NOTA DEGLI EDITORI

[Illustrazione: DECORAZIONE]

Perdette la sua verginità, la prima volta, una sera del mese dʼAprile,

per uno di quei tanti casi accidentali che toccano alle vergini, le

quali sono per natura destinate a non esserlo più.

Quel giorno aveva circa diciottʼanni; era bella, fresca, e si voleva

bene. Si voleva tanto bene, che non le bastò la forza per impedire ad

un altro di volerle bene insieme con lei.

Questʼaltro fu per avventura uno Studente in medicina, giovine magro e

giallognolo, che portava occhiali. Portava inoltre una camicia quasi

mai di bucato, con i polsini che sfilacciavano e lo sparato gonfio

dʼamido male insaldato.

Presentava, così al primo vedersi, un aspetto confortevole dʼetisia.

Gli mancava un dente canino. Preparava la tesi di laurea in istile

dannunziano.

Questʼuomo, per lei, rappresentò lʼamore; la forza irresistibile del

primo amore.

Nel mese dʼAprile, verso lʼora in cui le stanze dei quarti piani

diventano buie guardando la primavera che tramonta sui tetti luminosi

delle stupende città, vʼè sempre qualche ragazza di diciottʼanni che

può innamorarsi dʼuno studente in medicina.

Sua madre non ne fu contenta.

Sua madre viveva con la pensione dʼun Banchiere stanco; regalava

cravatte ad un Maestro di scherma; era nota per avere un bel seno, e,

quando incontrava taluno che volesse pagarsi—anche a buon prezzo—il

capriccio di verificarlo, non diceva di no.

Sua madre aveva una sorella che aiutava le donne al termine del nono

mese: qualche volta anche prima.

Entrambe le consigliarono di rinverginire.

In quei giorni lo Studente in medicina prese la laurea; si fece mettere

un canino falso, e partì.

Gli amanti si dissero addio sul pianerottolo delle scale, con un

piccolo piccolo sorriso, come due persone pulite, fra le quali non

fosse accaduto niente.

Allora ella pensò dolcemente che sua madre aveva ragione.

Si recò dalla Zia Levatrice, a piccoli passi, portando un mazzolino

di mughetti nella fresca cintura, coprendosi lʼamabile viso con un

ombrellino da sole.

Il Banchiere stanco allora sentì rinascere, per la figliuola di una

tanta madre, lʼintiepidito fuoco dʼamore della sua passione giubilata.

Era un uomo dʼoltre cinquantʼanni e sapeva che il denaro è la poesia

della vita.

Emise un vaglia su la propria banca, le fece fare un bel corredo, venne

con un brillante in un astuccio, e si prese, con qualche fatica, la

seconda sua verginità.

Ma i banchieri talvolta fanno male i propri conti. Egli non aveva preso

nulla... e la ragazza tornò vergine per la terza volta.

Che brava bambina!

Questʼultima volta bisognava darsi ad un conoscitore; bisognava

scegliere un uomo che potesse con eleganza, e per tutta la vita,

rimanere «il suo primo amante».

Cʼera un Irresistibile.

Questo Irresistibile si vestiva, quasi certamente, a Londra. Possedeva

non meno di quattrocento cravatte; raccoglieva bastoni, bastoncini,

mazzarelle di tutte le specie: portava lʼocchialetto e si chiamava

Conte.

Non faceva nientʼaltro che fare lʼIrresistibile. Tutte le belle

cittadine avevano dormito con lui: qualcuna in verità, molte altre in

sogno.

Le ragazze da marito cercavano un fidanzato che somigliasse

allʼIresistibile.

Le mondane si davano per niente allʼIrresistibile.

Le signore attempate, quelle che frequentavano con assiduità

lʼIstituto di Bellezza, forse avrebbero pagate volentieri le grazie

dellʼIrresistibile.

Ma egli era un uomo illibato; non accettava neanche un soldo.

Anzi pagava sempre, con mazzi di fiori, E dava inoltre la propria

fotografia. Con dedica.

