qui alcuni rilievi che recenti letture ci suggerivano. Il senso da
noi dato agli _Eunuchi_ d’Isaia, quello di precursori ed antenati
degli Esseni, fu avvertito da un Critico alemanno autore del _Biccoret
Attalmud_, pag. 273; se non che non diè valore ai _Proseleti_ che
allato degli _Eunuchi_ figurano nello stesso luogo d’Isaia (cap.
56), e ch’è indizio eloquente dell’origine da noi propugnata. Quanto
all’origine dai Nazereni, mentre è consentita da valenti scrittori
tra cui il _Graetz_, è invece combattuta dall’autore sopra ricordato.
Ond’è che non sarà discaro udirne le ragioni, e pesarne la forza. Egli
si giova di quanto si legge nel Talmud (_Nedarim X_) _essere usi gli
antichi Hasidem di far voto di Nazer_; dunque ei conclude, eran costoro
_Kasidim_ (cioè Esseni) prima che si votassero Nazirei. Il lettore
ricorda come cotesto passo fosse da noi noverato tra gli indizi che ci
favoriscono. Questo senso ostile che gli si vuol dare non ci par serio;
sia perchè può avere appunto inteso il Talmud di svelarci l’origine e
il carattere primitivo dei Hasidim; sia perchè il Talmud stesso per le
ragioni altrove accennate, può non aver avuto un’idea assai chiara di
una origine puramente storica e di piccolo o niuno religioso momento.
Il Talmud altrove (Chidduscin, 71) offre un curioso passo che diè
luogo ad un antico comentatore (Moarscia) a trovarvi un’allusione agli
Esseni sotto il nome di Nazirei. Il Talmud così si esprime «Colui che
dicesse: Sarò Nazireo _se non svelo i vizj di origine delle famiglie,
sia Nazireo e non le sveli_.» Qui il Moarscia chiosa dicendo: _Si
dee intendere mercè quanto scrive Giuseppe, esservi stato durante il
secondo Tempio una setta detta dei Nazirei, che amavano la solitudine
e i deserti per non cadere nel peccato di maldicenza. Perciò si legge
che se taluno dicesse sarò Nazireo se non svelerò ec. sia Nazireo,
poichè tale n’è invero il costume per quanto sia cotesto un voto non da
tutti laudato a cagione delle astenenze che importa. Tuttavia peggior
cosa sarebbe se per annullarlo si permettesse la maldicenza. Quindi si
taccia e sia Nazireo._ Questo senso dà noia all’autore rammemorato del
Biccoret Attalmud: (pag. 279) ma s’è vera la intelligenza ch’egli ci
porge, non si comprende come rimanga fermo il voto e sia Nazereo mentre
la condizione apposta, cioè quella di propalare le turpitudini delle
famiglie non si verifica nè si permette che si verifichi. Quindi ci
pare probabile il cenno agli Esseni che vuol trovarvi il _Moarscia_; ed
in ogni caso, è questa prova novella come non appena i nostri scrittori
ebbero a narrare o a ragionare degli Esseni, li qualificarono senza
esitanza quali veri e propri _Nazirei_, ossequio spontaneo e tanto
più concludente in favore della loro affinità originaria. L’autore
medesimo, non a bastanza penetrato dei vincoli strettissimi che
uniscono il Farisato nei suoi gradi più eminenti colla società degli
Esseni, va in cerca di contradizioni tra l’uno e l’altra. Fra queste
pone il _bianco vestire_ in onore nella seconda, in odio presso i
primi, e cita il Talmud Sota 22 e Meghilla 24. 2. Ma che cosa si legge
invero in ambo i luoghi? Nel primo: _Il tribunale supremo si vendichi
di coloro che si cuoprono di Gundé?_ Che cosa è _Gundé_? Per l’autore,
così pare, _abito bianco_. Non così però per _Rasci_ il quale chiosa
addirittura _abito nero_. Volesse pur dire _bianco_; non sarebbe altro
che un denunciare la ipocrisia di coloro che prendevano le sembianze
esteriori degli _Ottimi_ senza averne le virtù. Il secondo suona _Chi
dicesse non officierò nel Tempio con abiti di colore non officii
nemmeno coi bianchi_. E i comentatori: perchè era il bianco vestire
costume dei _Minim_ (eretici); ma 1º Non si vuol egli distinguere
tra il bianco vestire _volontario_ degli Esseni e l’_obbligatorio_
di questi Minim? Sappiamo non meno che gli Esseni vestivano talora
diversamente; di sacco p. e. 2º Probabilissimo è poi che in _Minim_
s’intenda i _primi cristiani_ come talvolta significa veramente; e se
così fosse, nulla di strano che il costume adottato da costoro tornasse
odioso a quegli stessi che lo avevano usato poc’anzi. È questo nella
natura dell’uomo, e corroborato da esempi? nostrali. Il Decalogo fu
soppresso nella orazione del mattino a cagione dei Minim; anche qui
probabilmente cristiani, che ridussero tutta l’antica legge al solo
Decalogo. 3º Infine insigni _Farisei_ vestono di bianco nel Talmud e
ne vanno ivi stesso celebrati, come ragionando del costume vedremo. Si
dirà ancora ch’era tal costume in odio?
