Nel travaglio del parto.
Una lampada a petrolio sul cui globo era accomodata una ventola di
cartone proiettava un cerchio luminoso sulla tavola piena di carte e
di libri. In quel cerchio spiccava la testa, già accennante a un
principio di calvizie, del professore Varedo, e la sua mano si moveva
di quà e di là per prendere ora questo volume ora quello. Il rimanente
della stanza era nell'ombra. Di tratto in tratto il professore si
alzava dalla sedia, si accostava all'uscio, tendeva l'orecchio, poi
tornava al suo posto e si rimetteva al lavoro. Si capiva però ch'egli
non era tranquillo e non lavorava con la solita lena. Nella camera
nuziale, che il salotto da ricevimento e il salottino da pranzo
dividevano dallo studio, sua moglie era nel travaglio del parto. Aveva
cominciato a sentir le prime doglie alle cinque del pomeriggio, e
benchè non vi fosse la minima complicazione le cose procedevano con
lentezza.
--Ci vorranno altre quattro o cinqu'ore--aveva detto la levatrice ad
Alberto l'ultima volta ch'egli verso le undici, era venuto a veder sua
moglie. E, poichè a questa notizia egli s'era lasciato sfuggire un
gesto d'impazienza, Diana sforzandosi di sorridere, aveva sussurrato
dolcemente:--Se dipendesse da me!
E la signora Valeria, riaccompagnando il genero fino all'uscio dello
studio, aveva soggiunto:--È meglio che tu cerchi di dormire.... A suo
tempo ti chiameremo.
Il letto era stato improvvisato nella camera da studio, liberando un
divano dai libri che l'ingombravano e che adesso erano sparpagliati
sulle sedie o ammonticchiati negli angoli.
Ma Alberto Varedo non seguì il consiglio della suocera. Voleva finir
l'esame d'un pajo d'opere nuove che s'era fatto mandar dalla
biblioteca della Scuola, voleva terminar la correzione di certe stampe
speditegli dagli editori due giorni innanzi. Quest'ufficio di
corregger le stampe Diana l'aveva conservato anche durante la
gravidanza, e le prime cartelle delle bozze che Varedo esaminava erano
state riviste da lei la mattina stessa. Ora Alberto pensava che per un
bel pezzo neanche questo piccolo aiuto egli avrebbe potuto aver da sua
moglie. Meno male che c'era Bardelli.
Ed era appunto di Bardelli, del nostro amico Eugenio Bardelli, la
timida voce che, di dietro l'uscio chiuso, domandava:--È permesso?
--Avanti!--gridò il professore.
E soggiunse:--Non l'ho sentito nè sonare il campanello, nè camminare.
È entrato pel buco della serratura?
--Ho sonato adagio e ho camminato in punta di piedi... Passavo di qui
e desideravo saper qualche cosa, anche per conto della mamma.
--Grazie, non c'è ancora nulla di nuovo.
--Lo so... Ho parlato con la signora Valeria... La mamma rinnova le
sue offerte... Se c'è bisogno di lei, è sempre a disposizione... Ha
pratica di parti, la mia mamma.
--Grazie, grazie. Ma vede bene, non può occorrer nulla... C'è la
levatrice, c'è mia suocera, c'è la mia cameriera, c'è stato il
dottore... Tutto va in regola; non c'è che da lasciar tempo al tempo.
--Eh, capisco--riprese Bardelli girando fra le mani il cappello a
cencio.--A ogni modo anch'io se posso...
--Lei, caro Bardelli, può anche meno delle donne... Dica piuttosto, fa
freddo fuori?
--A bastanza... Un freddo asciutto però.
--E qui le pare che si stia bene!
--Qui si sta da papi.
--A me pare tutt'altro... I caloriferi sono spenti e ho dovuto
chiuderne le bocche... Prima di mattina si gelerà.
--In camera della signora Diana c'è la stufa?
--Sì, ed è accesa... Ma quella non riscalda me.
Eugenio Bardelli atteggiò il viso ad un'espressione di sincero
rammarico, come deplorando di non poter mutarsi lui in una stufa o in
un braciere per riscaldare il suo amato professore.
Non essendo facile il tradurre in parole un sentimento così generoso,
il giovine assistente (perchè fin dall'ottobre Bardelli aveva
conseguito il posto onorifico) balbettò:--Per domattina
all'Università, vado io...
