Poi tornò dentro. «Tiens–le fort, Bob! Voilà les flics!»

«Les flics» erano già sullʼuscio, e questa volta il vederli diede a

tutti un lungo respiro di sollievo. Max non poteva stare in piedi; gli

pareva dʼavere lo stomaco fracassato.

Quando fu il momento di stendere il processo verbale:—Mais quel

procès–verbal!—celiò la Grande Rouquine.—Ce pauvre Max a tellement bu,

quʼil va rendre ses intestins! Fichtre!... et ma Vieille Chartreuse?

Oh, la, la... cʼquʼil est bath quand il est poivre!... Sʼpas Max, que

tʼen a bu un coup de trop? Ecoute bien ce que dit la Grande... Quand tu

seras degrisé, tu nʼauras quʼà répondre au Commissaire:—«Voyons! quelle

foutaise!... jʼen avais une telle pochetée!... le rigolo est parti tout

seul...»

E Limka, battendo lʼarchetto sul violino, piegato su la spalla il suo

ceffo da irresistibile roso dal vaiolo, riattaccava, per mettere le

cose al posto, il tango malinconico della «_Noche de Garufa_».

[Illustrazione: DECORAZIONE]

Avenue Kléber, fra la rue Villejust e la rue Boissière, il Grande

Industriale, sbarbato e vedovo, la mise neʼ suoi mobili.

Marthe dʼAussolles, lʼamante giubilata del Grande Industriale,

stava ella pure neʼ suoi mobili, ma dallʼaltra parte della Senna, e

precisamente in rue de Médicis, presso il giardino del Lussemburgo.

Quando, fra le due amanti dʼun Grande Industriale, scorre almeno un

fiume, cʼè speranza di vivere in pace.

Così fu.

Marthe dʼAussolles aveva cominciato la sua vita al Palais de Glace;

lʼavrebbe finita verisimilmente in rue de Médicis. Lo stabile nel quale

dimorava era di sua proprietà. Piccolo ma elegante. Al primo piano

abitava lei, al secondo un giudice, al terzo un ufficiale in ritiro. Su

la strada vʼerano tre negozi, che rendevan bene. Possedeva ugualmente

una modesta proprietà in Normandia, suo paese dʼorigine. Laggiù si

chiamava Thérèse Bouguereau, come suo padre. Manteneva, oltre il

vecchio Bouguereau, due fratelli, altrettante sorelle, tre zii, cinque

nipoti. Nella sua gioventù aveva esercitata la professione di piacere

al Grande Industriale; adesso praticava quella di dargli noia. E così

erano risolte cinque, più tre, più cinque, oltre ancora la sua propria:

in tutto quattordici vite.

Mimi Bluette non aveva certo il buon senso di Marthe dʼAussolles, e non

pensò allʼavvenire. Sebbene a quel tempo il Grande Industriale forse le

avrebbe regalato anche la Colonna Vendôme.

Per diventare Marthe dʼAussolles occorrono molte generazioni. Bluette,

povera piccola bella italiana, forse non era che lʼantenata.

Si lasciò regalare con molta gioia una «limousine» fosforescente, un

mucchio di pellicce siberiane, i costosi modelli di Béchoff–David e

di Suzanne Talbot, gli astucci serii di Lacloche e di Cartier. Nulla

chiese; trovò che tutto andava bene; fu riconoscente.

Marthe dʼAussolles avrebbe chiesto ancora il doppio, avrebbe trovato

che tutto andava male, non gli sarebbe stata riconoscente.

Bluette invece, con il suo limpido cuore di Transalpina, sperava solo

che arrivasse presto la sua mamma, colei dal seno celebre, per farle

vedere tutte quelle maraviglie.

Fra lʼaltre cose le avrebbe fatto conoscere Maurice, maître–dʼhôtel

impeccabile come un diplomatico, poi la sua Linette, cameriera dalle

calze di voilé, con le unghie imbrillantate, un grembiule tutto pizzo e

linon.