Nel cuore della donna lʼIrresistibile sapeva leggere a prima vista. Era

così esperto in materia di psicologia femminile, che, al suo cospetto,

ammutolivano i più fini conoscitori. Nel proprio inventario contava

ogni anno circa una mezza dozzina di vergini. E questo è un buon

numero, perchè ai tempi nostri le vergini sono difficili a trovarsi. Ma

lʼIrresistibile ne trovava, e—pare—con grande facilità.

Certa sera, in un teatro, al fianco della sua madre baldanzosa, ella

portava con modestia un bellʼabito regalatole dal Banchiere.

LʼIrresistibile, dopo averla saettata con la fiamma del suo terribile

occhialetto, si volse agli amici, per dir loro che la biondina di terza

fila era indiscutibilmente una magnifica ragazza.

Tutti furono dʼaccordo nel trovarla una magnifica ragazza.

LʼIrresistibile mandò la fioraia del teatro ad offrirle quel che aveva

di più leggiadro nel suo galeotto paniere.

Questa fioraia ben sapeva come si porgono mazzi di fiori alle signorine

con madre in cerca di marito. Alla fine dello spettacolo, presso

lʼuscita, lʼIrresistibile in cravatta bianca le invitò a cena.

La gentildonna dal seno classico dovette naturalmente rispondere:—«Ma

le pare?... Non è davvero possibile, gentilissimo signore!»

Tuttavia si lasciarono accompagnare sino al portone di casa. E ciò

che piacque molto alla vergine fu il saluto che lʼIrresistibile fece,

descrivendo nellʼaria un movimento perfetto con il suo guanto bianco ed

il suo cappello a tuba.

La saggia madre disse alla vergine, su per le scale:

—Con quei tipi, mia cara, bisogna stare attente a non scivolare sopra

un canapè.

La vergine, in risposta, non disse nulla. Perchè forse quel grande

pericolo non le incuteva una soverchia paura.

Allora, il primo giorno, fecero una passeggiata sentimentale.

Il secondo giorno, in vettura chiusa, ella si lasciò molestare.

Il terzo giorno, con molta cipria su la gola, si recò da lui per

confessargli chʼera vergine...

La sera dellʼultimo giorno, il consumato Irresistibile riuscì a

persuadersi, o beata innocenza!... che il fatto era innegabilmente

vero;—e per la terza volta le rubò quel fiore che i pedanti chiamano

verginità.

Sʼinnamorarono.

Questa luna di miele tramontò col volgere del secondo mese, quando

lʼIrresistibile, che aveva in quei tempi un soverchio lavoro, la

cedette con molte raccomandazioni ad un amico facoltoso.

Ella ne fu certamente un poco triste. Poichè lʼamico facoltoso, non

saprei quali difetti avesse, ma come uomo proprio non le piaceva.

Era un signore logico e serio, meticoloso come una dieresi, tetro di

abiti e con la barba ispida.

Ondʼella cominciò a fargli mansuetamente le corna con i suoi giovani

amici eleganti, scegliendo quelli che sapessero ballare con più grande

vertiginosità.

Poichʼella sentiva per la danza una passione da vera innamorata e la

musica dʼunʼorchestra le dava quella ebbrezza che il poeta cerca di

esprimere nel ritmo della poesia. Sua madre inoltre le consigliava di

andare qualchevolta, fra le quattro e le sei del pomeriggio, nelle case

di convegno.

Questo, perchè lʼuomo facoltoso, con barba ispida, era piuttosto avaro.

La casa di convegno è lʼultima eredità pagana che forse durerà perpetua

nelle città cattolicissime. In esse, per tutte le classi di cittadine,

come già fu nei templi di Babilonia e di Efeso, la prostituzione è

sacra. La tenitrice, in molti casi, è una brava madre di famiglia,

che si confessa parecchie volte allʼanno e frequenta i ritrovi della

piccola borghesia. Non di rado è più bella che le sue belle clienti; ma

non è cosa molto agevole farle commettere peccato. Suo marito è geloso,

e quando non cʼè il marito, vʼè un amante fiero ed energico, il quale

sorveglia la sua castità, ma sopra tutto i suoi incassi.

