[57] Alle cose esposte nel Testo vogliamo aggiungere come della

sorgente che era nel Tempio ragioni eziandio Aristea nei frammenti

riportati da Eusebio. (Prep. evang. ed Paris, vol. 2, pag. 51) _Cette

eau_ (che terge il sangue delle vittime) _provient d’une source

placée dans l’intérieur: source intarissable et abondante_ ec.; come

i Dottori eziandio predilegevano le Rive come sede atta ai buoni

studi, leggendosi nel Talmud Oraiot 3: _quando leggete o meditate,

fatelo, presso ai fiumi; così, in quella guisa che scorrono le acque,

scorreranno pure le vostre cognizioni_; e finalmente come questa

simpatia e quest’uso condusse i primi cristiani a prediligere essi

pure le rive, di cui non vogliamo citare qui che un solo esempio.

_E nel giorno del Sabato_ (si legge negli Atti, cap. XVI, V. 13)

_andammo fuor della città presso del fiume dove_ SOLEVA ESSERE IL

LUOGO DELL’ORAZIONE, e _postici a sedere, parlavamo alle donne quivi

raunate_. Una lettura del Vangelo mostrerà come quest’amor delle rive

risalga sino allo stesso fondatore del Cristianesimo, il quale tolto lo

ebbe senza meno alla Scuola Essenico-farisaica a cui appartenne.

[58] Queste cose andavamo tra noi stessi conghietturando privi, come

siamo, del gran sussidio della letteratura germanica, quando la sorte

ci fe’ imbattere in un illustre ausiliare, dell’amicizia del quale ci

onoriamo, ed è il sig. _Jost_ nella _Storia del Giudaismo e delle sue

sètte_. Ecco la traduzione delle sue parole recate in idioma francese:

«Les Esséniens n’observaient pas si rigoureusement les scrupules

rabbiniques sur la transcription de la loi orale, et les Meghillat

Setarim mentionnés dans le Talmud ont été écrits par des Esséniens.»

Il Redattore dell’_Univers israélite_, che riproduce queste parole, a

torto aggiunge: «Nous ne connaissons quant à nous que les Meghillat

Setarim de R. Hija:» dico a torto, perchè altre pure ve ne sono,

e la nostra del Talmud Gerosolimitano è tra queste. Che si tratti

poi di volumi _scritti_ e non di _libro_ ed _opera_, lo attesta il

verbo _Catub_ che nel citarli si adopera, come il nome di _Meghillà_

indicante invariabilmente _volume_ e non _opera_, come saviamente

avvertiva giù _Rasci_ sul Talmud (Irrubin).

Come astenerci dal rammentare altro autorevolissimo erudito tedesco

(specialmente in tutto che tende a favorire l’antichità della teosofia

ebraica, alla quale si protessa avverso), ed è lo _Zünz_ di Berlino

il quale così esprimesi, Cap. VII.: _Altra opera pregerolissima andò

perduta la quale ragionava di Morale e di Civiltà_ (Dereh Erez): _è

chiamata talvolta Meghillat Setarim_ vale a dire _libro in cui si

ragiona di misteri; tal altra Meghillat Hasidim, il libro dei Hasidim.

Quindi apparisce come questa opera non di leggi rituali soltanto

favellasse, secondo che altri pensò, ma più e meglio di Morale e di

Dottrina; e tanto significa il nome che reca, e quello eziandio che per

entro vi è contenuto._ Due punti pertanto emergono dall’opinione del

Zünz 1º Che _Meghillat Setarim e Meghillat Hasidim_ non sono due opere,

ma una soltanto; 2º Che reca il nome di _Setarim_ pei misteri ch’ella

conteneva. L’autore del _Rabia ed Ofen_, 1837, benchè di gran lunga

più ortodosso del Zünz, non consente nelle conclusioni rammentate,

e crede che lo Zünz siasi indotto a credere alla identità delle due

opere pel fatto che il _Ialcut Simeoni_, pag. 73. 2, chiama _Meghillat

Setarim_ ciò che altre opere (Talmud Gerosolimitano e Sifré) chiamano

_Meghillat Hasidim_. È lecito credere però che non solo questo sia

il motivo che della identità fece persuaso lo Zünz; sibbene ancora

l’intima convenienza di libri misteriosi ai _Hasidim_ noti nella storia

come proavi degli Esseni, come accennammo e accenneremo più volte. Ma

il nome di _Meghillat Setarim_ significa veramente libro de’ misteri,

come vuole lo _Zünz_, o piuttosto libro apocrifo (nascoso), come pare

intendere _Rasci_ ed altri, e come oppone il Rabia? Noi inclineremmo a

credere come il primo, per certe analogie rabbiniche che lo persuadono.

