LIBRO PRIMO.

— Forse — rispondeva la donna, quasi protendendo il sorriso contro il

vento eroico della rapidità, nel battito del suo gran velo ora grigio

ora argentino come i salici della pianura fuggente.

— Non forse. Bisogna che sia, bisogna che sia! È orribile quel che fate,

Isabella: non ha alcuna scusa, alcuna discolpa. È una crudeltà quasi

brutale, un'offesa atroce al corpo e all'anima, un disconoscimento

inumano dell'amore e d'ogni bellezza e d'ogni gentilezza dell'amore,

Isabella. Che volete voi fare di me? Volete rendermi ancor più disperato

e più folle?

— Forse — rispondeva la donna, aguzzando il suo sorriso che il velo

pareva confondere e quasi fumeggiare nei mobili riflessi, di sotto alle

due ali ferrugigne che le coprivano gli orecchi inserite nel suo

cappello a guisa d'elmetto intessuto d'una paglia larga e forte come

trùcioli di frassino.

— Ah, se l'amore fosse una creatura viva e avesse gli occhi, potreste

voi guardarlo senza vergognarvi?

— Non lo guardo.

— Mi amate?

— Non so.

— Vi prendete gioco di me?

— Tutto è gioco.

Il furore gonfiò il petto dell'uomo chino sul volante della sua rossa

macchina precipitosa che correva l'antica strada romana con un rombo

guerresco simile al rullo d'un vasto tamburo metallico.

— Siete capace di metter la vita per ultima posta?

— Capace di tutto.

Parve guizzarle tra i denti e il bianco degli occhi l'acutezza del

sorriso formidabile come il baleno d'un'arme a doppio taglio. Con la

destra il furibondo afferrò la leva, accelerò la corsa come nell'ardore

d'una gara mortale, sentì pulsare nel suo proprio cuore la violenza del

congegno esatto. Il vento gli mozzava le parole su le labbra arsicce.

— Ora ho la vostra vita nelle mie mani come questo cerchio.

— Sì.

— Posso distruggerla.

— Sì.

— Posso in un attimo scagliarla nella polvere, schiacciarla contro le

pietre, fare di voi e di me un solo mucchio sanguinoso.

— Sì.

Protesa ella ripeteva la sillaba sibilante, con un misto d'irrisione e

di voluttà selvaggia. E veramente l'uno e l'altro sangue si

rinforzavano, balzavano; l'uno contro l'altro parevano ardere ed

esplodere come l'essenza accesa dal magnete nel motore celato dal lungo

cofano.

— La morte, la morte!

Non sbigottita ma ebra, ella mirava l'imagine di lui nel fanale mediano,

ch'era come un teschio orecchiuto, costrutto di tre metalli: mirava

nella spera convessa del rame il capo rimpicciolito, ingrossato il basso

del corpo, la mano sinistra enorme su la guida dello sterzo. Percotendo

il sole nella spera, il foco divorava la faccia; e dell'imagine allora

non appariva a lei se non il mostruoso torace decapitato e il pugno

gigantesco nel guanto rossastro.

— Mi tenterai e mi deluderai ancóra?

— Forse.

— Vedi quel carro, laggiù?

— Lo vedo.

Le parole erano come faville fulminee che si partissero non dalla bocca

senza respiro ma dall'apice del cuore lottante. Il vento le rapiva e le

mesceva all'immenso vortice di polvere alzato nella traccia spaventosa.

Parevano non avere la figura del suono ma quella dell'ardore, disumanate

dalla brevità nella luce, dalla solitudine nello spazio.

— Chiudi gli occhi, dammi le labbra.

— No.

— Mordimi, e chiudi gli occhi.

— No.

— Moriamo.

— Eccomi.

Combattevano senza toccarsi ma invasi dallo stesso delirio che agita gli

amanti acri d'odio carnale sul letto scosso, quando il desiderio e la

distruzione, la voluttà e lo strazio sono una sola febbre. Il mondo non

fu se non polvere dietro di loro; le forze si alternarono e si

confusero. La donna era separata sul suo sedile, né sfiorava pur col

gomito il compagno; ma soffriva e gioiva come se i due pugni dominatori

non reggessero il cerchio, ben lei tenessero presa per gli òmeri

squassandola. E trasposta era in lui l'illusione medesima, ché egli

sentiva sotto le sue mani nella potenza dell'impulso grandeggiare il

palpito della creatura agognata. Ed entrambi, come nella mischia ignuda,

avevano il viso cocente ma nella schiena il brivido gelido.

— Non temi?

— Non temo.

Ella guardava la morte e non credeva alla morte. Vide l'ombra d'un

pioppo su la via splendida; distinse sul ciglio erboso il fiore intatto

del vento, il labile globo di piuma sul gambo sottile; si contrasse,

divenuta un solo istinto vitale dalla nuca al tallone, imitando il

guizzo delle rondini vive che sfioravano il cofano pieno di fremito. E

non mai aveva conosciuto la sua propria forma come in quel punto, non

mai nel suo letto, non mai nel suo bagno, non mai davanti al suo

specchio: le lunghe gambe lisce come quelle dei chiari Crocifissi

d'argento levigate da mille e mille labbra pie; l'esiguità delle

ginocchia agevoli in cui era il segreto del passo ammirabile; le piccole

mammelle sul petto largo come il petto delle Muse vocali, dall'ossatura

palese di sotto i muscoli smilzi; e le braccia non molli ma salde che

pur sembravano portare la più fresca freschezza della vita come una

ghirlanda rinnovata a ogni alba; e chiuse nei guanti flosci le magre

mani fino alle unghie screziate di bianco, sensibili come il cuore

purpureo, ricche di un'arte più misteriosa che i segni scritti nelle

palme; e tutto il calore diffuso sotto la pelle come una stagione

dorata, e l'inquietudine delle vene, e l'odore profondo.

«No, non moriamo. Il cuore ti trema. Il tuo furore è vano. Godi e soffri

di me. Non sono mai stata così forte e così desiderabile».

I suoi pensieri nascevano dal suo brivido. Ed ella portava sotto le due

ali basse il suo viso di dèmone non come una maschera di carne ma come

la sommità stessa della sua anima accesa nel vento sonoro e velata di

fallacia.

— Isabella! Isabella!

Simile al cavallo nervoso che sente dinanzi all'ostacolo mancare il

coraggio del cavaliere ed è certo che non andrà dall'altra parte, ella

sentiva l'esitazione nei pugni del guidatore; e già misurava con

l'occhio lo spazio tra il carro e il canale ove le ninfee

biancheggiavano. Un grido involontario le sfuggì quando una rondine urtò

contro i bugni del radiatore camuso uccidendosi.

— Paura?

— Per la rondine.

— Vuoi?

— Sia.

— Isabella!

Allora ella guardò il viso raso del compagno, non nella spera di rame ma

nel rombo del pericolo al suo fianco: il viso bronzino, disseccato e

indurito su le ossa evidenti, chiuso fino al mento come da una sorta di

camaglio; onde sporgeva carnosa la bocca quasi fosse gonfia di sete e di

disperazione. Poi guardò innanzi a sé. Subitamente l'orrore le arrestò

il palpito, ché il carro era là, carico di tronchi immani che si

protendevano oltre le corna delle due coppie di buoi aggiogate. L'ultimo

battito delle palpebre afferrò netta la forma degli strati legnosi nel

taglio dei fusti. Poi ella chiuse gli occhi: fu scossa dalla violenza

dello sterzo, udì gli urli dei bovari e un muggito lùgubre come se la

macchina micidiale passasse sopra le bestie stritolate. Aprì gli occhi:

qualcosa di verde, di candido, di fresco le entrò nelle pupille. La

macchina correva, muggendo dalla sua sirena, lungo il margine erboso del

canale ove le ninfee galleggiavano innumerevoli. Dietro, il vortice

della polvere nascondeva il passo della morte. E un repentino riso

stridette per entro l'ondeggiamento del velo, sotto le ali dell'elmetto,

su la faccia incolume e invitta.

Era un riso involontario, un convulso riso femineo, che le riempiva di

lacrime il cavo degli occhi, la piegava a mezzo del corpo e pareva fosse

per spezzarla in ogni sussulto. Ma ella diede alla sua debolezza e al

suo male l'apparenza dello scherno vittorioso.

— La morte! La morte! — singhiozzò nella gola stridula. — L'ultima

posta! Avete ucciso una rondine e prestato un muggito di spavento a

quattro buoi troppo placidi.

Ella non poteva domare quel riso che le si partiva dalle viscere, dal

più profondo di sé, dall'ignoto abisso della sua sostanza, con un suono

inimitabile che pur sembrava falso alla sua anima e a quella di chi

l'udiva. E il compagno taceva, senza guardarla, oppresso da un'angoscia

annodata come un rancore inerte, che gli impediva di raccogliere

l'irrisione e di volgerla in lieve allegrezza.

— Tutto è gioco — disse.

Moderava la corsa. Ora la strada era solitaria; e tutta la pianura in

quel punto era una solitudine lontana come una ricordanza musicale,

fatta di segni e d'intervalli costanti; ché gli argini verdi, e

sovr'essi le pallide vie diritte, e i canali molli, i filari di salci di

pioppi di gelsi, tutte le linee consentivano a quella dell'orizzonte, in

concorde lentezza si prolungavano verso l'infinito. E il regno era del

cielo inoccupato; ché qualcosa d'aereo, per tante quiete acque

specchianti, alleviava la terra come i grandi occhi allèviano il volto

umano.

Sopra la pulsazione del motore e sopra il riso della donna, che parevan

salire dalla stessa meccanica inconsapevolezza, egli percepiva il

silenzio senza confine. E da quella chiara libertà del cielo sgombro, e

da tutte quelle bianche liste ricorrenti per la verdura, e dal balenare

delle rondini sul fiso sguardo degli stagni, gli si compose l'imagine

del suo volo. E imaginò di condurre non la rapidità che striscia ma

quella che si solleva; imaginò di ritrovarsi nella lunga fusoliera che

formava il corpo del suo congegno dedàleo tra i due vasti trapezii

costrutti di frassino d'acciaio e di tela, dietro il ventaglio tremendo

dei cilindri irti d'alette, di là dai quali girava una forza indicibile

come l'aria: l'elica dalle curvature divine.

La donna aveva soffocato il riso, che di tratto in tratto rinasceva come

un singulto infantile.

— Credo che siamo folli, Paolo — disse con una voce che si posò sul

cuore dell'uomo come una mano cauta in atto d'imprigionare qualcosa che

sia per fuggirsi.

Egli rivide, in un lampo, Isabella Inghirami sotto la tettoia che

crepitava alla pioggia primaverile, là, fra i rotoli dei fili d'acciaio,

fra le lunghe verghe di legno, fra i mucchi dei trucioli, negli stridori

della sega, nei gemiti della lima, nei colpi del martello, mentre una

tacita febbre umana pareva quasi raggiare intorno al grande airone

inanimato che aveva già la tela tesa su le cèntine delle sue ali. Ah

perché d'improvviso quell'opera delicata e misteriosa come il lavoro dei

liutai, fatta di pazienza di passione di coraggio, e di eterno sogno e

di antica favola, perché era divenuta una incerta carcassa al paragone

della somma di vita accorsa da tutti i punti dell'Universo e adunata

meravigliosamente su quel volto quasi esangue i cui sùbiti rossori

commovevano come gli accenti sublimi dell'eloquenza e come le grida dei

fanciulli? Quanto ingegno teso e ostinato, quanta accortezza e

destrezza, quante prove e riprove nel trovare i modi delle legature,

delle giunture, degli innesti! E per qual segreto, a un tratto, ecco, le

fragili falangi di quelle dita ripiegate all'angolo di quella bocca

socchiusa potevano assumere un valore che aboliva tutto l'acume della

ricerca e tutta la gioia dell'invenzione? Egli rivide la visitatrice,

poggiata senza peso il gomito contro una costa della fusoliera, presso

il timone verticale, sotto una sàrtia rigida d'acciaio, con la mano

senza guanto fra la gota e il mento a reggere il viso chino

nell'attitudine dell'ascolto, sembrando l'ombra del cappello alato

raccogliere l'astuzia molteplice e la seduzione sagace di Mercurio

imberbe.

— Ancóra pensate male di me, Paolo? O sognate il volo di domani?

Gli parve che in lei corresse un lieve fremito.

— Penso — rispose — a quel giorno che entraste per la prima volta nel

mio piccolo cantiere sul prato di Settefonti.

— Me ne ricordo.

Ella risentì gli sguardi timidi e diffidenti degli artieri, il fresco

d'una larga gocciola caduta dalla tettoia su la sua mano ignuda, il

fruscìo dei trucioli all'orlo della sua gonna, il dolore alla caviglia

impigliata in un filo d'acciaio, l'odore della vernice e della pioggia,

l'ansia dissimulata del suo cuore sotto il suo artificio.

