Bluette»

A présent relis ce que tu as écrit, Jack.

Questi ubbidì. Bluette si carezzava il mento.

—Relis encore une fois, Jack.

Egli ubbidì nuovamente. Allora Bluette buttò per aria i lenzuoli.

—En as–tu écrit des bêtises, mon pauvre Jack! Déchire vite ce

chef–dʼœuvre et passe–moi la plume. Je vais tout simplement lui envoyer

une dépêche.

—Pourquoi la déchirer? Cette lettre est excellente.

—Encore une fois. Jack, tu es un âne. Le Rag–Time est un affaire,

la littérature en est une autre. Donne–moi une feuille de papier et

rhabille–toi vite: je vais tʼenvoyer au Bureau de Télégraphe.

Lʼinventore dʼun passò di Rag–Time docilmente ubbidì.

[Illustrazione: DECORAZIONE]

Ma quando arrivò a Parigi quel puro gentiluomo chʼera Lord Alfabeto, le

cose complicate si accomodaron come per incanto.

Egli le fece una sontuosa rendita vitalizia, disse con amabilità che

i figli sono molto spesso una indimostrabile opinione materna, pregò

di dare al nascituro, se fosse un maschio il nome di Patrick, se

una femmina quello di Eleanor, poi, con un soprabito quasi giallo,

ritraversò la Manica.

La Manica è quel canale che impedisce agli Inglesi di essere

nevrastenici come i popoli continentali.

Ed allora il Forse–Patrick, nel terzo mese dʼincubazione, risolse di

non venire al mondo. Sparì, per non dar noia a sua madre, con un atto

dʼabnegazione del quale soltanto fu testimone un giovine allievo di

Doyen.

Il Forse–Patrick era una creatura splenética, la quale decise di

andarsene via dal mondo senza nemmeno darsi la pena di scegliere un

sesso, per uggia della vita.

E fece bene. Poichè aveva capito che tutto si riduce in fondo a

scegliersi un posto nel cimitero.

My Blu frattanto era divenuta molto ricca. Possedeva «i suoi mobili»,

anzi un leggiadro palazzo verso i Campi Elisei, molti gioielli, uno

sterminio dʼabiti, un tesoro di pizzi antichi e di tutte le maraviglie

femminili che producono i gloriosi atelieri di Parigi; possedeva le

sue rendite professionali ed infine la rendita vitalizia datale in

premio della sua faticosa maternità.

Era una piccola creatura felice. Sembrava unʼorchidea coltivata in

una serra calda; per di più mandava profumo. Cʼera in lei, cosparsa

nelle vene della sua pelle bionda, una luce dʼanima che irradiava buon

odore. Parigi la Magnifica le aveva regalato un soffio dellʼanima sua

transitoria e splendente, lʼaveva circonfusa con le stelle deʼ suoi

fugaci paradisi.

Ve nʼeran altre forse più belle, più intelligenti forse di Bluette; ma

Bluette era di moda, e la moda è una gloria che non si può esaminare

a lume di critica. La moda è la vera potenza che decretano le folle,

per un caso plebiscitario, per una specie di curiosità collettiva,

che talora, dal nulla, fa scaturire persino lʼingegno. La moda è il

caso fortuito che governa il pensiero, lʼarte, la bellezza, insomma la

vita. Non sempre fu di moda quello che fu grande, ma sempre una certa

grandezza brillò e sʼavvolse intorno ai capricci di questa universale

divinità.

Forse lo stesso capolavoro nullʼaltro è che il figurino più espressivo

dʼuna moda oltrepassata, le religioni stesse nullʼaltro sono che una

maniera illogica e mutevole di vestire con una stoffa decente la nudità

pericolosa dellʼanima.

E Bluette, che non vagheggiava sogni di conquista, chʼera nata per

danzare con poesia e per inflettere le sue dolci reni sotto il peso

dʼun amante, Bluette che non moveva un dito per guidare la propria

sorte, aveva con sè, in modo bizzarro, il favore di quella divinità.

Le cose avvennero a grado a grado, con ordine sapiente. Se Bluette

lʼavesse fatto apposta, non vi sarebbe riuscita mai.

Così a Parigi erano senza dubbio in gran numero queʼ finanzieri di

alta maestrìa che tramavano affari loschi ed ammaestravano il denaro

ad esiliarsi dalle tasche altrui. Ma ella fu amata proprio da quello,

che, oltre a circondarla dʼun lusso vanderbildiano, le regalò anche

uno scandalo clamoroso, uno di quegli scandali periodici che alla

divina Parigi sono necessari come il Gran Prix de Longchamps. Poichè

la Corte dʼAssisi è il primo teatro della Metropoli ed i giudici della

Senna sono artisti non meno ammirevoli dellʼammirevole M.ͬ Le Bargy.

In Francia si è riusciti a trovare nel crimine un elemento di utilità

sociale. Altri paesi cercano di fare la stessa cosa, ma i loro scandali

mancano di saggezza e dʼallegria. Così altri paesi cercano di creare

Mimi Bluette, ma per essi è fatica perduta. Mimi Bluette è un fiore

dellʼaria parigina, se pur talvolta vien dʼoltralpe o dʼoltremare.

Il Finanziere dunque rubò, poichè i suoi affari probabilmente non

gli consentivano di farne a meno; ma ognuno disse che aveva rubato

per alimentare lo sfarzo di Bluette. Un bel giorno ella vide la

propria fotografia esposta nelle vetrine fosforescenti, proiettata

nei cinematografi, pubblicata nelle riviste e nelle prime pagine dei

giornali di Francia.

Sciami di giornalisti vennero ad intervistare la famosa My Blu, ed

alcuni si dettero anche la pena dʼinventarle straordinarie biografie,

che il mattino dopo, seduta sul letto, ella si mise a leggere con

molto stupore. I giornalisti, al giorno dʼoggi, sanno trarre dal nulla

biografie così verosimili, che gli stessi protagonisti a poco a poco

si convincono dʼaverle vissute.

Dunque Bluette stava tranquillamente aspettando che si trovasse il

mezzo di mandarla per qualche mese a vivere nel ben frequentato

romitorio di Saint–Lazare; ma i sullodati giudici della Senna

preferirono lasciarle portare a piede libero i deliziosi modelli della

Rue de la Paix.

Libero per così dire, poichè veniva il tempo della gonna con lʼimpaccio

e le donne si vedevano costrette, almeno per le strade, ad aprire le

gambe assai meno del necessario.

Il Finanziere ladro ebbe la compiacenza di lasciarsi mettere in

prigione. Ma poco dopo un Guardasigilli scrupoloso ordinò la revisione

del processo, e, come al solito, venne in luce che il poveretto era il

più probo cittadino della Repubblica, ed anzi ci aveva perduto del suo.

Dopo questa faccenda non era più lecito a Bluette ballare le danze che

inventavano gli altri; un Impresario le fece comprendere che aʼ suoi

piedi ora si domandava lʼoriginalità.

Era giusto; e Bluette ne convenne. Tanto più che i suoi leggeri piedi

non mancavano di facoltà inventiva. Ma ora si dolse di aver lasciato

partire, con un broncio rannuvolato ed in compagnia dʼuna elastica

ballerina irlandese, il suo bravo laconico Jack.

—Poco male,—pensò lʼimpresario, persona che avrebbe scritturato anche

il Generale dellʼEsercito della Salute, con tutta la sua «troupe», se

il pubblico ne avesse avuto il desiderio.—Poco male, My Blu. Andremo in

cerca dʼun altro inventore.

Si recò al domicilio dʼun Fabbricante di Balli e lo pregò di volergli

mostrare quel che aveva in negozio. Vʼeran balli dʼogni sorta, fatti e

su misura.

—Su misura,—preferì lʼImpresario.—Non solo, ma bisogna poi distruggere

il figurino.

—Benissimo. Allora portatela qui, che la veda.

E le tagliarono addosso cinque o sei balli che le calzavano come guanti.

Ma quello che fece risplendere la sua gloria fu lʼindimenticabile My

Blu.

Allora tutta Parigi si mise a ballare il My Blu.

Il My Blu era un ballo antichissimo; pare fosse di provenienza

caldaica; molti opinavano invece che avesse appartenuto alle antiche

civiltà messicane. Furon stampati volumi su questo glorioso My

Blu. Il Delegato Apostolico ne informò la Santa Sede. Si disse che

verrebbe unʼEnciclica «De My Blu». E frattanto se ne tenne un discorso

allʼAccademia degli Immortali.

Bluette si stupiva che i suoi piedi avessero una simile potenza. Vero

è che il My Blu si ballava con tutto il corpo e tanto più era efficace

quanto più il corpo si mostrava nudo.

Per questo particolare, anche la rimbiondita madre Malespano voleva

imparare il My Blu. La sera, in camera, ne faceva prove assidue davanti

alla specchiera, col maggiordomo impeccabile, Maurice. Questi la

torturava con scene di gelosia, perchè la insaziabile madre Malespano

frivoleggiava nel contempo con altra gioventù.

Lʼamore dʼun maggiordomo è quellʼamore che ha il vantaggio dʼessere a

portata di mano; ma purtroppo manca di lirismo e, col tempo, anche di

energia. Lʼamore dei maestri di scherma è infinitamente più combattivo.

Questa bionda madre Malespano era diventata frattanto la donna più

pettegola di tutto il vicinato. In casa non dava pace a nessuno;

le persone di servizio preferivano andarsene che ubbidire aʼ suoi

capricci. Tranne Linette, cameriera dalle calze di voilé, che, vantando

la protezione di Bluette, spesso non tralasciava di risponderle per le

rime.

Questa Linette aveva un fratello, bel giovine, pieno dʼintraprendenza,

che si era fatto conoscere nella metropoli vincendo una famosa corsa di

motociclette. Ma questa era storia passata. Honoré Messanges, fratello

di Linette, con lʼandare del tempo aveva cambiato sport. Era diventato

nobile di provincia e portava sul biglietto da visita la corona della

sua contea. Cioè si faceva chiamare Honoré Messanges, comte dʼOlonzac.

Quando nessuno provvede a far conte un uomo che ha bisogno di portare

uno stemma, è naturale che il povero diavolo faccia uno sforzo per

nobilitarsi da sè. Ad ogni modo questʼamabile Honoré Messanges, comte

dʼOlonzac, se non era nato proprio di lombi gentilizi, certo viveva la

medesima vita di quelli che possiedono, fra lʼaltre dovizie, anche un

albero genealogico; e di sembianze, di maniere, dʼabitudini, certamente

appariva un autentico dʼOlonzac. Non era molto alto di statura,—forse

un palmo più di Linette—ed aveva come Linette, nei capelli ben

spartiti, unʼincrespatura luccicante. Fino e morbido in tutta la

persona, possedeva neʼ suoi movimenti quella medesima grazia un poʼ

femminile della procace Linette; ma i suoi occhi nerissimi brillavano

invece di una maschilità veemente.

Il signore dʼOlonzac teneva in mano la fortuna per le corna, come il

manubrio della sua famosa motocicletta; e poichè la contea non gli

mandava redditi, sapeva trarne senza scrupoli da molti altri canonicati.

Egli non guadagnava il pane con il sudore della sua fronte; ma qualche

bella donnina sudava certamente per lui. Il signore dʼOlonzac si

vestiva da un sarto inglese, fumava i grossi «Favoritos» del Principe

di Galles, faceva colazione in pigiama nel suo rez–de–chaussée,

prendeva il tè allʼHôtel Ritz e pranzava da Paillard. Ogni tanto

possedeva unʼautomobile, ogni tanto la vendeva; per qualche mese aveva

unʼamante, poi si lasciava rapire da unʼaltra; in genere tutta la

sua vita dipendeva dai capricci e dalle fortune delle sue variabili

ammiratrici.

Nondimeno sarebbe caduto in gravissimo errore chi lo avesse confuso,

per esempio, con un qualsiasi Boblikoff, Max, Jean Kiki. Questi

mantenuti e protettori di basso lignaggio non godevano affatto la stima

del prossimo; invece il signore dʼOlonzac era un elegante ruffiano

il quale godeva sino ad un certo punto la stima del prossimo. Ve ne

son poi altri, di più elevato grado, i quali, non soltanto godono

stima incondizionata, ma sono anzi chiamati a giudicare in questioni

dʼonorabilità.

La vita è senza dubbio il più divertente vaudeville al quale possano

assistere gli uomini.

Dunque, un bel giorno, il signore dʼOlonzac salì per le scale della

palazzina ove abitava Mimi Bluette. Sul pianerottolo si allacciò i

bottoni deʼ suoi perfetti guanti color canarino, buttò via la sigaretta

e suonò il campanello.

Quando Linette venne ad aprirgli, ella portava un grembiulino chʼera

tutto una maraviglia di pizzo e di linon. Vedendo una simile cameriera,

ogni gentleman di buon gusto si sarebbe senzʼaltro fermato in

anticamera. Ma il signore dʼOlonzac, forse perchè faceva quasi buio,

varcò il limitare senza guardarla.

—Monsieur désire?—fece Linette.

—Passez ma carte à Madame,—rispose il conte, porgendo il suo biglietto

stemmato fra il pollice e lʼindice del suo perfetto guanto color

canarino. Fu allora che Linette lo riconobbe:

—Mais, voyons, est–ce bien toi, Roré?

—Hein?....—fece il conte, squadrandola. Poi riconobbe Linette e si

mise a ridere:—Ben, oui, cʼest moi. Tout à fait moi, Linette! Oh, là,

là, que tu as lʼair ahuri! Ben, vrai! moi aussi, vois–tu, ça me paraît

drôle!

—Et à moi!...—fece Linette. Poi arricciò il suo nasino petulante:—Mais,

ce qui mʼintrigue, cʼest plutôt la raison qui tʼamène chez nous.

—Chez nous? Tiens, comme tu dis ça!

—Chez nous, ça veut dire dans la maison de Madame. Car tu vois bien que

je suis établie chez elle.

—Cʼest ce que je ne savais pas. En tout cas, Linette, faut pas souffler

mot, hein?

—Tu dis?

—Quʼil faut faire comme si rien nʼétait, parce que je suis le comte

dʼOlonzac et toi tu nʼes que Linette.

—Tout court?

—Mais, pardi!

Linette si cacciò le mani nelle due tasche del grembiulino, e si mise a

guardarlo con ammirazione.

—Pour de lʼaplomb, Roré, cʼest pas ce qui te manque!

—Bien sûr, ma chérie.—– Poi borbottò, in modo abbastanza

intelligibile:—Il fallait encore que jʼaïe la guigne de rencontrer ma

soeur chez My Blu!

—Pauvrʼ pʼtit, que tu es à plaindre!... Enfin, voyons: si tu as des

vues sur ma patronne, rien à faire ici!

—Linette, ma mignonne, voilà bien cinq minutes que tu me fais poser

dans lʼantichambre! Cela nʼarrive pas chaque jour au comte dʼOlonzac.

