Da Roma a Torino.
--La _Tribuna_ con la caduta del Ministero.
Questo grido caro al suo orecchio aveva accolto l'onorevole Varedo
nell'atto di montare in _fiacre_ per recarsi alla stazione, e lungo
tutta la via, in mezzo al brulichìo della folla, in mezzo al rumore
delle vetture e dei tram, da cento voci di ragazzi e d'adulti, egli
aveva sentito ripetere:
--La _Tribuna_ con la caduta del Ministero.
Anch'egli aveva comperato un numero del giornale e alla fioca luce del
crepuscolo vi aveva letto il resoconto della seduta, scorrendo
rapidamente il sunto abbastanza esatto del suo discorso, e
soffermandosi in particolar modo sugli incidenti successi poi:
l'impazienza febbrile della Camera; le poche, incisive, efficacissime
parole di San Giustino: le confuse dichiarazioni balbettate dal
Presidente del Consiglio, Crugnoli, le grida di _basta, basta, ai
voti_; la votazione nominale infine, che nonostante una cinquantina di
astensioni, aveva dato una maggioranza schiacciante contro il
Gabinetto, e l'esito della quale aveva provocato una salva d'applausi,
raddoppiati d'intensità quando Crugnoli annunziava ufficialmente la
crisi con le frasi di prammatica:--Il Ministero si riserva di prender
gli ordini di Sua Maestà.
Sotto la rubrica _Ultime notizie_, il giornale si scusava di non
poter, per l'ora tarda, diffondersi in ampi commenti, e si limitava a
constatare il successo trionfale dell'onorevole Varedo, il cui
discorso aveva superata l'aspettativa che pur era grandissima.--Le
sorti del Gabinetto erano già decise--soggiungeva la _Tribuna_,--ma è
certo che la poderosa requisitoria dell'onorevole deputato di... vinse
molte perplessità e rinforzò di parecchi voti l'opposizione.
Alcune righe più basso e proprio in fondo alla terza pagina, si
leggeva in caratteri cubitali:
«Secondo le informazioni che ci giungono al momento di andare in
macchina, i Ministri appena sciolta la seduta si sono recati al
Quirinale per rassegnare le loro dimissioni che non si dubita saranno
accettate da Sua Maestà. Tutto fa prevedere che la crisi sarà di breve
durata. Qualche amico intimo dell'onorevole Crugnoli afferma ch'egli
stesso indicherà al Sovrano l'onorevole di San Giustino come l'uomo
voluto dalle circostanze».
In Piazza di Termini l'onorevole Varedo ripiegò il foglio e lo ripose
in tasca. Omnibus d'albergo, tram, vetture di piazza e vetture private
convergevano da ogni parte verso la stazione che, ormai illuminata,
spiccava bianca sul fondo grigio del cielo crepuscolare. Nel Piazzale
dei Cinquecento numerosi capannelli discutevano intorno alla crisi;
qualche cittadino, che aveva comperato il giornale della sera ne
perlustrava le fitte colonne al chiarore d'una lampada elettrica; i
rivenditori seguitavano a urlare:--La _Tribuna_ con la caduta del
Ministero.
Quando Varedo scese di carrozza, più d'uno lo riconobbe e lo salutò.
Egli ricambiava macchinalmente i saluti, toccandosi la tesa del
cappello, ma non si fermò con nessuno ed entrò difilato in stazione.
Qui non potè sfuggire a una dozzina di colleghi che prendevano
anch'essi il suo treno, e gli toccò subire congratulazioni,
condoglianze, auguri, e rinunziare alla speranza di viaggiar solo. Ma
forse era meglio così. Meglio aver il capo intronato dalla politica
che fermarsi su quell'altro, orribile pensiero.
Sotto la tettoia lo raggiunse di San Giustino, e lo tirò in disparte.
Parlava piano, breve, concitato, nella sorda irritazione prodottagli
dai cent'occhi che gli erano piantati addosso.
--La crisi si risolverà presto. Anche il Presidente del Senato oltre a
quello della Camera suggerisce il mio nome. Credo che domani sarò
chiamato al Quirinale. In quarantott'ore presenterò la mia lista.
