VI.

Nuovi orizzonti.

L'avevano battezzata per Valeria, ma, poichè il nome pareva troppo

solenne, preferivano, fin che era piccola, di chiamarla _Bebè_. A sei

mesi ell'era piuttosto brutta che bella, piuttosto cattiva che buona,

e spiegava istinti voraci ch'esaurivano il petto materno e

costringevano a ricorrere all'aiuto del latte di capra, delle pappe e

degli zuccherini, di cui la bimba era ghiotta fuor di misura, tanto da

strillar di gioia quando glieli davano e da strillar di rabbia quando

non volevano ripeterglieli. Del resto, indipendentemente dagli

zuccherini, quegli strilli da pavone empivano spesso la casa, e il

professore, turandosi gli orecchi, urlava da una camera all'altra alla

moglie:--Per carità, falla tacere.--Ma Diana si maravigliava della

estrema suscettibilità del marito, e domandava ingenuamente:--O che

disturbo ti dà?... A ogni modo, chiuderò anche quest'uscio.

E, _pif paf_, si sentiva il rumor d'un'usciata, che aveva il

significato dispettoso d'una protesta. Tuttavia i due coniugi vivevano

in passabile accordo. Ella si sforzava di consacrare ad Alberto le ore

che l'eran lasciate libere dalla figliuola e gli ricopiava qualche

pagina di manoscritto, gli correggeva qualche bozza di stampa; egli

dal canto suo cercava coscienziosamente di far vibrar dentro di sè le

corde ribelli della paternità, e di tratto in tratto consentiva a

prender Bebè sulle ginocchia, e ad ammirarne le riposte bellezze. Ma

era una disdetta. La piccola non poteva star due minuti col suo babbo

senza rendersi colpevole di infrazioni più o meno gravi alle regole

della creanza; allora il professore, inorridito, restituiva il dolce

pondo a Diana che si metteva a ridere, e, ridendo, lo faceva

arrabbiare.--O, vorresti pigliar queste cose in tragico?--diceva lei.

E Varedo, di rimando:--Sarebbe ben meglio che tu la lasciassi con la

bambinaia.--Meno che posso gliela lascio--ribatteva Diana.--Le madri

devono badar esse ai loro figliuoli.

Quel famoso dovere ch'era stato per tanto tempo ed era ancora, come

direbbero i vagneriani, il _leit-motiv_ dei discorsi di Varedo, aveva

trovato in Diana un terreno propizio per fruttificare. E innestandosi

adesso sull'amore vivissimo ch'ella portava a Bebè dava a quell'amore

quasi la rigidezza d'una disciplina militare. Alla massima generica e

indiscutibile che le mamme devono occuparsi personalmente della loro

prole si aggiungevano altri precetti particolari che la giovine sposa

non avrebbe trasgrediti per tutto l'oro del mondo. Così per esempio

ell'aveva voluto continuar ad allattare benchè l'allattare la

estenuasse; così ella non cedeva a nessuno l'ufficio di fare ogni

mattina il bagno alla bimba; così ella s'imponeva la regola di uscir

pochissimo di giorno se non poteva portar seco Bebè, e di non uscir

mai la sera nemmeno se Bebè dormiva tranquillamente. Non doveva ella

invigilarla sempre? Non doveva esserle accanto se si svegliava?

Che se Alberto la rimproverava di esagerare, ell'aveva la risposta

pronta:--In fatto di dovere, _melius abundare quam deficere_; l'hai

detto tu, in un latino che capisco anch'io. Tu fai il tuo dover di

professore, di scienziato, io faccio quello di buona mamma.

Sarebbe stato facile di replicare che nella vita i doveri son molti e

che l'essenziale è di saperli conciliare, mentre a prenderne troppo in

epico uno solo si rischia di mancare agli altri; ma Alberto Varedo non

aveva neppur lui un concetto abbastanza limpido del rapporto esistente

fra i vari doveri per dare una risposta così semplice e naturale;

anch'egli era propenso a considerar come tali soltanto quelli che

convenivano a' suoi gusti e a' suoi fini, e la distinzione fatta da

Diana implicava in favor suo un certo grado di libertà che non gli

tornava sgradito.