Assez causé; passe ma carte à Madame Bluette, je tʼen prie.

Linette volle ribattere, ma il conte soggiunse con un tono breve:

—Sans ça, je raconterai à Madame certaine petite histoire, qui ne te

fera pas trop dʼhonneur. Car tu sais que le pauvre Godineau...

Le pauvre Godineau, Michel Anselme, agé de 33 ans, de profession

dresseur de chiens savants, era stato il primo fallo di Linette.

Ora stava scontando in un reclusorio la sua troppo grande abilità

nellʼaddomesticare i cani, le ragazze, e le serrature altrui.

Linette divenne rossa al pensiero del pauvre Godineau.

—Alors, tu prétends réellement que je tʼintroduise chez Madame...

—Quant à mʼintroduire, je verrai ça moi–même,—corresse il conte con

molto garbo.—Tu nʼas quʼà passer ma carte, comme je tʼai dit.

Linette esitava.

—Et tu iras au moins voir maman, si je te rends ce petit

service?—domandò, con la sua voce piena di filiale rimprovero, la

graziosa Linette.—Voilà six mois quʼon ne te revoit plus à la maison.

Il Conte dʼOlonzac fece una smorfia.

—Jʼirai sans doute... oui, sans doute... un jour que jʼaurai le

temps!—Poi alzò le spalle:—Ah, mon Dieu, que cʼest embêtant, lorsquʼon

est le comte dʼOlonzac, dʼavoir une soeur femme de chambre!

—Sale fripouille!—gli rispose Linette, andando via, leggera, col suo

biglietto da visita.

My Blu in quel momento era molto occupata a studiare un sistema per

la roulette, vendutole al prezzo di venticinque luigi da un certo

Filipescu, grafologo, spiritista, e professore laureato in non so quale

Università rumena. My Blu aveva sul tavolino una piccola roulette e tre

o quattro fogli pieni zeppi di cifre complicate. La pallina girava, il

sistema guadagnava somme ingentissime, sicchè My Blu era di eccellente

umore.

—Madame, il y a quelquʼun qui se dit le comte dʼOlonzac... Voilà sa

carte.

E mise il biglietto sul tavolino con un certo disprezzo.

—Comment «qui se dit»?... Est–ce la manière dʼannoncer quelquʼun?

—Ah... je nʼen sais rien. Madame! Il mʼa lʼair dʼun... Mais il peut se

faire que je me trompe. Si Madame veut, je le ferai passer.

—Sans doute que oui, puisque je le connais.

—Est–ce que Madame le connait bien, ce comte dʼOlonzac?

—Mais quʼest ce que cela peut bien te faire, Linette?

—A moi?... Rien du tout, Madame!

—Et alors?

—Alors je vais lui dire que Madame lʼattend.

Se ne tornò via di malumore, con un passo veloce. Gli andò fin sotto il

naso, e recitò:

—Madame fait dire a Monsieur le comte dʼOlonzac Que Madama attend

Monsieur le Comte.

—A la bonne heure, ma mignonne! La prochaine fois, je tʼen prie, sois

plus sommaire!...

Ed entrò.

Era diventato veramente il signore dʼOlonzac. Non cʼera più nè un

particolare della fisionomia nè una piega dellʼabito che ricordasse

lʼex corridore di motociclette; parlava persino con una pronunzia

squisitamente affettata e sembrava disceso fresco fresco, non dal

quarto piano della madre di Linette, ma da una indiscussa pagina

dellʼAlmanacco di Gotha.

Soltanto i suoi cattivi bellissimi occhi rimanevano quelli di Roré;

e questi, più che tutto, andavano a genio della capricciosa My Blu.

Ella si lasciava scherzosamente fare la corte dal signore dʼOlonzac

e sottomettere dagli occhi di Roré. Sapeva benissimo chi era costui:

lʼamante di Pinna, lʼamante di Léa la Roseraie, lʼamante di Fred

Chinchilla... Ma ciò che solamente la interessava erano per lʼappunto

gli occhi di Roré.

Il signore dʼOlonzac le fece una visita breve, compita, elegante; le

diede uno strisciante bacio su la mano quasi azzurra ed uscì dalla sala

con il suo passo da gatto.

Bluette suonò più volte il campanello per farlo riaccompagnare. Ma

lʼimpeccabile maggiordomo era uscito a far compere per la madre

Malespano, e fu Linette che lo ricondusse nellʼanticamera.

—Si tu ne vas pas chez notrʼ mère, je te jouerai un sale tour,—gli

sibilò, cattiva cattiva.

—Nʼessaye pas, mignonne,—rispose con dolcezza il soddisfatto Roré.

Linette vide sparire dietro lʼuscio il molteplice riflesso della sua

bella tuba.

E My Blu pensava:—Lʼimbécile! Il nʼa pas compris que jʼétais dans une

de mes journées à béguin! Ces hommes–là, Dieu sait ce quʼils ont dans

la caboche! Enfin... essayons toujours cette martingale de Filipescu!

E fece correre la pallina,—che diede, in quel frangente, il numero 27.

Il numero 27—come tutti sanno—è «rouge, impair et passe».

[Illustrazione: DECORAZIONE]

Quando Fred Chinchilla seppe che Roré dʼOlonzac erasi recato a visitare

My Blu, si conficcò nei palmi le piccole unghie rosse come il sangue,

digrignò i suoi dentini da martora e disse fra sè, con un gergo

esplicito: «Nous allons enfin voir si cette gueuse de Bluette va me

souffler ce salaud de Roré!»

Fred Chinchilla faceva sapere dʼesser nata in Norvegia, ed era venuta

di moda un anno che si portava molto la pelliccia del suo nome.

Aveva per lʼappunto gli occhi cinerini–azzurri, con riflessi di bigio

e di piombo come il cincilla, e, per essere in carattere, si faceva

pubblicamente mantenere dal proprietario di una grande pellicceria,

chevalier de la Légion dʼHonneur, ammogliato, divorziato, riammogliato,

e con prole. Tutti gli anni, allʼavvicinarsi dellʼinverno. Fred

Chinchilla dava lʼaìre alla pelliccia di moda. Quellʼanno aveva messa

in voga «la fourrure de singe». E nonpertanto rimaneva Fred Chinchilla.

Era ben fatta, con un leggero pericolo di pinguedine, i capelli colore

di stoppa dorata, le ciglia dʼuna lunghezza e foltezza esagerate, su

gli occhi norvegesi, morbidi come pellicceria.

Roré per sei mesi era stato il suo amore. Ma in quel semestre Fred

Chinchilla aveva tanto speso, che il ricchissimo pellicciaio fu

nondimeno costretto a dirle: «—Ce dʼOlonzac, ma chérie, il faudra

bientôt le congédier... Il ne se doute pas, le cher comte, que les

fourrures se vendent très mal cette année!»

E Fred Chinchilla stava per dargli retta, quando Roré, visto che le

pellicce andavan male, pensò di avvicinare Mimi Bluette, la quale

invece amministrava—per mezzo del suo più forte azionista—una casa di

pneumatici venuta in molto favore.

Le donne, salvo casi molto rari, non amano lʼuomo per sè stesso,—e

fin qui hanno forse ragione. Ma lo amano inquantochè un uomo piace o

piacque ad unʼaltra,—e qui senza dubbio hanno torto. Poichè lʼerrore

di una sola produce lʼerrore di tutte. Ogni donna cerca in primo luogo

di soverchiare, nei sensi e nella memoria dʼun amante, il prestigio

di quelle che lʼhanno preceduta. La gelosia, che tanto lusinga lʼuomo,

è veramente una gelosia dʼindole femminile, ossia una questione dʼamor

proprio fra donna e donna.

Roré, quando vinse la famosa corsa di motociclette, trovò probabilmente

una incapricciata che gli fece buon viso; da quel giorno lʼamore lo

portò via su le braccia, e piano piano lo sospinse fino alla soglia di

Mimi Bluette.

Mimi Bluette gli avrebbe tuttʼal più dedicata, come diceva, una delle

sue «journées à béguin»; ma capitò frammezzo la gelosia di Fred

Chinchilla, e, naturalmente, le cose mutaron piega. Fred Chinchilla si

era lasciata prendere per colpa di Léa la Roseraie, questa per colpa di

Finna, e Finna perchè Mary Dhjynn, la pazza Mary Dhjynn, si era tirata

un colpo di rivoltella, nelle balene del busto, il giorno che Roré non

volle più saperne di lei.

Così vanno le buone pecorelle lʼuna dietro lʼaltra in fila, come diceva

sin dal trecento lʼinseppellibile Dante, che trova sempre il mezzo per

tornare dʼattualità.

Il signore dʼOlonzac si permise frattanto dʼinviare ogni giorno alla

bella My Blu grandi mazzi e profumatissimi canestri di fiori loquaci;

poi la condusse a prendere il tè, poi la condusse a teatro, poi la

condusse a cena, ed infine la condusse nellʼirresistibile talamo che

vide gli amori norvegesi di Fred Chinchilla.

My Blu era una donnina di nervi ultrasensibili, che non sapeva troppo

resistere al fuoco della tentazione; perciò prendeva con filosofia

lʼamore di sè stessa e lʼaltrui. Si lasciava conquidere, per lo più,

da un particolare che le andasse a genio; ma dimenticava súbito,

con una leggera ombra di malinconia. Era un poco inerte, un poco

sbadata, un poʼ ironica forse, nellʼattribuire un senso ed un valore

agli avvenimenti che intessevano la sua vita. Non aveva mai cercata

la fortuna, e la fortuna si divertiva di lei come dʼun trastullo

innocente; non aveva mai cercato lʼamore, e lʼamore le ronzava intorno,

continuamente, non serio, non grave, non pericoloso, ma simile quasi ad

un rivolo di continuata voluttà. La sua carne bella sentiva la gioia

naturalmente, come un rosaio sente la primavera. Poi, subito, la sua

memoria se ne scordava... era stato un gran soffio di vento, una rossa

nube di polvere, che finiva, moriva, più in là, portandosi via qualche

spolvero del suo pólline profumato. Era una donna venduta, eppure non

chiedeva mai nulla, non faceva mai un vero calcolo, nemmeno rispetto a

quegli amanti cui non si dava per piacere. La ricchezza, lo sperpero,

il lusso, eran diventate abitudini giornaliere della sua vita, e

qualche uomo sʼera puranche rovinato per lei, senza che Bluette nemmeno

se ne avvedesse. Non poteva più desiderare cosa alcuna la quale non

costasse un prezzo irragionevole; ma vʼera sempre chi pagava per lei,

purchè si degnasse far vedere i conti a qualche suo ricco innamorato.

Possedeva tesori nel suo piccolo palazzo, e molto spesso non ricordava

nemmeno con esattezza i nomi di quelli che avevano gareggiato nel darle

prova di amore e di munificenza.

Un vecchio amministratore, M. Bollot, rimastole più fedele dellʼamante

che glielo aveva messo in carica, veniva ogni fin di mese a pagarle i

redditi e spiegarle quale nuovo impiego di capitale fosse utile fare.

M. Bollot beveva regolarmente due bicchierini di Kümmel, le carezzava

i capelli biondi con il buon sorriso dʼun vecchio papà, riponeva gli

scartafacci nella sua logora cartella di cuoio, e, mezzo curvo per il

mal di reni, le diceva prima dʼandarsene:

—Alors, ma chère enfant, si vous avez besoin de moi, vous savez où

jʼhabite: rue Taibout 47, au deuxième. Il nʼy a pas dʼascenseur.

E se nʼandava, mettendosi allʼocchiello un fiore dei vasi di Bluette.

Se non avesse avuta fortuna, questa bella ragazza, certo sarebbe stato

molto facile per lei capitare nelle mani dʼun furfante, che lʼavrebbe

di nuovo ridotta sul lastrico, senza lasciarle nemmeno comprendere,

povera Bluette, quel che significa unʼamministrazione. Ma invece M.

Bollot era di sana pianta un galantuomo; vigilava su questo patrimonio

come se fosse roba sua propria, ed era capace di bisticciarsi un paio

dʼore, con la sua cocciutaggine da vecchio reumatizzato, per aumentare

dʼun magro scudo il capitale di Bluette.

Ed a Bluette tutti volevano bene; questa era la sua fortuna. Cʼera in

lei qualcosa che pareva dire alla gente: «Io son nata per far piacere a

chi mi guarda». Parlare con lei, o vederla vivere, significava provare

una di quelle sensazioni primaverili che soltanto i bei fiori e le

belle creature dànno. La sua voce, il sorriso che aveva in tutta la

persona, i colori che portava nella sua materia, la semplice grazia

che metteva neʼ suoi movimenti, e non so quale profonda ma dolce

sensualità, profusa, intessuta in ogni spazio della sua vita, e quel

suo carattere di fanciulla, che pareva trasparire dalla sua gioventù

come il color del sole da un limpido bicchiere dʼacqua, tutto insomma

di lei era composto in guisa che ogni creatura, nello starle accanto,

provava una freschissima gioia.

Aveva camminato fra il vizio, ed era il vizio, ma pareva che nulla di

tutto ciò le fosse giunto sino al cuore.

Molti uomini erano passati nella sua giovinezza, e forse non aveva

amato ancor nessuno. Max lʼaveva stordita; gli altri le avevan dato

appena qualche torbida e complicata ora di piacere; soltanto il bravo

Jack, lʼinventore dʼun passo di Rag–Time, era stato per lei qualcosa

più dʼun amante: quasi un piccolo, sbadato, inconscio e ridicolo amore.

Povero Jack Morrison! Ella si ricordava ogni tanto chʼera stato buono

con lei, chʼera stato per lei una specie di burbero e dolce fratello,

che si era talvolta rasciugata in fretta una lacrima col rovescio

della manica, ed infine che nessun altro danzatore sapeva ballare come

Jack!... Adesso ne conservava qualche ritratto sparso per la casa, ed

uno in camera, sopra una mensola, dovʼerano sempre alcuni ramoscelli di

freschi fiori. Qualchevolta, nellʼandarsi a coricare, gli diceva come

per ischerzo:—Good night, mon vieil imbécile de Jack!...

Era stato il solo che le avesse voluto bene per lei sola, e quasi le

pareva che anche di là dal mare, traverso lʼinfinita solitudine, quel

ballerino biondo le mandasse un profumo di poesia.

Dunque il signore dʼOlonzac la condusse nel talamo di Fred Chinchilla,

ed usò maniere tanto affettuose, che Bluette, ripensando alla sua fama

orribile, si convinse che il gagliardo e bel signore doveva essere, per

ragion dʼinvidia, un uomo terribilmente calunniato.

—Vois–tu,—ella dichiarò a Linette, sua confidente,—ce dʼOlonzac il me

plaît, parce que cʼest un homme qui connaît les femmes. Avec lui on est

bien vite à son aise...

