lasciandosi quasi trascinare dalla potenza rumorosa della folla,
stordita e pur felice nella confusione ilare delle vie, nella ressa
dei quadrivi, lucidi ancora di tramonto. E le pareva di vedere laggiù,
nella distanza imprecisabile, nel sogno deʼ suoi chiari occhi pieni
di cielo, splendere sotto lʼoasi dʼAlgeria le vaste caserme arabe
dalle calcine sfavillanti. Camminava con una specie di lievità, libera
dallʼangoscia dei giorni trascorsi come dallʼoppressione di una
orribile malattia; camminava portando il suo cuore giovine come si
porta verso la finestra, verso il raggio del sole di primavera, una
pianticella fiorita. Ora lo aveva ritrovato, conosceva il suo distante
rifugio, immaginava la strada luminosa per andare fino a lui.
«Sidi–bel–Abbès... Sidi–bel–Abbès...» LʼAffrica barbara dormiva senza
ombra negli uragani di sole, devastata e scintillante, laggiù, dove
tutto brucia.
Come ridevano, come splendevano le vie di Parigi quella sera! Quanta
gente, nel passarle vicino, bisbigliava quasi volesse darle una
carezza: «Tien, cʼest Mimi Bluette...»
Mimi Bluette!... Era stata per loro, per tutti, un fiore voluttuoso nel
giardino di Parigi; aveva regalato ad ognuno qualche rara memoria di
sè, quasi un immaginario contatto con la sua bianca nudità... Era stata
per loro, per tutti, un piacere, una bellezza della vita; e quando
passava Bluette per quelle strade gonfie di moltitudine, pareva che
ognuno sentisse muoversi nellʼaria il profumo selvatico degli azzurri
suoi fiordalisi.
Camminò. Si accendevano tra la chiarezza del tramonto le fosforiche
vetrine dei gioiellieri. Una lancia di sole, invisibile per lʼalto
infinito, spezzava in arcobaleni di fiamme le vetrate dellʼOpéra.
Ecco, era giunta. Una fuga profonda, innumerevole, di lampadine
elettriche illuminava gli Uffici di Thos. Cook and Son. Ella si mise a
leggere con pazienza, lʼuna dopo lʼaltra, le insegne dei vari sportelli:
_«Billets—Chèques—Excursions—Change—Nile
Flottilla—Coupons dʼhôtel—Renseignements...»_
Depose la borsetta su la mensola dello sportello, vi appoggiò i gomiti,
e si rivolse con un timido sorriso al biondo elegante britanno, che
dallʼinterno si affacciava sopra un mucchio dʼorari e di cedole, pronto
a soddisfare la sua legittima curiosità.
—Monsieur, voulez–vous me dire, sʼil vous plaît, le chemin quʼil faut
prendre pour aller jusquʼà Sidi–bel–Abbès?...
[Illustrazione: DECORAZIONE]
Il cammino era distante, lungo, pieno di sole, pieno di vertigine, come
tutte le strade che vanno incontro alla felicità. Eppure, con il suo
piede leggero, avrebbe camminato per lʼintero mondo, e camminato senza
mai fermarsi, per rivivere un solo giorno di poesia.
Adesso le pareva di comprendere tutto quello chʼera stato
incomprensibile fra loro. Non avrebbe saputo spiegare a nessuno il
perchè di quella fuga, eppure nellʼintimo le pareva di «sentirne» la
ragione. Le pareva quasi che un infinito amore di lei, troppo altero
per umiliarsi, troppo in discordia con altre lontane bufere della sua
vita, lo avesse travolto in quel rifugio dʼuomini finiti, forse alla
ricerca dʼun sepolcro anonimo, laggiù, fra quei soldati di ventura.
Sì, le aveva detto la verità quella prima sera, dicendole: «... vous
êtes ma dernière coupe de Champagne, mon dernier bouquet de roses...
quelle folie!...»
Ora finalmente comprendeva, nella sua tragica e nuda semplicità, il
fierissimo dolore di quellʼanima, il suo disperato esilio nella vita,
il suo terribile cuore di nomade che non aveva più strada.
Negli ultimi tempi, quasi ubbidisse ad un oscuro presagio, le ripeteva
ogni sera prima dʼabbandonarla:
—Bonne nuit, ma Bluette... souviens–toi que je tʼaime!... que je
tʼaime...
E le diceva queste parole con la voce dʼun uomo che fosse già distante,
con la voce dʼun uomo che non dovesse tornare mai più.
Povera, piccola, bionda Mimi Bluette!... Come gli voleva bene! Che
profondo mutamento in lei, da quella prima sera, quando lo vide nel Bar
della Grande Rouquine e la sua bocca gli sorrise, umida, sopra lʼorlo
del bicchiere di Sciampagna!... Quanta bufera, quanto strepito nel suo
piccolo cuore di danzatrice, nella sua dolce anima colore deʼ suoi
fiordalisi!...
Non si pentiva dʼessere stata bella, e desiderata, e posseduta, eppure
gli aveva dato il suo amore di vergine, a piene vene, con un senso di
paurosa novità. In lui solo aveva trovato lʼamante, con lui solo aveva
potuto conoscere quella totale fusione dei sensi e dello spirito,
quella intima ebbrezza creatrice, piena di tremito e di purificazione,
in cui la donna che fu dʼaltri sente nascere dalle sue colpe il senso
dellʼamore infinito.
Quandʼera più inebbriata e più femmina tra le sue braccia dʼamante,
sentiva persino la tentazione oscura di suggellare nel suo grembo
innamorato, con un dolore materno, la fuggente voluttà.
[Illustrazione: DECORAZIONE]
—Monsieur Bollot, ce nʼest vraiment pas la peine que vous me fassiez
la morale... Je partirai quand même. Donnez–moi lʼargent que je vous
demande, faites–moi un joli sourire, et attendez patiemment que je
revienne.
—Mais vous me demandez une somme absurde, ma fille! Cent mille francs
pour aller en Algérie, cʼest du gaspillage, croyez–moi, cʼest du
gaspillage!
—Et encore je les veux en espèces, des billets les uns sur les autres.
Pas de chèques, pas de lettres de crédit. Je ne veux point avoir
affaire aux banques africaines. Dépêchez–vous, Monsieur Bollot, car
dans trois jours nous partons.
—Nous, vous dites? Et qui donc? Partez–vous en caravane par hasard?
—Nous, cʼest ma mère, Linette et moi. Ma mère ne vieni que jusquʼà
Marseille, dʼoù elle rentre en Italie. Moi et Linette nous allons aux
bords du Sahara, une plage où la vie est très chère.
—Mais vous plaisantez, ma fille! Croyez–vous quʼon tienne cent mille
francs dans son tiroir comme de la petite monnaie?
—Eh bien, vendez, hypothéquez, faites un emprunt, faites ce que bon
vous semble; mais dans trois jours vous aurez lʼobligeance de me
procurer cette somme, pas un sou de moins. Et, à présent, je vous dis
au revoir, cher Monsieur Bollot, parce que, vous voyez cette liste?...
ce sont des commissions que jʼai à faire.
Se ne andò. Jack lʼaspettava con pazienza davanti alla portineria
di Monsieur Bollot. In quegli ultimi giorni la sua poca loquacità
era quasi divenuta un assoluto silenzio. Bluette invece non aveva
nemmeno il tempo di badare alla sua tristezza. Gli parlava come ad un
fratello, raccontandogli tutto quanto passava nel suo tremante cuore.
Jack lʼascoltava con una pazienza irritata, senza guardarla, senza
interromperla; in ultimo concludeva:
—Quand une femme aime un homme, cʼest du temps perdu.
—Quʼest–ce que tu veux dire avec cette remarque très intelligente?
—Je veux dire, Bliouette, que cʼest du temps perdu.
—Tu es un grand philosophe, Jack, un très grand philosophe!
Ma una sera, che stavano come una volta nella sua camera da letto
e, senza pudore verso di lui, Bluette non portava che una sbadata
vestaglia, Jack, dʼimprovviso, tacendo, la rovesciò sui cuscini, e
con la bocca premuta nel tepore del suo collo fece un tentativo quasi
brutale per impadronirsi di lei.
Erano passati lunghi anni, ed egli lʼamava sempre come quando ella
danzava il My Blu, come quando neʼ suoi occhi di Transalpina vʼera
tutta la bellezza disonesta e docile della femmina da piacere.
Ma ora, da lunghissimi giorni, la sua calda gioventù era piena di
solitudine; un vuoto e profondo malessere le correva nel cerchio
delle vene. Sotto quella repentina violenza, da prima ella non capì.
Solamente provava una stordita felicità fisica nellʼessere sopra una
coltre, supina, con un peso dʼuomo che le opprimeva il cuore, il
grembo, il seno, e quasi le chiudeva il respiro al sommo della gola.
Ma poi si ricordò con un brivido che non era il suo amante, anzi
era quasi un fratello, che cercava di offendere la sua rinnovata
castità. Un brusco dolore soverchiò nelle sue vene quella involontaria
tentazione di gioia, e lʼurto fu così ruvido che le parve di ricevere
una ferita, mentre il suo docile corpo di femmina era già immerso in un
principio di voluttà.
Non seppe ribellarsi, non gridò; volse la faccia da un lato, e
supplicava con la voce spenta:
—Ne me fais pas de mal, Jack... tu es mon frère, Jack... tu es mon
frère...
Poi le scoppiò nella gola una convulsione di singhiozzi, e dagli occhi
fermi, quasi morti, le cadevano lacrime brillanti su la spalla denudata.
Egli allora la guardò. La guardò, pallidissimo, con gli occhi bui,
perdendo il coraggio di offenderla. Poichè neʼ suoi chiari occhi aveva
egli pure unʼanima, e non poteva impadronirsi dʼuna donna che piangesse.
Anzi una orribile vergogna lo sopraffece: mormorò a fior di labbro:
—«Excuse–me. Bliouette...»—E scomparve.
Scomparve.
Ella rimase a lungo su quel letto, fra il disordine deʼ suoi capelli,
supina e tramortita.
[Illustrazione: DECORAZIONE]
In certi casi la bionda Caterina mancava di riconoscenza.
Quando Maurice, maggiordomo impeccabile, terminò di far passare
attraverso il finestrino lʼultima borsa del suo numeroso bagaglio,
mentre al segnale della partenza, il bianco treno della Riviera
stiracchiava le sue lunghe vetture gremite, la sola cosa chʼella seppe
dirgli furono queste parole insufficienti:
—«Ne plôrez pas, mon pôvre Maurice, pour la raison que ze mʼen vais...
Qui sait quʼun zour ou lʼautre ze ne retourne!... Et puis, dans ce
monde, il faut tout prendre avec un pé de philosophie!»
Maurice non piangeva: ma era veramente commosso e non poteva
dimenticarsi lì per lì dʼavere calmati così a lungo i suoi nervi
generosi col servirle in camera ogni sera una tazza di camomilla
profumata.
Il treno frattanto sʼincamminava senza urto su le rotaie luccicanti.
Allora la bionda Caterina incastrò nel finestrino la gagliarda
ricchezza del suo seno classico e sorridendo allʼimpassibile
maggiordomo gli mandò con la punta delle dita un ultimo bacio dʼaddio.
Poi si ritrasse nello scompartimento con un grande respiro di sollievo,
mentre i gentili occhi di Linette la guardavano trasecolati.
—«Tu as un pé de malinconie dans lʼâme, pôvre Bluette!... Et moi
viceversa ze me sens tout–à–fait heureuse de quitter cette ville tant
riche et tant déchantée, qui est, selon ma manière de voir, un immense
bordel...»
Bluette sorrise, tranquilla, sotto il suo buio velo di viaggiatrice. Ma
Linette, che non amava il frasario della bionda Caterina, e sopra tutto
non amava sentir offendere la sua bella Città, con una sottil voce
piena dʼirritazione le rispose:
—Pardon, Madame, je suis Parisienne, moi, et ça me fait de la peine
de vous entendre débiner ma ville, qui demeure sans contredit la plus
belle ville du monde!
—«Oh, la, la!... oh, la, la!... toi tu parles parce que tu as la
bouche, Linetta mia! Quʼest–ce que ça veut dire «la plous belle
ville du monde»? Est–ce que tu as vu les ôtres avant de parler? Non,
natourellement! Tu es une zeune fille sans expérience et tu veux mettre
ta langue un pé partout! Moi, qui pourrais être ta mère, ze dis que
cʼest un bordel! Donc tu peux te fier, parce que ze vois les choses
claires et ze nʼai pas comme qui dirait les tranches de saucisson sur
les yeux!»
—Oui, Madame,—rispose Linette, con una remissività beffarda.
—«Parce que tu dois savoir,—ricominciò la bionda Caterina—que chez
nous, par exemple, il y a moins de belles choses dans le magasins, et
on peut traverser le rues sans risquer dʼy perdre une zambe; mais la
vie dans notre pays est beaucoup plous natourelle, et on nʼest pas
frustes comme de vieilles savates à lʼâge de trente ans! Paris, si
tu regardes bien, cʼest lʼetiquette: mais le bon vin se trouve dans
dʼôtres bouteilles. Cʼest ainsi, Linetta mia! Et souviens–toi que te
lʼa dit Caterina.»
—Oui, Madame,—rispose Linette con un impercettibile sbadiglio.
—«Et toi, par exemple, tu nʼas quʼà regarder ma fille. Quand elle
est venue à Paris, cʼétait un bouton de rose, mais un de ces boutons
de rose quʼon ne cultive pas au Zardin des Plantes, ni pas même à
Saint–Zermain!... Or, tu peux la voir, si elle ne ressemble pas à ces
têtes de cire qui tournent dans les vitrines des coiffeurs. Et puis,
quʼest–ce quʼelle a eu de bon, après avoir été la reine de Paris? Un
pé de galette? Oh, mais diable! les belles femmes en trouvent partout.
Et encore, quoi? Une poignée de mouches!... Viens voir un pé dans
nos villes dʼItalie, toi qui chantes: Ze suis Parisienne! ze suis
Parisienne!...»
—Pour le moment nous allons en Afrique, Madame, et cʼest aussi très
intéressant.
—«Eh, voilà la belle histoire!» Si ma fille en retourne, zʼallumerai
trois chandelles à la Madone! Cʼest encore un cadô de Paris ce mal de
ventre dont elle est amoureuse! Car, si elle lʼavait trouvé chez nous,
ze parie ma tête quʼelle lʼaurait envoyé se promener, lui et sa Lésion
Etranzère! Mais à Paris cʼest très chic dʼavoir des béguins pour des
gigolos qui ne valent même pas un sou troué du Pape!
Bluette, con gli occhi affascinati, guardava la veloce campagna sparire.
Adesso Parigi la Stupenda era già dileguata nel suo vortice di
balenante atmosfera; incominciava senza confine il verde miracolo della
terra di Francia.
[Illustrazione: DECORAZIONE]
—Addio, addio mammina...—ella gridò ancora una volta, sporgendosi
dallʼalto parapetto, mentre il piroscafo partiva.
E le mandò quel saluto con la sua voce che più non poteva essere udita,
con gli occhi suoi di fanciulla chʼeran pieni di lacrime, con la sua
lunga sciarpa di velo che il vento sbatteva in ogni senso come una
fragile bandiera.
E la bionda Caterina rimase lì, sul molo de la Joliette, sperduta,
immobile, quasi brutta, quasi vecchia, mentre vedeva lʼunica sua
figlia perdersi, confondersi, nelle azzurre distanze del mare.
In quel momento si ricordò più che mai dʼaverla portata nel grembo,
dʼaverle dato queʼ suoi dolcissimi capelli biondi.
Il pomeriggio assaliva con fulgori pieni di veemenza il marmo e
le cupole della trionfale Marsiglia. La città rapace, straricca e
splendida, pareva che tenesse alla catena il suo folto naviglio come
una dormente muta di cani da preda, velocissimi.