Ond'egli si limitava a borbottar qualche parola e lasciava cadere il

discorso.

Fu appunto in quel tempo, fra il sesto e il settimo mese di Bebè,

quando l'apparizione del primo dente in bocca alla figliuola era

salutata da Diana come il primo apparir della terra dai compagni di

Cristoforo Colombo, fu appunto allora che il professore Alberto Varedo

veniva sollecitato all'adempimento d'un nuovo dovere, quello di servir

la patria nella politica.

Rimasto vacante per la morte d'un deputato un collegio della provincia

di Cuneo, gli elettori pensaron a lui e delegarono una Commissione di

notabili a offrirgli la candidatura nei termini più lusinghieri.

Sarebbe stato singolarissimo onore pel collegio l'essere rappresentato

da un uomo di tanto merito, un uomo che, così giovine, era già una

gloria dell'Università, uno spirito liberale, un parlatore facondo, un

luminare degli studi giuridici, ecc., ecc. La verità si era che il

collegio constava di tre frazioni in lotta fra loro, nessuna delle

quali era capace di far riuscire il candidato del suo cuore, nè

rassegnata a lasciar trionfare il candidato d'una delle frazioni

rivali. Bisognava quindi cercar uno che non fosse della provincia,

meglio ancora che non fosse della regione, e Alberto Varedo possedeva

questo prezioso requisito.

Già più d'una volta era balenata alla mente di Varedo la possibilità

di entrare presto o tardi nella vita pubblica. Più d'una volta, al

Caffè Romano, in quei crocchi di neo-professori ove si parlava d'arte,

di letteratura, di filosofia, di matematica _et de omnibus rebus_,

egli aveva difeso la politica contro gli attacchi furibondi di alcuni

colleghi.

--La politica guasta tutto ciò che tocca--urlavano quelli.--Sciupa

gl'ingegni e annebbia le coscienze.

--Il nostro Senato è un ospizio d'invalidi, la nostra Camera è un

immondezzaio--soggiungevano i più arrabbiati.

Ma egli, senza scomporsi, sosteneva che quanto più basso era caduto il

Parlamento italiano tanto più era necessario di rinnovarlo, di

purificarlo con elementi incontaminati.

--O che poni la tua candidatura?

--Che c'entro io?--replicava Varedo.--Si discorre in tesi generale.

E, tra serio e scherzoso, egli citava una sentenza di Cicerone da lui

già tradotta per uso di Diana:--_Neque enim est ulla res in qua

propius ad deorum numen virtus accedit quam civitates aut condere

novas, aut conservare jam conditas._

Ella, Diana, dubitosa sulle prime, trepidante al pensiero che se

Alberto fosse deputato sarebbe troncata la tranquilla intimità della

loro vita domestica, ella a poco a poco era andata mutando opinione.

Se la gioventù avesse effettivamente una missione da compiere? Se

portando alla Camera dei criteri rigidi, austeri, ella potesse

arrestare la corruttela che dilagava, cooperare alla rigenerazione

morale di quella terza Italia riuscita così inferiore all'aspettativa,

o ch'era lecito alle donne d'intralciare il cammino ai figliuoli, ai

mariti, ai fratelli? Non era anzi obbligo loro di aiutarli a svolgere

tutte le proprie attitudini?

Ma già da un bel pezzo nè Diana pensava a ciò, nè Alberto tirava in

campo l'argomento. Ella era così assorbita dalla sua maternità che

Varedo, uso a non ammettere che si potesse distrarsi mentre egli

parlava, aveva finito coll'intrattenerla molto più raramente de' suoi

disegni, delle sue aspirazioni.

Adesso però il silenzio era impossibile, e Varedo informò sua moglie

della proposta che gli era fatta. Non disse ch'era deciso in cuor suo

d'accettarla; finse per cortesia di attendere il parere di lei, le

rammentò le dispute romorose con gli amici al Caffè Romano, e la parte

ch'ella pure vi aveva preso, e l'ardore con cui ella lo aveva

appoggiato nella sua lotta contro l'egoismo scientifico.

