i caratteri dell’Essena Kabbalista. Egli ha un giuramento poco noto
altrove: _pel Cielo Asciamaim!_ (Berahot, 53), che ci spiega come Gesù
il condannasse appunto vedendola usata tra i suoi quando disse _non
giurate nè pel Cielo nè per la terra_ ec. e si connette mirabilmente
colla supposta adorazione del _Cielo_ che agli Ebrei in generale ed
agli Esseni in particolare fu attribuita dai Pagani chiamandoli persino
col nome di _Cœlicoles_, onde poi si distinse una setta Cristiana che
come le altre non rappresenta che una setta _frammentaria_ dell’antico
complesso organico, delle dottrine e della simbologia dei Teosofi
Esseni (V. per la storia fra noi del simbolo _Cielo_, mie note al
Pentateuco, Em Lammicrà, Genesi Cap. I.). Egli è identificato con _R.
Elazar Ben Arah_ personaggio eminentemente teosofico o Kabbalistico
nel 2º di Haghiga (V. Talmud Sciabbat p. 147); egli ha gli istinti
democratici come tutti i Farisei (Sanhedrin 20), ei predice pei tempi
messiaci, discordie intestine tra figlia e madre, tra suocera e nuora,
quali si leggono nei Vangeli espressioni Cristiane dello Spirito
Essenico (_Ibid. 97_), e infine egli ammette una sovrumana efficacia ai
nomi divini tratto ad un tempo Essenico Kabbalistico e, oso dire, anche
cristiano; perocchè al nome _Gesù_ si attribuisca sino nei Vangeli una
straordinaria e miracolosa potenza.
[65] Il Nicolas (_Des doctrines qui ont précédé etc._, T. 6º p. 86) non
sa come porre d’accordo l’identità degli Esseni cogli antichi Hasidim
rammentati nei Maccabei, quali strenui difensori della patria libertà,
coll’orrore per la guerra e l’esclusivo studio delle arti pacifiche che
Giuseppe appone agli Esseni suoi contemporanei. Vi sono pure due fatti
che attenuano grandemente il valore dell’obbietto. In prima, non si
può negare che la difesa nazionale sia tale dovere religioso eziandio
nell’Ebraismo, da obbligare chiunque ad esso appartenga; e più chi più
rigorosa se n’è imposta la osservanza. E poi Giuseppe stesso attesta
che gli Esseni procedevano _armati_, del quale uso siamo in procinto
di trovare un maraviglioso riscontro nel _Zoar_ e nei suoi personaggi,
e tale da rendere quasi inevitabile la parentela dell’Essenato coi
Teosofi Ebrei o Kabbalisti. Non possiamo tacere di un autorevole
ausiliare che troviamo nell’illustre amico nostro signor S. Munk
socio dell’Istituto; il quale nei suoi _Mélanges de philosophie juive
et arabe, pag. 468_, ci offre da un lato una dichiarazione preziosa
intorno la identità originaria della _Kabbale_ o Teosofia Ebraica e
dell’_Essenismo_; dall’altro ci reca la testimonianza di un dotto
correligionario tedesco, essere gli Esseni i _Hasidim_ del Talmud.
La prima così suona: «_Les Esséniens avaient donc une doctrine dans
laquelle à côté de certaines spéculations métaphysiques, l’Angélogie
jouait un rôle important. Il est probable qu’ils cultivaient certaines
doctrines qui plus tard_ FAISAIENT PARTIE DE LA KABBALE, _doctrines
puisées à des sources diverses et qui ont inspiré les premiers
fondateurs de la gnose._» La seconda così si esprime: (ivi in nota)
«_M. le D. Frankel a essayé de démontrer que les Esséniens sont souvent
mentionnés dans le Talmud sous le nom de Hasidim_ (pieux), _et il a
fait d’ingénieux rapprochements entre les notices de Joseph et divers
passages talmudiques._ Voy. Zects Christ für die religiosen interessen
des Iudenthums 1847, Décemb., p. 441 et suiv.» Noi non conosciamo gli
studj del Sig. Frankel.