Adesso, lungo i boulevards serali, sʼincontravano a profusione le

scritte luminose:—«La Cigale—Mimi Bluette»;—«Gaumont–Palace—Mimi

Bluette dans ses danses».

I cinematografi murali proiettavano contro i teloni dei tetti opposti

la seminuda bellezza di Mimi Bluette.

Micaello era partito con Minnie, rompendo il famoso trio; Bluette aveva

ora un danzatore americano, taciturno, sobrio, quasi innamorato di lei,

quasi onesto. Si chiamava Jack Morrison. Le aveva detto con semplicità:

«Believe me, dear Friend... Micaello balla come un portalettere!»

Gli credette. Incominciò di nuovo i suoi corsi di danza, con Jack

Morrison, ammaestratore dʼoltre–oceano, che le impartì questa volta una

perfetta istruzione.

Quando seppe finalmente ballare con tutta lʼanima sua dʼirresistibile

danzatrice, Mimi Bluette si accorse che, imprigionato nelle sue fine

caviglie, nascosto in lei come il profumo in un fiore, anchʼella

portava un sogno di bellezza, e sentì che il ballo era la sua poesia.

La natura lʼaveva concepita in un tempo di musica, la sua maniera di

muoversi era come una danza innata.

Spesso invece danzano quelle che furono concepite in un tempo di

stonatura, come scrivono quelli che la natura partorì in un attimo di

desolazione.

Parigi è grande perchè sa conoscere i valori e perchè rende in gioia la

bellezza che riceve. Agli uomini come alle donne, ai santi come alle

prostitute.

Parigi non ha frontiera: è la basilica del mondo.

Forse da noi Mimi Bluette avrebbe servito a far vendere qualche gelato

misto e qualche sciroppo dʼamarene fra il pubblico dei teatri di

varietà, ove si gracchia in tutte le cadenze il perpetuo ritornello

napoletano; Parigi ne formò la sua più limpida, la sua più divina

danzatrice; le regalò tanto oro quanto ne raggiava dallo splendore deʼ

suoi capelli biondi, le sciorinò sotto i piedi leggeri un bel tappeto

di sole, per farla danzare sul palcoscenico della sua grande anima, sul

rumore della sua vasta gloria: poichè nessuno può regalare sè stesso

con pienezza e con delirio se non trova una gloria su cui mettere i

piedi.

Prima lʼaccolsero i suoi cosmopoliti ruffiani: ma dopo la guardò con

benevolenza qualcuno dei suoi uomini forse immortali.

E bisogna finalmente comprendere che dinanzi alla felicità della vita,

una vera danzatrice vale assai meglio dʼun accademico poeta.

[Illustrazione: DECORAZIONE]

—Sì, mamma, come vedi, questa «limousine» è mia, questi brillanti e

queste perle sono mie; ma non cominciare a stupirti per così poco,

altrimenti non la finiremo più!

Erano sul peristilio della stazione. Bluette portava un abito color di

primavera.

—Allez doucement aux carrefours, Robert,—disse al meccanico.—Et ce

bagage, fourrez–le moi quelque part; il encombre.

La macchina silenziosa scivolò via, guizzando fra i pericoli della

strada come un battello–mosca fra il grosso naviglio della Senna.

Vagamente Bluette si ricordava il suo primo ingresso nella Capitale,

un certo pomeriggio pien di rumore, che le pareva già distante nel

pensiero come la storia della sua prima verginità. Con occhi lontani

rivide al medesimo posto quellʼenorme campione fragoroso che a momenti

la investiva, e rivide Max, lʼartefice involontario della sua grande

fortuna. Da quel pomeriggio pieno di turbinìo erano passati ormai

venticinque mesi... E Max? Dovʼera Max?

Ripartito, scomparso; forse in prigione, forse in viaggio per il mondo

«avec sa momie Américaine...»

Al Bar della Grande Rouquine Bluette non andava quasi più.

