[Illustrazione: DECORAZIONE]
[Illustrazione: DECORAZIONE]
Il filo di perle del Grande Industriale fu la causa definitiva della
rottura fra Max e Bluette.
In quella settimana di corse tutti i favoriti si facevan battere;
non cʼera più mezzo dʼavere una buona informazione; Max perdeva un
patrimonio ed era in debito con Jean Kiki. Voleva impegnare il suo
filo di perle, come già le aveva portato via tutto il resto. Accadde
fra loro una violenta scena domestica, ed alle tre di notte la videro
giungere concitata nel Bar de la Grande Roquine. Tutti le si misero
intorno. Bluette cominciò il racconto. Ma era prolissa.
—Enfin, ce collier?—diceva la Grande Rouquine, con la sua voce
cavernosa e combusta.
—Zut!... laisse–moi dire...—fece Bluette.
—Laisse–la dire, la Grande!—insistette Boblikoff, ex–domatore dʼorsi,
con la sua voce di fenomeno da fiera.—Tu vois bien quʼelle les a, ses
perles!... Sans quoi elle aurait gueulé comme une bécasse: il mʼa volé
mes perles!... il mʼa volé mes perles, ce grand salaud!
—Tais–toi, Koff. Tu mʼembêtes!—rispose Bluette.—Je ne suis plus une
gourde à lʼheure quʼil est! Mes perles, je les avais données a Lélie,
pour quʼelle me les garde.
—Si tu mʼavais choisi moi,—fece Boblikoff—tʼaurais pas eu tant de
déboires!
Pʼtit–Béguin era seduto quasi in braccio a Dorée dʼArnac, una fra le
più belle donne di Parigi, che gli carezzava i capelli brillanti,
color del mogano, forse innamorata di lui perchè faceva il suo stesso
mestiere.
Florina–Bey si bisticciava con un compare di rivista nominato Patrik
Audel.
Poco dopo entrò Max, torvo e coi denti serrati. Senza guardare nessuno
si mise in un angolo, coi due gomiti su la tavola.
Bluette gli andò vicino, con lʼintenzione visibile di riaccendere
la lite. Gli altri la seguirono, e stando lʼuno dietro la spalla
dellʼaltro, si tenevano pronti ad assumere le difese di Bluette.
—Eh bien, je te dis, moi, que tu peux faire ton sac et décamper quand
tu voudras!—gli espose Bluette con le mani sui fianchi.—Voilà quinze
mois que tu mʼexploites, et je nʼai rien dit parce que je suis douce...
Gli occhi obliqui di Max la fissarono con un cattivo riso. Poi squadrò
velocemente le fisionomie dei presenti, ma dovette accorgersi che gli
erano ostili.
—Oui, douce... et tout le monde peut le dire! Mais jʼen ai plein le
dos, mon bellâtre! Va–t–en chez ta momie américaine! Si elle a du goût
pour toi, quʼelle se le passe! Quant à moi, je te dis: La barbe! et
lorsque Bluette a dit: La barbe...—zut, mon pʼtit, cʼest pour toujours!
—Mordieu, ce quʼelle a raison, la tourterelle!—bassoprofondò Boblikoff.
—Penses–tu?—fece Max, cattivo come una cerasta. E balzato in piedi,
afferrò Bluette per un braccio, additando lʼuscio:—Vas–y tout droit, et
rentre!
Bluette cercò di sciogliersi dalla sua stretta conficcandogli nel polso
lʼunghie minute. Allora Max le misurò un tal manrovescio, che lʼavrebbe
di certo coricata per terra se non fossero intervenute al buon momento
le immense braccia di Boblikoff.
Successe un tramestìo. Le donne parteggiavano per Bluette, ma gli
uomini erano in parte impacciati a schierarsi contro Max, per ragioni
di principio. La Grande Rouquine, senza lasciar cadere la sigaretta,
gridava con la sua voce cauterizzata:
—Eh, toi, sale matamore! voix–tu me foutrʼ ʼl camp dʼici, ou bien je
siffle afin quʼon tʼ coffre!
Bluette piangeva contro la spalla di Boblikoff; Limka, battendo
lʼarchetto sulla cassa del violino, si faceva in quattro per riuscire a
metter pace. «Voyons, Messieurs, Dames, un peu de silence!» E sperando
che la musica potesse giovare, attaccava il tango malinconico della
«_Noche de Garufa_».
Del tutto inutile anche «_La Noche de Garufa_»! Max, torcendo fra le
sue dita ruvide un polso di Bluette, non dava più ascolto a nessuno.
Bluette, appesa con lʼaltra mano al collo di Boblikoff, si lasciava
tirare quel braccio come il cordone dʼun campanello.
—Sauve–moi Koff....—pregava Bluette sottovoce.
—Mince! laisse–la, je te dis!—ruggì Boblikoff, diventando bianco.
—Fous–moi la paix, cosaque!—bestemmiò Max. Allora, col braccio
sinistro, Boblikoff sollevò leggermente il peso di Bluette, e simile
ad un gigante che volesse mettere in salvo la sua bambina, se la
collocò dietro le spalle, per modo che ora le stava davanti come un
baluardo. Quasi contemporaneamente, col braccio destro, lanciò innanzi
un tal pugno, che il corpo di Max, piegato in due, sfondò tutta la
siepe delle persone che gli stavano a ridosso e andò a ruzzolare contro
il paravento che nascondeva lʼingresso del bar.
Rimase per terra qualche minuto, e pareva morto. Fra un silenzio quasi
tragico la Grande Roquine gli andò presso, e con la punta del piede lo
toccava per tentare di farlo muovere.
Max per lʼappunto si mosse. In un baleno cavò dalla tasca una piccola
rivoltella, e, sollevato sopra un gomito, sparò due colpi contro
Boblikoff.
Il gigante non ebbe che il tempo di chiudersi la testa fra le braccia,
poi si buttò avanti con un movimento che pareva quello dʼun uomo
colpito. Non lo era; e si rovesciò su Max come una catastrofe di carne.
Chissà quale via scelsero quelle due palle, ma non toccaron nessuno.
La prima scalcinò il muro, lʼaltra si conficcò nella mensola della
bottiglieria spaccando solamente una «Vieille Chartreuse».
Pʼtit–Béguin, con un coraggio imprevedibile, si lanciò egli pure
addosso a Max, per aiutare Boblikoff nel disarmarlo.
Frattanto la Grande Roquine era uscita nella contrada e fischiava con
una piccolissima sirena dʼoro, che portava in collana frammezzo ad
altri ciondoli.