XXIII.

Dinanzi alla piccola morta.

Alla stazione (perchè si sapeva che Varedo sarebbe giunto con quella

corsa) c'erano due o tre colleghi d'Università, un assessore del

Municipio un segretario di Prefettura, incaricato di porger le

condoglianze e di offrire i servigi del signor commendatore Prefetto,

il quale, poveruomo, nell'interregno di due Ministeri, voleva

accattivarsi l'animo dei nuovi padroni senza provocar troppo

apertamente la collera dei vecchi, capacissimi di colpire, _in

articulo mortis_, un onesto funzionario, e ricorreva perciò al

peregrino espediente di essere indisposto.

È inutile avvertire che c'erano pure alcuni _reporters_ di giornali

cittadini, occupati a notar nel loro taccuino i nomi dei presenti e i

gesti e l'attitudine dell'onorevole.

I personaggi ufficiali e gli amici, con l'aria contrita voluta dalle

circostanze, accompagnarono Alberto Varedo fino alla carrozza, non

senza mescere all'espressioni del proprio cordoglio qualche discreta

allusione alla memorabile giornata di ieri.

--Il suo nome è su tutte le bocche--disse l'assessore municipale.

E il segretario di prefettura, che non era ancora cavaliere, arrischiò

una frase più elaborata:--Ella ha dato ieri un grande esempio di virtù

civica.

Distribuite le necessarie strette di mano, Varedo salì in _fiacre_ con

lo zio Gustavo e fino a casa non aprì bocca.

Nell'andito gli venne incontro singhiozzante, la suocera.

--Oh Alberto, Alberto, che disgrazia!

E soggiunse, accompagnandolo attraverso le stanze impregnate d'un

acuto profumo di ginepro:--Se tu fossi arrivato almeno iersera!

--Era impossibile--egli balbettò.--E poi sarebbe stato lo stesso...

Nemmeno iersera sarei arrivato in tempo...

--Per la bimba no... Ma per Diana...

--Diana?... Che cosa l'è successo?... dov'è?--chiese Varedo, turbato

da questa frase sibillina.

--Sempre di là... Sempre... Son tre giorni che non si spoglia...

La signora Valeria s'interruppe per voltarsi verso un ometto tutto

vestito di nero che s'era levato in sussulto da un divano ove sedeva

mezzo assopito.

--Vada, Bardelli, vada a riposarsi per qualche ora... Oh Alberto, che

Provvidenza è stato Bardelli per noi! Come ha dimenticato le sue pene

per venire a divider le nostre!

Varedo, che sulle prime non aveva riconosciuto il suo antico

assistente, gli tese la mano:--Grazie, Bardelli... E perdoni se non le

ho mandato una riga di condoglianza quando mi è giunta la notizia...

--Oh professore--biascicò Bardelli. Ma le lacrime gli fecero un nodo

alla gola e non potè dir altro.

La signora Valeria precedette suo genero nella camera mortuaria.

Curva sul letticciuolo della piccola estinta che ell'aveva, insieme

all'Irene, finito appena di lavare e di pettinare, Diana trasalì

leggermente e senza moversi di dov'era alzò lenta lenta il pallido

viso.

Non però fece un gesto, non disse una parola per respingere il marito

che le si avvicinava. Si sentì egli, prima di toccarla, respinto da

una forza misteriosa; sentì egli al cuore e ai polmoni la stretta

violenta di chi entra improvviso in una atmosfera di gelo. Le sue

braccia che stavano per aprirsi ricaddero inerti, le sue labbra

s'ammutolirono. E fermandosi alla sponda opposta del letto, egli si

chinò a deporre un bacio sulla fronte di Bebè.

Allora, dalla bocca di Diana, uscì un'esclamazione crudele:--Tardi!

--Oh Diana--egli disse, guardandola con aria di rimprovero.--Non esser

spietata.