Terrò per me la Presidenza e gl'interni, e voi sarete il mio
sottosegretario di Stato.... Meritereste di più, meritereste un
portafoglio...
Questo, Varedo lo sapeva benissimo. Pure la coscienza della propria
forza gli permetteva d'attendere ed egli non aveva mai profferito una
parola che tradisse il suo intimo pensiero.
--Grazie--egli disse, interrompendo San Giustino;--ma in Italia si
diffida dei giovani e la mia età potrebb'essere una debolezza pel
Gabinetto.
San Giustino fece una spallucciata.
--Ciò importerebbe poco... Vi vedrebbero alla prova... Gli è piuttosto
che si son presi tanti impegni....
--Non vi confondete, caro amico. Il sottosegretariato agl'interni è
già un bellissimo posto.
--E contate d'esser presto di ritorno?--chiese San Giustino.
--Che impegni posso prendere con questa spada di Damocle che mi pende
sul capo? Vi telegraferò.
--Signori, in vettura.
Varedo salì in uno scompartimento ove c'erano già tre colleghi.
Gli sportelli si chiusero, ma prima del fischio della partenza arrivò
trafelato Zonnini il quale veniva a stringer la mano all'amico.
--Meno male che arrivo in tempo... Con quei benedetti tram non c'è
regola... E hai avuto altre notizie?
--Nessuna... Ne troverò a Pisa o alla Spezia...
--Speriamo bene.
Varedo tentennò la testa sfiduciato.
Dalla macchina all'ultimo vagone corse il grido: Pronti! Pronti!
Il treno si mosse.
--Ricordati di farmi spedir le bozze del discorso--gridò Varedo a
Zonnini cacciando il capo fuori del finestrino e salutando a destra e
a sinistra.
Nell'interno della vettura i tre colleghi almanaccavano sulla crisi e
sulla sua probabile soluzione.
--Ecco chi la sa lunga--disse uno di loro accennando a
Varedo.--Specialmente dopo la conferenza avuta or ora col _divo_.
--Io ne so quanto voi--rispose Alberto.
--Già, già, non vogliamo essere indiscreti.
L'onorevole Cataldo, ch'era il più anziano dei tre e aveva cinque
medaglie, cominciò a spifferar la sua lista. San Giustino, Presidenza
e interni, Rutigliano, esteri, Lentini, guerra, Bavardi, marina,
Pietrasanta, tesoro...
--Neanche per idea--interruppero gli altri. Erano d'accordo nel tener
per fermo che l'incarico sarebbe dato a San Giustino, ma circa alla
formazione del Ministero ognuno aveva la sua opinione.
--Se non fate parlare Varedo, è inutile--disse con la sua vocina di
musco l'onorevole Orsara ch'era seduto a uno degli angoli e succhiava
un pezzetto di cioccolata.
--Quando vi ripeto che non so niente...
Senza curarsi delle proteste, Cataldo seguitava la sua enumerazione.
Modica, finanze, Brusasco, grazia e giustizia, Sardi Gallese,
istruzione pubblica...
--Ma che? Non è adatto...
--Importa molto!--replicava Cataldo.--Un Ministero si fa come si può,
e nemmeno San Giustino farà miracoli. Del resto, caro Varedo, oggi noi
vi abbiamo aiutato a rovesciar Crugnoli che era ormai un Presidente
del Consiglio impossibile. Ma non ostante il vostro magnifico
discorso, non siamo così ingenui da credere che sorgerà un'era nuova.
Ne ho acquistata dell'esperienza in cinque legislature, e vi assicuro
io che _plus ça change plus c'est la même chose_. La Camera è quella
che è.
--La Camera si cambia--notò Varedo.
--La scioglierete, non c'è dubbio, e probabilmente di San Giustino
salendo al potere, avrà il suo bravo decreto in tasca.... Ma il paese
vi rimanderà su per giù gli stessi uomini...
Continuarono a discutere per un poco; poi l'onorevole Orsara fece una
proposta.
--Se cercassimo di dormire per qualche ora?
E si levò in piedi per abbassar la fiamma del gaz, ma, breve di
statura com'era, non ci arrivava.