Boblikoff aveva cercato con insistenza di farsi contraccambiare da

Bluette lʼenergica sua protezione. Bluette gli era stata riconoscente,

un paio di volte, per delicatezza, ma nulla più.

Povero Boblikoff... era così enorme, che, per una donnina come lei,

sarebbe stato un vero ingombro!

Caterina, la madre dal seno classico, era giunta con lʼintenzione

di trattenersi a Parigi un mese o poco più. Ma di settimana in

settimana la brava donna si sentiva talmente impariginire, che

perdette il profilo del Maestro di scherma e scrisse alla sorella

levatrice:—Figúrati che la mia piccola Cecilia non vuole assolutamente

più lasciarmi ripartire...

Questa era una sfrontata bugia, perchè Cecilia–Mimi se ne sarebbe anche

liberata volentieri, di quella sua madre importuna, che dopo averla

onorata e servita nei primi giorni con lo stupore dʼuna servetta, ora

non si faceva punto scrupolo dʼinalberare con arroganza certe arie da

padrona di casa che la impensierivano assai.

Questa florida e battagliera madre di Cecilia, non rispettava neanche

un tantino la sua dolce Bluette. Anzi la criticava.—«Oh, se avessi

avuta lʼispirazione di Parigi aʼ miei tempi!...»—soleva dire.

Chissà? Lʼavrebbero veduta magari Presidentessa della Repubblica.

Certo impiegò minor tempo di quanto ne aveva impiegato sua figlia per

acclimarsi a quellʼaria come se ci fosse nata. Si accorse che a Parigi

le donne di quarantaquattro anni riescono facilmente a supporre di

averne su per giù trenta.

A questa piacevole supposizione contribuisce in gran parte

lʼ«Institut de Beauté», vero Istituto Clinico della magìa moderna,

ove i seni flosci e le rughe indelebili si curano a maraviglia con

lʼauto–suggestione.

Siccome la bellezza consiste nella maniera di guardarsi nello specchio,

lʼuomo chʼebbe lʼidea del primo Institut de Beauté fu senza dubbio un

grande ironista.

Ma le donne dovrebbero fargli un monumento, e gli uomini pure, perchè,

se unʼamante sʼimmagina che può ancora sembrar giovine, per lo più

riesce anche ad esserlo.

Quello che fecero di Caterina allʼInstitut de Beauté, non è a dirsi.

La convinsero che bisognava tagliare due denti sanissimi, perchʼerano

un poʼ scuri, e metterne due di porcellana.

Ella ne mise due di porcellana.

La mandarono da una bustaia, che le fece un busto, il quale distribuiva

il seno, il ventre, i fianchi ed il resto, come unʼequazione di primo

grado.

Ella, in quel busto, ricontemplò le forme che il suo corpo aveva

durante il primo viaggio di nozze.

Le vendettero una maschera di caucciù, per reprimere il doppio mento.

Ella si mise ogni notte la maschera di caucciù.

Le consigliarono di farsi mezzo rossa e mezzo bionda.

Ella conobbe i miracoli dellʼacqua ossigenata e della tintura di henné.

Le dissero che poteva benissimo farsi crescere le ciglia e mettere in

allenamento la propria pelle con i massaggi più complicati.

Ella si lasciò pizzicare, flagellare, manipolare, spalmare, strofinare

in tal guisa, che la sua pelle, morbida per tradizione, divenne

addirittura quella dʼuna bambina.

E, quanto alle ciglia, le parve che si fossero allungate.

Oh, se avesse potuto vederla così rinfrescata il suo calamitoso

Maestro di scherma! Quellʼagile maestro di scherma, chʼera costato aʼ

suoi risparmi un così gran numero di svolazzanti cravatte! Quellʼuomo

indimenticabile, tutto punta e a fondo, che turbava i sogni della sua

canonica età!...

Povera Caterina Malespano, momentanea zitella di quarantaquattro anni,

tornata zitella isterica per opera dellʼInstitut de Beauté!...

Bisognava trovare un rimedio.

Lo trovò. Sebbene con scandalo di Bluette.