Linette le teneva il broncio. Quella sera non volle, come invece usava

di consueto, darle consigli nè chiederle schiarimenti. Ma poichè

Bluette insisteva, enunziò nondimeno il suo parere:

—A moi, Madame, il mʼest antipathique.

—Fichtre! tʼes pas facile, toi! Queʼest–ce que tu lui trouves

dʼantipathique?

—Tout et rien, Madame. Ce nʼest pas mon type... voilà tout! Et puis je

vous dis, Madame, quʼil a une tête dont il faudrait se méfier.

Bluette si mise a ridere. Stavano entrambe davanti alla specchiera.

Bluette seduta, menare Linette la pettinava.

—Il a tes yeux et ton front, Linette. Je découvre, en te regardant dans

la glace, que tu lui ressembles dʼune façon frappante... Aïe! diable!

mais tu mʼarraches les cheveux!...

Linette si fece rossa come una educanda, e, per nascondere il viso

avvampato, lasciò cadere a bella posta un gran mazzo di forcine.

[Illustrazione: DECORAZIONE]

Allora, in un giorno di corse, Fred Chinchilla ebbe la ventura

dʼincontrarsi viso a viso con Mimi Bluette. Si dissero dapprima un

mucchio di cortesie, lodandosi la foggia dellʼabito, il modello del

cappellino, e passeggiarono un poco insieme, poichè, sebben rivali,

sapevano di figurare molto bene accanto. Finalmente si accordarono per

scommettere sul medesimo cavallo. Ma dopo aver discussa con minuzia la

monta, il peso, le condizioni del terreno, quando suonò il buttasella,

Fred Chinchilla disse di punto in bianco:

—Pourtant je ne te fais pas mes compliments, Bluette!

—Quoi donc, Fred?

—Tu sais bien que jʼai fait de gros sacrifices pour cet homme, et toi...

—Quel homme?

—Mais Roré, voyons!

—Ah, Roré, Roré... Bien, vois–tu, moi, il mʼindiffère....

—Ce nʼest pas ce quʼon raconte, ni ce quʼ«il» raconte!

—Plaît–il?

—Je dis que Roré te promène un peu partout, en disant quʼil a dû céder

à tes avances.

Bluette si appoggiò su lʼombrellino, con tanta nervosità che quasi lo

spezzava.

—Tu ne vas pas me faire croire ces balivernes!... Sʼil y a quelquʼun

qui me débine, ma chère, ce quelquʼun cʼest précisément toi!

—Moi, Bluette?

—Oui, je te dis. Mais puisque lʼoccasion se présente, il faut tʼavouer,

Fred, que «moi» je ne lui ai point fait dʼavances, parce que je nʼai

pas lʼhabitude, «moi», de ces gros sacrifices dont tu parles.... Et

puis... zut! Bien le bonjour, Fred.

Girò sui talloni, e, per farle rabbia, se ne andò in cerca di Roré.

In quel momento il signore dʼOlonzac le stava osservando ambedue con il

canocchiale, ma di lontano. E compiaciutosi di quella separazione un

poʼ brusca, si volse a discutere dʼelezioni con la moglie liberalissima

di un deputato clericale.

Allora, come tutte le donne che devono prendere una grave risoluzione,

Fred Chinchilla si recò al lavatoio, per mettersi, davanti allo

specchio, un poʼ di rosso ai labbri e di fina cipria su le guance.

Accomodò anche lʼappinzatura di cinque o sei spilli, e frattanto la

matrona del luogo, una gioviale femmina panciuta, le confidò sottovoce:

—Aujourdʼhui, Madame Fred, jʼai un bon tuyau pour la sixième course...

—Fiche–moi la paix, Judith! Voilà trente louis que tu me fais perdre

avec tes maudits tuyaux!

—Nous allons nous rattraper aujourdʼhui, Madame Fred! Voyez donc: ces

deux écus, je vais les miser moi–même. Faut–il que je sois sûre, hein?

—Ton tuyau, je le connais. Tu vas jouer Bib Lalo, parce quʼil y a

dessus Head.

—Oh, que non, que non, Madame Fred! Bib Lalo, je vous le donne moi–même

à cinq contre un, car cʼest trop long pour lui, sans compter que Head

et Bib Lalo nʼont jamais pu sʼentendre.

—Ça, tu as raison. Ce Head il me fiche une guigne!...

—Et, alors il faut jouer Maid Marian, aussi vrai que je suis dame de

propreté. Et si Maid Marian ne vous rapporte pas dix contre un, vous ne

me donnerez plus un sou de pourboire, Madame Fred.

—Maid Marian? Cette vieille rosse?

—Vous allez la voir aujourdʼhui la vieille rosse! Bob, lʼentraîneur,

a joué lui–même cent louis chez le book Cliffton. Enfin, Madame Fred,

nʼoubliez pas que je vous ai donné Roule–ta–bosse, et maintenant je

vous donne Maid Marian... Faites donc à ma guise et vous nʼaurez quʼà

me dire merci.

—Eh bien, Judith, je vais tʼécouter une fois de plus. Mais, si tu me

fais perdre encore ces dix louis, qui feront quarante, ma foi, je

tʼôterai lʼenvie de me donner des tuyaux!

—Cʼest ça, Madame Fred.

—Et si Bib Lalo gagne, je viens tʼarracher ta perruque!

—Bon, Madame Fred. Vous êtes jolie à ravir aujourdʼhui! Est–il de Worth

ce joli tailleur?

—Pas du tout; il est de Green. Et le chapeau est de Lewis. Quoique les

tailleurs, en général, me grossissent un peu...

—Oh, quelle idée, Madame Fred! Aimeriez–vous par hasard être un

cure–dents stérilisé comme la petite Estelle? Attendez: encore une

épingle, et puis ça sera parfait.

Allora Fred Chinchilla si mise in cerca dʼuna persona che le premeva

incontrare. Questi era il figlio del Fabbricante di Pneumatici,

ossia del ricco e decorato patrono di Mimi Bluette. Non era difficile

riconoscerlo anche di lontano, per la sua lunga statura ed il suo

profilo aquilino. Da un padre tarchiato e da una madre gallinacea era

venuto fuori così, lungo e sparuto, con una costituzione da sanatorio,

su due gambe sproporzionate. Mostrava poco ingegno per lʼindustria del

pneumatico, ma era invece un provetto giocatore di «chemin de fer»,

aveva libero accesso a tutti i palcoscenici, guidava una cento–cavalli,

faceva debiti con una serietà da probiviro e si regalava tutte le

primizie che venivano a sbocciare negli stabilimenti di Montmartre.

—Eh, Victor!—chiamò Fred Chinchilla, tirandolo per la manica,

poichʼegli stava discorrendo con altri.

—Cʼest vous, Fred?

—Cʼest moi.

—Toute en couleur scarabée?

—Il paraît que ça porte veine...

—Ravissante!

—Ecoutez, Victor. Jʼai un tuyau des plus sûrs, mais il ne faut pas me

demander de qui je le tiens. Cʼest un secret.

—Oh, oh!

—Je vous le donne, pour vous remercier des cent louis gagnés dans votre

main, avant–hier soir, au Cercle. Et puis, vous savez que je suis bonne

camarade.

—Je nʼen doute pas, Fred,—rispose con amicizia il lungo principe

ereditario del caucciù.

—Eh bien, voilà. Dans la sixième course pariez sur Maid Marian. Misez

tout ce que vous avez dans votre poche. Vous nʼaurez quʼà me dire

merci.

—Maid Marian? Uhm?... Crois pas!

—Comme vous voudrez, Victor. Bonjour, Victor. Je suis très pressée.

Fece due passi per andarsene, ma tornò indietro e lo riprese per la

manica.

—Encore un mot, Victor... en toute confiance. Vous savez bien que

dʼOlonzac, cette fripouille de dʼOlonzac, ce fameux cochon pour lequel

jʼai eu aussi des faiblesses...

—Et alors?

—Ma foi, dites à votre père quʼil devient absolument ridicule!

—Oh, quant à mon père, vous savez bien que nous sommes brouillés. Mais,

ridicule en quoi, sʼil vous plaît?

—Ah, mon cher, il a beau vendre ses pneus! Si dʼOlonzac sʼy met...

—DʼOlonzac?... Mais de quoi sʼagit–il? Je nʼy comprends goutte!

—Vraiment? Oh, alors, excusez–moi... Cʼest une gaffe! Je vous croyais

au courant...

—Au courant de quoi?

—Mais de la nouvelle dont tout le monde parle... cʼest–à–dire que

Bluette...

—Bluette? Qua–t–elle–fait? Divorce–t–elle dʼavec mon père? Mon cher

père lʼa–t–il enfin plaquée?

—Pas encore, mon pauvre Victor! Mais, tant pis! puisque jʼai commencé,

faut bien que je finisse. Roré sʼest mis avec Bluette. Bluette en est

folle. Ce qui fait en somme que votre père entretient Roré...

Lʼelastico principe ereditario del caucciù fece allora un piccolo

salto, che lo allontanò dʼun paio di metri da Fred Chinchilla. Poi

diede principio ad una stura di pittoresche bestemmie.

—Oui, mon pauvre Victor!... Il vous chicane à vous, qui êtes son fils

légitime, les vingt–cinq louis, tandis que Bluette le ruine et que Roré

les ruinera tous les deux!

Poi aperse lʼombrellino e andò via dicendogli:

—En tout cas nʼoubliez pas Maid Marian, puisque cʼest de lʼargent sûr...

[Illustrazione: DECORAZIONE]

Roré, sdraiato sopra un divano, con la testa su le ginocchia di

Bluette, la pettinatura in disordine per colpa di ciò che avevano poco

dianzi compiuto, le stava spiegando con volubilità chʼegli era nato

per essere un uomo dʼaffari. Secondo lui Mimi era male amministrata.

Quel vecchio Monsieur Bollot, se non era proprio un ladro, per lo meno

era un imbecille. Del resto lui, dʼOlonzac, si era preso il gusto

di appurare un poco le cose; lui, dʼOlonzac, sapeva che il vecchio

Bollot, qualche mese innanzi, aveva maritata una nipote facendole una

dote di quasi centomila franchi. Ora, siccome il vecchio Bollot, del

proprio, non possedeva che una magra pensione governativa ed i suoi

piccoli redditi professionali, era evidente che la bellissima dote

proveniva dal denaro di Bluette. Non solo; ma lui, dʼOlonzac, sapeva

che il patrimonio di Bluette rendeva pressʼa poco un quarto di ciò che

avrebbe dovuto rendere, perchè il bravo Monsieur Bollot si divertiva,

non avendo nessun controllo, a fare prestiti grossi o piccoli aʼ suoi

propri amici, su ipoteche meno che sicure; anzi arrivava persino

ad esercitare lʼusura per conto proprio,—come aveva saputo per via

dʼinformazioni secrete, lui stesso, il benemerito signore dʼOlonzac...

Se Bluette gli avesse data una piccola procura!... due righe,

nientʼaltro che due righe davanti a notaio, lui, dʼOlonzac, avrebbe

facilmente provveduto a raddoppiarle il reddito in sei mesi, e

triplicarlo in séguito; lui, dʼOlonzac, che aveva ereditato solo debiti

e gravezze dal conte suo padre, adesso aveva un patrimonio fiorente...

lui, dʼOlonzac, era nato con il bernóccolo dellʼuomo dʼaffari.

Bluette, un poʼ stordita per quello che avevano fatto poco dianzi, lì

su la vasta e morbida pelliccia dʼorso del Canadà, lo ascoltava con un

sorriso negligente, senza dargli torto nè ragione, poichè la donna, per

istinto, ha sempre una fiducia molto limitata in coloro che maneggiano

il suo denaro. Non era del tutto certa che Monsieur Bollot fosse un

galantuomo; bensì era schiettamente persuasa che il signore dʼOlonzac

fosse un piacevole furfante. Piacevole senza dubbio, sopra tutto

quandʼera coricato su le pellicce dʼorso del Canadà.

Ma la negligenza di Bluette era compensata invece dallʼattenzione di

Linette, la quale, come tutte le cameriere di stile, traguardava ed

origliava dietro gli usci, senza perdere un gesto nè una sillaba di

quelle pomeridiane intimità.

Se non facessero così, queste povere cameriere, in qual modo

apprenderebbero esse a conoscere, quindi a secondare, il carattere

delle bisbettiche loro padrone?

Poi entrò anche la madre Malespano. La quale vide per terra la

pelliccia scompigliata, e la rimise a posto col piede. Quel giorno

portava un bellʼabito, color cilestrino, che la faceva sembrare una

biondina folle, grazie allʼossigeno dellʼInstitut del Beauté. La madre

Malespano aveva una simpatia svenevole per il signore dʼOlonzac; nel

respirare davanti a lui gonfiava in modo inverecondo il suo bellissimo

seno.

Egli non si mosse. Bluette neppure. La bionda Caterina sedette,

accavallando le gambe, vicino al loro canapè.

Allora si vide ancor meglio che Maurice, maggiordomo impeccabile, non

era persona di cattivo gusto. La bionda Caterina dava tutte le ragioni

al signore dʼOlonzac. Secondo lei era la Provvidenza che mandava in

casa loro quel bel giovine per sorvegliare un poco le mene del vecchio

Bollot...

Ma invece Mimi non poteva tollerare che la bionda Caterina venisse a

mettere il becco negli affari suoi. Le urtava un poʼ i nervi, questa

madre scandalosa e pettegola, che ormai non si contentava nemmeno più

del maggiordomo, ed aveva incominciato a commettere, proprio lì nel

quartiere, un certo numero di spudorate infedeltà.

Sicchè, non appena la madre volle darle un consiglio, Bluette la

rimbeccò:

—Tu, mamma, te lʼho già detto: se vuoi che andiamo dʼaccordo, non

tʼimmischiare nei fatti miei.

—«Ah, bon Diô, bon Diô, quel mauditt caractère!»—rispose la bionda

Caterina, con il suo francese adorno di pittoresche licenze lombarde.

Roré, cambiando guancia su le ginocchia di Bluette, stese una mano,

sorridendo, verso la madre Malespano; e frattanto ripeteva:

—Chère amie... très chère amie!...

La bionda Caterina prodigò a quelle magre dita una carezza quasi

viscida, e tanto si gonfiò, che il suo bellissimo petto più non

ridiscendeva.

—Tu, mamma,—riprese Bluette—non so davvero perchè ti ostini a rimanere

qui. Non sei riuscita nè ad imparare il francese nè a passare una

settimana senza far nascere qualche malanno.

—«Lʼécoutez–vous, lʼécoutez–vous monsié le conte di Lonzac?... Et dire

che ze lʼadore comme la prounelle de mes yeux!»

—Chère Madame, vous êtes encore trop jolie pour que Bluette vous

obéisse!...—rispose con una subdola galanteria il signore dʼOlonzac,

strizzando lʼocchio a Bluette, che sorrise.

E la bionda Caterina intanto arrossiva di piacere.