Difatti _Meghillat Setarim_ ha la stessa forma che _Bet Assetarim_. Ora

è indubitato che quest’ultimo lungi da significare il luogo riposto,

suona invece il luogo ove stanno le parti riposte; così _Meghillat

Taanit_, significa _il libro ove sono descritti i digiuni_, e non

il _libro digiuno_.—_Meghillat Joasin_ suona il _libro che contiene

le Genealogie_ e non il _libro Genealogico_,—Meghillat _Sammamanim_

vuol dire il _libro ove sono descritti i profumi e gli aromi_, e non

il _libro profumato_.—_Meghillat Kinot, il libro che contiene le

elegie_ e non il _libro elegiaco_. Non si vuol dire con questo che

il _Meghillat Setarim_ non fosse libro _riposto_ oltre il contenere

dottrine _riposte_, che ansi il primo fatto è conseguenza del secondo;

nè si vuol negare che contenesse anche disposizioni rituali, ma non si

deve nè si può concludere, come fa il _Rabia_, dal fatto che non sono

citate che queste nel Talmud, che altro non vi si contenesse, stante

che il supposto da cui si muove, cioè il carattere misterioso delle

altre dottrine, impediva che queste pure si citassero. Inoltre vi sono

certi caratteri persistenti in tutte le citazioni che del Meghillat

Setarim si fa nel Talmud, che formano a parer mio grave indizio della

sua parentela Essenico-cabbalistica. Basti osservare: 1º Che nei tre

luoghi onde di essa è menzione nel Talmud (Sciabbat p. 6, 2, e 96. 2

Mezia 92, 1) egli è sempre _Rab o R. Abba_, che dice averla letta e ne

riferisce i dettati; ed è sempre presso R. Hija ch’ella fu trovata.

Ora Rab e R. Hija sono due personaggi eminentemente teosofici, l’uno

come redattore presunto da Zoar di parte di esso, l’altro come uno del

soci (Haberim) e interlocutorio. 2º Il _Mazati_ (_trovai_) onde si vale

invariabilmente Rab nel riferirne il contenuto, tanto poco conviene ad

una raccolta di ricordi rituali che dovevano essere frequentissimi e

molto letti e studiati, quanto bene si acconcia a libri e dottrine per

loro indole misteriose. Altrettanto si dica del _Vecatub ba_ (Ed era

in quello scritto) locuzione che torna nel Talmud solo allora che si

tratta di libri esoterici come il libro di Balaamo (Sanhedrim XI), e

quando la citazione non è consentanea al subbietto generale dell’opera.

Lo stesso _Isi ben Ieuda_ le cui parole si citano registrate in quel

volume: vi è grave ragione di credere che sotto uno dei sette nomi che

reca in Pesahim (113, 2) appartenga agli studiosi dell’_Agadà_, vale a

dire della scienza esoterica.

[59] I dottori Talmudici, se quando ripetono le ricevute tradizioni

sono _Autorità religiosa_ nell’Ebraismo, non così quando _spiegano_, e

sono allora discutibili come qualunque altro dottore. Ciò intesero ab

antico i più antichi loro successori, i quali spinsero soventi volte

l’ardimento sino ad interpetrare il _testo misnico_ diversamente da ciò

che fecero i _Talmudisti_, lo che è bene altrimenti grave che non il

trovare inesatta la spiegazione di un fatto per loro stessi remoto, e

del quale non era imposto loro il ricordo quai maestri di religione. Di

questa e maggior libertà usarono anche largamente i moderni, comecchè

in fama di Ortodossi quale il _Rapoport_ nel suo _Ereh Millim_ altra

volta citato.