La casa di convegno è una scuola di filosofia: là sʼimpara che

la bellezza deve rassegnarsi al piacere del primo venuto, e che,

per godere le gioie del mondo, bisogna sempre lasciar lʼideale in

portineria.

[Illustrazione: DECORAZIONE]

Quella bella ragazza, che allo Stato Civile figurava sotto il nome di

Cecilia Malespano, un bel giorno, e non per sua colpa, divenne Mimi

Bluette.

Come cʼera un Irresistibile, così cʼera un Pittore. Uno di queʼ pittori

che giornalmente stemperano un poʼ di poltiglia colorata sopra una tela

cattolica od ortodossa, e per ciò solo divengon noti, qualche volta

celebri.

Questo pittore faceva il nudo a maraviglia. Era un maestro del nudo, e

lo faceva in un suo modo particolare; tanto particolare, che bisognava

nel caso dar torto alla natura, non a lui. Un critico dʼarte, fra

quelli che vanno per la maggiore, e sono stati anche in Francia, aveva

messo in voga il nudo, la tecnica del nudo, la pastosità del nudo,

che adoperava questo Pittore. Le famiglie cospicue si pagarono il

privilegio di mettere nella propria galleria uno scarabocchio di questo

Pittore.

Le attrici alla moda—quelle che hanno inventata una maniera

trascendentale per esprimere lʼinteriezione: Ah...—si recavano

soavemente nel suo studio e gli tendevan la mano sfiduciata,

chiamandolo: Maestro...

Le Americane, ragazze intraprendenti, noleggiavan transatlantici

apposta e riempivano le stive con sacchi di dollari per venire a farsi

mettere in cornice da lui.

Con le ragazze Americane faceva il seminudo.

Questo Pittore parlava bene di Raffaele Sanzio da Urbino.

Portava un cappello così eccentrico da non potersi confondere con

alcuno, e prendeva il bagno, una domenica sì, lʼaltra no, nella

celebre vasca di marmo del suo celeberrimo appartamento. Questa vasca

da bagno era fatta nientemeno che a somiglianza dʼuna cassa da morto.

Lʼappartamento conteneva parecchie altre maraviglie di questo genere.

Il Pittore si teneva in casa una trentenne arruffata, chʼera gelosa

come una Eumenide, ma che gli amministrava un purgante con farmaceutica

gioia tutte le volte che gli eccessi alcoolici gli sopprimevano

lʼappetito.

Il Pittore cercava modelle nei saloni patrizi, nelle case di tolleranza

e nelle bottiglierie.

Questo era il solo criterio giusto che governasse la sua pittura.

Per lʼEsposizione di Venezia egli stava preparando un certo quadro,

molto più complicato deʼ soliti e più grande a vero dire, poichè

misurava non meno di due metri per tre. Gli occorreva un certo seno

speciale, assolutamente inedito, un seno come intendeva lui, per la

figura della protagonista. Dopo aver visitato con benevolenza parecchie

dozzine di esemplari difettosi, una sera, bevendo il gin, gli fu

parlato in confidenza della eccellente struttura che avevano i seni di

Cecilia Malespano.

Glielo disse un nottambulo assonnacchiato, che succhiava la sua bibita

con un colore di febbre gialla, e che, dopo una tale confidenza, gli

propose di giocarsi la bibita ai dadi.

Il Pittore fece nove.

Il nottambulo tre. Perdette.

Ma il nottambulo condusse la bella ragazza il giorno appresso nello

studio del Pittore, che affettuosamente le consigliò di spogliarsi.

Era la più bella creatura nuda che il Pittore avesse ancor mai veduta.

Era perfettamente il seno come intendeva lui, quel seno di famiglia

della madre Malespano, la quale regalava cravatte su cravatte al suo

battagliero Maestro di scherma.

Queʼ seni le sbocciavano dal busto con impetuosa ertezza, lontanandosi

lʼun dallʼaltro, con una vasta e calma simmetrìa.

Guardavano da tutte le parti, con dolcezza ma con vigore.