— Entraste, come chi apre una porta e comanda a un estraneo: «Lascia

tutto e vieni con me». E non dubita dell'obbedienza.

— Sapevo — ella disse — una parola bella e strana come un nome di maga,

che significa: «Vieni-con-me». E non me ne ricordo più.

— Il vostro vero nome.

— Per voi o per tutti?

Subitamente egli patì la bruciatura profonda, senza comprendere, senza

riflettere. Or come con una qualunque parola quella voce poteva far

tanto male? Come poteva con un solo accento rimescolare tante cose

torbide, rappresentare l'oscurità del passato inesplorabile e

l'incertezza del domani impuro?

In una carne ch'egli desiderava si converse per lui tutto il desiderio

del mondo; e l'immensità della vita e del sogno fu ristretta in un

grembo caldo.

Egli la guardò. Così con un colpo di stecca iroso il modellatore

scancella nella creta l'effigie, la ragguaglia alla massa informe. Egli

agognò ch'ella più non avesse quelle palpebre, quella bocca, quella

gola, ch'ella più non fosse qual'era. E rievocò il duro carro, i lunghi

tronchi protesi all'urto senza scampo.

— Ah se l'amore, che offendete e abbassate così forsennatamente, si

vendicasse di voi e vi torturasse come mi torturate! Se un giorno voi

non poteste più dormire né sorridere né piangere!

— L'amore, l'amore! — sospirò ella abbandonando in dietro il capo,

socchiudendo i cigli, rilasciando le braccia e le mani come chi

illanguidisce, con la bocca avida, quasi a bere tutto il filtro

dell'estate dalla tazza riversa del cielo coronata di foglie. — Se

sapeste come amo l'amore, Paolo!

Proferì queste parole inchinando il viso velato verso il compagno, con

un accento ch'era simile a un sapore e a un sentore segreti, quasi che

la voce per giungere alle labbra avesse attraversato la più profonda

sensualità. Egli impallidì. Fu diminuito; fu rotto come un sermento che

debba esser gettato nella fiamma con altri mille. Per lui il desiderio

era quell'elezione irrevocabile che di quelle due braccia faceva il

luogo unico della luce e del respiro. Ma il desiderio di lei era senza

cerchio, senza limite, senza tempo come il male dell'essere e la

malinconia della terra?

— L'amore è il dono — disse egli.

— È l'attesa — disse ella.

— Non l'indugio perverso. A ogni ora voi siete per donarvi e vi

rattenete, siete per concedervi e vi negate. Fin da quel giorno, sotto

la tettoia, girando intorno alle ali morte, simulaste nel passo i

movimenti della voluttà.

— I vostri occhi sono malati.

Egli la rivedeva ondoleggiare intorno al grande apparecchio aereo, con

la pieghevolezza quasi fluida delle malvage murene prigioniere

nell'aquario.

— Perché vi lamentate sempre come un bambino capriccioso, voi che mi

piaceste soltanto come l'amico del pericolo? Pensate che io sono il

vostro più gran pericolo, Tarsis. L'amore che io amo è quello che non si

stanca di ripetere: «Fammi più male, fammi sempre più male». Non eviterò

mai nessuna pena, né a voi né a me. Fuggite, giacché avete le ali,

giacché studiate il vento.

Ella non sorrideva; ma sembrava che s'appoggiasse su ogni parola come

per comunicare a ciascuna il suo proprio peso, il peso della sua potenza

e della sua imperfezione e di tutto l'ignoto ch'ella portava dentro. E

gli stridi delle rondini su per gli stagni le fendevano l'anima come il

diamante fende il vetro, e dubbio è qual dei due strida.

— Amico, amico, — ella proruppe, di sùbito invasa da uno scoraggiamento

ansioso, quasi che la corsa rallentata e il giorno declinante le

diminuissero il respiro — no, non m'ascoltate, non mi rispondete. Non

parlate più, non voglio più parlare. Non vi farò mai tanto male quanto

ne fa a me la più piccola di quelle foglie, e tutto questo cielo!

Divine erano la dolcezza e la tristezza del giorno su la pace della

pianura ove le ombre e le acque e l'arte agreste avean composta una

ordinanza tanto semplice che pareva condotta secondo il flauto di tre

note tagliato nella canna palustre. I salci spogli, con una lieve

ghirlanda di frondi in sommo, miravano negli stagni riflesso un aspetto

tanto socievole che pareva si fosser già tenuti per mano e allora allor

disgiunti dopo una danza serena. E tanto eran fresche le ninfee nei

canali che la donna credeva sentirne l'umidità intorno ai suoi propri

occhi arsi.

— Aldo e Vana saranno ancóra molto in dietro? — domandò ella con

un'ansia oscura che non si placava.

— Ci raggiungeranno.

— Andiamo! Andiamo!

Paolo Tarsis accelerò la corsa. Il vortice di polvere, il rombo

guerresco, l'ululo della sirena respinsero la mite e straziante melodia.

Apparivano in lontananza le mura rossastre, i baluardi saglienti, le

torri quadrangolari della città forte.

— Mia sorella non vi piaceva più di me, prima? — disse ella ancóra, con

un tono acre di provocazione, sollevando gli angoli della bocca a fiore

delle gencive nel sorriso irritato e come sospeso sopra un poco di

sangue roseo.

— Non volevate più parlare, Isabella.

Una inquietudine intollerabile agitava la donna, come s'ella dovesse

dire e fare qualche cosa che sola in quel punto era consentanea a sé e

al tutto ma non potesse né dire né far quella, anzi la contrariasse con

ogni pensiero, con ogni parola, con ogni movimento e perfino col polso,

col respiro. E stava curva come sotto la tempesta, come per comprimere

la sua vita e opporsi a un salire subitaneo di onde ch'ella non sapeva

se recassero il bisogno di ridere o di piangere. E, provando un dolor

sordo alle scapole, propagava ella medesima quel dolore fino alle dita

dei suoi piedi e delle sue mani, con la pietà d'esso dolore. Ed ecco, la

stanchezza la occupava come il nero peso d'un sonnifero e le dava una

voglia accorata di piegare il capo su la spalla del compagno e di

dimenticarsi in un letargo senza fine. Ed ecco, tutte le forze del suo

desiderio con tutte le imagini della voluttà le balzavano dentro e

rotavano in una vertigine di delirio.

— È il più lungo giorno! — esclamò, come chi si risvegli nel sussulto

dei ricordarsi. — Oggi è il più lungo giorno, è il solstizio d'estate.

Non lo sapete?

E per alcuni attimi aspettò che la mano sinistra del compagno lasciasse

il volante e la toccasse, nella speranza impetuosa che una novità

nascesse da quel tocco. E tutta la sua anima si dibatteva sbigottita con

un fremito innumerevole come se tutte quelle rondini vive fossero prese

in una rete sola e nel terrore si rompessero le penne.

Contratto egli taceva, intento a dominare sé stesso, la sua macchina

fida e infida. Ed ella volle guardarlo deformato nel rame del fanale; e

più parole crudeli trovò per ferirlo, e non ne scelse alcuna ma le

contenne e n'accrebbe il suo rancore. E cercò qualche altra cosa da

opporre a quel male, da gettare a quella specie d'insana fame che

distruggeva in lei l'intera massa della vita vissuta e non le lasciava

su la lingua se non un gusto di sangue e di polvere.

Allora le ingiurie rauche e i pugni tesi dei cozzoni di cavalli le

raddrizzarono in un sussulto energico le reni indolenzite.

— Avanti! Non vi fermate! Avanti!

La mandra scalpitava sprangava s'impennava intorno alla macchina

fragorosa: lunghe criniere, lunghe code arrossate dall'intemperie; teste

montonine con la favilla bianca dello spavento nell'angolo dell'occhio;

poledri villosi come orsatti, su le alte gambe gracili; e l'urto degli

zoccoli, e l'onda delle groppe, e l'odor selvaggio nel soffocante

nuvolo.

— Muoio di sete — ella disse, quando il tumulto e il clamore furono

superati. — Ho sete di quell'acqua verde; ho voglia d'inginocchiarmi sul

margine e di tuffare il viso tra due ninfee.

Ella sollevò il velo, mostrò il viso nudo. Egli si volse a guardarla,

con qualcosa di cavo nel petto, ch'era come l'impronta di quella nudità

sempre nuova. Ella si prendeva le labbra tra i denti alternamente,

inumidendole d'una stilla tratta con uno sforzo penoso dal fondo della

gola. E i suoi occhi parevano aver perduta la pupilla, erano senza

centro, pieni d'un tremolìo chiaro di forze che scaturivano dal buio

come il gorgóglio delle dure polle nel letto delle fontane; e il segno

nero nell'orlo della pàlpebra inferiore, segnato dall'arte mattutina,

persisteva netto rilevando l'inumana chiarità delle iridi, allargando la

larga orbita, appassionando la bellezza per la volontà di farsi più

acuta.

— Ah, che cielo! Non lo vedete?

Era pallido il cielo, quasi candido, con un'apparenza eguale, eppure per

ovunque variato come una mescolanza indefinita di ardori che salissero

dalla terra e scendessero dal sommo, come una fluttuazione continua di

cose diafane e sensibili che quella faccia riversa ricevesse su i cigli

e con un battito di cigli rimandasse fino ai limiti del silenzio.

— Che faremo?

La sua ansia le diceva che il suo destino era sospeso nella luce del più

lungo giorno. Ella aveva dinanzi a sé l'imagine della sua felicità

riversa come la sua faccia nell'atto di mordere il dolore come un frutto

maturo che la bagnasse di succo vermiglio. E non sapeva se volesse

continuare senza termine quella corsa o se volesse fare una sosta in una

solitudine sconosciuta. Il pensiero involontario incurvava la sua spalla

secondo la forma del braccio maschile.

— Aspetteremo Vana e Aldo sotto la porta?

Appariva una esedra rossa su un prato sparso di gelsi ove pascolavano

cavalli bai. Dinanzi erano le mura della città fendute di feritoie.

— Paolo, Paolo, — disse ella abbandonandosi perdutamente a quell'ansia

ch'ella non dominava più — vi prego, fermiamoci a vedere la Reggia.

Bisogna ch'io la veda. È la Reggia d'Isabella. Sarà ancóra aperta a

quest'ora? Voglio, voglio entrare a qualunque costo. Vi prego! Bisogna

che oggi io la veda. Fatemi questo dono!

Il suo meraviglioso tormento e il suo furore di voluttà e la sua

riluttanza e il suo orgoglio e la sua stanchezza e la sua sete ora a un

tratto si dissolvevano e si confondevano in una visione allucinante

dell'amore su la ruina. Ella guardò l'inchinato sole per fermarlo col

suo vóto.

— È la Reggia d'Isabella. Bisogna ch'io la veda.

— Forse è tardi.

— Non è tardi.

— Son passate le sei.

— Il giorno dura fino alle nove, oggi.

— Il custode non ci aprirà.

— Bisogna che apra. Voglio.

— Proviamo.

— Sono certa. Voglio.

La macchina s'arrestò alla porta. I doganieri s'appressarono. Nel rombo

assordante, ella chinò verso di loro la sua faccia che ardeva tra le due

ali come illuminata dall'ispirazione. Anelava.

— Dov'è la Reggia?

Un di loro attonito indicò la via. Taciturna e quasi deserta era la

città distesa nella sua palude e nella sua tristezza. Le memorie la

empivano d'un silenzio che le rondini laceravano con le strida e

traevano a lembi nei loro piccoli artigli pel cielo argentino.

— E Vana? E Aldo?

— Certo, giunti alla porta, domanderanno se siamo passati.

— Domanderanno? Ecco la piazza!

La piazza era solitaria e lunga, fra palagi e torri e moli sacre, con

grandi ombre respiranti in una storia di magnificenza, di gentilezza, di

lussuria, di tradimento e di uccisione. Le rondini vi gettavano un

clamore quasi deliro. La Reggia era chiusa. E parve alla creatura

febrile che chiuso vi fosse il suo più profondo destino. Ella balzò a

terra, anelante; e, simile alla figlia scacciata che ritorna in demenza,

si pose a battere l'imposta coi due pugni chiusi.

— Ma che furia! Isabella, vi farete male alle dita. Certo, così

spaventerete il custode che rifiuterà di lasciar entrare a quest'ora una

piccola folle polverosa.

Paolo rideva, rapito tuttavia da quella vitalità volubile, da quella

diversità d'aspetti e d'accenti, da quell'ardore e da quel tumulto che

del luogo ov'ella era sembravano fare il punto più sensibile

dell'Universo.

— C'è il campanello — disse una voce timida. Ed entrambi soltanto allora

si accorsero che dietro i due sedili emergeva, di mezzo a un cumulo di

cerchioni sovrapposti, il meccanico trasfigurato dalla polvere in un

busto di gesso parlante.

