e valse a provare sempre più la sua divinità e la superiorità dei
nostri sacri libri sulle mitologie paganiche. Però di questo fatto
vero in generale non è qui luogo a parlare. In ogni modo questo
invertimento d’epoche nella storia dall’ebraismo, questo precedere
inatteso, irregolare del vero, e dello storico, del proprio,—al mito,
alla finzione, al figurato;—questo tardo comparire della mitologia
nello Ebraismo che non comincia fra noi a spuntare che colla cessazione
dell’era profetica, e col principiare dell’era rabbinica, è fatto
eloquentissimo che dovrebbe dare grandemente a pensare. Non par egli
mostrarci a dito che fino a quest’epoca ultima, la mente ebraica,
il pensiero umano si rimase ozioso, supplito com’era da una potenza
superiore che ispirandolo a suo grado, gli risparmiava naturalmente
quelle fasi, quelle transizioni che lasciato a se stesso non può a
meno di percorrere; e che appena cessata questa azione straordinaria
sul pensiero ebraico, vale a dire al cominciamento dell’era rabbinica,
la mente ebraica si trovò a quel punto istesso in cui la mente pagana
si sentì all’esordire della sua civiltà, e cominciò allora soltanto a
svolgersi per tutte le fasi che le sono naturali? Noi non facciamo qui
che accennare una idea, la quale esigerebbe il massimo sviluppo, a cui
siamo certo preparati, ma che il luogo non comporta. Ciò valga soltanto
a spiegare la parola _Mitologia_ di cui ci siamo valsi ad indicate la
_Letteratura Agaditica_ del Talmud.
[52] Vi è in ambo i Talmud un frammento che sembra ostare alla
superiorità da noi attribuita ai meridionali, nella scienza
dell’_Agadà_, e quindi sopprimere uno dei punti di contatto che tra gli
Esseni abitatori di quelle regioni, e la scuola dei teosofi cabbalisti,
abbiam creduto ravvisare. Pure dopo breve esame parvemi vedervi
piuttosto ragione di confermarmi sempre più in questo supposto. Ecco i
due frammenti preziosi anche per altre conclusioni che sarebbe ovvio
inferirne, se qui ne fosse il luogo.—Nel Babilonese si legge (Pesakim
V. 62). _R. Samlai presentossi e R. Johanan dicendogli: Insegnami,
ten prego, il libro delle Genealogie. (Sefer Johassin). Risposegli:
D’onde sei tu? da Lydda. E ove dimori? In Neardeà. Non è lecito dunque_
(replicò) _insegnarlo, ne a quei di Lyddà, ne a quei di Neardeà._—E nel
Gerosolimitano al luogo istesso.—_R. Samlai presentossi a R. Jonatan
dicendogli: Insegnami, ten prego, l’Agadà. Risposegli: Ritengo per
tradizione dei miei maggiori, di non insegnare Agadà, nè a’ Babilonesi
nè ai meridionali, perchè sono alteri, e nella legge dappoco._ Tacciamo
di molte altre rivelantissime considerazioni che il confronto dei due
testi ne suggerisce;—della equivalenza di _Sefer Jokassin_ (Talmud
Gerosolimitano) e d’_Agadà_ (Babilonese); di una non meno pronunciata
avversione pei Babilonesi che si riscontra nel Zohar; dell’_alterigia_,
ostacolo all’insegnamento della Agadà; come la _umiltà_ fu titolo e
pregio singolarissimo per penetrarne i segreti come più oltre vedremo;
della importanza che assume l’Agadà in ambo i frammenti; del carattere
tradizionale e antico di questa trasmissione a segno d’avere ricevuto
per tradizione le regole della trasmissione medesima; del personaggio
di R. Samlai—qui studiosissimo dell’Agadà, e celebre nelle pagine del
Zohar (76, 2.) come maestro di penitenza, sotto il nome eloquentissimo
di _Asià_, medico o terapeuta;—della identità del _Darom_ (mezzogiorno)
del Gerosolomitano con Lydda (Lud) del babilonese frequente soggiorno
dei teosofi nel Zohar, e d’altre per avventura non meno importanti