—«Que voulez–vous, monsié le conte? Nʼest pas ma fotte si ze resiste

encore un pé!...»

—Anzi, mamma, dovresti proprio fare quello che ti ho consigliato io:

preparare i tuoi bauli piano piano, mettervi dentro tutto quello che ti

abbisogna, e tornartene tranquillamente a casa tua.

—Casa mia? Sai bene che non lʼho più.

—Voglio dire da tua sorella, per intanto. Poi ti rifaresti una casa

nuova, bella, comoda: in città, in campagna, come preferisci. Io ti

manderei mese per mese tutto il denaro che possa occorrerti; se vuoi ti

manderò anche Maurice, per farti servire a puntino... E questo, vedi, è

lʼunico mezzo con il quale potremo essere felici tuttʼe due.

—Figlia ingrata!—esclamò la bionda Caterina, toccandosi un ricciolo

delle sue trecce finte.

—Perchè ingrata, mamma? Tu verresti a Parigi qualche mese allʼanno,

durante la primavera, per esempio, ed io ti spedirei per pacco postale

tutti quei regali che mi tocca farti quando abiti qui.—Così parlando

ella carezzava la bocca e gli occhi di Roré; fumava, distratta, con il

capo rovesciato su la spalliera del divano.

—Senza contare,—seguitò—che tu, mamma, sei ancora una bella donna, e,

se ti annoi, potresti anche riprendere marito.

—Certamente non sono vecchia e non son neanche da buttar

via...—confessò la madre Malespano, sogguardando il suo bel corpo.—Ma,

vedi, sposare un uomo è una faccenda seria, perchè gli uomini al giorno

dʼoggi, o di riffe o di raffe, quasi tutti cercano di farsi mantenere...

Il delicato signore dʼOlonzac di nuovo cambiò guancia su le ginocchia

di Bluette, e sorrise tranquillamente.

—Però, però,—concluse la bionda Caterina—quello che mi consigli non

è del tutto stupido, e forse, uno di questi giorni, prenderò la mia

risoluzione.

—Brava, mammina! E decíditi presto, perchè sai bene che fra un mese

deve incominciare la mia tournée.

[Illustrazione: DECORAZIONE]

Allora, non appena il signor dʼOlonzac fu andato via, Linette, che

aveva origliato scrupolosamente, prese tutto il suo coraggio a due

mani, entrò nella stanza dovʼera la sua padrona e si mise a piangere

dirottamente, perchè aveva il cuore così gonfio da non poterne più.

Bluette dapprima la guardò stupefatta, poi lʼafferrò per i due polsi,

che Linette si premeva contro la faccia, e commossa non ristava

dal chiederle cosa mai fosse capitato. Le lacrime cadevano sul bel

grembiule di lino. fitte, veloci, e rotolavano giù come perle. Questa

povera Bluette, che aveva un cuore di bambina, vedendola piangere, e

non riuscendo a cavarle una parola, quasi quasi provava il bisogno di

mettersi a piangere insieme con lei. Sʼimmaginò che le fosse accaduta

una disgrazia di famiglia, oppure che avesse un amore infelice,

oppure che si fosse trovata incinta, come capita qualchevolta contro

tutte le previsioni, o che le avesser rubato i suoi risparmi, o che

avesse lasciato prender fuoco a qualche scatola di Valenciennes... Ma

davanti a ciascuna sua domanda, Linette scuoteva il capo in silenzio

e piangeva sempre più. Allora la fece sedere sul divano, come se la

padrona fosse lei, e piano piano le carezzava i capelli.

—Dis–moi tout, Linette... Nʼaie pas peur. Si tu as commis une faute, je

te pardonne, et si tu as quelque chagrin, je tʼaiderai de tout mon cœur.

Linette allora balbettò:

—Cʼest à cause de vous, Madame, que je pleure...

—A cause de moi, Linette?

—Mais si... parce quʼil fallait vous le dire tout de suite... et ne pas

attendre si longtemps...

—Me dire quoi, Linette?

—Mais oui, mais oui... parce que vous êtes si bonne, Madame, et je

vous aime si fort, Madame... tandis que lui il nʼest quʼun vaurien

quelconque, un gredin quelconque... Oui, Madame! Et mon devoir était de

vous le dire avant que vous ne soyez amoureuse de lui...

—Mais de qui parles–tu, Linette?

—Vous le savez bien. Madame... Je parie de ce faux Comte dʼOlonzac,

lequel nʼest autre chose que...

—Que quoi, Linette?

—Eh bien, nʼest autre chose que mon frère!... Oui Madame! oui,

Madame!... mon propre frère, le désespoir de ma vieille maman, un sale

type, Madame!

Bluette fece due passi indietro, e con un gesto nervoso intrecciò

le dita. Linette sʼera levata in piedi, ma oscillava come se avesse

perduto lʼequilibrio. Dopo una pausa, che durò qualche momento,

Bluette, con un senso dʼimprovvisa vergogna, si andò a guardare in uno

specchio, e disse:

—Ben, vrai! Ce nʼest pas mal ce que tu me racontes, Linette!

Poi soggiunse, come a sè stessa:—Après tout, sʼil est ton frère, ça

ne change pas grandʼ chose... Je savais bien quʼil nʼest pas comte...

pourtant je le croyais dʼOlonzac.

—Il nʼest pas dʼOlonzac, Madame.

—Quʼest ce quʼil est donc?

—Il est Messanges, comme moi, Honoré Messanges, et pas un brin de plus.

Il était mécanicien dans le temps; plus tard ils sʼest fait coureur de

motocyclettes. Il vit, paraît–il, sur le dos des femmes...

—Tiens!...—fece Mimi con simulazione.—Tu le sais pour sûr, Linette?

—Mais tout le monde le sait, Madame! Seulement, avec son titre de comte

on le gobe, et il se fait recevoir partout. Cʼest une fine crapule,

Madame! Et, dʼailleurs, je vous avais mise sur vos gardes.

—Tu mʼas dit en effet quʼil nʼétait pas ton type... Mais cela nʼavait

pas trop dʼimportance, puisque, pour le moment, il était le mien.

—Voilà le danger. Madame. Et comme jʼai entendu quʼil veut se mêler de

vos affaires, coûte que coûte, et même au prix de sa vengeance, je vous

lʼait dit, et jʼai cru bien faire. Sans doute Madame ne voudra plus de

moi à présent...

Bluette si stava incipriando, ma buttò per terra il piumino con un

gesto improvviso dʼira.

—Ecoute, Linette! Sors dʼici pour le moment. Parce que tu mʼas rendue

nerveuse, et tu mʼembêtes! Je nʼaime pas quʼon sʼoccupe de mes

affaires; car je ne suis pas une enfant et je sais à quoi mʼen tenir.

Ramasse vite la houppe frotte tes yeux, et va–t–en!

Quando già Linette era su lʼuscio, e stava per andarsene a fronte

china, Bluette soggiunse:

—Et gare à toi si tu souffles mot à ton frère de ce que tu mʼas dit!

—Bien, Madame.

—Ni à ton frère, ni à personne.

—Bien, Madame.

—Et si on voit que tu as pleuré, tu diras que tu as des peines de

cœur...

—Bien, Madame.

Era già nel corridoio, quando Bluette la richiamò:

—Viens ici, Linette! Jʼai tort de te rudoyer; car tu es une brave

fille, et je te remercie. Bien que tu aies tort de me croire si sotte.

Car, dʼOlonzac ou Messanges, ton frère ou non, il en faut dix comme lui

pour mettre en danger le cœur de Mimi Bluette!

—Jʼen suis bien aise, Madame.

—Je parais écervelée parce que cʼest plus commode; je ne le suis pas,

je te lʼaffirme.

Linette le prese un braccio nudo e lo baciò con effusione.

—Si dʼailleurs le jeune comte a été le bienvenu chez moi, cʼest que

jʼen ai assez du vieux fabricant de pneus!... Mais jʼai trouvé mieux

que ça, Linette! Je voulais seulement faire enrager Fred Chinchilla...

Et puis, et puis... ça ne te regarde pas, Linette, mais je tʼassure

quʼil est rudemente bien quand il nʼa sur lui ni son veston ni son

dʼOlonzac!...

[Illustrazione: DECORAZIONE]

«Mieux–que–ça» era uomo politico, aspirante in pectore ad una futura

presidenza della Repubblica. Lʼex–avvocato «Mieux–que–ça» era nato

in un angolo di provincia, come tutti quelli che riescono a farsi

prendere sul serio dalla Capitale. Parigi è terreno di conquista, ove

difficilmente incontra fortuna la gente che si fa troppi scrupoli e

quella che, per star ferma neʼ suoi principii, finisce con mancare

dʼogni malleabilità.

Quanto a principii, lʼex–avvocato «Mieux–que–ça» non ne aveva manco

lʼombra.

Quanto a scrupoli, aveva quelli che possono andare dʼaccordo con la

transigenza dʼun uomo di spirito.

Le cose che fece in trentʼanni di carriera furono le seguenti:

cambiò partito cinque o sei volte;

moglie, due volte sole;

amanti, ne cambiò assai.

Come segretario, imbrogliò il suo principale,

come avvocato, imbrogliò i suoi clienti,

come speculatore, i suoi azionisti,

come uomo politico, i suoi elettori,

come uomo di governo, la Repubblica.

Ma la sua grande astuzia fece sì che i varii partiti ai quali

appartenne gli mantennero il voto.

Le due mogli divorziate lo rimpiansero.

Le amanti abbandonate non gli serbarono rancore.

Il suo principale divenne suo segretario.

I clienti affluirono vieppiù numerosi.

Gli azionisti gli versaron nuovi capitali.

Le due Camere lo vollero Ministro.

La Repubblica gli promise di eleggerlo Presidente.

Era un uomo agile, abile, malleabile, che aveva semplicemente saputo

compiere la sua strada.

* * * * *

Ordunque il signore dʼOlonzac ebbe la delusione di vedere che Mimi

Bluette, nonostante i fatti gravissimi recati a sua conoscenza,

manteneva unʼassoluta fiducia nellʼamministrazione del vecchio Monsieur

Bollot.

Questo fatto persuase lʼaccorto signore dʼOlonzac a ricercare di

bel nuovo le grazie della puntigliosa Fred Chinchilla. Nello stesso

tempo il Mercante di Pneumatici, che naturalmente non poteva mettersi

a lottare con un Ministro dʼIndustria e Commercio, ritirò le sue

credenziali. Ma, per consolarsi dellʼabbandono, fece tappezzare i

muri della Capitale con un cartello di pubblicità, nel quale i suoi

pneumatici erano fatti preferire al pubblico dal sorriso dʼuna donna

che somigliava spudoratamente a Mimi Bluette.

E Linette, cameriera dalle calze di voilé, rimase il domestico angelo

guardiano della Ministressa Mimi Bluette.

Ormai dunque le si apriva dinanzi ciò che si usa chiamare «un orizzonte

politico». Dalle sue piccole mani quasi azzurre poteva essere gettato

qualche dado nel bossolo della sorte repubblicana; sui Dipartimenti

e su le Colonie aleggiava il profumo della sua nascosta e leggera

sovranità. Se avesse avuto quel bernoccolo del governo che rese

illustri tante Ninfe Egerie della politica francese, la prodigiosa

Mimi Bluette, inventrice del My Blu, avrebbe forse potuto tramandarsi

alla storia insieme con lʼamante del generale Boulanger, od almeno

in compagnia di quellʼammirevole ispiratrice, od aspiratrice, che fu

Madame Steinheil.

Ma ella di governo ben poco sʼintendeva, ed il Ministro non riuscì a

svegliare in lei nessun amore per la politica, nè per gli uomini che

si contendono il potere. Ella sopportava questa Eccellenza, come aveva

sopportato il Mercante di Pneumatici, come aveva sopportato il Grande

Industriale, nonchè tutti gli altri che si erano presi cura di lei,

studiandosi di fare quel che poteva per il bene del paese; poichè gli

affari dʼun Ministero dipendono spesso dal modo come Sua Eccellenza il

Ministro ha passata la notte.

Ora, lʼIndustria ed il Commercio della Repubblica non poterono che

lodarsi di lei.

Nella sua qualità di Ministressa ella fu delegata in quei tempi a

rappresentare la Repubblica nelle coltri borboniche di un giovine Re

Cattolicissimo, che Parigi festeggiava.

Più tardi un Granduca nevrastenico disannoiò nelle sue morbide braccia

le imperiali malinconie dellʼanima slava.

E rimase in carica fin quando il Gabinetto fu rovesciato. Poi uscì

dalla politica per entrare nellʼamore.

[Illustrazione: DECORAZIONE]

Fu dʼinverno, in una bianca sera dʼinverno, che allʼimprovviso, e col

suo cuore di vergine, la divina Bluette sʼinnamorò.

Talvolta ella tornava nel Bar della Grande Rouquine, per ritrovare i

suoi compagni, le sue compagne dʼun tempo, e spesso vi pranzava con

grande allegria, nelle sere di libertà, quando non doveva danzare o

quando S. E. il Ministro le usava la cortesia di lasciarla in pace.

Laggiù, nel piccolo Bar, lʼaccoglievano come una reginetta, e non

appena Bluette vi entrava, tutti quanti erano sossopra. La Grande

Rouquine, col suo cespuglio di capelli rossi, con i suoi occhiacci da

gatta selvatica, la voce sonora e fioca, bruciacchiata dallʼarsura

delle sigarette russe, la Grande Rouquine, donna che aveva un

passato, era sempre là, dietro il suo banco, a tenere in briglia

quella famigerata clientela. Vedendola entrare, scattava su come un

pagliaccio a molla da una scatola chiusa, le correva incontro, le dava

due terribili baci, serrandola fra le sue braccia di befana.

Limka, violino di spalla, tzeco delle Batignolles, attaccava il My Blu.

E siccome, in fondo, Bluette non era nata per frequentare Ministri nè

per gustar le freddure di qualche socio della Rue Royale, Mimi Bluette,

che vʼera passata frammezzo, ancora si trovava molto bene fra quelle

canaglie simpatiche, fra queʼ sinceri e briosi farabutti, che forse

valevano poco meno di certi gesuiti rispettabili, affiliati a leghe di

pubblica moralità.

Per lei quel Bar della Grande Rouquine rappresentava uno svago ed

in certo senso un riposo dalla sua vita di necessaria commediante,

quasi quasi un angolo di antica indimenticata famiglia, ove nondimeno

avrebbe trovato un rifugio nellʼora del pericolo, quando per avventura

il mutevole giuoco della sorte avesse provveduto a punirla della sua

troppo facile prosperità. Quella Grande Rouquine, lunga di cosce,

priva di seni, con la fisionomia di cera, le voleva bene a modo suo,

chissà mai perchè, ma le voleva bene. Se un giorno per avventura le

fosse mancato un luigi, Limka, tzeco delle Batignolles, certamente

glielʼavrebbe dato a prestito. Florina–Bey, sebbene si vestisse da una

sartina di Billancourt, aveva certo più spirito che Fred Chinchilla,

e Boblikoff, il terribile Boblikoff, ex–domatore dʼorsi, lʼamava pur

sempre dʼuna sua rassegnata umile passione.