La spalla tonda li portava, turgidi e limpidi, come due maravigliosi

grappoli dʼuva. Il Pittore si degnò concludere:—Va molto bene, mia cara

piccina...

E siccome, dopo aver guardato il seno, si accorse che più giù e più

su, di faccia e da tergo, si andava di bene in meglio, questo Pittore

scrupoloso rifece tutta la figura principale, bestemmiando come un

facchino perchè Cecilia non istava mai ferma.

Oltre il prezzo di modella, per qualcosa chʼegli si volle accordare

inoltre, le diede un bellissimo anello, che forse valeva poco, ma in

compenso era molto originale.

Pare avesse appartenuto nientemeno che ad un Papa del Seicento.

I pittori, nel dare un titolo ai propri quadri, talora incontrano

quelle medesime difficoltà che mettono in gravi angustie le ballerine,

le attrici e le divette, allorché stanno per scegliere un suggestivo

nome da teatro.

Il quadro doveva chiamarsi: «Lo Specchio della Felicità»—oppure: «La

felicità di guardarsi nello specchio»—oppure, semplicemente: «Lo

specchio».

Ma il Pittore leggeva per buona ventura tutte le novelle appassionanti

che si pubblican nei giornali ebdomadari e quotidiani. Così la sua

mente leonardesca tentava di abbracciare il movimento letterario

contemporaneo.

In una di queste novelle, a protagonista parigina, egli trovò per

avventura questo bel nome azzurro: Mimi Bluette.

Il nome gli piacque tanto, che, detto fatto, lʼappiccicò sul quadro.

Allʼapertura dellʼEsposizione, la ragazza ed il Pittore si recarono a

Venezia.

Non saprei dire se ricevette più elogi questi o più visite quella, ma

il fatto sicuro è il seguente: che tutti volevano Mimi Bluette.

Mimi Bluette non era Caterina Seconda, e poteva tuttʼal più ricevere

due volte al giorno, serbando il decoro necessario per non subire

troppe rimostranze dal morigerato Segretario dellʼalbergo.

Alle rimostranze trovò rimedio, lasciandosi cadere nelle braccia del

sullodato Segretario, chʼera un bel giovine, poliglotta, il quale

piaceva molto alle malinconiche forestiere.

Ma, quanto allʼaffluenza, non trovò che una via dʼuscita: far salire

strepitosamente il conteso prezzo deʼ suoi baci.

Questa risoluzione, che pare tanto semplice, non venne in mente alla

dolce Bluette. Era una brava ragazza, poco interessata, piena dʼanima

nascosta e di nascosta poesia. Non aveva in sè che un unico amore: la

danza, non viveva che per un grande sogno: lasciarsi portar via dalla

musica, diventare un giorno ballerina.

Chi le dette questo consiglio fu per avventura un certo bellimbusto

elegante, il quale proteggeva le ragazze inesperte nei casi difficili

della vita loro.

Mimi Bluette era una stordita. Non diede retta, se non in parte, ai

buoni consigli di questo Protettore. Alla chiusura dellʼEsposizione

di Venezia ella possedeva tuttavia molti bauli pieni dʼabiti costosi,

molte cappelliere piene di franceserie stravaganti e fiorite, qualche

gioiello ragguardevole, nonchè un bel gruzzolo, che doveva bastarle a

compiere gli studi per divenir ballerina.

Ma il Protettore non la perdeva dʼocchio, e si permise un giorno di

somministrarle due schiaffi stupefacenti, perchè, dopo essere stata

sua più di una volta, quella sera, con il pretesto dellʼemicrania, gli

disse di no.

Erano i primi due schiaffi che Bluette riceveva da un uomo; la cosa le

fece più maraviglia che dolore.

Poi eran dati bene, senza preamboli, prima col palmo, poi col rovescio

della mano, tanto chʼella vide ben due volte rifulgere il prisma del

brillante che il Protettore portava in dito.

Non seppe cosa rispondergli, povera Mimi Bluette.... ma si avvide, come

per miracolo, che lʼemicrania era passata. Si guardò nello specchio,

si mise molta cipria su le guance arrossate, poi dolcemente cominciò a

slacciarsi la camicetta.