Il grande piroscafo della «C.ͥ ͤ Transatlantique», descrivendo unʼagile
curva sotto i lunghi vortici di fumo delle due ciminiere, usciva nel
mare libero cantando a sibili di sirena. Ma la buona madre non poteva
muoversi da quellʼasfalto luminoso e nero, in cui le pareva di sentir
giungere il movimento ritmico del mare. Intorno a lei si pigiava la
folla irrequieta, si accatastavano mucchi enormi di mercanzie; le
bestemmie dei facchini scandivano il tuffo di qualche remo; lʼacqua
sudicia gorgogliava contro le fondamenta, senza rumore dʼonda. Si
alzavano grosse nuvole torbide, come per lo scoppio dʼuna mina, laggiù,
presso i doks, ove i bastimenti fuligginosi rovesciavano valanghe di
carbone.
Ma questa povera bionda Caterina, che si era creata con le malizie di
Parigi una canonicale gioventù, non vedeva che il lontano piroscafo di
Bluette camminare nellʼinfinito con una scìa di sole.
Un trattenuto singhiozzo le gonfiava il suo classico seno, e con gli
occhi fermi, coʼ labbri chiusi, piangeva solitariamente.
Le grosse zanzare di Marsiglia fecero intorno a lei tanto rumore, che
dʼun tratto la destarono.
—«Zout!—esclamò ella, con un oltraggio estremo alla favella
repubblicana;—zʼai le mal de mer à force de plôrer... Couraze,
Caterina!»
E tornò indietro passo passo, con la fronte china, finchè si risolse a
prendere una carrozzella.
Il suo treno partiva qualche ora dopo; non le rimase nemmeno il tempo
di conoscere la galanteria dei Marsigliesi.
E fu certamente un grande peccato.
[Illustrazione: DECORAZIONE]
Ora il piroscafo andava tra stelle, solcando la chiara notte
mediterranea con un calmo rumore di velocità.
Bluette guardava quel mare, chʼegli pure aveva guardato.
Così curvo era il firmamento che non si poteva nemmeno discernere
quali stelle fossero nel cielo e quali navigassero nella cosparsa onda
lontana. LʼAffrica invisibile mandava già il suo profumo di terra calda
e barbara nel tremante spazio. Si sentiva il deserto respirare nella
notte piena di fertilità.
Le azzurre isole Baleari galleggiavano come grandi giardini marittimi,
gonfie di vegetazione, ravvolte in nuvole dʼoscurità e di profumo.
Palma di Maiorca, ubbriaca delle sue rose, dormiva nel profondo
semicerchio della sua baia notturna, tra un fantastico brulichìo di
luci tremule, che si appendevano alla costa come leggere ghirlande.
Era già il mattino, quando apparvero, confuse nei vapori distanti,
le cime della Grande Kabylia, nuvolosi vertici della baia di Algeri.
Poi, lentamente, questo grande anfiteatro apparve, sotto le raggiere
del sole nascente, chiuso allʼestremo confine dalla barriera ciclopica
della Kabylia e dellʼAtlante.
Bluette guardò con gli occhi pieni dʼaurora, e guardando baciò con
lʼanima sua dʼinnamorata quella terra stupenda che appariva.
Le montagne di Buzarea scagliavano alta nellʼazzurrità la cattedrale
di Notre–Dame dʼAfrique. Laggiù, con i suoi mille vertici, brillava
la capitale moresca del Mediterraneo, lʼantica emula di Cesarea, la
schiava di Pedro Navarra, quella per cui pianse il Doria le sue belle
armate, Algeri la sempre invincibile, Algeri la stupenda corsara.
Simile ad una immensa gradinata di marmo bianco, si sciorinava e
scendeva in un delirio di luce verso il mare indolente. Sul più alto
gradino, la Kasba fanatica dei vecchi sovrani Berberi scintillava
traverso la lontananza come un incendiato palazzo di cristallo. E
Bluette vide, su le ovali colline di Mustafà, stendersi la pigra
dominazione della città europea, che uccise ormai per sempre il vecchio
labirinto, il leggendario mistero della città mauritana. La neve
dellʼalto Djurjura pareva dʼuna bianchezza inverosimile in quel colore
di deserto.
Era un sogno, e Bluette sentì con lʼanima sua dʼinnamorata che stava
per entrare nellʼincantesimo di una grande poesia.
Era la piccola ballerina di Parigi, che andava in cerca del suo amante,
laggiù, verso le montagne azzurre della Grande Kabylia, nel sole del
continente vertiginoso, nel rosso delirio dellʼAffrica satura di
malefizio e di voluttà.
Essa lʼaccoglieva, le veniva incontro con una sua città sfavillante,
che pareva il giardino estremo di Parigi; eppure lì, davanti a quel
porto, sul limitare di quel mondo, la vita cambiava colore.
Vʼerano ancora i sontuosi edifici dʼEuropa, le formicolanti corsìe,
i viali percorsi da filari dʼalberi, gettati come larghi nastri
sul pendìo delle colline; vʼerano ancora, di là dai sobborghi, le
rotaie luccicanti, percorse dal fumo delle vaporiere. Ma ella sentì
con lʼanima sua dʼinnamorata che in questa indomabile terra, in
questʼAffrica ove cʼè ancora la distanza, ogni strada poteva chiamarsi
veramente una strada, poichè tutte camminando si perdevano, svanivano,
parevano andare non verso un luogo ma verso lʼinfinito, verso quel
pericolo chʼè il solo confine delle strade:—la Distanza.
Bluette sʼincamminò dietro la gente che a lunghe ondate sʼincanalava
per la scala montatoia. I suoi grandi occhi azzurri guardavano lo
spettacolo della Jetée Kheïr–ed–Dine con una specie di cosciente sogno.
Di là il mare continuava, con lampi di sole, verso lʼAffrica più
lontana.
Ed era verso quellʼAffrica più lontana che la piccola ballerina di
Parigi doveva inoltrarsi, portando il suo cuore lieve, ma intenso e
profumato come la musica del My Blu. Era nel sole della grande Affrica
barbara chʼella doveva immergere, come in un bagno estenuante, la sua
carne incipriata. Ella pure, la piccola ballerina di Parigi, aveva un
errante sogno da portare nel deserto, verso le montagne azzurre della
Grande Kabylia, verso i fermi uragani di sole che devastano il Tropico
senza tramonto.
Algeri, sollevata nel tremolio del grande incendio pomeridiano,
sciorinava il suo bianco splendore su lʼanfiteatro del golfo, dalle
cave del Marmo di Bab–el–Oued sino agli ulivi antichi dei giardini
di Mustafà. Quasi verticale nello spazio, Fort–lʼEmpereur vegliava
inespugnabile su quellʼimmenso ventaglio di edifici; la moschea
di Djama–Djedid, lʼ antichissima di Djama–Kebira, le zauie di
Mohammed–ech–Chérif, di Safir e di Sidi–Ramdane, raccoglievano in sè
tutta la luce di quellʼaria maomettana, ove usurpavano cielo senza
mandare un lampo le obese cupole cristiane di San Filippo e di Santa
Croce.
Bluette guardò con lʼanima sua dʼinnamorata quel prodigio nuovo per
i suoi occhi, mentre, un poʼ stordita, un poʼ ebbra, si lasciava
portare dalle ondate di gente, fra cui suonavano le sillabe aspre
del linguaggio arabo, le orientali cadenze, le sonorità impure del
francese dʼAlgeria. Davanti aʼ suoi occhi ferveva con una specie di
trepidazione solare lʼintensa vita marittima della capitale dʼAffrica,
mentre, percorsa in ogni senso dalle fiumane di tutti i boulevards,
la grande piazza del Governo, pavimentata di fiamma, brulicava,
squillante, scintillante, sollevando nel rettangolo degli edifici ad
archi la statua equestre del Duca dʼOrléans. Da un lato sʼalzavano
come ruderi dʼuna fortezza di macigno i dirupi turchi del vecchio
porto dʼAlgeri, gli spalti e le darsene che scoscendono lʼaspra isola
dellʼAmmiragliato; di là correva, leggero come un nastro galleggiante,
il molo di Kheïr–ed–Dine.
Egli pure aveva camminato su quellʼasfalto lampeggiante, aveva guardato
Algeri splendere in una intensa nuvola di sole. Come lei aveva quasi
rasentato gli scafi degli enormi transatlantici, le prore dei navigli
da guerra, per scendere verso la stazione dellʼAgha, ove il treno di
Orano attende lʼora di avventarsi, lungo i giardini dei sobborghi,
nella grande Algeria.
E partì.
Partì con lʼanima sua dʼinnamorata verso lʼimmobile Affrica rossa,
piena di silenzio e di vertigine, ove anche lʼanima sʼincendia in un
terribile delirio di sole.
Partì.
Era un giorno gagliardo e scintillante: su tutte le cose immerse
nellʼaria pareva che tremasse una invisibile maglia dʼoro. I giardini
dei sobborghi bruciavano come incensieri, mandando larghe vampe di
profumi tropicali. La città si dibatteva con fragore sotto la potenza
incendiaria del sole. I cantieri dʼEuropa, le ciclopiche officine degli
uomini bianchi, depredavano, pazze di fatica e dʼavidità, la ricchezza
barbara del continente affricano.
Poi Algeri scomparve. Su la pianura immensa della Mitidja la velocità
silenziosa del treno spargeva un insostenibile tremolìo. La piana di
Algeri camminava, come un mare prosciugato, verso lʼazzurro Atlante di
Blida. Il sole bruciava da venti secoli sul leggendario Sepolcro della
Cristiana.
Bluette non parlava. Una tristezza grande, inesprimibile, un senso
luminoso di sperdimento, pesava su la sua dolce anima.
Qui la distanza era veramente la Distanza. Qui le strade potevano anche
non arrivare mai.
E si sentiva da lui più lontana che non le fosse mai sembrato nelle vie
di Parigi, quando sʼincamminò. Il fascino dellʼAffrica la tormentava,
le penetrava nellʼessere come una terribile magìa.
Poi cominciò a cadere il giorno. Fu per tutto lʼinfinito una veemente
sollevazione di colori. Lʼanima delle cose rutilava; tutto splendeva;
splendevano perfino i rumori.
Abbandonò il capo allʼindietro, chiuse gli occhi, sognò. Adesso era
perduta; una irremissibile velocità la portava per lʼAtlante azzurro,
fra tempeste di luce, verso il deserto disperato. Adesso non era più
lʼinnamorata ballerina di Parigi, ma una piccola nomade in balìa
dellʼinfinito, che andrebbe dove andavano le strade, senza potere forse
mai più, mai più, giungere alla sua meta.
Ogni tanto, quasi per riafferrarsi alla realtà, metteva una mano fra
le mani di Linette, che le stava presso, ed in silenzio lasciavano
entrambe che il treno portasse nellʼesilio, nel grande pericolo della
strada, la loro indifesa gioventù.
Ora la montagna dʼAtlante saliva in ripide petraie deserte, con qualche
profumo dʼaranceto intorno ai gourbis degli indigeni.
La voce montmartrese dello sbarbato maggiordomo passava per la terza
volta nel corridoio, ripetendo a tutti gli sportelli:—«Messieurs,
Dames, le dîner est servi!... Messieurs, Dames, le dîner est servi!...»
E nellʼAffrica della Terza Repubblica saltavano, sotto lʼunghia dʼun
arabo, tra i fuochi della incendiata notte mauritana, i vivi turaccioli
del vino di Sciampagna.
[Illustrazione: DECORAZIONE]
—Eh bien, Linette, puisque nous sommes tout près dʼOran, il ne nous
reste plus quʼune heure et demie environ de chemin de fer jusquʼà
Sidi–bel–Abbès. Pense donc, ma Linette, si nous sommes près de lui! Mon
cœur tremble comme lʼamorce dʼun pêcheur à la ligne. Quʼest–ce que tu
en dis, Linette?
—Que dire, Madame? Je croyais qui il y avait des chameaux et des
caravanes, en Afrique... Mais je vois quʼil y a des trains de luxe
comme sur la Côte–dʼAzur. Alors, voyez–vous, jʼen suis tout de même
désappointée.
—Cela vient de ton ignorance, Linette. Car, si tu avais étudié un peu
de géographie, tu saurais que lʼAlgérie nʼest plus un pays nègre et que
Oran est un des ports les plus commerçants de la Méditerranée. On mʼa
dit que cʼest très chic dʼaller prendre les bains de mer sur la plage
de Sainte–Thérèse. Et réellement on a collé partout les réclames de
cette plage.
—En fait de réclame, ce Felix Potin est extraordinaire! Jʼai vu
son boniment dans plusieurs petites gares, où il nʼy avait que des
charbonniers.
—Quʼy a–t–il dʼextraordinaire, Linette? Cʼest sa façon à lui de
coloniser les gourbis. Mais regarde donc! Cette grande ville toute
ensoleillée, qui se deploie comme un large manteau fauve, cʼest bien
Oran, si je ne me trompe. Nous y serons dans quelques minutes. Dieu,
quʼil fait chaud! Assieds–toi, Linette, et prends mon nécessaire sur
tes genoux. Je vais me passer un peu dʼEau de Cologne sur les tempes,
un peu de poudre sur la figure, car je me sens horrible!
—Vous devez être bien fatiguée, Madame, si jʼen juge par moi–même.
—Fatiguée, Linette? En bien, non! Ce nʼest pas le mot. Je me sens
grise... tout à fait grise... et pourtant je pourrais aller bien plus
loin encore, sʼil le fallait. Tu viendrais aussi, nʼest–ce pas, Linette?
—Sans doute, Madame.
—Pense donc! Une heure et demie de chemin de fer, puis cʼest
Sidi–bel–Abbès, cʼest sa caserne, cʼest lui!... Je le verrai ce soir,
Linette... Ah, mon Dieu, quand jʼy pense, il me semble que mon cœur
étouffé nʼaura plus la force de battre...
—Assez de poudre, Madame! Par cette chaleur, il ne faut pas en mettre
tant que ça.
—Suis–je très décoiffée?
—Ça dépend; pour lʼAfrique cʼest tout ce quʼil faut.
—Et, dʼailleurs, je me voile. Je me sens déjà très musulmane... Comme
cʼest bête de traverser un si beau pays et de ne rien voir. Mais, au
retour, puisque nous serons avec Laire, nous prendrons notre revanche.
On ira partout voir les mosquées et les danseuses arabes. Je suis très
curieuse de ces femmes, qui doivent être savoureuses et imprégnées de
soleil comme des dattes mûres. Je tʼen prie, Linette, ne perds pas le
sac où nous avons toute notre fortune. Que deviendrions–nous, si, aux
bords du Sahara, nous restions sans galette?
—Je parie que Madame saurait très bien se tirer dʼaffaire même en
Afrique.
—Crois–tu?
—Mais, oui. Madame! Cette Algérie, après tout, nʼa lʼair que dʼun
faubourg parisien, et il y aurait toujours pas mal de messieurs qui
vous trouveraient belle...
—Cʼest que tu ne te doutes pas combien jʼai peu envie de lʼêtre,
ma petite Linette! Et tu ignores sans doute quʼen disant cela tu
me froisses... Je ne suis plus celle dʼautrefois, et je deviens
étrangement pudique...
—Mais vous nʼavez pas remarqué, Madame, ces trois ou quatre voyageurs
qui nʼont cessé de se promener dans le corridor en fumant de gros
cigares?
—Tu leur plaisais, Linette! Voilà ce que je suppose.
—Oh, oui, cʼest bien la peine que vous vous moquiez de moi, Madame!
—En tout cas prépare les cent sous que nous donnerons à lʼemployé du
wagon–lit, car nous serons bientôt en gare.
—Hélas, Madame!... cʼest très ennuyeux de se remettre tout de suite
dans un train, par cette canicule.
—Sais–tu ce quʼon pourrait faire? Une heure et demie de chemin de fer,
cela fait à peu près soixante–dix ou quatre–vingt kilomètres ce nʼest
pas beaucoup plus loin que la Forêt de Fontainebleau... nʼest–ce pas?
—Moi, Madame, je mʼy perds avec les distances. Je sais que pour y aller
il faut bien disposer de tout son Dimanche.