--Son qua io--disse il suo vicino, l'onorevole Francioni, ch'era una
pertica.--Ma io mi guarderò bene dall'addormentami. Scendo a Grosseto.
--E noi scendiamo a Pisa--soggiunsero i due compagni.--Non c'è che
Varedo il quale faccia un viaggio lungo.
--Pur troppo. E che viaggio!
--Ma!--sospirarono i colleghi con quell'accento di simpatia discreta
che le persone educate hanno sempre a loro disposizione come la moneta
spicciola che si tiene nel taschino della sottoveste.
Il treno divorava lo spazio. Col berretto calato sulla fronte,
l'onorevole Orsara russava, Cataldo e Francioni sonnecchiavano a occhi
aperti.
Alberto Varedo era ben desto, e il suo sguardo fisso esprimeva
l'angoscia di chi non sa scacciare da sè una visione dolorosa. Quanto
più egli s'allontanava da Roma, e gli cresceva la solitudine intorno,
e si smorzava l'eco degli applausi che gli avevano, poche ore
addietro, dolcemente accarezzato l'orecchio, tanto più egli sentiva la
terribilità della tragedia domestica che lo aspettava. No, egli non
l'avrebbe trovata viva, la piccola Bebè, egli non avrebbe udito la sua
vocina esile, non avrebbe visto le sue manine bianche, sottili, quasi
trasparenti, scorrer volubili sui balocchi sparsi ai suoi piedi...
E anche un altro pensiero lo crucciava, lo sgomentava. In qual modo lo
avrebbe accolto sua moglie? Gli avrebbe perdonato il suo ritardo?
Avrebbe ascoltato pazientemente le sue ragioni? Perchè nessuno degli
ultimi dispacci era firmato da lei? Perchè non aveva ella almeno fatto
rispondere alle parole di conforto, d'affetto che egli le aveva
mandate sulle ali del telegrafo?
Dio, Dio, com'ella s'era, a grado a grado, appartata da lui! E pure
ella lo aveva sposato per amore, e pure c'era stato in principio un
pieno consenso delle loro anime, ed ella pareva appassionarsi pe' suoi
studi, per la sua gloria, pel suo avvenire! Che barriera s'era levata
fra loro.
E Varedo ricordava che la freddezza di Diana aveva cominciato sin da
quando ell'era rimasta incinta di Bebè. La maternità che suole
ravvicinar le donne al marito aveva prodotto su lei un effetto
contrario. Certo ella lo accusava di non aver prodigato sufficienti
tesori di tenerezza alla bimba, di non averle dedicato una parte
maggiore del suo tempo e delle sue cure. Ma non era un'accusa
ingiusta? Possono gli uomini dimenticar ciò che devono alla scienza,
alla patria, alla società? E Diana pretendeva questo, ella che era
intelligente e colta, ella che nel primo anno di matrimonio lo
stimolava alle grandi cose?
In vero una fatalità pesava sulla loro unione, un complesso di
circostanze cospirava a dividerli, a renderli pressocchè estranei
l'uno all'altra. Ma non mai come ora questa fatalità li aveva
perseguitati. L'aggravarsi repentino di Bebè proprio nei giorni in cui
motivi imperiosi lo tenevano assente sembrava l'opera d'un cattivo
genio che provasse la voluttà crudele di nuocere.
Il treno correva, correva nella notte profonda; tutta la vettura
oscillava, scricchiolava, tremava. Alla fioca luce che pioveva
dall'alto, Varedo vedeva i suoi compagni dormire, diversamente
atteggiati: Orsara, rannicchiato in un angolo, coi pugni serrati sotto
il mento; Cataldo con la cravatta sciolta, le braccia ciondoloni, la
testa dondolante, la bocca aperta; Francioni rigido come una sbarra,
con le lunghe gambe distese fin sotto il sedile dirimpetto. Nei
cristalli dei finestrini, chiusi, nonostante il caldo, per paura della
malaria, si riflettevano con linee indecise le immagini del di dentro:
la lampada, le pareti, i divani, le valigie nella reticella, le
persone dormienti... e, insieme col resto, una faccia pallida,
ansiosa.... Di tratto in tratto, con la rapidità di uno strale,
fischiando e rumoreggiando, guizzava, diretto in senso opposto, un
altro convoglio; di tratto in tratto, nel passare senz'arrestarsi
davanti a una stazione secondaria, veniva dall'esterno un chiarore
improvviso, sorgeva, spariva un fabbricato, una tettoia, una pompa,
una grù, una fila di vagoni immobili; poi le tenebre si addensavano
più fitte e più nere.