Maurice, maître–dʼhotel impeccabile come un diplomatico, aveva quasi

lʼaitanza dʼun maestro di scherma; era grigio su le tempie, ma nero e

ben pettinato sul cranio diviso da un filo rettilineo.

Tutte le sere Maurice le preparava una tazza di camomilla; vecchia

abitudine.

Una sera la camomilla si raffreddò sul tavolino.

Bluette in quel mentre ballava su la scena di Marigny, e, nella sua

bianca innocenza, mai avrebbe osato concepire un così grave sospetto.

Ma Linette, cameriera dalle calze di voilé, una sera, svestendola,

glielo disse con molto garbo:

—Madame votre mère souffre–t–elle de douleurs aux reins?

—Pourquoi, Linette?

—Chaque nuit Maurice est appelé pour lui faire des massages, qui

durent parfois très longtemps, Madame...

Interrogata il giorno appresso in modo repentino, la semibionda e

semirossa Caterina Malespano affermò semplicemente che Maurice era un

uomo di buona famiglia,—purtroppo decaduta.

E poi, cʼera forse un mezzo più gradevole per imparare il francese?

* * * * *

Certo ve nʼera un altro, ma lento e faticoso: quello che il Grande

Industriale aveva con dolcezza fatto subire a Bluette.

Gli uomini di Francia raccolgono talvolta le loro amanti dalle

avventure della strada, ma spesso le abbandonano che già son perfette

come vere signore. Per essi è grande sofferenza vivere con una donna la

quale manchi di finezza nellʼintendere la vita e nel discorrere dʼogni

argomento con amabile brìo; e poichè si viene al mondo per ammaestrarsi

nellʼeleganza del vivere, trovano che lʼamore non impedisce di farsi

unʼeducazione.

Così le figlie di Montmartre o del Bois de Vincennes giungono a

conversare con gli Accademici.

Lʼaria stessa di Parigi è una scuola dʼimprovvisazione; ma le più

diligenti alunne trovano anche il tempo, tra il bagno e lʼora del tè,

fra lʼora del tè e quella del teatro, di ascoltare in vestaglia la voce

monotona di una vecchia professoressa che ama le caramelle, o dʼun

laureando provinciale che abita verso il Quartier Latino.

Così fece Bluette, che per istinto era di tutto curiosa, intellettiva e

docile come una vera donna.

Al Grande Industriale dava noia quel suo residuo dʼaccento transalpino,

e più ancora la tranquilla ignoranza chʼella rivelava in ogni materia

dello scibile quotidiano.

Era un uomo così persuasivo, che avrebbe indotta una monaca a ballare

il tango.

Mimi Bluette non sapeva resistere alla dolcezza.

E per lʼappunto egli fece venire una vecchia lunatica professoressa, la

quale amava dare aʼ suoi discepoli questo bel tema eroico–sentimentale:

«Il y avait la guerre en Algérie. Mademoiselle X. était fiancée à un

sous–lieutenant des spahis, qui tomba au champ dʼhonneur. Racontez....

etc.»

Era la sua storia.

Più tardi le fece impartir lezioni da un giovine laureato

incollocabile, erudito squallido e con molta forfora, che aveva la

manìa di far strada nella Capitale.

Questi le rammentò in modo singolare quello Studente in medicina, che

le dette il primo brivido.

Fu nel mese dʼAprile, verso lʼora in cui le stanze dei quarti piani

diventano buie, guardando la primavera che tramonta sui tetti luminosi

delle stupende città.

Come quel tempo era lontano!... Bluette rise. Le pareva un sogno.

E imparò che il verbo «sʼen aller», al soggiuntivo imperfetto, fa:

«que je mʼen allasse, que nous nous en allassions, que vous vous en

allassiez, quʼils sʼen allassent...»

E imparò che «Pépin le Bref fonda la dynastie des Carlovingiens...».

Lesse Chateaubriand, Renan, etc; il che la fece tornare con molto

gaudio alla letteratura dei coniugi Willy.