L'impaziente si maravigliò, poi rise. Cercò il campanello, tirò con

tutta la forza. Il tintinno si propagò nell'ignoto. S'udì un passo, un

borbottio, uno scrocco di chiave; l'imposta s'aprì; il custode apparve

su la soglia. Barbato e canuto, era la figura volgare del Tempo senza

clessidra né falce. Non gli diede agio d'aprir bocca ella, ma sùbito lo

avvolse nella sua implorazione irresistibile.

— Lasciateci entrare! Siamo di passaggio. Ripartiamo prima di notte. Non

torneremo forse mai più. Vi prego, vi prego! Nessuno vede, nulla può

accadere. Lasciate che entriamo, per un'occhiata almeno! Mi chiamo

Isabella.

Più di quella grazia infantile e di quella calda voce supplichevole e di

quel nome dominante valse l'offerta del compagno. Il Tempo sorrise nella

barba gialliccia, e si scansò.

Allora ella si tolse il velo, si tolse il mantello; e tanta fu la luce

de' suoi giovani occhi che per qualche attimo ella sembrò vestita di

quella sola. Ma, quando ella si mise per la vasta scala, Paolo Tarsis

udì in sé i colpi sordi del suo cuore come se la portasse su le sue

braccia: pesante? leggera? Anche il corpo di lei era ingannevole, quasi

duplice, come dissimulato e rivelato in una perpetua vicenda. Ecco, ella

saliva di grado in grado con una pieghevolezza che pareva allungarle

ancor più le gambe, attenuarle i fianchi, assottigliarle la cintura; era

magra, snella, veloce, come un giovinetto allenato alla corsa. Ecco,

ella si soffermava sul ripiano traendo un gran respiro; e l'occhio a un

tratto si stupiva nello scoprire la larghezza delle sue spalle, la

profondità del suo torace, la potenza delle sue reni, la rettitudine

della sua ossatura su i piedi non piccoli ma dal fiosso arcuato così che

si equilibravano sul calcagno e sul pollice come quelli della Libica

michelangiolesca.

Si soffermò ella; poi fece qualche passo verso la prima sala. Il gioco

dei suoi ginocchi creava nella sua gonna una specie di eleganza

interiore, una grazia alterna che di dentro animava ogni piega. Ancóra

si soffermò, senza più traccia di sorriso e d'allegrezza, come oppressa

da un presentimento troppo grave, con le palpebre basse. L'amico era

poco discosto, occupato da un'angoscia che pareva tutto abolire in lui e

non lasciargli se non la possibilità d'un sol gesto nelle braccia

pendenti ove si addensava l'attesa. Non lo guardava ella ma assisteva

nel suo proprio corpo al fluire e all'adunarsi d'un mistero ch'ella non

dominava e che pure le apparteneva più dell'intima sua midolla.

E all'improvviso dal suo corpo, dalla sua grazia, dalla sua potenza,

dalle pieghe della sua veste, da tutte le linee della sua persona, da

quel ch'era la sua vita e da quel ch'era apposto alla sua vita — con la

fatalità dell'acqua che va alla china, del vapore che tende all'alto —

si formò qualcosa di breve e d'infinito, qualcosa di fuggevole e di

eterno, di consueto e d'incomparabile: lo sguardo, quello sguardo.

E fu tutto. E si presero per mano, trascolorati, senza parola, vinti da

un amore ch'era più grande del loro amore, come per entrare nella casa

della loro unica anima o delle loro ombre congiunte. La lor felicità

terribile non più si tendeva a mordere il dolore ma ad ascoltare il

grido della bellezza dilaniata e derelitta. Pareti e volte decrepite;

vecchie tele sfondate; tavole e seggiole sgangherate dalle gambe d'oro

misere; tappezzerie lacere accanto a intonachi che si scrostavano, a

mattoni che si sgretolavano; vasti letti pomposi, riflessi da specchi

foschi; impalcature alzate a reggere i soffitti; e l'odore della muffa

risecca e l'odore della calcina fresca; e pel vano d'una finestra due

torri rosse nel cielo, un cigolio di passeri, uno schiamazzo di monelli;

e pel vano d'un'altra una strada deserta, una chiesa senza preghiere, il

picchierellare di due stampelle; e appeso un lampadario a gocciole di

cristallo, e obliqua una striscia di sole sul pavimento; e un altro

lampadario e un'altra striscia, e più triste la cosa lucida che

l'estinta; e ancóra lampadarii in fila, guasti, pencolanti, simili a

fragili scheletri congelati. O desolazione, desolazione senza bellezza!

«Che faremo noi dell'anima nostra?»

— Un giardino! — gridò la visitatrice traendo verso la finestra il

compagno, per una sala ampliata dalle imagini dei Fiumi.

Ed entrambi s'affacciarono. Non disgiunsero le mani; stettero in ascolto

come per cogliere vaghe onde di musica.

Era un giardino pensile, chiuso da un gentile portico palladiano a

colonne bine; le quali apparivano più quiete perché quivi duravano in

coppie costanti e, avendo tra i loro fusti un intervallo eguale,

potevano ravvicinarsi nella fedeltà delle lor lunghe ombre. Piante varie

v'erano confuse, arbusti e cespi vi s'affoltavano; ma tutto il verde non

valeva se non per sostenere il languore appassionato di qualche rosa

bianca.

Quando Paolo accostò il suo viso a quello desiderato, così che l'alito

si mescolò all'alito, l'amica si ritrasse e si rivolse e guardò dietro

di sé. Poi fece, sommessa, con la bocca molle:

— No. Ce n'è un altro, più bello.

Credeva di udire il preludio indistinto d'una musica che tra breve fosse

per irrompere con la veemenza del torrente.

Varcarono una soglia; e li coperse il cupo azzurro d'un cielo notturno

ove i segni zodiacali scintillarono riflettendosi nell'acqua stagnante

degli specchi. Per la finestra saliva il profumo cocente e possente

della magnolia, ebrezza delle costellazioni.

— Un altro giardino?

Era un triste cortile abbandonato. E i lampadarii di pallido vetro

riapparvero in sale pompose e vuote; e riapparvero i letti insonni; e le

vecchie tele cieche rossicarono e nereggiarono su le mura delle lunghe

gallerie, simili alle pelli bovine tese e appese dai conciatori; e il

coro dei passeri dagli embrici rotti cigolò giù per le armature

sconnesse delle travi, giù pei travicelli attraversati, giù pei graticci

sfondati dei palchi in ruina; e tutto fu ancóra desolazione senza

bellezza.

— Vana! Aldo e Vana!

Lo sbigottimento spegneva il grido d'Isabella. Vedeva ella venirle

incontro, pel silenzio d'una stanza occupata dall'ombra di un letto

lugubre come un feretro, due creature silenziose e fisse come quelle che

senza pianto dal fondo della loro stessa vita vanno incontro al destino

lacrimabile.

— Aldo, Vana, siete voi? siete voi?

— No, Isabella. Siamo noi, nello specchio. Perché tremate così?

— Noi!

Era un alto cristallo che, in bilico tra due colonnette, rasentava il

pavimento specchiando l'intera persona diritta in piedi. Il fascino

n'emanava come da un parallelogrammo magico.

— Perché tremate così?

Vinta e riluttante, ella si appressava all'imagine traendo per la mano

il compagno inquieto; entrava nell'ombra funerea del letto; fissa, non

riconosceva il suo sguardo in quegli occhi che la guardavano quasi

nudati, quasi privi di cigli, privi di battito, immensi, più misteriosi

della tomba, misteriosi come la follia.

— No, no! Ho paura.

Ella balzò lontano, fuggi per le stanze contigue, sotto cieli d'oro e

d'oltremare, sotto cieli dolci come le turchine malate e le dorature

sdorate, sotto pallide ricchezze diffuse e sospese; sotto un silenzio

scolpito e inevitabile.

— Isabella!

La desolazione si trasfigurava. Si mutavano ora in lembi di melodia

patetici come i gridi del desiderio e dello spasimo le vaghe onde di

musica ondeggianti intorno alle rose bianche dell'orto pensile. La

ruina, liberata dai vestigi della vanità e della miseria intruse,

respirava nell'antica grandezza per tutte le bocche delle sue ferite,

respirava e soffriva e moriva anelante verso il più lungo giorno. Tutti

i segni erano eloquenti, tutti i fantasmi cantavano. Le Vittorie

mostravano l'anima di ferro sotto gli stucchi disgregati, e non più la

corona fronzuta tendevano ma il cerchio di rugginoso ferro. Le Aquile

sublimi abbrancavano i festoni di frutti putrefatti e caduchi.

— Isabella!

Ella andava andava, esitando tra l'una e l'altra stanza, non sapendo in

quale l'anima sua fosse per trarre un più profondo sospiro. E le stanze

si moltiplicavano; e la bellezza s'avvicendava con la ruina, e la ruina

era più bella della bellezza. E gli occhi si dilatavano per tutto

vedere, per tutto accogliere; e l'intero viso viveva la vita dello

sguardo. E l'anima si ricordava; ché le forme scomparse rinascevano e si

ricomponevano in lei musicalmente, e traeva essa la gioia della

perfezione da ciò ch'era imperfetto, la gioia della pienezza da ciò

ch'era menomato. E il giorno era protratto dal prodigio ma nessun

indugio era concesso; e su ogni soglia il piede si posava temendo il

divieto ma lontana era tuttavia la soglia della sera.

— C'è in là un altro giardino, — diceva ella errando — un altro

giardino.

E, attraverso una grata, apparve una corte ingombra di macerie e d'erbe

fra mura fendute ove rimanevano tracce di ornati dipinti a nodi; e,

oltre le mura, una zona di palude rifulse, e riudito fu lo stridìo delle

rondini, e traudito fu il gracidìo delle rane, nel cielo, nell'acqua, in

un solo ardore indistinto. E la straziante Estate chiamò, tra l'una e

l'altra voce.

— Non è questo.

Ella vacillava sul pavimento sconnesso, ancor qua e là inverdito dallo

stillicidio; e sopra lei le macchie pluviali scurivano i lacunari

azzurri del soffitto ove un oro più nobile e più solido di tutti gli ori

s'ammassava in volute, in rosoni, in pigne scolpiti con robustezza

romana. Le Sirene s'incurvavano, tra i fogliami sporgenti come le

mammelle dei bei mostri marini, in un fregio di così forte rilievo che

eguagliava la misura dei grandi versi memorabili. Lungo gli stipiti

delle alte finestre le Vittorie tendevano all'estremità dei moncherini i

cerchi di ferro rugginoso.

— No, Paolo, no! Non qui, non qui! Vi supplico!

Ella sfuggiva alle mani tremanti del compagno. Gli mostrava un viso che

pareva decomporsi e ricomporsi come nella vicenda del terrore e

dell'ebrezza. Ed entrambi, da una soglia all'altra, dalla luce

all'ombra, dall'ombra alla luce, perseguitavano la loro angoscia senza

fine.

— È questo? — disse Paolo chinandosi a un davanzale.

Era la squallida memoria d'un altro giardino pensile, ingombro di

ortiche, di rottami, di vecchie docce contorte. Un Tritone sonava la

bùccina su una parete forata e maculata; qualche papavero ardeva qua e

là come una fiammella spersa. Più nere parevano le rondini in un cielo

più lontano.

— Ci può essere una cosa più triste in terra? — disse la donna

ritraendosi.

Ricominciava la desolazione: la cappa demolita d'un camino nera di fumo;

una serie di finestre murate; un corridoio cosparso di calcinacci;

un'aula biancastra con su le pareti le tracce del lordume umano e dei

tramezzi sovrapposti; una scala di pietra consunta; e un altro corridoio

simile alla corsia d'un ospedale evacuato; e poi un'altra scala immensa,

discendente fra nicchie deserte a un'orrida porta fatta di assi

sconnesse e di travi traverse, che pur pareva più inespugnabile del

triplice bronzo, inchiodata sopra un varco senza nome.

— Isabella!

— Ho paura, ho paura.

Ella aveva in sommo della gola l'atroce pulsazione della sua vita.

Perduta era dentro di sé, fuori di sé.

— Dove siamo? Si fa sera?

Egli l'aveva ancóra presa per la mano come per condurla; e dentro di sé

e fuori di sé era perduto. Camminavano sul loro stesso tremito, come su

una corda tesa e oscillante.

— Ah, non posso più!

Chi dei due aveva esalato quell'anelito? Ancor due erano le bocche ma

una era l'ambascia, e le loro due forze confuse non la sostenevano.

— Non posso più!

D'improvviso rientravano nell'azzurro e nell'oro, riudivano la melodia

dominante, rivedevano splendere il più lungo giorno.

— Forse, forse, forse....