--Oh... oh... oh...--fece a un certo momento Francioni, agitando le
lunghe braccia a guisa di due assi di un telegrafo ottico.--Ho
dormito?... Ove saremo?... Che ore sono?
Si alzò che, quasi toccava con la testa il cielo della carrozza, e
guardò l'orologio.
--Per bacco! Siamo proprio vicini a Grosseto... Se non mi svegliavo da
me...
--Vi avrei svegliato io; non dubitate--disse Varedo.
--Oh grazie, Varedo... Credevo che dormiste anche voi... Questi qui
sono due ghiri.
In fatti Orsara e Cataldo non si mossero nemmeno quando a Grosseto
Francioni fece aprir lo sportello e discese salutando Alberto Varedo.
--Coraggio... Chi sa ancora... Suppongo che ci rivedremo presto a
Roma, perchè il nuovo Ministero... il vostro Ministero... dovrà
presentarsi alla Camera a far votare l'esercizio provvisorio... Addio,
addio...
E la magra figura donchisciottesca scomparve nell'ombra.
Il convoglio ripigliò la sua corsa sfrenata. Ormai esso non si sarebbe
fermato che a Pisa, e a Pisa Varedo avrebbe trovato indubbiamente un
telegramma da Torino. Oimè, che altro poteva dirgli quel telegramma se
non ch'egli sarebbe giunto troppo tardi per veder viva Bebè?
L'atmosfera era soffocante. Benchè si fosse ancora in piena Maremma,
l'onorevole abbassò i vetri del suo finestrino, mise fuori la testa,
guardò il cielo stellato, sentì, o credette sentire, la voce del mare,
sentì il mormorio dei cipressi carezzati dal vento; indi richiuse di
nuovo la finestra, e stette raccolto nel suo cantuccio cercando di
rievocare il suo trionfo di ieri, le congratulazioni, gli applausi,
rimuginando le parole dettegli quella sera stessa da San Giustino:
_Meritereste un portafoglio_.--Sì certo, presto egli se lo sarebbe
conquistato un portafoglio, e allora sarebbe divenuto arbitro del
Parlamento, iniziatore felice di radicali riforme che avrebbero mutato
faccia all'Italia!... Ah come impallidivano al paragone le gioie, i
dolori privati, com'erano vani i giudizi che poteva pronunziare sul
conto suo una donnicciuola inetta ormai ad abbracciare un orizzonte
più largo di quello delle pareti domestiche!
Ma ai voli superbi della fantasia succedevano le precipitose cadute.
Sarebb'egli stato pari alle circostanze ed alla fortuna? Possedeva
egli veramente le grandi qualità che le magnanime imprese richiedono:
il colpo d'occhio sicuro, il volere tenace, il dominio assoluto di sè,
la prontezza nel decidere e nell'eseguire, il coraggio di affrontare
le responsabilità ed i pericoli, lo sdegno della facile popolarità? E
se falliva alla prova? Se incappava nei lacci che gli avrebbero teso
gli avversari e gli amici malfidi, invidiosi della sua troppo rapida
esaltazione? Se di lì a qualche mese si fosse parlato di lui come
d'una delle tante meteore apparse sul nostro firmamento politico e
dileguate senza lasciar traccia? Vinto sui campi dell'azione, avrebbe
egli potuto trovar la calma, la serenità necessarie a chi coltiva gli
studi? Avrebbe potuto riprendere con buon successo la sua opera
interrotta? O le antipatie accumulate sul suo capo mentr'egli era al
Governo non avrebbero continuato a sfogarsi contro l'uomo di scienza?
Così, in quella insolita depressione di spirito, tutto il suo bel
sogno di gloria si scioglieva in fumo, e nella sua visione interiore
si riaffacciava la scena funebre: una bambina moribonda o morta, una
madre disperata. E quella bambina era Bebè, e quella madre era Diana!
