Qualcuno, dietro le sue spalle, talvolta ripeteva il suo nome
gentile:—Mimi Bluette.
Entrò in un ufficio telegrafico, tolse dal distributore un modulo
di telegramma, scelse con attenzione il luogo dove posare il suo
manicotto, e in piedi, contro il banco, velocemente scrisse queste
parole:
«Addio Mammina. Sono felice.»
Rilesse; firmò con un sorriso; diede una moneta, che le cambiarono;
uscì.
La strada continuava.
Di qua, di là, nella nitida sera dʼinverno, al sommo delle case di
molti piani qualche finestra inserenava.
Camminò.
Quella casa era nascosta in una piccola strada, calma, vecchia, di
quelle che gli edili ragionevoli vanno cancellando a poco a poco.
Si vedeva, lontana, la Colonna di Luglio sorgere dalla piazza della
Bastiglia.
Camminò.
Per il groviglio dei quartieri di Parigi andava incontro a quella
strada perduta.
Con tutta lʼanima si ricordava la storia dʼuna lontana sera, quando
insieme uscirono dal Bar de la Grande Rouquine.
«... La neve senza vento cadeva su la città in calme striscie
verticali, che sembravano propagare un tremito nella bianchezza
dellʼelettricità. Lʼautomobile camminava senza urto, nel dedalo dei
quartieri deserti, per i bianchi anfiteatri delle piazze, andando via
lieve, quasi tacita, su quellʼelemento agevole che i fari avvolgevano
dʼun largo alone scialbo nelle zone di oscurità.
«Monsieur Laire... jʼai presque froid... cette fourrure me glace...
«Allora egli si mise più vicino a lei, spalla contro spalla, immergendo
la bocca nel profumo del suo respiro, quasi per odorarla come un fiore.
—«Que voulez–vous, Bluette? Le bonheur est la seule chose à craindre
dans la vie. Quant au malheur... quʼimporte?... cʼest ce qui arrive
tous les jours... On sʼy fait! on sʼen fiche! Mais aimer ce quʼon aime,
voilà un luxe que certains hommes ne devraient pas se permettre...
«Soltanto la fatica del motore interrompeva lʼassiderato silenzio del
Bosco; passavano, come scenari dʼuna fiaba nordica, i laghi pieni
di nuvole, gli ippodromi vuoti come steppe, le fattorie, le fontane
immobili, divenute un solo ghiaccio, e pareva che frammezzo a tanto
inverno mai più non potesse rinascere la primavera. La primavera del
bosco indimenticabile, odorosa di mammole, di resina e dʼacacie, ove
ogni filo dʼerba diventa quasi un fiore, quando, nelle sere di Maggio,
in larghi frastagli di serenità il cielo vi scende a profumarsi, e il
Bosco turgido si gonfia di voluttà primaverile, sopraffacendo la Parigi
dorata, su cui lancia in fontane di musica il fiume del suo grande
respiro...»
* * * * *
Camminò.
La sua tesa veletta si cerchiava intorno ai labbri dʼun vapore
dʼargento.
Le pareva che nel dedalo di Parigi forse non avrebbe mai potuto
giungere a quella strada perduta.
Invece la trovò.
Si faceva quasi tardi; non vʼera più sole nella piccola vetrina
dellʼorologiaio, ed ora si potevan leggere a distanza i nitidi cartelli
appesi contro lʼinvetriata:
_«Montre Oméga—Or garanti, 18 Carats—Chronomètres—Réparations»_
Pareva che, dopo tanti mesi, nessuno avesse toccato neanche una sfera.
Traverso il portone quasi obliquo si vedeva brillare li cortile. Una
ringhiera. Un poʼ di cielo. Qualche albero senza foglie. Un fulvo color
di crepuscolo su la ruggine dellʼopposto muro.
Entrò.
—Vous allez bien, Madame Greuze?
—Pas mal. On sʼéreinte. Et vous, Madame Bluette?