A Diana quei giorni sembravano tanto remoti. La piccola cuna ove,

placida e rosea, Bebè dormiva i suoi sonni innocenti aveva scavato un

abisso fra il passato e il presente. Le dispute del caffè l'erano

quasi sfuggite dalla memoria; non capiva com'ella vi si fosse

immischiata, come avesse mostrato uno spirito così battagliero, come

avesse potuto prender sul serio cose e questioni che oggi le parevano

di piccolissimo conto.

Benchè nella sua perspicacia ell'avesse subito capito che Alberto era

ormai legato da una promessa e non la consultava che per salvar le

apparenze, ella non mostrò d'aversene a male, nè volle mettersi in

contraddizione con le sue opinioni d'un tempo. Ma i suoi motivi erano

affatto diversi. La missione della gioventù, la fede negli alti e

severi propositi con cui Alberto sarebbe entrato alla Camera,

l'orgoglio di essergli consigliera ed ispiratrice, tutto ciò insomma

che le aveva brillato dinanzi agli occhi come un sogno di gloria e di

poesia oggi la faceva sorridere come un'illusione infantile. Sentiva

la vanità della gloria, e, in quanto alla poesia, sentiva che per la

donna non ce n'è nessuna che valga il bacio e la carezza d'un suo

bambino....

Ell'accolse quindi le comunicazioni di Varedo senza entusiasmo e senza

ostilità, con una calma benevola in cui c'era un fondo d'indifferenza.

--E sei poi sicuro d'essere eletto?

--Spero... Non ci sono competitori seri... Dovrò andare nel collegio a

tenere un discorso.

--Quando?

--Mi avviseranno. Forse domenica prossima... Oh, un viaggio breve....

Sarò di ritorno la sera....

Ella sorrise.--Quando sarai deputato le tue assenze saranno più

lunghe.

--Sfido io... Ma ormai non ci sono distanze, e anche da Torino a Roma

si va così presto.... E poi, di tratto in tratto, verrai anche tu a

passar qualche settimana alla capitale.

--Io?... Ora Bebè è troppo piccola.

--Quando sarà svezzata.

--E l'Università?--chiese Diana.

--Ci sono tanti professori nel mio caso.

--Professori che non fanno lezione--soggiunse ella con una punta

d'ironia.

Ella rammentava le sfuriate di Alberto contro i colleghi negligenti.

--Chi dice questo?--egli replicò infastidito.--Intendo professori che

sono deputati.

--E fin che sono a Roma non possono essere a Torino.

--Con un po' di attività si concilia ogni cosa--ribattè Varedo.--La

Camera non è sempre aperta, non tutte le discussioni sono

interessanti... All'Università c'è l'assistente; io ho Bardelli ch'è

pieno di zelo;... a ogni modo, quando urge essere da una parte o

dall'altra, un dispaccio è presto spedito e ricevuto.

--Che gusti!--pensava Diana.--Esser metà dell'anno in ferrovia, non

aver un'ora di pace, aspettar sempre un telegramma che vi chiami di

qua e di là...

E involontariamente ella confrontava quell'agitazione perpetua e

febbrile con l'esistenza placida ch'era serbata a lei, sempre fra le

pareti domestiche, sempre accanto a Bebè, sempre intenta a scoprire il

miracolo di quella vita che sbocciava sotto i suoi occhi. Le future

assenze di Alberto non la turbavano; nel suo inconscio, tranquillo

egoismo ella considerava che, col marito lontano, non avrebbe avuto

rivali presso la figliuola, che sarebbe stato suo, non d'altri che

suo, quell'affetto onde, sin dai primi mesi, ell'era gelosa.

Quante volte, dopo la comunicazione di Varedo, mentre ferveva la lotta

elettorale ed egli era in giro pel suo collegio ad accaparrarsi i

voti, Diana, sola con Bebè e palleggiandola fra le braccia, le parlava

come s'ella potesse intenderla.

--Il babbo chiacchiera co' suoi bifolchi, bel matto! Ci trovo ben più

sugo io a chiacchierare con te!... Andrà a Roma il babbo... Ma noi che

siamo qui, ci faremo compagnia... non avremo bisogno di nessuno, non è

vero, caro tesoro?