Quanto all’orazione protratta e quasi continua che nel Talmud si

attribuisce ai Hasidim, non è a tacersi un curioso raffronto che

ci porge la storia delle Eresie. S. Epifanio rammenta due ordini

di _Messaliti_, nome notoriamente derivato dall’Arameo _Zalla_ o

_Zalle_ pregare (V. Bergier Dict. de Theologie vol. 3º p. 246), i

quali s’imponevano la preghiera continua, che credevano adempisse le

veci di ogni altro dovere. Non è difficile ravvisare nel più antico

di questi due ordini le fattezze dei nostri _Hasidim_, coi quali se

non s’identifica assolutamente, pare senza meno un ramo Cristiano del

più antico ceppo Ebraico. È vero che S. Epifanio dice di questo più

antico ordine nè Cristiano essere, nè Ebreo, nè Samaritano; ma si

rifletta alla distanza di luogo e di tempo che divideva Epifanio dai

nostri _Hasidim_, alla vita eccezionale e in tante parti discordante

dalla comune Ebraica che menavano i nostri _Hasidim_, o Messaliti, e

chiaro si vedrà come l’asserzione di Epifanio non ci toglie la pensata

affinità tra i suoi Messaliti ed i Hasidim del Talmud; onde non è da

redarguirsi Scaligero se negli stessi eretici vede una frazione degli

Esseni. (V. Bergier, _Ibid._)

A costo poi di precorrere in parte le cose che saremo per dire, il

testo talmudico, onde qui si ragiona, ci mena irresistibilmente, per

l’affinità delle idee che qua e colà si acchiudono, a far menzione

sino da ora di parecchi e preziosi testi antichissimi riferiti nel

Talmud, ove sotto un altro nome eloquentissimo si allude, a creder

mio, alla società degli Esseni; e che sono da porsi fra quelle tante

memorie che debbonsi oggi restituire alla storia degli Esseni contro la

divulgata sentenza che l’Enciclopedia rabbinica dei primi secoli non

rechi della società degli Esseni niun vestigio. Questo nome che offre

invariabilmente l’idea comune e in sommo grado rilevante di _Società_,

di _Sodalizio_ assume non dimeno tre forme: differenza che a senso mio

ad una sola cagione debbesi ascrivere, alla diversa origine e stile

dei testi che ne fanno menzione. Queste tre turme sono: 1º _Cheillà

Caddescià di beruslem_ (Santa Società ch’è in Gerusalemme); 2ª _Edà

Chedoscià_ (Santa Società); 3ª _Bene Akeneset_ (figli della Società).

Incominciamo per dire (e per quanto negativo, ci sembra fatto di gran

calibro) che le interpretazioni date sinora o sono vaghe o mal sicure;

che p. e. per la _Keillà Caddiscià_ mentre il Talmud Gerosolimitano

(Mahaser Sceni, cap. 2º) intende due soli dottori ivi nominati

(interpretazione, come ognun vede, tutt’altro che seria o verosimile),

il Talmud Babilonico ci pone nella impossibilità di sottoscrivervi

porgendoci non pochi esempi in cui la stessa _Santa Società_ (_Keillà

Kaddiscià_) si distingue evidentemente da uno almeno de’ due Dottori,

onde a detta dello altro Talmud è composta, a segno di figurare al

suo fianco come indipendente e distinta (Vedi Talmud Bezà e Iohasin

Lettera Iod al nome Iose ben Mescuillam). Che per la _Edà Chedoscià_

(Santa Società) il suo nome si legge nel Medras koelet, ove, oltre

altre preziose indicazioni che proveremo fra poco convenientissime

ai nostri Esseni, si domanda: _E perchè si chiamano Santa Società?_

Dopo queste parole occorrono due varie lezioni. La prima è quella del

Lessico _Aruh_ (alla parola _Kaal_) ove si risponde «perchè dividevano

in tre parti la loro giornata, la prima dedicavano alla preghiera,

la seconda allo studio, la terza al lavoro, altri dicono perchè

studiavano nell’inverno e lavoravano nella state.» L’altra versione

legge dopo la domanda ricordata: _Perchè sono R. Iose ben Mesciullam

e R. Simon ben Manasia i quali tripartivano la loro giornata_ ec.

L’autore dell’Aruh non ha i nomi proprj rammentati, e niun dubbio che

la sua lezione sia da preferirsi non essendo luogo a rammentare chi

_fossero_, dopo aver domandato perchè si _nomassero Santa Società_.