[45] Un fatto generale ci avrebbe forse potuto dispensare da tutte
queste particolari citazioni; ed è la _presenza di Sinagoghe ebraiche
per tutta la distesa del romano impero_, le quali supponevano certo a
capo loro Rettori e Dottori. La storia evangelica ed apostolica è piena
di fatti che provano questa presenza, dovunque l’Evangelio fu predicato.
[46] La tradizione che ha per stile di trasformare nell’antica storia
ebraica gli avvenimenti guerreschi e politici in fatti dottrinali,
o in morali controversie, vede nella promessa di _Caleb. Chiunque
avrà battuto Kiriat Sefer e l’avrà presa, daragli Ahsà la figlia mia
in donna_, una ricompensa promessa a chiunque avesse molte leggi
restituite che erano cadute in oblio dopo la morte di Mosè. Nulla
di più paradossale a prima giunta di questa interpretazione; ma
quando riducasi a memoria che cosa questo nome di _Kiriat Sefer_
vuol significare, e quanto saviamente avvertiva Gioberti, facile
lo accorgersi come i dottori non abbiano inteso che appigliarsi
ad un felice addentellato in cui la espressione storica si presta
mirabilmente alla chiosa tradizionale; anzi con questo senso sino a
un certo punto s’identifica; volendo dire che colui che sarà da tanto
da sottentrare nell’officio che Kiriat Sefer adempiva nel concerto o
Antizionato dei popoli Cananei come _Archivio dello Stato_, e potrà
essere utilmente consultato in quella città come lo erano i suoi
abitanti Cananei, sarà rimunerato ec. Potremmo aggiungere che in questa
trasformazione di guerre politiche in lotte spirituali i dottori nostri
non si dilungarono punto dal genio che predomina nelle più antiche
epopee orientali.—Ma qui lasciamo per brevità; fidente che il lettore
compia il nostro pensiero, solo che attenda per breve istanti a ciò che
sono i poemi indiani del _Mahabaratta_ e del _Ramayana_.
[47] Vedi per la giustificazione di questo supposto, quanto è riferito
più oltre in nota a proposito di ciò che narra il Talmud sulle
occupazioni dei _Hasidim_.
[48] Simile circospezione ci viene narrata nel Talmud (Meghilla) dei
Traduttori del Pentateuco in greco per ordine di Filadelfo.
[49] Il citato frammento del Talmud forma subbietto di profonda
indagine nel rammentato Lessico _Ereh Millim_ del dottissimo sig.