Venne finalmente il giorno dell'elezione. Il professore assicurava

che, in fondo, non ci teneva affatto, che aveva accettata la

candidatura perchè gli sembrava doveroso accettarla, ma che, se non lo

nominavano, se ne sarebbe dato subito pace. Poteva dir senza

presunzione:--Tanto peggio per gli elettori;--perchè il nome su cui

gli avversari suoi s'erano concertati era un nome insignificante,

ridicolo e peggio. Anche prima d'esser uomo politico Alberto Varedo

aveva degli uomini politici l'equanimità e la temperanza... Dunque, a

sentir lui, non gl'importava riuscire, ciò che non toglie che la notte

precedente al gran giorno egli non chiudesse mai occhio, e che la

mattina fosse in piedi all'alba e spedisse Bardelli al telegrafo con

un fascio di dispacci intesi a smentire due o tre notizie inesatte

sparse sul conto suo da un foglio della provincia. Bardelli,

figuriamoci, era venuto a mettersi a disposizione del professore prima

che si spegnessero i lumi per le strade.

--Io me ne infischio, ma vedrà, caro Bardelli, vedrà che faccio

fiasco.

Quest'era il ritornello di Varedo, a cui l'assistente contrapponeva

una serie di affermazioni documentate che davano la sicurezza della

vittoria. Egli aveva fatto il computo dei voti; garantiva una

maggioranza schiacciante.

Il profeta di buon augurio fu trattenuto a colazione, poi mandato qua

e là nelle redazioni dei giornali amici per aver notizie. In vero

delle notizie dei giornali non c'era bisogno, perchè presto

cominciarono ad arrivare telegrammi diretti dalle varie parti del

collegio, prima sulla formazione dei seggi, più tardi sul concorso

degli elettori, finalmente sui risultati, sezione per sezione. Alle

cinque l'esito non era più dubbio, e Diana desiderò avvisarne sua

madre con un dispaccio che l'officioso Bardelli s'incaricò di portar

egli stesso al telegrafo.

--Dopo torni qui e resti a desinare con noi--dissero, all'unisono, i

Varedo.

La sera vi fu una processione di gente che veniva a congratularsi.

Erano in maggioranza giornalisti, studenti, professori. Uno di questi,

il dottor Sali della facoltà di lettere, portò anche la moglie, la

signora Erminia, ex bella donna, di cui si diceva all'Università

ch'era _alla sua terza_ _maniera_ perchè prima di sposarsi con Sali

era rimasta vedova due volte, di due professori, l'uno della facoltà

di scienze, l'altro della facoltà giuridica. Non le restava ormai da

assaggiare che la Scuola d'applicazione.

Ma la visita che fece più colpo fu quella del Rettore professor

Andriani, che aveva appartenuto alla Camera subalpina e che adesso

apparteneva al Senato, brav'uomo, eloquente ai suoi tempi, facondo

sempre; solo che, per una disgraziata conformazione dei denti, veri o

posticci, non poteva da alcuni anni dir quattro parole senza mettere

un fischio.

Sebbene côlta alla sprovvista, Diana non tardò a ricomporsi e ad

adempiere convenientemente ai suoi uffici di padrona di casa. Fece

accendere il gaz in tutte le stanze a eccezione della camera da letto

ove dormiva Bebè (figuriamoci! quella doveva esser chiusa ai profani)

accettò con garbo i rallegramenti, distribuì rinfreschi a' suoi

ospiti. Certe bottiglie di vecchio Barolo che dormivano polverose in

cantina furono stappate per l'occasione, e contribuirono a crescere il

buon umore. Si propinò alla salute del neo eletto, gli si augurò un

sottosegretariato fra sei mesi, un portafoglio fra un paio d'anni.

Egli, modesto, si schermiva.--Adulatori!... Ho proprio la stoffa del

Ministro, io! E se credete ch'io sia uomo da ambire il titolo

d'Eccellenza!... Lo dico a cuore aperto, non so nemmeno quanto tempo

resterò deputato...

--Eh via...