Uno dopo l'altro, automaticamente, mentre il treno s'avvicinava a
Pisa, si svegliarono Orsara e Cataldo.
--Oh bella!--disse Orsara spalancando la bocca a un enorme
sbadiglio.--Siamo in tre soli?
--Naturale--soggiunse Cataldo....--Francioni è disceso a Grosseto.
--E non ce ne siamo accorti?
--Sfido io... Quando si dorme... Voi, Varedo, non dormite in ferrovia?
--Questa notte non dormirei in nessun posto...
--Ah, è vero.... Scusate...
Cataldo tirò giù dalla reticella le valigie sue e quelle del compagno,
infilò un leggero soprabito e aperse i finestrini.
--Auff, si respira...
Un lungo fischio echeggiò nell'aria.
Orsara, ancora sonnolento, si scosse tutto come un cane bagnato.--Ci
siamo.
Varedo scattò in piedi.
--Aspettate qualcheduno qui?--domandò Cataldo.
--Un dispaccio aspetto, o qui, o alla Spezia.
Ma a Pisa non c'era niente, e Alberto, ormai solo in vettura, dovette
rassegnarsi a un'altra ora e mezza d'attesa. Dalla stazione aveva
telegrafato egli stesso a Torino, lagnandosi delle ritardate notizie,
confermando il suo prossimo arrivo.
Spuntava l'alba; la tinta grigia della campagna si staccava dalla
tinta grigia del cielo; indi le cose andavano via via prendendo forma
e colore; un colore prima scialbo, poi più chiaro e più vivo. Tenui
vapori lambivano la superficie del mare che, or sì or no, appariva
all'occhio tra le piante e i caseggiati della costa tirrena.
Ed ecco Viareggio la cui spiaggia salubre avrebbe fra qualche ora
brulicato di vita, e Pietrasanta, e Serravezza, e Massa, e Sarzana,
biancheggianti di marmi che nel silenzio dei crepuscoli mattutini
davano ai luoghi l'aspetto di cimiteri.
E a guardia del suo golfo ecco Spezia, bella e gagliarda, che sorride
dalle sue verdi colline e minaccia dai suoi arsenali e dalle sue
rocche munite.
Prima che il treno si fermasse, Alberto Varedo, sporgendosi fuori con
mezza la persona, cercava di girar la maniglia dello sportello.
Un signore che già da un pezzo passeggiava sotto la tettoia si
precipitò verso di lui.
--Alberto! Alberto!
Più che la fisonomia, Varedo riconobbe la voce. Era l'ingegnere
Gustavo Aldini.
Non si vedevano da tre anni, e non s'erano lasciati amici. Ma le nuove
sventure scancellavano gli antichi rancori.
--Morta?--disse Alberto indovinando il significato di quell'incontro.
L'ingegnere l'abbracciò, salì con lui nello scompartimento.--Coraggio!
E facendo scivolare un biglietto da dieci lire nella mano del
conduttore che rinchiudeva lo sportello, accompagnò l'atto eloquente
con una raccomandazione sussurrata a bassa voce:--Procurate di
lasciarci soli.
--Morta?--ripetè Varedo.--Quando?
--Iersera... Dopo le sette e mezzo... Era tardi per telegrafarti a
Roma... Si poteva, lo so, telegrafar lungo la via... Ma per dar questa
notizia era meglio che venisse qualcheduno... E son corso alla
stazione appena in tempo di prendere il diretto delle 8.15... A Pisa
non era possibile d'arrivare.... A Spezia ero già da due ore...
Alberto chinò la fronte.
--Dev'esser stato un peggioramento improvviso--egli disse dopo una
breve pausa.--Quando son partito io da Torino, il medico mi aveva
assicurato che non c'erano pericoli.... Pregai la mamma d'affrettarsi,
unicamente perchè tenesse compagnia a Diana.
--A noi--soggiunse lo zio Gustavo--fece subito un'impressione
penosissima. Io non l'avevo vista, fuori che in fotografia, ma mia
sorella se la ricordava florida, vispa, sana, l'anno scorso a
Belgirate.