Lì, nel Bar equivoco ed elegante, ove bazzicavan tanti ladri e tanti

sperduti, ove la miseria e la nobiltà bevevano le stesse droghe neʼ

medesimi bicchieri, dove la prostituzione vecchia e quella non ancora

deflorata cenavano su lo stesso tavolino alla musica di My Blu, dove,

nelle tarde ore della notte, quando i clienti serii, cioè quelli che

pagano, se nʼerano andati, Garcia Pois–Lourd, boxeur deluso, si giocava

unʼorzata al picchetto con lʼefebo Jean Kiki, mentre la Grande Rouquine

faceva i conti di cassa,—lì, forse, il mondo era peggiore dʼapparenza

che in verità, mentre molto spesso altrove il mondo è peggiore in

verità che dʼapparenza.

Or quella sera per lʼappunto il Ministro erasi recato a rappresentare

il Governo della Repubblica in non so quale Dipartimento; le aveva

mandato un ultimo bacio per telefono, ed ossequiato, affabile,

ammiratissimo, era partito alle 9 precise dalla Gare de Lyon.

La sola che non ammirasse questʼuomo era proprio Mimi Bluette. Gli è

che Bluette, lo conosceva intimamente.

Il Ministro è lʼuomo forse meno amato che si conosca su la terra.

Non è più giovane, ha sempre un tono declamatorio, certe maniere

burocratiche, non è libero, non è spensierato, non può essere geloso,

è troppo autorevole per essere considerato un passatempo e troppo in

vista per essere temuto. Paga di solito con denari dello Stato e scrive

lettere dʼamore che sembrano protocolli di cancelleria.

Quello poi dʼIndustria e Commercio è un Ministro che non esercita

prestigio alcuno su la donna, perchè il suo dicastero manca di

attributi speciosi e di cerimonie teatrali. Di più disadorno che il

Ministro dʼIndustria e Commercio vʼè soltanto il Ministro delle Poste e

Telegrafi; quello poi di Belle Arti e Culti non si capisce bene cosa

faccia.

Ma in generale non si capisce bene cosa facciano tutti i Ministri.

Ad ogni modo, per le ragioni sopra citate, Mimi Bluette era molto più

allegra quando Sua Eccellenza viaggiava per i Dipartimenti; e quella

sera, nonostante la neve, pensò di andarsene al Bar della Grande

Rouquine.

Non volle nemmeno servirsi della propria automobile; fece chiamare

invece un tassametro sgangherato, per concedersi meglio lʼillusione

dʼessere ancora una piccola Parigina in libertà.

Quando la sorte ci ha sollevati al culmine delle più alte fortune, la

perfetta gioia consiste nel ritornare verso lʼorigine. E poichè siamo

assurdi, se la vita per avventura ci riconduce allʼumiltà passata,

quel bene che fu perduto assume ai nostri occhi un lontano colore di

felicità.

Bluette, nel veicolo traballante, rivedeva con esattezza il remoto

pomeriggio, allorchè, povera e trasognata, giunse nella stupenda

Capitale. Si ricordò quella ridda che le apparve sui Grandi Boulevards,

la prima sera: «Crémieux.... Luna Park... habille bien... Le Matin...

Michelin... Galeries... Polin... sait tout...»

E Max? dovʼera Max?

Forse in galera, forse in giro per il mondo, forse diventato un

galantuomo... chissà?

Frattanto la neve senza vento cadeva giù fiocco a fiocco, prendendo

il colore dei lampioni, la forma delle case, buona, bianca, lieve.

Una specie di silenzio candido si avvolgeva intorno al rumore della

Capitale. Povere vecchie pedine trottavano sui marciapiedi, sgominate.

Il suo piccolo cuore si strinse. Aveva quasi pietà, in quella sera di

neve, dʼogni creatura che non fosse tepida, bella, felice come lei.

Mimi Bluette!... si chiamava Mimi Bluette!... e pronunziare a se stessa

il proprio nome le dava quasi una sottile intima gioia.

Traverso i vetri appannati vedeva le case brillare, le strade

avventarsi come corridoi di luce nei dedali dei quartieri bui; vedeva

le piazze deserte, i cumuli di sedie accatastate con le gambe allʼaria

su le terrazze dei caffè, i lunghi funerali immobili delle vetture di

piazza, i cinematografi, che lanciavan su la neve iridi violette, gli

edifici pubblici, solenni e tetri come prigioni, gli spazzaturai simili

a file di deportati, che ammucchiavano la neve, i grandi vestiboli

dei teatri, pieni di fiamma,—e tutto questo era un poʼ suo, era un

lembo dellʼanima sua; chiunque avesse fatto male ad una delle cose che

vedeva, in quella bianca sera dʼinverno, avrebbe fatto male anche a lei.

Nel Bar della Grande Rouquine fu ricevuta come al solito con tripudio e

con rumore.

Pʼtit–Béguin, il quale pranzava in tête–à–tête con un forestiero

dallʼaria di Pascià, si alzò appositamente per venirle a baciare la

mano. Questo, anche nel caso di Pʼtit–Béguin, era certo una galanteria.

Jennie–Minnie–et Lélie, che sebbene alquanto invecchiate costituivano

sempre un inseparabile trio, le fecero grandi accoglienze, anche nella

previsione che Mimi volesse pagar loro la cena. Il bookmaker Cliffton

interruppe la lettura del _Paris–Sport_ per mandarle un asciutto

complimento inglese, che voleva probabilmente essere un invito. Ma ella

si mise allʼultimo tavolino, presso il banco, perchè in tal modo poteva

meglio discorrere con la Grande Rouquine.

Frattanto Limka suonava il My Blu.

Adesso, di My Blu, ve nʼeran centinaia; ogni grattacorde, o

picchiatasti, cercava di mettere in voga il proprio. Ma Limka, tzeco

delle Batignolles, suonava il My Blu classico, il primo, quello chʼera

stato creato per la divina Bluette.

Quella sera la Grande Rouquine era vestita di verde, dʼun verde

verdissimo, ed aveva intorno al collo un boa nero, dʼun nero nerissimo,

che le faceva star bene il volto, freddo come lʼelettricità.

Vʼera molta gente quella sera, e la Grande Rouquine governava tutto il

servizio con la fiamma deʼ suoi occhiacci verdi. Ai tempi di Bluette

il Bar non aveva che quellʼunica sala, e qualche ammezzato ove si

giocava dʼazzardo; ma ora le sale a pianterreno si erano moltiplicate,

sebbene conservassero una disposizione ambigua da labirinto e ci

fosse ancora, presso lʼentrata, quel famoso paravento contro il quale

ruzzolò Max quando ricevette il formidabile pugno di Boblikoff. E

cʼera il medesimo Boblikoff, che ormai doveva essere divenuto qualcosa

nellʼamministrazione del locale, pur conservandosi una rispettabile

aria da cliente.

Buona cucina, belle donne, bei ragazzi, atmosfera di malavita elegante,

spaccio clandestino di afrodisiaci e di stupefacenti, ecco forse alcuni

fra i mezzi chʼerano serviti alla Grande Rouquine per mettere di moda

il suo ritrovo.

In primo luogo Mimi ebbe voglia di mangiare certe «moules–marinière»,

che vide passare fumanti nella zuppiera di terracotta.

—Attention! elles sont très lourdes le soir...—lʼavvertì amabilmente

Sanderini, personaggio in redingote, grande consumatore di paglie

Négri–Pipoz, che doveva probabilmente esercitare qualche altro

mestiere, oltre quello di passare sei o sette ore, su le ventiquattro,

nel Bar della Grande Rouquine.

Questo Sanderini era magro come il tifo e luccicante come lo smeriglio,

per colpa della sua marsina. La faccia gli rientrava nella bocca,

lasciando fuori solamente un naso ridicolo ed un mento che pareva il

naso capovolto. Sanderini faceva tutto quello che chicchessia volesse

far fare a Sanderini: dal condurre i curiosi a veder i quadri viventi,

sino a provvedere mazzi di carte preparate o combinare unʼudienza

con lʼArcivescovo di Parigi. Se lʼinvitavano a cena, mangiava molto

volentieri; se lʼinvitavano a bere, beveva più che volentieri; per

conto suo lʼamabile Sanderini faceva un gran consumo di paglie

Négri–Pipoz.

Ora, nonostante il suo consiglio, Bluette, ingorda, mangiò «les

moules–marinière». Sanderini, seduto sopra uno sgabello, presso il

banco, si limitò a provarne cinque o sei. Le trovò salate, perchè aveva

lo spirito critico, ed anche perchè, avendo fatto il giro del mondo, in

nessuna cosa egli mancava di esperienza.

Intanto Boblikoff venne a farle un poʼ di corte; per lei fece portar

su dalla cantina un Barsac memorabile, che andava molto bene con «les

moules–marinière».

Mimi era distratta.

Il Jokey Perry, che insanguinava il piatto con la sua costata

fiammeggiante, le dava noia, parlandole con la bocca piena dalla tavola

del bookmaker Cliffton.

—Tu vas voir,—disse la Grande Rouquine, con la sua voce riarsa,—ils

vont foutrʼ de la Worcester Sauce même dans lʼomelette–confitures!

Mimi sorrise. Ma Sanderini fece una tal risata che minacciò di

precipitare dallo sgabello. Questa risata condusse alla tavola di

Bluette anche Florina Bey, che incominciò a raccontare una lunghissima

storia, la quale a Mimi non importava niente,—perchè Mimi era distratta.

Entrò Lucien–Lucienne, che per affettazione vestiva in abito da

mattina, con quella eccentricità particolare dei prostituti. Era ben

dipinto, e si mise un poʼ di cipria sotto il mento, un poʼ di saliva

sui forti sopraccigli; e questo fece senza nascondersi, anzi davanti

allo specchio chʼera nel fondo. Poi si avanzò, camminando su le uova,

in guisa da parere più dolce che poteva.

—Povero Lucien–Lucienne!—pensò Bluette;—è ormai sullo sfiorire.

Gli viene un poco di pancia; poi si vede súbito che porta un mezzo

parrucchino per nascondere la calvizie...

Le colonel Pistafer, clubman di cartapecora, che tutti chiamavano «mon

Colonel», pranzava con due minorenni, le quali per ora possedevan

solo un braccialetto dʼargento per ciascuna e portavano le trecce

ancora sciolte su le spalle. Pistafer non avrebbe certo impedito a

quelle brave ragazze di restar vergini finchè a loro piacesse; inoltre

Pistafer soffriva di vescica, e cinque sei volte almeno durante il

pranzo era costretto ad abbandonare la mensa, «per andarsi a lavare le

mani», comʼegli diceva con molta serietà. Ma súbito Limka, tzeco delle

Batignolles, attaccava «le refrain du Colonel», mentre i suoi musicisti

cantavano in coro:

«Mon Colono, mon Coloni,

mon Colonel va faire pipi!»

Ryff esponeva i suoi schizzi contro il paravento; Gorgonel improvvisava

quartine per un bicchiere di Sciampagna; lʼindiana Sit, vestita di

serpenti fosforici, danzava la danza dellʼoppio; il giornalista Linnée

Ledoux, fra una bottiglia di Whisky ed un mucchio di patate fritte,

meditava certo il suo ricatto settimanale; Minnie, la più bellina

del famoso trio, sperava di sedurre un piccolo tedesco impariginito;

Mohammed preparava il caffè turco per una compagnia di belle Americane.

La grande Lison, tribade impenitente, nutriva con cibi sostanziosi

la sua piccola ed anemica Loulou. Pranzavano insieme, ad un tavolino

appartato, mostrando chiaramente che il vecchio Adamo era stato un

personaggio inutile nella storia del genere umano.

—Cette pauvre Loulou,—disse la Grande Rouquine,—comme elle a lʼair

vanné! Un jour ou lʼautre Lison va lui faire rendre lʼâme...

—Cʼest une affaire de goûts, rispose Bluette.—A moi, par exemple, leur

vice ne me dit rien.

—Cʼest que vous êtes une vraie femme, vous!—esclamò Sanderini, che

frattanto spilluzzicava senzʼaverne lʼaria tutto il pranzo della

indulgente Mimi.

—Vous croyez, Sanderini, vous croyez?...

—Pardi si je le crois! Et je vous en félicite, chère Madame!

—Tais–toi, vieille chandelle!—fece la Grande Rouquine.

—Jʼai mes principes, la Grande! Et je nʼaime guère celles qui nʼont pas

de goût pour notre sexe.

—Est–ce que tu as seulement un sexe, toi?—rimbeccò la Grande Rouquine,

con dispregio.

—Eh bien, la Grande, je suis toujours là, si jamais le cœur vous en dit!

Mimi sorrideva con gli angoli della bocca; ma quella sera Mimi sembrava

quasi trasognata, e sebbene sorseggiasse continuamente il suo bicchiere

di Sciampagna, non vi trovava nel fondo che una specie di nervosa e

distratta irrequietudine.

Cʼera qualcosa che visibilmente le dava noia, le dava turbamento, le

dava una specie di malessere o dʼinspiegabile perplessità.

Finalmente si protese verso il banco della Grande Rouquine per

domandarle:

—Mais qui est–il donc cet homme, assis en face de moi, près de

Cliffton, et qui a une figure si étrange?

Dal suo posto la Grande Rouquine non poteva ben vederlo, perchè aveva

davanti a sè una colonna di scatole dʼAvana; ma levatasi ritta,

e veduto lʼuomo del quale parlava Bluette, le rispose, anchʼella

sottovoce:

—Eh bien, cʼest quelquʼun, ma foi, qui mʼintrigue fort moi–même. Il a

réellement une tête extraordinaire!

—Est–ce que tu le connais?

—Pas du tout. Je le vois par intervalles. Il vient, il dine, il lit les

journaux étrangers, ou bien il observe tout ce qui se passe, avec ses

yeux de magnétiseur et son air dʼégarement qui le rend si agréable. Le

maître–dʼhôtel mʼa dit quʼil sʼappelle Castillo.

—Un Espagnol?

—Que sais–je? Il parle le français comme moi. Il parle dʼailleurs

toutes les langues, car, un soir, je lʼai entendu causer avec un Russe,

et lorsque Mohammed lui sert son café ils se disent des amabilités en

turc.

—Il est bel homme, tu sais!

—Ma foi... si tu trouves que les hommes gagnent quelque chose à être

beaux!...

Bluette prese unʼaria di capriccio, unʼaria quasi timida, quasi

furtiva, unʼaria di bambina, e sottovoce disse alla Grande Rouquine:

—Jʼaimerais bien le connaître!

Si vede che lʼillustre Sanderini possedeva un udito finissimo, perchè

rispose con la bocca piena:

—Il nʼy a rien qui soit impossible, lorsquʼon peut compter au nombre de

ses amis le nommé Sanderini, suceur de pailles.