Se non si fosse fatta sorprendere con un certo Hubert Normand, giovine

commediografo di molto avvenire, il Grande Industriale lʼavrebbe

forsʼanche sposata.

Ma che triste fine per lei, seppellirsi, così bella e così giovine,

allʼombra di un vecchio marito... Per lei, povera Bluette, nel suo

lieve cuore azzurro, che pesante malinconia!...

[Illustrazione: DECORAZIONE]

No, certamente non lo amava. Era una sbadataggine della sua dolcezza,

una piega naturale della sua curiosità. Il futuro Accademico Hubert

Normand era in quellʼinverno lʼavventura di moda. E siccome Dorée

dʼArnac, una fra le più belle donne di Parigi, gli aveva buttate le

braccia al collo, una sera, in un cabaret, certamente non vʼera una

ragione al mondo perchè Mimi Bluette fosse con lui più severa della sua

emula ed amica Dorée dʼArnac.

Solo preferì che questo non avvenisse in un cabaret. E fu il suo torto.

Perchè il Grande Industriale avrebbe forse perdonato più facilmente.

Invece non perdonò.

Chi le rese il piccolo servizio di farglielo sapere fu colei dellʼaltra

riva, ossia Marthe dʼAussolles, che per gli svaghi del Grande

Industriale teneva in serbo, nel focolare di Normandia, una sua fresca

parente.

In tali circostanze il bravo Jack Morrison le fu di buon consiglio.

—Sʼil vous quitte, Bliouette, ce nʼest pas très grave,—disse con la

sua calma laconicità, chiamandola come sempre «Bliouette», in grazia

dellʼaccento americano.—Venez à Londres avec moi. Nous danserons à

lʼHippodrome. Cʼest la «Season».

—Eh bien, si tu veux, allons–y, mon brave Jack!

* * * * *

Sette ore di viaggio. La Manica. John Bull che sʼinnamora e va in

delirio davanti alla scena dellʼHippodrome. Nel camerino di Bluette, le

pallide rose di Henley, i fiori soavi e calmi della primavera inglese.

Vengono, i bellissimi emuli di Lord Brummel, a carezzare con i lor

occhi dʼinnocenti la ballerina di Francia, Mimi Bluette. Jack Morrison

fa da interprete. Jack Morrison è un poʼ geloso. Allʼamericana, con

la pipa fra i denti, la bocca serrata. È un andirivieni dʼassidui nel

suo leggiadro salotto al Carlton Hotel. Un giorno, sopra un vassoio

forbito, vi entra il biglietto da visita di Lord G. A. M. F. B.—precede

il nome.

Il biglietto da visita dʼun Inglese qualchevolta sembra un manuale

semaforico.

Quello di un Tedesco è un diploma universitario.

Quello di un Americano del Sud è un tentativo di riconciliazione con la

madre patria.

Lord G. A. M. F. B.—precede il nome—era un uomo che su tutte le cose

aveva il suo punto di vista.

Così volle averne uno anche su Mimi Bluette. La quale frattanto aveva

imparato a far pagare molto caro i suoi punti di vista.

Jack Morrison minacciò di andarsene; e quel giorno, sebbene fosse

Americano, aveva le lacrime agli occhi.

Ma Bluette era certa che Jack si rassegnerebbe.

Così fu.

Lord Alfabeto usava una maniera ben diversa da quella del Grande

Industriale per fare le stesse cose. Poichè vʼera di mezzo la Manica.

Non apprezzò affatto la sua cultura, ma insistette con molto garbo

su varie sfumature, finchè giunse a persuaderla, per esempio, che le

ostriche del Colchester superano di gran lunga tanto les Ostende come

les Marennes. Le fece inoltre sapere che gli Americani son forse un

popolo rispettabile, ma non parlano affatto lʼidioma inglese. Perciò

non si fidasse troppo dellʼinterprete Jack. Lʼavvertì che il popolo di

Londra finge di coricarsi a mezzanotte e mezzo, perchè, dopo questʼora

proibitiva, la legge vuole che il popolo inglese finga di non amare più

il gin. E le fece scommettere molte lire sterline sopra cavalli che, in

media, vinsero due volte su tre.

