sorgente che era nel Tempio ragioni eziandio Aristea nei frammenti
riportati da Eusebio. (Prep. evang. ed Paris, vol. 2, pag. 51) _Cette
eau_ (che terge il sangue delle vittime) _provient d’une source
placée dans l’intérieur: source intarissable et abondante_ ec.; come
i Dottori eziandio predilegevano le Rive come sede atta ai buoni
studi, leggendosi nel Talmud Oraiot 3: _quando leggete o meditate,
fatelo, presso ai fiumi; così, in quella guisa che scorrono le acque,
scorreranno pure le vostre cognizioni_; e finalmente come questa
simpatia e quest’uso condusse i primi cristiani a prediligere essi
pure le rive, di cui non vogliamo citare qui che un solo esempio.
_E nel giorno del Sabato_ (si legge negli Atti, cap. XVI, V. 13)
_andammo fuor della città presso del fiume dove_ SOLEVA ESSERE IL
LUOGO DELL’ORAZIONE, e _postici a sedere, parlavamo alle donne quivi
raunate_. Una lettura del Vangelo mostrerà come quest’amor delle rive
risalga sino allo stesso fondatore del Cristianesimo, il quale tolto lo
ebbe senza meno alla Scuola Essenico-farisaica a cui appartenne.
[58] Queste cose andavamo tra noi stessi conghietturando privi, come
siamo, del gran sussidio della letteratura germanica, quando la sorte
ci fe’ imbattere in un illustre ausiliare, dell’amicizia del quale ci
onoriamo, ed è il sig. _Jost_ nella _Storia del Giudaismo e delle sue
sètte_. Ecco la traduzione delle sue parole recate in idioma francese:
«Les Esséniens n’observaient pas si rigoureusement les scrupules
rabbiniques sur la transcription de la loi orale, et les Meghillat
Setarim mentionnés dans le Talmud ont été écrits par des Esséniens.»
Il Redattore dell’_Univers israélite_, che riproduce queste parole, a
torto aggiunge: «Nous ne connaissons quant à nous que les Meghillat
Setarim de R. Hija:» dico a torto, perchè altre pure ve ne sono,
e la nostra del Talmud Gerosolimitano è tra queste. Che si tratti
poi di volumi _scritti_ e non di _libro_ ed _opera_, lo attesta il
verbo _Catub_ che nel citarli si adopera, come il nome di _Meghillà_
indicante invariabilmente _volume_ e non _opera_, come saviamente
avvertiva giù _Rasci_ sul Talmud (Irrubin).
Come astenerci dal rammentare altro autorevolissimo erudito tedesco
(specialmente in tutto che tende a favorire l’antichità della teosofia
ebraica, alla quale si protessa avverso), ed è lo _Zünz_ di Berlino
il quale così esprimesi, Cap. VII.: _Altra opera pregerolissima andò
perduta la quale ragionava di Morale e di Civiltà_ (Dereh Erez): _è
chiamata talvolta Meghillat Setarim_ vale a dire _libro in cui si
ragiona di misteri; tal altra Meghillat Hasidim, il libro dei Hasidim.
Quindi apparisce come questa opera non di leggi rituali soltanto
favellasse, secondo che altri pensò, ma più e meglio di Morale e di
Dottrina; e tanto significa il nome che reca, e quello eziandio che per
entro vi è contenuto._ Due punti pertanto emergono dall’opinione del
Zünz 1º Che _Meghillat Setarim e Meghillat Hasidim_ non sono due opere,
ma una soltanto; 2º Che reca il nome di _Setarim_ pei misteri ch’ella
conteneva. L’autore del _Rabia ed Ofen_, 1837, benchè di gran lunga
più ortodosso del Zünz, non consente nelle conclusioni rammentate,
e crede che lo Zünz siasi indotto a credere alla identità delle due
opere pel fatto che il _Ialcut Simeoni_, pag. 73. 2, chiama _Meghillat
Setarim_ ciò che altre opere (Talmud Gerosolimitano e Sifré) chiamano
_Meghillat Hasidim_. È lecito credere però che non solo questo sia
il motivo che della identità fece persuaso lo Zünz; sibbene ancora
l’intima convenienza di libri misteriosi ai _Hasidim_ noti nella storia
come proavi degli Esseni, come accennammo e accenneremo più volte. Ma
il nome di _Meghillat Setarim_ significa veramente libro de’ misteri,
come vuole lo _Zünz_, o piuttosto libro apocrifo (nascoso), come pare
intendere _Rasci_ ed altri, e come oppone il Rabia? Noi inclineremmo a
credere come il primo, per certe analogie rabbiniche che lo persuadono.