Rapoport Rabbino di Praga. Ci sia permesso anzitutto costatare
coll’illustre autore la grande antichità di quel frammento, ch’egli
crede redatto o almeno formulato molto innanzi al Talmud in qualche
raccolta d’_Agadot_, che, come è noto, precorse il Talmud, e da cui
questo l’avrebbe copiato. Sono fondamento a questa plausibilissima
congettura, varie singolarità filologiche proprie ai libri Agaditici,
e che l’autore saviamente pone in luce. Quello che non potremmo mai
consentire al gran critico, si è la pretensione da esso accampata
di vedere nei savj e dottori del mezzogiorno, con cui Alessandro
favella, uomini _pagani_ anzichè _ebrei_, e più specialmente sacerdoti
_etiopici_ o _Brami_ indiani. Il testo ha un bel opporsi a questa
interpretazione mercè le parlanti intercalazioni che corrono fra
domanda e risposta. Il nostro autore con un colpo di magica verga le
dichiara posteriori addizioni al testo più antico; nel quale egli non
crede doversi ravvisare niuna traccia d’Ebraismo. Questo concetto
che l’illustre autore si forma degli interlocutori di Alessandro,
capovolgendo le basi su cui poggia tutto il nostro argomentare nel
testo, e facendo sparire una delle vestigia più splendide, che a senso
nostro abbiano lasciato gli Esseni nella Biblioteca rabbinica, merita,
anzi esige, che con qualche pazienza vi ci soffermiamo d’intorno, e lo
esaminiamo più davvicino. Si noti anzi tratto come:
Fra i neologismi nota il Rapoport _Atristun_ di cui dice non esservi la
radice nell’antico lessico _Aruh_. E pure egli non avrebbe dovuto che
gettare lo sguardo sopra _taris_ (bis) per vedere (in fine) il verbo
_taras_ col suo esempio tratto dal Talmud (Jevamot 121. 1).
Osserviamo ora le traccie d’ebraismo nel racconto Talmudico che il
Rapoport crede estraneo alla primitiva leggenda, e solo aggiunto,
vuoi nell’atto della redazione Talmudica, vuoi da copisti posteriori.
Lasciamo per ora quanto vi ha di arbitrario _a priori_ nello
scindere una narrazione omogenea in tanti frammenti di cui altri
avrebbero appartenuto al tessuto primitivo, ed altri sarebbero stati
introdotti posteriormente. Guardiamo solo se questo criterio comunque
inverosimile, è applicabile al fatto concreto.—In primo luogo, la
locuzione _Ziknè Anegheb_ non contiene veruna indicazione che miri
piuttosto ai pagani che ebrei.—Anzi il nome _Ziknè_ implica una
idea di venerabilità che male si affà, in bocca ai dottori, ai savj
gentili. Essi hanno altre locuzioni per indicare questi ultimi, e
non si comprende come qui se ne siano discostati; per esempio quella
di _savj gentili, hahme umot Aolam; Flosofim_, che sarebbero state
qui tanto più opportune, quanto meglio avrebbero posto in rilievo
l’opposizione che segue dei dottori israelitici (_Vakakamim omerim_)
intorno alla distanza dal cielo alla terra. Non ne conviene lo stesso
autore quando confessa che l’epiteto di _Zikné Anegheb_ ad indicare i
sacerdoti etiopi ed i brami, è _nuovo ed unico_ nello stile rabbinico?
Egli, è vero, non ne conclude che una maggiore antichità; ma non so
quanto sia lecito trovare anormalità, laddove la locuzione sembrerebbe
regolarissima ove intesa come noi la intendiamo, pei dottori dimoranti
nel sud di Palestina.
Potremo dunque noi vedere in questi _Zikné Anegheb_ altri che i dottori
meridionali celebri appo i Rabbini, par la loro squisita sapienza,
come attestano le citazioni, recate nel corpo dell’opera? Il Rapoport
crede che ciò non solo si possa, ma si debba. Per esso altro è _Negheb_
(mezzogiorno) da cui qui s’intitolano, altro _Darom_ (altro nome di
mezzogiorno) da cui altrove si qualificano. (op. cit., pag. 73, 1). Con
quanta ragione però non saprei dire, dappoichè è ovvio, che _Negheb_
e _Darom_ son due nomi egualmente approvati per mezzogiorno o sud;
come Iam e Maarab per occidente; e come levante e oriente nel nostro
idioma, onde, tanto vale Ziknè Anegheb quanto Zikné Darom. Si dirà che
altrove dissero per la parte meridionale di Palestina piuttosto Darom
che Negheb? Ciò non si nega, ma se prova qualcosa, ei prova piuttosto
l’antichità di questa tradizione che usa di un vocabolo che sa di
Arcaismo. Ma vi è nel Talmud un caso a cui pur non badò il Rapoport
per triplice ragione, conchiudente in favor nostro, non solo perchè
_Negheb_ vi è usato per mezzogiorno di Palestina; non solo perchè tutto
il frammento affetta uno stile ricercato e arcaico, ma anche perchè
fu usato appunto quando s’intese a significare (come nel nostro caso)
la gran scienza dei dottori meridionali. Narra il Talmud (Irubin pag.
