Prima di abbandonare la questione dell’origine degli Esseni, facciamo

qui alcuni rilievi che recenti letture ci suggerivano. Il senso da

noi dato agli _Eunuchi_ d’Isaia, quello di precursori ed antenati

degli Esseni, fu avvertito da un Critico alemanno autore del _Biccoret

Attalmud_, pag. 273; se non che non diè valore ai _Proseleti_ che

allato degli _Eunuchi_ figurano nello stesso luogo d’Isaia (cap.

56), e ch’è indizio eloquente dell’origine da noi propugnata. Quanto

all’origine dai Nazereni, mentre è consentita da valenti scrittori

tra cui il _Graetz_, è invece combattuta dall’autore sopra ricordato.

Ond’è che non sarà discaro udirne le ragioni, e pesarne la forza. Egli

si giova di quanto si legge nel Talmud (_Nedarim X_) _essere usi gli

antichi Hasidem di far voto di Nazer_; dunque ei conclude, eran costoro

_Kasidim_ (cioè Esseni) prima che si votassero Nazirei. Il lettore

ricorda come cotesto passo fosse da noi noverato tra gli indizi che ci

favoriscono. Questo senso ostile che gli si vuol dare non ci par serio;

sia perchè può avere appunto inteso il Talmud di svelarci l’origine e

il carattere primitivo dei Hasidim; sia perchè il Talmud stesso per le

ragioni altrove accennate, può non aver avuto un’idea assai chiara di

una origine puramente storica e di piccolo o niuno religioso momento.