Ella non rispose, ma sostenne lo sguardo che fra dolente e imperioso

si fissava su lei. Nell'atteggiamento del suo volto non era nè sfida

nè collera; era una tristezza accasciata che pareva significare: A che

prò tormentarci? Quello che si è spezzato fra noi non si accomoda più.

--Diana--egli replicò.--È vero che vuoi andar via con tua madre?

--È vero.

--E se invece io volessi... se ti pregassi di seguirmi a Roma?

--No, no.

--E perchè?... Ho il diritto di chiederlo... e di saperlo.

A questa specie d'intimazione un fuggitivo rossore accese le guance

sparute di Diana, un lampo passò ne' suoi occhi.

Pur si contenne, e additò in silenzio il corpicino di Bebè steso fra

loro.

--È giusto--assentì Varedo.--Non ora, non qui... Più tardi.

Stettero ancora qualche minuto uno di fronte all'altro, divisi dal

letticciuolo ove giaceva la creaturina innocente che, viva, li aveva

disgiunti, che, morta non valeva a riunirli.

La signora Valeria passò il braccio sotto quello di suo genero, e lo

ricondusse fuori dalla camera.

--Avrai bisogno di un caffè, di una tazza di brodo... Ho fatto

preparare nel tuo studio... C'è anche il letto pronto...

E continuò supplichevole:--Permettile di venire a Venezia... Oggi non

potrebbe nè restar qui sola, nè andare a Roma che risveglia in lei

così tristi memorie... Te la riporteremo noi... spero te la

riporteremo guarita.

--Ma io non intendo ch'ella disponga di sè come se io non ci

fossi--ribattè Varedo.--Non intendo che mi tratti come un malfattore.

--Devi perdonare all'eccitazione de' suoi nervi--disse la signora

Valeria.--Ah se aveste ieri sera confuse le vostre lacrime!... Non ne

avrai colpa... non ti giudico... Ma il Signore ha voluto aggravar

doppiamente la mano sopra di noi... Mi concedesse egli almeno di

riuscire a far sì che vi lasciaste in buona armonia!

Sulla scrivania dello studio Alberto trovò un mucchio di biglietti da

visita, di lettere, di fogli, di telegrammi arrivati per lui quella

mattina. E mentr'egli prendeva in fretta una cucchiaiata di brodo e

beveva un sorso di vino, altri biglietti, altre lettere, altri fogli,

altri telegrammi arrivavano via via senza posa. E capitavano pure

ambasciate e richieste di colloqui.--A che ora potrebbe l'onorevole

ricevere?

--Non rispettano neanche questo giorno!--esclamò, scandalizzata, la

signora Valeria.

--Lo vede, mamma, se noi uomini pubblici siamo padroni del nostro

tempo.

--Dà la consegna di non lasciar passare nessuno--insistè la suocera.

--Nessuno, è difficile... A ogni modo, non riceverò anima viva prima

delle tre... a eccezione di Bardelli... che mi aiuterà a sbrigar tante

cose... Non c'è di là, Bardelli?

--Non c'è, ma tornerà prestissimo, non dubitarne.

--Perchè pur troppo ci sono tristi necessità che non patiscono

indugio.

--Di quelle si occuperà Gustavo... Ha detto che può servirsi d'un paio

d'impiegati della sua Compagnia di Sicurtà.

--Grazie... In questo caso...

Varedo prese un foglietto di carta e tracciò in fretta due righe di

partecipazione.

--Basterà inserirle in tutti i giornali cittadini... le partecipazioni

private sono inutili... Ce vorrebbero troppe e si commetterebbero

infinite dimenticanze... Aggiungerete l'ora... È fissata?

--Le nove di domattina--rispose la signora Valeria. E non potè frenare

uno scoppio di pianto.

--Coraggio!--sospirò Alberto.

E nel riaccompagnarla fino alla soglia disse:--Fate tutto voi...