--Era un bocciolo di rosa--gemette Varedo.--Sino a pochi mesi fa...
sino al momento in cui s'ammalò a Roma. E pure io speravo sempre... A
quell'età... E nemmeno le ultime lettere di Diana, nemmeno le lettere
della mamma lasciavan preveder quel ch'è successo.
--Le donne s'illudevano... E poi le cose potevano tirare in lungo...
Per me la bimba era condannata, ma io non mi sarei certo maravigliato
se fosse vissuta ancora alcuni mesi.
--E Giraldi--seguitò il professore--come mai Giraldi non s'accorgeva
della crisi imminente?
--Ah, se i medici fossero onniscienti!... Del resto, se n'è accorto
l'altro giorno... E fu per suo consiglio che Diana ti mandò quel
dispaccio....
--Ero legato--esclamò Alberto Varedo volendo scusarsi.--Legato con le
mani e coi piedi... Non potevo partire.
--È stata una fatalità!--disse l'ingegnere Aldini con un'intonazione
che cresceva gravità alle parole.
--Chi lo nega?--replicò il deputato con veemenza.--Ma non potevo... Si
trattava della mia riputazione, del mio avvenire...
--Ieri ci fu un consulto con Mazzioli--riprese lo zio per evitare una
discussione intempestiva.
--Tardi, tardi...
--In qualunque momento sarebbe stato lo stesso... Mazzioli approvò
interamente la cura seguita dal collega.
Varedo si strinse nelle spalle.--È sempre così.
Poi chiese, esitante:--Soffriva molto?
--No--rispose l'ingegnere.--S'è spenta.
--Non conosceva più nessuno?
--Fino a iermattina la sua mamma... Più tardi nemmeno quella.
Alberto si passò il fazzoletto sugli occhi.
--E Diana--egli replicò.--in che stato è?
--Puoi figurarti.
E adesso quelle due donne son sole in casa... sole con la cameriera e
con l'Irene?
--No... C'è il portinaio, e c'è Eugenio Bardelli che ha voluto restare
a ogni costo!
Varedo tentennò il capo.--Povero Bardelli!... Anche lui ha avuto una
gran disgrazia in famiglia...
--Tutti ne hanno delle disgrazie--mormorò Aldini con voce sorda.
L'altro si risovvenne.--Tu pure. È vero.
Tacquero per qualche minuto. Un'ombra s'era levata fra loro; l'ombra
della donna leggiadra che Varedo aveva insultata e di cui Aldini
portava il lutto sul volto e nel cuore.
E poco più si dissero fino a Genova, mentre, ansando e sbuffando, il
convoglio passava di tunnel in tunnel. Seduti dirimpetto, immersi nei
loro pensieri, i due viaggiatori appena alzavano la testa quando
nell'intervallo di due gallerie il sole irrompeva nella vettura e si
svolgeva dinanzi a loro il panorama incantevole della riviera ligure:
il mare azzurro, scintillante; gli scogli neri, dalle forme
fantastiche, investiti, schiaffeggiati dall'onda; i borghi industri,
popolosi schierati lungo la spiaggia o inerpicati sui monti; le ville,
i giardini ove difese dai venti crescevano le palme e fiorivano i
cedri.
Entrando nella stazione di Porta Principe, Varedo tirò bruscamente le
tendine.
--Se si potesse non esser disturbati...
--Mi sono raccomandato al conduttore... Speriamo...
Non partiva molta gente e non occorse disturbarli. Passando davanti al
compartimento chiuso, qualcuno sussurrò:--Ci dev'essere un malato.
I rivenditori di giornali correvano lungo il treno offrendo i fogli
del mattino con la caduta del Ministero. Un ragazzo più loquace degli
altri gridava tutta una filastrocca:--_La Gazzetta del Popolo appena
arrivata con gli ultimi telegrammi da Roma. La seduta di ieri. Il gran
discorso dell'onorevole Varedo. Centoquindici voti di maggioranza
contro il Gabinetto. Notizie recentissime della crisi._
--Dunque--disse Aldini,--hai fatto un gran discorso ieri?
--Ho parlato, sì... Dovevo parlare.
--E abbiamo la crisi?