Il Talmud altrove (Chidduscin, 71) offre un curioso passo che diè

luogo ad un antico comentatore (Moarscia) a trovarvi un’allusione agli

Esseni sotto il nome di Nazirei. Il Talmud così si esprime «Colui che

dicesse: Sarò Nazireo _se non svelo i vizj di origine delle famiglie,

sia Nazireo e non le sveli_.» Qui il Moarscia chiosa dicendo: _Si

dee intendere mercè quanto scrive Giuseppe, esservi stato durante il

secondo Tempio una setta detta dei Nazirei, che amavano la solitudine

e i deserti per non cadere nel peccato di maldicenza. Perciò si legge

che se taluno dicesse sarò Nazireo se non svelerò ec. sia Nazireo,

poichè tale n’è invero il costume per quanto sia cotesto un voto non da

tutti laudato a cagione delle astenenze che importa. Tuttavia peggior

cosa sarebbe se per annullarlo si permettesse la maldicenza. Quindi si

taccia e sia Nazireo._ Questo senso dà noia all’autore rammemorato del

Biccoret Attalmud: (pag. 279) ma s’è vera la intelligenza ch’egli ci

porge, non si comprende come rimanga fermo il voto e sia Nazereo mentre

la condizione apposta, cioè quella di propalare le turpitudini delle

famiglie non si verifica nè si permette che si verifichi. Quindi ci

pare probabile il cenno agli Esseni che vuol trovarvi il _Moarscia_; ed

in ogni caso, è questa prova novella come non appena i nostri scrittori

ebbero a narrare o a ragionare degli Esseni, li qualificarono senza

esitanza quali veri e propri _Nazirei_, ossequio spontaneo e tanto

più concludente in favore della loro affinità originaria. L’autore

medesimo, non a bastanza penetrato dei vincoli strettissimi che

uniscono il Farisato nei suoi gradi più eminenti colla società degli

Esseni, va in cerca di contradizioni tra l’uno e l’altra. Fra queste

pone il _bianco vestire_ in onore nella seconda, in odio presso i

primi, e cita il Talmud Sota 22 e Meghilla 24. 2. Ma che cosa si legge

invero in ambo i luoghi? Nel primo: _Il tribunale supremo si vendichi

di coloro che si cuoprono di Gundé?_ Che cosa è _Gundé_? Per l’autore,

così pare, _abito bianco_. Non così però per _Rasci_ il quale chiosa

addirittura _abito nero_. Volesse pur dire _bianco_; non sarebbe altro

che un denunciare la ipocrisia di coloro che prendevano le sembianze

esteriori degli _Ottimi_ senza averne le virtù. Il secondo suona _Chi

dicesse non officierò nel Tempio con abiti di colore non officii

nemmeno coi bianchi_. E i comentatori: perchè era il bianco vestire

costume dei _Minim_ (eretici); ma 1º Non si vuol egli distinguere

tra il bianco vestire _volontario_ degli Esseni e l’_obbligatorio_

di questi Minim? Sappiamo non meno che gli Esseni vestivano talora

diversamente; di sacco p. e. 2º Probabilissimo è poi che in _Minim_

s’intenda i _primi cristiani_ come talvolta significa veramente; e se

così fosse, nulla di strano che il costume adottato da costoro tornasse

odioso a quegli stessi che lo avevano usato poc’anzi. È questo nella

natura dell’uomo, e corroborato da esempi? nostrali. Il Decalogo fu

soppresso nella orazione del mattino a cagione dei Minim; anche qui

probabilmente cristiani, che ridussero tutta l’antica legge al solo

Decalogo. 3º Infine insigni _Farisei_ vestono di bianco nel Talmud e

ne vanno ivi stesso celebrati, come ragionando del costume vedremo. Si

dirà ancora ch’era tal costume in odio?

[45] Un fatto generale ci avrebbe forse potuto dispensare da tutte

queste particolari citazioni; ed è la _presenza di Sinagoghe ebraiche

per tutta la distesa del romano impero_, le quali supponevano certo a

capo loro Rettori e Dottori. La storia evangelica ed apostolica è piena

di fatti che provano questa presenza, dovunque l’Evangelio fu predicato.

[46] La tradizione che ha per stile di trasformare nell’antica storia

ebraica gli avvenimenti guerreschi e politici in fatti dottrinali,

o in morali controversie, vede nella promessa di _Caleb. Chiunque

avrà battuto Kiriat Sefer e l’avrà presa, daragli Ahsà la figlia mia

in donna_, una ricompensa promessa a chiunque avesse molte leggi

restituite che erano cadute in oblio dopo la morte di Mosè. Nulla

di più paradossale a prima giunta di questa interpretazione; ma

quando riducasi a memoria che cosa questo nome di _Kiriat Sefer_

vuol significare, e quanto saviamente avvertiva Gioberti, facile

lo accorgersi come i dottori non abbiano inteso che appigliarsi

ad un felice addentellato in cui la espressione storica si presta

mirabilmente alla chiosa tradizionale; anzi con questo senso sino a

un certo punto s’identifica; volendo dire che colui che sarà da tanto

da sottentrare nell’officio che Kiriat Sefer adempiva nel concerto o

Antizionato dei popoli Cananei come _Archivio dello Stato_, e potrà

essere utilmente consultato in quella città come lo erano i suoi

abitanti Cananei, sarà rimunerato ec. Potremmo aggiungere che in questa

trasformazione di guerre politiche in lotte spirituali i dottori nostri

non si dilungarono punto dal genio che predomina nelle più antiche

epopee orientali.—Ma qui lasciamo per brevità; fidente che il lettore

compia il nostro pensiero, solo che attenda per breve istanti a ciò che

sono i poemi indiani del _Mahabaratta_ e del _Ramayana_.

[47] Vedi per la giustificazione di questo supposto, quanto è riferito

più oltre in nota a proposito di ciò che narra il Talmud sulle

occupazioni dei _Hasidim_.

[48] Simile circospezione ci viene narrata nel Talmud (Meghilla) dei

Traduttori del Pentateuco in greco per ordine di Filadelfo.

[49] Il citato frammento del Talmud forma subbietto di profonda

indagine nel rammentato Lessico _Ereh Millim_ del dottissimo sig.