Lord Alfabeto non era vedovo nè ammogliato; perciò mancava di prole. Si

era fatto molto ricco nelle Colonie. Adesso riposava. Cioè, questo Lord

in riposo, era dʼunʼattività sorprendente. Bellʼuomo, con una faccia

pura e nobile, aveva una sua maniera impassibile di prendere in giro

lʼuniverso.

Con Mimi Bluette spese un diluvio di sterline, delicatamente, ma la

prese in giro.

Ella ebbe lʼimpressione di fare altrettanto.

E rimasero buoni amici.

Soltanto, quandʼebbe ripassata la Manica, ella si accorse di portare

in sè, dallʼInghilterra, una intrusa vita nascente. Non ne fece parola

con alcuno e tanto meno con sua madre; rimase tre giorni a letto,

credendosi malata. Bluette si domandava con stupore perchè la cosa non

le fosse mai capitata prima. La sua maraviglia iniziale si mutò a poco

a poco in un singolare spavento.

Verso la sera del terzo giorno incominciò a chiedersi di chi poteva

essere il figlio. Era stata quattro mesi a Londra. Le parve dapprima

che dovesse avere nel grembo un giovine Lord Alfabeto. Poi si ricordò

che poteva essere anche un piccolo Jack. Il dubbio le fece quasi

piacere. Non era certo innamorata di Jack, ma gli voleva molto bene.

Mentre volgeva tra sè questi accorati pensieri, entrò nella camera la

bionda Caterina, per chiedere a sua figlia se volesse pranzare. Bluette

cacciò la testa sotto il lenzuolo e con irritazione rispose che la

pregava di non darle noia.

Mandò invece a chiamare il suo bravo laconico Jack.

—Assieds–toi là, Jack.

Là, voleva dire sul letto, vicino alle sue braccia nude, nel posto

vuoto che lasciava il suo corpo sollevato sopra un gomito. I suoi

bellissimi capelli mal pettinati si appigliavano alle trine dei due

guanciali. Accese una sigaretta e, dopo averne aspirato un paio di

boccate, la mise tra le labbra di Jack.

La lampadina elettrica saettava un circolo dʼoro sui capelli di Jack.

Le sue larghe spalle ben modellate sembravano assoggettarsi con fatica

al suo costante vizio di tenere le mani in tasca.

—Jack: pourquoi ne mʼembrasses–tu pas ce soir?

Egli la guardò senza rispondere, poi si carezzò la punta del naso,

infine riferì:

—Berton a dit que, si nous acceptons lʼengagement pour Genève, il nous

donnera cinquante louis par soirée.

—Au diable toi et Berton! Je demande pourquoi ne mʼembrasses–tu pas?

—Parce que je suis très irrité contre vous, Bliouette.

—Est–ce vrai, mon pauvre Jack?

Allora gli diede un bacio sovra un occhio e ridendo si rovesciò sui

cuscini. Con lui non aveva pudore; lʼarruffata sua camicia si apriva

come un guscio di castagna, ed appariva di qua, di là, sotto il lieve

schermo del lino colore di Bluette, la bella ertezza del seno ereditato.

—Tu es un boudeur, Jack!

—Cʼest vous qui êtes méchante, My Blu.

—Pourquoi méchante?

Jack si volse dʼacchito, con uno di queʼ suoi movimenti agili e

deliberati, da ballerino. Si appoggiò sul corpo disteso di Bluette, e

leggermente si mise a carezzarle i due seni, con una casta impudicizia,

come suol fare chi spartisce una bella criniera.

—Avez–vous la fièvre, My Blu?

—La fièvre? Mais jamais de la vie!

—Est–ce par hasard votre foulure à la cheville qui vous fait mal?

—Pas du tout. Voilà mon pied.

