'ala infranta con alzata l'ala intatta senza il

battito dell'agonia, esanime avanzo di vergelle e di canape, lordo di

olio nero. L'uomo balzò dai rottami, si scrollò, guardò la sua mano

sanguinante, e sorrise.

Allora fu visto un altro velìvolo, come quei rapaci notturni che

abbarbagliati dal sole cozzano contro l'ostacolo e tramortiscono,

precipitarsi contro lo steccato, abbatterlo per un lungo tratto fra alte

strida, capovolgersi con tutte le tele lacere, tutti i nervi recisi,

tutte le ossature stronche, silenzioso dopo lo stroscio in un cerchio

d'orrore, muto sfasciume sul suo cuore di metallo ancor caldo e fumante.

La folla sbigottita e avida fiutò il cadavere, non apparendo dell'uomo

se non le gambe prese nei fili d'acciaio aggrovigliati. Ma quegli fu

tratto dall'intrico, fu dissepolto, fu rimesso in piedi. Pallidissimo,

vacillò, si ripiegò, mozzò tra i denti il ruggito dello spasimo, sotto

le dita che lo palpavano. Aveva il femore in frantumi. Due soldati lo

trasportarono sopra una delle tavole abbattute dal cozzo, supino con gli

occhi verso le nubi. L'ombra d'un volo vittorioso passò su la sua

disperazione.

Allora fu visto di sùbito apprendersi ad altre ali il fuoco senza

colore, che non appariva nel giorno se non pel rapido annerirsi e

involarsi della tela su per le nervature di faggio e di frassino già

crepitanti come sermenti. Divampava nella rapidità l'incendio,

scoppiando le fiamme dalle valvole semiaperte. Come una grande falarica

avvolta di stracci intrisi in olio incendiario, scagliata dalla corda

della balista, l'ordegno percosse la terra con tale impeto che vi

s'addentrò. Esplose nell'urto il serbatoio inondando la carcassa

schiantata e l'uomo vivo. La fusoliera ardeva come un brulotto. Nella

coda simile alla cocca del quadrello, erette le timoniere stridivano.

E allora fu visto l'uomo vivo avviluppato dal fuoco senza colore

rotolarsi su l'erbe arsicce con una furia così selvaggia che il suo

cranio dirompeva il suolo friabile. La folla urlò, presa alle viscere

non dalla pietà pel morituro ma dalla frenesia del giuoco mortale. Un

altro uomo, che volava nella nube, con un colpo temerario del timone

d'altura calò giù a piombo come l'avvoltoio sul pasto; a poche braccia

da terra si librò seguendo lo strazio dell'affocato che ancóra

s'avvolgeva sopra sé stesso invincibilmente; si sporse alquanto per

riconoscerlo; lo guardò spento arrestarsi; rapido s'impennò, risalì per

l'aria, s'inazzurrò nell'ombra, si dorò nel sole, continuò la sua rotta.

Lo raggiunse l'urlo della folla in delirio.

— Tarsis! Tarsis!

Il soffocatore della vampa era sorto in piedi, nericcio, fumido, oleoso,

coi capelli strinati, con le vesti incarbonite, con le mani cotte,

atrocemente vivo. A duecento metri da lui, del suo ordegno distrutto non

rimaneva se non il motore arroventato fra i tubi contorti e divelti.

Egli guardò le sue mani che avevano strozzato il fuoco ribelle.

Un delirio crudele venò di rosso i mille e mille e mille occhi levati

verso il convesso circo celeste. La cruenta gioia circense rifluì nei

precordii ansiosi. Un sùbito aumento di vita estuò sotto l'imminenza

della morte. Le ali dell'uomo parvero non più fendere il cielo

insensibile ma l'anima oceanica della specie, gonfiata come una marea

sino alla linea del più alto volo. Gli elementi asserviti, le forze

naturali sottomesse, le divinità constrette erano pronti sempre a

insorgere per lacerare, per annientare il fragile tiranno, come quelle

belve prigioni che si scagliano contro il domatore se a pena egli batta

le palpebre o distolga la punta dello sguardo. La lotta era incessante,

il pericolo era onnipresente. Come l'Ortìa sanguinaria dell'antica

Tauride, l'Ignoto non stava assiso ma ritto in piedi su l'ara esigendo i

sacrifizii umani. Le vittime osavano guardarlo con pupille inflessibili,

fino al limite del Buio. Che erano mai al paragone i giuochi

dell'anfiteatro? L'uomo non più andava alle fiere nell'arena angusta, ma

alle macchine micidiali su le vie della terra del mare e del cielo; e il

pollice riverso era di continuo sopra lui. Un'ombra tragica e una luce

tragica a volta a volta oscuravano e irraggiavano lo spazio.

— Tarsis! Tarsis!

L'Àrdea continuava la sua rotta, girava le mète nel decimoquinto giro.

Il Latino era per ritogliere il primato al Barbaro. Nella calca efimera

e indistinta le radici eterne della stirpe fremettero. Tutti i cuori

furono alati per sostenere il volo eroico. Tutte le gole riverse

gittarono al prode il suo nome come un soffio sonante che incitasse la

rapidità. Gli comandarono di vincere.

— Tarsis!

Egli sosteneva il volo con la sua pazienza, incitava la rapidità con la

sua febbre. A quando a quando, contro la nuvola o contro l'azzurro, il

suo busto emergente appariva proteso come per l'istinto di acuirsi, di

sfuggire al contrasto dell'aria, di adeguarsi alla forma del fuso e del

dardo. E gli occhi più perspicaci o i meglio armati scorgevano il suo

capo scoperto, a cui il vento aveva rapito il camaglio; scorgevano il

suo viso affilato, onde pareva esalarsi l'ardore dello sforzo come di

fra le alette dei cilindri il calore dell'attrito, quel viso fatto quasi

di fluida violenza, quasi che il vento rovesciasse indietro non soltanto

i capelli di su la fronte ma dal mento alle tempie tutte le fibre dei

muscoli palesi.

— Tarsis!

Egli era omai solo. Il cielo ridiveniva deserto. Qua e là sul campo i

velìvoli s'atterravano: si posavano come migratori affaticati, cadevano

sul fianco o sul rostro come falchi feriti. Una luce fulva, lo splendore

distante delle biade mature, si spandeva su la brughiera selvaggia.

L'abete degli steccati brillava come oro forbitissimo. Le mura delle

cascine, le facce delle chiese e delle ville, i culmini dei campanili e

delle torri in lontananza ardevano. Le ombre delle mète, delle travi,

delle antenne s'allungavano.

Egli era solo: non vedeva più nulla, se non l'astro vorticoso

dell'elica; non udiva più nulla. se non il palpito eguale del motore, la

settupla consonanza. — Dov'era il suo compagno? che gli era accaduto?

quale cagione l'aveva costretto a discendere? — Percepì una pausa in un

cilindro, un'altra pausa in un altro, poi più pause intermesse; e il

cuore gli si serrò, e gli parve di farsi esangue come se le sue arterie

si vuotassero nei tubi metallici. — La sorte lo tradiva d'improvviso? —

Orzò di punta, contro un rìfolo; manovrò di gran forza, radendo contro

strettamente quanto più poteva; girò la mèta penultima virando a pochi

pollici dal pennone; di tutta la sua volontà fece un dardo inflessibile,

fece uno di quei dardi che i feditori chiamavano soliferro, tutto ferro

asta punta e cocca; tracciò con l'animo sino al traguardo una linea più

diritta di quella che le maestranze segnano col filo della sinopia.

Quando l'animo che aveva trapassato i sensi rientrò nel cuore, egli potè

udire con l'orecchio pacato il lavoro dei cilindri ridivenuto unisono,

il palpito energico ed esatto. Per istinto, come se il suo compagno

fosse là, modulò la voce gutturale ch'era il segno del contento nel loro

gergo bizzarro di tenda e di ventura appreso dalle bestie domesticate e

dai linguaggi barbarici. Rise in sé solo, pensando come in quel punto

dovesse agitarsi l'enorme pomo d'Adamo su e giù nella gola secca di John

Howland. Gli tornò nella memoria lo strano riso dell'ornitologo amico

degli avvoltoi, simile a quel rumore di tabella che fanno col becco le

cicogne: «_Alis non tarsis_». Vagò per pensieri involontarii e informi,

come se d'un tratto la sua attenzione si fosse dispersa, come se

l'evento avesse perduto ogni valore. Poi ebbe il petto traversato

dall'imagine d'Isabella: rivide il viso di fàscino e di periglio sotto

la larga falda ornata dell'airone bianco a lunghe piume tremule, rivide

il gioco dei ginocchi nella gonna cinerina che con l'arte di due pieghe

inesplicabili imitava due ali chiuse. Fu pieno d'ebrezza e di vendetta.

Ancóra un giorno d'attesa!

Subitamente l'intervallo si chiuse; il nucleo della forza si ricompose.

Di nuovo egli sentì che le sue vertebre armavano tutto il congegno e che

l'ossatura delle ali simile all'omero tubulare dell'uccello era

penetrata dall'aria stessa dei suoi polmoni. Di nuovo gli si creò nei

sensi l'illusione di essere non un uomo in una macchina ma un sol corpo

e un solo equilibrio. Una novità incredibile accompagnò tutti i suoi

moti. Egli volò su la sua gioia. Una intera stirpe fu nuova e gioiosa in

lui.

— Àrdea! Tarsis!