—Eh bien, je suis certaine quʼil nʼy a pas plus de 80 km. jusquʼà
Sidi–bel–Abbès. On me lʼa dʼailleurs dit chez Cook.
—Très bien. Mais quelle importance cela a–t–il, Madame, quʼil y en ait
quatre–vingt plutôt que cent?
—Une très grande importance, Linette. Car, sais–tu ce que nous allons
faire? Au lieu de nous remettre dans un train asphyxiant, nous allons
descendre dans un bon hôtel, prendre un bain tiède et parfumé, dont
je raffole;—toi aussi, Linette, tu vas prendre un bain à lʼEau de
Lavande,—puis on se reposera, on se rhabillera avec du linge frais, on
déjeunera au restaurant pour voir les têtes de ces Français dʼAfrique,
et pendant ce temps le portier se chargera de nous louer un auto
dans un garage, afin quʼil nous mène à Sidi–bel–Abbès par la route
nationale. On prendra lʼair et on verra le paysage. Quʼen dis–tu,
Linette?
—Je dis que ce serait fort joli. Mais, dʼabord, est–ce quʼil y a
seulement une route?
—Que tu es étourdie, Linette! Comment veux–tu quʼil nʼy ait pas de
route où il y a un chemin de fer?
—On ne sait jamais, en Afrique... Et puis, ça doit coûter bigrement
cher! Puisque nous avons nos billets jusquʼà Sidi–bel–Abbès...
—Voyons, ce sera comme partout: un franc le kilomètre. Quatre–vingt
et quatre–vingt ça fait cent soixante; il faut compter en plus la
sortie du garage et le pourboire du chauffeur. Si le portier nʼest pas
un voleur, on doit sʼen tirer moyennant une dixaine de louis. Jʼen
donnerais bien cinquante pour le revoir un quart dʼheure plus tôt!
—Je vous dis, Madame, que nous sommes en terre noire et quʼil ne faut
pas gaspiller lʼargent. Je serai tout de même heureuse comme un poisson
en me plongeant dans la baignoire!
—Donc, cʼest tout décidé. Dites–moi, monsieur le contrôleur, quel est
le meilleur hôtel dʼOran?
—Le Continental, Madame. Quoique le Victor et le Royal ne lui cèdent en
rien.
—Merci. Jʼirai au Continental. Mais, diable! vous avez des moustiques
effroyables dans ce beau pays!
—Eh, oui, Madame!... Sans compter quʼils sont très malins; rien ne les
attire comme le parfum dʼune Parisienne!...
[Illustrazione: DECORAZIONE]
Ed ora la strada volava, arida e libera, impetuosa come la felicità.
Orano moriva distanziata, in una grande burrasca di nuvole dʼoro, sotto
la erta sottile montagna di Santa Cruz, che pareva simile ad un albero
di prua.
Imbevute, sature di splendore, passavano le vigne rossastre del
Tlelat, i lauri–rosa che fioriscono su le pendici del Téssala, gli
sbarramenti agili che ritardano il mare ai leggeri e veloci fiumi
discesi dallʼAtlante. Passava, iridata e sfarzosa come la stoffa dʼun
telaio arabo, la bella campagna dʼAlgeria, che il sole impregna dʼuna
rutilante fecondità. Passava, sollevata e quasi tremula nello sfarzo
dellʼestremo pomeriggio, lʼanima della terra interna, che si avventa
bruciando verso la disperazione, laggiù, nellʼinfinito oceano di sole,
dove le strade bianche dellʼuomo, come riviere morte, si disperdono
sotto il furore della vampa, nella perduta vastità.
Ed ella respirava con una specie di ubbriacamento quellʼaria un poʼ
drogata, che la terra calda mandava ogni tratto contro le sue narici
avide. Rannicchiata nel profondo sedile di cuoio, si lasciava portare
dalla velocità come da una potenza gioiosa che le carezzasse tutta
la persona. I semicerchi dʼoro delle sue lunghe ciglia tremavano di
leggerezza e di piacere, mentre, nellʼurto dellʼaria, come in un sogno
estatico vedeva la celere campagna e lʼincendiato orizzonte sparire.
Nella disperata serenità il sole pericolava su lʼinvisibile deserto;
le case arabe scomparivano, quasi cancellate nel furore della luce: le
palme sembravano ravvolte sino al vertice nella spirale di una nuvola
bionda. Si sentivano le ruote sobbalzare, volando, su la terra battuta.
Un non so che di rosso, di angoscioso, di barbaro, entrava nello
spirito azzurro della piccola ballerina di Parigi: era il delirio
dellʼAffrica, il vertiginoso malefizio della terra lampeggiante.
Mimi Bluette! Mimi Bluette!... Era stata la bellezza e la musica sui
palcoscenici della Capitale; aveva regalato la sua nudità cosparsa
di brillanti ai teatri della città notturna, ove una danza impudica
diventa lʼafrodisiaco di tutti gli amplessi. Ed ora portava la sua
trasparente anima di ballerina verso la calamitosa bellezza del
tropico, mesceva nel respiro della terra interna il suo leggero e
tenace profumo di Coty.
Quanta poesia nellʼanima di questa lieve creatura, che andava per la
terra dʼAffrica cercando un amante perduto!... Quanto sole vedrebbe con
i suoi occhi dʼinnamorata, la bellissima creatura!...
Ed ecco apparvero con acque repentine lungo la strada balenante i fiumi
della terra interna, lʼOued Sarno e la Mekerra, che si mescevano senza
fragore sotto agili ponti. Ed ecco apparve la piana di Bel–Abbès,
rosata e fertile nel luminoso vespero come una opulenta campagna della
Provenza felice. La Mekerra disegnava traverso le biade fiammeggianti
e gli ulivi azzurri una lunghissima scìa dʼargento. La bianca lontana
diga della città barricava lʼorizzonte.
Ella sentì dʼun tratto il cuore venirle meno. Prese una mano di
Linette, e la strinse, la strinse... Poi con lʼápice della sua fredda
mano toccò lʼómero del meccanico, disse in fretta qualche parola, che
il vento portò via...
Ma egli capì; si volse:
—Oui, Madame, nous arrivons à Bel–Abbès.
Allora ella si rovesciò contro la spalliera, e giacque stupefatta,
immobile, come se non avesse più vita.
Nellʼaria dolce navigava il profumo degli ulivi di Máscara; la porta di
Orano splendeva, incorniciando un corridoio di sole.
—Madame, ne soyez pas si pâle...—disse con un tremante coraggio la
turbata Linette, cameriera dalle calze di voilé.
[Illustrazione: DECORAZIONE]
Fosse in grazia della sua natura premurosa, fosse per la profonda
simpatia che glʼispiravano le trasparenze di Linette, quel meccanico
non volle abbandonare le due viaggiatrici su la soglia dellʼalbergo;
ma quando ebbe sciolto il complicato, se pur succinto, bagaglio della
Parigina, volle aiutare i facchini dellʼalbergo nel portarlo al pian di
sopra e slacciarne le fodere impolverate. Le due camere non mancavano
di un certo «comfort» coloniale; con le zanzariere di bucato e coʼ lor
vecchi mobili di noce, rammentavano la buona locanda francese di mezzo
secolo fa.
Questo arrivo produsse un notevole movimento nel quieto albergo
«dʼOrient et Continental». Il portiere, tedesco naturalmente, perciò
refrattario ad ogni sfumatura, immaginò senzʼaltro che si trattasse
di una sontuosa e ricchissima «cocotte». Il Direttore, francese della
riva di Provenza, un poʼ tinto di sangue levantino, andò subito
col pensiero verso qualche scapestrato ufficiale della caserma di
Cavalleria. Il maggiordomo, che aveva una certa grande aria da Casino
di Deauville, non tardò molto a presentarsi con urbanità su la soglia
della camera, per ricevere il nome della viaggiatrice nel bollettino
dei forestieri. Ella si sciolse il velo, si tolse i guanti, e scrisse
in fretta con la matita:
—Mimi Bluette—Paris.
Questi lesse, poi rilesse, guardò lungamente la bellissima Parigina, ed
in ultimo non seppe frenare la sua naturale stupefazione.
—Pardon, Madame... Est–ce bien Mimi Bluette quʼil faut lire?
—Sans doute. Et pourquoi?
—Mais alors... seriez vous par hasard la vraie, la célèbre M.ᵐᵉ Mimi
Bluette?
—Je ne sais pas si je suis la célèbre, mais en tout cas je suis bien la
seule Mimi Bluette que je connaisse. Faites–moi du thè frappé, si cʼest
possible; et, puisque le chauffeur doit avoir soif, donnez–lui de la
bière, sʼil en veut.
—Merci, Madame, jʼen boirai volontiers,—rispose il meccanico, tutto
intento a disporre le valige sui vari sgabelli.
—Connaissez–vous la ville?—gli domandò allora Bluette, che stava
riannodando il suo lungo velo.
—Ça va sans dire, Madame.
—Vous savez donc où se trouve la caserne du 1ͤ ͬ Régiment Etranger.
—Rue de Tlemcen, Madame. Pas loin dʼici.
—Voulez–vous mʼy conduire?
—A vos ordres, Madame.
—Descendez, je vous prie; nous venons de suite.
Non appena egli uscì, e furono rimaste sole, Bluette con le due mani si
compresse il cuore che le batteva.
—Je le verrai, Linette! Je le verrai tout à lʼheure... Oh, Linette, ma
Linette!...
E con un moto subitaneo dʼintima sopraffazione lʼabbracciò come una
piccola sorella.
—Viens, descendons. Je nʼai le temps ni de me rafraîchir, ni de me
peigner. Sonne pour dire quʼon nous serve ce thè en bas, et très vite.
Le cœur me bat. Chaque parole me coûte un effort; je suffoque. Sois à
côté de moi quand je le reverrai, Linette!... Quand je le reverrai, ce
sera terrible... Oh, tu ne sais pas, tu ne sais pas comme je lʼaime!
A pianterreno tutti gli impiegati dellʼalbergo fecero capolino per
vedere Mimi Bluette. Il Direttore lʼassalì di premure, mentre il
dissetato meccanico di Orano riaccendeva davanti allʼalbergo il suo
fragoroso motore.
Due belle donne, chʼeran visibilmente le dive di qualche provvido
caffè–concerto, prendevano il tè con alcuni ufficiali e con un paio di
notabili del Montmartre algerino. Un giovine arabo, dagli occhi simili
a grosse agate, la pelle color di bulgaro, esibiva le costose inezie
del suo bazar ambulante. Quattro europei discutevano dʼaffari in un
gergo fatto dʼarabo e di spagnuolo.
Senza indugio Bluette uscì. La diritta via Prudhon, fra la porta di
Orano e quella di Daya, aveva lʼaspetto comune ad ogni Sotto–Prefettura
di Francia durante lʼimpero frigio della Terza Repubblica. Qualche
gruppo di legionari camminava su lʼorlo dei marciapiedi, con
lʼaria sfaccendata, stanchi del clima pesante, le mani conficcate
nelle saccocce, adocchiando le ragazze che passavano, aspirando con
ingordigia il fumo soave che produce la bionda foglia del tabacco
dʼAlgeria.
Cadeva sul rettilineo delle case unʼazzurra oscurità; la vita
provinciale del grande accampamento europeo molestava col suo rumore
pomeridiano il profumato silenzio del cielo dʼAffrica. E lʼindigeno
passava, tra quella folla dʼinvasori e di meticci, come un intruso che
ne fosse il recondito padrone.
Quando giunsero davanti alla caserma, tutta la rue de Tlemcen era piena
di soldati. La musica militare camminava tra uno stormo di monelli,
verso il Giardino Pubblico.
Le balie dʼEuropa non si sarebbero dunque annoiate nemmeno a
Sidi–bel–Abbès. La Francia di Mimi Bluette amministra le sue Colonie
come può, ma non trascura in ogni caso di allietarle con musiche
militari. Questa è senza dubbio una ottima determinazione.
Allora ella scese dallʼautomobile con il suo piede leggero, e passò
davanti alla sentinella. Siccome avrebbe camminato chissà fin dove,
tanto era stordita, il caporale di guardia la fermò. Le si mise davanti
con le sue larghe spalle quadrate, portandosi la mano alla visiera:
—On nʼentre pas, Madame. Cʼest défendu.
—Ah...
Le pareva impossibile. Ferma sotto il portico, affondava lo sguardo nel
cortile inazzurrato.
—Est–ce pour voir un officier, Madame? Cʼest quʼil est très tard à
présent...
—Non, un légionnaire.
—Un légionnaire?
—Oui.
—Comment sʼappelle–t–il?
—Laire.
—Laire?... Connais pas.
—Pas possible! Est–ce que ce nʼest pas–ici le 1.ͤ ͬ Régiment Etranger?
—Cʼest bien le 1.ͤ ͬ Etranger, comme vous dites. Mais jʼarrive de
lʼintérieur, moi, et je ne les connais pas tous. Attendez voir, la
dame; nous allons vous faire parler avec lʼofficier de garde.
—Merci, mon brave.
Il caporale si volse, chiamò un legionario:
—Eh, toi, Gouin! va donc appeler le lieutenant Silles. Tu le trouveras
au mess. Y a des dames qui le cherchent. Dépêche–toi, Gouin!—Poi si
rivolse amabilmente alle due visitatrici:—On ne peut pas vous dire de
vous asseoir, car nous manquons de fauteuils, comme vous voyez... mais
nous regrettons. Dʼailleurs le lieutenant Silles a de longues jambes!
In verità il caporale di guardia non aveva esagerato: quel tenente
Silles presentava una strana rassomiglianza con il dromedario da corsa,
e dello stesso animale aveva, nella barba, nei capelli e nel colore del
viso, la rossastra biondezza.
Si presentò con un rigido saluto militare, pronunciando un «Mesdames?»
asciutto e lunatico, mentre non cessava dal masticare con la mandibola
ossuta il boccone del suo pranzo, che aveva interrotto malvolentieri.
Considerò quelle due donne, dallʼaspetto molto singolare per una
caserma di Sidi–bel–Abbès, poi, con un gesto quasi gentile, disse loro
brevemente che si compiacessero di seguirlo. Entrò in una piccola
stanza, dove cʼeran un paio di seggiole, un tavolino ed una specie di
ottomana. Era probabilmente la sala dellʼufficiale di guardia. Puzzava
di rinchiuso e di aspro tabacco.
Egli avanzò due sedie, le invitò a prendervi posto, accese una
sigaretta, e, scovertosi il capo tutto selvoso dʼuna ispida cotenna,
gettò con destrezza il berretto sul pomello dʼun attaccapanni.
—A vos ordres, Mesdames,—disse con una voce rapida e ruvida, che al
pari di tutta la sua persona pareva essa pure combusta dal sole.
—Je suis M.ᵐᵉ Mimi Bluette, et voilà ma femme de chambre. Nous venons
de France, de Paris...—disse Bluette con una timida esitazione.
Egli non mostrò alcuna maraviglia, nè del nome nè della provenienza.
Linette pensava intanto:—«Voilà un grand diable qui doit aimer les
négresses...»
—Eh bien, lieutenant,—concluse Bluette, ritrovando la sua
spigliatezza;—jʼai fait ce long voyage pour revoir un homme que jʼaime.
—Je nʼai pas lʼavantage de le connaître, mais, en tout cas, cʼest
admirable!
—Oui, cʼest admirable en effet, lieutenant. Car je suis Mimi Bluette,
celle qui a dansé pour des rois, et mon amant nʼest quʼun simple
légionnaire.
—Votre amant un simple légionnaire? Bigre! Cʼest tout à fait
kouss–kouss! Excusez, madame Bluette, mais cʼest ainsi quʼon sʼexprime
au Gharb.
—Ecoutez, lieutenant. Il sʼest engagé sous le nom de Laire; vous lʼavez
sans doute à vos ordres, il est probablement dans cette même caserne...
Donc je vous prie, je vous prie de toute mon âme... non? est–ce que
vous ne le connaissez pas?