Solo, quando fu in letto, vicino a lui, scoppiò in un dirotto pianto.

Il Protettore si commosse. Aveva i bei capelli neri che gli cadevano su

la faccia oscura. Spiegò a Bluette che le voleva bene, chʼera geloso di

lei, anzi la preferiva senza paragone a tutte lʼaltre donne della sua

vita.

Forse, in quel momento, non mentiva.

Incominciò a baciarla, ma in quel modo particolare che solo intendono i

maschi avvezzi a tutte le donne, i maschi avvezzi ad essere amati dalle

donne.

Bluette apriva gli occhi lucenti sotto le grandi lacrime; lo guardava

traverso il biondo vapore deʼ suoi capelli arruffati. Sentiva di essere

stata battuta, e questo le dava una passiva ebbrezza fisica, un dolore

di novità quasi riconoscente.

Non voleva essere donna, per quellʼamante bello e temibile; ma si

coricava, si coricava sempre più, con un turbamento insolito, sotto

quella bocca forte.

Egli le prese il piacere nel pianto;—ed infatti ella piangeva di

piacere.

Divenne curiosa di lui, come una ragazza che legga un libro dʼamore

proibito.

Si accorse della sua bellezza virile, che prima non aveva quasi neanche

osservata, e con gli occhi fermi ascoltava il suono della sua voce

ambigua, osservava il riso deʼ suoi bianchissimi denti. Era lì, con

lei, disteso come un cattivo leopardo vicino ad una piccola preda;

con lei sola, nella notte inoltrata; sentiva chʼera uomo forse da

ucciderla,—e questo le piaceva.

Le piaceva molto una specie di obliquità che, nel riso, prendevano i

suoi occhi, neri come perle nere; le piaceva molto la robusta magrezza

del suo corpo flessibile, quel braccio arido che si affondava, premendo

i suoi capelli sparsi, nel profondo cuscino.

Le parlava con vivacità, con evidenza, dʼaltre donne chʼerano state

sue, che si erano piegate per lui a molti sacrifizi, che si erano

contese, talvolta con acerbe gelosie, con piccole tragedie, il suo

capriccioso amore.

Le raccontava queste cose pianamente, con una specie di negligente

fatuità, saltando con brio di cosa in cosa, da un particolare

nellʼaltro, dal nome di una amante nobile a quello dʼuna ballerina, tra

i molti paesi ovʼera stato, fra le avventure più dissimili,—e tutto

questo con verità.

Bluette si accorse dʼimprovviso che gli altri maschi erano effeminati

al suo confronto, che a lui non si poteva disubbidire, chʼegli solo era

un uomo.

Non si moveva più; quella voce ambigua lʼaveva soggiogata; si

raffigurava ed invidiava le donne chʼerano state sue. Non aveva

profferito ancora una parola, si era lasciata prendere in silenzio,

nascondendo il suo piacere, facendo quasi uno sforzo per chiudere tutte

le sue vene a quellʼamore troppo forte che lʼassaliva... E poi sʼera

stretta fra le spalle bianche, sotto i capelli biondi, per ascoltarlo

mentre parlava. Ma dʼun tratto le parve dʼessere ubbriaca, di non avere

più memoria, le parve dʼessere una donna come le altre, innamorata e

gelosa di lui...

Di colpo gli serrò le braccia intorno al collo, fece un nodo con se

stessa, ed in silenzio, con tutte le sue vene, gli promise:—Anchʼio...

Cʼè una notte in cui la ragazza galante sʼaccorge dʼessere ancor

paurosa ed innocente come la fanciulla chʼesce da un educandato.

Il Protettore si chiamava Max.

Questʼuomo pieno di esperienza le spiegò che lʼItalia è un paese dove

le belle donne si sciupano senza trovare adeguata fortuna. Le insegnò

allora dieci vocaboli francesi, parlandole con molto buon senso della

gaia Repubblica Transalpina.

Una sera presero il treno del Sempione. Per iniziarla subito alla

galloria, le comprò dal giornalaio della stazione lʼultimo numero del

«Frou–Frou».