Scorse issato su l'albero dei segnali il disco che segnava la sua

vittoria. Udì salire il fiotto marino. Guardò: intravide la massa grigia

della folla, pallida di facce, irta di mani. Se bene volasse a calata

per girare la mèta, gli parve di alzarsi vertiginosamente per superare

un culmine immobile. S'inchinò, virò, passò, in un tuono di trionfo, in

uno sprazzo di fulgori, bianco e lieve, sfavillante di rame e d'acciaio,

sonante di fremito, messaggero della più vasta vita.

Allora, mentre il vittorioso proseguiva la sua rotta per superare la sua

vittoria così che ogni speranza di rivincita nel vinto fosse vana, su

l'albero dei segnali apparvero i due triangoli neri che nominavano

Giulio Cambiaso, e il quadro bipartito bianco e rosso che indicava la

gara del più alto volo.

Durava tuttavia nella moltitudine la violenta fluttuazione che succede

alla tempesta. Nell'anima immensa ferveva e luceva il solco eroico

lasciato da colui ch'era scomparso anche una volta tra ombra e luce per

cercar di porre ancor più lontano la sua erma nell'intentato. L'ansia

era ancóra aspettante. L'annunzio della nuova prova era una promessa

magnifica e tremenda sospesa nel vespero. Quando il compagno di Paolo

Tarsis montò su l'Àrdea per partire, ogni tumulto cadde. L'elica rombò

nel silenzio.

«La rosa di Madura, la rosa ritrovata! È la prima volta che porto un

fiore nel cielo. Dove sarà la piccola Indiana olivigna? Forse mi guarda,

forse ha paura, forse la sua dolce anima trema nella sua cintola

azzurra, sotto il cappello inghirlandato. Che strana visita! La rivedrò

quando sarò disceso? la incontrerò più tardi? Paolo troverà ancóra un

pretesto per tenermi lontano.... La rosa gialla di Madura! La porterò in

alto, in alto».

Il polo del cielo era sgombro, in forma di orbe, come veduto dall'arena

di un anfiteatro, cupola incurvata su l'ordine dei pilastri e degli

archi. I portici colossali delle nubi lo sostenevano, domato l'incendio.

Uno spirito misterioso inspirava le figure informi che su i fastigi

s'allungavano s'inchinavano si rovesciavano come la Notte e l'Aurora su

i sepolcri medicei, come nel volume della Sistina i Profeti e le

Sibille. Sparivano la città di legno e le sue piccole cose, ma le grandi

s'ingrandivano con l'ombra e con l'ansia. Ora la Nike su la colonna

romana era grandissima.

«La porterò a un'altezza non raggiunta mai da me né da altri, sopra le

nubi». E l'Àrdea girò con largo giro intorno al bronzo verde. L'ala

rettilinea fu bella come l'ala solare consacrata dal culto egizio. Il

popolo, che aveva tratto la dea sul carro e ridato al vento il peplo

dorico, sentì la duplice bellezza e gridò la prima sillaba dell'inno

senza lira. Incominciava per lui un'atroce gioia.

A onde, a cerchi l'Àrdea saliva. D'onda in onda, di cerchio in cerchio

il rombo si faceva più fievole; d'attimo in attimo perdeva ogni

violenza: fu come il battito della maciulla su l'aia, fu come il ronzio

d'uno sciame nell'arnie, fu come i rumori agresti che cullano i sogni,

fu come i canti che lontanano, come i canti che lontanando aprono

l'infinito della tristezza e del desiderio; parve inazzurrarsi come la

macchina, come l'uomo; s'ammutolì, non fu più nulla; non poté più essere

udito se non da quel solo.

La folla era protesa in ascolto, con l'anima nelle pupille, trattenendo

il respiro. E la diminuzione graduale del suono creava in lei un

sentimento della lontananza così profondo che la sua vista n'era illusa.

L'uomo sembrava già assunto in un'altezza incalcolabile, interamente

disgiunto dalla sua specie, solo come nessuno mai fu solo, fragile come

nessuno mai fu fragile, di là dalla vita come il trapassato. Lo spavento

dell'ignoto incavò tutti i petti.

«Non più! Non più!» diceva lo spavento. «Ancóra! Ancóra!» diceva lo

spasimo avido d'un altro spasimo.

«Non più! Sei già troppo alto. Dài la vertigine».

«Ancóra! Sali! Tocca almeno l'orlo di quella nube».

«Non più! Un soffio può ucciderti, un nulla: un filo che si spezza, una

scintilla che s'interrompe».

«Ancóra! Non cedere! Dove tu sei, fu già un altro uomo. Bisogna che tu

superi il punto, che tu conquisti un cielo nuovo».

«Non più! Ecco, precipiti».

«Ancóra! La morte ti ammira».

E un urlo di tutti i petti ventò verso l'intrepido; ché su l'albero

attrezzato biancheggiava il segno di gloria. L'Àrdea fendeva un cielo

nuovo.

«Non più! Hai vinto».

«Ancóra! Stravinci».

Lo spasimo della folla era come la pulsazione incessante d'una febbre

unanime, che si comunicasse all'aria insensibile e giungesse fino a

quell'ali d'uomo. L'unanimità sublime e selvaggia era come un elemento

che si mescesse all'elemento e ne alterasse la natura e ne facesse come

un modo di vita inopinato. Il cielo fu come un destino imminente.

«Ancóra! Ancóra!»

Pareva che la legge delusa non potesse più esser vendicata, che di là

dal limite il pericolo fosse scomparso, che per eccesso d'ardire l'uomo

divenisse immune e impune. Omai l'ordegno non era se non una freccia

sospesa per incanto nel cielo impallidito. L'attimo era eterno. Nessuna

parola poteva esser detta. La moltitudine respirava nella favola come se

là, dove s'affisavano le miriadi delle sue pupille, fosse per

risplendere una nuova costellazione.

— Discende! Discende!

Il fascino fu rotto. Fu detta quella parola, prima a bassa voce poi con

clamore ineguale.

— Discende!

Si vedeva la freccia ingrandirsi, rapidamente ridivenire congegno alato.

Qualcosa di lucido e d'opaco, a volta a volta luccichìo lieve ed ombra

indistinta, solcava l'aria sott'essa. Forse tal fu la prima penna caduta

dall'òmero d'Icaro sul mare.

Una voce di terrore gridò:

— L'elica! Una pala dell'elica!

E il terrore si propagò per tutta la folla, non da voce a voce ma da

carne a carne. Come si scolorava la nube, la folla si scolorò,

irriconoscibile: un solo pallore occhiuto, col bianco d'innumerevoli

occhi nelle orbite sbarrate, fiso alla sorte dell'uomo.

— Cade!

Le voci, i rumori avevano un innaturale rimbombo, non nell'aria ma

nell'anima.

— Cade! Cade!

E nessuno più gridò, nessuno più respirò. Tutta quell'umana angoscia

ebbe una sola faccia convulsa, un solo sguardo seguace: vide le ali

dell'uomo oscillare, inchinarsi dall'una all'altra banda come in un

rullìo folle; vide ai colpi del timone la lunga fusoliera impennarsi,

beccheggiare, per alcuni attimi adeguare i piani nella librazione della

discesa, dare in un baleno la speranza della salvezza, poi d'improvviso

precipitare innanzi, senza più sostegno piombare con la velocità del

peso morto, urtare la terra con uno schianto che nel silenzio cavo

dell'anima parve un tuono.

Grido non partì, gesto non si levò. Per alcuni attimi, tutto fu immoto,

tutto somigliò a quel fascio di tele e di verghe, a quel mucchio

biancastro, a quel gran lenzuolo funerario, che distava dieci passi

dalla base della colonna romana. Non la luce del vespero ma la luce

dell'evento rischiarava le genti e le cose. La pianura ebbe un aspetto

oceanico, le nubi furono come un ciclo di mondi, il cielo fu come il

diamante impenetrabile. Il dominio delle forze eterne fu restituito.

Poi s'udì il galoppo dei cavalli accorrenti. Poi di sopra gli steccati

la folla si rovesciò sul campo, avida di vedere il sangue, di guardare

la carne lacera. Poi, su la folla che già ridivenuta selvaggia

s'incalzava e si batteva per lo spettacolo atroce, stettero la colonna e

la statua solitarie, due creature immortali dell'artefice efimero, che

armavano di bellezza l'orgoglio invitto dell'uomo. Le ali di bronzo

testimoniarono per le ali di lino.

— È morto? Respira? È schiacciato? Ha il cranio aperto? stronche le

gambe? rotta la schiena?

Le domande lugubri comunicavano l'orrore agognato. Respinta dai

cavalleggeri la folla ondeggiava, tumultuava. Le bestie crinite

scalpitavano, sbuffavano, col sudore su i fianchi, con la schiuma nei

freni. Per vedere, i più avidi si chinavano sotto le pance dei cavalli,

s'insinuavano tra le groppe, restavano stretti fra sprone e sprone.

Come i rottami furono rimossi, districate le sàrtie, sollevate le tele,

apparve il corpo esanime dell'eroe. L'occipite aderiva alla massa del

motore per modo che i sette cilindri irti d'alette gli facevano una

sorta di raggiera spaventosa, lorda di terra e d'erba sanguigne. Gli

occhi leonini erano aperti e fissi; la bocca era intatta e tranquilla,

senza contrattura alcuna, senza traccia d'ambascia, coi suoi puri denti

di giovine veltro nel fulvo della barba fine come lanugine. L'arteria

della tempia, recisa da un filo d'acciaio con la nettezza d'un colpo di

rasoio, versava un rivo purpureo che riempiva l'orecchio, il collo, la

clavicola, le cellette sottostanti del radiatore contorto, un pugno

semichiuso. Chinandosi un medico sul petto per ascoltare il cuore che

non batteva più, sentì contro la guancia prona il fresco d'una foglia di

rosa.