—Laire? Laire?... Mais oui... attendez un moment. Cʼest quelquʼun de
nouvellement engagé... il y a deux mois peut–être?...
—Oui, oui, lieutenant!
—Attendez: un grand, pâle, aux yeux presque verts, trente huit ans,
quarante ans peut–être?...
—Cʼest lui! cʼest lui, lieutenant! Oh, mon Dieu, quelle émotion
affreuse!... Faites que je le voie sans plus de retard!
—Cʼest quʼil nʼest plus ici, Madame. Et il est même très loin... Je
regrette.
Si era levata, con le due mani protese verso di lui, con la voce
sospesa. Udendo quelle parole, barcollò indietro, piegando la faccia,
come se lʼavessero colpita nel cuore.
Il luogotenente Silles, molto impacciato, si cercò nelle tasche
unʼaltra sigaretta, e quando lʼebbe accesa incominciò a stiracchiarsi
la ruvida barba da stambecco.
—Oui, Madame, cʼest bien malheureux que vous ayez fait ce long voyage
pour rien. Si vous aviez télégraphié par exemple...
—Je ne pouvais pas le faire. Il y a des raisons... Et puis, quʼest–ce
que ça fait? Jʼai assez de courage pour aller nʼimporte où. Dites–moi
où il est, lieutenant, et cʼest tout ce quʼil me faut.
—Il est très loin, à lʼintérieur, tout à fait dans le Guébli, beaucoup
plus loin que Colomb–Béchar... Vous voyez bien que ce serait une folie.
—Pourquoi une folie? Jʼirai quand–même. Colomb–Béchar, vous dites? Où
est–ce que ça se trouve?
—Ah, ma pauvre dame! Je vois bien que cʼest la première fois que vous
mettez le pied en Afrique. Est–ce donc ainsi, avec vos chaussures et
vos jolies toilettes, que vous prétendez aller jusque dans le Gharb?
—Jʼirai, mon lieutenant; jʼirai! Il y a des moments Où une femme vaut
mieux quʼun soldat.
E disse queste parole con una semplicità così tranquilla, che
lʼufficiale dʼAffrica si mise a guardarla, e non seppe cosa rispondere,
poichè sʼaccorse dʼessere davanti ad un amore. Dopo una lunga pausa
domandò con una voce quasi gentile:
—Et vous avez fait ce voyage, et vous irez jusque là–bas pour voir cet
homme, vous, Mimi Bluette?
—Moi, Mimi Bluette, jʼirais au bout du monde pour le revoir une seule
fois de ma vie.
—Ah?... Cʼest quʼil y a des types qui ont de la chance!—borbottò il
luogotenente Silles con un incredibile malumore.—Moi, par exemple,
voilà bientôt neuf ans que je roule ma bosse dans ces bougres de
Colonies, et il nʼy a pas eu lʼombre dʼune Française qui mʼait envoyé
ni un oeuf de Pâques ni une paire de pantoufles brodées! Je mʼen passe
dʼailleurs, car je suis en rupture avec la société humaine.
—Vous aussi?—fece Bluette con stupore.—Cʼest bien ce que Laire
me disait parfois. Et il le disait même dʼune façon très
pittoresque:—«Jʼen ai soupé des hommes qui connaissent leur
cimetière!...»
—Cʼest bien ça, Madame. Cette opinion peut vous paraître obscure; mais
pour nous cʼest clair comme lʼEvangile. Dʼailleurs, je me souviens de
cet homme à présent. Il avait tout ce quʼil faut pour plaire à une
jolie femme telle que vous, mais il avait en même temps ces prunelles
fièvreuses et mornes des hommes qui vont combattre au Gharb Marocain.
Cʼest lui dʼailleurs qui a fait sa demande et qui a voulu sʼen aller au
plus vite. Nous autres, voyez–vous, nous sommes les vrais sans–patrie.
Tout de même on se bat comme si on allait faire la noce, car, à la
place de tout le reste, nous avons un drapeau.
—Chacun de vous est donc un mystère?—domandò Bluette, con una specie di
assorta maraviglia.
—Chacun de nous est un vrai homme, tandis que les autres ne sont que
des pantins dangereux. Bref: quand on est là–bas, cʼest quʼon doit y
être; quand on est là–bas, cʼest quʼon ne veut pas en revenir. Je vous
conseille, Madame, de rebrousser chemin.
—Lieutenant Silles,—dises Bluette con un sorriso,—je ne suis pas la
société humaine et je ne vous ai rien fait de mal. Vous devez être
dʼailleurs moins méchant que vous ne le dites. Je vous prie donc de
mʼaider autant que vous le pourrez, puisque je ne suis quʼune femme et
que je dois aller très loin. Vous aurez deviné, jʼespère, quʼil sʼagit
pour moi dʼune question très grave.
—Si cʼest pour quʼon le rappelle du Sud–Oranais, nʼy songez pas,
Madame. Le Colonel lui–même ne pourrait absolument rien faire.
—Aussi je ne désire pas quʼon le rappelle, ni quʼon le prévienne de
mon arrivée. Je vous demande une chose bien plus simple, lieutenant
Silles. Tracez–moi un itinéraire détaillé du chemin quʼil faut suivre
pour le rejoindre et adressez–moi aux personnes qui pourront mʼêtre
utiles dans cette longue route. Jʼai dʼailleurs un laissez–passer
du Ministère. Voulez–vous mʼaider, lieutenant? Je suis peut–être
indiscrète, mais je crois que nos meilleurs amis sont ceux que
lʼinconnu et le hasard nous présentent.
—Oh, Madame, si ce nʼest que ça, je le ferai de très bon cœur!
Seulement, puisquʼil faut que je vous écrive un petit mémoire, avec
nombre de détails, je vais mʼen occuper ce soir, et je vous remettrai
cela demain matin à votre hôtel, si vous en avez un.
—Oui, lieutenant: hôtel Continental. Et vous aurez pour toujours
lʼamitié de Mimi Bluette.
[Illustrazione: DECORAZIONE]
E ricominciò la strada.
La strada.
Bisognava tornare ad Orano, prendere la ferrovia di Colomb–Béchar.
Quel giorno il luogotenente Silles fece per lei una cosa molto
gentile. Dopo averla condotta alla stazione di Bel–Abbès e dopo
averla salutata con parole molto laconiche, dʼun tratto, quando già
il treno stava per muoversi, fece un salto sul predellino, entrò
nello scompartimento, non si diede nemmeno la pena di rispondere
allʼimpiegato che chiudeva lo sportello, e sedette fra loro con la
massima tranquillità.
—Après tout je nʼai rien à faire; je peux bien mʼen aller jusquʼà Oran
jeter un coup dʼœil sur la Méditerranée.
Bluette sorrise, come se trovasse ciò del tutto naturale. Invece alla
sospettosa Linette non garbavano affatto le maniere di quel bizzarro
tenente. Aveva detto alla sua padrona:
—Très bien: on va se faire au Sahara, et même au centre de lʼAfrique,
sʼil le faut; mais je crains, Madame, que vous ne soyez trop facile
dans vos liaisons avec ces coloniaux. Ils ont, ma foi, des têtes qui ne
me disent rien de bon.
—Toi, parce que tu tʼes imaginée que cʼest un homme à négresses, tu en
as peur comme de lʼOgre! Moi, au contraire, ce lieutenant Silles, me
fait beaucoup de peine.
Sì; ed a bene guardarlo in fondo agli occhi, nella dura e squallida
faccia, in lui si vedeva, sotto lʼabbronzatura del sole, un colore
dʼinfelicità. Era forse tra quegli uomini che la società respinge aʼ
suoi confini, come verso le rive di un mare deserto i rottami dei
sommersi velieri. Ed ormai Bluette conosceva queste calme tragedie,
anzi era penetrata ella stessa da quellʼatmosfera di pericolo e
dʼirrimediabilità che fascia queste anime dʼavventurieri. Ella stessa
ormai raccoglieva lʼultima sua fedeltà nellʼombra dʼuna lontana
bandiera.
Quando giunsero ad Orano, quandʼella fu nel treno che doveva portarla
verso lʼinterminabile sole, Bluette sʼaccorse che lʼufficiale dʼAffrica
la guardava come una sera lʼavevano guardata gli occhi del taciturno
forestiere, allorchè, per la prima volta, la sua bocca gli sorrise
dietro lʼorlo del bicchiere di Sciampagna.
Ed allora, con le pupille abbacinate nellʼinestinguibile sole di Orano,
ella rivide come in un sogno la remota strada parigina—una piccola
strada, calma, vecchia, di quelle che gli edili ragionevoli vanno
cancellando a poco a poco.
Si vedeva, lontana, la Colonna di Luglio sorgere dalla piazza della
Bastiglia.
In verità erano due fratelli, due terribili fratelli, due nomadi per la
grande strada, che lʼAffrica vertiginosa travolgeva nella sua perduta
vampa. Lʼamore che aveva per lʼuno, per quello chʼera più distante, le
diede un piccolo tremito nel volgere a questi che lʼaccompagnava una
parola di riconoscenza e dʼaddio.
Soli e fermi, su lʼasfalto bianchissimo della stazione, lʼufficiale
disse:
—Que Dieu vous garde, Madame Bluette. Avant de vous connaître jʼétais
presque persuadé quʼil nʼy avait pas dans la femme ce quʼon appelle une
âme.
Ella chinò la faccia e non rispose parola. E stette ferma, e sentì che
avrebbe voluto posare un bacio di sorella, un bacio quasi dʼinnamorata,
su quella ruvida fronte che immobilmente le sovrastava.
—Un jour ou lʼautre, Madame Bluette, ce terrible soleil blanchira
quelquepart ma carcasse. Je nʼaurai pas eu pour les hommes plus
dʼimportance quʼun de ces méharis qui ravitaillent le désert.
Pourtant, vous qui êtes si belle, et si fraîche, quand vous serez de
retour là–bas, sur lʼautre rive, au milieu des gens qui connaissent
leur cimetière, envoyez parfois un joli sourire de votre bouche à ce
lointain lieutenant Silles...
—Je vous assure que vous allez me faire pleurer...—disse Bluette con un
filo di voce.—Tenez, le train va bientôt partir; il faut que je monte.
Au revoir, lieutenant Silles! Gardez tout de même ce petit souvenir
de Mimi Bluette: il vous sauvera, là–bas, dans le Gharb... Au revoir,
lieutenant. Et merci, et merci!...
Si era tolto un piccolo anello dal dito e glielo aveva regalato, quasi
di nascosto, nello stringere la sua mano.
Egli guardò con gli occhi adusti quel fino gingillo che veniva dalla
Rue de la Paix; lo strinse fra le dita con avarizia, come lʼarabo
stringe nel palmo la buona moneta; non ebbe nè un sorriso nè una
parola; ma impassibilmente salutò quella donna come avrebbe salutato la
sua bandiera.
Poi si volse con rapidità, quasi per nascondere il suo turbamento; e lo
si vide a lunghi passi traversare lʼobliqua striscia di sole.
Fra poco sarebbe tornato laggiù, dove muoiono tutte le strade,
nellʼinfinito e calmo delirio della bufera di sole...
Anche a lui, su la via del cimitero, Bluette, passando, aveva regalato
un fiore.
[Illustrazione: DECORAZIONE]
Percorse lʼAlgeria. Respirò, traverso le paludi della Macta, quel
sapore di orrenda carneficina che lʼindomito Abd–el–Kader vi profuse.
Vide splendere gli aranci di fuoco lungo le rive dellʼHabra e pendere i
lucenti grappoli dalle robuste vigne del paese di Máscara. Per lunghe
ore lʼaccompagnarono le dorate immobili piantagioni di tabacco; poi,
su la dolce montagna, nellʼarcobaleno del tramonto, vide gonfiarsi di
crepuscolo gli ulivi azzurri di Saïda la felice.
E Saïda passò, con i suoi larghi giardini, con le sue limpide acque di
sorgente, che brillano come impetuosi rivoli fra i terrapieni delle
sue mura smantellate. Saïda passò, come lʼultima terra che feconda
il respiro del gentile Mediterraneo, splendente rocca e gioiello di
principi mauritani, sul limitare della sabbia invarcabile. Ma ora
venivan incontro altipiani aspri e disabitati, simili a sconfinate
petraie, dove soltanto cresce lo squallido albero Thuya. Qualche mazzo
dʼalfa spuntava tra i crepacci della pietra vampante.
Era il principio della terra interna, dellʼAffrica ove muoiono le
strade.
Ed ecco, passato Khalfallah, incominciava la steppa dʼalfa, il
desertico paese di miraggi. Si vedevano laghi e fiumi rutilanti; si
vedevano barriere di fortezze ciclopiche; oasi prodigiose; foreste
ferme, raggianti; lunghissime carovane; mandrie al pascolo su inclinate
praterie: tutto questo appariva, spariva, sul monotono scenario
dellʼorizzonte vuoto.
E la steppa dʼalfa continuava, come un oceano dʼerba che andasse alla
deriva, senza onda, verso la perduta immensità.
Che lunga, lunga strada... che infinita malinconia... —«Domani
sera—pensava il suo cuore,—domani sera si arriverà.»
Ecco, ed il treno correva per lʼarido avvallo del Chott Chergui, strano
paesaggio di sabbia e di limi dʼargilla, con le rive piatte, fangose,
ovali, che parevano camminanti.
La luna incendiava con un luccicore insostenibile i cristalli di sale
frammisti nellʼarena; pareva di correre in mezzo alla fosforescenza
dʼun mare. Il firmamento accerchiava lʼinfinito con un delirio di
stelle.
Rari e spenti villaggi sʼinseguivano a lunghe distanze, come sentinelle
dellʼuomo verso la terra nomade che non ha più focolari di pietra.
Unica ed altissima la montagna di Antar si alzava nella pianura
scintillante, ove incominciavano a correre le prime dune. Il deserto
invisibile prolungava nellʼOccidente, con lievi onde che appena si
muovevano, le sue maree di sabbia.
La notte era piena di uno spasimo fermo, di una magnetica intensità,
quasi di una polvere azzurra, che traversando lʼaria diventasse luce.
Nelle curve, le accese rotaie balenavano come spade infinite.
Al sorgere dellʼalba—di unʼalba striata, miracolosa, come se il mondo
fosse pieno di lapislazzuli e di berilli—Aïn–Sefra passò, fra i suoi
prati gonfi dʼalfa e di drinn, fra le sue boscaglie dʼalberi di
pistacchi. La stazione di Aïn–Sefra era una piccola fortezza; tutto
il borgo aveva lʼapparenza dʼun accampamento militare; si vedevano
caserme, bastioni, depositi, e dappertutto lʼuniforme dei soldati
coloniali, fra i pochi sud–oranesi dalla testa bella e feroce.
Si era già sui primi lembi della terra mobile, nelle vicinanze del
grande oceano di sabbia, che insidia e seppellisce tutte le opere
dellʼuomo. Lʼoasi artificiale di Aïn–Sefra tentava di opporre un argine
sotterraneo, fatto con i grovigli delle sue radici, al periodico
assalto delle dune. Ma queste correvano a perdita dʼocchio, sin verso
le pendici delle montagne di Ksour, disegnando con la lor forma una
specie dʼimmobilità veloce, che tutta balenava di sprazzi e di lampi
sotto lʼimplacabile fuoco del perpetuo mezzodì.
Sole, sole. Aveva già nellʼanima il barbaglio di questa enorme luce, il
peso di questa terribile materia solare, che in tutto si compénetra,
e può accendersi, come la fiamma che dorme nelle molecole dellʼesca.
Ora comprese chʼella veniva dai paesi dellʼombra, dalle terre
crepuscolari, dove lʼocchio dellʼuomo non è costrutto per vedere il
sole. Qui soltanto le creature sapevano cosʼè questa potenza magnifica
ed infernale, questa bufera immobile che incendia lʼinfinito, questa
luminosità insostenibile che distrugge le forme in un diluvio di
splendore.