53) di varj dottori che affettarono talvolta uno stile figurato e
antiquato, e tra gli altri accennando ad un collega che si era ritirato
nel Darom presso quei valenti teologi, per impararne la dottrina, si
dice «Nitiaaz bemahtir _veinghib limfiboscet_» _si volse al sud verso
Mefiboscet_, lochè, secondo comenta Rasci, vuol dire:—Si partì pel
mezzogiorno di Palestina verso i _Zikné Darom_ sopra gli altri tutti
dottissimi, e perciò detti Mefiboscet per la sua gran scienza ch’era
causa a David di vergogna. Le conseguenze si fan vedere ad ognuno. 1ª
Negheb, pel mezzogiorno di Palestina. 2ª Impronta di vetustà come nel
nostro caso. 3ª Infine usato ad indicare, a celebrare i dottori di
quelle regioni.
Il sig. Rapoport, come dicemmo, crede che questo sia uno dei casi in
cui si riferiscono dal Talmud le dispute o le divergenze occorse fra
i savj gentili e quelli d’Israel. Ma se questa fosse la intenzione
talmudica, non già colla semplice designazione di _Vakahomim omerim_
avrebbe indicata la dottrina israelitica, che ritorna solo allora che
sorge controversia fra i dottori israeliti medesimi, ma coll’altra
più peculiare ed esclusivamente usitata di _vekakmè israel omerim_
come ad esempio nel Talmud (_Pesakim_) ove è questione del moto delle
sfere e degli astri.—Non si nega per questo che la menzione della
dottrina del _Kakamim_ ed il ragionamento che segue non possano essere
stati aggiunti posteriormente al racconto primitivo, ma in ogni caso
provano ad esuberanza come a senso di chi operò tale aggiunta, e che
non può esser posteriore al Talmud, i savj con cui parlò Alessandro
fossero israeliti. E se ciò resulta da una aggiunta, resulta non meno
da una frase inseparabile dal tessuto primitivo, ed è quella di _Ziknè
Anegheb_ come abbiamo veduto. Altro indizio non meno appartenente al
tessuto primitivo è la prova che i _savj del mezzogiorno_ traggono
dalla genesi (_Scenneemar_) a provar l’anteriore creazione del cielo.
Avrebbero ciò fatto savj gentili? Il sig. Rapoport dirà che anche
questa è una intercalazione arbitraria. Ma in primo, ella fa troppo
parte integrale della redazione primitiva, per autorizzare il supposto;
e poi, prova ad ogni modo come il Talmud, anzi le versioni anteriori
al Talmud tenessero per fermo non altro essere i _Zikné Angheb_,
che dottori israeliti.—Questi alla domanda di Alessandro, quale tra
luce e tenebre abbia preceduto, si tacciono. Il Talmud dà a questo
silenzio un motivo che non si acconcia che ad uomini israeliti. E qui
come ognun vede il carattere israelitico investe l’ordine stesso dei
fatti, ed appare manifesto in uno dei suoi più singolari incidenti.
Si dirà qui pure che il silenzio loro ebbe altro motivo, e che il
Talmud ne escogetò tale che consuonasse colla origine israelitica
degli interrogati? Ma allora conviene trovare quale sia questo _altro_
motivo: e in ogni modo sarà una conferma di più, che il Talmud non
dubitò mai dell’ebraismo di quei dottori.
Ecco però l’argomento capitale, l’_Achille_ dell’illustre Rapoport;
ma che però, come l’eroe di questo nome, ha veramente vulnerabile il
calcagno.
Alessandro nel dialogo in questione conclude con questa domanda:
«_Perchè ci avete voi combattuto?_» E i dottori:—_Satan
vinse._—_Ebbene_, dice Alessandro, _voi sarete uccisi per regio
comando_.—Ed essi:—_Il potere è in mano dei Re; però ai Re non si
addice mentire._—Qui il sig. Rapoport pone, e non a torto, in rilievo
quanto la opinione che in questo _combattere_ intende un dissenso
religioso, il perseverare nell’Ebraismo, sia comento piuttosto forzato;
ma non avremo però bisogno per fuggire da questa chiosa improbabile
ricorrere ad una vera e propria guerra, la quale verrebbe, a senso
suo, da Alessandro rimproverata ai sacerdoti indiani, quali istigatori
di quella tra esso e Poro combattuta. Perocchè noi diciamo: Come non
un cenno, nè del teatro, nè della causa di questo rimprovero, nella
narrazione talmudica? Bisogna dire o che di gentili qui non si può
parlare, o almeno che gli autori della redazione che noi abbiamo
sott’occhio intesero per questi _savj del mezzogiorno_, veri e proprj
Israeliti; resultato al quale inevitabilmente riusciamo, da qualunque
parte prendiamo le mosse. Ma è poi inesplicabile la conclusione del
dialogo senza la divergenza religiosa, o la vera e propria guerra?