Disponete voi... decorosamente... Circa a Bardelli, siamo intesi...

Appena viene, mandatemelo.

--E non vuoi riposare?

--Mi butterò vestito sul letto per una mezz'ora.

Di lì a mezz'ora, l'onorevole era in piedi.

Camminando su e giù per la stanza, apriva i giornali, le lettere, i

dispacci, gettava nel cestino, o sulle sedie, o per terra le carte

inconcludenti; poi, seguitando a camminare, dettava un telegramma, un

biglietto a Eugenio Bardelli, che, seduto al tavolino con la penna in

mano, aspettava gli ordini. La vita lo aveva ripreso ne' suoi

ingranaggi, le superbe promesse dell'avvenire lo distraevano dalle

tristezze presenti. Era lui che, di tratto in tratto, diceva una

parola di conforto all'altro.

--Si faccia animo... Sia un uomo... Scriva, scriva. Non c'è quanto il

lavoro per stordirsi.

Docilmente, Bardelli s'asciugava le lacrime con la manica del vestito

e si rimetteva all'opera.

E Varedo pensava che mai avrebbe trovato un segretario così fedele,

così devoto, d'una devozione e d'una fedeltà che resistevano a tutte

le prove e a tutti i disinganni. Anche lo pungeva il rimorso di non

aver fatto per Eugenio Bardelli quello che avrebbe dovuto fare. Non

gli aveva conservato il posto d'assistente, non lo aveva appoggiato

nei suoi concorsi universitari, non aveva seguito con l'interesse che

tanti professori mostrano verso i loro antichi studenti lo svolgersi

della sua attività scientifica.

Fu dunque, almeno in parte, l'onesto desiderio di riparare ai propri

torti che gli suggerì la domanda:--Bardelli, accetterebbe ella un

impiego a Roma?

Colto di sorpresa, il giovine alzò gli occhi mezzo trasognato.

Varedo proseguì, a modo di spiegazione:--Andando al Governo... parlo

nell'ipotesi che la crisi si risolva secondo le previsioni generali...

andando al Governo, avrei la facoltà di chiamar presso di me qualche

persona di mia fiducia... Lei potrebbe essere, che so io, il mio

segretario particolare... Ciò non pregiudicherebbe le sue aspirazioni

all'insegnamento superiore... Ma quei benedetti concorsi son così rari

e ci son sempre tanti aspiranti... Neppur la cattedra di Palermo sarà

facile averla...

Bardelli lo sapeva già che a Palermo gli si preparava un nuovo fiasco

e che probabilmente quel fiasco non sarebbe stato l'ultimo; lo sapeva

che le sue condizioni economiche non eran tali da permettergli di

restar lungo tempo disoccupato; e nondimeno sentiva che l'offerta del

professore non era oggi accettabile... Ah, con che cuore l'avrebbe

accettata quattro o cinque mesi addietro! Seguitar a vivere

nell'intimità della famiglia Varedo, veder ogni giorno Diana, veder

ogni giorno Bebè, non era stato questo il suo sogno?... Ora la

famiglia era disciolta; Bebè era morta, Diana non avrebbe accompagnato

il marito a Roma... E se pur si fosse indotta più tardi a

raggiungerlo, avrebbe ella gradito la presenza assidua di un uomo che

aveva osato farle una dichiarazione d'amore? Ed egli stesso, Bardelli,

era sicuro appieno di sè, sicuro di non esser ripreso dalla sua

follia?

Mentr'egli studiava una risposta, Alberto lo levò momentaneamente

d'impaccio dicendogli:--Non importa che si decida subito... Rifletta

fino a domani... Già, per oggi, non c'è nulla di positivo.

E in fatti non c'era ancora la notizia che San Giustino fosse stato

invitato al Quirinale.