Non guardava più, non ascoltava più; era una specie di sogno che la
portava, un rosso e faticoso delirio, nel quale sentiva battere più
forte, più forte, il suo timido cuore dʼinnamorata.
E passavano le belle oasi, le plaghe morte, le koube solitarie, i
profili di lente carovane lungo le tracce carovaniere, le dune rosse
come lʼoro che andavano allʼassalto dellʼAtlante Marocchino, i fiumi
senzʼacqua, i prodigiosi dirupi delle gole di Moghrar, le vallate
colore di solfo, tutte sabbia e macigno, dove soltanto cresce lo
squallido albero Thuya...
Che lunga, lunga strada... che infinita malinconia...
Sopraffatta, esausta, Linette sonnecchiava lamentandosi; le scendevan
lunghi rigagnoli di sudore dalla fronte spettinata. Il treno bruciava;
lʼaria quasi rossa produceva un senso dʼasfissìa. Da venti ore stavano
rinchiuse in quella prigione infiammata, e non vʼera più ghiaccio nella
dispensa, non era più possibile ristorarsi con un cálice appannato.
Pochi viaggiatori andavano sino al termine di Colomb–Béchar; quasi
tutti erano scesi prima di Aïn–Sefra. Scesero infine anche i notabili
ed i mercanti indigeni che si recavano al mercato di Figuig. Non
rimasero che pochi Europei, qualche soldato, e le due viaggiatrici.
Lʼora pomeridiana infieriva con tutta la sua vampa; il treno stesso
pareva compiere una fatica enorme per avventarsi dentro quel sole.
Verso lʼoccidente splendevano le azzurre montagne dellʼinfido Marocco;
un senso di pericolo e di ostilità gravitava su la regione barbara.
Le piccole stazioni sembravano bivacchi di truppa in un territorio
guerreggiato; alle soste, lʼufficiale di guardia saliva nel treno per
consegnare voluminosi plichi; si udivano i saluti ambigui delle truppe
accampate ai legionari partenti.
Andavano laggiù a combattere, probabilmente a morire, nella rossa terra
dei nomadi ove il sepolcro cammina.
E questa gente non tradiva il più piccolo segno di perplessità, non
volgeva nemmeno gli occhi a riguardare le alte muraglie dei giardini
tropicali, saturi di profumi ubbriacanti.
Era una gente buia, che aveva già perduta lʼanima, chissà dove, chissà
quando, nella precorsa via. La società umana li aveva respinti fuori
dal suo grembo, ed essi andavano, in silenzio, verso il perpetuo sole.
Andavano con gli occhi fermi, terribili soldati di ventura, numeri
prodigiosi nei battaglioni della morte, a conquistare nuovi territori,
a mietere nuove ricchezze, radunando lʼultimo ideale nellʼombra dʼuna
camminante bandiera. Aridi e sobri, taciturni e violenti, lʼodore
della polvere da schioppo era il solo profumo che li potesse veramente
ubbriacare.
A questi uomini la Francia doveva il suo magnifico impero coloniale.
Adesso era tempo di guerra; dalle misteriose zaouie marocchine sparse
per il non soggiogabile territorio del Gharb, i capi religiosi, gli
astuti rappresentanti del Sultano di Fez e gli obliqui emissari dʼaltri
governi dʼEuropa sobillavano ed armavano con ogni mezzo le battagliere
tribù marocchine, perchè si opponessero con insidie continue alla
sanguinosa e paziente fatica della penetrazione francese. Le
residenze militari di Talzaza, di Bou–Anane e di Bou–Denib, a ponente
di Colomb–Béchar, nellʼaspro cuore del territorio marocchino, si
trovavano sotto la minaccia continua dellʼaggressione, mentre, lungo la
valle dellʼoued Zousfana, che scorre a sud di Colomb–Béchar, i posti
militari avanzati di Taghit e di Beni–Abbès con sanguinosa fortuna
combattevano contro lʼinsidia marocchina.
E Bluette guardava con una specie di curiosità ipnotica lʼinsostenibile
tremolìo della terra micidiale, che il treno andava solcando con gli
ultimi rugghi del suo carbone. Guardava là in fondo, là in fondo,
la barriera di fuoco del mezzodì, quelle tremende nuvole solari che
soffocavano il bivacco di Laire...
Ogni tanto consultava le minuziose pagine del luogotenente Silles,
rileggeva le lettere di presentazione chʼegli le aveva date, contava
i chilometri, le ore, i minuti. Ciò che più tormentava quelle due
viaggiatrici era una orribile sete, una sete morbosa, un dolore di
tutte le vene. Lʼacqua minerale, tepida e guasta, non dava alcun
ristoro; gli occhi pesavano; le braccia non avevano più forza; la
opprimente fatica del respiro comunicava un senso di vertigine.
A tutte le fermate gli uomini di macchina, terribili a vedersi,
balzavano giù dal treno e si appendevano sitibondi ai becchi delle
fontanelle.
Nessun rumore più; nessun visibile segno di vita. Un silenzio nefasto
e lucido rotolava con le valanghe di sole per i contrafforti delle
montagne incendiate.
Era già verso lʼora del crepuscolo. Tutto lʼemisfero si andava
inclinando verso il terribile Gharb, la terra dʼOccidente.
Poi videro lʼacqua; lʼacqua viva, saltellante, limpida, rumorosa,—e la
piccola stazione di Colomb–Béchar, in fondo al palmeto.
[Illustrazione: DECORAZIONE]
Lʼarrivo delle due Parigine mise addirittura sossopra quel Comando
Militare e la poco numerosa colonia dʼEuropei. La notizia si sparse
con incredibile rapidità. Messo piede a terra, il capotreno fece le
sue confidenze al capo–stazione; questi ne parlò con il graduato
che ritirava la posta militare; mezzʼora dopo tutta la guarnigione
passeggiava curiosa e rumorosa davanti alla soglia del piccolo albergo
di Colomb.
Era Montmartre che arrivava su lʼorlo del deserto, la Rue de la Paix
che faceva una visita galante agli ambigui vicoli di Béchar.
Il luogotenente Silles le aveva date due lettere: una «pour M.ͬ Abel
Khan, commerçant en gros, qui sʼoccupera de vous former une caravane»;
lʼaltra «pour le capitaine Maylho de Forrest, qui essayera de vous
donner une escorte.»
Monsieur Abel Khan possedeva, nella strada principale di Colomb, un
emporio di mercanzie dʼogni genere, una specie di Louvre coloniale,
dove Mimi Bluette potè provvedersi di tutto quanto le mancava per
viaggiare in carovana. Sidi Abel, come usavano chiamarlo nella
regione, era un degno ebreo di Orano, carico dʼanni e di famiglia,
danaroso, furbo, servizievole. Non fece troppe difficoltà, mise in moto
un nugolo deʼ suoi figli, e promise che, per quanto lo concerneva, in
tre giorni la carovana sarebbe di tutto punto allestita. Quanto al
carovaniere, le parlò súbito di un tale Jossuf–el–Foukani, chʼera la
perla dei capitani di lunga strada.
Questi venne per lʼappunto a farsi conoscere il giorno appresso. Era
un Berbero color dʼoliva, che stando in piedi pareva mancare del
suo cavallo; asciutto, rigido come un albero maestro, bellissimo
uomo di tendini e di muscoli, con gli occhi tanto neri che mandavano
iridescenze come il dorso degli scarabei. Una barbetta rossastra
e ricciuta gli spuntava, simile a muffa, intorno alla mandibola
infossata. Ravvolto nelle pieghe del suo caftano azzurro, le fece un
vero saluto da Primo Console.
—Esselame halikoume, lalla! Que le salut soit sur toi, Madame! Esselame
halikoume, lalla!
Parlava una orrenda miscela di arabo, di berbero, di spagnolo e di
francese; la guardava impassibile, con una specie di rispettoso
dominio. Era stato centinaia di volte a Gourara, a Touat, a Tidi Kelt;
era stato più lontano ancora, di là dal Sahara interminabile, fino alle
grandi foreste sudanesi e fino alle remote carovaniere di Tombouctou.
Il viaggio dunque di Taghit e Beni–Abbès gli pareva una ben facile
impresa. Quanto al prezzo non voleva discutere...
—Sidi Abel, votre ami, fera prix juste, lalla!
Solamente pretendeva per i suoi uomini e per sè stesso una certa
indennità di cavalcatura, su la quale ad ogni modo Bluette non lesinò.
Il capitano Maylho de Forrest, nei quattro giorni chʼella rimase a
Colomb Béchar, fece per lei tutto quello che un gentiluomo francese
può fare per una bella e giovine donna. In primo luogo le fece
sapere che il suo legionario si trovava precisamente a Beni Abbès,
un posto militare a duecentosettanta chilometri di carovaniera oltre
Colomb–Béchar. Le disse che la regione da percorrersi per andare fin là
non era punto agevole nè sicura; le rappresentò i disagi ed i pericoli
ai quali andava incontro, tanto più chʼera cosa difficilissima poterle
dare una scorta. In quei giorni mancavano soldati; si aspettavano
rinforzi da Aïn–Sefra; ma non verrebbero, al più presto, che fra un
paio di settimane. Le consigliava di attenderli, per compiere il
viaggio in loro compagnia.
—Capitaine, quand on vient de si loin, cʼest quʼon ira jusquʼau bout,
coûte que coûte. Je suis prête à me mettre en chemin toute seule, même
sans lʼappui dʼun guide comme Jossuf–el–Foukani, sʼil le fallait. Et
dʼailleurs, ce soir, je vous raconterai mon histoire...
* * * * *
Glielʼaveva raccontata, quella sera, camminando con lui per la frescura
del palmeto, mentre i carrubi nascosti mandavano vampe di buon
odore. Glielʼaveva raccontata con semplicità, con un soffio naturale
di poesia, facendogli sentire chʼella pure, come lui, come tutti
quegli uomini dei Battaglioni dʼAffrica, portava nel cuore la ferita
irremediabile, il destino di andare distante, laggiù, nel sole, ove
muoiono le strade...
Egli era un uomo tutto grigio, immaturamente vecchio, un esiliato nel
quale permaneva il segno gentile della razza. Nel sorriso, nel colore
degli occhi, nel suono della voce, aveva quasi la trasparenza di una
squallida e sciupata bontà.
—Eh bien, oui, capitaine... jʼai été une danseuse, une courtisane,
un bibelot de chair, précieux et fragile, que Paris mettait aux
enchères... Mais, ce soir–là, ce soir terribile, quand je me suis
affaisée sur une chaise dans sa maison vide, il mʼa semblé soudainement
que Mimi Bluette fut ma sœur morte, et pour la première fois de ma vie
jʼai su comprendre lʼamour de Marie Madeleine... Alors ne me dites
pas que la route est longue; dites–moi seulement, comme mon chef de
caravane: «Que le salut soit sur toi, lalla!...» Nous partirons demain,
au coucher du soleil...
[Illustrazione: DECORAZIONE]
—Balek! Rod balek!—tuonava con la sua voce stupenda il capitano di
lunga strada, mentre picchiava sodo, a colpi di randello, su la
ciurmaglia indigena che ostacolava lʼincedere della carovana.—Balek!
Bara balek!
I cammelli dʼavanguardia già dondolavano su la carovaniera, sorpassando
gli ultimi tugurii di Béchar.
Il Residente aveva concesso dieci uomini di scorta; il Caïd arabo ne
aveva provveduti altri sei. La carovana portava con sè provvigioni,
otri e bagagli numerosi, pieni di tutto ciò che il prudente Sidi Abel
aveva creduto necessario di vendere alla bella Parigina.
Tutto il villaggio era venuto a salutare la partenza di Mimi Bluette.
Gli ufficiali avevano adornato di fiori e di frasche il suo larghissimo
basto a portantina, ove la sollevarono a braccia e lungamente lʼ
acclamarono quando il suo cammello si levò. La stessa cosa fecero i
sergenti per dare animo alla impaurita Linette.
E mentre la carovana si avviava, lunga, lenta, per i tortuosi vicoli
del villaggio di Béchar, un trombettiere galante diede fiato alla
sua rauca tromba e fece risuonare nel cielo dʼAffrica le cadenze
dellʼantico My Blu.
Francia, Francia, divina e forte, che hai regalato al mondo le più
belle canzoni!...
* * * * *
Ed ora la carovana si distendeva, lunga, oscillante, su la via di
Taghit. Dietro la barriera dellʼAlpe Atlantica scendeva negli abissi un
altro giorno di sole.
—«Toi, belle et courageuse, lalla!—diceva il capitano di lunga
strada.—Toi commander, moi serviteur, lalla! Toi jamais parler avec
hommes caravane; moi seul parler avec courbasc! Quand faim, quand
soif, quand fatigue, quand sommeil, toi dire Jossuf–el–Foukani.
Jossuf–el–Foukani veut tout bien pour lalla.»
E i grandi cammelli andavano su la carovaniera lenta. con il loro
dondolìo di animali fatti per la distanza e per il sole. Guardando con
occhi umani la pesta che non finiva mai, addormentavano con la loro
pazienza il ritmo della eterna camminata, simili a grandi velieri, per
la scintillante solitudine di un mare quieto. Seguendo gli ordini di
Jossuf–el–Foukani, la scorta si divise; otto cavalieri si allontanarono
di galoppo su la pesta battuta e guidarono la marcia, tenendosi a circa
un miglio dal primo cammelliere; gli altri seguivano la carovana.
Jossuf–el–Foukani era montato sopra un méhari velocissimo, di pelo
quasi falbo, con la testa bizzosa, caprigna, adunca, ed il collo simile
ad un lungo timone. Quando Jossuf voleva rimontar la carovana, emetteva
un suono gutturale per avvertire il suo méhari, e questi, con uno
strillo dispettoso, prendeva la rincorsa dʼinfilata, piegandosi tutto
in avanti, allungando lʼesile collo, sicchè dava lʼimpressione bizzarra
di un animale che corresse dietro al proprio muso.
A poco a poco la terra diveniva uno sconfinato braciere: ogni traccia
dʼabitazione, ogni vestigio dʼalbero spariva. Tutto, sino allo zenit,
era una immensa fiumana di sole. Il vento infuocato nulla trovava da
scuotere; si camminava in un mondo senza ombre; un silenzio peggiore
che la morte splendeva su quella vampa infinita.
La carovaniera diveniva incerta come un fiumiciattolo che man mano si
andasse disperdendo; qua e là cominciavano a saltare leggeri nugoli di
sabbia; dallʼoriente avanzavan dune cosparse di magnifici colori.
Ella pativa il male della strada, quella ubbriachezza dellʼanima e
dei sensi che nemmeno lʼoceano dà. Le pareva di sentirsi chiudere
nellʼinfinito più strettamente che in unʼangusta prigione. Sola, tra
quegli uomini selvaggi, non provava nemmeno il senso della paura. Si
era data in braccio alla strada, come la vergine ubbriaca se ne va col
primo venuto. Non gli domanda nemmeno:
«Dove mi porterai?..» Pensa che le farà male, stupendamente male;
questo è ciò che le importa.
Così per lei, che voleva solamente camminare.
Con lʼanima sua dʼinnamorata, una sera, nella Parigi Babelica, si era
detta senza un tremito:—Camminerò.
Aveva sempre il suo mazzo di fiordalisi nella cintura fragile di
ballerina, profumati con un profumo di Coty.
Ma era quasi un miracolo: aveva saputo comprendere lʼamore di Maria
Maddalena.
Che lunga, lunga strada...
Si ricordò la prima sera, quando Max la condusse per le vie di Parigi,
e come in sogno rivide splendere neʼ suoi lontani occhi di Transalpina
le girandole di fuoco:—«Maxima Maximum—la Revue de lʼAlhambra—Rouli
Rouli... Crémieux... Luna Park... habille bien...—Le Matin...
Michelin... Galeries... Polin... sait tout...»
Che lunga, lunga strada... che infinita malinconia...
Ed ora portavano il Sole. In sè, nella propria materia, nei propri
atomi viventi, gli uomini, le cavalcature, le distanze, tutte le cose
dellʼinfinito portavano il Sole. Anche il Tempo non era più che uno
spazio immobile, pieno di Sole.