[66] Le qualità di _Ministro_ e _Discepolo_ andarono riunite
nell’antichità Biblica e Rabbinica. Nella prima Giosuè discepolo di
Moisè è chiamato suo _Ministro_ (Mesciret), e nella Rabbinica abbiamo
la esortazione al maestro di non astenersi dal fare ministrare il
discepolo a proprio servigio; anzi lo studio della legge orale che più
dell’altra esige e suppone l’addottrinamento magistrale, è chiamato
_Scimmusc_ Ministerio. In senso opposto il Maestro riunisce le due
caratteristiche di _precettore_ e _maggiore_, e la parola _Rab_ tanto
significa. Non ne abbiamo noi pure Europei un esempio eloquentissimo
nel nostro Maestro, Maître, _Signore_ e _Precettore_ ad un tempo? Si
vede nel testo come questi iniziati e novizj si dicessero _liberi_
per torgli ogni imputazione servile. Basti pure ricordare come i
figli si dicessero latinamente _liberos_ e come _figli_ chiamino
egualmente i Profeti e i Dottori i loro discepoli (Banim). Ma se
nell’_officio_ servile dei discepoli convengono Esseni e Dottori, non
meno convengono nello studio di escludere il sospetto di _condizione_
servile gli Esseni e i Farisei, nel dar loro il nome antonomastico
ai _Liberi_ e più ai Farisei particolarmente nell’escludere dagli
offici in cui il discepolo ministrar debbe, quelli che sono per lor
natura esclusivamente servili. Entro questo limite, l’antico costume
essenico-farisaico ebbe imitatori in Parigi nel secolo decimoquarto
quando gli scolari di quella Università servivano come di paggi ai
professori.
[67] Vedremo più oltre quando e come acquistassero gli Esseni questo
nome di _liberi_, e vedremo non meno come per altri rispetti oltre
quello qui menzionato si meritassero tal nome. A questi altri motivi
vogliamo qui preludere con quanto si legge in Plotino (Enneades,
vol. I, pag. 472, e pag. 185, nota 1ª): «_L’homme est libre quand il
exerce la faculté de l’âme raisonnable, quand il s’élève de l’ordre
physique qui règne dans l’univers aux choses intelligibles qui ne
dépendent de rien. Il est soumis à la nécessité et il devient une
partie de l’univers quand il exerce les facultés de l’âme raisonnable
et du corps. La Nécessité ou Fatalité est l’ensemble des circonstances
extérieures, savoir l’influence des astres._» E (vol. 2º, 3ᵐᵉ Enneades,
pag. 17): «_Quand l’âme prend une détermination et l’exécute parce
qu’elle y est poussée par les choses extérieures, qu’elle cède à un
entraînement aveugle, sa détermination et son action ne doivent pas
être regardées comme libres..... Au contraire, quand elle suit son
guide propre, la raison pure et impassible, la détermination qu’elle
prend est vraiment volontaire, libre, indépendante, l’action qu’elle
fait est réellement son œuvre, et non la conséquence d’une impulsion
extérieure._» E più oltre: «_Donc quand elle manque de prudence, les
circonstances extérieures sont cause de ses actes: on a raison de dire
alors qu’elle obéit au destin comme une cause extérieure._» Per meglio
comprendere ciò che Plotino intende per destino, eccone la definizione
di _Iamblico_, che il sig. Bouillet (Enneades. Paris, 1859, vol. 2º,
pag. 16, nota 1ª) dice potere servire di Comento alle frasi di Plotino:
«_Toute l’essence du Destin consiste dans la Nature: j’appelle nature
la cause qui est unie au Monde, et qui contient unies au monde toutes
les causes de la génération etc._» Plotino stesso avverte come si debba
«_compter au nombre des causes extérieures l’influence qu’exerce le
cours des astres._»
S. Agostino che, come dimostrò altrove il Bouillet, si valse
grandemente delle idee di Plotino, scrisse pur esso: _Libertas nulla
vera est nisi beatorum et lex divina adhærentium_. Gli stoici pure
avevano detto: _Solum sapientem esse liberum_. E persino Aristotile
disse con frasi più peculiari: _Homo sapiens dominabitur astris_. Non
sono quasi le stesse parole dei Dottori nostri, che udremo fra poco?