— Tarsis! Tarsis!

Un nuovo fremito corse allora la folla ebra e costernata quasi che la

doglia del compagno superstite s'irradiasse in lei. S'udiva distinto,

nell'alta quiete del vespero, approssimarsi il rombo del volatore

infaticabile che girava la mèta.

La sera su tutte le strade era come una sera di battaglia. L'apparizione

del fuoco e del sangue nel giuoco eroico aveva esaltato anche le più

umili vite. Indelebile rimaneva nella memoria l'imagine del cadavere

avvolto nella fiamma rossa dei segnali e trasportato su la barella fra

il popolo taciturno, per la triste landa, sotto l'albore crepuscolare

inciso dal novilunio.

Ora su tutte le strade era l'inferno del fuoco e del ferro. I veicoli

fragorosi, furenti di rapidità contenuta, fatti d'ombra informe e di

splendore accecante, s'incalzavano, s'accalcavano. Fra gli scoppii e gli

sprazzi, gli squilli rauchi delle trombe e gli ululi lùgubri delle

sirene si rispondevano come le voci del pericolo e dell'allarme. Il fumo

e la polvere turbinavano in zone di luce violenta; un odore acre

avvelenava l'afa; le figure umane apparivano e sparivano come larve,

quasi perdute su i mostri ruinanti.

— Ah, orribile, troppo orribile! — lamentò Isabella Inghirami, tutta

chiusa nel mantello e nel velo, stringendosi addosso a Vana che batteva

i denti come nel ribrezzo della febbre. — Non s'arriva mai. Aldo, passa

innanzi, passa, passa!

Un'impazienza irosa sibilava nelle sue parole. La sosta, nel fragore e

nell'orrore, pareva senza termine.

— C'è il fosso a destra.

— Non importa!

— Ecco, si va.

La macchina avanzava per breve tratto, coi fanali contro il serbatoio di

quella precedente; poi s'arrestava, pulsando, sussultando. Le sirene

ulularono. Un cane latrò sul ciglio del fosso: colpiti dai raggi, gli

occhi gli sfavillarono d'un bagliore demoniaco, più verdi degli smeraldi

contro il sole.

— Vana, batti i denti?

— Ho freddo.

— Tanto freddo?

— Sì.

— Hai forse un poco di febbre?

— Non so.

Entrambe erano velate, e neppure intravedevano i loro volti. La sera di

giugno era umida ed elettrica. Lampeggiava, laggiù, verso il Garda. Vana

teneva su le ginocchia le rose della sua cintura, per preservarle. Tutto

era oltranza audacia e constrizione, dentro di lei.

— Ti senti ancóra svenire?

— No.

— Farò sapere a Giacinta Cesi che non andremo a pranzo.

— Sì. Ma tu puoi andare, forse.

Vana aveva già il suo proposito occulto.

— Credi?

Entrambe, oscure l'una per l'altra, sentivano soffrire le loro voci come

si sente soffrire una mano bruciata, una caviglia distorta. Chiuse nella

dissimulazione, caute, si palpavano con le loro voci come con qualcosa

di dolente a cui ogni più lieve tocco sia un urto che l'offenda e

strazii. Dall'ora di Mantova, separate all'improvviso per uno di quei

piccoli fatti che sono come un colpo di cesoie in un filo teso, si

spiavano, si esploravano. Sotto le apparenze della loro vita comune

covavano i loro istinti di dolore, di menzogna e di lotta, l'una

facendosi forte della pazienza terribile ch'era in fondo alla sua furia

vitale, l'altra consumandosi negli eccessi nelle contraddizioni nei

languori della sua verginità sospesa fra tanta inconsapevolezza e tanto

conoscimento. Talvolta una bontà subitanea le ammolliva; e le assaliva

un bisogno quasi carnale di stringersi l'una contro l'altra, di

schiacciare fra l'uno e l'altro petto la pena inconfessata. Strette,

mute, rievocavano intorno alle loro anime il torpore delle loro culle,

il calore della protezione materna, lungamente immobili come il malato

che teme di risvegliare lo spasimo assopito; ma sentivano a poco a poco

nel silenzio riformarsi, con la materia stessa delle vene delle ossa dei

polmoni del cuore fusa in una massa cieca, riformarsi e dilatarsi quel

che le faceva soffrire e nascondere.

— Ah, Vana, non battere i denti così!

— Scusa. È un freddo nervoso. Non posso vincerlo.

Ella prese fra i denti il suo velo; e prese la sua ragione e la tenne

ferma, come si prende fra le mani il capo che duole e vacilla. Ma le

sfuggiva, pareva disgregarsi, decomporsi in imagini rilevate come le

cose reali e brutali. Ora rivedeva i denti di Giulio Cambiaso, i denti

minuti e candidi, il sorriso smarrito dell'uomo che non era più, il

movimento delle labbra nel proferire le parole del sogno: «Una rosa le

cadde giù pel suo panno azzurro, su le lastre che riflettevano i suoi

piedi nudi». Anche negli occhi che li aveva guardati c'era un poco di

morte; anche quello sguardo, che s'era piaciuto di quel sorriso, era

morto; quel freddo, ch'ella ora pativa, le veniva da quel cadavere, «È

la prima volta che porto un fiore nel cielo. Crede che sia leggero?

Forse pesa quanto un doppio destino. Lo porterò in alto, in alto....»

Non era egli stato ucciso da quella rosa? dalla rosa di Madura?

Ella sobbalzò sul sedile, in un violento sussulto.

— Mio Dio! Che hai? che hai, Vana? Come ti sei sbigottita! Càlmati.

— Abbi pazienza. Isabella. Mi calmerò. Non badare ai miei nervi scossi.

— Mi fai troppa pena, povera povera Vanina!

Ora la semplice tenerezza parlava nella voce, senza cautela. La sorella

maggiore attirò a sé la minore, come per cullarla. Un arresto repentino

della macchina le scrollò, le gettò l'una contro l'altra. Vana s'accorse

che il braccio d'Isabella le girava intorno alla cintura. Il groppo

dentro le si sciolse per singhiozzi brevi e sordi. In quel punto ella

non sentì se non la sua disperazione e la sciagura sospesa nella notte

funesta. Singhiozzò pianamente, all'ombra della ghirlanda di rose

gialle.

— Povera povera piccola!

E già quella compassione indefinita pesava al suo orgoglio selvaggio.

S'era appena allentato il nodo, e già si restringeva, si raddoppiava,

ridiveniva durissimo. «Mi compiangi? per quale cagione? Sai tu forse di

che io soffra? Non sai nulla, né quel che ho fatto né quel che farò. Mi

compiangi perché mi schiacci, perché mi vinci, perché m'impedisci di

vivere? Vedrai, vedrai».

Nell'inferno del ferro e del fuoco le sirene ululavano come per le sere

di nebbia in vicinanza dei porti irraggiati dai fari e appestati dal

lezzo delle sentine. L'acredine era irrespirabile.

— Vana, Vana, coraggio! Siamo in città, finalmente! Ti veglierò, ti

addormenterò.

Le sirene tacevano. Squillavano le trombe. Una fanfara guerresca

traversava le vie ondeggianti di bandiere, folte di popolo. Un grido

sinistro s'iterava nel fragore: «La morte! La morte!» Da lungi, da

presso un altro grido rispondeva: «La vittoria! La vittoria!» Uomini

scapigliati, curvi da una banda come storpii pel cumulo di carta che

gravava il braccio, correvano a gara gridando il nome della vittima e il

nome del vittorioso, sventolando il foglio ancor umido d'inchiostro,

ignobili, sozzi di schiuma, fetidi di vino. Ma la torre della Pallata,

la Loggia, il Broletto, la Mirabella, i baluardi del Castello visconteo,

le vecchie pietre del Comune e della Signoria, ardevano di luminarie

nell'assalito cielo. E tutta la città prode, come al tempo dei Consoli e

dei Tiranni, era piena di fragore, di ardore, di morte e di vittoria.

— Aldo, — disse Isabella sommessamente, con una commozione grave nella

parola, dopo una lunga pausa occupata dal giro tormentoso della profonda

ruota a cui le vite segrete delle tre creature erano avvinte — Aldo, tu

dovresti tornare a Montichiari stanotte, per vedere Paolo Tarsis, per

chiedergli se abbia bisogno di te....

— Bisogno di me?

— Per dirgli che siamo con lui, che siamo col suo dolore.

— Credi che questo lo consolerebbe?

— Non so se lo consolerebbe, ma mi sembra che tu debba fare questo

passo.

— Che gli importa di me? che gli importa del mondo intero? Già tu m'hai

mandato una volta. Se tu lo avessi veduto, ora penseresti che è meglio

lasciarlo solo.

Un aspro affanno travagliava l'adolescente, una sorta d'invidia ascetica

verso la potenza di quel dolore, un'aspirazione tumultuosa verso

l'inaccessibile solitudine di quello spirito. Egli voleva tutto dalla

vita. Tutto era dovuto alla sua giovinezza dalla bella fronte. Ogni

spettacolo dell'altrui passione o dell'altrui piacere gli suscitava il

rancore come per un privilegio che gli fosse tolto. Egli soffriva di

ritrovarsi in quella vecchia stanza d'albergo ingombra di bauli, piena

dell'odore languido emanato dalle vesti femminili sparse per ovunque,

dai veli, dalle piume, dai guanti, dalle tante squisite cose vane;

mentre laggiù, nella brughiera selvaggia, sotto il nudo ricovero, un

vincitore vegliava il cadavere del suo compagno avvolto nel vessillo

della gara e disteso sul letto da campo, con un dolore magnanimo che

agguagliava quella tettoia d'abete e di ferro alla trabacca d'abete e di

paglia costrutta dai Mirmìdoni, ove portarono gli Achei la spoglia di

Patroclo Actòride.