Qui roteava lʼinfinità senza ombra.
Qui, nellʼincendio, morivano le strade.
—Bon chemin, bon chemin, lalla! Animaux forts, désert calme,
brigands Arabìs rien fusillade. Allah et mon bras droit toujours
protegé Jossuf–el–Foukani. Moi avoir dit: «Pas danger aller Taghit et
Beni–Abbès.» Sidi Abel aussis avoir dit: «Pas danger.» Sidi Abel bon
Yudi; vole un peu, mais très honnête. Officiers Colomb–Béchar très
magnifiques, mais connaître pas Guébli. Jossuf–el–Foukani connaître
Guébli et tous chefs oasis. Chefs oasis un peu brigands, mais très
honnêtes. Pas danger, lalla!
Portava, oltre la carabina le pistole ed il courbasc, anche un lungo
pezzo di fune, attorta e nodosa, che gli serviva per aizzare i cammelli
o per carezzare familiarmente il groppone deʼ cammellieri, quando
sʼaccapigliavan tra loro, picchiandosi ed ingiuriandosi con una serqua
di bestemmie, in liti che duravano per chilometri di strada.
E le diceva:
—«Toi malade, lalla. Jossuf préparer bon tasse thè vert avec menthe
et sucre. Thé marocain très magnifique. Toi goûter boisson Mahomet!
Vin danger, eau danger, whisky anglich très danger; thè marocain pas
danger, lalla! Moi préparer bon tasse thè vert. Boire ensemble avec
Jossuf–el–Foukani.»
E le ore passavano, i giorni passavano, solo interrotti a lunghissime
distanze dalla breve oasi di un magro palmeto. Quando appariva sul più
lontano cerchio dellʼorizzonte la fulva caotica ombra della foresta
che si delineava, gli uomini, oppressi dallʼenorme delirio del sole,
cominciavano ad urlare di gioia, ad urlare di sete, mentre pareva
che gli animali stessi, carichi dʼun mantello di mosche invelenite,
fiutassero nellʼaria morta il sentore dellʼacqua sotterranea.
—Sebala! Sebala!—gridavano i cavalieri della scorta.—La fontana! la
fontana!
E tra una furia di volanti criniere partivano verso lʼoasi, di galoppo.
Il grido liberatore correva, in giù, in giù, per il lungo nastro
della carovana, fino al più tardo mulattiere, che urlava egli pure,
dimenandosi e bastonando la sua logora cavalcatura:
—Aïne! Aïne! La sorgente! la sorgente!
Le scarse tribù che vivono di miseria nelle perdute oasi del Guébli si
adunavano fuori dal palmeto per veder giungere la carovana.
Dalla groppa del suo méhari falbo, Jossuf–el–Foukani, maestoso ed
affabile, parlamentava brevemente con i capi–tribù. Da quelle misere
genti si davano segni quasi di venerazione al potente Foukani, lʼuomo
che parlava il linguaggio dei roumi, il protetto francese, lʼamico del
Pascià di Beni–Ounif.
Le donne del Guébli, scure, con occhi a mandorla, già crespe di
vello sudanese, logore di selvaggia maternità, venivano a guardare
in silenzio la bella Cristiana. I marmocchi arabi le si premevano in
giro, nudi, oblunghi e lucidi come ghiande. Qualche negro spaventoso
rideva con la bocca sino alle orecchie, tenendo la mano incastrata
sotto lʼascella dellʼopposto braccio, e così facendosi croce al petto
cosparso dʼuna fuliggine ricciuta.
Il latte aromatico delle piccole mandrie si offriva da quella misera
gente in larghe ciotole di legno di palma.Le ragazze di nove anni
avevano i seni maturi e protuberanti come nespole. Nel rumore
dellʼacqua sorgente cantava la musica naturale della vita.
Poi le bestie si alzavano, pigre, lʼuna dietro lʼaltra, in fila. E via,
nel sole, nel delirio, nel sole, per lʼaccecante sabbia, verso lʼoasi
più lontana.
* * * * *
Di tratto in tratto qualche carcassa di cammello divincolava dal tenace
deserto le sue costole incenerite; qualche cranio dʼuomo luccicava come
una sfera dʼavorio polito fra le dune ricamate con mille arabeschi dai
lontani turbini del Khâmsyn.
Un giorno, dʼimprovviso, quando i miraggi del Guébli salivano come
torce vorticose nellʼalto infinito, apparve una selva di padiglioni
dʼoro. E questa era, su lo scenario dellʼorizzonte, la confusa macchia
dei palmizi di Taghit.
Vi giunsero al cadere del giorno, quando su lʼalto palmeto
sʼimpigliavano strisce di vapori quasi violetti e nellʼoasi brillavano,
fra le tende sparpagliate, i fuochi serali del bivacco francese.
Non vʼerano che pochi uomini ed un ufficiale infermo; gli altri erano
andati a combattere verso il turbolento Gharb.
Lʼoasi di Taghit era vasta, fertile, felice. In quella orrenda
graticola di sabbia che per intorno lʼaccerchiava, i suoi palmeti
onusti sotto il peso dei datteri maturi, le sue gonfie boscaglie di
giuggioli selvatici, lʼerba soffice che nei pressi delle fontane
sbocciava tutta cosparsa di gocciole, davano allʼesausta fatica dei
nomadi camminatori un senso di beata ombra e di paradisiaca primavera.
La carovana vi riposò fino al crepuscolo del giorno appresso, poi
lentamente riprese la via.
Si entrava ora in un paesaggio di dune instabili, si camminava con
estrema lentezza nella bufera di sole. Verso lʼoccidente, verso il
terribile Gharb, lʼondata estrema del Sahara sʼimpaludava su le
propaggini dellʼaltipiano, seppelliva, soffocava nella sua morta marea
le radici ultime del macigno dʼAtlante. Ma dallʼaltro lato, verso il
Guébli ed il Chergui, sollevando burrasche di luce sotto il curvo
emisfero, si vedeva il deserto nomade avventare le sue procelle di
sabbia contro la diga cerulea dellʼantipodo scintillante. Nessuna
distanza poteva uguagliare, per lʼocchio dellʼuomo, quella sua
formidabile vastità. Su le criniere delle dune tumultuose qua e là si
accendevano i prismi dellʼarcobaleno. Il vento rosso infuriava nella
grande solitudine; la terra mandava ondate; il deserto camminava.
Lente, pavide, quasi respinte, le bestie avanzavano con fatica su la
carovaniera sparente. Sembrava di andare lungo lʼorlo dʼuna marea,
curvi sotto il pericolo del flutto che sta per sopraggiungere. Da
presso e da lontano, come rovesci di pioggia in un prato, la sabbia
vorticando saltava; un tenebrone rosso veniva contro il cielo di
tramontana, infiltrandosi negli occhi e nel respiro, simile quasi ad
una fuliggine di sole.
Si vedevan, nellʼestrema lontananza, in un chiarore obliquo di
cataclisma, le dune perdute andarsene alla deriva.
Ecco, era la via per il deserto, la via del Guébli calamitoso, la
via della terra che non beve mai. Gli animali, assaliti e paurosi,
prendevano terribilmente la forma del loro scheletro; gli uomini,
allucinati, non parlavano più. Si lasciavano portare, non dalla
pesta cancellata, non dalla propria volontà uccisa, ma da una specie
dʼistinto ulteriore: quello di cercare una strada ove non cʼè più
strada.
Camminarono per qualche giorno su lʼorlo di quel prodigioso inferno. Il
capo–carovana era il solo che non dormisse mai. Gli bastava quel suo
mantello bianco perchè la bufera di sabbia non gli facesse alcun male.
Aveva il deserto nellʼanima ed era nato per la via del sud.
Egli si mise a fianco di Bluette, prese la briglia del suo cammello, e
di giorno e di notte mai non lʼabbandonava.
Quandʼera più tramortita, le avvolgeva la fronte con un fazzoletto
umido; quando il vento assaliva con troppa veemenza le tende lacere del
suo baldacchino, egli prendeva la via del vento, e conosceva lʼaria
come se guidasse un veliero.
Tre giorni e tre notti andarono fra i turbini della bufera; poi una
infinita calma si adagiò su quel mondo infinito.
Qualche duna, più agile, ancora volava in lontananza sul brulichìo
della pianura morta; ma lʼoceano di sabbia e di sole andava ricuperando
a perdita dʼocchio la sua luccicante immobilità.
E finalmente ritrovarono la carovaniera; incerta, spesso cancellata,
che andava grado a grado piegando verso il Gharb, verso lʼaspra e
collinosa terra dʼoccidente. Già, lontanissime, riapparivano le
guglie azzurre della montagna dʼAtlante. Là dietro, i nomadi predoni
della Chaouia tendevano agguati e massacravano le colonne francesi,
come rifiutavano lʼimposta e lʼobbedienza militare agli esautorati
funzionari del sultano di Fez.
El Foukani mandò avanti la scorta e diede ordine di far fuoco sul primo
baraccano che fosse veduto strisciare od appiattarsi fra le dune. I
leggeri cavalli berberi, assetati e miserabili, ormai galoppavano senza
velocità. La carovana sprofondava e risaliva per le ondate ferme del
terreno, con un barcollare sfinito, come se le ginocchia degli animali
non reggessero più. I muli erano piagati sotto la greve soma; chiazze
nere di migliaia dʼinsetti li coprivano come croste brulicanti. Più
magri, più alti, più lugubri, solamente i cammelli andavano sempre, con
un passo di bestie perpetue, che possano morire camminando. Lʼuragano
infuocato aveva di quasi due giorni prolungata la marcia; lʼacqua negli
otri stava per venir meno. Il dromedario che portava gli ultimi sorsi
fu messo nel centro della carovana, sotto gli occhi di El–Foukani, che
non avrebbe certo esitato a spegnere con le sue pistole brillanti la
sete pazza dei minacciosi cammellieri.
E finalmente, un mattino, su lʼestrema via del sud, egli vide nascere
un confuso tenue disegno azzurro, come un fiocco di nebbia che
rasentasse la terra, come una rupe dʼaria nello sconfinato sole.
Guardò, guardò prima di parlare; poi disse alla donna che mai non
abbandonava:
«Toi regarder petit couleur ciel droit dans le Guébli; toi voir
Beni–Abbès, lalla! Beaucoup marcher, bessèfe marcher, lalla; puis
arriver Beni–Abbès, où toi désir, lalla...»
E giunsero dopo quindici ore nellʼoasi lontana, dove il suo grande
amore lʼaveva portata.
[Illustrazione: DECORAZIONE]
Per niente.
Tutte le strade vanno a finire in questa parola che domina
lʼuniverso:—Niente.
Ed anche per lei, che aveva camminato con tanta bellezza dietro il suo
piccolo sogno, ed anche per lei, che si era elevata con lʼanima sua di
danzatrice fino a conoscere lʼamore di Maria Maddalena.
Per niente.
Le strade vanno; sono il principio della distanza, il colore dellʼanima
che si allontana: portano in sè molta polvere, molto sole, hanno tutte
una meta—e non arrivano mai.
Un piccolo cuore di ballerina, mandando un sorriso dietro lʼorlo del
bicchiere di Sciampagna, certa sera di neve, nella Parigi Babelica, si
era divinamente innamorato.
Per niente.
Mandò amore come un rosaio manda profumo: per niente.
Si avvolse di musica e di elevazione come un giardino addormentato, nel
chiaro plenilunio del Maggio, si gonfia di poesia.
Per niente.
Un giorno la barbara Città splendente camminò sovra il suo piccolo
cuore. Vasta e forte, con il suo peso tremendo, camminò sopra il suo
piccolo cuore. Parigi la Grande brillava e girava intorno al suo
fermo spavento come il carrossello di una terribile fiera. Mandava
un repentino soffio di tragedia ad investire i suoi capelli biondi;
sciupava, sfogliava con adirata violenza i semplici fiori del campo, i
fiordalisi di Mimi Bluette.
Allora partì.
Prese la via del mare, del mare nomade che oscilla fra le bionde rive
cariche di violenti giardini.
Per niente.
Sola camminò per lʼAffrica vertiginosa, nei delirii della terra
interna, verso i fermi uragani di sole. Camminò. Le fontane degli
erranti abbeveravano la sua torbida sete. Le sue bianche mani si
abbronzarono e lʼanima sua divenne colore dellʼesilio. Camminò. E pose
il piede nella desertica terra ubbriacante, ove, nella dannazione del
sole, nessuna eco più giunge del perduto mondo.
Le dissero chʼegli era più lontano; e più lontano lʼamore la portò.
Per niente.
Giunse dove guerreggiano e cadono, sotto le armi della Grande
Repubblica, i soldati senza patria, la carne da macello e da conquista,
gli esclusi per sempre dalle famiglie del mondo, che solo ridon nei
giorni di massacro, quando li ubbriaca lʼodore della polvere da
schioppo, le baionette brillano, e spiegata batte nel vento la bandiera
dellʼergastolo camminante.
Li guardò negli occhi, li guardò nello spirito, concavo e spento come
unʼorbita senza pupilla: e nella rossa vampa ove si agita la potenza
del delirio affricano le parve di essere divenuta una loro innamorata
sorella. Poichè nellʼanima portava ella pure il colore dellʼesilio, il
sogno dellʼultima stella che si accende su la strada più lontana.
Quanto sole!... quanti roghi accesi nello spazio... e dappertutto,
a perdita dʼocchio, nel cerchio del mondo visibile, che infinito
scintillìo!...
Per niente.
Come le strade, come il deserto e lʼoceano, come la vita e la morte,
così lʼanima sua, lʼamore dellʼanima sua, portava unʼazzurra fedeltà
nei turbini della distanza infinita.
Per niente.
Nelle oasi profumate si addormentò con la fronte posata sovra il
braccio bianco. Le donne del Guébli, scure, con occhi a mandorla, già
crespe di vello sudanese, logore di selvaggia maternità, venivano a
guardare in silenzio la bella cristiana.
Era la ballerina di Parigi, quella che aveva prostituito il suo corpo
divino sotto gli archi elettrici delle ribalte maravigliose nella
musica dellʼaffascinante My Blu; era un gioiello da principe, lʼetèra
per un vizio da re, lʼopera dʼarte umana che Parigi aveva messo
allʼincanto; era la rosa delle rose nei giardini dei Campi Elisei...
Ed ora la portavan le bufere di sole per la via senza ombra del
terribile Gharb.
Si fermava presso le tende bianche dei nomadi accampamenti, la sera,
quando il remoto Sahara trema di una elettrica oscurità ed un orribile
splene contorce le anime di questa gente che non conosce il suo
cimitero.
Li aveva qualche volta veduti partire in colonne agili e serrate,
dietro i méhari che portavano le belle mitragliatrici; qualche volta
rientrare in silenzio, a fronte china, come un gregge decimato nei
tradimenti della Chaouïa.
Li aveva qualche volta veduti nei giorni di «cafard», nellʼiracondia e
nellʼangoscia dellʼorribile splene, chiudersi con una tremenda gelosia,
con una cieca rabbia, sul proprio essere anteriore; starsene in
disparte, muti, avversi, obliqui, come bestie contagiate, quasichè li
assalisse una torbida memoria di quel mondo che avevano sepolto nel lor
cuore dʼuomini, o li stringesse fino alla gola, chissà mai per quale
urto, chissà mai per quale ombra, un subitaneo furore dellʼanima non
ancora sopita.
Era la ballerina di Parigi, quella che aveva regalato alla Città
Babelica il suo lieve cuore di danzatrice, la sua pura e scintillante
nudità... Ma ora chiudeva nellʼanima lʼamore di Maria Maddalena, ed
aveva traversato il deserto per recare allʼamante che amava, nel
trasparente cálice del suo palmo, un sorso fresco dʼacqua di fontana.
Ed ella non sapeva nemmeno chi fosse questʼuomo. Era venuto a lei da
una storia buia, da tutto ciò che nel mondo si chiama «lontano».