Rapoport Rabbino di Praga. Ci sia permesso anzitutto costatare

coll’illustre autore la grande antichità di quel frammento, ch’egli

crede redatto o almeno formulato molto innanzi al Talmud in qualche

raccolta d’_Agadot_, che, come è noto, precorse il Talmud, e da cui

questo l’avrebbe copiato. Sono fondamento a questa plausibilissima

congettura, varie singolarità filologiche proprie ai libri Agaditici,

e che l’autore saviamente pone in luce. Quello che non potremmo mai

consentire al gran critico, si è la pretensione da esso accampata

di vedere nei savj e dottori del mezzogiorno, con cui Alessandro

favella, uomini _pagani_ anzichè _ebrei_, e più specialmente sacerdoti

_etiopici_ o _Brami_ indiani. Il testo ha un bel opporsi a questa

interpretazione mercè le parlanti intercalazioni che corrono fra

domanda e risposta. Il nostro autore con un colpo di magica verga le

dichiara posteriori addizioni al testo più antico; nel quale egli non

crede doversi ravvisare niuna traccia d’Ebraismo. Questo concetto

che l’illustre autore si forma degli interlocutori di Alessandro,

capovolgendo le basi su cui poggia tutto il nostro argomentare nel

testo, e facendo sparire una delle vestigia più splendide, che a senso

nostro abbiano lasciato gli Esseni nella Biblioteca rabbinica, merita,

anzi esige, che con qualche pazienza vi ci soffermiamo d’intorno, e lo

esaminiamo più davvicino. Si noti anzi tratto come:

Fra i neologismi nota il Rapoport _Atristun_ di cui dice non esservi la

radice nell’antico lessico _Aruh_. E pure egli non avrebbe dovuto che

gettare lo sguardo sopra _taris_ (bis) per vedere (in fine) il verbo

_taras_ col suo esempio tratto dal Talmud (Jevamot 121. 1).

Osserviamo ora le traccie d’ebraismo nel racconto Talmudico che il

Rapoport crede estraneo alla primitiva leggenda, e solo aggiunto,

vuoi nell’atto della redazione Talmudica, vuoi da copisti posteriori.

Lasciamo per ora quanto vi ha di arbitrario _a priori_ nello

scindere una narrazione omogenea in tanti frammenti di cui altri

avrebbero appartenuto al tessuto primitivo, ed altri sarebbero stati

introdotti posteriormente. Guardiamo solo se questo criterio comunque

inverosimile, è applicabile al fatto concreto.—In primo luogo, la

locuzione _Ziknè Anegheb_ non contiene veruna indicazione che miri

piuttosto ai pagani che ebrei.—Anzi il nome _Ziknè_ implica una

idea di venerabilità che male si affà, in bocca ai dottori, ai savj

gentili. Essi hanno altre locuzioni per indicare questi ultimi, e

non si comprende come qui se ne siano discostati; per esempio quella

di _savj gentili, hahme umot Aolam; Flosofim_, che sarebbero state

qui tanto più opportune, quanto meglio avrebbero posto in rilievo

l’opposizione che segue dei dottori israelitici (_Vakakamim omerim_)

intorno alla distanza dal cielo alla terra. Non ne conviene lo stesso

autore quando confessa che l’epiteto di _Zikné Anegheb_ ad indicare i

sacerdoti etiopi ed i brami, è _nuovo ed unico_ nello stile rabbinico?

Egli, è vero, non ne conclude che una maggiore antichità; ma non so

quanto sia lecito trovare anormalità, laddove la locuzione sembrerebbe

regolarissima ove intesa come noi la intendiamo, pei dottori dimoranti

nel sud di Palestina.