Difatti _Meghillat Setarim_ ha la stessa forma che _Bet Assetarim_. Ora
è indubitato che quest’ultimo lungi da significare il luogo riposto,
suona invece il luogo ove stanno le parti riposte; così _Meghillat
Taanit_, significa _il libro ove sono descritti i digiuni_, e non
il _libro digiuno_.—_Meghillat Joasin_ suona il _libro che contiene
le Genealogie_ e non il _libro Genealogico_,—Meghillat _Sammamanim_
vuol dire il _libro ove sono descritti i profumi e gli aromi_, e non
il _libro profumato_.—_Meghillat Kinot, il libro che contiene le
elegie_ e non il _libro elegiaco_. Non si vuol dire con questo che
il _Meghillat Setarim_ non fosse libro _riposto_ oltre il contenere
dottrine _riposte_, che ansi il primo fatto è conseguenza del secondo;
nè si vuol negare che contenesse anche disposizioni rituali, ma non si
deve nè si può concludere, come fa il _Rabia_, dal fatto che non sono
citate che queste nel Talmud, che altro non vi si contenesse, stante
che il supposto da cui si muove, cioè il carattere misterioso delle
altre dottrine, impediva che queste pure si citassero. Inoltre vi sono
certi caratteri persistenti in tutte le citazioni che del Meghillat
Setarim si fa nel Talmud, che formano a parer mio grave indizio della
sua parentela Essenico-cabbalistica. Basti osservare: 1º Che nei tre
luoghi onde di essa è menzione nel Talmud (Sciabbat p. 6, 2, e 96. 2
Mezia 92, 1) egli è sempre _Rab o R. Abba_, che dice averla letta e ne
riferisce i dettati; ed è sempre presso R. Hija ch’ella fu trovata.
Ora Rab e R. Hija sono due personaggi eminentemente teosofici, l’uno
come redattore presunto da Zoar di parte di esso, l’altro come uno del
soci (Haberim) e interlocutorio. 2º Il _Mazati_ (_trovai_) onde si vale
invariabilmente Rab nel riferirne il contenuto, tanto poco conviene ad
una raccolta di ricordi rituali che dovevano essere frequentissimi e
molto letti e studiati, quanto bene si acconcia a libri e dottrine per
loro indole misteriose. Altrettanto si dica del _Vecatub ba_ (Ed era
in quello scritto) locuzione che torna nel Talmud solo allora che si
tratta di libri esoterici come il libro di Balaamo (Sanhedrim XI), e
quando la citazione non è consentanea al subbietto generale dell’opera.
Lo stesso _Isi ben Ieuda_ le cui parole si citano registrate in quel
volume: vi è grave ragione di credere che sotto uno dei sette nomi che
reca in Pesahim (113, 2) appartenga agli studiosi dell’_Agadà_, vale a
dire della scienza esoterica.
[59] I dottori Talmudici, se quando ripetono le ricevute tradizioni
sono _Autorità religiosa_ nell’Ebraismo, non così quando _spiegano_, e
sono allora discutibili come qualunque altro dottore. Ciò intesero ab
antico i più antichi loro successori, i quali spinsero soventi volte
l’ardimento sino ad interpetrare il _testo misnico_ diversamente da ciò
che fecero i _Talmudisti_, lo che è bene altrimenti grave che non il
trovare inesatta la spiegazione di un fatto per loro stessi remoto, e
del quale non era imposto loro il ricordo quai maestri di religione. Di
questa e maggior libertà usarono anche largamente i moderni, comecchè
in fama di Ortodossi quale il _Rapoport_ nel suo _Ereh Millim_ altra
volta citato.