—Merci. Je monte une minute. Où sont les clés?
—Elles se rouillent. Madame Bluette. Et puis, jʼallais vous dire:—A qui
bon payer un loyer pour quelquʼun qui ne reviendra jamais?
Il gatto lucido la fissava coʼ suoi magnetici occhi rotondi, colore di
zolfo.
—Cʼest juste. Madame Greuze... Et toujours pas de lettres pour lui?
—Aucune.
Salì.
Per le vecchie scale dormiva con ambiguità un silenzio di edificio
deserto. Il congegno della serratura scricchiolò restìo, con una specie
di rugginoso dolore. Lʼuscio, nellʼaprirsi, urtò contro una resistenza
di tenebre.
Veniva dalle stanze profonde un rumore di buio, un peso di polvere
morta.
Bluette cercò lungo la cornice dello stipite lʼinterruttore della luce.
Ma nel suo smarrimento più non lo ritrovava.
Barcollando contro la parete, riuscì ad accendere. Vide lʼattaccapanni
vuoto.
Tre stampe di cacce inglesi pendevano dal muro. Su la tavola, un bacile
di rame, un vaso di cristallo, con lo scheletro di qualche fiore che
aveva portato Bluette.
Dʼun tratto, come una pazza, ella si mise a correre per la casa...
Guardò, frugò... Nulla, nulla, nulla!
Sì, era partito per sempre, partito come un vero nomade, partito senza
dirle addio...
Tremando si fermò vicino al letto, chʼera stato il lor caldo rifugio,
nel delirio e nel paradiso delle ultime notti dʼamore; vi buttò sopra
i fiori che teneva nella pelliccia di martora, si rovesciò su la
coltre, disperata, senza versare una lacrima, e chiusa nelle braccia
dellʼamante, ubbriaca del suo morto respiro, per lʼultima volta nel
mondo con tutto il suo piacere impallidì...
[Illustrazione: DECORAZIONE]
Quando fu rientrata, ed ebbe veduti nella sua propria camera tutti queʼ
fiori, si fermò per un istante a guardarli con poesia.
Fece un atto fervido con entrambe le mani, e leggermente sorrise, come
se volesse ringraziare quelle anime floreali, che le venivano incontro
quasi per regalarle un ultimo piacere.
Sebbene fossero fiori dʼinverno, eran nati su la riva mediterranea, il
loro profumo stordiva.
Li guardò attenta, con indugio, con malinconia, come se volesse
rammentare la bellezza di ognuno.
Le pareva necessario addormentarsi nel miracolo di una grande primavera.
Fece con lentezza il giro della camera; poi, fermatasi davanti alla
specchiera, si tolse i guanti, si disfece la veletta.
I due spilloni, che le appuntavano il cappello nella treccia rotolarono
sul marmo luccicante, con un rumore, chʼella osservò.
Per abitudine, prima di togliere il cappello, rimase un attimo a
guardarsi nello specchio; poi, quando ebbe sollevato quel leggero peso
dalla gonfia sua capigliatura, macchinalmente si mise a rigirarlo su
tre dita, come sogliono fare le donne quando ripensano alla gente che
le guardava per istrada.
Era un gioiello di Suzanne Talbot, una cosa da nulla, piena
dʼinvenzione, fatta con maestrìa per il suo viso e per il suo colore.
Lo appoggiò sul ripiano dellʼarmadio, fra i guanti e la veletta, poi
con le dita e coi palmi si ricompose le belle trecce, per ridare alla
sua pettinatura la leggerezza consueta.
I fiori empivano anche lo spogliatoio contiguo, pieno di specchi e
di cristalli, che rompevano in molte raggiere il balenìo della ferma
elettricità. Lo spogliatoio, che aveva lo zoccolo della parete in
marmo rosa, i mobili di un candido legno trasparente come lʼantico
avorio, pareva un cofano di madreperla foderato con le vecchie sete che
piacquero alla Marchesa di Pompadour.