Verso l'oro e l'azzurro ella aveva levato la faccia; e la sua stessa

anima era diffusa sul suo capo ricca e inestricabile, effigiata nelle

sue mille ambagi. Ella leggeva con gli occhi torbidi la parola

spaventosa inscritta innumerevoli volte, tra le vie dedàlee, nei campi

oltremarini.

— Forse, forse, forse....

Gli disse quella parola entro la bocca, sotto la lingua; glie la disse

entro la gola, alla sommità del cuore; ché egli le aveva preso con le

dita il mento e con le labbra il fiato, il più profondo fiato, quello

che sanno le vene i sogni i pensieri.

Allora furono due creature che allucinate e riarse per un deserto di

mobili dune giungono col medesimo anelito alla cisterna occulta e

insieme vi discendono, vi si precipitano, si protendono verso l'acqua

che non vedono, nell'angustia si urtano, si dibattono; e ciascuna vuol

bere prima e di più, e sente dietro le sue labbra molli crescere la

rabbia mordace, e l'ombra e l'acqua e il sangue sono al suo delirio un

solo sapore notturno.

Egli bevve il primo sorso, ché un succo divino riempì d'un tratto sino

ai margini il calice nudo; e, per non perderne una stilla, egli reggendo

con le dita il mento pose l'altra mano dietro la nuca, di sotto alle

ali, e tenne il bel capo come si tiene un vaso senza anse. E teneva

forte, serrava troppo forte, inspirando l'istinto alla sua bramosia

l'atto di spremere, il primissimo gesto insorto dalla cecità del nato

d'uomo; ché gli sembrava di nutrire per la prima volta la sua più

profonda innocenza.

Ella si vuotò di dolcezza, si fece tutta vacua e lieve come se un'aria

calda circolasse nella concavità delle sue ossa prive della midolla

insensibile; e un gemito sommesso, quasi una implorazione senza suono,

accompagnava quel miracolo. Ma, quando si sentì distrutta sino al fondo,

volle rinascere; e scosse un poco il capo per allentare la presa e

liberò dalle labbra le labbra e le riattaccò sovrapposte per avere quel

che aveva donato. E la vicenda si fece cruda come una lotta di feritori;

ché l'una e l'altro cercavano giungere qualcosa d'ancor più vivo e

segreto, i precordii, gli spiriti balzanti dell'intima vita. Ed entrambi

sentivano la durezza dei denti nelle gencive che sanguinavano. E

arrossato da una sola piccola goccia era tutto il fiume carnale che

fluiva sul mondo.

Un lento fiume si partiva da loro, generato da quella congiunzione, da

quell'immensità di gioia ch'essi avevano contenuta sino a quel punto

inconsapevoli. Inondava la Reggia, passava per le innumerevoli soglie

ov'era passata la loro angoscia, traeva seco tutti i resti della

bellezza, sboccava nei giardini ch'essi avevano contemplato e in quelli

ch'eran rimasti invisibili, traversava la palude, solcava la pianura, si

perdeva senza foce nell'estate senza confine. E il gemito sommesso,

debole come il fiotto d'un bambino infermo, accompagnava il miracolo;

ché, pur mordendo, la donna non cessò da quella implorazione quasi senza

suono, onde la voluttà pareva soffusa di dolore e velato di pietà il

combattimento.

— Non più!

— Ancóra! Ancóra!

— Non più!

Un gran sobbalzo la distaccò dall'amante. E le sue pàlpebre gravi

battevano per respingere la nube addensata, per riacquistare il lume,

per distinguere il fantasma dalla presenza certa. Era ancóra l'imagine

nello specchio? Era ancóra lo sguardo della follia negli occhi suoi

divenuti estranei? Era il pallore stesso della sua perdizione quello?

Ah, non credeva di poter essere tanto livida!

Era Vana, Vana nel colore della morte ma respirante, appoggiata contro

lo stipite come chi sia per stramazzare, aperta gli occhi come chi non

possa più serrarli. Era la sua piccola sorella.

E la voce di Vana era quella che parlava, se bene irriconoscibile. Con

affannosa rapidità Vana, senza potere ancor muoversi, disse:

— Ora viene Aldo.

S'udiva il passo del fratello nella stanza contigua. Lo sforzo della

dissimulazione fu concorde. L'adolescente apparve su la soglia,

corrucciato.

— Ah, siete qui? Vi troviamo finalmente! Avreste ben potuto aspettarci,

o almeno degnarvi di lasciar detto qualcosa per noi alla Porta Pusterla.

— Credevamo che tu fossi lì lì per raggiungerci — rispose Isabella,

domato il turbamento. — C'era parso di udire la tua cornetta, Aldo. E

abbiamo pur lasciato il custode giù.

— Sorte, che Vana è indovina! Per tutta la strada non abbiamo fatto che

mangiar polvere.

— Al momento di partire, non t'ho io proposto d'andare avanti? — disse

Paolo Tarsis.

— Ma tu hai una torpedine da corsa e io ho una testuggine di palude.

— Ottima per questo paese, dunque.

Paolo desiderò di scomparire, di ritrovarsi in qualsiasi parte ma

lontano. In quella falsa gaiezza si risolveva la sua gioia di porpora!

— Piccolo, via, non mi tener broncio. Sei sempre scontento — disse

Isabella, morbida, lisciando con l'anulare i fini sopraccigli del

fratello velati come di cipria.

— Isa, promettimi che vieni con me pel resto della strada e mandi

Morìccica con Paolo.

— Sì, se vuoi.

— Voglio, voglio.

— Ah, come ti vizio!

— Che hai nei denti?

— Che ho?

Ella serrò la bocca e di sotto fece scorrere su i denti rapida la

lingua.

— Anche nel labbro.

— Che ho?

— Un po' di sangue.

— Sangue?

Ella cercava il fazzoletto; e si traeva indietro con moti quasi coperti,

chinando sotto le ali ferrugigne il viso ch'ella credeva di fiamma. Con

una tenerezza accigliata ch'era una crudeltà inconsapevole, il fratello

insisteva da presso; stendeva la mano verso di lei; le prendeva tra il

pollice e l'indice il labbro inferiore; diceva:

— Hai un piccolo taglio.

Involontariamente Paolo si volse dall'altra parte, con l'atto di

guardare sul camino di marmo rosso lo specchio barocco in una ghirlanda

di Amorini alati, stretto dall'ansia, temendo che su lui apparisse la

medesima traccia. Scorse il capo di Vana alzato verso il labirinto del

soffitto e percosso da un fascio di luce sinistra. Con un colpo sordo

nel cuore, udì l'accento della voce ammirabile nella menzogna. Conobbe

la nuova qualità di quella voce, che diceva:

— Ah sì, forse, quando son caduta, dianzi laggiù, mettendo il piede in

una buca dell'ammattonato....

Ed ella cercava il fazzoletto per coprirsi la bocca come se le fosse

tutta una ferita cocente.

— Tieni — disse Vana porgendole il suo.

Era rimasta col capo levato verso il soffitto, come assorta, come

attenta a udire il custode narrarle l'avventura di Vincenzo Gonzaga, che

illustrava l'emblema parlante; ma non aveva mai distolto dalla sorella

lo sguardo obliquo, quell'iride chiara sì duramente torta nell'angolo

delle pàlpebre. E Paolo vide nel fascio di luce il risalto del bianco,

intenso come smalto, su la stretta faccia olivastra; vide quella mano

tesa. E nella faccia e nella mano era tanta forza d'espressione e

d'illuminazione ch'elle parevano sorpassare la realtà e intagliarsi nel

cielo stesso del fato, come quando il crinale delle Dolomiti solo arde

nei crepuscoli inciso contro tutta l'ombra, e ciascuno dei suoi rilievi

s'addentra nell'anima di chi mira, e vi s'eterna.

— _Forse che sì forse che no_ — disse l'adolescente con una voce ch'era

già velata dalla malinconia, leggendo il motto inscritto negli

intervalli dello scolpito errore. — Perché, Isa, tra l'uno e l'altro

_Forse_ c'è un ramoscello e non un'ala, non la tua ala, Tarsis? L'ala di

Dedalo o il filo di Arianna. Perché dunque un ramoscello?

— Non so — rispose la bocca baciata.

— Non so — rispose il costruttore d'ali incatenato alla terra.

— Perché, Morìccica?

— Non so — rispose la vergine oscura che aveva voluto esser macchiata

dalla goccia del sangue voluttuoso.

— Non so — rispose a sé medesimo l'adolescente oppresso dei suoi anni

così pochi e così carichi d'ignota pena.

E non sapevano; e in ciascuno era una strana esitanza a uscire da quel

luogo, a volgersi altrove, ad andare avanti o a tornare indietro, come

se dall'alto le liste d'oro si prolungassero in una zona pieghevole che

invisibilmente li circuisse e li annodasse di continuo.

— Andiamo — disse Aldo ponendo il braccio sotto quello d'Isabella. — Io

voglio vedere il Paradiso, e nulla più.

Quando per la scaletta di tredici gradini il custode li condusse agli

scrigni della principessa estense, quando riudirono la rondine stridere

nella perla sospesa del giorno, la potenza chimerica della vita li

percosse tutti nel mezzo del cuore, quivi fece più crudamente dolere i

mali e i sogni inconfessabili. E l'uomo nel rigoglio della virilità

esperto d'ogni rischio e d'ogni mèta, immune da ogni paura e da ogni

abitudine, armato di diffidenza e di dispregio, che aveva conosciuto

giorni innumerevoli in cui la disciplina della sua virtù piantata su le

due calcagna gli bastava a vivere, guardò il meraviglioso ingombro del

corpo omai promesso e oppose al presentimento della sciagura l'imagine

dell'orgia liberatrice, memore del marinaio disceso nel porto per

ripartir più leggero domani verso l'Oceano; e gli gonfiò le vene

l'impazienza di saziarsi. Non ignara del piacere e bisognosa di gioire

soffrendo, smaniosa di sporgersi all'orlo delle tentazioni più

terribili, con un cuore timido e temerario, soave e spietato, la donna

aspirava intorno a sé l'ardore delle anime simile all'odore sulfureo

dell'uragano; e non formava alcun disegno, non si preparava contro

l'impreveduto; pesava sul ritmo de' suoi ginocchi la divina bestialità

del suo corpo, covava la sua astuzia e la sua lussuria nel suo calore

più profondo. Ma la vergine e l'adolescente non avevano difesa contro lo

strazio, non contro il profumo della magnolia, non contro la pallidezza

della palude, né contro l'estasi dell'aria, pieni entrambi di forze

discordi che facevano un cupo tumulto disperdendosi e risollevandosi a

ogni soffio intorno un'ombra che forse aveva una sembianza da non poter

essere guardata fisamente senza terrore.

— Ecco il mio giardino — disse Isabella piegandosi sul davanzale, con

l'accento medesimo ond'ella avrebbe detto all'inizio d'una confessione

impetuosa: «Ecco la mia colpa, ecco la mia gloria».

Un'ebrezza perversa si partiva da lei, mista di spontaneità e

d'artifizio, espressa ora col viso nudo ora con la maschera, ora con

l'affettazione dell'attrice sapiente ora con la più ignara grazia

animale.

— Te l'imaginavi così, Aldo?

Al fianco di lei si piegava il fratello, cingendole col braccio la

cintura, su la pietra calda.

— Guarda, Morìccica. Guardate, Tarsis.

Vana e Paolo s'appressarono; ed ella si scansò perché giungessero a

scoprire i rosai. Attirò Vana contro sé per sentirla fremere; e sul capo

chino di lei fece passare il suo sguardo verso l'amante, uno sguardo che

non era un baleno ma qualcosa che pesava, che colava come una materia

fusa. E stavano là tutt'e quattro in un gruppo, nel calore, nell'odore,

invasi da un intorpidimento leggero che somigliava il principio di un

incantesimo.

Anche il giardino era intorpidito, quasi imbiutato d'un silenzio pingue

come il miele come la cera come la gomma. Era un abbandono e una

tristezza che si consumavano in profumo tardo. Gli spiriti dell'olio si

sprigionavano dal cociore dello spigo e del rosmarino; le albicocche

pendevano mézze nella fronda floscia, qualcuna sfatta, aperta sul

nòcciolo, stillante; i rosai non potati avevano sprocchi tanto lunghi e

teneri che s'incurvavano sotto una rosa scempia; e la pallida palude

vergiliana appariva di là dagli alti gigli tanto ricchi di pòlline che

n'eran lordi.

— Quando io vivevo — disse piano l'incantatrice, col volto quasi

vaporato dalla squisitezza del sorriso — il mio giardino era pieno di

pecchie e di camaleonti.