Quanto all’orazione protratta e quasi continua che nel Talmud si
attribuisce ai Hasidim, non è a tacersi un curioso raffronto che
ci porge la storia delle Eresie. S. Epifanio rammenta due ordini
di _Messaliti_, nome notoriamente derivato dall’Arameo _Zalla_ o
_Zalle_ pregare (V. Bergier Dict. de Theologie vol. 3º p. 246), i
quali s’imponevano la preghiera continua, che credevano adempisse le
veci di ogni altro dovere. Non è difficile ravvisare nel più antico
di questi due ordini le fattezze dei nostri _Hasidim_, coi quali se
non s’identifica assolutamente, pare senza meno un ramo Cristiano del
più antico ceppo Ebraico. È vero che S. Epifanio dice di questo più
antico ordine nè Cristiano essere, nè Ebreo, nè Samaritano; ma si
rifletta alla distanza di luogo e di tempo che divideva Epifanio dai
nostri _Hasidim_, alla vita eccezionale e in tante parti discordante
dalla comune Ebraica che menavano i nostri _Hasidim_, o Messaliti, e
chiaro si vedrà come l’asserzione di Epifanio non ci toglie la pensata
affinità tra i suoi Messaliti ed i Hasidim del Talmud; onde non è da
redarguirsi Scaligero se negli stessi eretici vede una frazione degli
Esseni. (V. Bergier, _Ibid._)
A costo poi di precorrere in parte le cose che saremo per dire, il
testo talmudico, onde qui si ragiona, ci mena irresistibilmente, per
l’affinità delle idee che qua e colà si acchiudono, a far menzione
sino da ora di parecchi e preziosi testi antichissimi riferiti nel
Talmud, ove sotto un altro nome eloquentissimo si allude, a creder
mio, alla società degli Esseni; e che sono da porsi fra quelle tante
memorie che debbonsi oggi restituire alla storia degli Esseni contro la
divulgata sentenza che l’Enciclopedia rabbinica dei primi secoli non
rechi della società degli Esseni niun vestigio. Questo nome che offre
invariabilmente l’idea comune e in sommo grado rilevante di _Società_,
di _Sodalizio_ assume non dimeno tre forme: differenza che a senso mio
ad una sola cagione debbesi ascrivere, alla diversa origine e stile
dei testi che ne fanno menzione. Queste tre turme sono: 1º _Cheillà
Caddescià di beruslem_ (Santa Società ch’è in Gerusalemme); 2ª _Edà
Chedoscià_ (Santa Società); 3ª _Bene Akeneset_ (figli della Società).
Incominciamo per dire (e per quanto negativo, ci sembra fatto di gran
calibro) che le interpretazioni date sinora o sono vaghe o mal sicure;
che p. e. per la _Keillà Caddiscià_ mentre il Talmud Gerosolimitano
(Mahaser Sceni, cap. 2º) intende due soli dottori ivi nominati
(interpretazione, come ognun vede, tutt’altro che seria o verosimile),
il Talmud Babilonico ci pone nella impossibilità di sottoscrivervi
porgendoci non pochi esempi in cui la stessa _Santa Società_ (_Keillà
Kaddiscià_) si distingue evidentemente da uno almeno de’ due Dottori,
onde a detta dello altro Talmud è composta, a segno di figurare al
suo fianco come indipendente e distinta (Vedi Talmud Bezà e Iohasin
Lettera Iod al nome Iose ben Mescuillam). Che per la _Edà Chedoscià_
(Santa Società) il suo nome si legge nel Medras koelet, ove, oltre
altre preziose indicazioni che proveremo fra poco convenientissime
ai nostri Esseni, si domanda: _E perchè si chiamano Santa Società?_
Dopo queste parole occorrono due varie lezioni. La prima è quella del
Lessico _Aruh_ (alla parola _Kaal_) ove si risponde «perchè dividevano
in tre parti la loro giornata, la prima dedicavano alla preghiera,
la seconda allo studio, la terza al lavoro, altri dicono perchè
studiavano nell’inverno e lavoravano nella state.» L’altra versione
legge dopo la domanda ricordata: _Perchè sono R. Iose ben Mesciullam
e R. Simon ben Manasia i quali tripartivano la loro giornata_ ec.
L’autore dell’Aruh non ha i nomi proprj rammentati, e niun dubbio che
la sua lezione sia da preferirsi non essendo luogo a rammentare chi
_fossero_, dopo aver domandato perchè si _nomassero Santa Società_.