Alle tre cominciarono le visite. Venne il Rettore dell'Università,

vennero alcuni professori, e il Sindaco che non s'era potuto recare la

mattina alla stazione, e il Presidente del Consiglio provinciale, e i

direttori di due fogli cittadini, e altri ch'erano o desideravano di

esser creduti in dimestichezza con un uomo vicino ad afferrar il

potere.

Parlavano poco della disgrazia, e molto della crisi, molto del

discorso di Varedo che faceva le spese di tutti quanti i giornali. E

giù elogi, auguri, pronostici di grandezza e di gloria.

Ma Varedo rifiutava gli elogi, gli auguri, i pronostici. Il ricordo di

quel discorso sarebbe stato per lui un cruccio eterno. Già egli

nemmeno si rendeva conto del come gli fosse riuscito trovar frasi

appropriate, aggruppar gli argomenti in ordine logico avendo sempre il

pensiero rivolto a casa sua... Certo era che per cagione di quel

discorso egli aveva ritardato la sua partenza da Roma e giunto a

Torino non aveva abbracciato che un cadavere... Ah, se i successi

oratorî si pagano a sì caro prezzo!

Gli amici lo commiseravano, lo confortavano, e il collega Sali, della

facoltà di lettere, citava vari esempi di personaggi storici trovatisi

come Varedo nella necessità di sacrificare i loro interessi

particolari e le loro affezioni più sacre a qualche supremo dovere

pubblico.

Alberto tentennava la testa.--È la scusa di noi altri uomini... Non

c'è dubbio poi che in parecchi casi le esigenze della vita esteriore

ci distolgono dal ruminar troppo i nostri dolori privati. Le povere

donne non hanno questa valvola di sicurezza.

Indi tutti gareggiavano in sollecitudine nell'informarsi di Diana. Il

Sindaco, il Rettore, il professore Sali dissero che le loro consorti

sarebbero venute volentieri a visitarla, ma avevano inteso ch'ella non

riceveva.

L'onorevole la scusò.--Non è in grado di veder nessuno... È

affranta...

E soggiunse:--La mando per alcune settimane a Venezia con la sua

mamma... Qui rischierebbe di rimaner sola, perchè io non sono sicuro

di non esser chiamato a Roma...

Qualcheduno interruppe:--O piuttosto siete sicuro che vi chiameranno.

--L'avvenire è sulle ginocchia degli Dei--replicò Varedo con

circospezione.--Ma non importa. Io volevo dire che se mi trasferissi a

Roma non mi fiderei di condurvi tosto mia moglie, indebolita com'è,

fissa nell'idea che a Roma appunto la nostra figliuola abbia preso il

germe della malattia che l'uccise. Ci verrà più tardi, quando si sarà

ritemprata e rinfrancata.

Da savio politico che fa apparir quali concessioni spontanee le

necessità a cui gli tocca piegarsi, Alberto Varedo si premuniva così

contro le interpretazioni sfavorevoli che altri avrebbe potuto dare al

viaggio di Diana. Egli aveva meditato sulle parole dettegli dallo zio

Gustavo in strada ferrata. «Tu hai la legge per te. Hai la forza. Vedi

se ti conviene d'usarne».

Come esitar nella risposta? Come non capire che uno scandalo

famigliare, in quei giorni, con le ire e le invidie destate dalla

subitanea fortuna avrebbe avuto conseguenze incalcolabili? Una cosa

ormai sarebbe bastata a Varedo: che Diana smettesse verso di lui

quella sua aria di giustiziera, che riconoscendone l'autorità

spogliasse i suoi atti d'ogni carattere di ribellione.

Ma mentr'egli col suo linguaggio calmo e misurato lasciava nell'animo

degli ascoltatori l'impressione di un marito pieno di mansuetudine e

di riguardi verso la moglie, e con tutto il suo contegno infondeva nei

presenti il mite benessere ch'è proprio di chi, recatosi a fare una

visita di condoglianza, si trova al cospetto di persone bell'e

rassegnate, Diana implorava da sua madre e da suo zio la grazia di

risparmiarle un colloquio con Alberto.