In ciò dunque consentono egualmente gli scrittori rammemorati:
1º In quanto ripongono la vera libertà nella conformità del volere alla
legge divina.
2º In quanto considerano lo stato opposto come stato di subbiezione al
destino.
Ora è innegabile che oltre al consenso che ofirono queste dottrine col
nome di _liberi_ che gli Esseni si davano, e di cui vediamo traccia nel
_Benè horim_ del Talmud (in Sotà), tornano a capello con moltissime
altre idee e dottrine che i pratici del Talmud e dei Rabbinici dettati
in generale incontrano ad ogni passo. Così in _Abot_ la libertà è
detta retaggio esclusivo di chi accetta il giogo della legge. Così la
classica distinzione rabbinica tra _figlio e schiavo_, la quale, ove
si comprenda alla foggia dei Kabbalisti o Teosofi ebrei che veggono
nel figlio quello che non accettando che l’imperio divino è superiore
alla natura e al destino, e nello schiavo il suo contrario o un grado
almeno inferiore, presenterà un’affinità ancor più singolare colla
teoria morale di Plotino; ed è che l’uomo, che colle opre e coi
pensieri si è fatto superiore alle attrattive, alle forze esteriori,
non è più soggetto alle leggi della natura e del fato, e in premio e
in conseguenza della libertà morale da sè procacciata, acquista una
libertà più sublime sul mondo fisico ch’ei domina, anzichè esserne
dominato. Ciò inteso i dottori, sia quando fecero da Dio dire ad
Abramo, già circonciso e tuttora ossequiente alla scienza astrologica,
_Esci dai tuoi pensieri, Abramo non generava, Abraham genererà_, sia
quando aggiunsero che Dio nella visione in cui gli promise la prole
lo elevò al di sopra delle stelle, per significare la libertà da
esso acquistata dalle leggi e indicazioni degli astri; infine quando
aggiunsero non vi essere fato o legge astrologica per Israel; che
rappresentano i _liberi_ i veri _figli di Dio_. Non sarebbe difficile
che anche queste ultime idee si trovassero in Plotino. Ciò ch’è
innegabile, si è come il primo Cristianesimo abbia attinto a queste
sorgenti, alle sorgenti Israelitiche, tanto il concetto di _figli di
Dio_ in opposizione a schiavi della Legge e del Peccato, quanto l’idea
concomitante di libertà dalla legge e dal mondo, doppio pensiero che in
niuna parte meglio traluce che negli scritti e nelle parole di Paolo,
il più dotto Israelita del primitivo Cristianesimo, quegli _che studiò
la Legge ai piedi di Gamaliel, il Fariseo figlio di Fariseo_ com’ei
si qualifica. Però il concetto nel passare nel Cristianesimo subì una
modificazione; anzi si arricchì di un elemento al tutto nuovo, cioè
la Libertà _dalla_ Legge invece della libertà _della_ Legge, la quale
fu considerata insieme col _Mondo_ come la potenza che la virtù del
Redentore avea vinto ed abolito sulla terra. Chi si faccia a studiare
con occhio critico le epistole di Paolo, chiaro vedrà come _Legge_ e
_Mondo_ procedano appo lui di conserva, e siano in pari modo bersaglio
delle sue invettive. D’onde questa dilatazione dell’antico concetto
Ebraico e se abbia o no radici nell’Ebraismo stesso, è subbietto
grave troppo perchè qui si tratti, e di cui altrove abbiam disputato.
Aggiungiamo solo come l’adagio stoico: _il solo sapiente essere libero_
abbia riscontro con altro della stessa setta: _il solo sapiente essere
re_ ed entrambi nei Dottori, gli stoici dell’Ebraismo, come li chiamava
Giuseppe.