Checchè ne sia, abbiamo qui un motivo del nome loro che mirabilmente
si addice al nostro Istituto del quale sappiamo come la _preghiera, lo
studio_ ed il _lavoro_ dividesse tutto il loro tempo, come più oltre
vedremo. Si avverta però che mentre queste indicazioni si attagliano
agli Esseni, non è possibile convenire col Medras Koelet che per ciò
solo prendessero il nome di _Santi_, non essendovi in questo tenore di
vita niun carattere che meriti il nome di _Santo_ per eccellenza, e
che non sia comune ad altra maniera di dottori. Infine il terzo nome
ch’è quello _Bene Akeneset_ ricorre come abbiamo detto nella misna
_Zabim_ 3, p. 2. E qui ancora, siccome quello che suona straordinario
ed eccezionale, non solo creò interpretazioni disparate, ma diè luogo
a differenti versioni. Così il Maimonide nel Comento legge _Bet
Akenesset_ il _Tempio_; ma chi legga attentamente il testo di leggieri
s’accorgerà come il senso venga da questa interpretazione forzato, non
essendovi memoria che i lebbrosi e gli affetti di gonorrea avessero
luoghi apportati nei tempj. Assai meglio però l’altro comento di _R.
Simson_ che legge come noi _Bene Akenesset_ e intende _oheli hulleen
betaará_ vale a dire _coloro che non si cibavano che di cose pure,
alieni da ogni immondo contatto_; lo che da una parte identifica i
_Bene Akenesset_ con altro ordine e nome molto più comune nel Talmud,
quello di _Haberim o Socj_ che avremo luogo di ripetutamente citare
in questa storia, i quali appunto questo tenore di vita conducevano,
e dall’altra porge la mano ad un preziosissimo passo del Talmud
Gerosolimitano ove un _Asseo_ (Asia) possessore e insegnatore di nomi
divini misteriosi si dice cibarsi di Maaser.
[60] Possiamo ragionevolmente esitare a riconoscere sotto questi varj
nomi la società degli Esseni? La loro convenienza non potrebbe essere
più manifesta. Il nome di Keillà Caddiscià, Santa Società, che fra gli
altri luoghi si legge nel Talmud di Ioma 69, 1, reca tutti gli elementi
necessarj a costituire il nome vero e proprio dei nostri Esseni. Chi ha
sentore dello stile misnico e talmudico non può non fermarsi al nome di
_Keillà_, unico, meglio che raro, per designare una Società qualunque,
e che nel nostro caso tanto per la sua anormalità, come per la identità
costante dei suoi supposti componenti, accenna meglio ad un consorzio
regolare ed organico, che ad un adunamento precario e accidentale.
Quanto poi eloquente l’epiteto di santo che in tutte le lingue sta ad
indicare una perfezione religiosa, superlativa, e che nell’Ebraico
è l’equivalente dell’Arameo _Faruscim_, Farisei. Potremmo d’altra
parte tacere che il _più antico nome_ onde si distinsero i Cristiani,
propaggine secondo noi dell’antico Essenato, fu appunto quello di
_Santi_ come sovrabbondantemente attestano Vangeli ed Epistole ad ogni
tratto? Nè recar deve fastidio la indicazione topografica di _Biruslem
in Gerusalemme_, poichè se è indubitato che gli Esseni ponessero stanza
sulle _rive del Giordano_ sappiamo non meno di certa scienza, come
Gerusalemme ne ospitasse parecchi specialmente dei _Pratici_. Che anzi,
a parer mio, tale indicazione lungi dal dilungarci dall’Essenato, più
e più ce ne avvicina, non potendosi comprendere come in un’epoca qual
è quella in cui si fanno le citazioni in discorso, in cui Gerusalemme
avea cessato di essere sede della autorità Rabbinica sottentrandogli
in questo ufficio or Tiberiade ed ora altra città di Palestina, venga
indicata costantemente Gerusalemme qual centro della _Santa Società_,
se questa non si distinguesse spiccatamente dalla comune scuola dei
Farisei, e non fosse per natura più aderente ai luoghi antichi,
meno nomade di quello che erano le grandi individualità, ma pur non
altro che individualità del comune Farisato.—Il secondo nome di _Edà
Keduscià, Santa Società_ offre lo stesso senso e torna egualmente a
capello ai nostri Esseni. Più curioso e più nuovo è quello di _Benè
Akeneset_, gli uomini della Società, abbandonato, se non erro, sinora
in un canto nell’oscuro e negletto trattato Misnico di Zabim cap. 3º
e che non meno si acconcia al nostro consorzio come evidentemente si
ricusa ad ogni altra interpretazione, come più sopra accennammo.