--Date retta a me--ella diceva--consigliatelo di non insistere.

Correrebbero tra noi le parole irreparabili che tolgono perfino la

remota possibilità d'un ravvicinamento... E credete pure ch'io non

m'illudo... Anche nell'infinita miseria di questi momenti ho la mia

testa lucida... Non mi illudo... Il mondo mi chiamerà un'esaltata, una

visionaria, una pazza... Io dovrei gloriarmi d'esser la signora

Varedo... Che mi manca? Di che mi lagno?... O, piuttosto, quante

ragioni non ho di essere invidiata?... L'uomo di cui porto il nome non

è già illustre nella scienza e nella politica? Non passa di trionfo in

trionfo? Non sarà domani sottosegretario di Stato e forse tra qualche

mese Ministro?... E, ciò che più vale, non è onesto in mezzo a tanti

corrotti, semplice nella vita, austero nei costumi, alieno da quelle

galanterie che pur si considerano peccatucci veniali?... Sì tutto

questo è vero; ma il mondo non sa che mio marito mi ha a poco a poco

disseccato il cuore... Ero timida, schiva, ritrosa, ma ero anche

assetata di affetto... Egli non ha inteso il grido che dal fondo della

mia anima si levava verso di lui... Finchè ha potuto avermi docile

strumento nelle sue mani, pronta a sopprimer me stessa per

compiacerlo, gli fui, o gli parvi, cara... senza entusiasmo però,

senza espansione, senza tenerezza... Non ubbidivo io, servendolo, a

quella legge del dovere ch'egli predicava con fervore d'apostolo?...

Ma quando un nuovo dovere è sorto per me e per lui, un dovere che

poteva sprigionar la scintilla onde le nostre intime fibre avrebbero

finalmente vibrato all'unisono, allora egli mi ha gettato in un canto

come un abito frusto... Ha gettato in un canto me, e la mia, la _sua_,

bambina... Mai non le ha voluto bene, mai non s'è occupato di lei...

Sana, ella lo infastidiva con la sua vivacità; malata, coi suoi

lamenti... Non le ha sacrificato un giorno, un'ora, un minuto... Poche

settimane fa, io che prevedevo, l'ho scongiurato di non partire, di

non lasciarci sole.

--Appunto perchè non restaste sole ha scritto a me di anticipare la

mia venuta--notò, indulgente, la signora Valeria.

Diana ebbe un gesto d'impazienza.

--Oh la bella cosa di scaricarsi dei propri pesi sulle spalle degli

altri... specialmente per chi si atteggia a moralista!... E che conto

ha fatto delle mie lettere... delle notizie sempre più sconfortanti

che gli mandavamo da qui?... Già. il _dovere_ lo tratteneva a Roma...

quello de' suoi doveri che si conciliava con la sua ambizione... Te ne

ricordi, mamma? Te ne ricordi, zio Gustavo? Voi mi dicevate «Vedrai,

almeno una corsa a Torino la farà». Io che lo conosco, io vi

rispondevo: «No...» Neanche il mio telegramma è valso a scuoterlo... E

sì che quella era la tavola di salvezza che si getta al naufrago...

Perchè non l'ha afferrata? Perchè non ha udito il mio appello, il mio

ultimo appello?... Perchè ha lasciato morire la sua figliuola?...

Ebbene, è morto anch'egli... come lei.

Diana si pentì dell'eresia che l'era scappata di bocca, e voltandosi

verso l'uscio della camera dove la bambina giaceva, tra i fiori, sul

suo letticciuolo:--Che dico mai?--esclamò.--Tu non sei morta, il mio

caro tesoro... Tu vivi qui dentro...

Si portò la mano al cuore che si spezzava, e balbettò:--Egli, egli è

morto.

La signora Valeria le sussurrò piano, baciandola in viso:--Perdona...