--Quella ci sarebbe stata in ogni caso.
--Il Re chiamerà San Giustino?
--Non c'è dubbio... È l'uomo della situazione.
--Tu avrai un sottosegretariato?
--Certo che se San Giustino è ministro, io avrò un ufficio nel
Governo--rispose Varedo.
--Dovrai stabilirti a Roma.
--Appunto... Sarà meglio anche per Diana... Tanto meglio quanto più
presto.
L'ingegnere non rispose.
Successe un lungo, lungo silenzio. Tutti e due, di mano in mano che si
appressavano alla meta, si sentivano invasi da una tristezza più cupa
e profonda.
Alla stazione d'Asti un giornalaio dalla voce stridula e fosca
ricantava l'antifona:--_La Gazzetta del Popolo con la caduta del
Ministero. Il discorso dell'onorevole Varedo._
--Dio, che noia!--borbottò Alberto.
Aldini si sforzò di sorridere.--Sono gl'inconvenienti della gloria.
In quell'ultima ora di viaggio, Varedo fu singolarmente nervoso. Ogni
momento si alzava in piedi, mutava posto. A un tratto, si piantò
davanti allo zio Gustavo e lo interrogò a bruciapelo.
--Credi che Diana avrà difficoltà a venir subito a Roma?
--Senti--disse lo zio uscendo dal suo riserbo,--s'io avessi a darti un
consiglio, ti suggerirei di non prender Diana di fronte, di non
opporti oggi a ciò ch'ella desidera.
--E che cosa desidera?--chiese il professore turbandosi in volto.
--Vuol andare a Venezia con la sua mamma.
--Vuol fuggire da me... Le sono diventato odioso... È inutile che tu
cerchi d'indorar la pillola... Odioso, è la parola... E quanto tempo
vuol rimanere a Venezia?... Un mese?... Due mesi?
--Fidati di noi, Alberto; noi eserciteremo tutta la nostra influenza
perchè vi resti il meno possibile... Ora è meglio non toccar questo
tasto.
--Ah, capisco--proruppe Varedo.--Diana vorrebbe una divisione
amichevole... Ma se presume di avere il mio assenso, s'inganna... Io
le proibirò di partire... Io le imporrò di seguirmi...
Aldini non ismarrì la sua calma.--Tu hai la legge per te... hai la
forza... Considera se ti giova d'usarne.
--Diana affronterebbe uno scandalo?
--Chi lo sa?... Tu la conosci... Quando ha preso un dirizzone...
--Ma insomma--ripigliò Alberto mettendo nel suo discorso quanto più
calore persuasivo poteva,--di che colpe m'accusa?... Come
giustificherebbe dinanzi all'opinione pubblica la sua rivolta?... Sono
un marito che la maltratta, che la tradisce, che la disonora?... Via,
modestia a parte, novantanove donne su cento invidierebbero la sua
sorte, sarebbero orgogliose di portare il mio nome... Se, tre
settimane or sono, non potei, cedendo alle sue preghiere, restare a
Torino, se non potei ieri esserle accanto in un momento supremo della
sua vita, o che le paion queste ragioni bastevoli per distruggere una
famiglia?... Avrebb'ella il coraggio di sostenere ch'io fossi assente
per motivi frivoli?... E la sventura che la colpì non colpisce me
pure?... Come mai?... Il dolore che ravvicina sovente due coniugi fra
cui le reciproche offese avevano scavato un abisso sarà causa di
separazione per noi che non abbiamo nulla di grave a rimproverarci?
Nella naturale rettitudine del suo spirito, Gustavo Aldini era
costretto a riconoscere che c'era molto di vero nelle argomentazioni
di Varedo. Ma, data l'indole di sua nipote, egli si spiegava altresì
la risoluzione manifestata da Diana al letto della bimba
agonizzante:--Mi porterete subito a Venezia con voi... L'uomo che per
non rinunziare a un trionfo oratorio dimentica i suoi doveri di marito
e di padre ha spezzato ogni legame domestico.
Comunque sia, non erano propizi a una discussione nè il luogo, nè il
tempo, e l'ingegnere si limitò a dire:--Diana oggi non può essere
equanime... Bisogna compatirla.