A credere mio, una terza via, ed è la buona, ci viene indicata dal
_Moarscià_, il quale vede nel rimprovero d’Alessandro un lamento
superbo della libertà colla quale avevano avvilito ogni più cara
cosa, onde egli andasse superbo;—la _Scienza_, quando risposero _che
il vero savio è l’uomo previdente_, e quanto poco egli lo fosse, gli
avvenimenti il dimostrano; il _valore_, il coraggio, quando dissero
_vero prode colui che vince le passioni_, nè di questa maniera di
prodezza ebbe Alessandro. Gli _averi, i beni, la potenza_, quando
chiamarono, _solo ricco colui che è lieto e sodisfatto di quanto
possiede_.—Qual più amara ironia della vita e delle idee di Alessandro!
Ma esso è preso più evidentemente di mira in altre loro sentenze.
S’ei chiede qual sia il modo di goder la vita essi rispondono di
mortificarla. S’ei cerca il mezzo di tornare agli uomini accetto,
essi gli additano il sistema opposto a quello che ei seguiva,
quello cioè d’odiare il regno ed il potere. Ed è appunto per questa
costante censura di tutti i suoi atti, e del suo genio, ch’ei chiede:
«Perchè mi combatteste?»—E si noti che _Atrastun_, che è il verbo
che noi traduciamo per _combatteste_, deriva da _Taris_, scudo, arma
esclusivamente difensiva, ed ha un senso peculiare che si addice
molto più a una lotta verbale, a una _ardita confutazione_ o meglio
_apologia_ o diatriba, che a una lotta a mano armata. Basta dire che
il Talmud chiama _Targati_ (_Baalè Terissin_) i _campioni più abili
nella controversia religiosa_ (Talmud Berakot) e che quell’altra sola
volta in cui questo verbo è usato nel Talmud (Jevabot, 121) è appunto
nel senso che noi crediamo, vale a dire di un’ardita _opposizione
scientifica_, come a un dipresso noi diciamo oggi _Polemica_ da
_Polemo_ guerra in Greco a significare ogni maniera di _Controversia_.
Che rispondono i _Zikné Anegheb_ ai lagni del Macedone? _Satan
vinse._—Per quelli che veggono nella sua domanda un senso religioso
ciò vuol dire:—«Satan vi vince e seduce coi sui errori, quindi fra
noi opposizione nel sentire religioso»—e questa interpretazione, come
si disse delle orazioni di Demostene, pute di lucerna. L’altra del
_Moarscià_ non è meno infelice; il senso suo significa, _Noi tuoi
avversari_ (Satan) _ti vincemmo colle ragioni_. E pel sig. Rapoport
che vuol Alessandro lamentarsi delle loro istigazioni alla guerra,
che cosa significa? Egli nol dice. Per noi il senso ci pare ovvio.