--Sì, va lei, e fa ripetizione... Ma mi raccomando, Bardelli, non
abbia quell'aria d'uomo che domanda perdono di esistere. Il sapere è
una bella cosa, ma bisogna anche mostrar di sapere, sopra tutto quando
s'ha da fare coi giovani.... Se no, malgrado la sua dottrina finiranno
col prenderla di sotto gamba.
Era pur troppo quello che avveniva, ma Bardelli non osava confessarlo.
--L'arte di tener la disciplina, caro amico--continuò Varedo--non c'è
maestro che la insegni. Ci sono di quelli che la sanno già il primo
giorno che salgono in cattedra; ce ne sono altri che non la imparano
mai.
Bardelli chinava il capo in segno d'assenso, sbirciando nello stesso
tempo i frontispizi dei libri nuovi sparpagliati sulla tavola.
--Sono gli ultimi acquisti della Biblioteca della Scuola--spiegò il
professore.--Ci son anche due volumi di Spencer, ancora intonsi...
Vuol portarseli via?
Gli occhi dell'assistente brillarono di compiacenza.
--Così mi risparmia la briga di tagliar le carte. A me basterà
riaverli entro domani.
--E delle prove di stampa ce n'ha?--disse Bardelli.
--Queste finisco di correggerle io, tanto fa--disse Alberto.--Da
domani in poi, fin che mia moglie è impedita, ricorrerò a lei.
--Si figuri!--esclamò l'altro, contento come una Pasqua.--Sarà un
onore per me.--E soggiunse tentennando la testa:--Eh, la signora Diana
dovrà stare in riposo per un bel pezzetto.
--Chi sa?... I parti delle donne son faticosi, son dolorosi, non c'è
dubbio; però, nella peggiore ipotesi, è una fatica, è un dolore di
uno, di due giorni... Noi uomini di studio, siamo nel travaglio del
parto tutto l'anno, e le nostre creature fatte, rifatte, distrutte
persino con le nostre mani ci costano molti più spasimi di quelle che
non abbiamo costato noi alle nostre genitrici.
Il professore Varedo parlava come persona convinta di esser vittima
d'un'ingiustizia sociale. O che forse non meritava anch'egli una parte
dell'interesse, della sollecitudine ansiosa che in quel momento si
consacrava a sua moglie?
Non avvezzo a considerar la questione sotto questo aspetto originale,
Bardelli se la cavò con poche frasi sconnesse.
--Sicuro... Anche gli uomini di studio.... è positivo... sono in
gestazione continua.
Varedo lo licenziò.--Buona notte... Vada, vada, lei che può coricarsi
tranquillamente.... Prenda i due libri, e arrivederci...
Dopo aver dato un'altra capatina in camera di Diana, Alberto riprese
la correzione delle sue stampe. Finita che l'ebbe, principiò a
camminar su e giù per la stanza col capo chino, con le mani
intrecciate dietro la schiena, sotto la vestaglia. Camminava adagio
nel poco spazio lasciato dai libri e dai mobili, camminava riflettendo
ai casi propri e commiserandosi. Lo assaliva un amaro rimpianto dei
primi mesi del suo matrimonio, allorchè Diana era tutta sua, tenera,
espansiva sovente, devota, affezionata sempre, sempre pronta ad
accogliere le sue confidenze, ad assisterlo nei suoi studi. Così egli
lo comprendeva il matrimonio; quella poteva chiamarsi davvero l'unione
di due anime. O perchè non era durato così? Dal giorno che Diana s'era
sentita madre, tutto era mutato d'aspetto. Egli le parlava ed ella lo
ascoltava distratta, mal dissimulando la propria indifferenza pegli
argomenti ch'egli era riuscito a renderle cari e domestici. E cercava
sviare il discorso e tirarlo sul grande avvenimento che stava per
compiersi e a fronte del quale ogni altro pensiero le pareva vano. Che
s'egli, alla sua volta, non rispondeva a tuono alle domande di lei
circa alla cuna del bimbo, al corredo, alla diversa disposizione da
darsi al loro quartierino durante il periodo dell'allattamento, una
nuvola le si stendeva sulla fronte, una lacrimetta le spuntava negli
occhi, ed ella biascicava con voce dolente:--Ecco, non _gli_ vuoi
bene.--Santo Iddio, che bene doveva volergli se per lui _egli_ non
esisteva ancora? Ma guai se Varedo non avesse soffocato questo grido
dell'anima! E si difendeva dall'accusa di non volergli bene,
quantunque non potesse volergliene come lei che lo portava nel suo
grembo e lo nutriva del suo sangue... Erano dispute brevi che si
rinnovellavano spesso e turbavano l'antica armonia. Senza dire del
dissidio latente che c'era tra Alberto e Diana a proposito dello zio
Gustavo. La scenata del Lido non aveva avuto conseguenze; i due uomini
s'erano in apparenza riconciliati, ma non vi poteva esser buon sangue
fra loro. E Gustavo, che non voleva metter la nipote in una condizione
difficile verso il marito, non le scriveva più, ed evitava di venir a
Torino ove pure gli affari della sua Compagnia d'Assicurazioni
l'avrebbero chiamato di quando in quando. Diana sentiva amaramente la
mancanza di questa corrispondenza e di queste visite, e sebbene i suoi
principî rigidi le impedissero di giudicar in modo diverso da Alberto
le relazioni fra lo zio e Adelaide Nocera, non permetteva alcuna
allusione men che rispettosa a un parente che nel cuore di lei aveva
tenuto un posto vicinissimo a quello occupato dalla sua mamma.