Un'ape entrò, sonora. Gli occhi dell'adolescente la seguirono con una

meraviglia che rese straordinario il volo. Tutt'e quattro, raccolti

nello strombo della finestra, ascoltarono il lungo errante ronzo. Poi si

guardarono tra loro fuggevolmente, e videro che tutt'e quattro avevano

gli occhi chiari ma diversi, attoniti come se questa simiglianza

dissimile scoprissero per la prima volta.

— Ah come sapevo vivere! — soggiunse Isabella affascinata dal suo gioco

stesso. — Nelle mie piccole stanze, sul margine dei miei stagni pigri,

possedevo i sogni delle città famose. Vedete, vedete: quelle del

settentrione e quelle del mezzogiorno, le brune e le bionde, le grige e

le bianche....

E apparivano nelle lunette le piante dipinte delle città circondate di

mura e di torri, bagnate dal mare, attraversate dal fiume, fondate sul

monte: Parise e Gerusalemme, Ulma e Lisbona, Berna e Marsilia; e quelle

che sono per le imaginazioni degli uomini come gli aromi gli ozii le

febbri i filtri le danze: Algeri, Toledo, Messina, Malta, l'egizia

Alessandria.

— Isa, Isa, — sospirava l'adolescente — perché non siamo stanotte nella

vecchia Algeri, su una terrazza bianca, vestiti di seta, con molti

cuscini, con molte bevande, con qualcuno che ci canti qualche lunga

storia che noi s'ascolti e non s'intenda!

— Taci, taci — ella disse con l'indice su la bocca, avanzandosi

lievemente verso l'altra soglia. — Ascolta l'ape.

L'artefice studiosa era passata nella saletta contigua; e il bombo

pareva cambiar tono, farsi più sonoro, come moltiplicato da una tavola

armonica, simulando il vibrare della corda bassa.

— Ascolta, che musica!

— Suona la viola bordona — disse Aldo, sommesso, appressandosi in punta

di piedi, tratto dall'istinto mimico dell'adorazione a imitare i modi

della sorella.

Si sporse dalla soglia l'incantatrice, poggiando le mani all'uno e

all'altro stipite; guardò intorno, guardò in alto; poi senza parlare

volse la faccia irradiata dal riflesso del tesoro scoperto. E tutti gli

occhi chiari intorno ricevettero il grande bagliore.

Entravano nella cassa dorata d'un clavicembalo? entravano in una teca

votiva lavorata dal principe degli orafi per custodire gli avorii

miracolosi dell'arpa di Santa Cecilia? Il bombo dell'ape era come la

vibrazione della corda sotto la penna di corvo in una cadenza allungata;

ma il silenzio era come il silenzio che vive dentro i reliquiarii.

— Isabella! Isabella! — ripeteva l'adolescente, abbagliato, leggendo per

ovunque il nome della divina Estense.

E la sorella con un sorriso di felicità infantile guardava attorno

interrogando lo stupore di ognuno, come per una foggia della sua

eleganza, come quando metteva una bella veste nuova e chiedeva: «Ti

piace? Vi piace? È tutta mia l'invenzione».

— Quando io vivevo — disse piano — qui si faceva musica, verso

quest'ora. Te ne ricordi, Vanina?

— Io me ne ricordo — disse Aldo, movendo a vuoto le dita della sinistra

come usava lungo il manico del suo violoncello. — Forse la mia viola da

gamba è ancora chiusa là, in quello stipo.

Più delicata della filigrana era l'opera del soffitto, intorno all'arme

delle due aquile e dei tre gigli d'oro. Alle pareti erano gli stipi per

gli strumenti e per le intavolature, e nel legno figurati a tarsia il

dolzemele il buonaccordo la viola la virginale l'arpa, e miste alle

figure musicali erano strane imagini di palagi e di verzieri come per

significare i luoghi inesistenti a cui sul fiume della melodia l'anima

anela pur dal più lieto dei soggiorni. E, quivi anche, sopra uno

stendardetto era intarsiato il nome soave.

— Certo è là, la tua viola — assentì l'incantatrice, con gli occhi

fissi. — La vedo bene, Aldo. Ho sempre invidiato quel suo colore

rossobruno, pei miei capelli. Ah, se tu potessi mai cavare una nota che

gli somigli! E quelle chiazze giallastre della vernice sul fianco, più

trasparenti dell'ambra! E dietro, nel mezzo della cassa, quella doratura

a strisce di zebra, ricca e dolce come la gola di un uccello tropicale!

Il dosso del manico è pallido, levigato dalla tua mano.

— Morìccica, e che bel liuto avevi tu per cantare! — disse l'adolescente

inebriandosi. — La cassa era costruita come la carena dei navigli a

liste di legno alterne, chiare e scure, ma più leggera d'un guscio di

noce. E la rosa era traforata così sottilmente che appena appena ci

passava un raggio di sole quando la mettevi contro luce perché si

leggesse in fondo il nome del famoso liutaio.

Stavano essi addossati agli stipi, come immemori, indugiandosi nella

misteriosa tregua. Pareva che tutto divenisse musica, per cui la stanza

angusta abitata dall'antica anima era congiunta alla lontananza

immensurabile. Non il suono delle campane faceva biancheggiare il cielo

esausto d'aver sì lungamente risplenduto? S'udiva nelle pause dalla

palude salire il primo coro delle rane; e, quasi illuse dalla

rispondenza, n'eran bianche le acque. E tutto era bianchezza e lentezza:

ancóra i veli della sera vegnente per quella fiumana d'oblio erano

indistinti, se bene i salici avessero già nelle capellature un poco

d'ombra.

— Questo cielo, Aldo, mi fa ripensare a quella parola che mi mostrasti

in una dedica d'un Libro di Cantate, forse dedicato a me quando vivevo.

Te ne ricordi?

— Me ne ricordo. «Il cielo stesso come Autore della Musica sia

testimonio....»

— Autore della Musica!

— Era un libro di Cantate a voce sola, del Mazzaferrata. E ce n'era una

per oggi, una per quest'ora: «_Ove con pié d'argento_». Era rilegato in

pergamena impressa, lucida come i cofanetti di pastiglia; e sul rovescio

della legatura era scritto a mano: «Doppio ardor mi consuma». E la carta

era fragile, molle, consunta nei margini: cominciava a morire per le

estremità come le foglie d'autunno. Te ne ricordi? Anche il libro

dev'essere nello stipo.

Isabella consentiva alla fantasia dell'adolescente con quel suo sorriso

durevole, sospeso su la piccola ferita del labbro.

— Vanina, — ella disse — perchè non prendi il tuo liuto e non ci canti

sotto voce una canzone?

— La canzone di Thibaut de Champagne roy de Navarre: «_Amors me fait

commencier Une chanson novelle_....» — disse Aldo. — Oppure quella

d'Inghilterra, così dolce, su le parole di Ben Jonson il Tragico, quella

che finisce: «_O so vhyte, o so soft, o so sweet, so sweet, so sweet is

shee!_» A che pensi?

Vana esitò, quasi temendo di non aver più la sua voce primiera, quasi

credendo di dover parlare per la prima volta con la mutata voce. Poi

rispose:

— Mi domandate di cantare, e io pensavo alle parole di quell'altro tuo

poeta. «O rondine, sorella rondine, io non so come tu abbia cuore di

cantare.... Ti prego di non cantare, almeno per un poco!» Domandiamo una

pausa alle rondini, intanto.

— È vero — disse Isabella.

Veramente i gridi delle rondini laceravano l'estasi del più lungo

giorno. A tratti, gli stormi passavano dinanzi la finestra come

saettamenti disperati.

— Quanto mi piace oggi, Vana, la tua malinconia! — disse Aldo.

— Anche a me — disse Isabella.

Addossata allo stipo, con la testa appoggiata alle tarsie, con le mani

senza guanti abbandonate in giù, con le lunghe ciglia brune socchiuse

sopra lo smalto luminoso, Vana aveva il volto di chi sentendosi venir

meno rattenga tra i denti la sua propria anima e la gusti. La sua bocca

era lievemente convulsa da un sapore simile a quello di certe erbe che

masticate forzano i muscoli del sorriso.

— Isa, ti ricordi di quella tavoletta di Cesare da Sesto in quella bella

cornice sdorata, che vedemmo a Francoforte? — disse Aldo. — È una Santa

Caterina d'Alessandria, in un paese di boschi di acque di monti, vestita

di verde, elle posa le mani su la ruota dentata del suo martirio. Le

estremità delle sue dita smorte sono presso i denti di ferro crudeli. Ma

lo spirito musicale di quella pittura ci entrò in cuore. Mi ricordo che

tu dicesti: «Le sue dita si posano su la ruota così dolcemente che

sembra tócchino i tasti d'un arpicordo».

— È vero.

— Così è Vana oggi.

Paolo Tarsis taciturno ascoltava il dialogo fantastico; e l'aspetto e la

voce dell'adolescente gli movevano una sorda gelosia, e l'angustia di

quella stanza e l'afa del passato e quelle imaginazioni e quelle

morbidezze lo soffocavano. Egli a quando a quando vedeva la nuda

brughiera lontana, il suo grande airone bianco ricoverato sotto la

tettoia di ferro e di assi, le tuniche azzurre de' suoi meccanici

occupati intorno al congegno. E dal turbamento, che gli davano i sogni

musicali, nascevano le forme delle vaste nuvole che dovevano rendere

patetico il cielo della sua vittoria. E, come passava rasente la

finestra lo stormo a saetta, egli era percorso da una sorta d'impazienza

muscolare e riudiva in sé il sibilo dell'elica.

— Quanto mi piace questo! — disse Isabella dopo una pausa, come una che

abbia morso la polpa d'un frutto e ne lodi la bontà con la bocca bagnata

di succo; ché la sua voce rendeva sensuali anche le sottigliezze

dell'intelligenza.

— Rimaniamo qui? — disse Aldo. — Riprendi possesso del tuo Paradiso?

Stanotte avremo la più grande sinfonia di rane che mai si possa udire.

Le rane mantovane sono famosissime: superano perfino le ravennati in

arte armonica.

— È la notte più breve.

— Io non voglio dormire.

Di nuovo egli s'era appressato alla sorella con la grazia d'un paggio,

seguito dall'inquietudine di Paolo. Era tanto bello che avanzava di

bellezza le due creature del suo sangue. La forma della sua fronte su

l'arco dei sopraccigli era simile a quella dei giovini Immortali; e chi

la guardava non poteva cessare di guardarla, ché involontariamente

risaliva di continuo a quella perfezione. Ond'egli, accorgendosi che di

continuo lo sguardo altrui non s'affisava ne' suoi occhi ma più su de'

suoi occhi, aveva il sentimento di portare una corona ammirabile; e ne

pareva accresciuta la fiamma della sua spiritualità come la leggerezza

delle sue movenze.

— Bisogna dunque andare? — disse Isabella.

E rimirò la filigrana del soffitto, ove ancora l'ape dimenticata bombiva

come lungh'esse le cellette dell'alveare. E rivide negli scomparti il

suo nome, il motto magnanimo, l'Alfa e l'Omega, l'enigmatico numero

XXVII, i segni musicali, il candelabro a triangolo, la sigla

intrecciata, il mazzo di polizze bianche.

— _Nec spe nec metu_! Ma io spero quel che temo, e temo quel che spero.

— È per te — disse Aldo — quel madrigale di Gerolamo Belli d'Argenta che

Vana ti canterà: «_L'onde de' miei pensier portano il core Hor ai lidi

di speme hor di paura_....»

E il sogno ebbe un torbido intervallo. E tutti gli occhi chiari

s'incontrarono fuggevolmente.

— Che vuol significare il numero ventisette? — chiese Vana, che nella

confusione del suo spirito si volgeva con un'ansia superstiziosa verso

gli indizii e i presagi.

— Non me ne rammento — rispose Isabella. — Ma è un numero che forse non

dimenticherò più.

E guardò il taciturno per ricordargli che il ventisette era la data

prossima della gara suprema nella Festa dedàlea. E lo sguardo impose

l'attesa, promise: «Dopo»; e fu per lui come l'ondeggiare delle lunghe

fiamme in cima alle aste delle mète aeree.

— E il fascio di cartelline? — chiese Vana.

— Sono le polizzette del gioco di ventura — rispose Aldo — quelle che si

traggono dall'urna cieca della sorte.

— Bianche?

— Sì, bianche.

— Cedimi questa impresa, Isabella — disse Vana.

— O non piuttosto quella delle Pause? — disse Aldo.

— Che è l'impresa delle Pause?

— Quella dei segni musicali su la rigata, che vedi là; ed era la più

cara a Isabella.

— Tu che decifri le intavolature, la sai lèggere?

L'adolescente si volse e balzò a sedere sul largo davanzale per essere

più presso alla cornice ove poggiava il cielo dell'imbotte scolpito ad

anelli a rosoni a legacci, ne' cui fondi eran ripetute tutte le imprese

fuorché quella delle Pause ricorrente sola nel fregio vaghissimo.