— Vuol esser solo. Ha congedato quelli che s'erano offerti di far la

veglia d'onore per turno. Ha dato ordini brevi ai suoi meccanici. Ha

fatto calare la barra. Quando io gli parlavo, mi guardava come se non

m'avesse mai conosciuto.

Né egli stesso l'aveva mai conosciuto. Né mai gli era apparso tanto

estraneo, tanto diverso, d'una razza tanto distante dalla sua, d'una

statura tanto più fiera. Né mai aveva egli mirato da presso un dolore

umano che somigliasse a quello, che ingrandisse così straordinariamente

un mortale, che fosse non un affetto palpitante ma qualcosa di fermo e

d'impenetrabile, una sorta di armatura senza fallo, una mole solida e

intera scolpita in effigie d'uomo.

— Se m'accompagni, io vado — disse repente la donna, guardando negli

occhi il fratello con uno spasimato ardire.

Il cuore di Vana balzò. Ella era distesa sul letto, supina, con le

palpebre socchiuse, con gli orecchi intenti; e lo sforzo dei suoi

pensieri sollevava pesi enormi che le ripiombavano sopra.

— Sei pazza — rispose Aldo con una pronta asprezza. — Credi ch'egli

abbia bisogno di te?

— E se io avessi bisogno di lui? — disse Isabella con una voce sommessa

e pure imperiosa, ch'era come un colpo coperto.

Il fratello impallidì. Ella gittò un'occhiata al letto occupato dalla

forma bianca e immobile. L'amore turbinò dentro di lei, travolse tutto,

esasperato dall'impedimento, infiammato da una gelosia insana contro

quel grande dolore che usurpava il suo dominio. Perché Paolo non l'aveva

cercata? non aveva tentato di vederla almeno per un minuto? non le aveva

dato alcun segno? E perché egli aveva tenuta quasi nascosta

quell'amicizia, s'era sempre studiato di non parlare dell'amico e di non

mostrarlo, come per una diffidenza oscura, come per una precauzione

istintiva contro un pericolo o un maleficio? Quella gli era forse più

cara del suo amore? E l'amore era vinto dal lutto? forse offerto in

sacrifizio all'Ombra fraterna?

La voluttà e la crudeltà di Mantova le rifluirono nelle vene. Ed ella

riudì le parole ambigue da lei dette nella stanza delle tarsie, nella

cassa dorata del clavicembalo, quando Vana aveva chiesto il significato

del numero XXVII; riebbe sotto le pàlpebre lo sguardo che aveva imposto

la nuova attesa, consentito il termine memorabile.

«Domani, domani!» ella pensava sconvolta come se a un tratto, dopo aver

sì crudelmente indugiato, non volesse più attendere. «Potrei fargli

dimenticare il suo dolore? Conosce la mia bocca. Che farà egli? Partirà?

accompagnerà la salma del suo amico? non mi tornerà più? o quando?»

Ora ella lo amava con tutte le forze della sua vita, perdutamente; e

implorava dal suo amore una potenza senza limiti, una virtù d'incanti.

«Entraste, come chi apre una porta e comanda a un estraneo: — Lascia

tutto e vieni con me. — E non dubita dell'obbedienza». Le si

riaccendevano nella memoria le parole di Paolo dette su la via della

morte, dopo la corsa folle contro il carro carico di tronchi. E

raccontava al suo cuore divenuto puerile: «Ecco, ora vado al campo;

m'accosto alla sua tettoia; separo le cortine e sporgo il viso. Egli è

seduto accanto al letto funebre. Mi sente, mi guarda, si alza, cammina

come un sonnambulo, si lascia prendere per la mano, dimentica tutto,

viene con me, nella notte, nell'alba».

Il fratello non aveva risposto, non aveva più parlato. Facendo schermo

della mano agli occhi contro la luce delle lampade, di sotto la mano

guardava la sorella, considerava quel viso di delicata polpa che un

sentimento misterioso modulava come un'aria sempre eguale e sempre

diversa, quel viso d'anima e d'arte a cui un pensiero disegnava il mento

il sopracciglio la gota e un altro cancellava il disegno per rinnovarlo

con una curva più dolce, con un'ombra più eloquente, con un rilievo più

fiero. «Perché mi ferisci? Perché mi ardi?» Ora quello era il viso

stesso dell'amore, malato d'angoscia, simile a un fuoco che sotto la

pioggia svenga e non si spenga. Era il viso della passione e della

magìa, con quegli occhi socchiusi per attirar l'invisibile, di sopra e

di sotto vestiti dalle cupe viole delle palpebre che non velavano lo

sguardo, perché anch'esse guardavano come in certe imagini del Cristo

che, fisate lungamente, mutano l'ombra delle occhiaie in due pupille

indimenticabili. Era il viso della voluttà e della crudeltà, con quella

bocca atteggiata a mordere l'ambiguo dolore come uno di quei frutti

pallidi che l'innesto fa sanguigni. «Perché mi riapri la piaga?»

Egli già aveva attenuata di dubbii la subitanea divinazione del bacio

selvaggio; aveva persuaso a sé medesimo la possibilità d'essersi

ingannato; s'era acquetato nella continua vigilanza. Ed ecco, ella

confessava il suo amore, più con quel suo viso muto che con le inattese

parole; rompeva i ritegni; era pronta alla ventura. Gli ritornò

nell'anima il gemito che l'aveva accompagnato nelle ambagi della ruina.

«Addio! Addio!»

S'udiva a quando a quando lo squillo d'una tromba, il fragore d'una

ferrea corsa a traverso la notte, un fischio di richiamo, uno scoppio di

voci violente. La città era insonne.

— È viva la madre di Giulio Cambiaso? — domandò Isabella, con molta

dolcezza, perché pesavano anche a lei le ultime sue parole. — Aldo, non

sai?

— Non so.

— Se vive, chi le dirà la sua sciagura?

— Uno strillone brutale, sotto la sua finestra, all'alba, nel

dormiveglia. Prima frantenderà il nome; poi l'anima sola, più desta

della povera carne, ascolterà. Non crederà di avere inteso; ascolterà

ancóra quella voce più lontana, che sarà rauca d'acquavite.

Nell'intervallo udrà cantare la rondine sotto la gronda, come negli

altri mattini. Senza sangue, senza respiro, vuota di tutto, nel buio

della stanza, con gli occhi sbarrati, vedrà lo spavento del giorno

entrare per le fessure....

— Ah, perché imagini quest'orrore?

Vana si levò a sedere sul letto, palpitante.

— Vana, t'abbiamo svegliata? T'eri assopita?

— Sì — rispose la piccola sorella, dopo un indugio, simulando la voce

assonnata.

— Sognavi?

— Sognavo.

— Non vuoi coricarti?

Vana si lasciò ricadere sul letto come ripresa dal sonno invincibile.

— Lasciami dormire così ancóra! — mormorò con un profondo sospiro.

— Anch'io muoio di stanchezza e di tristezza. Ora ti mando Chiara a

spogliarti.

— Dopo, dopo. Tu prima....

Mormorava interrottamente come affievolendosi nel sonno. Già pareva

dormire quando Isabella si accostò al letto col suo passo lieve. Sentì

ella il profumo delle rose bionde che erano là presso a ravvivarsi in un

vaso d'acqua. Si chinò, toccò appena con le labbra i capelli

addormentati. Si ritrasse.

— Va, ripòsati anche tu, Aldo — disse teneramente al fratello,

porgendogli la gota. — Anche tu hai l'aria d'essere molto stanco.

Egli fece l'atto di baciarla ma non la giunse.

— Il broncio? — disse ella con un sorriso penoso.

Egli, ch'era per uscire, si volse e senza sorridere prese la testa di

lei fra le sue mani, con un gesto appassionato; la inchinò per guardare

perdutamente il viso stesso dell'amore.

— Aldo! — chiamò ella con la voce rotta da un colpo sordo del cuore

appesantito, sentendo il gelo delle mani fraterne.

Egli la lasciò, uscì fuggendo. Ella si soffermò ad ascoltare il respiro

della sorella. In quel punto la strada taceva, ma s'udiva un fragore

lontano di carri. Imagini incoerenti si avvicendavano nel suo spirito e

l'allucinavano. Quella del suo amico le riapparve difforme come nella

spera convessa del fanale, col mostruoso torace decapitato, col pugno

gigantesco nel guanto rossastro. Ben era sveglia, ma l'incubo premeva la

sua stanchezza come s'ella gli soggiacesse supina. Una nera paura la

occupò: le forze fatali della notte si precipitavano sopra di lei come

per predarla. Verso quel triste letto d'albergo, ove tanti passeggeri

sconosciuti avevano lasciato il calore e l'impronta, ella portò il suo

corpo carico di mille anime. Quando sedette dinanzi allo specchio e

diede nelle mani della cameriera le sue trecce strette come i torticci

dei marinai, mirò attonita la sua bellezza che le parve

meravigliosamente maturata in quei pochi attimi all'ardore dei suoi

mali. Quando i capelli sciolti la copersero contendendole la vista di

quel volto troppo nudo, ebbe un senso di sollievo e di refrigerio come

sotto un tremolìo di rivi.

Rimasta sola, Vana aveva spalancato gli occhi. Ora ascoltava, spiava.