considerazioni. Domanderemo soltanto come conciliare la scienza, la
celebrità altrove vantata dei dottori _meridionali_ nelle dottrine
dell’_Agadà_ con questo rifiuto d’insegnarliela, che sorprendiamo
in bocca a R. Jokanan o Jonatan? Specialmente ove si abbia occhio
al motivo che di questo rifiuto si narra—_l’alterigia loro e la
inferiorità nella scienza religiosa_. Ma la obbiezione si tramuta in
prova, solo che si attenda al comento di Rasci, il quale, non saprei
dire troppo il perchè, non vede nel motivo allegato al rifiuto che
un _pretesto_, e riduce per conseguenza la negata trasmissione a un
giudizio poco favorevole che dell’attitudine personale del richiedente,
avrebbe fatto R. Jokanan o Jonatan. Difatti si legge in Rasci—_che
non ebbe di mira così dicendo che a respingerlo con un pretesto—o
meglio perchè Babilonesi e meridionali non hanno sicura genealogia
in Israel_.—Ognun vede come nella prima alternativa l’ostacolo è
scomparso; ma non tutti veggono a prima giunta come nella seconda sia
trasformato in appoggio. Non si comprende invero come Babilonesi e
meridionali non hanno sicura genealogia in Israel, dappoichè sappiamo
che _Essa non si partì da Babilonia, finchè non la lasciò quasi
farina schiettissima_; come si esprime il Talmud e che il _Darom_ o
_Lud_ era parte di Palestina ove pare inconcepibile che vivessero
uomini _interamente_ d’origine _spuria_ o _dubbiosa_. Ma si comprende
benissimo ove in questi meridionali almeno si veggano i nostri Esseni,
discendenza, siccome più sopra vedemmo, dei Recabiti e ramo gentile
innestato in Israele, la gente aliena _Benè Nekar_ di cui parla Isaia.
Può darsi dunque che dopo tanti secoli scorsi dai Recabiti e dopo il
continuo incorporarsi alla società loro di tanti elementi israelitici,
quelli che erano conosciuti per discendenti da quei proseliti (che
allor ve ne fosse lo sappiamo da R. Iosè, che è detto nel Talmud
apertamente _della prole di Jonadab ben Rekab_) fossero tenuti in conto
di meno degni di penetrare le dottrine _agaditiche_.
Checchè ne sia, ci sia lecito prima di passare ad altri fatti di
osservare alcuni indizj che nel testo talmudico di Zebakim ove si parla
di Jeudà Ben Dostai, e di cui si fe’ parola nel testo, ci conducono per
altre vie alla società degli Esseni.—È il primo il nome _peculiare_
che il Talmud dà a questo Ieudà ed ai suoi, di _Parouscim_ farisei
per eccellenza, nome che essendo comune a tutti i dottori, e che da
se stessi si dànno, non può essere inteso che come una più onorifica
designazione: quasi i più _farisei_ tra i _farisei_. Il secondo è il
fatto che il comento di Rasci pone in luce quando dice che Ieoudà e il
figlio elessero stanza lungi da Gerusalemme _per non recarvisi nelle
feste, nè sacrificare l’agnello pasquale, nè gli altri sacrificj di
Haghigá_. Non par egli porgerci la chiave di quel dato singolarissimo
che ci somministra Giuseppe intorno gli Esseni dicendoci che _non
entravano nel tempio per sacrificarvi_; e che tanto sembra opporsi alla
identificazione loro colla parte più eletta dei farisei? Avremmo dunque
nel fatto di _Jeoudà ben Dostai_ la spiegazione di questo astenersi,
e in guisa l’avremmo da dissipare ogni nube che sembra elevarsi sulla
identità da noi propugnata. Non si dimentichi che Jeoudà è più antico
di Giuseppe, di quasi un secolo e mezzo.
[53] Poche linee più sopra, il gran maestro della Teosofia piange
di un pianto di gioja. Qui è il bacio che officia come segno di
fraterna approvazione. Ambo, a parer mio, indizj significantissimi.