Incominciò a spogliarsi lentamente, pigramente, con una specie di
delizia femminile. Sebbene la casa fosse addormentata, chiuse a chiave
alcuni usci, che la isolarono dallʼappartamento.
Quando fu in gonnella, con le braccia nude, mise un ferro sul fornello
a spirito e lungamente indugiò a contemplare la fiamma violastra.
Poi si disciolse i capelli. Quel peso, quel folto e biondo peso, le
fece piegare indietro la nuca. Li vedeva piovere nello specchio,
scendere, splendere, fino a poca distanza dal tappeto. Erano vivi,
ondeggianti, scintillanti, come la più bella criniera che mai donna
portò. Ella stessa, nel guardarli, nel passarvi le dita, provava di
quei voluttuosi capelli una timida gioia.
Mentre aspettava che il ferro diventasse caldo, andò a cercare
nellʼarmadio un paio di calze tessute come una trama di velo, poi certe
sue scarpine da ballo, arcate, leggerissime, simili a due piccole
guaìne ritagliate in una stoffa dʼoro.
Sollevò la gonnella di fresca seta e liberò dal morso delle
giarrettiere le calze che portava. Slacciò e si tolse lʼuna dopo
lʼaltra le scarpine da passeggio, intarsiate con ricami dʼargento.
Le sue belle aride caviglie, le sue lunghe snellissime gambe di
danzatrice, apparvero fuor dai pizzi della gonnella, così bianche da
parer modellate in un contorno di azzurrità. Le congiunse; appoggiò i
talloni fragili su la compatta foltezza del tappeto. I suoi malleoli
erano così snodati che poteva, con le ginocchia tese, appoggiare tutto
il piede. I fiossi arcati sʼ intramavano di minute vene. Tutta la
muscolatura della gamba usciva, in quella tensione, con un perfetto
rilievo. Sopra i due stinchi esilissimi la luce batteva con riflessi
dʼoro. Le ginocchia rotonde sʼinnervavano di robusti ed agili tendini
per tutta la lunghezza dei fianchi.
Incipriò lungamente la sua pelle nuda; mise le calze di velo, gli
scarpini da ballo, corti e ripidi, che scintillavano come filigrane
dʼoro.
Si alzò. Si tolse il copribusto; nascose la camicia nel basso elastico
di seta che fasciava lʼintatto splendore del suo calmo seno.
E così bella e così nuda fu, che, dagli occhi azzurri, ella medesima
con invidia si guardava.
Scelse nellʼarmadio la veste più bella che aveva; dolcemente la portò
sui due polsi, la distese, per non sciuparla, su la spalliera di un
lungo divano.
La fiamma violastra, in quel vento, si piegava sino a lambire il vetro.
Allora provò il calore del ferro in un pezzo di carta velina.
Bruciava, e lo depose.
Fece un grandissimo nodo con la stupenda sua criniera, vi mise poche
forcelle, prese uno specchio a mano, ed attentamente si guardò.
I più lievi suoi capelli, non ancora del tutto nati, brillavano sotto
la capigliatura come un velluto biondo.
Leggermente, col ferro venuto al giusto calore, ondulò i capelli che le
nascevano dalla fronte.
Ma prima di coprirsi con la veste, si guardò per unʼultima volta in
quel suo grande specchio scintillante. Si guardò, e chiuse gli occhi,
tanto le veniva un piacere sensuale dalla sua nuda e limpida bellezza,
che nessuno bacerebbe mai più.
Poi scelse una bella ghirlanda, fra quelle che soleva portare su la
scena, e baciandola con malinconia se la ricinse intorno alla fronte.
Era la sua corona di fiordalisi, profumati con un profumo di Coty.