Checchè ne sia, abbiamo qui un motivo del nome loro che mirabilmente

si addice al nostro Istituto del quale sappiamo come la _preghiera, lo

studio_ ed il _lavoro_ dividesse tutto il loro tempo, come più oltre

vedremo. Si avverta però che mentre queste indicazioni si attagliano

agli Esseni, non è possibile convenire col Medras Koelet che per ciò

solo prendessero il nome di _Santi_, non essendovi in questo tenore di

vita niun carattere che meriti il nome di _Santo_ per eccellenza, e

che non sia comune ad altra maniera di dottori. Infine il terzo nome

ch’è quello _Bene Akeneset_ ricorre come abbiamo detto nella misna

_Zabim_ 3, p. 2. E qui ancora, siccome quello che suona straordinario

ed eccezionale, non solo creò interpretazioni disparate, ma diè luogo

a differenti versioni. Così il Maimonide nel Comento legge _Bet

Akenesset_ il _Tempio_; ma chi legga attentamente il testo di leggieri

s’accorgerà come il senso venga da questa interpretazione forzato, non

essendovi memoria che i lebbrosi e gli affetti di gonorrea avessero

luoghi apportati nei tempj. Assai meglio però l’altro comento di _R.

Simson_ che legge come noi _Bene Akenesset_ e intende _oheli hulleen

betaará_ vale a dire _coloro che non si cibavano che di cose pure,

alieni da ogni immondo contatto_; lo che da una parte identifica i

_Bene Akenesset_ con altro ordine e nome molto più comune nel Talmud,

quello di _Haberim o Socj_ che avremo luogo di ripetutamente citare

in questa storia, i quali appunto questo tenore di vita conducevano,

e dall’altra porge la mano ad un preziosissimo passo del Talmud

Gerosolimitano ove un _Asseo_ (Asia) possessore e insegnatore di nomi

divini misteriosi si dice cibarsi di Maaser.

[60] Possiamo ragionevolmente esitare a riconoscere sotto questi varj

nomi la società degli Esseni? La loro convenienza non potrebbe essere

più manifesta. Il nome di Keillà Caddiscià, Santa Società, che fra gli

altri luoghi si legge nel Talmud di Ioma 69, 1, reca tutti gli elementi

necessarj a costituire il nome vero e proprio dei nostri Esseni. Chi ha

sentore dello stile misnico e talmudico non può non fermarsi al nome di

_Keillà_, unico, meglio che raro, per designare una Società qualunque,

e che nel nostro caso tanto per la sua anormalità, come per la identità

costante dei suoi supposti componenti, accenna meglio ad un consorzio

regolare ed organico, che ad un adunamento precario e accidentale.

Quanto poi eloquente l’epiteto di santo che in tutte le lingue sta ad

indicare una perfezione religiosa, superlativa, e che nell’Ebraico

è l’equivalente dell’Arameo _Faruscim_, Farisei. Potremmo d’altra

parte tacere che il _più antico nome_ onde si distinsero i Cristiani,

propaggine secondo noi dell’antico Essenato, fu appunto quello di

_Santi_ come sovrabbondantemente attestano Vangeli ed Epistole ad ogni

tratto? Nè recar deve fastidio la indicazione topografica di _Biruslem

in Gerusalemme_, poichè se è indubitato che gli Esseni ponessero stanza

sulle _rive del Giordano_ sappiamo non meno di certa scienza, come

Gerusalemme ne ospitasse parecchi specialmente dei _Pratici_. Che anzi,

a parer mio, tale indicazione lungi dal dilungarci dall’Essenato, più

e più ce ne avvicina, non potendosi comprendere come in un’epoca qual

è quella in cui si fanno le citazioni in discorso, in cui Gerusalemme

avea cessato di essere sede della autorità Rabbinica sottentrandogli

in questo ufficio or Tiberiade ed ora altra città di Palestina, venga

indicata costantemente Gerusalemme qual centro della _Santa Società_,

se questa non si distinguesse spiccatamente dalla comune scuola dei

Farisei, e non fosse per natura più aderente ai luoghi antichi,

meno nomade di quello che erano le grandi individualità, ma pur non

altro che individualità del comune Farisato.—Il secondo nome di _Edà

Keduscià, Santa Società_ offre lo stesso senso e torna egualmente a

capello ai nostri Esseni. Più curioso e più nuovo è quello di _Benè

Akeneset_, gli uomini della Società, abbandonato, se non erro, sinora

in un canto nell’oscuro e negletto trattato Misnico di Zabim cap. 3º

e che non meno si acconcia al nostro consorzio come evidentemente si

ricusa ad ogni altra interpretazione, come più sopra accennammo.