L’uno e l’altro provano come questi farisei così posti in mala voce
per formalismo, per insensibilità, per ipocrisia, fossero d’una
sensibilità, così esquisita da prorompere frequentissimamente in quelle
dimostrazioni spontanee che ne sono il più efficace argomento; e che
d’altra parte tanto bene si acconciano a quel _Misticismo_ che noi
vediamo nelle loro dottrine. Chi scinde i dottori zoaristici, i mistici
dai dottori talmudici, non poco dee durare fatica a spiegare quella
pronta, vivace, energica estrinsecazione dei proprj affetti che negli
uni come negli altri apparisce ad ogni tratto.
Ma se la gioja, il pianto, il bacio fraterno, attestano
indistintamente qual cuore si avessero questi farisei calunniati,
l’ultimo specialmente, il _bacio fraterno_, ha una significazione
particolarissima in quanto accenna a quella filiazione di cui altre
volte toccammo del primitivo cristianesimo, e dei suoi più eminenti
rappresentanti, dalla famiglia dei mistici farisei e dei teosofi,
si appellino essi _Esseni_ o _Kabbalisti_. Non è troppo il dire che
spesso più nelle piccole analogie che nelle grandi, più nelle minute
circostanze che nelle linee più prominenti, si vede la vera affinità
e derivazione dei sistemi; perciocchè le prime come più particolari
più urgentemente ne fanno fede che non le seconde, siccome quelle che
essendo più generali, è più agevole il supporne la fortuita apparizione
simultanea in varj sistemi. Così, a mo’ d’esempio, il _bacio_ di cui è
discorso. Chi conosce il Zoar sa che non v’è cosa che vi torni più di
frequente.
Ma ciò che più monta si è che negli altri monumenti rabbinici come
Misnà Talmud, ecc. o non vi si nota, o se tu ve lo scorgi, egli è
_solo in quei casi in cui dei Misteri è parola_.—Per esempio della
Mercabà o carro di Ezechiele (V. Talmud trat. Haghigà, 14). Non è
questo eloquente indizio che questa forma di approvare e di salutare
era peculiarissimo un genere di studj, a quelli cioè dove ebbe culla
il Dogma Cristiano? Che sarà se vedremo poi il _bacio fraterno_
apparire _nei Vangeli_ e tra i fondatori della fede cristiana come
saluto consigliato e approvato? _Salutatevi_, dice Paolo, (Ep. ai Rom.
sub fine) gli uni gli altri con _santo bacio_.—E così I. Corint. XVI,
20.—2ª Corint. XIII, 12.—1ª Tessal. V, 26.—I. Piet. V, 14.—Nè mancò
neppure chi lo avvertisse. «_Dès l’origine de l’Eglise la coutume
s’introduisit parmi les Chrétiens dans leurs Assemblées de se donner
le baiser de paix._ (Bergier. Diction. de Theolog. III. 571.)» Forse
non sarebbe erroneo aggiungere che quest’uso fa fede d’un’antichità
particolare di quel consorzio, se si dee giudicare dagli esempi della
nostra Europa, in cui non è raro vedere il _bacio_ essere il saluto
per eccellenza e la forma di esso più antica. Oggi pure in Inghilterra
tanto è dire _salutare_ che _baciare_. «_Sous le règne de Henri VII,
quand les arrières grand’-mères des douairières actuelles d’Angleterre
saluaient un parent, un ami, ou même un étranger, c’était en échangeant
avec lui un innocent baiser._ Le mot _salute_ est resté en anglais
comme synonime de _Kiss_ ou de baiser.—Revue Britannique, Mars 1860, p.
91.