Tutti i pensieri tutti gli affetti cedevano al risveglio dell'istinto

profondo: ella più non era intesa al suo dolore ma al suo gioco scaltro,

all'esito del suo accorgimento. Il fatto d'esser già riuscita a eludere

l'attenzione della sorella le dava, pur nell'angoscia, una specie

d'allegrezza felina. L'astuzia le era agevole come il respiro, le

sviluppava in tutto l'essere una energia facile e pronta. Ella era

simile a una giovine fiera che, avendo penosamente valicato un terreno

aspro e ignoto, rientri nel suo dominio di caccia, nella sua giungla o

nella sua pampa natale. Sottilmente, provava in sé le inflessioni

ingannevoli delle parole ch'ella era per dire, le particolarità degli

atti ch'ella era per compiere. Si guardava da ogni errore.

Aspettò, coricata sul fianco, rivolta verso il vaso delle rose, ch'era

accanto al capezzale: «E se Isabella fosse ripresa dalla smania di

andare? se ora si preparasse ad andar sola, o accompagnata da

Chiaretta?» L'ansia rimescolò tutte le doglie. Ella cercò in sé un modo

di opporsi a questo evento. Le pareva che ad ogni costo ella non dovesse

desistere dal proposito; il quale omai le era divenuto come un

comandamento dell'anima, a cui le fosse necessario obbedire sotto pena

di un'oscura punizione. Bisognava che in quella notte ella si ritrovasse

alla presenza di colui che aveva sognato con lei l'ultimo sogno;

bisognava ch'ella deponesse ai piedi del cadavere il fascio di rose

ancor vivo ond'aveva tolta quella del più alto volo. La febbre delle sue

imaginazioni aveva mutato in un legame misterioso le vaghe possibilità

ondeggianti su quel colloquio tanto recente e già tanto remoto. Il suo

vóto funebre era come il vóto d'una fidanzata segreta. Ella aveva

sorriso di sé dicendo a sé stessa, nella tettoia piena di rombo: «Ora

parte, ora vola; la rosa si sfoglia; e tutto finisce, tutto è

dimenticato....» Ma il genio della morte aveva raccolto lo stelo della

rosa sfogliata; che nelle mani inviolabili era divenuto come un pegno

fedele. Ella non sorrideva più ma persuadeva a sé stessa: «Io sono la

fidanzata segreta d'un'Ombra». Solo il compagno superstite vegliava la

spoglia sanguinosa; ma una sola creatura — dopo colui e dopo la madre —

aveva diritto alla visitazione estrema: quella che per portare un fiore

aveva fatto tanto cammino. E il segreto favoriva il fervore del suo

sentimento straordinario; ché ella aveva nascosto a tutti lo strano

incontro, lo strano colloquio, aveva giustificata con un pretesto la sua

scomparsa, aveva serbato il silenzio come sotto il suggello del giuro.

E, nel punto dell'orribile schianto, era entrata anch'ella nel buio, era

caduta giù senza conoscenza, aveva smarrita l'anima: l'anima aveva

seguito il suo fidanzato segreto fino al limitare della morte. Non era

forse vero, questo? non era vero? Udendo Isabella nominare la madre

lontana, udendo l'atroce racconto di Aldo, col più tenero suo strazio

aveva pensato: «Chi le dirà la sua sciagura, se non io? Chi potrà

piangere con lei, se non io? Ho raccolto le ultime parole, l'ultimo

sorriso, l'ultima dolcezza. Il suo compagno era già in alto, allo

sforzo. Il destino m'ha mandato a portargli un segno che io non sapevo,

ch'egli non sapeva. M'ha riconosciuta. E ci siamo ricordati! Poteva

esser dolce, quando voleva? Non so. La madre lo sa, che gli aveva fatto

quei piccoli denti di fanciullo. Ma forse egli è stato così dolce

soltanto con me, in quel momento che per lui e per me non era simile ad

alcun altro. Cominciavo a provare un tal bene che non sapevo andarmene,

come se mi sentissi le pastoie d'argento alle caviglie, quelle della

piccola Indiana di Madura. Egli sorrideva, pareva un poco ebro o

smarrito; e forse quella gentilezza non era ancor mai apparsa sul suo

viso.... Ah, chi saprà parlare alla madre, se non io?» E s'era ridistesa

col suo segreto.

Ora poteva un qualunque caso impedirle di sciogliere il vóto? «Andrò a

piedi, sola; ritroverò la via; mi proteggerà la mia disperata volontà di

giungere. E che dirò a colui che veglia?» Tutto fu tumulto entro di lei,

ancóra una volta.

Chiara entrò pianamente, s'accostò al letto.

— Vuole che La spogli?

Vana aveva gli occhi chiusi, il viso affondato nel guanciale. Si smosse

con un sospiro lungo come un gemito.

— Sono io, sono Chiara. Vuole che La spogli?

Vana parve lottare contro un sopore invincibile.

— Ah, sei tu, Chiaretta? Isabella s'è già coricata? — chiese con una

voce fioca di bimba sonnacchiosa.

— Sì, signorina.

— L'hai spogliata?

— Ho fatto tutto. Sono qui per Lei.

Vana non parlò più. Parve ripiombata nel sonno. Come sentì su la nuca la

mano leggera della donna che cercava di sganciarle il collaretto,

mormorò lamentosa:

— No, lascia. Sono troppo insonnita. Lasciami così ancóra. Mi spoglierò

da me. Va a letto.

— Rimanga pure distesa. Cercherò di spogliarLa senza che si levi.

— No, no. Lasciami, lasciami.

Ella s'agitò infastidita; si rivoltò; riaffondò il viso nel guanciale,

fiottando. Chiara obbedì. Poco dopo, si fece un gran silenzio. Un'ora

dalla mezza notte era già passata. Bisognava osare senza indugio:

bisognava escire dalla stanza, scendere a svegliar Filippo il meccanico,

dare l'ordine in modo da ottenere l'obbedienza, partire con la vettura

non dalla porta dell'albergo ma dalla rimessa. La più piccola

contrarietà della sorte poteva compromettere l'esito. «Isabella dorme?

Aldo è forse andato fuori. Non è rientrato ancora? Se l'incontrassi per

le scale! Mi crederebbe impazzita?» Il rischio eccitava la sua audacia

febrile.

Fu pronta, col cappello, col mantello, col velo. Prese la cintura

azzurra e la tagliò alle estremità con due colpi di forbici: ne fece un

nastro, l'avvolse intorno agli steli delle rose.

Paolo Tarsis vegliava senza lacrime la salma del suo compagno, nella

notte breve: rotto il più ricco ramo della sua stessa vita, distrutta la

più generosa parte di sé, menomata per lui la bellezza della guerra.

Egli non doveva più vedere in quegli occhi raddoppiarsi l'ardore del suo

sforzo, la sicurezza della sua fede, la celerità della sua risoluzione.

Egli non doveva più conoscere le due più candide gioie d'un cuore

virile: il chiaro silenzio nell'assalto concorde, il dolce orgoglio nel

proteggere il riposo del suo pari. Egli non vegliava più il sonno della

stanchezza, sotto la tenda cento volte piantata nel bivio del tradimento

e dell'eccidio; ma aspettava la diana per chiudere in quattro assi un

misero corpo, spezzato e dissanguato, una spoglia più lacera che s'egli

l'avesse ritolta ai becchi ingordi degli avvoltoi.

Non aveva pianto, non piangeva. Il grande dolore è come una congelazione

repentina di tutto l'essere: comunica allo spirito la durezza e la

trasparenza del più alto ghiacciaio, e lo rischiara di quel lume

adamantino che solo s'inarca sul picco inespugnabile. Egli era lucido e

libero come non mai. Nulla d'estraneo rimaneva in lui; non lo turbava

alcun desiderio. Stava nel mondo come una forza funesta. Considerava gli

atti da compiere sospesi su la sua volontà come decreti.

A quando a quando si levava per guardare il buio, per indagare il piano

verso la Colonna, là dove era stata infissa un'asta a segnare il punto

della caduta. Vedeva talvolta rilucere le sciabole sguainate dei quattro

cavalieri che custodivano la Vittoria. Era una notte umida ed elettrica.

Lampeggiava senza tuono, dietro il Monte Baldo. Passavano soffii come

aneliti; nuvole passavano come criniere in cui s'impigliassero stelle;

gocciole cadevano larghe e tiepide come al principio d'uno scroscio, poi

cessavano. Gli assioli cantavano su i pioppi. Un cane uggiolava in un

casale. Cigolava un baroccio su la strada maestra. Era come una notte

nota che ritornasse nel giro degli anni, di molto molto lontano.

Egli si volgeva; e rivedeva il cadavere composto sul letto da campo,

avvolto nella rascia rossa del guidone, con intorno al capo il drappo

nero accomodato a celare il taglio della tempia, la frattura

dell'occipite. Rivedeva quell'alta sembianza di asceta avventuriere,

quell'ottima struttura ligure prodotta da una stirpe di navigatori e di

statuali, fine come certi ritratti gentileschi di Antonio van Dyck che

splendono nell'ombra dei palazzi genovesi, soffusa d'un oro fumoso che

già s'infoscava intorno alle narici e alle palpebre, ancor più nobile e

più fiera sotto il drappo lugubre che dava imagine della berretta di

panno quadrilatera dalle gronde pendenti, simile a quella portata dal

Doria, insegna degli antichi almiranti.

Quattro ceri, del duomo di Montichiari, ardevano agli angoli del letto.

Curava le fiammelle un marinaio addetto al servizio dei segnali, un

siciliano di Siracusa, che aveva già servito sotto gli ordini di Giulio

Cambiaso in una torpediniera d'alto mare. Questi medesimo, alcune ore

innanzi, aveva issato su l'albero il disco bianco della vittoria.