Che se i _nomi_ suonano in sommo grado espressivi al nostro uopo, ciò

che più monta però, e che non mi è dato qui che in parte lambire, si è

una indagine delle dottrine che in nome di questa Keillà Kaddiscià, o

Edà Caddiscià o Benè Akeneset si recano in mezzo negli antichi libri

Rabbinici onde si vegga sino a qual segno queste dottrine o idee si

attaglino alla persona degli Esseni. Il secondo di questi nomi figura

nel _Medrasc Koelet_; e ciò che merita di avvertire si è che qui come

in Ioma, pag. 69, 1, Bezà, p. 27, egli è Giuda il santo, il Redattore

della Misnà che riferisce la loro dottrina, lo che prova la grande loro

autorità ed antichità ed insieme la identità della Keillà Kaddiscià

del Talmud colla _Edà Chedoscià_ del Medrasc; e che tanto in Rosc

Ascianà 19, 1, quanto in Iomà (loc. cit.) egli è R. Ieosanah Ben Levi

il personaggio più Cabbalistico e misterioso di tutto il Talmud, che

è l’ultimo depositario delle loro tradizioni insieme a R. Simon Ben

Pazl, altro dottore il cui nome e la cui storia sono celebri nelle

pagine del Zoar. In due luoghi poi (Berahot, cap. I Rosc Ascianà, 19,

1.) ricorre la forma autorevole ed antica _ehid_, _attestò_, che non

si usa se non quando è riferibile ad antichi personaggi. Non sono

nemmeno da pretermettersi le dottrine che in nome loro si recano in

mezzo.—Il lavoro raccomandato insieme allo studio, e la vita loro

stessa porta ad esempio (Medras Koelet) il nome di sposa che ivi reca

la legge, e sopratutto le decisioni attenenti al Calendario e ai

computi Astronomici (Rosc Ascianà, 19, 2.) che non vanno mai disgiunti

nei libri Talmudici dalla scienza Acroamatica, che ne hanno tutta la

riserva e il mistero e che per ciò stesso sono detti pur essi (_Sod_)

Mistero.