[54] La mèsse è talmente abbondante, che non crediamo con quanto
fu detto averla esaurita. Plinio aveva detto (lib. V, VIII,) degli
Esseni, _Gens socia Palmarum_. Ora, oltre la residenza che abbiamo
veduto scelta dai Teosofi nella regione delle Palme, il mezzogiorno
di Palestina, non si dee tacere come nel Zoar ci si offrano spesso
que’ contemplativi a ragionare all’ombra dei palmizj _tuté diclé_;
che notarono la _sessualità_ di quei vegetabili non solo, ma di tutte
le creature dell’universo in questi termini. _R. Eleazar e R. Hisà
andavano per via, e vedendo due palmizi, l’uno maschio l’altro femmina,
disse R. Eleazar a R. Hisà: Certo, tuttociò che vegeta sulla terra, è
maschio e femmina non solo, ma eziandio tuttociò che cresce in seno al
mare._ È noto come Empedocle fosse il primo ad osservare la sessualità
delle piante; ed Empedocle presenta più di una analogia nelle sue
dottrine in generale coi teosofi nostri, sulle quali ameremmo fermarci,
ma che i limiti di quest’opera ci contendono. Diciamo solo come il
gran poeta e filosofo nostro Ben Gabirol, conosciuto e citato da
tutto il Medio Evo sotto il nome di _Avicebron_, come con grandissima
sodisfazione dei dotti, avvertiva l’illustre sig. Munh di Parigi, è
reputato dal suo abbreviatore e traduttore Ben Falakira seguace fra
tutti gli antichi a preferenza di _Empedocle_. E ciò torna tanto più
verosimile in quanto sappiamo per confessione dei critici stessi più
indipendenti, che tra Ben Gabirol e la Dottrina Cabbalistica o teosofia
corrono numerosissime affinità a tal punto che fu creduto il primo
modello e la seconda la copia. Ma ciò non toglie che questa particolare
conformità del Zoar alle teorie botaniche di Empedocle, non abbia il
suo valore. Quanto ai Dottori Essoterici abbiamo già avuto luogo di
vedere nel raffronto da noi istituito tra le loro dottrine e quelle
deposte nel libro di Filone _de vita Mosys_ come della intima struttura
delle Palme favellassero come favella la scienza odierna. È inoltre
narrato nel Medras Rabbà, il fatto di due Palmizj che divennero fecondi
quando ogni ostacolo fu rimosso che li divideva, lo che consuona
mirabilmente con quanto narra il Verati, vol IV, p. 268. «È veramente
degno di attenzione, scrive il Prof. Gaetano Savj, ciò che si racconta
della Palma maschio di Brindisi e della Palma femmina di Otranto.
Questa da lungo tempo pareva ed era sterile, ma allorquando ambedue
furono cresciute a segno che gli spadui si trovassero al di sopra degli
ostacoli che si frapponevano alla diretta comunicazione fra loro, la
femmina abbonì dei frutti.»
Abbiamo nel testo veduto gli oratorj posti in mezzo ai campi. Là pure
si studiava e s’insegnava ai discepoli. E nulla vi ha di più frequente
non solo nel Zoar, ma nei libri essoterici non meno, che i Dottori
meditanti o insegnanti ai discepoli all’ombra di un palmizio o di un
fico. E molto sarei inclinato a credere che da questo uso derivarono
le similitudini tolte dalla vita dei campi a significare la scienza
sacra, le sue parti, e i suoi cultori. Forse anche altre allusioni si
annodano nel nome _Pardes_, giardino, dato alla Teologia arcana, ma è
probabilissimo che tanto esso quanto l’idea correlativa di _guastare
o sbarbicare le piante_ per indicare la introduzione d’errori, o la
negazione di alcune verità, non d’altronde abbiano presa occasione
a così dirsi. Non è da questo diverso il nome di _Cherem_ (Vigna)
dato alle scuole, ed alle accademie. Se pure non vogliasi vedervi
una _Vigna_ vera e propria ove si studiava, lo che non pare affatto
inverosimile, egli è certo però che la interpretazione che si dà a
questo nome, (antichissima, a dir il vero, perchè origina dal Talmud