Potremo dunque noi vedere in questi _Zikné Anegheb_ altri che i dottori

meridionali celebri appo i Rabbini, par la loro squisita sapienza,

come attestano le citazioni, recate nel corpo dell’opera? Il Rapoport

crede che ciò non solo si possa, ma si debba. Per esso altro è _Negheb_

(mezzogiorno) da cui qui s’intitolano, altro _Darom_ (altro nome di

mezzogiorno) da cui altrove si qualificano. (op. cit., pag. 73, 1). Con

quanta ragione però non saprei dire, dappoichè è ovvio, che _Negheb_

e _Darom_ son due nomi egualmente approvati per mezzogiorno o sud;

come Iam e Maarab per occidente; e come levante e oriente nel nostro

idioma, onde, tanto vale Ziknè Anegheb quanto Zikné Darom. Si dirà che

altrove dissero per la parte meridionale di Palestina piuttosto Darom

che Negheb? Ciò non si nega, ma se prova qualcosa, ei prova piuttosto

l’antichità di questa tradizione che usa di un vocabolo che sa di

Arcaismo. Ma vi è nel Talmud un caso a cui pur non badò il Rapoport

per triplice ragione, conchiudente in favor nostro, non solo perchè

_Negheb_ vi è usato per mezzogiorno di Palestina; non solo perchè tutto

il frammento affetta uno stile ricercato e arcaico, ma anche perchè

fu usato appunto quando s’intese a significare (come nel nostro caso)

la gran scienza dei dottori meridionali. Narra il Talmud (Irubin pag.

53) di varj dottori che affettarono talvolta uno stile figurato e

antiquato, e tra gli altri accennando ad un collega che si era ritirato

nel Darom presso quei valenti teologi, per impararne la dottrina, si

dice «Nitiaaz bemahtir _veinghib limfiboscet_» _si volse al sud verso

Mefiboscet_, lochè, secondo comenta Rasci, vuol dire:—Si partì pel

mezzogiorno di Palestina verso i _Zikné Darom_ sopra gli altri tutti

dottissimi, e perciò detti Mefiboscet per la sua gran scienza ch’era

causa a David di vergogna. Le conseguenze si fan vedere ad ognuno. 1ª

Negheb, pel mezzogiorno di Palestina. 2ª Impronta di vetustà come nel

nostro caso. 3ª Infine usato ad indicare, a celebrare i dottori di

quelle regioni.

Il sig. Rapoport, come dicemmo, crede che questo sia uno dei casi in

cui si riferiscono dal Talmud le dispute o le divergenze occorse fra

i savj gentili e quelli d’Israel. Ma se questa fosse la intenzione

talmudica, non già colla semplice designazione di _Vakahomim omerim_

avrebbe indicata la dottrina israelitica, che ritorna solo allora che

sorge controversia fra i dottori israeliti medesimi, ma coll’altra

più peculiare ed esclusivamente usitata di _vekakmè israel omerim_

come ad esempio nel Talmud (_Pesakim_) ove è questione del moto delle

sfere e degli astri.—Non si nega per questo che la menzione della

dottrina del _Kakamim_ ed il ragionamento che segue non possano essere

stati aggiunti posteriormente al racconto primitivo, ma in ogni caso

provano ad esuberanza come a senso di chi operò tale aggiunta, e che

non può esser posteriore al Talmud, i savj con cui parlò Alessandro

fossero israeliti. E se ciò resulta da una aggiunta, resulta non meno

da una frase inseparabile dal tessuto primitivo, ed è quella di _Ziknè

Anegheb_ come abbiamo veduto. Altro indizio non meno appartenente al

tessuto primitivo è la prova che i _savj del mezzogiorno_ traggono

dalla genesi (_Scenneemar_) a provar l’anteriore creazione del cielo.

Avrebbero ciò fatto savj gentili? Il sig. Rapoport dirà che anche

questa è una intercalazione arbitraria. Ma in primo, ella fa troppo

parte integrale della redazione primitiva, per autorizzare il supposto;

e poi, prova ad ogni modo come il Talmud, anzi le versioni anteriori

al Talmud tenessero per fermo non altro essere i _Zikné Angheb_,

che dottori israeliti.—Questi alla domanda di Alessandro, quale tra

luce e tenebre abbia preceduto, si tacciono. Il Talmud dà a questo

silenzio un motivo che non si acconcia che ad uomini israeliti. E qui

come ognun vede il carattere israelitico investe l’ordine stesso dei

fatti, ed appare manifesto in uno dei suoi più singolari incidenti.