Che se i _nomi_ suonano in sommo grado espressivi al nostro uopo, ciò
che più monta però, e che non mi è dato qui che in parte lambire, si è
una indagine delle dottrine che in nome di questa Keillà Kaddiscià, o
Edà Caddiscià o Benè Akeneset si recano in mezzo negli antichi libri
Rabbinici onde si vegga sino a qual segno queste dottrine o idee si
attaglino alla persona degli Esseni. Il secondo di questi nomi figura
nel _Medrasc Koelet_; e ciò che merita di avvertire si è che qui come
in Ioma, pag. 69, 1, Bezà, p. 27, egli è Giuda il santo, il Redattore
della Misnà che riferisce la loro dottrina, lo che prova la grande loro
autorità ed antichità ed insieme la identità della Keillà Kaddiscià
del Talmud colla _Edà Chedoscià_ del Medrasc; e che tanto in Rosc
Ascianà 19, 1, quanto in Iomà (loc. cit.) egli è R. Ieosanah Ben Levi
il personaggio più Cabbalistico e misterioso di tutto il Talmud, che
è l’ultimo depositario delle loro tradizioni insieme a R. Simon Ben
Pazl, altro dottore il cui nome e la cui storia sono celebri nelle
pagine del Zoar. In due luoghi poi (Berahot, cap. I Rosc Ascianà, 19,
1.) ricorre la forma autorevole ed antica _ehid_, _attestò_, che non
si usa se non quando è riferibile ad antichi personaggi. Non sono
nemmeno da pretermettersi le dottrine che in nome loro si recano in
mezzo.—Il lavoro raccomandato insieme allo studio, e la vita loro
stessa porta ad esempio (Medras Koelet) il nome di sposa che ivi reca
la legge, e sopratutto le decisioni attenenti al Calendario e ai
computi Astronomici (Rosc Ascianà, 19, 2.) che non vanno mai disgiunti
nei libri Talmudici dalla scienza Acroamatica, che ne hanno tutta la
riserva e il mistero e che per ciò stesso sono detti pur essi (_Sod_)
Mistero.
[61] Ei fu sempre e dovunque proprietà inseparabile dal Misticismo, la
incuria e il dispregio delle pratiche. Il Talmud rivelandoci in seno
ai Farisei una scuola che ad ogni pratica si credeva ed era stimata
superiore, ci attesta per ciò stesso la presenza del Misticismo, non
potendosi mai credere che se altri studj non si conoscessero tra essi
se non quelli che il Talmud acchiude in seno, e che si riferiscono
unicamente alla pratica, tanta fosse la stima che se ne faceva da
anteporli alla pratica stessa, il mezzo non potendosi mai qualificare
superiore allo scopo al quale conduce. Nonostante se il fenomeno
comune ad ogni misticismo si verificò pure nel misticismo Palestinese,
come vediamo, saria ingiusto disdirgli un’indole al tutto diversa da
quella prevalsa in altre parti di Oriente. Mentre in queste era la
contemplazione oziosa talvolta ridicola, la inerzia delle facoltà
mentali, o come con più nobile nome si chiama la estasi, la quale era
il sommo grado della perfezione perchè conducente all’assorbimento in
Dio, o _Nirvana_; in Palestina invece era lo _Studio_, la _Scienza_,
la speculazione attiva, il moto mentale, il _discorso_ nel suo doppio
senso, l’_Alaha_ in una parola, sia che si riferisse alla pratica, sia
che alle dottrine, la quale sola aveva virtù di dispensare, quando
diveniva _Abito permanente_, dalla pratica dei doveri religiosi
specialmente ove avea per obbietto l’acromatismo, la parte più nobile
dei sacri studj. Non potrebbesi mai abbastanza insistere sulla presenza
di questi fatti e queste dottrine in Palestina nel secolo che il
Cristianesimo cominciò ad operare il suo distacco dal centro Ebraico,
proclamando prima con Gesù e poi con Paolo la inutilità della legge e
delle opere. Più bello, indizio non potrebbe darsi di quella verità
perpetuamente da noi dimostrata nell’_Essai sur l’origine des Dogmes et
de la Morale du Christianisme_ (premiato nel concorso dell’_Alliance
Israélite_ 1863), vale a dire che non d’altronde originarono le
dottrine cristiane se non dal centro Essenico-Cabbalistico ove il
Cristianesimo imparò di buon’ora ad anteporre la scienza teosofica
alla pratica dei precetti, la quale scienza ei propose all’universale
sotto il nome di Fede (_Pistis_), agli eletti, sotto quello di _Gnosis_
come superiore e dispensatrice di ogni dovere, e costituendo così,
mercè la divulgazione dei dogmi riposti, _tutto il mondo Ebraico e
gentile_ in quello stato di perfezione peculiare ed anormale in cui
l’Esseno-Kabbalismo poneva pochissimi eletti. Se qualche cosa ci sembra
dimostrato, nelle tenebre delle origini Cristiane, questo transito ora
accennato ne pare dimostratissimo, e lo stimiamo chiave unica capace
di aprirci il senso di quella rivoluzione che scisse il Cristianesimo
primitivo dalla Ebraica ortodossia. Basti per ora questo cenno del
vasto e nobilissimo subbietto.