Gerosolomitano) e che significherebbe un luogo distribuito e diviso
a guisa di Vigna, non è molto atta a sodisfare la buona critica. Non
sarebbe piuttosto una derivazione o una reminiscenza della situazione
delle scuole e delle accademie in mezzo a campi ed a vigne? Nè la
similitudine quietò in questa idea generale, ma scese analiticamente
a distinguere parte a parte i prodotti delle vigne e dei campi, ed a
designare col nome di ognuna di esse, una delle parti più cospicue
della scienza religiosa. Così il _fiore della vite_ adombra la
bibbia.—_L’agresto_ la Misnà.—_Il melogranato_ il Talmud (Irubim,
Cap. II, V, ivi Moarscià che connette questa similitudine coll’altra
generica della _Vigna_.) E altrove il grano _Dagan_ significò
l’_Alakà_, il _Rito_ la _legge_, e il vino _Tiros l’Agadà_ (si noti
come Agadà a senso nostro sia la veste leggendaria della Teosofia; e
come la Dottrina evangelica che non fu in origine che una Teosofia
propalata prenda il nome nei vangeli stessi di _Vino_): Infine l’uomo
pieno di scienza varia fu detto _Escol_ Grappo (Sotà sub fine), come
l’indotto, il volgo fu chiamato col nome di _pampani_ che valgono a
conservare e difendere i grappoli (_ibhun rahamé aalaia deitcaiemùn
atcalajà_.) E per quanto valenti critici come il Rapoport vogliano
vedere negli _Aschelot_ (Sotà ibid) una corruzione o ebraizzamento di
_scuole_, pure, tutto considerato, non si può a meno di conservare a
questa locuzione, almeno come senso fondamentale e primitivo, quello
proprio di _Grappolo_.
[55] Questa locuzione è comunissima nei due Talmud, e in generale
nell’antica Biblioteca Rabbinica. Egli è da quest’uso che Gesù apprese
a dire a proposito di Lazzaro morto, _Lazzaro nostro amico dorme_.
(Gio. XI, 11). Ma ciò che torna incomprensibile egli è che uomini
israeliti com’erano i discepoli, abbiano potuto fraintendere, e
capire vero e proprio sonno, replicando: _Se egli dorme sarà salvo_
(anche così dicendo si mostrano seguaci della terapeutica talmudica).
Questo equivoco non troppo naturale in uomini che ascoltavano tuttodì
_dormire_ per _morire_ e che dovevano in quest’ultimo senso tanto più
interpretarlo, essendo Gesù a quell’ora troppo da Lazzaro lontano, per
saperne tutte le più minute vicende (la morte siccome cosa troppo più
importante poteva da essi presumersi conosciuta per chiaroveggenza
profetica), farebbe credere che ei fu soltanto appo lo scrittore
del quarto Evangelo, siccome dai tempi alieno e dai luoghi ch’ebbe
nascimento, e ch’egli per induzione analogica pose a carico dei
discepoli.
[56] Questo avveniva nella festa dei Tabernacoli, ed era in quei giorni
che ricorreva la straordinaria esultanza ove, dice la tradizione,
prendevano parte quasi esclusiva i _Hasidim_ (nome a senso nostro più
antico degli Esseni) ed i _Pratici_ come fra poco vedremo; lo che
ci riconduce per altra via, alla predilezione degli Esseni per le
acque. Il Talmud dice apertamente che si nomava festa della _Scioabà
perchè di là attingevano (Scioabim) lo Spirito Santo, siccome è
scritto: Attingerete acqua con esultanza dalle fonti della salute_; e
questo fatto come queste parole stringono in un sol fascio. _Hasidim_
antica appellazione degli Esseni, la libazione delle acque; e la
ispirazione onde furono celebrati gli Esseni, unione sopra ogni altra
eloquentissima. Non taceremo come questa festa e questo Testo Rabbinico
spargano gran luce sopra un passo del quarto Evangelo. (Cap. VI, V.
37.) _Or nell’ultimo giorno, che era il gran giorno della festa_ (dal
V. 2 apparisce che questa festa era quella dei _Tabernacoli_) _Gesù
stando in piè gridò dicendo: se alcuno ha sete, venga da me e bea._ V.