Comunque sia, nelle meditazioni peripatetiche di quella notte, Alberto
Varedo dedicava appena un pensiero fuggitivo al mondano ingegnere. Non
era lui il nemico del suo benessere coniugale; il nemico vero (la
dichiarazione aveva almeno il merito della franchezza) era il
nascituro. Era inutile; questo marmocchio che gli avrebbero presentato
forse di lì a pochi istanti dicendogli:--È il tuo figliuolo--non
destava nell'animo del professore il minimo senso di tenerezza.
Avrebbe fatto, si intende il suo dovere verso di lui (quando non lo
faceva, egli, il proprio dovere?) avrebbe lavorato per non lasciargli
mancar nulla; l'avrebbe protetto, consigliato, difeso; ma come gli
sarebbe stato riconoscente se fosse rimasto _in mente Dei_!... E pure
non gli accadeva nulla che non fosse nell'ordine naturale delle cose,
e il suo collega professor Feroni, grande odiatore del bel sesso, a
cui egli non aveva saputo dissimulare la sua noia per la gravidanza
della moglie, aveva esclamato per spaventarlo:--Eh caro mio, le donne
son capaci di tutto, anche di darvi due gemelli... Chi non vuol
disgrazie segua il mio esempio e ne stia lontano.
Certo il dubbio che in fondo a questa mala soddisfazione per
l'imminente paternità ci fosse una buona dose d'egoismo veniva ogni
tanto a molestare il professore Alberto Varedo, a turbar l'alto
concetto ch'egli aveva della sua perfezione morale. Anche adesso una
voce importuna gli ripeteva di quando in quando:--tu che non soffri,
tu che puoi, se ti piace, stenderti sul tuo letto e dormire, tu ti
lagni e ti crucci, e tua moglie che patisce da nove mesi, tua moglie
che ora si dibatte negli spasimi, che potrebbe soccombere alla prova,
è raggiante di gioia nell'aspettativa della gracile creatura che
uscirà palpitante dalle sue viscere. E questa creatura ella per un
anno la nutrirà del suo latte, consacrerà ad essa i suoi giorni e le
sue notti, le insegnerà a balbettare le prime parole, a provare i
primi passi, ne scruterà ogni moto, ogni gesto, sentirà ripercotersi
in cuore l'eco d'ogni suo lamento, tremerà d'ogni ombra che ne
offuschi le pupille, che ne veli le gote;... tu frattanto accudirai
alle tue occupazioni ordinarie, correrai dietro come prima a' tuoi
sogni ambiziosi; non avrai del bambino che le carezze e i sorrisi... E
osi lagnarti?
Ma Varedo non durava fatica a soffocar queste timide rampogne della
sua coscienza. Chi discute con sè medesimo finisce sempre col trovar
gli argomenti che gli danno ragione. Egli non negava nè le sofferenze
presenti nè le passate di Diana; non negava il coraggio con cui ella
dissimulava i suoi dolori; nè l'abnegazione piena d'entusiasmo con cui
si disponeva ad adempire ai suoi uffici. Ma che per ciò? Se l'ideale
della donna è quello d'esser madre, se nel conseguimento di questo
ideale è la sua maggior voluttà, si capisce bene che per raggiungerlo
ella affronti risoluta e serena qualunque pericolo e si sobbarchi a
qualunque sacrifizio. Il dolore, il pericolo sono condizioni
indispensabili della sua gioia; il sacrifizio, o quello che ci par
tale, è anch'esso una gioia per lei. Non convien quindi magnificare
oltre misura i suoi meriti.