Gli antichissimi Esseni Kabbalisti, e quindi i primitivi Cristiani,
sono creduti da alcuni autori progenitori della _Francomassoneria_
e Frammassoni eglino stessi. Questo sistema ch’ebbe ed ha dotti
patroncinatori, non manca di verosomiglianza solo che si ammetta o
che le dottrine riposte dei Massoni sono quelle stesse dei Dottori, o
che quelle degenerarono col lungo avvicendarsi di secoli. Ove ciò si
consenta, non negheremo che vi sono non solo nei libri esoterici ma
negli essoterici eziandio dei primi Farisei, curiosissimi indizj di
quest’antica identità. Non è qui luogo a farne menzione. Solo diremo
alquanto di ciò che si attiene al soprannome di _Liberi_, dato agli
Esseni, ai Terapeuti nello stesso Talmud come si vede nei testo. Ora
è noto come i Frammassoni _dicansi Liberi Muratori o Francs-Maçons_.
Quale è l’origine di questo epiteto di _Liberi o Franchi_ che tanto già
suona conforme ai _Liberi_ dei Terapeuti ed ai _Benè horim_ del Talmud?
Sentiamo un dotto scrittore della _Società_, in un’opera che, se avesse
tanto ordine quanto mostra ingegno e dottrina, potrebbe noverarsi tra
le prime del genere; il Reghellini di Scio nella _Maçonnerie considérée
comme le résultat de la Religion égyptienne, juive et chrétienne_. Ei
crede (vol. 2, pag. 97) che i Liberi Muratori cominciassero ad esserlo
di fatto dando opera ai lavori architettonici, e che quindi alla loro
corporazione si aggiungessero soci _liberi_, o come si dice onorarj:
«_Après ce qu’on vient d’exposer, la corporation des Maçons étant la
plus illustre, elle devait être par conséquent la plus recherchée: il
était facile à des hommes de qualité et à des lettrés de s’y faire
admettre; et comme ces individus n’étaient pas de la profession, ils
furent distingués des autres par le titre qu’on leur donna de libres
ou francs._» Potrebbe forse escogitarsi simile ragione pel nome di
_liberi_ dato agli Esseni; e dire che così fossero chiamati perchè non
_Medici Assia_ eglino stessi e non ancora astretti a tutti i doveri
sociali? O per avventura non sarebbe meglio intendere nei _Liberi
Muratori_ o nei Francs-Maçons lo stesso senso che si annette a quel
degli Esseni, vale a dire o un epiteto che stia ad escludere la vera e
propria servitù nei novizj, come vuole Filone, o che accenni a quella
_libertà morale spirituale_ che campeggia così solenne nelle dottrine
kabbalistiche, neoplatoniche, gnostiche e cristiane come più sopra
dicevamo? Al lettore l’ardua sentenza.
[68] Platone non isdegnò occuparsi nelle leggi (lib. VII) delle danze
sacre. «_Le legislateur_, egli dice, _assortira ces danses, aux autres
parties de la musique, les distribuira en suite entre toutes les fêtes
et les sacrifices, donnant à chaque fête la danse qui lui est propre_
ec.» (edit. Paris, 1842).
Il concetto del Ballo fu preso a simboleggiare _il moto, l’aspirazione_
delle anime verso Dio, il perpetuo conato dei Beati;—e ciò nei
_Dottori_ ebrei, nei Padri della Chiesa, e finalmente in Dante. Nei
primi quando dissero _Dio intimerà un ballo ai beati in Paradiso e
stando egli nel centro, ognuno mirerà ad esso dicendo: Ecco Dio a cui
aspirammo «Atid acadosc baruh u laasot Mahol lazadichim—be—gan—eden_
ec. Nei Padri, là ove si legge in S. Basilio (Omil. sul rendimento di
grazie). _Ti manca alcun figliuolo? Ti restano gli angioli coi quali
menerai danza intorno al trono di Dio._—E il gran Dante nel _Paradiso_,
come è noto. L’Israelita che nel santificare tre volte Dio ogni giorno
solleva il Corpo da terra tre volte, è erede e discepolo senza saperlo
di tutta la grande e buona antichità ebraica e gentile. Tanto è vero
che l’ebraismo adempie mirabilmente a quell’officio di _Nido_ di _Neno_
che è distintivo di vera religione (religio a ligando) come volle
Cicerone.