Alessandro si lagna del loro ardito linguaggio. Essi si scusano
dicendo. «Satan vinse.» Vale a dire, fu un mal genio che c’ispirò
questo parlare a te increscioso.—L’idea del _predominio di Satan_ per
significare una sventura che incoglie è usata nel Talmud dal medico
e astronomo Samuel, _Satanà bitrè ummé la sciallit_; e ciò che più
monta, ragionando come ragionano i dottori del mezzodì, con un pagano,
vale a dire coll’amico suo Ablat, che noi abbiamo gravi motivi per
credere non altri essere che lo stesso celebre _Plotino_ fondatore
della scuola Neoplatonica di Alessandria.—Un altro segno che questi
savj sono sacerdoti tebani, è pel Rapoport (pag. 71) il suggerimento
che porgono ad Alessandro per poter penetrare senza pericolo nei
deserti affricani. Notiamo come poco innanzi (pag. 69) ei vi vedesse
piuttosto etiopi o brami, e che ora divengono sacerdoti tebani come
più atti a porgere di questa specie consigli. Non sarebbe però questa
la prima volta che nel Talmud, filosofi e principi pagani ricorrono ai
dottori ebrei per lume e direzione; testimone fra gli altri i messaggi
che Antonino inviò ripetutamente a Giuda il santo per consultarlo
intorno ad affari di stato.—Ciò che non dee tacersi però si è, come
per espressa dichiarazione del Talmud questi suoi consiglieri, con
cui di nuovo confabula al suo ritorno, sono _Rabbanan_, vale a dire
i _nostri maestri_. Sono essi che vedendolo sorpreso perchè tutto il
suo argento e l’oro non bastasse a contrappesare un _occhio_ che aveva
riportato dalla sua visita in paradiso, gli porgono il consiglio di
provare a porvi sopra un po’ di terra.—Lo che fatto, torna al suo peso
naturale. Ora non è difficile scuoprire in questo significantissimo
consiglio la impronta della precedente conversazione con Alessandro, lo
stesso indirizzo morale, che in quella apparisce. E se autori del primo
sono _Rabbanan_, mestieri è credere che eglino stessi siano i primi
interlocutori.
Fosse pure provato che un doppio strato d’idee, di locuzioni si
distinguono nella redazione talmudica, che il primo appartiene ad età
più antica e nulla abbia di ebraico, l’altro ad epoca più moderna e
abbia israelitica impronta: ciò che non potrà in ogni caso negarsi si
è, che a senso dell’_ultima_ e _definitiva_ redazione talmudica tutte
le cose quivi narrate _si riferiscono ai dottori ebrei abitanti nel
mezzogiorno_. Ora quando pure ciò non avesse nessuna realtà storica,
basterebbe, nonostante, al nostro supposto, e bisognerebbe vedervi
egualmente un’allusione all’_Essenato_ colà abitante. Giacchè non è
possibile che il Talmud attribuisca tutti i fatti e gli incidenti
occorsi tra Alessandro e i sacerdoti tebani, ai dottori abitanti del
mezzogiorno, se ai tempi medesimi che quest’alterazione si operava,
nella tradizione più antica, non fossero esistiti dottori i quali tutte
le qualità riunissero atte a rendere verisimile l’applicazione che ad
essi si faceva di ciò che spettava in origine ai brami o ai sacerdoti
d’Egitto. Non è possibile, in una parola, che il Talmud rapisca ai suoi
veri proprietarj una veste per ricuoprirne un _Ente imaginario_. E ciò
basta, come diceva, per vedere nella _intenzione_ dei redattori del
Talmud una allusione trasparente allo Essenato. Questo resultato, non
è critica che ci possa rapire, ove pure si meni buona la ipotesi dello
illustre Rapoport.
[50] Il comento _Tossafot_ osserva (loc. cit.) come dal contesto
apparisca esser gli anziani del mezzogiorno, dell’ordine dei _Taneiti_.
Il sig. R. Rapoport Erek Millin, alla parola Alessandro a p. 73.—crede
poter fondarsi su quanto si legge (Talmud ivi pag. 22.) _Tacah lehu Res
Lachis lidromaé_; per dedurne che appartengono piuttosto all’ordine
successivo degli Emoraiti. Veramente la frase Talmudica non prova; e
tanto meno, quanto non si osserva nel contesto quella forma dialogica
che sarebbe stata seguita ove Res lachis (degli Emoraiti) avesse coi
dottori del mezzogiorno confabulato. Ma ove pure fosse provato che vi
erano _dottori meridionali_ che appartenevano all’ordine e all’epoca
degli Emoraiti, ciò non osta affatto al supposto che fossero Esseni,
siccome noi veramente crediamo, poichè Esseni esistevano in Palestina
tanto ai tempi tanaitici quanto a quelli più tardi degli Emoraiti.
Anzi, a veder bene, questo trovarsi nel Talmud dottori designati
coll’epiteto semplicissimo di _meridionali_, tanto in tempi antichi che
in altri posteriori, prova che si volle con ciò alludere piuttosto a
una _famiglia_ di savj che aveva _stanza comune e legale e conosciuta_
in quella contrada, che non a una dimora arbitraria che avrebbe
lasciato sempre incerto, di quai dottori a preferenza si favellasse.