Ah tu non sai quante cose le donne perdonino! Perdonano il tradimento,

perdonano l'infedeltà...

Ma Diana l'interruppe con un'energia ch'era veramente meravigliosa in

quel corpo sfatto dalle veglie, distrutto dall'angoscia:--Oh, il

perdono è facile alle donne che sono state amate, alle donne che

amano... Dove c'è l'amore, c'è posto per tutto... Io non l'ho trovato

mai nel mio matrimonio, l'amore... per quanto l'abbia cercato... Io

non ho sentito parlare che di dovere... E ho creduto che potesse

bastare!... Tu taci, zio Gustavo.... Ma allora tu leggevi nel

futuro... Tu sorridevi tristemente di quella nostra pretesa d'edificar

una famiglia sul solo dovere...

--Non curarti di quello che ho potuto pensare--rispose lo zio.--Io

penso adesso che convien sempre fare quanto dipende da noi perchè la

vita non sia peggiore di quella che è... La via che hai scelta non

conduce a nulla di buono...

--Sicchè tu pure, come la mamma, sei per il perdono, per la

riconciliazione?

L'ingegnere accennò affermativamente col capo.

--E io--replicò Diana--sono costretta a ripetere a te e alla mamma:

No... Una riconciliazione oggi sarebbe un'ipocrisia, e io ho mille

difetti, ma non sono ipocrita... Del resto che bisogno ha _egli_ di

me? Egli ha raggiunto la sua mèta; passata che sia (e passerà presto

per lui) l'emozione di questa sventura domestica, egli sarà un uomo

felice... Non ha bisogno del mio perdono, nè della mia compagnia...

Che ne farebb'egli a Roma d'una donna sempre in lacrime, sempre fissa

in un'idea dolorosa? Via, mamma, tu gli rendi un servizio portandomi

teco... Solo un puntiglio feroce potrebbe indurlo ad opporsi....

--Non si opporrà, ne sono convinta--disse la signora Valeria.--Ma non

ha tutti i torti se desidera che tu gli chieda licenza.

--Chiedetegliela voi in mio nome--rispose Diana.--Ancora una volta, ve

ne supplico a mani giunte, risparmiatemi la prova terribile di un

colloquio con mio marito... Ve ne supplico in nome stesso di quelle

speranze che voi coltivate nel segreto dell'anima vostra.... Ditegli

che non lo odio, che riconosco i suoi meriti, che gli auguro gloria e

fortuna... ma che oggi non posso... non posso...

I singhiozzi le impedirono di continuare; le forze le vennero meno;

levatasi in piedi, si sentì vacillar sulle gambe, ma prima che sua

madre o suo zio accorresse a sostenerla, ella ebbe il tempo di

precipitarsi nella camera vicina e di cadere ginocchioni presso il

letto di Bebè.

La signora Valeria la seguì e si chinò amorevolmente a lisciarle i

capelli.

--Calmati, Diana.... Non ci ostiniamo più... Faremo a modo tuo... Ma

tu pure sarai compiacente, non è vero?

Diana alzò, interrogando, il viso bianco come quello della piccola

morta che le aveva strappato il cuore.

--Ti coricherai per qualche ora.

--Oh.... perchè?... È inutile.

--Per essere in grado di partire domani--ripigliò la madre.--Tu non

vuoi restar qui dopo che...

--No, no--disse Diana con terrore.--Non un minuto...

--Vedi dunque...

La signora Valeria passò il braccio sotto l'ascella della figliuola e

l'aiutò a rimettersi in piedi.

Diana ribaciò sulla fronte e sugli occhi il cadaverino che già si

dissolveva e svaniva, e mormorò con un filo di voce:--Torno, sai,

Bebè.

Indi, con la testa appoggiata alle spalle materne, col fazzoletto alla

bocca per soffocare i suoi gemiti si lasciò condur via docilmente.

I coniugi Varedo · 第 42 / 44 题