38. _Chi crede in me, siccome ha detto la Scrittura, dal suo ventre
coleranno fiumi d’acqua viva._ V. 30. _Or egli disse questo dello
Spirito il quale riceverebbero coloro che credono in lui._
1º Si noti la qualificazione di grande data all’ultimo giorno dei
Tabernacoli, appunto come i Dottori lo chiamano il _giorno del grande
Osanna_. Ma questo titolo ha un valore speciale in bocca a Gesù,
perciocchè prova come non siamo andati errati in una Scrittura Ebraica,
diretta a confutare le idee del Signor professore Luzzatto, quando
asserimmo che il carattere penitenziale e solenne di questo giorno
risale a tempi antichissimi. Fra gli altri cenni, questo dei Vangeli
non è l’ultimo, mostrando Gesù, che invita in quel giorno a convertirsi
alla sua fede, e chiamandolo GRAN GIORNO appunto come il Talmud
Gerosolimitano chiamato GIORNO per eccellenza, e lo pone al fianco del
_Capo d’Anno_ (vedi mia opera citata). Non è da trascurarsi neppure
come il _gran giorno_ dei Vangeli per l’ultimo dei Tabernacoli, abbia
non poca analogia col nome _gran digiuno Zomà Rabbà_ dato dal Talmud al
10 di Tisri.
2º Gesù dice _Se alcuno ha sete, venga a me e bea_. Come non vedere in
queste parole un’allusione, vuoi alle acque che si pregavano in quei
giorni copiose per tutto l’anno, vuoi alla libazione delle acque nel
Tempio che non si faceva mai, tranne quei giorni istessi? E si noti
che Gesù proclama questo nel _Tempio_ (V. Giov. VII, verso 14-28), ove
questo rito si celebrava, e si mostra per ciò stesso fedele a quella
trasformazione ch’egli mirava a operare nel culto ebraico sostituendo
_sè stesso_ al Tempio, e appunto chiamando sè medesimo col nome di
Tempio, tanto quando _promette distruggere e rifabbricare il Tempio
in tre giorni_, quanto allora che per giustificare i discepoli che
profanavano il sabato, cita l’esempio dei Sacerdoti che eseguivano
ogni illecita opera nel Tempio, e aggiunge: «_Ora io vi dico in verità
che vi è qui qualcuno maggiore del Tempio._» Gesù trasporta dunque
nel senso figurato delle sue proprie dottrine il rito materiale che
allora si celebrava, e neppure così facendo si dilunga dalle dottrine
farisaiche, conciossiachè siano esse appunto che hanno detto «chiamarsi
quella festa _Scioabà_ perchè _vi si attingeva lo Spirito Santo_.»
Ecco il senso metafisico innestato sul rito delle libazioni. E qual è
il verso che s’invoca dai Dottori a sostegno? Quello appunto che dà
Gesù. È vero che verso come quello da Gesù rammentato, non si trova
affatto nella sua giacitura in tutta la Bibbia, ma è innegabile del
pari che il verso a cui si mira (per qualsiasi ragione alterato) è quel
che si legge in Isaja XII, V. 3 (non X, 4 come vuole Diodati) vale
a dire _attingerete acqua con esultanza dalle fonti della salute_,
che diventa in bocca a Gesù, _dal suo ventre coleranno fiumi d’acqua
viva_. A spiegare la quale differenza, basta osservare che Gesù applica
a sè stesso, ciò che il profeta intende per la salute politica e la
morale, e i Dottori per la ispirazione. Quindi è che le frasi ebraiche
prestandosi mirabilmente a tal metamorfosi—le fonti (_Mahianè_) da
cui si attingerà l’acqua divengono—il _Ventre_ del Messia—dicendosi
in ebraico per ventre _Mehé_ per fonte _Mahian_—ed anche _Mahiane_;—e
la salute _Jesciuha_ è sostituita dal sottinteso Messia Gesù—chiamato
_Jeosciua_ che suona all’orecchio come all’intelligenza, quanto Jescuha
(Salute). L’imagine poi di _ventre ricettacolo di dottrina_, se
suonerebbe impropria nelle nostre lingue, che per la scienza progredita
esprimono più esattamente la situazione d’ogni viscere, è per contro
comune e approvata nel biblico e nel rabbinico idioma, dicendosi nel
primo: _la tua legge nel mio ventre_. (Salm.) _Vetorateha betoh meai_
e nel rabbinico: _Gioisci, o mio ventre_, per dire vo superbo di aver
raggiunto la verità.—Questa trasformazione torna tanto più accettabile,
ove si riduca a memoria quanto più sopra dicemmo, dell’intendimento
a cui mirava _Gesù_ di sostituire o anteporre _Sè stesso_, le sue
_dottrine_ e la sua _autorità_ al _Tempio_. Ma sopratutto torna
qui opportuno notare, come la teosofia cabbalistica, che a senso
nostro forma il fondo delle dottrine degli Esseni, e del primitivo
cristianesimo, chiami _fonte o pozzo di acqua viva_ Beer maim haim
non solo il Tempio di Gerusalemme, (V. Nacmanide e com. al Pent. Sig.