[69] Non sarebbe inverosimile che la predizione di Gesù a Pietro
_Prima che canti il gallo tu mi avrai rinnegato tre volte_—sia una
applicazione a se stesso, _vero e nuovo Tempio_—com’egli altrove si
chiama, di ciò che ivi si praticava nel culto di Dio: volendo dire che
il canto del gallo anzichè schiudere la giornata religiosa ad essere il
segnale degli officii del tempio che cominciavano con triplice suono
di corno, sarebbe stato anzi preceduto da triplice rinnegamento: tanto
la Divinità da lui rappresentata sarebbesi inchinata alle più profonde
umiliazioni. Non dimentichi il lettore quanto fu da noi provato
(Lezione XII, Nota 2) intorno la sostituzione che Gesù insegnava di se
stesso al Tempio, qual fonte d’ispirazione.
[70] Ecco la chiave dei lamenti e rimproveri che i vangeli ci narravano
dirigere i Farisei contro il costume di Gesù, di sedere cioè a mensa
con pubblicani e con malfattori. Nessuno più dei Farisei si adoperava
alla conversione dei peccatori; opera che magnificarono nei loro
libri più di qualsiasi altro ufficio di pietà; ma non credevano che
si potesse senza imprudenza, e senza fallire lo scopo istesso che
proponevansi, scender fino a tanta familiarità.
[71] Nessuno negherà che la vita contemplativa ed ascetica non sieno
sommi educatori dell’animo a libertà e indipendenza di sensi, siccome
quella che insegna a vincer gli altri col lottare con se stesso. Da
ciò nacque la gran forza di resistenza che spiegò il Cristianesimo nel
suo nascere e che imparò là dove attinse tutto ciò che forma il suo
corredo dommatico e il suo pratico indirizzo. Vi è però un pericolo
a cui rado è che fuggano i mistici, e che solo l’ebraico per la sua
intima connessione con una religione che era al tempo stesso una norma
civile e politica, potè avventurosamente cansare. Difatti gli spiriti
mistici onde si prova in varj tempi il nostro popolo, e più in quelli
di cui discorriamo, non lo spinsero mai a quegli eccessi in cui caddero
tutti quelli che calcarono le stesse orme; ma seppe mantenere più o
meno l’equilibrio fra la vita attiva e la vita speculativa, fra la
mente ed il corpo. Quanto al fatto di cui si fa menzione nel testo,
alla conversazione tra i dottori risaputasi dal governo di Roma, e
della successiva fuga di R. Simone, e della lunga dimora in una grotta,
vogliamo solo aggiungere che forse in questo cenno troverebbe largo
campo di esercitarsi una parte dei critici moderni i quali affermarono
che lungi da morire Gesù sulla croce, sopravvisse lunghi anni a
quel supplizio, protetto e nascoso dal silenzio e dal mistero degli
essenici chiostri. Chi sa che non si dica altrettanto dei tredici anni
che visse R. Simone Ben Johai lungi e salvo dal decreto romano che
l’aveva condannato a morire? Certo che questo scampo prodigioso non si
presta meno acconciamente all’ipotesi di un rifugio in qualche riposto
asilo degli Esseni fratelli, tanto pel tempo non breve, quanto per i
mezzi ch’ebbero esso e il figlio di vivere in tanto abbandono. Quando
ciò possa consentirsi, tanto più intelligibile parrà la tradizione
corrente tra i cabalisti che là meditasse e coordinasse R. Simone le
sue dottrine e la sua teosofia. Ed oltre al tempo, all’ozio, all’asilo,
specialmente se essenico che tanto bene si presta, non mancano nel
testo talmudico e medrascico cenni che provino come ben altro uomo
uscì il nostro dottore dal suo asilo di quello che vi fosse entrato,
specialmente per ciò che si attiene alla dottrina, santità e religiosa
eccellenza.