Lo trasse fuori dalla coltre disordinata, e lo muoveva con agilità,

come una piccola mano venata. Egli si volse, prese il piede per la sua

liscia incurvatura, e lo teneva nei due palmi come se ne provasse un

delicato piacere.

—Mais alors, pourquoi êtes–vous couchée?

—Viens plus près, Jack... baisse–toi... je dois tʼavouer un grand

secret, mais tout bas, à lʼoreille... Ou bien... ferme la porte

dʼabord, puis déshabille–toi et viens te coucher dans mon lit.

Jack guardò lʼorologio: erano le sei e tre quarti. Gli parve che lʼora

non fosse adatta; ma rimise lʼorologio nel taschino e andò a chiudere

la porta.

—Deux tours de clé, Jack. Sans ça on peut ouvrir quand même. Tu sais

que ma mère est très curieuse.

Jack si tolse la giacchetta, cercò dove posarla, ma infine la buttò per

terra. Jack era molto contento, ed i suoi occhi brillavano, poichè My

Blu non era spesso così gentile con lui. Glʼimportava ora pochissimo di

conoscere quel segreto misterioso. In genere le confidenze delle donne

gli parevan degne dʼun interesse molto limitato.

—My Blu, je suis en train dʼarranger une nouvelle danse. Vous allez

voir: des pas extraordinaires!

—Vrai? Encore une valse?

—Non pas; un Rag–Time.

—Oh, un Rag–Time!... Alors je me lève et tu vas me lʼapprendre.

—Oui, levez–vous, Bliouette.

Jack aveva ancora i calzoni, My Blu era in camicia. Mise un paio di

scarpette in pelle dʼantilope, senza nemmeno infilarsi le calze. Si

formò con le trecce un grosso nodo su la nuca. Per terra vʼerano gli

indumenti di Jack; non tutti: qualcuno era sul letto.

Comʼegli faceva sempre, per incominciare ad insegnarle una danza nuova,

lʼabbracciò fortemente, con una dolcissima brutalità. Poi la tenne fra

le sue braccia e prese a farla girare. Fischiettava, per segnare il

tempo, lʼaria di «How do You do, Miss Rag–Time?»

Per Mimi Bluette ballare un nuovo ballo era come per certe donne

prendersi un amante nuovo. Lo capiva súbito. Di questo Rag–Time

impazziva. Lo trovò «foolish and sweet», pazzo e dolce, secondo la

definizione di Jack.

Come tutte le danze, questo passo andò a finire sul letto.

* * * * *

—Jack, mon petit...—disse una mezzʼora più tardi My Blu, passando

le dita fra i capelli dʼoro dellʼAmericano,—une chose pourtant

mʼintrigue... Ce gosse, est–il un petit sujet du Président Roosevelt ou

bien du Roi dʼAngleterre? Y–a–t il en toi ce quʼon appelle la voix du

sang?

—Question très grave,—rispose Jack. Poi si mise a riflettere. In ultimo

affermò:—Sʼil était de moi, jʼen serais bien aise.

—Moi aussi. Au fond je préfère.

—Comme cʼest gentil de votre part, My Blu!

—Mais, vois–tu, il nʼy a guère de contrôle possible, et je serai

toujours hantée par ce doute.

—Yes, très grave,—ripetè, per la seconda volta, il laconico Jack. My

Blu si fece dare una sigaretta. Ne accendeva quaranta o cinquanta al

giorno senza fumarne che un paio di boccate.

—Voyons, Jack: penses–tu que je doive le laisser naître?

—Ça dépend, My Blu. Si vous acceptez ma proposition oui; autrement pas.

—Cʼest–a–dire? Vous épouser. Jack?

—Quite right, My Blu!—egli rispose con una brevità quasi arrabbiata.

Bluette lo guardò negli occhi, per un attimo, in silenzio, poi disse:

—Je nʼen ai pas envie, Jack.

LʼAmericano si strinse nelle spalle.

—Très bien. Alors cʼest un fils de Lord.