—Mouche–toi, vieille bronchite!—lo insolentì la Grande Rouquine.

Ma Bluette si mostrò confusa, come se le tornasse negli occhi tutto

il pudore di una dimenticata e quasi lontana castità. Bevve un lungo

sorso, poi rispose allʼamabile Sanderini:

—Quel vilain homme vous êtes! Rien ne vous empêcherait de me rendre

même ridicule! Et puis, jʼai dit cela pour rire, Sanderini... Je vous

en prie, nʼen faites rien.

—Cʼest entendu, cʼest entendu! Mais quoi? Vous laisserez donc rentrer

à la cuisine, presque intacte, une pareille gélinotte, si dodue et si

blanche? Ce serait une grave indélicatesse!

—Permettez–moi de vous en servir une aile, cher Sanderini.

—Jʼen goûterai, par gourmandise et par complaisance, car mon estomac

est tout détraqué. Demain matin, dʼailleurs, je me purge.

—Très bien, cher ami, En attendant versez–moi du Champagne. Car,

voyez–vous, jʼai envie de devenir très gaie... très gaie!... Mais, où

est allée Florina?

—Florina doit jouer son numéro tout à lʼheure. Elle est allée se

déguiser en femme nue. Un costume qui lui sied très bien, parce quʼelle

est bien faite.

Ma quei discorsi di Sanderini la interessavan molto poco; e

lʼonestʼuomo comprese chʼera meglio rispettare la sua distrazione.

Mimi allora fece una cosa molto leggiadra.

Quello straniero la guardava ed ella guardava quello straniero. In

un momento che nessuno la vide, alzò il bicchiere di Sciampagna, il

bicchiere che brillava come un fiore di cristallo fra le sue minuscole

dita,—e questa fu la cosa molto leggiadra chʼella fece per quello

straniero: gli mandò, prima un sorriso, poi si portò il bicchiere

vicino alla bocca, rovesciò indietro la fronte, chiuse gli occhi, bevve

per lui...

In quel mentre Florina–Bey stava per cominciare il suo numero.

Egli rispose facendo a sua volta la stessa cosa, ma lentamente,

naturalmente, senza il più piccolo stupore. Il sorriso nasceva nella

sua faccia senza muovere i lineamenti; nasceva neʼ suoi fermi occhi,

splendenti come lʼacciaio delle rivoltelle ossidate.

Non era più giovine; doveva esser quasi vicino ai quarantʼanni,

sebbene la sua pelle abbronzata conservasse un liscio colore di

gioventù. Robusto, arido, agile, mostrava un singolare aspetto fra

il gentleman ed il cowboy. Qualche riflesso bianco gli correva tra i

capelli nerissimi; i baffi aspri, tagliati a filo su lʼorlo del labbro,

mettevan un segno di ruvidezza nella sua faccia quasi delicata.

La divina Bluette provò subitamente la gioia di possedere, nellʼanima e

nei sensi, un piccolo secreto. Provò quella gioia sottile, irritante,

esilarante, quella gioia fresca e pungente come la spuma dello

Sciampagna, che ubbriaca lʼessere al pari dʼun afrodisiaco, allorchè si

riceve il primo sorriso dʼuna creatura che piace.

Lʼamore non è mai altro che una prolungata memoria di questo momento.

Allora ella godè perfettamente il piacere di sentirsi bella, di mandar

luce da ogni fibra del suo corpo giovine, di contenere in ogni vena,

come un dormente brivido, la sua profumata e calda femminilità.

Aveva quasi ventisette anni, la divina Bluette, e non si era mai, se

non per ischerzo, innamorata. Nel suo profondo essere qualcosa parlò,

che fino allora non aveva mai detto parola; e dʼun tratto si accorse

chʼella pure avrebbe saputo darsi ad un uomo, ad un amante immaginario,

come fino allora la divina Bluette non si era data mai. Lo guardava,

soggiogata, un poʼ confusa, come se in lei fosse ancora un non so che

della fanciulla, e provava nel medesimo tempo una sorda irritazione

contro sè stessa, una sorda gelosia di quellʼuomo chʼera semplicemente

uno sconosciuto,—una bella fugace ombra che passava davanti al suo

bicchiere di Sciampagna.

Tuttavia, sʼegli fosse venuto a prenderla, per condurla fuori,

ella, senza rispondere, sarebbe andata con lui. Sarebbe andata con

lui traverso la neve, per le vie scure della Parigi addormentata,

senza parlargli, ma serrando il suo braccio, affondando le scarpine

scollate nella soffice neve, nascondendo il mento freddo nel bavero

della pelliccia cosparsa di brina. E sarebbe andata con lui, dovunque

la conducesse, tacendo, senza guardarlo, come una timida bambina

ubbidiente, solo perchè non poteva resistere al piacere di stargli

vicino, solo perchè nessun uomo aveva mai saputo farla pensare

allʼamore come la faceva pensare allʼamore la faccia indefinibile di

quello sconosciuto...

E Sanderini diceva:

—Ma foi, la Grande, si Florina avait autant dʼesprit quʼelle a de

belles fesses, Florina–Bey serait au moins Florina–Pacha! Mais la

pauvre nʼa jamais su ni faire des dettes ni se les faire payer: ce qui,

pour une femme, équivant à manquer sa carrière.

—Tu me rases, vieux coquillage!—dichiarò senzʼaltro la Grande Rouquine,

con la sua voce bruciacchiata.

E Mimi frattanto sorseggiava il suo bicchiere di Sciampagna, piano

piano, con delizia, fissando gli occhi nel calice per osservare il

liquido biondo che spariva.

Immaginazioni distanti rinascevano con felicità nel suo confuso

pensiero; lembi di desiderio, staccatisi da lei come petali da una

rosa, tornavano con profumo a ravvolgere le sue vene; pagine dʼamore,

scorse con voluttuoso ma incredulo piacere, passavano con sembianze di

verità nella sua memoria sovraeccitata, e come sotto il potere dʼun

afrodisiaco sottile, sʼimmaginava nel suo letto caldo, fra le braccia

di quellʼamante sconosciuto. Lo guardava con insidia, e quasi temeva,

nel guardarlo, chʼegli potesse indovinare il suo recondito pensiero.

Ma dʼun tratto egli medesimo sʼalzò; venne a scegliere un sigaro vicino

al banco della Grande Rouquine. Sanderini, amabilmente, gli cedette il

suo proprio sgabello e non mancò di attaccare discorso dandogli un buon

suggerimento:

—Le savant fumeur que je suis, cher Monsieur, me pousse à vous

recommander ces grands Corona y Corona,—Claro—dont la feuille est

satinée comme la peau voluptueuse des Créoles... Jamais vous ne

trouverez de meilleur cigare dans tout Paris. Lorsque jʼétais à la

Havane...

E narrò così belle storie sul paese del sigaro Avana, che lo straniero,

per compensarlo, finì con offrirgliene uno.

Tutto questo accadeva presso la tavola di Bluette, mentre Bluette,

confusa, guardava nel mezzo della sala. Dopo il numero di Florina–Bey,

un piccolo negro in marsina rossa ballava suonava e faceva un poʼ di

humour con le doppie suole delle sue scarpe indiavolate. Il piccolo

negro scivolava e tamburinava coi piedi su lʼassito cosparso di sabbia,

facendo acrobazie mirabili, senza mai perdere il tempo. Le belle

Americane, diventando irrequiete al suono di quelle musiche nazionali,

battevan le mani con entusiasmo e gli lanciavano marenghi dʼoro.

In quel momento Sanderini diceva:

—En effet, Monsieur, je suis dʼorigine italienne; mais suis né a

Chartres et jʼai fait mes études à Genève...

—Toi, mon vieux,—interruppe la Grande Rouquine,—tu dois avoir fait tes

études à la Nouvelle, car il suffit de te regarder pour comprendre que

tu viens du bagne.

—Elle a le caractère un peu vif, la Grande...—osservò con dolcezza

lʼottimo Sanderini.—En tout cas je suis bel et bien dʼorigine

italienne, ainsi que mon nom lʼindique, et licencié en droit, si Madame

le veut bien.

—Ce qui est certain cʼest que tu as passé à travers le Code Pénal comme

le fil à travers lʼaiguille. Et, quant à lʼorigine, les fripouilles

comme toi nʼen ont aucune. Tu es né Sanderini et tu vas crever

Sanderini, un de ces jours, je lʼespère.

—Elle me taquine, cher Monsieur, elle me taquine! Et savez–vous

pourquoi? Parce quʼelle a un béguin pour moi, sans doute!

La Grande Rouquine si mise a ridere.

—Tu en as du toupet, vieille camelote!

—En tout cas, Monsieur,—fece Sanderini,—si vous désirez connaître

une vraie Italienne de naissance, quoiquʼelle soit aujourdʼhui la

plus délicieuse de nos Parisiennes, je vais vous présenter à Madame

Mimi Bluette, qui aime les gens dʼesprit. Ecoutez un instant, Madame

Bluette. Je vous présente ce Monsieur, dont le nom est Castillo, et

qui, depuis cinq minutes, mʼhonore de son amitié.

Mimi si volse rapidamente, non seppe che rispondere, divenne

leggermente rossa e fece un piccolo saluto.

Allora lʼottimo Sanderini, dopo esser rimasto accanto a loro quel

tanto che gli parve necessario per aiutarli a vincere lʼintoppo delle

prime conversazioni, pensò che ormai, come premio della sua fatica,

poteva certo fare assegnamento sovra un paio di marenghi da estorcere

in modo garbato alla generosa Bluette; e, per intanto la sua naturale

compiacenza gli suggerì di lasciarli scrupolosamente soli.

Questo pensiero ebbe anche la Grande Rouquine, che, senza dir nulla e

con lʼaria più naturale del mondo, traslocò il suo ufficio di cassiera

proprio allʼopposto angolo del banco. Frattanto lʼottimo Sanderini

andava dappertutto scrutando con occhi di lince, per decidere qual

fosse il miglior tavolino sul quale stendere di bel nuovo le sue

caute reti. E poichè gli parve che le clienti più munifiche della

serata fossero per lʼappunto quelle rumorose Americane, fece una buona

provvista di paglie Négri–Pipoz, e con il sigaro del bel Castillo fra i

denti se ne andò ad occupare un posticino libero, presso la tavola dove

sʼallineavano in file numerose le vuote bottiglie di Pommery, drapeau

Américain.

Senza dubbio lʼottimo Sanderini aveva una singolare predilezione per le

tavolate allegre, dalle quali volano con facilità i bei marenghi dʼoro.

Ed allora quei due rimasero lì, vicini e muti, con la bocca su lʼorlo

del bicchiere di Sciampagna.

Qualche volta la solitudine improvvisa diventa una vera fatica, una

vera difficoltà. Bluette, per far qualcosa, rigirava intorno al polso,

guardandoli con attenzione, i suoi braccialetti pesanti. Castillo, da

buon fumatore, osservava con insistenza la cenere del suo Corona y

Corona—Claro—eccellente sigaro in verità.

E frattanto non le diceva nulla.

Bluette, la divina Bluette così piena di spirito, per fare come lui,

non trovava neanche una parola.

Forse temevano entrambi di potersi dire, per prima cosa, una

sciocchezza.

Ma Bluette lo guardava.

Egli no.

Egli era fierissimo, con la fronte china; i fili bianchi deʼ suoi

capelli brillavano fra le ondate nere. Aveva nel dito anulare un solo

anello, chʼera uno smeraldo intenso come un brillante verde; al bottone

della camicia una piccola perla nera; tra il pollice e lʼindice della

mano destra una profonda cicatrice, che gli saliva sino alla giuntura

del polso.

Bluette lo guardava minutamente, come una donna guarda lʼuomo che vuol

conoscere. Qualcosa dʼambiguo, dʼinspiegabile, si muoveva intorno a

quella fisionomia, quasi fosse lʼatmosfera visibile del suo spirito, il

colore della sua nascosta volontà.

Finalmente egli disse questa cosa importante:

—Je sais quʼon vous appelle My Blu.

—En effet on mʼappelle My Blu... Oui, Monsieur, on mʼappelle My Blu. On

mʼappelle aussi Bluette, et Mimi Bluette si lʼon veut être pédant. Oui,

Monsieur! Ce qui est drôle cʼest quʼon écrit My Blu et on prononce My

Blou... Il y a partout des gens qui ne savent pas la grammaire!

—Cʼest très gentil My Blu...

—Vous trouvez? Moi je nʼy trouve rien dʼextraordinarie. Et vous,

comment vous appelle–t–on, si ce nʼest pas indiscret?

—Est ce que vous me demandez mon «vrai» nom?

—Mais... pas du tout!

—Eh bien, on mʼappelle Hilaire Castillo.

—Hilaire? Hilaire?... Mais il y a quelque chose de trop dans ce nom de

vieux moine! Tenez: moi, par exemple, jʼaimerais mieux vous appeler

tout simplement Laire...

—Jʼaccepte.

—Merci. Et alors versez moi du Champagne monsieur Laire!

—Voilà: votre coupe dʼabord, la mienne ensuite, et je vais boire à

votre santé, My Blu! Parce que vous êtes depuis longtemps la seule

femme qui me plaise...

Bluette guardò nella spuma del bicchiere; gli occhi le brillarono;

vʼimmerse la bocca, e ridendo si abbandonò allʼindietro, contro la

spalliera, con una specie di sottile vertigine.

—Vous me dites une chose qui me fait extrêmement plaisir... Je ne sais

pas qui vous êtes... mais enfin cʼest très gentil quand même!

Cosʼaccadeva in lei? Non lo seppe, non lo pensò, non lo volle pensare;

ma qualcosa certo accadeva di somigliante allʼebbrezza che dà la musica

di una danza nuova, in quelle sere piene di follìa quando la felicità

chiusa nellʼanima sembra che abbia un sapore su lʼorlo dei calici, un

trillo su gli archetti dei violini...

Ecco: poichè non sʼera innamorata mai, era bella di tutta la sua

bellezza e sapeva innamorarsi in una sera.

Così egli la teneva ravvolta nel suo sguardo immobile, così la sua voce

turbata le dava unʼimpressione di stordimento.

Erano due desiderii, nullʼaltro, davanti allʼilarità, nullʼaltro,

che manda un bicchiere di Sciampagna; la poesia che cʼè nella vita,

che cʼè nellʼamore: musica dei sensi nellʼanima, dellʼanima nei

sensi—nullʼaltro.

Ella era passata, quasi come una vergine, fra il piacere di sè stessa

e la fatica del piacere altrui; egli veniva chissà mai da qual vita,

solo, con gli occhi giovini che splendevano dʼun passato buio.

Lʼaveva guardata per la prima volta, così, dal tavolino della sua

cena, frammezzo alle chiacchiere di Sanderini ed al cicaleccio di

Florina–Bey; lʼaveva guardata in silenzio, con i suoi occhi fermi,

come si guarda con un piacere quasi lascivo la rosa rorida, gonfia di

pólline, che manda profumo....