Vojerà) ma il suo prototipo, emanatistico—la Sefirà chiamata _Regno
Malhut_ e Tempio che è nella serie delle emanazioni—il principio della
incarnazione, la umanazione del Verbo o Logo (Tifheret) lo che spiega
come Gesù Avatara, chiami sè stesso _Tempio_, e a sè stesso arroghi
l’epiteto di _fonte o pozzo d’acqua viva_. Si vegga anche nello stesso
Vangelo di Giovanni, il colloquio di Gesù colla Samaritana e le parole
significantissime che Ei vi pronunzia. Soprattutto non si dimentichi
che lì come qui, è Gesù che proclama sè _vera sorgente salutare,
vera acqua, vero pozzo_ capace di dissetare. Nella scena del Tempio,
come in quella del pozzo colla donna Samaritana, non saria possibile
disconoscere le allusioni ai fatti, e alle dottrine dell’Ebraismo, e
l’influenza _mitica_ apparisce qua e colà evidente. Nel Tempio non
solo, come dicemmo, Gesù ha di mira la ispirazione che in quei giorni
reputavasi diffondersi sulle menti a guisa delle acque, che allora
appunto l’unica volta in tutto l’anno si spargevano appo dell’altare;
ma non si può negare nemmeno che qualche allusione non voglia egli fare
eziandio al pozzo, su cui posava l’altare e di cui toccammo nel Testo.
Nel colloquio colla Samaritana al pozzo, il _Mito_ non è a parer mio
meno sensibile. Chi ne voglia diffusa dimostrazione la troverà nel
mio _Essai sur l’origine des dogmes et de la morale du christianisme_
(Manoscritto premiato nel concorso dell’_Alliance israélite
universelle_ di Parigi). Solo ci piace qui di aggiungere, come la donna
Samaritana si dica avere avuto _sette mariti_, numero e circostanza di
conto indubitatamente cabbalistico, onde il principio d’_Incarnazione_,
il _Regno_ chiamato anche _Pozzo_, si dice il principio femminile
di tutte le _Sette_ superiori emanazioni, e perciò stesso chiamata
ora _figlia dei Sette Bat Sebah_, ora l’_ottava_ (Sceminit. Esmun
egizio). Quanto al _pozzo_, un autore che se ne intendeva appartenendo
egli alla Società dei _liberi muratori_, così s’esprime «_Les puits
étaient des emblèmes communs à toutes les initiations. Dans tous les
temples égyptiens où on initiait, il y avait le puits où descendait le
néophyte.... La Maçonnerie considérée comme le résultat_ ec. per R.
D. S. vol. 2. p. 65.» La esistenza dei segni dell’esoterismo e della
iniziazione nel Tempio di Gerusalemme, malgrado le apparenze contrarie,
dovrebbe ammonirci come sia verissimo ciò che altrove dicemmo, cioè che
la sola differenza tra il metodo pagano e l’ebraico in ciò consiste,
che il primo pose l’esoterismo e il mistero nella teologia e la
divulgazione nella mitologia, mentre il secondo fa patrimonio comune
della teologia e pone il mistero nella mitologia, siccome quella che
serve d’_involucro_ non alla _sostanza_ ma alla _scienza_ dei Dogmi.
Per modo che si può dire che il paganesimo non è che un ebraismo a
rovescio.