Parigi, per la donna italiana, è come il sogno voluttuoso dʼun fumatore

di hascisch. Tutte le donne del mondo possono, fino ad un certo segno,

diventar Parigine. Tranne la tedesca, donna implasmabile, che dirà sino

alla morte:—«Sceu suis un beu amoureuse de fous cet soir...»

[Illustrazione: DECORAZIONE]

* * * * *

Mancavano dodici minuti alla seconda ora del pomeriggio, sul meridiano

di Greenwich, quando Max e Bluette discesero sul «quai de la Gare de

Lyon».

Bluette entrò nella Capitale in un tassametro giallo; al primo

quadrivio poco mancò non perdesse la dolce sua vita sotto un camione

gigantesco, il quale si muoveva per le strade anguste soffiando e

reboando come un ciclopico mammut.

Presero alloggio in una vecchia celebre locanda parigina, che si

affaccia verso una strada napoleonica, e dove i corridoi sembravano le

retroscene dʼun teatro di terzʼordine. Ma una cameriera dalla faccia

di pomo, come le donne di Picardia, garbatamente le domandò: «A quelle

heure faut–il envoyer un artiste pour onduler Madame?» Ella rispose:

«Merci, bonjour!»—e si sentì felice come una Parigina.

Col naso in aria cercava per tutte le strade la Tour Eiffel. Quando la

vide, capì finalmente che Parigi somigliava un poco alle sue cartoline

illustrate. Parigi era una città come tutte le altre, un poco più

grande, con la Tour Eiffel.

Quando Max le fece conoscere la famosa Rue de la Paix, ella si mise

a ridere, come se Max volesse farle uno scherzo. Nella Place de

lʼOpera il Protettore le disse che in quel momento ella si trovava

nel centro del mondo. Bluette si guardò intorno stupefatta, con

lʼaria di chi, stando su lʼEquatore, cerchi un segno qualsiasi che

lo renda visibile. Ma i boulevards, di sera, le scompigliarono

lʼimmaginazione. Dʼun tratto le parve dʼessere afferrata nel vortice

dʼun immenso carrosello, e di girare, di girare, sopra un circolo

senza fine, tra il carnovale dʼuna città ubbriaca, sopra veicoli di

montagne russe che volassero in mezzo a baldorie di lumi. Guardava le

donne, maravigliandosi che da vicino fossero alcune vecchie e brutte,

ineleganti e povere; guardava i soldati repubblicani dai calzoni di

porpora, pensando alle piume di gallo deʼ suoi bellissimi bersaglieri.

Osservava gli squallidi ronzini delle vetture di piazza ed i grembiuli

bianchi dei camerieri da caffè.

Si chiedeva per qual ragione illuminassero tutte le strade con

trofei di parole incomprensibili, scritte sui muri, sui balconi e

sui tetti; da un lato la testa dʼun cuoco, dallʼaltro il pancione

dʼun adulto che si fa pungere lʼumbilico dallʼindice dʼuna modistina;

e girandole di fiammelle, proiettori, cinematografi aerei, punti

esclamativi, punti dʼinterrogazione, parole in tutte le lingue: «Maxima

Maximum chez Dusausoy—Bouillons Maggi—le Matin sait tout—la Revue de

lʼAlhambra—Rouli Rouli... Crémieux... Luna Park... habille bien—Le

Matin... Michelin... Galeries... Polin... sait tout...»

Questa ridda le durò nel cervello per un paio di settimane; poi

cominciò a comprendere che in tutto quel disordine vʼera unʼassoluta

coerenza. Quale? Forse la più semplice: quella di essere Parigi.

Max in breve le fece conoscere tutte le persone più autorevoli della

Capitale: Mimyss dʼHouby, «qui avait perdu son gant», ossia che

aveva perduto i cinquemila franchi al mese del profumiere Houbigant;

Florina–Bey, che aveva credito presso lʼAmbasciata Turca; Jennie–Minnie

et Lélie, società in accomandita, della quale era gerente un

emulo di Max, le vicomte Jean Pinai–Kennedy, che si chiamava Jean

Kiki. Poi Boblikoff, ex–domatore dʼorsi, che adesso ammaestrava un

paio di minorenni; Micaello, creatore di una «valse chaloupée»;

Garcia Pois–lourd, o Garcia Poilu, boxeur deluso; Lucien–Lucienne e

Pʼtit–Béguin, maschi a doppio senso.