Allora spense la fiamma, chiuse il fornello a spirito, rimise nella
scatola dʼoro il piumino per la cipria, e dopo aver compiuto con ordine
questi atti pieni di tranquillità, leggermente mise un piede appresso
lʼaltro nella sua bella veste, ammirandosi come una fidanzata. E con le
mani dietro la schiena, benchè fosse un poco difficile, speditamente se
lʼagganciava.
Dalla strada calma non veniva rumore; le finestre chiuse, nascoste
nei drappeggi delle tende invernali, per sempre la separavano dallo
spettacolo della immensa Città.
Il suo pensiero per un momento si allontanò verso i teatri notturni,
verso le orchestre che infurian di musica sotto le ribalte
meravigliose; per un momento pensò con con un tremito al suo leggero
nome di danzatrice, allʼazzurro innocente profumo dei fiordalisi di
Mimi Bluette...
Si mise una molteplice collana di perle, fredda e pesante, che le
scendeva sino al grembo.
Alzò le sue piccole mani, le guardò contro la fiamma elettrica, forse
per vedere in quella trasparenza il disegno delle azzurre sue vene.
Poi sorrise.
Capì che nel mondo non aveva più nulla da fare.
Più nulla da fare...
Sì, una cosa.
* * * * *
In quel momento le passò davanti agli occhi la memoria di un giardino;
di un giardino barbaro e stupendo, che aveva rasentato, nella fuga del
treno, lungo i sobborghi di Algeri.
Prese un bicchiere, un bicchiere fino e senza piede; prese una
bottiglia chʼera sul lavabo, e versando lʼacqua, fissando lʼacqua, fin
quasi allʼorlo, adagio, attentamente, lo riempì.
In quel momento rivide la sua mamma; rivide la sua mamma comʼera prima
della ricchezza, quando gli artefici di Parigi non le avevano ancora
fatti nascere queʼ suoi fulgentissimi capelli biondi.
Aperse lʼarmadio. In un cassetto, in un piccolo scrigno, fra le innocue
medicine che si usan tenere con sè, vʼera la scatola di cartone,
piatta, scura, suggellata, chʼella aveva saputo carpire con molti
raggiri allʼequivoco ed onesto venditore di paradisi.
In quel momento rivide il banco della Grande Rouquine, la sua
fisionomia di cera, con due grandi occhiacci da gatto, verdi. Le parve
riudire quella voce fioca e sonora, bruciacchiata dallʼarsura delle
sigarette russe.
Con lʼunghia ruppe il suggello di ceralacca. Nellʼinterno della
scatola, bene ordinate, come nelle caselle dʼun alveare, trovò le
dodici minuscole ampolle di vetro, colme dʼun liquido che non aveva
colore.
Terminavano con un tubo filiforme, che si poteva spezzare come un
esile fuscello di paglia. Vʼera inoltre una piccola siringa, tersa
e fina, che brillava nella depressione dellʼastuccio di velluto. Ma
non la toccò. Rimase a guardare con occhi fermi quelle dodici ampolle
minuscole, non piene, dove il liquido incolore formava una specie di
occhio tremolante.
Erano sei e sei, lʼuna presso lʼaltra, nelle caselle di cartone, sovra
uno strato di bambagia. Non vʼera scritto nulla, non vʼera il più
piccolo segno che ne tradisse la micidiale potenza.
Col rovescio dʼunʼunghia le percorse tutte, come due piccole tastiere.
Poi le tolse ad una ad una dalle cellette ove stavano; le contò fino a
cinque; poi fino a sette; poi ne aggiunse ancor una.
Questa volta si dimenticò di riporre la scatola; non spinse nemmeno il
cassetto; non rinchiuse lʼarmadio.
Ma teneva quelle fialette nella sua dolce mano, piegando il palmo
affinchè non potessero cadere. Si muovevano, si urtavano, con un
sottilissimo rumore di vetro fino. Quegli occhi tremolanti prendevano
il colore della sua mano.
In quel momento, con il suo cuore di ballerina che moriva, ella pensò
tremantemente a Dio.