— Se non sbaglio, c'è la chiave di contralto; e poi ci sono i segni dei

quattro tempi; e poi i segni di tre pause di valore decrescente: due,

una, mezza; e poi un sospiro del valore di una minima; e poi le tre

pause in ordine inverso; e infine il segno del ritornello doppio.

Tutti i volti erano in su, pensosi; tutti gli occhi chiari scrutavano il

cartiglio.

— È la notazione del silenzio — fece Vana.

— La canzone che non canterai, Morìccica — fece il fratello ancor seduto

sul davanzale, stendendo verso di lei la mano e toccandole la spalla. —

Che strana impresa, e come profonda! Isa, tu l'avevi cara più d'ogni

altra, tanto che alla Corte di Ferrara per le feste in onore di Lucrezia

Borgia comparisti vestita di una camóra «recamata di quella invenzione

di tempi e di pause».

— M'è sempre cara — fece l'incantatrice. — È il valore di quel che non

dissi non dico non dirò mai.

Sorrideva col viso in profilo, metà nella luce e metà nell'ombra.

— Riassumo da oggi l'impresa delle Pause — ella soggiunse. — Ora

andiamo.

Si volse per passare nel camerino attiguo.

— Ma come non l'abbiamo veduta? — fece con un grido di meraviglia, e

s'arrestò.

Una piccola porta di marmo era dinanzi a lei, una porta gemmea, trattata

anch'essa con ceselli da orafo come quella d'un ciborio, a cui i dischi

di nero antico alternati coi tondi candidi in basso rilievo davan

qualcosa di funebre quasi che s'aprisse sopra il sepolcro d'una delle

«pute» mantovane, forse di Livia, forse di Delia, morta di baci. Un

fregio di grifi sovrastava all'architrave; i fondi dei riquadri

brillavano di pagliuzze d'oro come incrostati di venturina; e la figura

avvolta d'un peplo piegoso, in atto di tenere il flauto di Pan, era la

Musica ed era Isabella. Ma chi era, nel basso rilievo sottoposto, la

donna ignuda avente sul capo i chiusi volumi, sotto il piede un teschio

umano?

— Ecco un'allegoria oscura come l'impresa delle Pause — disse Aldo

inginocchiandosi per indagare l'imagine. — Tu stessa l'ispirasti a Tullo

Lombardo?

Ella si chinava con le due mani su le spalle di lui a guardare.

— Ti somiglia — soggiunse sottovoce il fratello.

— È vero — ella assentì sommessa.

Ed entrambi rimanevano intenti, s'indugiavano. La sorda gelosia rimorse

il cuore del taciturno.

La figura scolpita a guisa di un cammeo aveva anch'essa le lunghe gambe

lisce e l'un ginocchio molto proteso innanzi nell'atto d'incedere con

quella maniera espedita che dava tanta pieghevolezza al passo della

giovine signora e distendendo la stretta gonna palesava nel gioco

alterno il disegno della coscia fino all'anca e l'inflessione del grembo

sparente.

— Aldo, Aldo, scacciala!

Ella si raddrizzò, si schermì, sentendo il ronzìo dell'ape presso la sua

gota. Con un balzo varcò la soglia; e i suoi piccoli gridi sonavano

sotto il cielo d'oro, ché l'ape la perseguitava importuna; e le sue mani

s'agitavano alla difesa puerile.

— Ahi! M'ha punta!

In uno di quei gesti scomposti la pecchia provocata l'aveva punta alla

mano manca, nel polpaccio del pollice.

— Mi fa male! Bisogna suggere forte, Aldo!

Aldo non rideva più. Ella gli tendeva la mano supina, ed egli pose le

labbra su la puntura per medicarla.

— Sì, così.

Egli suggeva più forte.

— Basta!

Ella rideva d'un riso che a Paolo sconvolto pareva l'eco attenuata di

quello già udito lungo il canale delle ninfee dopo il passaggio del

carro carico di tronchi.

— Basta. Non mi duole quasi più. Mi brucia un poco soltanto.

L'occhio di Vana era cattivo. La sorella empieva della sua ilarità tutta

la stanza, trascorrendo intorno con una grazia di movimenti così forte

ch'ella sembrava emanare da sé quella stellante ricchezza d'azzurro e

d'oro come il pavone apre la sua rota sidèrea.

— Riconosco, riconosco. Non avevo in questi armadii le mie più belle

vesti? Non erano tappezzati di velluto crèmisi i miei stipi?

Ella aveva scoperto in un angolo del nudo legno un frammento del

prezioso drappo.

— Non li ho lasciati qui i miei broccati, i miei rasi, i miei tabì?

— Isabella! Isabella!

Aldo leggeva il nome nelle targhette che allacciava il meandro d'ulivo.

— Eri anche allora la più elegante dama d'Italia — disse egli adulando

la giovine donna come soleva. — Oggi hai per rivali Luisa Merati,

Ottavia Santeverino, Doretta Ladinì; allora gareggiavi con Beatrice

Sforza, con Renata d'Este, con Lucrezia Borgia. Allora la marchesa di

Cotrone ti mandava a chiedere per modello una sbèrnia, come oggi

Giacinta Cesi ti manda a chiedere un mantello. Che erano al confronto i

grandi corredi d'Ippolita Sforza, di Bianca Maria Sforza e di Leonora

d'Aragona? Ma quella Beatrice era veramente la spina del tuo cuore.

S'era fatti ottanta quattro vestiti nuovi in due anni! Tu l'anno scorso

per le quattro stagioni te ne facesti novantatre. E la Borgia, quando

andò sposa ad Alfonso aveva con sé duecento camicie meravigliose! Tu

superasti e l'una e l'altra. Chiedevi ai tuoi corrispondenti milanesi e

ferraresi notizie minutissime delle due duchesse, in vestiario e in

biancheria, per non restar mai indietro. Anche allora tu eri una

inventrice di fogge nuove. Tu inventavi le mode. Portasti a Roma quella

della carrozza. Avevi il desiderio smanioso delle novità eleganti. Ti

raccomandavi ai tuoi fornitori perché cercassero «di cavar de sotto

terra qualche cosetta galantissima». Anche allora amavi gli smeraldi, ed

eri riuscita a possedere il più bello dell'epoca. A Venezia, a Milano, a

Ferrara avevi mediatori con orefici. Non ti contentavi d'aver le più

belle gioie ma le volevi squisitamente legate: anelli, collane, cinture,

bottoni, braccialetti, catene, frange, sigilli. Il tuo orefice

prediletto fu quell'ebreo convertito, di nome Ercole de' Fedeli, che

fece lavori di niello e di cesello incomparabili, tra cui forse la

famosa spada di Cesare Borgia, ch'è in Casa Caetani, e la cinquedea del

marchese di Mantova, ch'è al Louvre.

Egli pareva aver bevuto il vino di quattro cent'anni in uno di quei vasi

di calcedonio o di diaspro forniti d'oro che la Estense aveva raccolti

innumerevoli negli armarii della Grotta in Corte Vecchia. Era ebro di

passato ma provava un piacere quasi malsano nel mescolare le cose vive

alle cose morte, nel confondere le due eleganze, nel frugare le due

intimità. Ella lo secondava, quasi per una volontà d'inesistenza, con le

ciglia senza palpito e col sorriso durevole dei ritratti magnetici.

— Ricordami ancóra! — ella diceva per incitarlo, a ogni intervallo, come

s'egli non le narrasse cose nuove ma le risvegliasse la memoria.

— La duchessa di Camerino, Caterina Cibo, faceva fare a Mantova i suoi

vestiti sotto la tua sorveglianza come ora Giacinta Cesi non va dalla

sarta se tu non l'accompagni.

— Ricordami!

— Nel tuo viaggio di Francia, l'ammirazione per le tue guise fu unanime,

come oggi gli occhi delle Parigine ti divorano quando tu esci da un

teatro o entri in un salotto ben frequentato. Perfino Francesco I ti

chiese qualche veste da donare alle sue donne; e Lucrezia Borgia, la tua

rivale, dovette rivolgersi a te per avere un ventaglio di bacchette

d'oro con piume nere di struzzo, dopo aver cercato invano d'imitare

quella tua «capigliara» a turbante che porti nel ritratto tizianesco.

— Avevo i capelli che ho, castagni?

— Castagni con forti riflessi biondi; e, per averli tanto tempo gonfiati

a turbante, ora li serri in due trecce e li giri e li schiacci con le

forcine e ti fai una piccola piccola testa che mi piace assai più.

— Belle mani?

— Più belle ora: ti si sono smagrite e allungate. La destra dipinta dal

Vecellio, con l'anello nell'indice, ha fini le dita ma un po' grasso il

carpo. Per curarle, facevi ricerca delle forbici più sottili e aguzze e

delle «lime da ungie» più delicate. E ordinavi i tuoi guanti a Ocagna e

a Valenza, i più morbidi e i più odorosi del mondo.

— Perché amavo anche allora i profumi.

— N'eri folle. Li componevi tu stessa. Ambivi il nome di «perfecta

perfumera». La tua «compositione» era d'un'eccellenza insuperabile.

Tutti imploravano la grazia d'un bussoletto. Ne donavi a re, a regine, a

cardinali, a principi, a poeti. E il tuo Federico, quand'era in Francia,

non ti chiedeva mai denari senza chiederti profumi e tanto spesso gli

uni, credo, quanto gli altri.

— Eri ben tu Federico allora? Ti riconosco.

Risero forte entrambi, prendendosi le mani, guardandosi negli occhi

splendidi.

— Ma spesso tu mandavi invece di denari un bussoletto, perch'eri piena

di debiti.

— Oh no!

— Sì, sì; ne avevi fin sopra ai capelli, affogavi.

— Federico!

— Avevi sempre una voglia pazza di comprare tutto quello che ti piaceva;

e poi non potevi pagare. Allora, debiti su debiti.

— Non è vero.

— Perfino con Sua Santità, e poi col Sermoneta, col Chigi.... So tutto.

C'è la lettera al Trìssino. «Miseria extrema di dinari....

— Mi smungeva Federico.

.... per non haver ancora restituiti molti ducati tolti in prestito....»

— Federico!

— E mettevi le gioie in pegno.

Ridevano come monelli, con una gaiezza irresistibile che travolgeva il

sogno, con qualcosa di furbesco nell'angolo dell'occhio, quasi fossero

soli, immemori dei due che dal vano della finestra parevano assistere a

una scena di mimi.

— E le maschere, le maschere!

— Quali maschere?

— Come le amavi! Ne fabbricavano tante nella tua Ferrara. Ne mandasti

cento in dono al Valentino: cento maschere a Cesare Borgia!

— Quanto mi piace questo! — disse Isabella con un sùbito mutamento di

tono, perché aveva sentito dietro di sé l'ostilità dei due spettatori ed

era di nuovo pronta a far soffrire. — Se ne ritrovassi qualcuna dentro

gli armadii?

— Una vecchia maschera, una vecchia veste, una vecchia catena. Apri,

apri.

Ella aperse. Le ributtò il triste odore.

— È pieno di ragnateli — disse, e richiuse.

— Sono certo i ricami portentosi di quella femminetta greca che avesti

da Costanza d'Avalos.

E fu l'ultimo sorriso della finzione; ché dall'armadio aperto un soffio

di malinconia s'era diffuso, e lo spirito delle Pause, il canto senza

parole, l'ardore senza concento.

— Andiamo, andiamo.

Ella ripassò per la porta gemmea, ritraversò la cassa dorata del

clavicembalo senza tastiera, ridiscese la scaletta di tredici gradini.

La seguivano gli altri, in silènzio. I passi risonarono per un lungo

andito bianco; poi giù per un'altra scala desolata; poi per l'ombra

d'un'aula cinta di nicchie in forma di conche, verdastra come una

caverna marina. Una porta stridette su cardini rugginosi; e tutto

l'argento del vespero brillò fra le due imposte, per mezzo a un gran

ragnatelo lacerato; e su la pietra giacevano un pipistrello nericcio e

una lucertola grigiastra, e l'una guizzò via e l'altro prese il volo,

come se i due lembi del ragnatelo si fossero di sùbito animati.

— Sempre si rinnova l'incanto?

Si sporse nell'aperta loggia l'adolescente con un profondo respiro.

— La bellezza non ha pietà di noi? non ci dà tregua?

Tutti respiravano verso il cielo di Vergilio, ricevevano l'immensa pace

sul petto in tumulto.

— Il giorno senza fine!

Un alito fresco saliva dai salci dalle canne dai giunchi, prossimo come

quel d'una bocca silvana che abbia bevuto a gorgate il gelo della fonte

senza asciugarsi.

— Che faremo? Che faremo?