Forse aveva una casa in qualche terra straniera, ed una sua donna
paziente, che innamorata lʼaspettava in qualche lontana città.
Forse, nelle sere profonde, anchʼegli piangeva di rimorso e di
malinconia, pensando alla distanza invarcabile che lo separava dalla
sua vita.
E chissà mai quante volte, nella terra senza ombra, dove lʼacqua
nascosta non manda fiore, dove la bandiera dei Legionari sventola
come una fiamma nel sole del terribile Gharb, chissà mai quante volte
gli aveva ubbriacato lʼanima quel biondo profumo di poesia che dai
giardini delle terre crepuscolari mandavano al suo cuore morto i
fiordalisi di Mimi Bluette...
Le strade vanno, sono la forma della velocità, la musica dellʼesilio:
sono distanti perchè si avviano, sono ferme perchè non arrivano mai.
Le strade sono la polvere del Tempo:—nientʼaltro; la polvere di una
distanza che non è mai cominciata, che non finirà mai:—nientʼaltro.
Ecco; e forse quel Nomade lo sapeva.
Quando per gli altri, da ogni fossa e da ogni letamaio nascevano
aurore, per lui, su la terra infinita, su le infinite illusioni degli
uomini, era tramontata per sempre, per sempre, la poesia.
Ed allora forse quel Nomade pensò chʼera meglio fare come il sole;
volgere verso il Gharb, la terra dʼOccidente.
Camminare laggiù, nella vampa, dove tramontano le strade, con lʼanima
seppellita nellʼombra dʼuna fortuita bandiera.
E lasciò agli uomini saggi, agli uomini calmi, tutto quello che gli
avevano dato: qualcosa che si chiama una patria, qualcosa che si chiama
un focolare, qualcosa chʼegli portava sopra di sè come una veste
importuna: il suo nome; qualcosa infine che lo aveva innamorato troppo
tardi, troppo tardi... un amore.
Vivere o morire, questo non era importante; ma solamente voleva
dividersi dallʼuomo che fra gli uomini era stato. Voleva mettere
lʼinvarcabile fra il suo cuore e sè. Dovunque lʼandassero a
cercare, nei diligenti libri dello Stato Civile, di lui avrebbero
detto:—«Scomparso»—di lui avrebbero detto:—«Forse non cʼè più.»
Camminare inforno al formicaio degli uomini saggi, degli uomini
calmi, senzʼavere la propria esistenza inchiodata nelle caselle dʼun
passaporto. Nemmeno davanti al suo cadavere, nessuno che potesse dire
chi fu.
Non vʼera alcuna patria della terra che gli potesse dare questa orrenda
libertà, se non lʼesilio dei morti che vogliono ancor vivere, la truppa
dove al soldato non si domanda che di saper morire.
Chi era?
«Laire.»
Laire: il suono dʼuna sillaba, cinque veloci lettere dellʼalfabeto...
Era tutto, e bastava.
Così erano a decine, laggiù, nei reggimenti stranieri, nel delirio del
terribile Gharb.
La sera talvolta si udivano cantare.
Distesi allʼombra dei palmizi biondi, verso lʼora in cui sʼaccendono i
fuochi tremuli dei bivacchi, tra il fumo denso che immobilmente sale
verso lo zenit vertiginoso, cantavano a voce spiegata le afose nenie
delle tappe, le buie canzoni dʼAffrica dellʼergastolo camminante.
Era forse, per quegli uomini, lʼultima sera di vita, lʼultimo colore
di crepuscolo su la terra che non ha tombe nè focolari. E guardando
con fissa maledizione il disco enorme che affondava nellʼantipodo
scintillante, con ira e con oblìo cantava, prima di farsi uccidere, «la
gloriosa canaglia» della Legione Disperata.
Questa era la gente che non avrebbe mai sepoltura.
Là indietro, su le frontiere dellʼesilio, avevano lasciato agli uomini
saggi, agli uomini calmi, anche il cimitero.
Qui, nellʼoceano di sabbia, le bianche ossa dei morti perennemente
cambiano sepoltura.
Le strade vanno, sono il pendìo del sepolcro, la tappa della strada
che non cʼè; tramontano come le ore dʼun giorno, convergono tutte nel
deserto, laggiù, verso la terra folle, dove, negli uragani di sole, con
lʼiracondo nomade vento il sepolcro cammina...
[Illustrazione: DECORAZIONE]
—Eh bien. Madame, je suis désolé, désolé de ce que vous me dites, mais
je ne me sens pas le droit de vous mentir, ni de vous épargner cette
peine, pour cruelle quʼelle soit...
Nellʼoasi di Beni–Abbès, nella dorata penombra che riempiva la tenda
spaziosa del capitano–aggiunto Letellier, Mimi Bluette si portò
convulsamente le mani alla gola, e stette immobile a fissare lʼuomo che
le parlava; un ufficiale scarno, febbricitante, seduto quasi a terra
sovra il suo letto da campo, e che ogni tratto alzava la mano con un
moto meccanico, per toccarsi la fronte bendata.
Sovra due cassette vuote un legionario scriveva celeremente; un altro
riceveva i messaggi del telefono da campo. Lʼufficiale medico preparava
una fresca bevanda di cognac, di ghiaccio e di limone.
—Est–il–mort?...—disse infine Bluette, con una voce che appena si
udiva.
—Dans des circonstances particulièrement héroïques, Madame, le matin du
23 Septembre, face à lʼennemi.
Solamente i suoi occhi vissero quellʼattimo di vertiginoso dolore; ma
il suo corpo immobile nulla sentì. La ferita le passava il cuore senza
ucciderla; solo, da quel momento, i suoi dolci occhi azzurri non furono
mai più gli occhi di Mimi Bluette.
Poi, dʼun tratto, barcollò, aperse leggermente le braccia, il suo corpo
si piegò in due come una sciarpa, e cadde per terra di schianto, senza
far rumore. Lʼufficiale medico non ebbe nemmeno il tempo dʼallungare un
braccio per darle aiuto; lʼaltro, il capitano ferito, riuscì ad alzarsi
con estrema fatica, e, dopo averla sollevata, insieme la portarono a
sedere sovra il lettuccio da campo.
Ella riaperse gli occhi e li guardò con il suo cuore morto.
Allora il capitano sedette vicino a lei, con le ginocchia rialzate fin
presso il mento, le spalle raccolte nellʼangolo che la tenda formava
sopra un filo dʼacciaio, mentre il medico, un bel fanciullo biondo con
gli occhi di cortigiana, li guardava in silenzio muovendo le sue mani
pallide.
Si udiva in quel silenzio lo stridore veloce della penna sul ruvido
protocollo militare. Nella distanza dellʼoasi, ad intervalli, cantando,
un falegname picchiava. Le voci aspre dei cammellieri giungevano dal
profondo palmeto.
Allora il capitano disse:
—Le soldat Laire est tombé sous mes yeux pendant le combat que nos
troupes livrèrent le 23 Septembre aux insurgés de la harka marocaine.
Jʼy ai été blessé moi–même, comme vous voyez. Son nom a été porté sur
la liste des morts, bien que nous nʼayons pas pu recouvrer son corps.
Sur proposition de son chef de bataillon, on lui a décerné la Croix de
guerre. Sa médaille a été portée à la salle dʼhonneur du 1.ͤ ͬ Régiment
Etranger. Il fut un brave, Madame; soyez–en fière!—Donne–moi quelque
chose à boire, veux–tu, major? Jʼai horriblement soif.
Con la sua mano delicata il medico versò la bevanda, e gli sorresse la
nuca mentrʼegli beveva.
—Nous étions partis pendant la nuit avec les mitrailleuses. Nous
savions très bien quʼil nous attaqueraient. On nous les avait signalés
dans plusieurs directions du Gharb. Le Gharb, savez–vous, cʼest comme
le Bois de Boulogne pour les jeunes filles: il y a, paraît–il, des
satyres. Nous étions trois cent quatre–vingt, quatre cents, pas plus;
il sont, eux, comme les sauterelles; plus on en fauche, plus il en
vient. Mais nous avions des ordres, quoi!... il fallait obéir. Nous
avons obéi. Nous sommes revenus soixante–treize, et il fallait voir
en quel état! Oh, je sais bien, à Paris on ne sʼen doute guère!.. Les
Coloniaux? eh, quoi, la belle affaire! Cʼest leur métier à eux de se
faire «zigouiller!» Peste, Madame! Je vous dis que ces gros bourgeois
ne se doutent de rien. Du cinq pour cent et Monsieur Fallières: voilà
leur façon dʼentendre la patrie. Cʼest commode, hein? Oui, sûrement,
cʼest tout à fait kouss–kouss!—Major, approche la carafe, je tʼen
prie...
Bluette lo ascoltava immobile, piegata su lʼala che formavano le sue
lunghe ginocchia, sola, deserta, con gli occhi allucinati nel vapore
del lontano sole.
—Mais lui, ce brave Laire, il avait du définitif dans lʼâme, ce
matin–là. Il marchait dʼun pas allegre, à quelques rangs devant
moi, et sa haute taille était la plus belle du bataillon. Pour un
dernier venu, je vous assure quʼil était vieille–garde. Le sous–off
me disaient:—«Capitaine, voilà un dandy!» Ce Laire, il nʼavait pas
prononcé quarante mots depuis son arrivée. Il avait le cafard des
nobles, le cafards des gens qui se racontent à un brin dʼherbe, mais
qui jamais ne soufflent mot à leurs copains. Cʼest pour vous dire,
Madame, que nous lʼavions compris. Et moi, par exemple, je trouve assez
naturel que vous ayez fait pour lui ce long voyage.
Le strisce di fumo della sigaretta che aspirava il tenente medico
rimanevano sospese nellʼaria come larghi veli.
—Oui, cʼest bien sûr; pour nous tous, les Batt dʼAff, il vient un jour
où nous avons du définitif dans lʼâme. Il nʼy avait quʼà le regarder,
ce matin là, pour comprende que cʼétait «son jour». Lʼaube était rouge
comme ces paniers de cerises quʼexposent les fruitières du Faubourg
Saint–Honoré. Cela aide. Rien ne donne lʼenvie de devenir noir comme
cette lumière écarlate... La colonne marchait, mitrailleuses en tête,
essayant de glisser dans les plis du terrain. Le Gharb, au delà des
dernières dunes, miroitait comme une terre volcanique parsemée de
phosphore. Cʼest horrible! On sʼaperçoit, dans ce spasme aveuglant,
quʼon peut tuer lʼhomme à force dʼétincelles. La terre montait; à
lʼhorizon on voyait des collines. Ils pouvaient être partout, car
le terrain faisait de hautes vagues. A un moment donné, sans aucune
raison apparente, je sentis quʼils étaient là, quʼils rampaient comme
des couleuvres dans les pièges de cette terre morte, quʼils allaient
surgir de partout, avec leurs cris sauvages. Une sensation, Madame!...
cette sensation de lʼembuscade que nous avons très claire, nous, les
habitués de la harka. Quelques minutes plus tard, les voilà qui se
dressent comme des fantômes chaotiques au sommet des collines. Deux,
trois dʼabord, puis des centaines, des hordes... Le soleil naissant
du côté de Chergoui soulevait des nuées de sable; nous étions pris
en même temps dans la bataille et dans la tourmente de soleil. Nos
mitrailleuses, avec un bourdonnement de guêpes, sifflaient sur ces
moissons de sauvages. On en fauchait autant quʼil en venait, par
vagues. Mais ils étaient plus que nos balles, et ils approchaient
toujours. Leurs drapeaux verts tanguaient sur ces troupeaux humains.
Bref: quand nous fûmes entourés, quand nos mitrailleuses ensablées
ne fonctionnèrent plus, il fallut marcher à la baïonnette, et le
Commandant me cria: «Voilà du kouss–kouss pour toi, Letellier! Essaye
tout de même! Jʼy vais de mon côté.» On y alla... Zut! que jʼai soif,
Madame! Nʼen voulez–vous pas un verre? Ça fait du bien au cœur.
E bevve, bevve profondamente, con assetata febbre, un lungo sorso.
—Il y avait devant moi une borde composée de huit cent brutes au moins,
qui grouillaient sur une colline et sʼavançaient avec des oscillations
de montagne russe. Leur drapeau vert était la chose la plus agréable
à regarder dans cette atmosphère de pourpre. Je dis à mes hommes:
«Crédieu! si on pouvait leur arracher cette sale guenille!...»
—Jʼy vais tout–de–go, mon capitaine!—répondit une voix de bronze
derrière moi. Un homme sortis des rangs. Cʼétait le soldat Laire,
très calme, baïonnette au canon. Il se lança tout droit, tout seul,
faisant de temps à autre un geste comme pour écarter des rideaux.
Les autres le suivirent. Il courait, une cinquantaine de pas devant
nous. On arriva derrière une broussaille. A vrai dire on ne savait pas
si cʼétaient des arbres ou des pierres végétales. Ces chiens galeux
nʼétaient plus quʼà vingt mètres. Ils couraient aussi. Dans le choc,
il y eut une mêlée épouvantable. Cʼest quʼon devient fou, là bas, dans
le Gharb, Madame!... Ce nʼest pas du tout de lʼhéroïsme: on devient
fou. Ils tenaient leurs longs fusils par le canon et flanquaient des
coups de crosse; ils avaient aussi des couteaux, des poignards et des
larges sabres marocains; mais leur voix de fauves était encore plus
effrayante. Le Commandant avait affaire de lʼautre côté. Une partie de
nos hommes, groupés autour des mitrailleuses, tiraient sans relâche
pour aider nos baïonnettes. On voyait ces sauvages tomber comme des
épis dans la moisson, avec une espèce de rire terrible qui les clouait
par terre. Nous avions de leur sang jusquʼau poignet, jusquʼau coude;
mais il en venait toujours du pied de colline. Savez–vous combien ça
peut faire de cadavres le bras dʼun homme? Je ne le sais pas moi–même.
Plusieurs sans doute. Mais le poids des cadavres finit toujours par
vaincre la puissance dʼun bras. Dʼautant plus que nous étions presque
tous blessés, sans compter les morts. Jʼavais une balle au dessus de
la tempe, un coup de crosse à lʼépaule et une déchirure dans le côté.
Mais ça ne fait pas très mal, une blessure, tant quʼon est au Gharb...
Ce brave Laire était toujours devant nous; il livrait à lui tout seul
un combat merveilleux. Je crois même quʼà ce moment–là il nʼavait
plus sa raison, le pauvre, parce que je nʼai jamais vu un seul homme
faire un pareil massacre. Il était tout rouge, de son propre sang et
du leur, comme sʼil sʼétait plongé dans le ruisseau dʼune boucherie.
Ceux quʼil avait tués de sa propre main et ceux qui sʼabattaient sous
notre fusillade formaient autour de lui une espèce de rempart macabre.
Quelques pas en arrière de ce rempart flottait le drapeau vert du
Prophète. Il avançait toujours pour sʼen emparer, tombant sur les
genoux, se redressant encore, tout rouge, complètement fou. A un moment
donné je comptai mes hommes: nous étions restés trente–cinq; nous
reculions; le Gharb dansait comme une mer en tempête. Ce nʼétait pas le
courage, cʼétait lʼhaleine qui nous manquait. Jʼavais empoigné mes deux
pistolets pour en brûler les dernières cartouches, quand, tout à coup,
un miracle se produisit. Une de nos mitrailleuses, nettoyée à la hâte,
avait fait un bond sur lʼaile gauche et recommençait à chanter. Madame,
quelle ivresse! quelle ivresse!... Je nʼai jamais lancé vers une femme
le regard enivré dont jʼenveloppai en ce moment la belle mitrailleuse...
—Doucement...—gli consigliò il medico.—Vous aurez la fièvre.