E dʼimprovviso a lei era sembrato che un lungo bacio dʼamante

percorresse la sua viva nudità.

In silenzio si era nascosta dietro il velo delle sue lunghe ciglia,

quasi per racchiudere in sè stessa, per celare in sè stessa,

quellʼinvolontario piacere.

Aveva sentito nascere nel suo pudore unʼirresistibile voglia dʼessere

sfacciata.

Su lʼorlo del bicchiere aveva tentato reprimere la tentazione di parere

una femmina.

Gli aveva sorriso.

Ed ora gli parlava stordita, protesa un poco verso di lui, coinvolta

nel suo potere: già sua. Gli parlava senza dirgli nulla, muovendo le

parole come gesti della mano che volessero carezzarlo.

Similmente, anzi più turbato, forse più irritato, egli parlava con lei.

Per dirle cose non ben definite, per chiarire, per nascondere, forse

per distruggere tutto quello che sentiva.

—Oui, je vous ai vue la première fois au Théâtre Michel; je venais de

très loin ce soir–là... Il y avait dans vos mouvements quelque chose

que je nʼai jamais pu oublier! Et puis, Bluette, certains soirs, la

beauté dʼune femme engourdit tout lʼêtre comme une fumée dʼopium.

Ce soir–là, vous dansiez des danses lascives, ou bien, que sais–je?

cʼétait vous qui étiez lascive... Ma vie est de celles qui nʼadmettent

pas la beauté. Jʼai passé à travers mille tempêtes et jʼai vu le soleil

se coucher sur tous les océans de la terre... mon cœur est fait pour la

distance comme la proue dʼun grand voilier... Mais vous aviez quelque

chose de si doux pour moi, et vous étiez si belle, si naïvement belle,

si fraîche pour mes yeux, que jʼai senti una espèce dʼénivrement

soudain me pénétrer jusquʼà lʼâme... Rien ne pourrait vous expliquer

combien ce trouble en moi était absurde! Mais quand vous quittiez la

scène, il me semblait que des rideaux noirs étouffaient soudainement

la joie dans mon être... Vous avez changé au moins dix costumes ce

soir–là, et chacune de vos étoffes me communiquait la joie dʼune

caresse, mʼinspirait une volupté différente... Pour désenchantés que

nous soyons, il y a toujours une femme qui peut nous rendre, avec sa

beauté, notre première jeunesse. Pour moi, vous étiez cette femme. Vous

mʼavez plu tellement, que je nʼosais pas chercher à vous connaître.

Mais, depuis ce soir, vous êtes devenue ma folie... oui, cʼest le mot.

Bluette.... ma véritable folie!...

Ellʼascoltava senza sorridere, un poco smorta, come se tutto ciò le

facesse profondamente male. Ascoltava con le mani congiunte, premute su

la bocca, fissandolo senza batter ciglio. Lo ascoltava maravigliata e

ferma, con lʼanima tutta radunata su lʼorlo di quel felice stupore.

Poi lasciò cadere le due mani, e disse lentamente, con una specie di

vertigine:

—Cʼest le premier soir de ma vie où je me sens heureuse dʼêtre belle...

E su lʼabito scuro che portava, più azzurri che unʼalba del mese di

Maggio, profumati con un profumo di Coty, le stavano bene, quasi presso

la spalla, sotto il rovescio dʼun grande collo di zibellino, quei fiori

del sole nei campi, quei fiori che andavano sempre insieme con lei,

per somigliare quasi al colore deʼ suoi occhi, al colore della sua

fragrante anima... i fiordalisi di Mimi Bluette.

Allora, su quelle due mani protese verso lui, traverso la tovaglia che

brillava, egli posò leggermente una sua mano, e sentì per tutta la

persona il fascio dei nervi contrarsi, con un dolore intenso, pieno di

gioia, come se avesse per la prima volta sentito nascere il tremore del

suo grembo dʼamante, il femminile gaudio che si tradiva dal principio

della sua bianca nudità.

La mano di Bluette era semplice come il suo spirito, aveva una forma

quasi trasparente, portava nel suo colore senza ombra un senso azzurro

di verginità. Quelle sottili unghie troppo lucide, troppo rosse, davano

alla sua mano quasi unʼespressione di peccato, che ne accresceva

lʼinnocenza, come un soverchio belletto messo per celia sul viso dʼun

bambina. Quelle mani avevano in sè la tepida gioia bionda dʼun raggio

di sole.

I braccialetti si rovesciarono sui polsi come catene pesanti; li

oppressero, fecero rumore, tacquero. E le due mani rimasero così,

ferme, sotto il peso della sua carezza, felici di potersi dare a lui

con apparente castità, come avrebbero insieme voluto le sue lunghe

braccia seminude, le spalle tepide, il seno dolce che aveva la forma

dʼun lungo respiro, e la sua calda bocca umida, e lʼintero suo corpo

quasi nudo, in un pensiero dʼinvincibile dedizione.

Lʼamava. Era la prima volta che amava. Quasi per miracolo era divenuta

un amore. Le pareva una cosa del tutto naturale stare accanto a quel

forestiero, lasciarsi carezzare così. Lʼamava dʼimprovviso, per il

piacere aspro che le veniva da lui, per la sua faccia calma e stanca,

per la sua voce diversa da tutte quelle che udì.

Le aveva detto con ebbrezza, come nessuno le aveva detto

ancora:—«Depuis ce soir, Bluette, vous êtes devenue ma folie, ma

véritable folie...» E questa parola stessa, nel calore della sua voce,

pareva chiudere in sè lʼinfinito, le comunicava una specie di paura, un

brivido fisico dʼesaltazione spirituale. «Ma folie...»—un breve leggero

suono di tre sillabe, che venivano a lei da una bocca sconosciuta, e

venivano da lontano, dallʼavventura fortuita che sʼincontra nelle città

notturne, chissà, forse dalla tragedia, chissà, forse da un labbro che

non le aveva pronunziate ancor mai...

Tacquero.

La musica dei violini accompagnava una svergognata canzone pederastica

dellʼefebo Jean Kiki.

Le Americane, inorridite, si premevano i larghi ventagli contro le

bocche ridenti. Mon Colonel pizzicava le semi–vergini sedutegli a

fianco.

—Et alors, Bluette?

—Et alors, monsieur Laire?

—Si on sʼen allait dʼici?

—Où donc?

—Nʼimporte.

—Allons–y!

Ritrasse le mani e chiamò il maggiordomo.

—Vite, ma fourrure et lʼaddition, Hector.—Poi soggiunse:—Vous mʼavez

servi ce soir un dîner assez illogique.

—Oh, Madame!...

Il suo dîner costava una bazzecola: 132 franchi—«avec deux

louis,—spiegò sottovoce lo scrupoloso Hector—que Monsieur Sanderini me

doit depuis quatre semaines. Il mʼa dit de vous demander si cela vous

serait égal...»

—Oui, ça mʼest égal... Mais, toutefois, dites–lui que je préfère donner

moi–même, sans quʼon me tape,—rispose Bluette, avvolgendosi nella

pelliccia che le portava il piccolo turco Mohammed.

Uscirono insieme, tra i commiati rumorosi di tutta quella onorevole

compagnia.

—Fi!...—sibilava la Grande Rouquine,—Bluette va faire une sottise!

E Limka, tzeco delle Batignolles, strizzando lʼocchio aʼ suoi zingari

dalle giubbe scarlatte, suonava con maestrìa, con impeto, le note

capziose dellʼantico My Blu.

* * * * *

Dopo un centinaio di metri Castillo abbassò un vetro, per dire al

meccanico:

—Allez au Bois de Boulogne et marchez très doucement.

Questi lo guardò come si guardano i clienti esecrabili, poi alzò il

bavero della sua casacca e rispose:

—Bien, mʼsieu!

La neve senza vento cadeva su la città in calme strisce verticali, che

sembravano propagare un tremito nella bianchezza dellʼelettricità; si

accumulava sui davanzali delle finestre come per chiuderle, costruiva

lunghe dighe invarcabili su lʼorlo dei marciapiedi. E lʼautomobile

camminava senza urto nel dedalo dei quartieri deserti, per i bianchi

anfiteatri delle piazze, andando via, lieve, quasi tacita, su

quellʼelemento agevole che i fari avvolgevano dʼun largo alone scialbo

nelle zone dʼoscurità.

—Monsieur Laire, jʼai presque froid... cette fourrure me glace...

Allora egli si mise più vicino a lei, spalla contro spalla, piegando la

bocca vicino al suo respiro, quasi per odorarla come un fiore.

Intorno ai lumi delle Tuileries la neve ilare turbinava come bianca

fuliggine, riddava, simile a sciami di farfalle notturne sul vortice

dʼun falò. Le sagome ampie degli edifici incastellavano di bianco

la notte invernale; pesanti zattere di nebbia nuotavano su la Senna

invisibile; di là, su lʼaltra riva, lunghi rettilinei di globi

elettrici assalivano con fatica lʼimmensa remota nuvola. I palazzi di

neve, i giardini squallidi, vegliavano la tomba eccelsa del grande

Imperatore; lʼArco di Trionfo segnava un limite confuso nella distanza

dei Campi Elisei.

—Je crois que nous sommes fous, monsieur Laire! A onze heures du

soir, au mois de Janvier, faire une promenade au Bois... Quelle idée,

nʼest–ce pas, monsieur Laire?

La tepidezza dellʼaria interna faceva nascere sui vetri una specie

di sottile smeriglio, tutto a fiori di ghiaccio e tortuosi rivoli di

gocciole, che si fermavano assiderate.

—Est–ce que vous habitez Paris, monsieur Laire?

—Presque jamais.

—Etes–vous français?

—Ma mère était française, moi... je ne suis plus rien.

Lʼaria che respiravano era già piena del profumo di Bluette.

—Quel est votre hôtel, monsieur Laire?

—Jʼai un petit appartement, presque toujours fermé, très vide, là bas,

dans le quartier du Luxembourg.

—Oh, comme cʼest drôle!

—Quʼest–ce qui est drôle, My Blu?

—Ce que vous dites...

E fuori, traverso lo smeriglio dei vetri, passavano alberi morti sotto

il peso bianco dei mantelli di neve. Lontano apparvero le barriere del

Bosco.

—Vous ne me racontez plus rien, monsieur Laire?

—Oui, en effet, je ne vous raconte plus rien... cʼest bête!

—Moi je mʼétonne dʼêtre ici... et vous?

—Je ne mʼen étonne pas; seulement je pense quʼil vaudrait mieux ne pas

y être.

—Oh!... je ne suis pas de votre avis, monsieur Laire!

—Que voulez–vous, Bluette? Le bonheur est la seule chose à craindre

dans la vie. Quant au malheur, quʼimporte?... cʼest ce qui arrive tous

les jours... on sʼy fait, on sʼen fiche! Mais aimer ce quʼon aime,

voilà un luxe que certains hommes ne devraient pas se permettre.

—Vrai? Alors cʼest de la philosophie sans doute, car je nʼy comprends

rien. Vous allez peut–être vous imaginer que je suis une femme très

facile, mais...

—Oh, non, Bluette! Je sais très bien que ce soir... oui, enfin, que ce

soir vous êtes peut–être imperceptiblement émue...

—Je le suis même très fort... aussi fort que jamais... Cʼest la

première fois, je vous lʼaffirme, que Mimi Bluette se promène la nuit

avec un inconnu.

Egli tacque un attimo, poi disse, mutando voce:

—Mais oui, je sais très bien que vous avez un amant, Bluette.

—Un amant?... Oui, jʼai un amant. Cela nʼest un mystère pour personne.

—Est–ce que vous lʼaimez?

—Voilà une question inutile, par exemple!

—Est–ce que vous lʼaimez. Bluette?

—Mais, pas du tout, monsieur Laire! pas du tout!

Egli afferrò involontariamente la sua mano, e tacendo la strinse.

Allora ella soggiunse, con una voce affabile:

—Quoi quʼil soit un très grand Ministre, à ce quʼil paraît, je puis

vous dire, monsieur Laire, que, malgré son talent, il mʼassomme!

Si lasciò pesare contro di lui con una turbata pigrizia, e le parve

necessario affermare una seconda volta:

—Oui, il mʼénerve! Il y a des choses quʼon ne sʼexplique pas.

Egli rise con un empito quasi crudele di felicità. Nella penombra della

vettura i suoi denti bianchi scintillarono. Lʼavvolse, la circondò,

la chiuse nelle sue braccia ruvide. Chinandosi nel cerchio del suo

respiro, con ebbrezza la chiamava:—My Blu...

—Laire... monsieur Laire...

—Je me sens ivre... cʼest une folie qui me hante... Depuis ce soir–là,

depuis ce soir de vertige, vos danses voluptueuses ont ensorcelé tout

mon être. Je me dis quʼil ne faut pas vous aimer, Bluette, et pourtant

je vous aime! Quelle folie!... jʼai besoin de vous... chaque nuit je

vous caresse dans mes rêves... quelle folie! Vous êtes pour moi une

créature de soleil et de musique... vous êtes ma dernière coupe de

Champagne, mon dernier bouquet de roses... quelle folie!...

Ella non fece altro che piegare il capo allʼindietro, stordita, come

nel momento in cui le vene provano la più forte voluttà; e così

rovesciata, supina, con la rossa bocca umida cercava il suo caldo

respiro.

Ed egli le diceva:

—Je suis de ceux auxquels la beauté ne donne pas trop dʼinquiétude;

rien au monde ne me paraît aujourdʼhui très sérieux, et même lʼesprit,

et même le talent, parfois me découragent ou mʼirritent... Pourtant,

lorsque je vous ai vue, Bluette, jʼai senti que vous étiez la beauté,

ma beauté, ce qui pour moi sʼappelle vraiment la beauté. Jʼai parcouru

toute la terre sans jamais voir de femme qui pour moi fut aussi belle.

Que voulez–vous. Bluette?... lorsque mes yeux vous regardent, vous

mʼenvoyez du printemps dans lʼâme...

Bluette non rispose: alzò le braccia, sperduta, lʼavvolse nel tepore

del suo corpo, e lo baciò.

Nella grande foresta bianca gli scheletri giganteschi degli alberi

sopportavano valanghe di neve; lʼiride lontana dei fari accendeva

stelle bianchissime sui ghiaccioli delle fontane.

Soltanto la fatica del motore interrompeva lʼassiderato silenzio del

Bosco; passavano, come scenarii dʼuna fiaba nordica, i laghi pieni di

nuvole, gli ippodromi vuoti come steppe, le fattorie chiuse, le cascate

immobili, divenute un solo ghiaccio, e pareva che, frammezzo a tanto

inverno, mai più non dovesse rinascere la primavera. La primavera del

Bosco indimenticabile, odorosa di mammole, di resina e dʼacacie, ove

ogni filo dʼerba diventa quasi un fiore, quando, nelle sere di Maggio,

in larghi frastagli di serenità il cielo vi scende a profumarsi e il

Bosco turgido si gonfia di voluttà primaverile, sopraffacendo la Parigi

dorata, su cui lancia in fontane di musica il fiume del suo grande

respiro...