Alberto Varedo era arrivato a questo punto della sua ingegnosa
dissertazione quando lo ferì un grido acuto, straziante, come d'un
animale colpito a morte. E a quel grido ne succedette un secondo, ed
un terzo più straziante, più acuto... indi un gran silenzio... Il
professore sentì un brivido corrergli dalla punta dei piedi alla
radice dei capelli, sentì bagnarsi d'un sudor freddo le tempie e le
mani, guardò istintivamente l'orologio che segnava le tre del mattino,
e barcollando sulle gambe uscì dalla stanza.
Era entrato appena nel salotto attiguo che si incontrò con la suocera
la quale, a vederlo così pallido, diede un passo indietro. Ma
ricompostasi subito--Sei tu?--disse.--Venivo ad annunziarti che tutto
è finito.
--Finito?--balbettò Alberto.
--Già... finito in bene... e prima di quello che non si credesse... Ma
per questa volta bisogna aver pazienza. È una femmina...
Che fosse una femmina o un maschio non era cosa che importasse molto a
Varedo; ond'egli non fece un grande sforzo di magnanimità a dichiarare
che gli bastava di saper Diana fuori di pena.
--Vieni a darle un bacio--proseguì la signora Valeria. E lo precedette
dalla figliuola.
Nella camera nuziale una matrona baffuta, con un neo sul mento che
sembrava un cespuglio, immergeva in una vasca d'acqua tepida un
mostriciattolo paonazzo e strillante; la donna di servizio cacciava in
un angolo un mucchio di panni sanguinolenti. Bianca come il guanciale
su cui posava la testa, la puerpera si voltò languidamente verso il
marito, e gli sussurrò in un soffio:--Sto bene adesso... L'hai vista?
--Or ora gliela porto--disse la matrona baffuta, mentre Alberto,
docile agli eccitamenti della suocera, si chinava su Diana e accostava
la bocca alla bocca scolorita di lei.
La matrona, conosciuta in arte sotto il nome di Carlotta Rossetti,
levatrice approvata, infarinò rapidamente con la cipria il
corpicciuolo umido e viscoso della bambina, e la presentò in tutta la
sua seducente nudità al felice genitore.
--Baciala--suggerì la signora Valeria.--È una bellezza.
Reprimendo un gesto di maraviglia all'audace affermazione, Varedo
sfiorò con le labbra la guancia della sua primogenita.
--Una bellezza--sentenziò la levatrice approvando le parole della
signora Valeria. Ma soggiunse con arguzia:--La prossima volta faremo
un maschio.
Diana tirò fuori faticosamente una mano dalla coperta e accennò ad
Alberto d'avvicinarsi.
--Non sei andato a letto?--gli chiese.
--No...
--Povero Alberto!... Vacci ora... Tra poco spero anch'io di dormire.
--Sarai stanca.
--Tanto stanca.
--Hai sofferto molto?
--Molto... Ma è passato... E dopo si prova una gran pace.
--Tss, tss!--fece la signora Valeria, appressandosi alla
figliuola.--Non affaticarti a discorrere... E tu, Alberto, procura di
riposare il resto della notte.
--È quello che gli dicevo--bisbigliò Diana.
--Tutti, tutti dobbiamo pigliarci qualche ora di riposo... Anch'io
guardo con desiderio a quel letto lì...
E la signora Valeria accennò al letto di suo genero ch'ell'avrebbe
occupato per quella notte e per le seguenti.
Indi rispose:--Appena la signora Carlotta avrà finito i suoi affari
con la _principessina_...
--Ho finito, io... Ecco Madamigella
E prima di collocarla nella cuna tepida e civettuola che l'aspettava
la riofferse, avvolta in pannolini caldi, al bacio della nonna e dei
genitori.
--O perchè non posso tenerla qui accanto?--chiese Diana.
Sua madre si oppose.--No, assolutamente no.
--Perchè?... Dovrò alzarmi per vederla.