[62] Nome di origine persiana che i Greci adottarono, tipo del nostro
_Paradiso_ e che fa parte della lingua Biblica e Rabbinica. In questa
ultima sta sovente a indicare la scienza o teologia recondita, e
genera una sequela di metafore secondarie come ad esempio lo strappare
le piante ecc. Facendo la scienza sinonimia di Paradiso, i dottori
identificarono in guisa mirabile la beatitudine e la contemplazione, e
furono in ciò imitatori e seguaci di Mosè che nel suo Paradiso pose la
scienza, con tutti i suoi pericoli e con tutti i suoi diletti. Forse
non si andrebbe lungi dal vero dicendo che il Paradiso Mosaico porse
ai dottori la prima idea del loro _Pardes_, che vale quanto il _Gan_ o
_Ganeden_ della Genesi.
Sarebb’egli possibile disconoscere nei vangeli la traccia dell’antico
essenico costume, quando Gesù volendo col suo esempio mostrare come
i maggiori debbano farsi servi ai minori, lava egli stesso i piedi
ai discepoli, primo atto a cui procede l’ospite innanzi di sedere a
mensa? A noi pare vedervi una reminiscenza della scuola Essenica in
cui il fondatore del Cristianesimo era stato educato, come un fatto
congenere ci pare ravvisare in quegli esempj che ci offre il Talmud
di antichi dottori che a segno di umiltà ministrano a mensa ai loro
colleghi seduti, esempj che se da una parte si collegano alle esseniche
costumanze, dall’altra ci additano nell’Ebraismo rabbinico le origini
delle scene evangeliche.
[63] Il sacrifizio ebraico come il pagano erano una vera e propria
_Comunione eucaristica_, una partecipazione alla mensa di Dio in quanto
il fedele e i sacerdoti si cibavano di parte dell’animale immolato,
mentre l’altra era arsa sugli altari. Per tal guisa l’_ara_ era una
_mensa_ religiosa, e il nome di _mensa_ porta veramente in Ezechiele,
come per converso la tavola ivi stesso porta il nome di altare. Egli è
per ciò che i dottori furono interpreti fedelissimi delle idee bibliche
quando la mensa comune dissero stare invece dell’altare, e la scienza
farvi la parte del fuoco sacro o della presenza del nume, quando la
fecero come l’altare _propiziatrice ed espiatrice_, e sopratutto
levaronsi ad altissimo e nobilissimo pensiero i Teosofi nostri quando
videro nella commestione l’atto per cui la materia si eleva allo
stato di mentalità mercè il processo di _Assimilazione_ onde i corpi
inferiori si assimilano all’organismo dell’uomo. Non d’altronde hanno
origine le metafore evangeliche, se pure dapprincipio non furono
intese alla lettera, della Tavola in cui Cristo berà del frutto della
vite insieme ai discepoli; che ha il suo tipo e la sua fonte in una
_identica_ metafora dei Rabbini i quali dicono l’_Eden_ essere il
vino conservato nei suoi grappi sino da sei giorni della creazione,
che la coppa ne sarà benedetta da David (Padre e tipo del Cristo) nel
banchetto finale, ed altre simili. Potrebbesi tacere a questo proposito
del sacrifizio eucaristico, e de’ suoi strettissimi vincoli con tutte
le idee sopraccennate? Il lettore già ne coglie le grandi attinenze, e
ci dispensa dal maggiormente diffonderci nell’ampio e nobile argomento.