Queste onorate persone andavano a pranzare nel Bar de la Grande

Rouquine, donna che aveva un passato. Lì convenivano tutti, da Mimyss

a Pʼtit–Béguin, oltre un buon numero di clubmen amici del forestiere,

jokeys di cartello, che avevano qualche finish particolarmente

piacevole o per Florina o per Minnie, polledre di razza; bookmakers,

ballerini, dandys, nottambuli, disegnatori, spiritisti, compositori

di couplets; critici dʼarte affiliati alla sifilide; consumatori di

gin e di cocaina; adolescenti che parlavano con il senno della cassa

da morto; compratori e venditori di gioielli ambigui; spadaccini che

facevano il prestanome in tutte le faccende losche; principi del

Caucaso e decorazioni del Missisipì; ex–maîtres–dʼhôtel, che, smessa

lʼonorata marsina, campavano con molto garbo su lʼindustria del

forestiere; professori di bigliardo, scacchi, puzzles e pattinaggio;

poi tanti rimbecilliti quanti sia possibile trovare, per i quali,

durante il pranzo e la cena, lo scorbutico tzigane suona il pezzo

favorito.

Nel Bar della Grande Rouquine Mimi Bluette imparò molte cose. Prima di

tutto imparò qualche frase dʼargot.

Max le aveva insegnato il «suo» francese; ma pur troppo dovette

dimenticarlo.

Quando seppe lʼargot, Bluette comprese che ognuno di queʼ bizzarri

tipi era coerente con il bisogno di campare la sua vita. Così ella

perdette lʼidea provinciale che fosse quasi un furto, non il rubare, ma

il farsi regalare per forza tutto quello che cʼè nel portafogli dʼun

forestiero ubbriaco; lʼidea che Lucien–Lucienne o Pʼtit–Béguin fossero

stomachevoli per quel poʼ di belletto che si mettevano su le guance, o

Jean Kiki un farabutto perchè aveva una sessanta cavalli della marca

Jennie–Minnie et Lélie, o la Grande Rouquine una vendicativa e temibile

mezzana perchè aveva per amante un Commissario di Polizia.

Tutte sciocchezze!... Questa brava gente faceva prosperare il suo

piccolo commercio, pagando le tasse al Governo e deridendo lo stupore

dei buoni provinciali.

La Grande Rouquine, ogniqualvolta poteva parlare con Bluette a

quattrʼocchi, le diceva con insistenza, mordendo il bocchino della sua

lunga sigaretta russa: —Fi!... tʼes une gourde!

E questo: «Fi!... tʼes une gourde!» le sprizzava dalle sottilissime

labbra come il fischio velenoso dʼuna bella vipera.

Bluette non sapeva cosa volesse dire «une gourde». Quando glielo

spiegarono, guardò in faccia la Grande Rouquine con i suoi occhi

attoniti e rotondi. Perchè «une gourde?»

—Plaque–le ce macaroni qui fait tant dʼesbrouffe! Tʼes assez bien

fichue pour marcher sur tes pattes! Fi!... là!

Questo fu il consiglio della Grande Rouquine.

La Grande Rouquine era seccatissima di avere tanto seno quanto ne hanno

per solito le quindicenni tubercolose. Aveva due cosce così lunghe da

parere in piedi sovra due stampelle; una fisionomia di cera con due

grandi occhiacci da gatto, verdi; poi quel suo cespuglio di capelli

rossi che le ventava intorno alle tempie come un colore di malvagità.

Aveva una voce fioca e sonora, bruciacchiata dallʼarsura delle

sigarette russe. Dicevano che avesse tirato un paio di stilettate in

vita sua, come sʼinfila un ago da calza dentro un gomitolo di lana.