— Chi viene? — si domandò Paolo Tarsis, udendo lo squillo della cornetta

e il rombo energico approssimarsi.

Dalla tettoia attigua, a traverso le cortine, gli giungevano i rumori

discreti d'un lavorìo cauto e diligente. A un tratto l'ombra d'un

artiere s'ingigantiva su la tela, levando un braccio smisurato fino alle

travi col gesto di chi schiaccia; poi si rimpiccioliva, scompariva. I

sibili della pialla, gli stridori della lima, i colpi del martello

s'attenuavano nella reverenza della morte.

— Chi viene a quest'ora? Va e vedi, Cingria — disse egli, aspro, udendo

la vettura fermarsi davanti ai cancelli.

Come il marinaio uscì, gli balenò sul rigore dell'animo il pensiero che

potesse a un tratto apparirgli Isabella. E non ebbe se non la volontà

rude di vietarle il varco, d'impedire ch'ella ponesse il piede nel luogo

funebre. E ripensò il commiato ch'egli aveva dato al compagno nel

riconoscere di lontano il passo ondeggiante della tentatrice; ripensò il

rinnovato saluto e l'indugio esitante e le parole non proferite e la

misteriosa tristezza.

— Una persona velata domanda di Lei — disse a bassa voce il marinaio

rientrando.

«Isabella?» Egli le si fece incontro, all'aperto. Travide nell'oscurità

una forma feminea. Il cuore gli si contrasse. Ma, come più si appressò,

nell'aria il suo sangue prima di lui sentì che non era quella. Chi era?

Forse una creatura ignota che recava all'eroe una testimonianza d'amore

e di pietà? una donna gentile che di nascosto veniva a implorare la

grazia di rivederlo? Lo toccò il profumo delle rose nell'ombra.

— Sono Paolo Tarsis, eccomi — egli le disse inchinandosi, con quella

strana voce da cui ogni calore s'era ritratto. — Che posso fare,

signora?

— Perdonarmi, perdonarmi. Sono io, sono Vana.

Soffocatamente aveva parlato ella, sollevando il velo di sopra la faccia

come di sopra a una piaga viva; ché la vita batteva in quel poco di

nudità come là dove il male imperversa.

— Voi, qui, sola? e come? Che mai accade?

Con gli occhi abituati all'oscurità nella corsa notturna, ella lo

scorgeva sul fondo illuminato delle tende chiuse, lo vedeva bene; lo

divorava, si saziava di lui come se fosse giunta ad essergli vicina dopo

un'attesa interminabile. Tutto quel che era dietro, nella notte, ora le

pareva sogno confuso; s'esalava il fervore del vóto; la volontà, tesa

così terribilmente fino a quel punto, s'allentava, s'annientava. Ella

aveva un desiderio mortale di prendergli le mani e di baciargliele, e

poi di lasciar cadere a terra le rose e sé stessa perché egli passasse

sopra.

— Vi dirò.... Lasciatemi respirare.

Alenava come se fosse venuta trascinandosi per la via.

Che cosa era per dirgli? Tante parole gli erano nate nell'anima, durante

la corsa, ed ella le aveva custodite per proferirle. Ma non le

ritrovava.

— Come siete venuta qui, sola? Qualcuno è là, che v'ha accompagnata?

— No, nessuno: Filippo.

— Ma che accade mai? Parlate dunque.

— Vi dirò, vi dirò.

Ella voleva dirgli: «Sono venuta perché non potevo più vivere un'ora

senz'aver guardato quel che il dolore è nella vostra faccia». Ella cercò

le altre parole, quelle del sogno dileguato, quelle che bisognava

ritrovare e proferire, quelle che i fiori tra le sue mani sapevano e

volevano.

Ella ebbe una voce sconosciuta, come quei flutti del fondo che portano

al lido le cose obliate della Sirena scomparsa.

— Io sono la fidanzata segreta di colui che è là, dietro quelle cortine,

senza vita.

Paolo sentì una vena di gelo salire nel suo gelo. Credette che quella

fosse la voce della follìa; e lo sgomento e la pietà lo strinsero. Egli

si chinò a guardare più da presso il povero viso insensato. Tutta la

notte gli parve piena di sciagura.

— Queste rose bisogna che io le deponga su i suoi piedi congiunti. Per

ciò sono venuta.

Lampeggiava senza tuono dietro il Monte Baldo.

— Oggi le avevo alla mia cintura. Sono entrata là, mentre mia sorella

era con voi; sono entrata all'improvviso, non so perché, nel vento

dell'elica.

Passavano soffii come aneliti.

— Parlavamo di voi, ed egli mi ha detto quel che l'indovino di Madura

aveva presagito: a entrambi la stessa morte.

Nuvole passavano come criniere in cui s'impigliassero stelle.

— E poi s'è ricordato di me, s'è ricordato della giovine Indiana ch'era

presso il banco del mercante e che si volse verso voi due, mentre

comperava la ghirlanda di rose gialle.

Gocciole cadevano larghe e tiepide, come al principio d'uno scroscio.

— Ha detto che quella mi somigliava. È vero? Ha chiuso gli occhi per

rivederla viva; li ha riaperti per rivederla più viva. Io ero dinanzi ai

suoi occhi. E m'ha detto che, quando quella si mosse, una rosa le cadde

giù pel suo panno azzurro. È vero?

Le gocciole cessavano.

— E m'ha detto ch'egli si chinò lesto per raccoglierla ma non riuscì.

«Eccola» io gli ho gridato allora, spiccando una rosa dalla mia cintola

azzurra.

Gli assioli cantavano su i pioppi.

— Ed egli l'ha presa e m'ha detto: «Veramente viene di Madura? Ha fatto

tanto cammino? È la prima volta che porto un fiore nel cielo. Crede che

sia leggero? Forse pesa quanto un doppio destino. Lo porterò in alto in

alto».

Un cane uggiolava in un casale.

— E poi l'orrore, e poi la morte orrenda! Quando voi l'avete preso nelle

vostre braccia, portava ancóra sul petto insanguinato la rosa di Madura,

la mia rosa? Ditemi, ditemi!

Ella ora sentiva d'avere attirata a sé l'anima di quell'uomo con

quell'incantamento, ella ora lo vedeva ansioso e attonito. Ed ecco, il

fervore che s'era esalato, si riaccendeva in lei; il sogno che s'era

dileguato, la rioccupava tutta; ché quel fervore e quel sogno la

avvicinavano al cuore solitario più che una parola d'amore, la vestivano

di fatalità, la rendevano misteriosa e potente.

— Ditemi, Paolo!

— Non so, non ho veduto; non era possibile.

Un tremito nuovo entrava nella rigidezza del suo dolore, e ignote figure

nascevano dalla sua superstizione e scomparivano pei cammini dove egli

aveva camminato col suo fratello e per quelli ov'egli doveva camminar

solo. E straordinarii disegni si componevano dentro di lui, senza

ch'egli vi consentisse; e poi si dissolvevano. E un presentimento

ondeggiava nel fondo e non prendeva forma; e pareva a lui che, se avesse

potuto fermarlo e interpretarlo, avrebbe avuto la chiave della sua

sorte. Qualcuno in lui ascoltava tutti i rumori e li seguiva fino

all'estremo fondo della vita. Gli assioli cantavano su i pioppi. Un cane

uggiolava in un casale. Cigolava un baroccio su la strada maestra. Era

come una notte nota che ritornasse nel giro degli anni, di molto molto

lontano.

— Almeno lo stelo è ancóra là, forse — disse la vergine oscura

sommessamente. — Chi sa chi primo ha messo le mani sopra lui!

E fece un passo verso la cortina soffusa d'un chiarore vacillante.

— Volete entrare? — le chiese il trasognato.

Ella sollevò nelle sue mani il fascio delle rose.

Camminarono l'una a fianco dell'altro. Come furono sul limite e Paolo

fece l'atto di scostare i lembi, ella si strinse contro di lui con un

sussulto di terrore. Egli la sorresse e la sospinse. Entrarono.

Allora ella vide davanti a sé vacillare le quattro fiammelle funeree in

un'ombra vacua. La tettoia, ch'ella ricordava occupata dall'apertura

delle ali bianche, le sembrò d'una vastità spaventosa e sotterranea come

quella d'una catacomba. — Dov'era il grande angelo abbagliante che si

dibatteva sotto le travi? — Chiuse gli occhi, vacillò come le fiammelle,

abbandonata dalla forza, incapace di dominare il suo sgomento. E sentiva

le mani di Paolo che la reggevano; e desiderava di non più rinvenire ma

di perdersi in lui.

— Vana! Vana!

Egli la scoteva lievemente, la chiamava a bassa voce. Ed ella nell'udire

il suo nome, proferito così da quel dolore, fu compresa d'una dolcezza

tanto divina che cominciò a piangere senza singhiozzi. Ed egli ebbe care

quelle lacrime silenziose che bagnavano la sua aridità come se il pianto

fosse pianto dentro di lui. E da una lontananza infinita gli tornarono

nel cuore antiche parole, ben note, d'un compagno allo spettro d'un

altro compagno: «Ma più da presso mi vieni, ché un poco, abbracciandoci

insieme l'uno con l'altro, possiamo godere del pianto di morte!»

Allora anch'ella amò d'un amore sublime l'esanime perché egli lo amava;

e lo guardò a traverso le lacrime, e lo vide composto in una bellezza

ch'ella non aveva veduto sul volto vivente, e lo ricevette nella

profondità della memoria per custodirlo; e fu vedova dell'Ombra.