Sciorinò sul marmo del lavabo un asciugamano a spugna, e quando fu
certa che dal marmo non scivolasse a terra, con attenzione, con
tremito, ve le depose.
Udiva il rumore deʼ suoi braccialetti.
Il rumore, non calmo, del suo respiro.
Si guardò ancora nello specchio. Volle pensare alla sua faccia morta...
Ma non la vide.
Ruppe unʼampolla. Versò il poco liquore nel bicchiere. Lʼacqua non
parve mutata. Produsse qualche circolo,—che si fermò.
Udiva il rumore deʼ suoi braccialetti.
Pensò al cadavere del soldato Laire, che non trovava sepolcro nella
bufera di sole...
Con la bocca serrata immaginò il sapore di quellʼacqua innocente, che
le avrebbe regalato il paradiso...
Ruppe ancora due fialette, ancora tre...
Lʼacqua non parve mutata. Il veleno stupendo vi entrava con leggere
bolle dʼaria. Scoppiavano. La stanza immobile brillava nel vetro fino.
Le ruppe tutte, con deliberata velocità.
Udiva il rumore deʼ suoi braccialetti.
Prendendo il bicchiere nella mano, volle sorridere, volle dire che
moriva, ma non potè...
Bevve dʼun fiato.
Guardò i fiori, lo specchio, la vita...
Il bicchiere si ruppe.
* * * * *
Camminò in circolo. Si guardò i palmi delle mani, le ginocchia, la
stoffa dʼoro degli scarpini da ballo che le calzavano i piedi.
Aspettava di sentir nascere in sè una profonda ubbriachezza...
Nulla: un bicchiere dʼacqua.
Rise.
Le passò davanti agli occhi, nel fumo di una vasta nuvola, quel biondo
vapore che dà lo Sciampagna, quando la mano dʼun amante alza il
bicchiere...
Nella Città lontanissima qualcuno suonava il My Blu...
Suonava il My Blu.
Udiva il rumore deʼ suoi braccialetti.
Traversò lo spogliatoio, la camera; si fermò con una specie di paura
estatica vicino al capezzale del letto.
Rimase immobile vicino al ietto.
Ebbe voglia di guardar lʼora; ma non vedeva bene le sfere...
Non vedeva bene le sfere.
Le sembrò di perdere lʼequilibrio; spinse le due mani su la coltre,
affondò nella seta piena di guizzi le falangi che non sentiva quasi
più... Alzò un ginocchio, poi lʼaltro; si mise carponi sul letto, poi
seduta, poi supina; immerse la nuca nel guanciale, distese le braccia
lungo i fianchi...
Dormì.
E rivide allora stupendamente le girandole di fuoco: «Maxima Maximum...
La Revue de lʼAlhambra...» nel vapore del primo sogno, nel colore di
Parigi la Babelica...
Mimi Bluette... Mimi Bluette!... Era stata la bellezza e la musica,
nuda, su le ribalte maravigliose... Aveva portato, nellʼanima
dionisiaca, il dolore della eterna poesia...
Nulla; un bicchiere dʼacqua.
E vedeva le perdute carovaniere avventarsi come turbini di fiamme verso
lʼantipodo scintillante, laggiù, per la terra senza ombra, dove, negli
uragani di sole, con lʼiracondo nomade vento il sepolcro cammina...
Il sepolcro cammina.
Era ferma, era lontana, sollevata nel grande miracolo, ravvolta in un
principio di paradiso...
Là indietro, nella Città lontanissima, quasi fuori dalla vita, qualcuno
suonava il My Blu...
Suonava il My Blu.
Le parve, a poco a poco, in una musica, di sentirsi divinamente
baciare...
Ma non poteva esser certa, nè rispondere, non poteva capire da chi.
E qualcuno, sul fiore dellʼanima, divinamente le diceva nellʼamore:
«... vous êtes ma dernière coupe de Champagne, mon dernier bouquet de
roses... quelle folie!...»