Ma la polizia, per riconoscenza, le aveva permesso di aprire il Bar.

Limka, violino di spalla dellʼorchestrina zingara, il famoso Limka,

tzeco delle Batignolles, era suo fratello; cioè figlio di sua madre.

Quanto al padre, nè Limka nè la Grande Rouquine nulla sapevano di

positivo.

Un cugino di Limka faceva il Régisseur a Montmartre.

Gli raccomandarono Bluette.

Il Régisseur le mise un dito sotto il mento:—Faut achalander, ma

poule!...

«Achalander? Achalander?» Neanche Max intendeva cosa volesse dire.

Garcia–Pois lourd, boxeur deluso, per quanto a sua volta non fosse un

aborigeno, diede tuttavia la spiegazione:—«Eh, bon Diô! ça vô dire

tirrer les cliannts! Achalandèrr, achalandèrr, quoi!...»

Micaello, creatore dʼuna valse chaloupée, si assunse lʼincarico di

farne in poche settimane «la premièrre dansôse de la Scalà.» Era un

bel ragazzo, agile come una pallottola, con occhi da Saraceno. «Et

tou me payeras quand tou auras plous de gallette!... Ze ne suis pas

compatriote pour rienn, ze ne suis pas!...»

Quando seppe il Cake–walk, la Sailorʼs–dance, la Chaloupée e tutto

il resto, Jennie–Minnie–et Lélie vennero a proporle di fare un

numero insieme: Micaello vestito da negro e lor quattro vestite col

bianco della loro pelle. Max e Jean Kiki avevano scoperta frattanto

unʼAmericana, ossigenata e robusta, che sfruttavano in società.

Il numero di bianco e nero mandò in visibilio quel rispettabile

pubblico, e, sebbene le altre avessero più scuola, quella che piacque

fu Bluette.

Il Régisseur la ficcò nella Rivista, indi la portò a cena.

Il Régisseur era un uomo scrupoloso, che pagava lo Sciampagna sei

franchi sotto il prezzo della lista e diceva al maggiordomo:—Voyons,

Ernest, ne mʼembête plus avec ta cousine! Si elle ne parvient pas à

relever son gros derrière, qui lui tombe sur les mollets, comment

veux–tu que jʼen fasse une Commère?

Quanto a Bluette, le disse:—Je ne te donne rien, ma petite, mais aussi

je ne te demande rien: ce qui est fort gentleman de ma part.

Bluette si mise a ridere, passandogli una mano leggera sul cocuzzolo

calvo.

Soltanto lo pregò di farle portare carta penna e calamaio, perchè

voleva scrivere due parole a sua madre.

«Cara mammina.

Finalmente sono riuscita ad essere «une étoile»; fra poco diventerò

quello che a Parigi si chiama «une vedette», il che vorrebbe dire

una stella di primissimo ordine. Denari ne avrei molti, se non me li

avesse tutti sequestrati regolarmente il mio buon amico Max. Ma non

importa, perchè la settimana ventura entrerò neʼ miei mobili, come si

dice qui; ossia ho trovato un grande industriale che mi mette su casa

e mi compera lʼautomobile. Se hai voglia di venire a Parigi, avvertimi

súbito, che ordinerò al tappezziere una bella camera da letto, stile

Liberty, ove dormirai bene. Ma, ti prego, non condurmi anche il maestro

di scherma, perchè non saprei dove metterlo, e qui ne troverai di molto

più eleganti che il tuo. Il grande industriale è uno fra gli uomini

più ricchi di Parigi. Ha quarantasette anni; è vedovo; ha due figlie

da marito, una vecchia amante in pensione che gli costa un occhio

della testa; è ancora un bellʼuomo, tutto sbarbato, e pare un Inglese.

Questa sera mi ha mandato un filo di perle attorcigliate al manico dʼun

paniere dʼorchidee. Sono a cena col Direttore del mio teatro, un buon

diavolo, sempre allegro, che mi protegge e che mi vuol bene. Addio;

mammina; ti manda un bacio la tua

Mimi Bluette, fiore del mio giardino: romanzo · 第 10 / 20 题