La forza era venuta in lei; che non era quella di lei fuggita, non era

la sua ma delle mani che la sorreggevano, del cuore che le stava da

presso. Fece qualche passo, tese il fascio dei fiori, lo depose su i

piedi congiunti e avvolti nella fiamma rossa. Ella sentiva che ogni sua

lacrima, ogni suo gesto erano dolci al dolore virile, e che la sua

verginità la faceva degna d'accostarsi alla morte.

Disse, estinguendo lo spirito della voce:

— Sento che lo stelo della prima rosa è ancora là, sul suo petto.

L'uomo cessò di sorreggerla; s'avanzò verso il fianco della salma;

esitò. Ella rimase in piedi, rigida, udendo i colpi del suo cuore sotto

le sue calcagna; e vedeva tra le labbra livide dell'esanime i denti

piccoli e puri di fanciullo. Come la mano del compagno si levò tremante,

ella lo guardò; e le parve che i due volti in quel punto avessero il

medesimo pallore. E la paura del presagio la prese così forte ch'ella

appena contenne l'impeto cieco di gettarsi sopra il superstite per

trattenerlo con le sue braccia all'orlo dell'abisso. Udì sibilare la

pialla, stridere la lima, battere il martello, con un'attenuazione di

sogno, dietro la cortina stessa ch'ella aveva varcato nel vento

dell'elica.

La mano tremante scostò con infinita cautela il lembo del drappo che

copriva il petto immobile; trovò lo stelo e il calice sfogliato.

Allora tutto divenne misterioso come un rito. Vana cadde in ginocchio,

con la fronte contro il ferro del letto mortuario. La sua preghiera era

per il suo dio; ma la sua imaginazione poneva dietro le sue spalle,

laggiù, nell'angolo buio, dove biancheggiavano i rottami funesti, i due

idoli enormi di pietra sepolti sotto le offerte e l'indovino dalla testa

rasa che masticava le foglie di betel. Sinistri le giungevano i rumori

dell'opera invisibile, a traverso la cortina rischiarata su cui passava

a quando a quando l'ombra gigantesca d'un gesto ripetuto. Ella pensò che

i costruttori d'ali costruissero coi medesimi arnesi la cassa pel

cadavere. A un colpo più forte, sobbalzò, si levò.

— Che fanno? — chiese sbigottita, ravvicinandosi a Paolo ch'era assorto

nelle cose inesplicabili.

— Riparano un'ala.

— Quale?

— La mia.

Poiché il marinaio s'era ritratto, le fiammelle dei torchi non vigilate

fumigavano e le gocciole della cera gocciolavano su le padelle dei

candelabri con un gemitìo sordo. L'aria si faceva più scura e più grave,

tra sbattimenti rossastri.

— Perché la vostra?

— L'ho rotta urtando col lato sinistro il terreno nella discesa troppo

rapida.

Egli trasse Vana verso la cortina, per il bisogno subitaneo d'un sorso

di luce. Ella bisbigliava, trepida.

— Di qui mi sono intromessa, quando l'elica agitava la tela e la

polvere.

Si sporsero, in un barbaglio bianco. Una vita ardente ed esatta animava

la tettoia costellata dalle lampade elettriche. La grande Àrdea ferita

occupava tutto lo spazio. Gli artieri attendevano a riparare l'armatura

sostituendo le cèntine di frassino e i ferzi cuciti a sopraggitto.

Inserivano le verghe, tesavano i fili, imbullettavano i vivagni. Come la

remigante del rondone scorciata o rotta si racconcia e si raddrizza da

sé pel vigore elastico della sua stessa vita, così rapidamente l'ala

dell'uomo si ricostruiva per un prodigio di fervore operoso nella notte

breve.

— E perché tanta febbre? Fanno la nottata perché? — chiese Vana

guardando il vincitore doloroso con i suoi occhi inquieti e già

supplichevoli.

— Per esser certi di riuscire in tempo, per esser pronti nella mattina.

S'erano rivolti insieme verso l'ombra squallida, verso le fiammelle

funeree, verso la vuota vastità ove biancheggiava a terra lo sfasciume

miserabile.

— Perché? — chiese ella con uno spavento che le stravolgeva tutta quella

povera faccia estenuata dalla passione e dalla stanchezza.

Gli occhi erano fisi in lui e nella risposta, con una intensità così

atroce che gli fendevano l'anima alle radici come già gli occhi aperti

del compagno ucciso; e, come per quelli, veniva alle sue mani l'atto

istintivo di chiuderli, di ricoprire con le palpebre e con le ciglia uno

sguardo che poteva essere eterno. Fece un gesto vago, ma non rispose

parola.

— Perché? — chiese ella ancóra, non creatura di carne ma spirito

d'angoscia disumanato, come distrutta dalla violenza del suo sentimento,

simile a quelle volute di sabbia sospese un istante su le spiagge

ventose.

Parlava con bassissima voce, là dove il silenzio era suggellato.

— Non debbo io salire dov'egli è salito? rifare la sua via?

Così piano aveva parlato egli in altre notti di sosta, per non

risvegliarlo.

— Ah, no, non farete questo! Vi supplico, vi supplico, per quel capo

spezzato, per quel viso senza sangue, per quelle labbra che non vi hanno

detto addio! Ah, giuratemi che non lo farete! Ascoltatemi! Io non son

nulla, non sono nulla per voi; ma la sorte ha voluto che io raccogliessi

l'ultimo suo sorriso, l'ultima sua dolcezza. Che questo mi valga, che

questo solo mi valga, non per esservi cara ma perché non vi sdegniate se

oso supplicarvi. Ascoltatemi! Ho l'orrore dentro di me.

L'orrore del presagio la riempiva di visioni e di grida; ma le grida

gridavano dentro di lei, e la sua voce non era se non un'ambascia appena

udibile. Tutta la riceveva egli nel profondo petto, la nascondeva quivi.

Le prese le mani, la trasse con lieve bontà verso l'aria aperta, verso

la notte già forse impallidita. Le parlava con l'accento persuasivo che

consola le pene puerili.

— No, Vana, non bisogna sbigottirsi così. Nulla accade, nulla

accadrà.... Forse l'ala non sarà pronta, certo non sarà pronta.... Pace,

pace, piccola buona. Siete senza riposo. È l'ora di partire. Fra poco

albeggia. Come siete venuta? Qualcuno lo sa? vi aspetta?

Ella scoteva il capo, senza guardarlo; ché di sotto l'ambascia una

felicità sorgeva più difficile a portarsi che qualunque pena. Egli la

teneva per mano, la consolava, la chiamava «piccola buona»! Perché non

poteva ella nascere da quella parola, morire di quella parola? Perché

doveva tornare laggiù, rientrare di nascosto nell'orribile stanza,

trovare forse su la soglia quella ch'ella aveva elusa, ancóra lottare,

ancóra ingannare, ancóra vivere di fuoco e di veleno? «Ah, mio amore,

mio amore», diceva la sua felicità disperata «lasciatemi ancóra qui,

tenetemi con voi ancóra un poco, ancóra un poco! Ch'io resti qui

nell'ombra, nell'afa della cera e della morte, ch'io non vegga l'alba su

le colline, ch'io non mi separi da voi sotto l'ultime stelle, ch'io non

sappia che un altro giorno incomincia senza di voi, mio amore! Non ho

più forza, muoio di stanchezza. Lasciatemi qui, in un angolo, vicino a

quei rottami. Nessuno mi vedrà. Sarò come quegli stracci di tela,

quieta, senza respiro. Solo vi domando che mi ripetiate quella parola. E

metterò il braccio sotto il capo, e il braccio e il capo e tutta me

appoggerò su quella parola; e così chiuderò gli occhi chiari, che sono

chiari come i vostri; e mi addormenterò. E non mi sveglierò più, se voi

non mi svegliate, mio mio amore».

Prima di porre il piede fuor del luogo santo, prima ch'egli la

precedesse, ella si volse indietro a riguardare il rude letto da campo,

la pace scolpita nel viso altiero, il corpo rigido nella rascia

sanguigna, le rose posate su i piedi congiunti. E si chinò, e si fece il

segno della croce.

Ma, quando la tenda ricadde ed ella vide a un tratto la notte con tutte

le sue stelle tremolare sotto la prima onda argentina, la vena del

pianto si riaperse. Ella si soffermò nell'affanno. Le ginocchia le si

scioglievano, tutti i nodi in lei si disnodavano. Poiché il suo amore le

stava da presso, ella gli si piegò sul petto, senza singhiozzi

piangendo, quasi che l'intera sua vita si compisse in quell'atto, quasi

che quella vena dal fondo della sua culla scendesse a quella china. Ed

era come il rivo che fluisce sotto il macigno, senza farsi udire.

Paolo Tarsis aveva conosciuto le catene dei più ardui monti, i corsi

delle più vaste acque, e i deserti di sabbie i deserti di pietre i

deserti di sterpi; e l'ombra dei paesi ardenti che sembra nera e, quando

l'occhio vi penetra, è chiara come un'altra luce; e le più diverse

generazioni d'uomini su le più diverse vie con le loro some, con le loro

armi; e le razze intorpidite che vivono sonnecchiando addosso ai vecchi

muri, col mento su i ginocchi; e le dominatrici che vivono sempre in

piedi agitando il mondo con la frenesia della loro forza; e gli alti

fuochi vulcànii che creano i fiumi di ferro colante nelle città novelle,

e gli scarsi fuochi solitarii alimentati col fimo secco del bestiame; e

la polvere stupenda sollevata dai grandi movimenti umani, e le azioni

che dormono nei popoli come il feto rannicchiato nel conio materno.