Erano tutt'e quattro in uno dei poggiuoli inferriati a vista della

palude. Dietro di loro taceva nell'abbandono la vasta corte erbosa delle

antiche giostre, circondata dalle logge a colonne avvolte che avevano

udito il ringhio dei barbareschi. Dinanzi, una sovrana purità si

perpetuava come in un mondo immune dall'ombra; e la luce era sonora fino

al culmine del cristallo empireo.

— Sorella, sorella, non vedi? non vedi?

Un'ansia inane vuotava il cuore dell'adolescente, e poi di sùbito lo

gonfiava uno smisurato impeto come se moltitudini di ferrei cavalieri

gridando irrompessero dalle profondità per galoppare su tutta la terra.

— Isa, le tue mani sono di perfetto marmo!

Meravigliose erano le due mani ignude su la ruggine della ringhiera,

levigate nei nodelli, marmoree veramente, come abbandonate dalla vita

sanguigna e trasfigurate da un'arte sublime. Ella era una creatura tutta

palpitante e anelante di tristezza, di desiderio, di ricordanza, di

timore, di promessa, con due mani di statua.

— La puntura ti duole ancóra?

— Mi brucia soltanto.

— Ti sei ferita due volte. Aspèttati la terza ferita.

La mano di marmo disegnò un gesto di supplice verso la bellezza della

candida sera; poi col dorso appena appena toccò il labbro che non

sanguinava più. Il saettìo disperato delle rondini stridì su l'immobile

argento. Il capo del fratello s'inclinò verso la spalla diletta. Egli

aspettava un dono che non gli era dato, e non sapeva quale; e la voce

della sua anima era un alto lamento, se bene si esalasse in piccole

parole.

— Che faremo? Mi chiuderete laggiù in una stanza d'albergo, fra poco? Io

non voglio dormire.

Paolo Tarsis guardava quel volto di giovine iddio decaduto che

travagliavano così torbidamente gli affanni umani; e il rancore dei suoi

trentacinque anni esperti e indurati si appesantiva dinanzi a quella

grazia inquieta come una convalescenza febrile. E ogni attitudine

dell'adolescente verso la sorella gli moveva un malessere indefinibile.

— Vieni con me su la brughiera — disse.

— A vegliare la veglia d'Icaro?

— Ad aspettare l'alba.

— Sotto un'ala del tuo grande airone?

— Alla diana farò un volo di prova. Le prime stelle e le ultime sono

propizie a quest'arte.

— Espero è il tuo buon genio?

Aldo non guardava il costruttore d'ali ma, col capo presso l'omero della

sorella, era fiso nel cielo di Vergilio. Tutto era puro come nella più

divina delle ecloghe. Non un soffio moveva le cime delle canne, le

vermene dei giunchi, le fiammelle dei papaveri, lo specchio delle acque.

Solo il coro delle rane diffondeva il senso del moto in forma di ritmo,

simile alla vibrazione della bianchezza.

— Quale altro cielo, se non questo, si chiamerà firmamento? Stasera

potresti volare all'infinito. Ah, insegnami!

Trasognato egli si volse, e guardò l'uomo: riconobbe l'ossatura della

volontà temeraria, la biliosa faccia scarnita dall'ardore di vincere, la

pupilla fulminea del predatore, quegli angoli vivi che parevano fatti

per fendere come i conii la resistenza, quelle dure mascelle che per

contrasto portavano la carne rossa della bocca come un frutto molle in

una tenaglia d'acciaio. E uno sgomento subitaneo lo invase, ché non era

quegli il suo compagno né il suo maestro.

— T'insegnerò — disse Paolo Tarsis con l'accento della condiscendenza,

come chi risponda a un bimbo che domandi un balocco; e sorrise.

L'ombra cadde su le ciglia del trasognato, e gli riempì l'orecchio un

confuso rombo, e il cuore gli pulsò contro la gola; ché egli aveva

scorto, tra l'uno e l'altro dente di colui che sorrideva, un filo di

sangue, un sottilissimo grumo, e un lieve gonfiore lividiccio nel labbro

rilevato dal sorriso.

— Aldo, che hai? — gli domandò Vana. — Come sei divenuto pallido!

L'imagine del bacio selvaggio gli si creò nel lampo della divinazione.

— Sembro pallido? È questa luce. Non ho nulla. Anche voi sembrate così.

Non dominava il suo sgomento cieco. Le giunture gli si scioglievano come

nel pànico. Si chinò su la ringhiera, e credette che il battito del suo

polso risonasse sul ferro come il martello su l'incudine. Lo stormo

frenetico delle rondini s'era allontanato perdendosi ai confini della

palude, ed egli l'udì tornare verso la loggia come una forza ruinosa e

strepitosa che fosse per trascinarlo seco. Negli attimi d'attesa rivide

le cose più lontane della sua infanzia. Poi lo scagliamento disperato

gli trapassò tutta l'anima tramortita.

«Addio! Addio!» ripeteva in sé, ma senza sapere come la parola gli si

formasse dentro e gli si staccasse dal cuore; ché non era se non suono

interno di gemito, simile a quello inarticolato che la tortura strappa

alla carne vile. «Addio! Addio!»

E raccolse un po' di forza per ricomporre il suo viso, per dissimulare

l'ambascia; si sollevò, si volse come a guardare la desolazione del

cortile erboso; fece qualche passo furtivo verso la porta che s'empieva

d'ombra. Sentiva pesare entro di sé un pianto accumulato. Il bisogno

folle di sfuggire lo prese, lo cacciò tra le pareti ignote, di soglia in

soglia, d'andito in andito, di stanza in stanza, per l'irremeabile

ruina. Da prima corse anelante, con un velo su gli occhi, come chi abbia

il fuoco appreso alle vesti e più avvampi nell'aura della fuga. Poi le

figure superstiti nell'enormità di quella morte escirono dall'ombra e

l'assalirono, e s'ingigantirono del suo dolore; e i contorcimenti dei

grandi corpi rossastri nelle mura piene di battaglia furono come

l'agitazione della sua demenza; e gli squarci e le fenditure e i mucchi

furono come i resti del suo crollo; e tutto l'oro scolpito e sospeso e

infranto sul suo capo fu come la perdizione del suo sogno ponderoso. Ed

egli andava andava, di soglia in soglia, d'andito in andito, di stanza

in stanza, per l'irremeabile ruina. E a tratti, come se soffiasse la

ràffica, gli giungeva l'alto canto palustre, lo stridore del saettamento

ostinato, la squilla della salutazione angelica, e il gemito stesso

della sua propria anima. «Addio! Addio!»

Non l'ombra entrava per le finestre ma si creava dentro, ma sorgeva da

ogni cavità, occupava i luoghi profondi, s'accumulava come una cenere

fosca, s'addensava come una moltitudine tacita. Una porta fu piena di

minaccia; una scala fu piena di terrore; un corridoio fu come un abisso.

— Isabella! Isabella!

Il nome echeggiò come in una caverna; ma, dopo, la vita del silenzio si

moltiplicò, ebbe mille volti sparenti.

— Isabella!

Il nome cadde senza risonanza, come qualcosa che s'afflosci. Un chiarore

violaceo appariva pel tetto squarciato. Nell'ombra era un aliare molle

di nottole. Vene di gelo vi s'insinuavano come se pei crepacci stillasse

l'acqua degli stagni.

— Isabella!

Smarrito nell'intrico della ruina, egli barcollava su i pavimenti

sconnessi, urtava contro le travature cadute, varcava gli usci palpando

gli stipiti freddi, rabbrividiva per tutte le ossa appressandosi alle

forme ignote. E sopra il terrore l'imagine del bacio selvaggio,

l'imagine della voluttà sanguigna, si apriva dentro le sue pupille con

l'intermittenza e la violenza dei bagliori in occhi infermi; ché forse

egli era passato, ché forse egli passava là dove s'eran congiunte le

bocche crudeli. E il mare del pianto gli ondeggiava a sommo del petto

fragile, a sommo dell'anima senza limite; e per ricacciare il singhiozzo

egli ripeteva quel nome che pur dianzi aveva risonato nel riso come gli

acini balzanti d'una collana disciolta.

— Isabella!

— Aldo, Aldo, dove sei? dove sei? Ti sei perduto?

Trasaltò egli udendo la voce angosciosa che rispondeva all'orribile

angoscia; e si volse; e in fondo all'andito lùgubre scorse un'ombra

nell'ombra.

— O Vana!

E si corsero incontro; e non parlarono, perché entrambi traboccavano di

pianto. E furono soli; e non s'udì alcun altro passo fuorché quello

cauto del vecchio. E non si guardarono ma s'abbracciarono

disperatamente.

Or d'improvviso i Latini si ricordavano della prima ala d'uomo caduta

sul Mediterraneo, dell'ala icaria composta con le verghe dell'avellano,

con l'omento secco del bue, con le penne maestre degli uccelli rapaci.

«Un'ala sul Mare è solitaria» aveva gridato il poeta della stirpe, alle

vedette.

Chi la raccoglierà? Chi con più forte

lega saprà rigiugnere le penne

sparse per ritentare il folle volo?

D'improvviso i Latini rimemoravano il sogno del Nibbio che visitò in

culla il novo Dedalo creatore d'imagini e di macchine, il Prometeo senza

supplizio, colui ch'ebbe in sé «la radice e il fiore della volontà

perfetta»; e quella culla era ardua come il nido stesso del desiderio

sovrumano sospeso nell'Ignoto. E riapparivano per baleni di gloria, su

piani su colli su laghi d'Italia bella, altre ali d'uomo invermigliate

di sangue temerario, rotte come le ossa, lacere come la carne, immote

come la morte, immortali come nell'animo l'avidità del volo.

Un Barbaro della Magna aveva osato interrogare l'ombra marina d'Icaro,

aveva anch'egli dato alle vermene del vinco la curvatura della vita,

aveva coperto l'armatura lieve d'un tessuto più lieve, aveva studiato il

vento e ascoltato la parola del Precursore intorno al congegno: «Non gli

manca se non l'anima dell'uccello, la quale anima bisogna che sia

contraffatta dall'anima dell'omo». Ben egli l'aveva contraffatta

librandosi nell'aria con la sua sola forza vigile, volando ogni giorno

più a lungo, ogni giorno più in alto, precipitando infine e stampando

nell'aspro suolo germanico l'impronta del suo cadavere come l'Ateniese

aveva legato all'azzurro dell'onda ellenica il fiore del suo nome.

Discepoli eran sorti, avevan raccolto il rottame, avevan ricostruito e

raddoppiato il congegno; avevan celato la loro favola in lande

solitarie, in contrade di sabbie e di tumuli; avevano ancor macchiato di

vermiglio le verghe connesse e la tela tesa. Alla vasta brezza costante

dell'Atlantico, non al chiaro ponente meridiano del Mediterraneo, s'era

rialzata e aggrandita la speranza della vittoria sul cielo cavo! In un

rigido mattino d'inverno, sopra dune ignude in vista d'una baia aperta

verso l'Oceano, s'era alfine compiuto il prodigio. Due fratelli

silenziosi, figli del placido Ohio, infaticabili nel provare e nel

riprovare, per spingere la macchina alata avevano aggiunto la forza di

due eliche all'ostinazione dei due cuori.

Ora i Latini venivano alla riscossa. Il nuovo strumento pareva esaltare

l'uomo sopra il suo fato, dotarlo non soltanto d'un nuovo dominio ma

d'un sesto senso. Come il veicolo fulmineo di ferro e di fuoco aveva

divorato il tempo e lo spazio, l'ordigno dedàleo trionfava d'entrambi e

del peso. A uno a uno la Natura aboliva i suoi divieti. Contro la

maschera velata del mistero brillava il viso diamantino del rischio. Il

dèmone della gara traeva il combattente sul margine dei più voraci

abissi. La morte era una Circe conversa, donna solare che trasfigurava i

bruti in eroi con l'ebrezza dei suoi beveraggi. Come quando tutta

l'Ellade si moveva per la corona d'oleastro, l'Estate ridiveniva sacra

agli agonisti. L'inno aveva principio in ogni grido di moltitudine ma il

croscio della celerità lo mozzava alla prima sillaba.

L'uomo fu pronto a lottar contro il vento e contro l'emulo nell'aria,

non più col disco di bronzo ma con l'ala di canape. Il cielo incurvato

su la pianura fu un immenso stadio azzurro, chiuso dalle nubi dai monti

dai boschi. La folla trasse allo spettacolo come a un'assunzione della

sua specie. Il periglio sembrò l'asse della vita sublime. Tutte le

fronti dovettero alzarsi.

Il concorso era come a una dieta di guerra. Il luogo aveva l'aspetto

dell'arsenale e della cittadella. In lungo ordine le tettoie di travi e

di tavole a doppio pendio davano imagine di quelle usate un tempo a

ricovero di galere disarmate o racconce. In cima ai pennoni, in cima

alle alte mète piramidali, in cima alle torri di vedetta le bandiere e

le fiamme multicolori sventolavano come nelle pavesate di gala. E, come

gli antichi pavesi delle fanterie di comune, le fronti delle coperture

erano dipinte gioiosamente: coi colori delle nazioni, con gli emblemi

delle officine, coi nomi dei timonieri celesti.