—Sans doute... un petit Lord! Mais toi, sois gentil, Jack: lève–toi,

prends la plume et écris ce que je vais te dire.

Siccome Jack indugiava, lo spinse fuori dal letto.

Allora sʼintesero le nocche della madre Malespano battere discretamente

allʼuscio. Bluette sʼirritò; le rispose in malo modo:

—Mi fai questo santo piacere di lasciarmi stare, che sto imparando un

passo di Rag–Time?...

La santa donna se ne andò via dolcemente.

—Ecris, Jack. Bien ou mal, peu importe; avec ou sans tes prodigieuses

fautes dʼorthographe, peu importe. Je recopierai la lettre quand même.

Ecris:

«Cher ami,

Jʼai quelque chose à vous dire...—Non, efface!—«Cher ami, jʼaime autant

vous le dire sans trop de détours...»

—Doucement, doucement...—pregò Jack, il quale ballava meglio che non

scrivesse.

—«...détours—deux points, majuscule:—Je suis enceinte de vos œuvres, et

cela interrompt ma carrière, sans compter...»

—Pooh! indeed!—bestemmiò Jack, buttando via la penna.—Comment faire, à

present que vous ne pourrez plus danser?

—On ne dansera pas, cʼest très simple,—disse Bluette in modo

affabile.—As–tu écrit?

—Je nʼai rien écrit, Bliouette. Je change dʼavis. Ce gosse, il ne sera

ni un danseur ni un Lord. Ce gosse, nʼétant pas encore né, il peut très

bien...

—Chut... Ecris et laisse–moi faire.

Jack ripetè:

—«...ma carrière, sans compter...»

—«...sans compter que, avoir un gosse»—virgule—«pour une femme

sans mari»—virgule—«cʼest le plus grand malheur qui puisse lui

arriver!»—Point dʼexclamation! Non: points de suspension.... Non:

dʼexclamation! Enfin, comme tu voudras.

—Je comprends,—disse Jack, mettendo lʼuno dopo lʼaltro tutti quei punti

che gli eran ordinati.—Vous désirez que le Lord vous épouse.

—Tu es un âne. Jack! Ecris et tais–toi:—«Une fausse–couche me serait

impossible, parce que...» Non cʼest un peu brutal... Ecris:—«Que faire?

Je ne voudrais pas te causer dʼennuis, et je suis pourtant hors de

moi–même... Le médecin mʼa dit»—virgule—«quʼayant un défaut dans la

matrice»—virgule—«je le porterai bien difficilement jusquʼau bout;

mais, quʼessayer nʼimporte quelle manœuvre, serait fatal pour moi.»

—Quei est le médecin qui a dit ces bêtises?

—Tu es un âne, Jack! Il vaut toujours mieux avoir un défaut dans la

matrice.

—Ah...

—Et pourquoi te sers–tu dʼun «âh» si ouvert, avec une voix si

nasillarde? Nʼavons–nous pas été à Londres? Il me semble que tu pouvais

au moins corriger ton accent transatlantique.

Adesso My Blu sʼintendeva di pronunzie. Ma Jack alzò le spalle. Ripetè,

con il suo francese yankee:

—«...serait fetell pour moi.»

—Point.—«Tu me connais, chéri, et tu sais très bien quʼà Londres

jʼai envoyé promener tous tes amis. Aussitôt rentrée à Paris je

devais avoir...»—Points de suspension... «... et rien!» Point

dʼexclamation!—«Je nʼai pas voulu tʼécrire avant dʼen être sûre. Enfin,

je suis affolée, je ne sais à quoi me résoudre, je ne quitte pas le lit

depuis sept jours...»

—Trois jours.

—La barbe! Jʼai dit sept!—«... et si tu ne viens pas de suite, cʼest

moi qui viendrai à Londres, aussitôt que le médecin me le permettra. Tu

es un gentleman, je le sais; et puis, peut être que tu aimes un peu ta

pauvre petite

Mimi Bluette, fiore del mio giardino: romanzo · 第 12 / 20 题