[61] Ei fu sempre e dovunque proprietà inseparabile dal Misticismo, la

incuria e il dispregio delle pratiche. Il Talmud rivelandoci in seno

ai Farisei una scuola che ad ogni pratica si credeva ed era stimata

superiore, ci attesta per ciò stesso la presenza del Misticismo, non

potendosi mai credere che se altri studj non si conoscessero tra essi

se non quelli che il Talmud acchiude in seno, e che si riferiscono

unicamente alla pratica, tanta fosse la stima che se ne faceva da

anteporli alla pratica stessa, il mezzo non potendosi mai qualificare

superiore allo scopo al quale conduce. Nonostante se il fenomeno

comune ad ogni misticismo si verificò pure nel misticismo Palestinese,

come vediamo, saria ingiusto disdirgli un’indole al tutto diversa da

quella prevalsa in altre parti di Oriente. Mentre in queste era la

contemplazione oziosa talvolta ridicola, la inerzia delle facoltà

mentali, o come con più nobile nome si chiama la estasi, la quale era

il sommo grado della perfezione perchè conducente all’assorbimento in

Dio, o _Nirvana_; in Palestina invece era lo _Studio_, la _Scienza_,

la speculazione attiva, il moto mentale, il _discorso_ nel suo doppio

senso, l’_Alaha_ in una parola, sia che si riferisse alla pratica, sia

che alle dottrine, la quale sola aveva virtù di dispensare, quando

diveniva _Abito permanente_, dalla pratica dei doveri religiosi

specialmente ove avea per obbietto l’acromatismo, la parte più nobile

dei sacri studj. Non potrebbesi mai abbastanza insistere sulla presenza

di questi fatti e queste dottrine in Palestina nel secolo che il

Cristianesimo cominciò ad operare il suo distacco dal centro Ebraico,

proclamando prima con Gesù e poi con Paolo la inutilità della legge e

delle opere. Più bello, indizio non potrebbe darsi di quella verità

perpetuamente da noi dimostrata nell’_Essai sur l’origine des Dogmes et

de la Morale du Christianisme_ (premiato nel concorso dell’_Alliance

Israélite_ 1863), vale a dire che non d’altronde originarono le

dottrine cristiane se non dal centro Essenico-Cabbalistico ove il

Cristianesimo imparò di buon’ora ad anteporre la scienza teosofica

alla pratica dei precetti, la quale scienza ei propose all’universale

sotto il nome di Fede (_Pistis_), agli eletti, sotto quello di _Gnosis_

come superiore e dispensatrice di ogni dovere, e costituendo così,

mercè la divulgazione dei dogmi riposti, _tutto il mondo Ebraico e

gentile_ in quello stato di perfezione peculiare ed anormale in cui

l’Esseno-Kabbalismo poneva pochissimi eletti. Se qualche cosa ci sembra

dimostrato, nelle tenebre delle origini Cristiane, questo transito ora

accennato ne pare dimostratissimo, e lo stimiamo chiave unica capace

di aprirci il senso di quella rivoluzione che scisse il Cristianesimo

primitivo dalla Ebraica ortodossia. Basti per ora questo cenno del

vasto e nobilissimo subbietto.

[62] Nome di origine persiana che i Greci adottarono, tipo del nostro

_Paradiso_ e che fa parte della lingua Biblica e Rabbinica. In questa

ultima sta sovente a indicare la scienza o teologia recondita, e

genera una sequela di metafore secondarie come ad esempio lo strappare

le piante ecc. Facendo la scienza sinonimia di Paradiso, i dottori

identificarono in guisa mirabile la beatitudine e la contemplazione, e

furono in ciò imitatori e seguaci di Mosè che nel suo Paradiso pose la

scienza, con tutti i suoi pericoli e con tutti i suoi diletti. Forse

non si andrebbe lungi dal vero dicendo che il Paradiso Mosaico porse

ai dottori la prima idea del loro _Pardes_, che vale quanto il _Gan_ o

_Ganeden_ della Genesi.

Sarebb’egli possibile disconoscere nei vangeli la traccia dell’antico

essenico costume, quando Gesù volendo col suo esempio mostrare come

i maggiori debbano farsi servi ai minori, lava egli stesso i piedi

ai discepoli, primo atto a cui procede l’ospite innanzi di sedere a

mensa? A noi pare vedervi una reminiscenza della scuola Essenica in

cui il fondatore del Cristianesimo era stato educato, come un fatto

congenere ci pare ravvisare in quegli esempj che ci offre il Talmud

di antichi dottori che a segno di umiltà ministrano a mensa ai loro

colleghi seduti, esempj che se da una parte si collegano alle esseniche

costumanze, dall’altra ci additano nell’Ebraismo rabbinico le origini

delle scene evangeliche.

[63] Il sacrifizio ebraico come il pagano erano una vera e propria

_Comunione eucaristica_, una partecipazione alla mensa di Dio in quanto

il fedele e i sacerdoti si cibavano di parte dell’animale immolato,

mentre l’altra era arsa sugli altari. Per tal guisa l’_ara_ era una

_mensa_ religiosa, e il nome di _mensa_ porta veramente in Ezechiele,

come per converso la tavola ivi stesso porta il nome di altare. Egli è

per ciò che i dottori furono interpreti fedelissimi delle idee bibliche

quando la mensa comune dissero stare invece dell’altare, e la scienza

farvi la parte del fuoco sacro o della presenza del nume, quando la

fecero come l’altare _propiziatrice ed espiatrice_, e sopratutto

levaronsi ad altissimo e nobilissimo pensiero i Teosofi nostri quando

videro nella commestione l’atto per cui la materia si eleva allo

stato di mentalità mercè il processo di _Assimilazione_ onde i corpi

inferiori si assimilano all’organismo dell’uomo. Non d’altronde hanno

origine le metafore evangeliche, se pure dapprincipio non furono

intese alla lettera, della Tavola in cui Cristo berà del frutto della

vite insieme ai discepoli; che ha il suo tipo e la sua fonte in una

_identica_ metafora dei Rabbini i quali dicono l’_Eden_ essere il

vino conservato nei suoi grappi sino da sei giorni della creazione,

che la coppa ne sarà benedetta da David (Padre e tipo del Cristo) nel

banchetto finale, ed altre simili. Potrebbesi tacere a questo proposito

del sacrifizio eucaristico, e de’ suoi strettissimi vincoli con tutte

le idee sopraccennate? Il lettore già ne coglie le grandi attinenze, e

ci dispensa dal maggiormente diffonderci nell’ampio e nobile argomento.

Storia degli Esseni: Lezioni · 第 39 / 41 段