Imagine di eternità incontro a quell'apparato precario, forma di

perfetta bellezza sopra quelle linee senz'arte, fra tutto quel legno

polito materia insigne colorata dai segreti dei secoli e dagli spiriti

della terra, nel mezzo del campo sorgeva alla sommità d'una colonna

romana la statua della Vittoria. Liberata dal carcere astruso, fuor del

triste museo ingombro di are di plinti e di anfore discesa pei deserti

gradi di pietra invasi dall'erba, era venuta non con la sua quadriga

trionfale ma con un carro rustico, col plaustro dei coloni di Roma,

tratto da sei duri buoi lombardi per la strada che conduce al contado di

Vergilio. Le aveva fatto corteggio il popolo prode. Impósta al capitello

corinzio involto di acanti corrosi, ora viveva nel cielo come quando il

giovanissimo capo e l'omero potente e l'apice dell'ala aquilina

coronavano il fastigio del tempio eretto a piè del Cidneo da Flavio

Vespasiano fondatore di anfiteatri. Verde come la fronda del lauro,

glauca come la foglia dell'oleastro, su la svelta colonna dalle

scannellature cupe ella perpetuava il gesto misterioso con le mani dalle

dita tronche ove ancor lucevano le tracce dell'oro cesàreo.

Non la riconobbero i nuovi agonisti, non la venerarono; ma la temettero

come un ostacolo da evitare. Ognun di loro non aveva occhi se non per

l'asta attrezzata dei segnali e per gli indizii dei vessilli.

— Che dice il segnale del vento? — domandò Paolo Tarsis chino presso la

sua macchina a esaminare la tensione dei fili d'acciaio, mentre il capo

dei suoi meccanici finiva d'intonare il motore ed egli prestava

l'orecchio acutissimo alla settupla consonanza.

— Più di dieci metri al secondo — rispose Giulio Cambiaso scorgendo su

la tabella del semaforo il disco bianco accanto al quadro nero e al

rosso. — Non si vola.

S'udiva il clamore della folla impaziente di là dagli steccati.

— Tentiamo? — disse Paolo Tarsis.

E venne al limitare della tettoia; guardò la palpitazione delle fiamme

in cima delle aste, scrutò lo spazio con l'occhio del cacciatore e del

marinaio. Soffiava su la brughiera un vento fresco di tra ponente e

ostro, in un cielo grandioso come quei cieli di battaglie navali dove le

forme delle nuvole sono eroiche al pari delle prue e degli stendardi.

Sotto gli enormi cumuli raggianti s'incupiva l'azzurro dei monti verso

il Garda, in fondo i poggi leni imitavano il lineamento del mare,

s'inargentava la cortina interminabile dei pioppi al limite della

campagna di Ghedi. La vastità dell'aria era deserta e muta, non

interrotta né da un volo né da un richiamo d'uccelli. Attendeva l'uomo.

— Il vento sta per cedere — disse Paolo. — Tenterò oggi di battere

Edgard Howland nella durata, nella velocità e nell'altezza.

— Anch'io — disse Giulio Cambiaso.

Si guardarono negli occhi leali sorridendo, emuli e fratelli. La loro

fraternità vigeva già dalla prima giovinezza, nata sul ponte d'una nave

da guerra, nei primi anni del servizio, quando a ogni primavera

credevano essi venuto alfine il tempo di puntare i cannoni delle torri

corazzate contro un bersaglio che non fosse quello delle gare di tiro

nella rada di Gaeta. S'era cementata nell'inferno dei battelli

sottomarini, entro il chiuso scafo ove non è per l'uomo altro posto che

il posto di manovra o di combattimento, tra i fumi dell'olio bruciato,

tra i vapori della benzina, tra i miscugli d'idrogeno e d'ossigeno

svolti dagli accumulatori elettrici, nel pericolo assiduo dello scoppio,

nella tenebra improvvisa causata dal corto circuito, nella lotta

costante dell'attenzione contro il tossico sonnifero dell'anidride

carbonica, nel silenzio sostenuto per ore lunghe come giorni con

l'occhio fiso ai quadranti indicatori, con l'orecchio teso al linguaggio

metallico degli apparecchi di misura e di governo. Ben quivi entrambi

avevano cominciato ad acquistare il senso della terza dimensione

manovrando i timoni orizzontali e correggendo per innumerevoli

esperienze l'instabilità nel verso dell'asse, che a ogni più lieve causa

drizza lo scafo per prua fuori dell'acqua o lo piega a dar di becco nel

fondo.

Insofferenti di disciplina esterna, aspiranti a un'azione più libera,

insieme avevano rinunziato il servizio. Insieme avevano intrapreso un

lungo viaggio di anni nell'Estremo Oriente, attraversato la Corea, la

China, la Mongolia, girando la Muraglia, ascendendo monti, risalendo

fiumi, valicando steppe, soggiornando alla ventura nelle città

dell'interno e della costa; poi per le Filippine, per l'arcipelago di

Sulu, per l'Australia compiuto il periplo delle isole nello stretto di

Torres studiando gli Aborigeni; poi per la Tasmania, per l'India, per

l'Arabia, raggiunto l'Egitto. Avevano domandato all'animo e al corpo

tutto quel che potevano dare e oltre: la risolutezza era divenuta in

entrambi un istinto servito dalla rapidità del pensiero; la resistenza

era divenuta come l'osso del dorso. Avevano fatto la pelle al freddo e

al caldo, usando abiti leggeri tanto sopra le aspre nevi coreane quanto

sotto le fiamme tropicali di Mindanao. Avevano sopportato quattro giorni

di digiuno con un cammino quatriduano di cento trenta miglia nell'Altai

deserto; percorso in trentadue ore circa ottanta miglia a piedi,

nell'isola di Negros, per raggiungere in tempo su la costa una lancia

spagnuola che, partita, non sarebbe tornata se non dopo un mese e mezzo.

Avevano cavalcato nelle steppe diciotto ore su le ventiquattro, e

continuato così per settimane senza stancarsi. D'avventura in avventura,

di lotta in lotta, avevano acquistato la destrezza che moltiplica le

forze con la sagacia nell'adoperarle, soccorsa dalla scienza anatomica

del corpo animale nell'assestare i colpi. Uno di loro in un tempio

indico aveva potuto alzare una gravissima pietra, sol per un certo suo

modo di equilibrarla. Il medesimo aveva reso le sue mani tanto

pieghevoli che, essendo incatenato in Luzon, era riuscito a farle

scorrere per gli anelli di ferro; e tanto forti che la pressione delle

dita poteva dare novantotto libbre inglesi nel misuratore e spezzare

l'ulna più robusta.

Ma quante volte, sazii di stampare la volontà e il calcagno su le dure

vie terrestri, avevano risognato il sogno sottomarino, rivissuta la vita

silenziosa nell'elemento profondo! Quante volte, dinanzi agli spettacoli

più nuovi, avevano ripensato gli attimi incomparabili della manovra di

battaglia: il battello emerso, lo scroscio dell'onda in coperta, lo

strepito dei motori a scoppio e le sùbite vampe fra le pareti

metalliche; poi la sola torricella di comando emersa e il dorso a fior

d'acqua, in vedetta; poi emersa la sola sommità della torre coi suoi

cristalli più alti, in agguato; poi tutto lo scafo immerso, con solo

fuor d'acqua il lungo tubo del cleptoscopio armato del portentoso occhio

vitreo; alfine, l'immersione totale, accertata la rotta, corretta la

mira, pronto il siluro nella camera di prua; la corsa fatale nel

silenzio subacqueo, il lancio segreto contro la carena gigantesca!

Un giorno per caso, al Cairo, in vicinanza d'un ammazzatoio publico,

s'erano abbattuti in un uomo singolare dal capo fasciato d'una benda

leggera di lino; il quale teneva fissi al cielo fiammeggiante due occhi

immuni dal barbaglio, quasi fossero forniti della terza pàlpebra, per

osservare il volo dei corvi, dei nibbii e degli avvoltoi che roteavano a

grande altezza. Era un augure forsennato? Era un ornitologo deliberato

di rapire ai rapaci il segreto del volo senza remeggio. Si chiamava Léon

Dorne.

Per qualche tempo l'avevano avuto compagno sapiente e fervente della

loro nuova ricerca. I due manovratori di battelli sommergibili avevan

rivolto il senso statico delle tre dimensioni verso il cielo.

— _Alis non tarsis_ — diceva l'ornitologo implume, facendo il bisticcio

sul cognome di Paolo.

Posatoi rupestri del Mokattam, pregni di splendore come gli alabastri

delle meschite, dove nel mattino gli avvoltoi fulvi s'indugiano al sole

che dissecchi la rugiada su le lunghe remiganti disgiunte e curano i

fusti teneri delle penne nascenti e a quando a quando starnazzano per

esercitar le giunture e, nel sentire il soffio, di sùbito si gettano giù

abbassandosi per un tratto di frombola senza batter l'ali e partono di

primo volo e salgono al sommo e poi discendono col becco al vento e

s'aggirano spiando tutta la contrada e si sospendono nell'aria immobili

e poi risalgono e poi ridiscendono, senza mai batter l'ali! Specchi

della Palude Mareotide, coperti d'ampie ninfee natanti che sorgono

all'improvviso con uno strepito simile a quello dei cigni; e sono i

pellicani dall'occhio scarlatto, i gravi pellicani dal sacco gutturale

venato come le dàlie; e s'ode il lor grido rauco simile al raglio, e lo

schiocco delle larghe palme che si posano su l'isolotto di melma, e di

nuovo lo strepito più forte pel più alto volo quand'essi ripiegano il

collo tra gli omeri come gli aironi e alzandosi contro il vento cangiano

la gravità palustre nella più ardua grazia e non remano ma veleggiano

sopra le nubi! Immense lande liquide dei Barari, folte di canne e di

tamerici sul pattume salmastro, interrotte da cumuli di mattoni e di

cocci che sono le ruine obliate delle città regie senza nome divenute

nido innumerevole alle dinastie delle mèropi; ove su le grandi assemblee

degli acquatici volteggia il grifone indagando le ripe se qualche

carogna di bufalo vi approdi portato dai canali, mentre a quando a

quando capovaccai e corvi trapassano in voli veementi con ombre di morte

come tratti dalla fame sagace verso un campo ignoto di carneficina ai

limiti del deserto! Passione del deserto, palpitazione visibile della

vampa su l'aridità commossa, odore elettrico dello spazio in attesa,

quando la grande aquila sola sui rossi torrioni del Khamsin valica in un

attimo il campo del più pronto sguardo umano e col fato della turbinosa

metropoli di sabbia e d'angoscia si dilegua per sempre!

— _Alis non tarsis._

I due compagni avevano vissuto, lunghi e lunghi giorni, assorti in

questi spettacoli e in un sogno d'avventure celesti. Tornati in patria,

s'erano messi con ardentissima pazienza all'impresa. Da principio

avevano costruito apparecchi semplici, veramente dedàlei, privi di forza

motrice, simili a quelli usati dai primi esperimentatori nelle prime

prove, non affidati se non alla resistenza dell'aria, non equilibrati se

non dalle inclinazioni istintive del corpo sospeso; e, per addestrarsi

al veleggio, avevano scelto nel Lazio il ripiano di Àrdea, la rupe di

tufo tagliata ad arte, l'arce italica di Turno nomata dal nome

dell'uccello altovolante. Qual posatoio più atto all'esperimento

periglioso? Tutto esprime la forza e la grandezza nella muraglia della

prisca città fondata da una schiera d'Argivi spinti alla spiaggia dal

vento di mezzodì. La valle dell'Incastro è una conca piena del medesimo

silenzio ch'empie i sepolcri cavi dei Rutuli primevi; la chiostra dei

monti, dagli aricini ai lanuvini, dagli albani ai veliterni, è come un

ciclo di miti impietrati; nell'epica luce sembrano vaporare gli spiriti

delle stirpi; i massi squadrati hanno per eterno cemento la parola di

Vergilio: _et nunc magnum manet Ardea nomen_.

I due compagni avevano quivi sentito, meglio che in qualunque altro

luogo della terra, come la morte sia un'operaia gioiosa.

Dopo prove e riprove, avevano compiuta una macchina leggera e potente la

cui ombra somigliava l'ombra dell'airone. E le era rimasto il bel nome

italico: Àrdea; e nel nome il proposito di volare sopra la nube.

Quella e un'altra eguale fremevano ora sotto le tettoie attigue

aspettando la volontà conduttrice.

Forse che sì forse che no · 第 3 / 14 题