—Ah, tant pis! Ce nʼest pas très important dʼavoir la fièvre! On en
guérit. Et puis on recommence... Après tout cʼest la chose la plus bête
que nous puissions faire, nous soigner dʼune blessure. Oh, ce besoin
imbécile de rester vivants!... Et pourquoi?... Pour crever demain, ou
après demain, dans le Gharb ou dans le Guébli, et toujours avec le
même délire... Ce nʼest même pas comique, ce nʼest rien du tout... De
la bêtise! Dis–donc, major, ta quinine a des qualités sans doute; mais
moi je puis te dire que jʼai appris quelque chose dans lʼhistoire du
soldat Laire. Dʼabord, vois–tu, il avait dans son cœur des yeux de
femme. Et cela ne lʼa pas empêché de vouloir la guenille du Prophète,
le chiffon vert que même ces brutes ont pris pour de lʼidéal brodé...
Oui, positivement, jʼai la fièvre; mais ça me fait bien plaisir quʼune
jolie femme soit assise sur mon lit de camp. Et puis, Dieu sait si elle
mʼécoute... Dans ses yeux calmes il y a un peu de nord...
—Je vous écoute, oui, capitaine,—ella rispose con voce tranquilla,
senza nemmeno far muovere il velo dʼombra che le fasciava la fronte.
—Et alors, quand la mitrailleuse chanta, la cohue de ces gueux sauvages
eut une espèce de long balancement, un arrêt tumultueux devant la
mort invisible, devant ces milliers de balles qui zigzaguaient dans
leurs rangs comme des lézards métalliques. Ce nʼétait pas continuel,
car elle devait aussi défendre cette partie de la colonne qui sʼétait
engagée sur lʼautre versant, aux ordres du Commandant. Mais elle nous
protégeait assez pour que nous puissions nous replier, tant dʼun côté
que de lʼautre, afin de nous réunir autour des mitrailleuses, quʼon
essayait de remettre en action. Le soldat Laire était toujours au
delà de la broussaille; il ne tournait même pas la tête. De temps en
temps la mitrailleuse faisait des ravages devant lui; les monceaux de
cadavres lʼempêchaient de mourir.
—«Soldat Laire!—lui criai–je.—En arrière! En arrière avec nous!» Il
hocha sa tête nue, quʼune large blessure coiffait de pourpre; il fit
un bond terrible, et plongea sa baïonnette dans le ventre du grand
diable noir qui portait le drapeau. Il sʼaccrocha des deux mains à
la hampe de lʼétendard, et lʼon vit une mêlée dʼhommes, presque nus,
gesticulants, hurlants, sʼécrouler sur lʼenorme cadavre de lʼenseigne
barbare. La mitrailleuse y darda pendant quelques minutes son éventail
de flèches, et presque personne de ce groupe ne releva la tête. Ils
avaient enseveli sous leurs cadavres la bannière du Prophète. Mais il
y eut un silence. Et lentement, comme quelquʼun qui sortirait à plat
ventre dʼune kouba effondrée, nous vîmes le soldat Laire se dégager du
poids de ces cadavres, surgir, et marcher vers nous en chancelant, les
mains crispées sur la bannière du Prophète. Ce nʼétait plus un homme,
Madame, mais un fou rouge, une loque humaine qui portait un drapeau. Il
lʼagitait, il lʼagitait, il riait peut–être... Nous entendîmes sa voix
ivre:
—Je lʼai! je lʼai, mon capitaine!...
Nous allions vers lui, mais la distance était encore assez grande.
On voyait des marocains, des nègres, courir en foule. Nous avions
peur de le tuer avec nos balles. De mes hommes, plus un seul ne
pouvait courir; eux, ils couraient comme des diables. Mais sa voix
était si épouvantable, que jʼen rêve, depuis, chaque fois que mes
yeux sʼassoupissent. Il criait:—«Bien le bonjour à vos bourgeoises,
nʼs pas!... Et quand jʼaurai ma médaille, fous–la au drapeau...
capitaine!... fous–la... au drapeau... ca... pitaine!...»
Ce fut sa dernière parole. On sʼempara de lui, malgré les
mitrailleuses, et il mourut les poings crispés sur la bannière du
Prophète.—Jʼoubliais de vous dire, Madame, que tout cela sʼest
passé au milieu dʼune tourmente rouge, et que nous sommes revenus
soixante–treize, dont vingt–quatre seulement nʼétaient pas blessés. En
voilà un, par exemple: cʼest le petit gaillard aux yeux de chamelle,
qui gribouille des paperasses pour expédier ma correspondance. Parce
que moi, voyez–vous, le Gharb mʼa joué un sale tour: je ne peux plus
écrire les mots sur une ligne, je vais tout de travers, et je saute des
voyelles...
—Ah, ces chiens galeux! ces chiens galeux!...—borbottava il piccolo
soldato, succhiandosi le falangi sporche dʼinchiostro bituminoso.
Là fuori, nellʼoasi bionda, la sera scendeva in larghe vampe di
tangibile profumo. Era quasi una lentissima pioggia di pólline dʼoro,
che pareva scuotersi dai carichi rami delle palme, bruciare, cadendo
nellʼombra, come un pulviscolo di sole. Si vedevano, sui fiori
tropicali, aprirsi le bocche ovali dei lucidi camaleonti. Due cadaveri
di traditori pendevano dalla forca della più alta palma. Erano là,
immobili, come due lunghi batacchi di campana, coi polsi legati dietro
la schiena, gli occhi marci, la lingua grossa come un tumore fra le
mandibole mummificate.
La carovana di Colomb–Béchar si era sdraiata intorno ai pozzi, fra il
disordine delle some; i cammelli masticavano la rugiadosa erba con una
lentissima voracità; in larghe pentole dʼargilla i cammellieri pazienti
facevano bollire il kouss–kouss.
Un vecchio negro, di membra gigantesche, dai lineamenti quasi europei,
fumando una lunghissima pipa che gli pendeva dalle labbra tumide,
faceva esaminare da Jossuf–el–Foukani i marenghi dʼoro, i franchi
dʼargento che i Francesi gli avevano dati. Molti legionari, seduti
fuori dalle tende, fra lʼattenzione delle piccole negre, giocavano a
carte oppure al tric–trac. Di esse, qualcuna era incinta; qualcuna
portava i corti capelli annodati su la tempia con un nastro di colore.
Avevano certe lunghe braccia da miss inglese, la bocca invereconda, e,
nelle spalle, una specie di rassegnata ma gentile povertà.
Mentre Bluette usciva dalla tenda del capitano, quei legionari si
misero a guardarla.
—Christi! Je te dis, Jacquelot, quʼelle est bougrement bien fichue, la
môme, et que, surtout de la voir pleurer, ça me fait quelque chose!
—Tʼen fais pas, Galitzine! Les femmes, ça pleure, ça rit... Pourvu
quʼon les mette à poil, cʼest à peu près tout ce quʼelles demandent!
—Pourtant, ce quʼil était bath, ce Laire! Hein? Quʼen dis–tu,
Jacquelot? Avoir tripoté des femmes pareilles, pour sʼengager à la
Légion... Fallait–il en avoir une couche?... Pas vrai, Jacquelot?
—Oui... mais ne triche pas en attendant! Je vois que tu es en train
de me monter le paquet. Tʼes propre, va, Galitzine!... Passe–moi les
cartes. Cʼest à moi la donne. Oui, mon prince! Et puis je te dis que ce
Laire, cʼétait peut–être un poseur, un aristo, une fiente à avoir une
particule devant son Laire, mais il avait des goûts fins... ça, y a pas
dʼerreur!
—Dis–donc, Jacquelot! Est–ce que tu ne marcherais pas ce soir, si elle
te faisat de lʼœil?
—De lʼœil à moi? Tu te payes ma tête, sale mec!
—Dis–donc, Galitzine.... Veux–tu mon avis? Cʼest le jeune major qui se
lʼenverra, ce soir, au clair de la cafarde...
—Ah, la chamelle!... Dʼailleurs, que veux–tu? ces salops dʼofficiers,
ils ont des aventures même au Gharb!...
[Illustrazione: DECORAZIONE]
E allora tornò.
Tornò, con lʼanima sua dʼinnamorata, verso Parigi la Babelica, verso il
mercato glorioso che vendeva, nella sua fiera di tutte le umane gioie,
la bellezza ed il piacere.
Tornò, silenziosa, con la fronte chinata, gli occhi accesi di quella
immobile vampa che bruciava nel remoto Gharb. Era divenuta ella pure
lontana, come i tetri volontari dellʼergastolo camminante. Aveva
lasciato cadere ad uno ad uno, su le carovaniere del Guébli, come
foglie della propria vita, i fiordalisi di Mimi Bluette. Ora il senso
dellʼesilio era entrato in lei, come nellʼanima di quei soldati nomadi
che solo avranno per tomba lʼemigrante bufera. E tornava per nasconder
nel frastuono della Parigi Babelica la sua tacente anima di Maddalena.
Vi giunse una fredda sera del mese di Novembre, quando il firmamento
dʼelettricità, che per lʼalta nuvola propagano i lumi delle strade, con
tremito si andava incurvando su la metropoli rannuvolata. Ella guardava
con occhi stupiti, aperti, fermi, quella molteplice vita, mentre
nellʼanima deserta le infuriava un lontanissimo rumore di sole.
Questa era la Città, questi erano gli Uomini, questa era la Vita...
Povera piccola bionda Mimi Bluette!...
Non afferrava più lʼesatto senso nè più sapeva ben distinguere gli
esatti contorni delle cose; nel suo profondo essere femminile si era
disseccata, sotto la fiamma del deserto, quella fertilità limpida e
giovine che ogni creatura porta in sè come una fontana.
Ora capiva quel che significa non avere più strada, essere giunti a
quellʼora di sconfinata e spaventosa libertà, oltre la quale finiscono
anche le distanze. «Gli altri», quei mille che si chiamano «gli altri»,
avevano per lei smarrito il senso di creature umane. Passavano; erano
cose poco più importanti che i paracarri di sasso, le colonne di
bronzo, le ruote lente, stupide, che ripetono fino a consumazione il
loro inutile perpetuo giro... «Gli altri» erano gli automi freddi e
meccanici che attraversano la vita. La vita: questo rumore, questo
colore—questo nulla.
E poi?
Le città? i parchi? le strade? le famiglie?... Tutta quellʼopera che
indefessi compivano? tutto quellʼurto che insieme producevano, il
giorno e la notte, ora per ora... Ma no! Ma no!... era pazzamente
inutile... Inutile. Cʼera un immenso deserto, che «gli altri» non
vedevano.
E, poi?
Essere bella? avere un nome gentile? potersi coprire fino alle
ginocchia deʼ propri capelli biondi?... Avere la carne profumata,
dolce, chiara, trasparente, come il più bel fiore coltivato nel
miracolo dʼun giardino; essere stata la gioia, essere ancora la
gioia... la ballerina di Parigi... Mimi Bluette... Ma no! Ma no!...
Cʼera un inganno!... Tutto questo non doveva essere mai avvenuto... La
storia della sua vita, il colore di sè stessa era un circolo grande,
remoto, interminabile, di sole...
E poi?
Cosa potevano darle ancora quelle finestre buie, che si aprivano verso
lʼinterna ombra nelle case degli uomini? Quelle finestre che nei
mattini di primavera si empivano di serenità e di sole; quelle grandi
finestre opache, morte, come gli occhi di una creatura che non respira
più... Cosa potevano darle ancora le strade magnifiche della Capitale,
i grandi negozi luccicanti, le canzoni delle orchestre chiuse nei
teatri saturi di nevrastenia?... Quanto rumore per nulla!... quanto
rumore per nulla, o Parigi la Babelica!...
E poi?
Non cʼera più. Qualcosa non cʼera più. Qualcosa nel mondo era
scomparso, distrutto, finito. Chi? Un essere? Non soltanto, non
soltanto... La poesia. Tutto ciò che nel mondo ha nome:—Vivere. Quella
grande ala invisibile che solleva il peso della materia nel colore
della felicità... Ecco: era finita la poesia.
Parigi la Babelica era per «gli altri». A lei rimanevano i suoi capelli
biondi, le sue mani bianche, i suoi veri occhi dʼinnamorata, pieni di
sole, pieni di sole...
Questa era la Città, erano le strade chʼella conosceva; queste le
fiumane di gente fra le quali era uscita una sera, portando in sè come
un fiore selvatico il suo timido cuore di Transalpina.... «Maxima
Maximum....
La Revue de lʼAlhambra... Le Matin... Michelin... Galeries... Polin...
sait tout...»
E poi?
Dove? quando? chi le ridarebbe un respiro?
Si ricordò le danze chʼella faceva, le belle danze a piedi nudi, sovra
un tappeto verde come lo smeraldo più puro... E le parve che la musica
non fosse ancora morta in lei; anzi le parve che la musica fosse
lʼultimo piacere, lʼultimo senso della vita... Era venuta al mondo
così:—per danzare.
No: per amare.
Quante canzoni!... Era Parigi che gliele rendeva, che stupendamente le
buttava come un laccio intorno al suo piede; intorno al suo piede, per
farla danzare...
Ma dove? ma quando? ma per chi?
Le musiche vanno; forse vanno più lontano di tutte le strade. Però
muoiono anchʼesse, trovano anchʼesse la loro distanza nel dolore
infinito.
Vestirsi, ridiventare la più bella danzatrice di Parigi, coprire di
perle fredde la incipriata sua nudità, mettere su le tenui dita gli
anelli vivi come il deserto, ridere, coprirsi di fiori, nascondere
un sorriso ebbro dietro lʼorlo del bicchiere di Sciampagna... dietro
lʼorlo del bicchiere di Sciampagna!... Oh, comʼera lontana per sempre
quella sera di stupenda poesia!...
Ed allora pensò alla voce dellʼamante, alla voce del nomade in quella
perduta sera. Pensò al profumo che aveva ogni soffio dʼaria nel respiro
della sua viva bocca, alla forza che aveva la palpitazione del mondo,
quandʼella era con lui, serrata come in un rifugio contro il suo
veemente cuore. La femmina, lʼamante chʼera in lei, tremò nelle sue
profonde vene, poichè Parigi dʼun tratto la risuscitava. E con pudore
quasi di vergine ella si meravigliò che non fosse ancor morta.
No: era come la musica; poteva giungere più lontano di tutte le strade.
La gioia dʼessere per quellʼamante una femmina viva ed invereconda,
come una rosa, quando nei giorni dʼestate, si gonfia e trema del
pólline che lʼubbriaca... la gioia di sciogliere con le mani un poʼ
contratte, con i polsi piegati, le sue belle trecce pesanti, ascoltando
il rumore insidioso che producono le forcelle cadendo, e poi nuda, e
poi trepida, coi seni erti, con il grembo già umido, che si muove,
attorcigliarsi con un piccolo vellutato grido a quella maschia forza
che di lei, fino allʼorlo dellʼanima, stupendamente sʼimpadronisce...
essere nuda...—ciò che forse vuol dire con felicità sentirsi
donna—essere il suo piacere, la sua bellezza, la forma femminile della
sua vita, essere la Maddalena e lʼamante, ciò che si chiama la colpa e
si chiama Dio...
No?... Mai più?...
Mai più.
Qual era il guanciale ove i suoi capelli disciolti vestirebbero la
bellezza del peccato? E lo specchio dovʼera, nel quale guarderebbe con
ilarità i suoi occhi appassiti? E dovʼera una bocca dʼuomo la quale
potesse non offendere le sue rinnovate labbra di vergine? potesse non
contorcere in una orrenda paura la indocile sua nudità?...
Mimi Bluette... Un nome; nientʼaltro che un nome; anzi un piccolo fiore
da mettere sui cappelli di paglia, nei mesi dʼestate.
Mimi Bluette... due parole troppo leggere...
Il vento la aveva portate via.
E i cimiteri?...
Sì, anche i cimiteri.
Di qua, di là, ve nʼerano molti. Respiravano, quella sera, il fumo
della nebbia inazzurrata che andava girando, pesando, su la Città
sfolgorantissima. Erano anchʼessi come i teatri: una rappresentazione
ferma della vita. Si ricordò la frase chʼegli le aveva detta, una
lontana sera di neve: «Jʼen ai soupé des gens qui connaissent leur
cimetière...»