--Abbi pazienza... Per questa volta fa conto d'aver dieci anni di meno
e ubbidisci alla tua mamma... La cuna è attaccata al tuo letto... Non
hai che da voltare un momento la testa... Tutti questi lumi li
porteremo via... Non resterà che il lume da notte là sul cassettone...
proprio in fianco alla cuna... Guarda, la piccola s'è chetata
subito... O dov'è la signora Carlotta? Se ne sarebbe andata alla
_romana_?
La donna di servizio rispose:--No, si mette il cappello e torna.
In fatti, la signora Rossetti riapparve col cappello in testa e
imbacuccata nella pelliccia.
--Son qui a dar la buona notte a tutti... principiando dalla nostra
sposa...
S'accostò alla puerpera, la palpeggiò in tutto il corpo con la mano
esperta, e diede segni di viva soddisfazione.--Bene, benissimo... Sarò
qui domattina alle dieci.
--Domattina verrà anche il dottore.
--È naturale--osservò la levatrice.--Ma non avrà da ordinar nulla.
--E--domandò ansiosa Diana--la piccola non avrà bisogno di niente...
Non avrà fame?... Non avrà sete?
--Che fame?--protestò la signora Carlotta.--Che sete?... Fin dopo la
mia visita di domani non le diano neppur un gocciolo d'acqua.
--E per domani mi verrà il latte?
--Sì, non dubiti... E stia di buon animo... Se si agita, guai... Buona
notte...
--Buona notte.
La signora Valeria accompagnò la levatrice fino nell'anticamera.--Tutto
in regola, non è vero?
--Perfettamente.
--Sia ringraziato Iddio... E se ne va così sola?... ... Oh, lei qui
di nuovo?
Queste ultime parole erano indirizzate a Bardelli apparso come per
incanto.
--Sì... Passavo... Sento che la signora Diana s'è liberata... Mi
rallegro, anche in nome della mamma.
--Grazie, signor Bardelli... ci vedremo domattina... Adesso si va
tutti a letto...
--E il professore?
--È di là... Ma è meglio lasciarlo stare...
--Diamine! Se posso servire in qualche cosa?
--Niente, signor Bardelli, niente... O piuttosto, sì... forse potrebbe
far un tratto di strada insieme con la signora Rossetti.
--Ben volentieri...
Ma la levatrice, che aspettava il momento buono per congedarsi
definitivamente, dall'alto della sua statura di un metro e 82
centimetri squadrò il piccolo e sbarbato professorino e disse non
senza malizia:--Chè? Chè? Ho l'abitudine di andar sola a qualunque
ora... Con un giovinotto poi, comprometterei la mia riputazione...
--A ogni modo--ripigliò sorridendo la signora Valeria--il professor
Bardelli potrebbe chiamarle un fiacre.
--Immediatamente. Ce ne dev'essere in Piazza Vittorio Emanuele.
E Bardelli si precipitava; ma la signora Rossetti lo trattenne.--Non
si disturbi... fin che posso, preferisco trottar con le mie gambe che,
grazie a Dio, sono ancora buone.
Battè due colpi con la palma sulla rotella del ginocchio e
soggiunse:--A me nessuno osa dar molestia... E poi, creda a me,
_madama_ Inverigo, quando una donna ha un certo contegno...
Terminò d'infilarsi un paio di grossi guanti di lana, alzò il bavero
della pelliccia, e uscì con passo marziale.
Eugenio Bardelli, sgattaiolò per proprio conto.
. . . . . . . . . . . . . . .
Rientrando nella sua camera da studio, Alberto ebbe l'ingrata sorpresa
di trovarsi in un'atmosfera densa ed irrespirabile. La lampada a
petrolio s'era spenta; il fungo formatosi in cima allo stoppino
mandava un chiarore rossastro. Il professore dovette spalancare la
finestra, posar il lume sul davanzale, e lasciar aperto per qualche
minuto. Era una notte di marzo limpida e fredda; il termometro
all'esterno segnava otto gradi sotto zero; i tetti, bianchi di neve,
scintillavano ai raggi della luna. Non saliva dalla strada suono di
passi o di voci. Allorchè Varedo si decise a rinchiudere i vetri,
anche la stanza era una Siberia, ed egli, messosi a letto, non potè
dormire nè riscaldarsi per quanto si coprisse. Prima dell'otto era in
piedi, starnutando e tossendo. E queste furono per lui le prime
dolcezze della paternità.