--Ma sì... Quando vedessi chiaro che non si cava un ragno dal buco,

darei le mie dimissioni.

Frattanto il Rettore Andriani, slanciando a destra e a sinistra i

soliti fischi come di locomotiva in partenza, s'era impegnato in un

discorso lungo sul periodo classico delle nostre lotte parlamentari, e

citava alcune sedute memorabili del 1860 e 61, e raccontava una serie

d'aneddoti del Conte di Cavour e di Urbano Rattazzi.

Ma Diana sgattaiolava di tratto in tratto in silenzio, andava in

camera da letto a dar un'occhiata alla bimba, si fermava in estasi a

contemplarla.

--Cara, cara... Questo è il mio Parlamento... Questo è il mio

Ministero... Oggi ti ho dovuta trascurare... Ma non sarà più così,

sai...

Una volta la bimba si svegliò, si mise a piangere, e Diana se la prese

sulle ginocchia e si slacciò il busto per offrirle il seno, orgogliosa

di quel suo ufficio di madre, ascoltando come una musica nuova e

soavissima il tenue rumore del latte che, succhiato con labbra avide,

scendeva a goccia a goccia nelle fauci della bambina. Anche era per

lei una voluttà dolorosa il sentir sulle carni delicate la punta dei

primi dentini nascenti, e le pareva che ogni sofferenza creasse fra

lei e quel suo angioletto un legame di più. Ella diceva fra sè:--Di là

i sogni dell'ambizione, della potenza, della gloria; di qua una povera

diavola che dà il latte alla sua creatura... Sono una povera diavola,

io, nonostante i grandi pronostici che si facevano sul mio conto...

Non sono che la moglie di un uomo illustre... e piuttosto che brillar

soltanto di luce riflessa è meglio rimanere all'oscuro.

A poco a poco il sonno dolce e benefico allargò e distese le sue ali

sull'esile corpicino di Bebè; gli occhi si chiusero, le labbra si

staccarono dal capezzolo, la testa ricadde alquanto all'indietro,

abbandonandosi sul braccio materno. Diana, asciugata con un bacio

lieve la bocca umida della bimba, la posò sulla cuna, le ravviò sul

petto le coperte e tornò in salotto ove i visitatori non attendevano

che lei per partire.

--Domando mille scuse, ma sono una balia, e le balie non possono far

complimenti.

--Ma s'intende, ma ci mancherebbe altro!

--Beata lei che ha già una bambina!--esclamò la signora Sali.--Io, con

tre mariti, non sono mai riuscita ad aver figliuoli... Che uomini mi

son toccati!

Varedo, al quale sembrava che quella sera, Diana non avrebbe

dovuto occuparsi che di lui e del suo trionfo, ebbe un moto

d'impazienza.--Quella piccina è viziata... Si avrebbe potuto

svezzarla da un pezzo.

Indi rivoltosi a Bardelli, soggiunse:--Non vada mica via, lei.

Usciremo insieme.

--Esci?--chiese Diana.

--Sì; devo andare al telegrafo e alla _Gazzetta Piemontese_.

In quella giunse un dispaccio. Era della signora Valeria e portava le

felicitazioni di lei e degli amici che raccolti in casa Inverigo

bevevano lo sciampagna alla salute del nuovo onorevole e della sua

compagna.

--Povera mamma!--sospirò Diana.--Il suo cuore è sempre con noi.

Rilesse il dispaccio in silenzio. Nessuna menzione dello zio Gustavo.

Egli non era fra quelli che si rallegravano della vittoria di Alberto.

Com'era tenace nei suoi rancori!

--Piovono le congratulazioni--notò Alberto a sua moglie (erano rimasti

loro due soli e Bardelli).--Non ci sei che tu che non m'hai ancora

detto nulla.

Già disposta alla commozione dal telegramma della madre, Diana, a

questo mite rimprovero in cui c'era un'intonazione affettuosa, sentì

salirsi le lacrime agli occhi, e tendendo tutt'e due le mani a suo

marito,--Io...--balbettò--io... ma io sono una parte di te.

I coniugi Varedo · 第 15 / 44 题