È degno di nota il rifugio che anzi tratto si procurano nel _Be
Medrascià_, nell’accademia secondo il Talmud Babilonese (Sciabbat cap.
2), e che dee esser stato luogo e rifugio di un indole affatto speciale
per poter sfuggire alle ricerche del governo romano.
Il genio ascetico e taumaturgico si palesa nel padre e nel figlio
appena usciti dopo tredici anni dal loro asilo, quando si sdegnano al
solo vedere uomini occuparsi di lavori agricoli (Ibid), nelle punizioni
che infliggono e nelle guarigioni che operano egualmente prodigiose;
nella figlia della voce (_Berat Calà_) che odono annunziare tanto la
caduta di un uccello nelle reti del cacciatore quanto il suo scampo
(Medrasc Scemot Rabbà sez. 79), e che ha un eloquente riscontro in
voci ed annunzj consimili che si narrano uditi dagli uomini stessi nel
Zoar; mentre malagevole sarebbe trovarne dell’indole stessa nei libri
talmudici. Nè è da tacersi la singolare conformità della illazione,
che da questi fatti trae Simone con un analogo pensiero dei Vangeli.
_Se un uccello non cade nella rete senza espresso decreto di Dio
sarà egli possibile che ciò avvenga per l’uomo?_ Gesù si valse dello
stesso esempio degli _uccellini_ per assicurar ai suoi discepoli il
sostentamento per la domane. La grandezza religiosa e scientifica
a cui s’inalzò dopo il lungo ritiro, si mostra nel vanto che di sè
proferisce, dicendo al figlio: _Bastiamo noi due pel mondo intiero_
e che ha riscontro e interpretazione eloquente in altra sentenza da
lui profferita in altra occasione quando disse: _Veggo che gli uomini
della Camera_ (Benè Alià) _sono scarsi. Se sono due_, noi siamo quei
dessi. (La Camera di cui qui si parla è lo stesso delle _Camerette_
dei Vangeli, in cui Gesù dice _che si comunicano le cose segrete_);
si mostra nella replica che ci fa a _R. Pinehas Ben Jair_ il quale
deplorava vederlo nella persona così malconcio: _Beato te che tale mi
vedi, che se così non mi vedessi, tale io non mi sarei a quest’ora_; e
il Talmud chiosandone il senso aggiunge che prima del suo ritiro, ad
ogni domanda che Simone faceva, R. Pinehas dava 12 risposte; ma dopo
quello, ad ogni domanda del secondo opponeva Simone 24 risposte, lo che
nel linguaggio iperbolico talmudico significa che la scienza di questi,
sopravanzava di gran lunga quella del suocero.
[72] Questo riempire che fa il Zoar la lacuna istorica che offre il
Talmud in fatto dei _Haberim_, il cui carattere, officio, definizione
riuscirebbero vaghi incompleti senza il soccorso del primo, è prova
tra mille altre che l’uno e l’altro non formano che un solo corpo di
dottrina e si appellano e si completano scambievolmente. È questa in
piccolo una immagine dell’officio che sostiene la dottrina cabbalistica
o teosofia verso tutto l’ebraismo pratico, cioè quello di fornirlo di
una originale e connaturale dogmatica.
[73] _Talmid_—_Kaham_—titolo che si danno i Farisei negli
antichi monumenti Rabbinici (Misnà, Talmud ec.) e significa
_scolaro_;—_discepolo di dottore_ meglio che _dottore_. È espressione
suggerita da umiltà; e non si comprende come uomini siffatti potessero
agognare al titolo di _Rabbi_, e ad essere _tali chiamati su per le
piazze_, siccome di tanto li appuntano i Vangeli. Altra importante
considerazione ci offre il tempo in cui predicava Gesù. Poichè,
secondo attestano memorie autenticissime, il titolo di _Rabbi_ lungi
dall’essere allora comune fra i dottori, si veggono anzi i più
famigerati capiscuola che in quel torno fiorirono, recare nelle opere
rabbiniche _il nudo_ e _semplicissimo loro nome_. Quindi grave dubbio
ne emerge che anche da questo lato meglio che la impronta dei tempi in
cui quei discorsi si dicono proferiti, quella rechino invece dell’epoca
in cui i Vangeli furono redatti; e gli autori di questi facciano usare
a Gesù un linguaggio che solo ai loro proprii tempi si addiceva.