[Illustrazione: DECORAZIONE]

E questa era poesia.

Poesia fortuita, che nasceva dal vizio notturno di una grande

metropoli, poesia libera da tutte le falsità, nuda come lʼamore,

assurda e semplice comʼè lʼamore.

Un uomo ed una donna: due vere anime, due vere lussurie, che andavano

in cerca dʼun letto nella Parigi bianca, addormentata.

Non avevano altra storia che un sorriso nascosto dietro lʼorlo del

bicchiere di Sciampagna.

Questa era poesia.

Poichè, fra le mille creature che ci passano davanti agli occhi nelle

avventure della vita, è sempre una sola, ed è sempre una sconosciuta,

quella che al nostro desiderio innamoratamente piace.

Quando noi traversiamo una strada, quando i nostri occhi disattenti

vagano su la moltitudine, i sensi protesi come una vedetta cercano

la donna che il nostro amore ama. Quando si arriva in una città

forestiera, quando si entra in una cosa sconosciuta, quando si passa

lungo la muraglia dʼun monastero, quando ci si addentra in un quartiere

di prostituzione, i sensi protesi come una vedetta cercano la donna che

il nostro amore ama. Così nei cimiteri e nei teatri, su le prore dei

navigli che partono e dietro le finestre chiuse.

Ma non credete allʼamore logico, allʼamore che manca di follìa, nè a

quello che osserva nascere i propri germogli come fili dʼerba tenera

dalle zolle dʼun seminato.

Questo è un fiore di serra calda, perfetto, ma senza profumo.

Non credete allʼamore lento, allʼamore casto, allʼamore che si dipana

come un gomitolo, che si arruffa come una matassa, che gira intorno a

sè medesimo come un topolino intorno alla sua coda.

Questo è ciò che i letterati si ostinano a chiamare psicologia.

Non credete ai romanzi dʼamore che impiegano trecento pagine per

condurre a letto i loro protagonisti, e nemmeno agli scrittori

eucaristici che hanno il buon costume di non condurveli mai. Non

credete alle donne straordinarie, che si divertono a parer complicate

come il teorema di Pitagora, nè a quelle terribilmente fastidiose che

ogni e qualsiasi volta rallentano i loro perfidi ginocchi suppongono di

essere diventate una seconda Madame Bovary.

Queste certamente son donne cui piace far perdere il tempo.

E non credete agli amanti che possiedono teorie su lʼamore nè a quelli

che in gelosi diarii vanno registrando le intemperie del proprio

spirito come oscillazioni barometriche; non credete allʼamore paziente,

allʼamore che resiste, allʼamore che non può innamorarsi in una sera;

non credete, vi prego, alle analisi chimiche del sentimento nè alle

fredde ipocrisie degli amanti che adoprano lʼideale come una cintura di

castità.

Poichè tutto questo ha forse una musica, ma veramente non è poesia.

Soltanto ciò che la vita fa nascere in voi come una rosa nella

primavera e tutto lʼesser naturalmente vi trasmuta in profumo, quando

per voi, con voi, turbina di voluttà lʼinfinito, questo, nellʼamore

degli uomini, è veramente poesia.

[Illustrazione: DECORAZIONE]

Per due giorni e due notti a casa non la videro tornare. Solamente

aveva telefonato a Linette:

—Si on me demande, Linette, il faudra dire que je suis absente.

—Oh!... cʼest vous, Madame?! Allô! Allô! Ecoutez, Madame...

—Zut!

E la povera Linette, cameriera dalle calze di voilé, si era messa a

piangere davanti allʼapparecchio maleducato, che dʼimprovviso taceva.

Per due giorni e due notti era stata con lui, perdutamente con lui,

nella sua casa nascosta, baciandolo fino ad uccidersi, come si fa

quando lʼamore diventa una follìa.

Su la neve del mese dʼinverno si era levato nei due pomeriggi un

pallido sole.

Quella casa era nascosta in una piccola strada, calma, vecchia, di

quelle che gli edili ragionevoli vanno cancellando a poco a poco.

Si vedeva, lontana, la Colonna di Luglio sorgere dalla piazza della

Bastiglia.

Ma pranzavan ancora più distante, negli alberghi di barriera, nelle

vecchie trattorie di Montrouge e Malakoff.

Tornavano a piedi, per lʼombra, di sera, parlandosi piano. Bluette

vedeva nei cinematografi splendere a caratteri di fiamma lʼannunzio

luminoso del suo nome ilare—Mimi Bluette—od apparire su le muraglie,

nei molteplici cartelli dei teatri, la sua fisionomia sorridente fra i

mazzi di fiordalisi—Mimi Bluette.

Ecco, e lo amava. Era con lui piccina, modesta, umile, come una ragazza

del quartiere.

Le guardava talvolta con simpatia, queste belle ragazze del quartiere,

quando passavano a fianco del loro innamorato, e le pareva di

comprenderne la poesia, di amarle con un affetto improvviso, quelle

svelte ragazze, umili e ben pettinate, che affrettavano sotto la balza

delle gonne dimesse il piede leggero.

Mimi Bluette, la rosa delle rose, il fiore dei fiori!... Tutta quella

Città immensurabile, quella delirante Città del miracolo aveva

pronunziato il suo nome!... Ora, nellʼandarsene al braccio del suo

amante, lʼimmenso rumore di Parigi le pareva una musica lontana, e

quasi le stringeva il cuore una modesta paura, un umile desiderio di

non esser riconosciuta.

Mimi Bluette, la ballerina che aveva i più dolci capelli ed il piede

più gentile di Francia, Mimi Bluette, la danzatrice che aveva lʼanima e

gli occhi azzurri come i suoi fiordalisi, Mimi Bluette, la creatura che

pareva nata in un tempo di musica, la forestiera venuta dʼoltrʼalpe con

il suo limpido cuore di Transalpina, sentiva improvvisamente la gioia

di non essere più nulla, di non guardare in faccia più nessuno, di non

amare che lui.

Per due giorni e due notti gli diede il suo corpo inesaustamente, lo

avviluppò neʼ suoi capelli arruffati, lo strinse nelle sue braccia

tenaci, si contorse in lui fino al delirio, con disperata felicità, e

le parve che ogni respiro di gioia dovesse lasciare nelle sue fattezze

una traccia di perpetuo godimento.

Gli diede la sua fragranza rorida e violenta, lo impregnò di sè stessa

come un fiore impólvera del suo pólline il tremante cálice che feconda.

Gli fece sentire con le labbra, con il grembo e con lʼintera sua

bellezza, che una donna veramente innamorata è la più ebbra forza

dellʼinfinito.

Lo stordì come un veleno soavissimo che accende negli occhi angoli di

paradiso.

Poi tornò a casa, un mattino che le strade oscillavano davanti aʼ suoi

occhi appassiti.

Era un mattino freddissimo, limpido, quasi tremolante. La città

prendeva un colore di ghiaccio; le forme delle cose, degli uomini,

pareva che avessero un contorno di gelo.

Quando i suoi specchi familiari la guardarono in faccia, ella si trovò

mutata. Povera Bluette, che sonno aveva quel mattino! Comʼera stanca

e felice, povera Bluette! Avrebbe dormito fino a sera, nel suo letto

grande, poi sarebbe tornata con lui, di nuovo con lui, perdutamente,

laggiù, nella strada lontana. Ma un solo pensiero la irritava, quello

di dover rispondere a chi le domandasse:—Dove sei stata?

Era stata nella felicità, nullʼaltro. E questa era una cosa da non

potersi esprimere con parole.

Ma Linette, cameriera dalle calze di voilé, non troppo severa, e

giovine lei pure, fu la sola che per istinto la capì.

Vide i suoi occhi appassiti, e non disse nulla.

Vide i suoi abiti sciupati, e non disse nulla.

Vide che nel suo corpo stanco era piena di una insolita felicità, e

mutamente le sorrise, poichʼella pure, nel suo cuore di ventʼanni,

sapeva comprendere la poesia di tornare un mattino, sciupata e bella,

dopo due giorni dʼamore.

Quando furono entrambe nello spogliatoio, Bluette le mise una mano su

la spalla, poi la guardò negli occhi e le disse:

—Oh, ma petite Linette, si tu savais comme jʼai été heureuse!...

Allora due grosse lacrime caddero dagli occhi di Linette.

—Quoi donc? Tu pleures?

—Oui, Madame, je pleure... Jʼai été si inquiète à cause de vous! Je ne

savais plus que faire. Vous mʼavez répondu: «Zut!»

—Cʼest vrai; jʼai dit: «Zut!» parce que je nʼavais pas le temps de

mʼexpliquer mieux. Essuie tes yeux, Linette, et déshabille–moi.

Stava per incominciare a confidarle il suo secreto, mentre Linette le

toglieva e la slacciava le scarpe, quando la bionda Caterina entrò, in

vestaglia di lana, spettinata e litigiosa come sono le donne mature

prima di sottomettersi al restauro mattutino.

—Ah, perdinci! se Dio vuole, eccoti qui!

Bluette fece un lungo voluttuoso complicato sbadiglio, al termine del

quale disse con naturalezza:

—Buongiorno, mammina! Fammi preparare, ti prego, un bel caffelatte con

le brioches calde, perchè ho molta fame.

—Te le dò io le brioches! Si può sapere dove sei stata in questi giorni?

—Sono stata via, mammina, via... via...

—Davvero? E adesso, cara, starai fresca!

—Io fresca? Perchè?

—Ti avverto che Sua Eccellenza è tornata ieri, anzi è tornata

iermattina. Sarà venuta qui cinque o sei volte per lo meno. E domanda

un poʼ a Linette che ira di Dio è stata con quel suo telefono! Sino

alle due di notte, mi capisci? Lui, così garbato, aveva perduta la

testa e quasi mʼinsolentiva. «Bluette?... Bluette?...» Cosa ne sappiamo

noi di Bluette! Insomma voleva perfino chiamare il Capo di Polizia.

Bluette si mise a ridere più forte, mentre la cameriera lʼaveva

spogliata sino alla camicia.

—E ridi anche? Bella insolenza! È una storia che finirà male.

—Senti, mammina, fammi portare le brioches! Oppure vámmele a prendere

tu, Linette. Ho una fame che muoio.

—Già, naturalmente!... quando si fanno le porcherie che fai tu!...

—Sei un poʼ matta, cara mammina...

—Sì? ti pare?... Adesso, quando verrà Sua Eccellenza, te ne accorgerai.

—Quando verrà Sua Eccellenza gli dirai che dormo ed ho bisogno di non

essere svegliata.

—Eh?... un accidente! Fargli dire che dormi ed hai bisogno...

—Sì, di non essere svegliata; fino alle cinque per lo meno; perchè sono

stanca, molto stanca, e me nʼinfischio di tutto il Ministero!

—Ah, ma se te ne infischi tu, non me ne infischio io, per bacco! Ed a

me non accomoda niente affatto che per i tuoi brutti vizi debba andarci

di mezzo anche il decoro della casa!

—Nientemeno!

—Si proprio: il decoro, la situazione ufficiale che occupiamo e

la rendita mensile che ti dà. Io non ci voglio perdere per le tue

sporcizie, hai capito? E quando verrà Sua Eccellenza mi farai il santo

piacere di alzarti súbito, o meglio di riceverlo in letto, spiegandogli

con un motivo plausibile questa bella idea di nasconderti per due

giorni senza dir niente a nessuno.

Mimi, pettinando con un largo pettine i suoi capelli arruffati, si mise

dolcemente a cantarellare:

«Les mains des femmes,

je le proclame,

sont des bijoux

dont je suis fou!»

—Hai capito. Mimi?—seguitava la madre.—Non farmi andare in collera!

—...je le proclame...

—Ma dove sei stata? Si può sapere dove sei stata?

—...dont je suis fou!... oouu!...

—Canta, canta! Ma io posso dirti che una scriteriata della tua specie

non riuscirà mai a far carriera!

Bluette lasciò cadere indietro il grande mazzo deʼ suoi capelli, che le

discesero fino alla piegatura delle ginocchia, ed incominciò a togliere

dal pettine quelli che sʼera strappati.

Allora venne Linette con il vassoio del caffelatte, recando insieme

le tepide brioches. Bluette ne rubò una, prima che Linette avesse

apparecchiato, e con la bocca piena rideva, guardando sua madre.

—Veʼ, che bella ciera!—disse la bionda Caterina.—I sottocchi ti

arrivano in bocca e sei lì che mi sembri di ritorno da una messa nera!

Voglio vederti allʼetà mia, bambina, se vai avanti di questo passo!

—Mi trovi brutta, mammina? Sai cosʼho fatto? Niente... Sono stata,

brava brava, in una strada che tu non conosci, in una casa che tu non

conosci, con un uomo che tu non conosci... Ma che squisite brioches!

Próvale anche tu, mammina.

Ella ubbidì. Si mise docilmente a sedere davanti alla sua bella figlia,

che divorava le brioches tepide spalmandole di burro. Frattanto

Linette, con le sue mani agili, raccoglieva dietro la spalliera della

poltrona tutto quel disordine di capelli biondi e leggermente li

pettinava.

—Tieni, mammina!—Le dette una mezza brioche, lucida, ben preparata.—Non

è vero che son buone?

—Bella novità! Le brioches sono brioches, il burro è burro, e tu sei

una stupida! Cosa cʼè di straordinario nel mangiare quello che mangiamo

tutte le mattine?

—Eh! dis donc, Linette, fais plus doucement! Ce nʼest pas une raison,

parce que jʼai beaucoup de cheveux, pour mʼen arracher des touffes!

—Cʼest quʼils sont très embrouillés, Madame!

—Te lʼho detto mille volte, Bluette: sii meno civetta e fa la treccia

se anche non vai a letto sola. Perchè vi sono certi uomini i quali non

sanno muoversi senza mettere i gomiti sui nostri capelli.

—Però tu li hai conservati, mammina.

—Io non ho mai fatto le sciocchezze che fai tu. Perdere un Ministro per

stare qualche ora di più con un amante... è ridicolo!

—Diʼ, mammina!... fammi una confidenza, ma proprio una confidenza

sincera... Qualʼè lʼuomo del quale sei stata veramente innamorata?

quello che ti ha presa, anima e corpo, non appena lʼhai veduto?

—Io? Ma che sciocca! Ne ho avuti molti.

—No: uno, il più forte... quello che, se ci pensi, tremi ancora.

La biondissima Caterina sospirò, chiuse gli occhi per raccapezzarsi,

poi divenne seria.

Mimi Bluette, fiore del mio giardino: romanzo · 第 13 / 20 题