Aveva veduto per ovunque nascere quelle strane figure di cui parla il

Mistico, quelle figure che si generano dagli eventi e dagli esseri sotto

la deità del Caso, misteriose come gli screzii nei marmi, i poliedri nei

cristalli, le stalattiti negli antri, i gruppi della limatura intorno al

magnete, i rapporti tra il numero degli stami e il numero dei petali nei

fiori.

Volontà militante, usa a maneggiare la materia e a possederla, egli

s'era anche avventurato in quei confini ov'essa par finire; e sapeva

quel che le labbra non possono esprimere, quel che gli occhi non possono

accennare. L'enigma delle Pause, inscritto nell'oro e nell'azzurro dello

scrigno estense, egli l'aveva letto su pareti di granito. Per ciò,

dispregiatore di tutte le abitudini, egli serbava quella del silenzio e

quella dell'attenzione.

Un giorno, nell'isola di Sulu, egli e il suo compagno erano a cavallo

con una torma di cavalieri americani. Ed ecco, di lontano videro

avanzarsi verso di loro un uomo vestito di bianco, che brandiva un lungo

coltello scintillante. Era uno di quei fanatici maomettani che gli

Spagnuoli chiamano _juramentados_, missionarii selvaggi che vengono a

traverso l'Asia partendosi dall'Arabia, dal Bokhara, dal Turkestan,

valicando tutta l'India a piedi e quindi il Malacca e quindi in piroghe

il mare fino all'isola di Borneo, invasati di passione feroce, ebri di

scongiurazione, non d'altro bramosi che di versare il sangue cristiano.

E colui s'avanzava per la gran piazza orrida di sole, incontro ai

cavalieri, col suo coltello in pugno, con in cuore la sua volontà di

uccidere. Una scarica di piombo lo investì. Non cadde, ma continuò ad

avanzare verso la vittima. E Paolo Tarsis vide che quelle pupille

inflessibili lo fisavano. Una palla colpì il demente nel cranio raso.

Prima di cadere egli scagliò il coltello contro il designato. Con atto

fulmineo due sproni entrarono nella pancia d'un cavallo che

s'intraversò, s'impennò, ricevette nel petto la lama acuta. Giulio

Cambiaso arcato in sella teneva la sua gota contro la criniera.

Ora, non nella memoria della mente ma in una memoria ben più profonda,

il superstite confondeva la testa rasa del pellegrino con quella

dell'indovino e, in un sentimento d'infinita lontananza, la fatalità del

coltello con quella della rosa. E tutto era comunione e legame, in un

luogo della sua vita inesplorato. E mistica nel supremo cerchio

dell'anima era l'eco di quella dimanda: «Ha fatto tanto cammino?»

L'atto ch'egli era per compiere al conspetto della folla era un atto di

silenzio, un atto religioso, comandato da una necessità interiore

ch'egli non indagava ma che nessuna forza di persuasione avrebbe potuto

abolire. Andava egli incontro al presagio? sfidava la morte? sperava

nella morte? Non v'era in lui né l'ansia del presentimento né

l'eccitazione della prodezza; sì v'era una pacata potenza di dolore e di

attesa come s'egli andasse a un alto colloquio desiderato dalla cara

Ombra fraterna. Egli sentiva in sé quello stupendo gelo che accompagna

la volontà di là dal limite noto, quando sembra che l'anima si muti in

un monte di rigido diamante e non lasci vivere sul suo culmine aguzzo se

non un solo pensiero aquilino.

Ma l'apparenza era semplice e netta, come un dovere soldatesco.

Inscritto nella gara, egli non si ritraeva. Resi gli onori funebri al

suo compagno, egli tornava sul campo. Compiuto il gioco, avrebbe nella

notte scortato la salma fino al Cimitero di Staglieno.

Quando l'Àrdea con l'ala ricostrutta escì dalla tettoia, la folla

ammutolì come il giorno innanzi: uno straordinario brivido la corse in

un attimo tutta quanta come un sol corpo vertebrato d'una sola spina.

Era un pomeriggio nemboso. La giovine Estate combatteva nel cielo come

un'Amazone maschia lanciando i suoi stalloni bianchi e leardi,

scagliando le sue saette d'argento e d'oro. Le nuvole si scomponevano e

si ricomponevano, si diradavano e s'incalzavano come nella zuffa le

torme della cavalleria peltata. All'improvviso una pioggia chiara e

sonora dardeggiava brevemente, tra sprazzi diritti di raggi. Il tuono

rimbombava cupo dietro una collina carica d'acqua plumbea. Uno squarcio

d'azzurro s'apriva come una tregua.

Bagnata dagli scrosci la Nike di bronzo su la svelta colonna era verde

come la fronda del lauro, glauca come la foglia dell'oleastro. Molte

corone pendevano intorno all'asta infissa nel terreno consacrato dal

corpo infranto dell'eroe icàrio; più altre, coprendo in giro l'erba che

aveva bevuto il buon sangue, formavano un'aiuola gloriosa.

L'elica rombò nel silenzio, come già quella funesta. Il volatore intese

l'orecchio all'unisono delle sette voci. Il tono era eguale e possente.

Rapita dalla veemenza l'Àrdea si levò nel nembo, piena di fato come

l'airone di cui portava il nome, sorto dal lutto della rocca in ruina.

Sùbito conquistò la solitudine, fu aerea nell'aria, lucida nella luce.

«Riconosco la sua via?» chiedeva a sé stesso il superstite credendo

sentire sparsa nello spazio la santità che gli s'adunava nel cuore.

«Riconosco il solco del suo fuoco?»

Non quando nelle sue mani intormentite dalla lunga fatica egli aveva

sollevato il capo del compagno già grave di grumi, non quando aveva

preso nelle sue braccia il corpo inerte sentendo le ossa cedere

orribilmente, non quando lo aveva avvolto nella ruvida porpora e

composto sul letto di guerra, né quando per tutta la notte aveva

contemplato in lui la bellezza abbattuta della sua propria vita, né

quando aveva ascoltato in sé stesso piangere il pianto della vergine

oscura, non mai non mai l'Ombra gli era stata presente come in

quell'ora. Egli la sentiva tra l'una e l'altra ala, simile a uno spirito

del vento, simile a un pilota invisibile che gli segnasse la rotta e gli

mostrasse l'altura.

Ma, quanto più egli saliva, quanto più egli lottava, tanto più gli si

rivelava quella presenza animosa, «Dove giungesti? dove fermasti il

volo? dove ti raggiunse il soffio mortale? ancóra più in alto? Tutto è

scomparso. La terra è una nuvola più opaca. È nostro il cielo». Vivido e

torbido come una gioventù impaziente era il cielo. Un riso indocile vi

correva, or sì or no, a scrosci, a sprazzi. Le righe della pioggia

v'eran tiepide come i raggi; gli sprazzi del sole v'eran freschi come la

pioggia, a volta a volta; i vapori vi si laceravano come gli orli delle

tuniche sotto i piedi che danzano. Il nembo danzava con proterva

allegrezza fra i tuoni. La nuvola immobile della terra era piena di

delirio, era piena d'un clamore che non s'udiva nel cielo. La potenza

eroica crosciava su la moltitudine remota come un nembo mille volte più

forte. Non la Nike soltanto ma tutta la gloria della stirpe era alzata

su la colonna di Roma. Ché le miriadi delle pupille avevano veduto anche

una volta su l'albero il segno del limite superato!

«Ancóra più in alto?» chiedeva l'eroe al suo pilota invisibile. Di là

dagli schermi di metallo guardò l'indice incerto. E il cuore gli tremò

d'un tremito nuovo, d'un tremito che per la prima volta moveva l'essere

umano.

Non rotava egli entro l'ultimo cerchio toccato dal compagno nel volo?

Gli tremò il cuore profondo. Abbandonò il timone d'altura. Le ali si

librarono senza più salire. L'Ombra gli stette a viso a viso, gli

respirò nel respiro, fu più viva di tutte le cose che vivevano nel

combattuto silenzio, fu più viva del suo proprio dolore. «Non è questo

il tuo punto? Ancóra tu volevi ascendere, ancóra più in alto volevi

portare il fiore della tua ebrezza, quando il colpo tacito ti spezzò

l'impeto e t'oscurò l'ardire. Non mi chiamasti? Non mi cercasti con gli

occhi pel vuoto? Ecco, ora sono con te dove tu fosti solo».

E il cuore gli tremò perché v'era nato il pensiero d'andare più oltre.

«Tu vuoi? Tu vuoi?» Il desiderio eroico aveva assunto l'aspetto

dell'Ombra, ed egli l'interrogava. E con una meravigliosa ansietà

attendeva la risposta del suo desiderio larvato. E certo non avrebbe

egli voluto andare più oltre se gli fosse riapparsa l'imagine del corpo

disteso sul letto, del corpo rinchiuso tra le assi inchiodate; non

avrebbe egli voluto strappar la vittoria al supino. Ma egli sentiva

sopra sé la presenza raggiante, una immortalità incitatrice. «Tu vuoi?»

E il cuore gli tremò perché dentro vi cresceva il pensiero d'andare più

oltre.

E, mentre egli rotava nel limite librandosi su le ali adeguate, scorse

un fantasma celeste, una tenue larva lucente, una labile apparenza

spettrale che si colorava di sangue, d'oro, di viola, «È il tuo segno?»

E lo spettro s'incurvò, s'ingigantì, abbracciò lo spazio tra nube e

nube, incoronò il nembo, arco di trionfo brillò di sette zone.

Era l'Iride.

E il superstite, portando su la cima del suo coraggio l'immortalità del

dolore, salì di là dalla vittoria.

Forse che sì forse che no · 第 4 / 14 题