Checchè ne sia, il nome _Talmid Kaham_ ha molta analogia, quanto allo
intendimento che lo dettava, con quello di _Filosofo_ o _amante di
sapienza_ che si davano i savi pensatori di Grecia, differenti dagli
altri che per presunzione diceansi _Sofi_ o _Sofisti_.
[74] Non ha guari ricordavamo le parole di Simone Ben Johai nel Talmud
in cui _se erano due gli uomini della Camera, questi_ egli diceva
essere _esso ed il figlio_. Or chi non rimarrà sorpreso vedendo il
consesso più augusto del Zoar designato collo stesso nome di _Camera
Iddarà_? Può darsi conferma più bella di questa? E si può ancora
ragionevolmente dubitare che R. Simone Ben Johai non sia la stessa
mente che informa lo Zohar? Si dirà che l’autore qualsiasi di questo
libro si prefisse studiatamente un linguaggio che si affacesse al
supposto autore? Ma questo studio contrasta con altre dissonanze
_cronologiche_, _storiche_ e _filologiche_ che escludono nel suo
redattore l’intenzione di crearsi una forma ed uno stile artificiale; e
tanto più rimane escluso nel nostro caso che il senso di _Camera_ nel
nome _Iddarà_ fu poco avvertito generalmente ed altre interpretazioni
ebbero corso le quali però non reggono ad una indagine severa. Non
vogliamo infine tacere di un’altra curiosa analogia che ci offre il
nome stesso di _Benè Alià_ con cui nel Talmud si designano, secondo
me, gli speculatori e teologi del Farisato. Questo nome alla lettera
significa _quelli del luogo alto_ o delle _regioni superiori_, nè per
altro fu così la Camera chiamata se non perchè occupava appunto la
parte più alta dell’abitazione. Ora chi non troverà mirabilmente a
queste idee conforme, la seguente di Platone nel Teeteto (Ediz. Paris,
pag. 64). _Mais, mon cher, lorsque le philosophe peut à son tour
attirer quelqu’un des hommes vers la_ RÉGION SUPÉRIEURE etc.
[75] L’illustre amico mio, signor professor S. D. Luzzatto, scriveami
non è guari, e credo anche stampasse, _non potersi credere_ autentico
un libro ove si parla di _Compilazione scritta_, quando ogni redazione
tradizionale era tuttavia interdetta nell’ebraismo. Risposi:
doversi distinguere la tradizione legale e rituale dalla tradizione
teologico-agaditica: se per la prima è lecito affermare (comechè forse
non senza gravi restrizioni) che si mantenesse esclusivamente orale
per assai tempo ancora; non così per la seconda, della quale sappiamo
avere esistito per tempissimo varie compilazioni, di cui a dilungo si
ragiona nel libri talmudici. Ora s’egli è vero, come è indubitato, che
l’_Agadà_ non è, come altrove notammo, che il _nome_ e la _forma mitica
e leggendaria della recondita teologia_, ognuno comprende come a nulla
approdi la ricordata obbiezione.
[76] Non dimentichi il lettore:
1º Che ogni qualvolta narra il Talmud una cura prodigiosa operata a
contatto; è sempre la _mano porta e ricevuta_.
2º Che Epifanio V ci ammonisce come «les gnostiques (i quali non sono,
come provammo nell’_Essai sur l’origine des Dogmes ec._, che la parte
cabbalistica o Essenica degli Ebrei convertiti al Cristianesimo) se
connaissaient entr’eux à leurs manières de se prendre la main.»