Si dirà qui pure che il silenzio loro ebbe altro motivo, e che il

Talmud ne escogetò tale che consuonasse colla origine israelitica

degli interrogati? Ma allora conviene trovare quale sia questo _altro_

motivo: e in ogni modo sarà una conferma di più, che il Talmud non

dubitò mai dell’ebraismo di quei dottori.

Ecco però l’argomento capitale, l’_Achille_ dell’illustre Rapoport;

ma che però, come l’eroe di questo nome, ha veramente vulnerabile il

calcagno.

Alessandro nel dialogo in questione conclude con questa domanda:

«_Perchè ci avete voi combattuto?_» E i dottori:—_Satan

vinse._—_Ebbene_, dice Alessandro, _voi sarete uccisi per regio

comando_.—Ed essi:—_Il potere è in mano dei Re; però ai Re non si

addice mentire._—Qui il sig. Rapoport pone, e non a torto, in rilievo

quanto la opinione che in questo _combattere_ intende un dissenso

religioso, il perseverare nell’Ebraismo, sia comento piuttosto forzato;

ma non avremo però bisogno per fuggire da questa chiosa improbabile

ricorrere ad una vera e propria guerra, la quale verrebbe, a senso

suo, da Alessandro rimproverata ai sacerdoti indiani, quali istigatori

di quella tra esso e Poro combattuta. Perocchè noi diciamo: Come non

un cenno, nè del teatro, nè della causa di questo rimprovero, nella

narrazione talmudica? Bisogna dire o che di gentili qui non si può

parlare, o almeno che gli autori della redazione che noi abbiamo

sott’occhio intesero per questi _savj del mezzogiorno_, veri e proprj

Israeliti; resultato al quale inevitabilmente riusciamo, da qualunque

parte prendiamo le mosse. Ma è poi inesplicabile la conclusione del

dialogo senza la divergenza religiosa, o la vera e propria guerra?

A credere mio, una terza via, ed è la buona, ci viene indicata dal

_Moarscià_, il quale vede nel rimprovero d’Alessandro un lamento

superbo della libertà colla quale avevano avvilito ogni più cara

cosa, onde egli andasse superbo;—la _Scienza_, quando risposero _che

il vero savio è l’uomo previdente_, e quanto poco egli lo fosse, gli

avvenimenti il dimostrano; il _valore_, il coraggio, quando dissero

_vero prode colui che vince le passioni_, nè di questa maniera di

prodezza ebbe Alessandro. Gli _averi, i beni, la potenza_, quando

chiamarono, _solo ricco colui che è lieto e sodisfatto di quanto

possiede_.—Qual più amara ironia della vita e delle idee di Alessandro!

Ma esso è preso più evidentemente di mira in altre loro sentenze.

S’ei chiede qual sia il modo di goder la vita essi rispondono di

mortificarla. S’ei cerca il mezzo di tornare agli uomini accetto,

essi gli additano il sistema opposto a quello che ei seguiva,

quello cioè d’odiare il regno ed il potere. Ed è appunto per questa

costante censura di tutti i suoi atti, e del suo genio, ch’ei chiede:

«Perchè mi combatteste?»—E si noti che _Atrastun_, che è il verbo

che noi traduciamo per _combatteste_, deriva da _Taris_, scudo, arma

esclusivamente difensiva, ed ha un senso peculiare che si addice

molto più a una lotta verbale, a una _ardita confutazione_ o meglio

_apologia_ o diatriba, che a una lotta a mano armata. Basta dire che

il Talmud chiama _Targati_ (_Baalè Terissin_) i _campioni più abili

nella controversia religiosa_ (Talmud Berakot) e che quell’altra sola

volta in cui questo verbo è usato nel Talmud (Jevabot, 121) è appunto

nel senso che noi crediamo, vale a dire di un’ardita _opposizione

scientifica_, come a un dipresso noi diciamo oggi _Polemica_ da

_Polemo_ guerra in Greco a significare ogni maniera di _Controversia_.

Che rispondono i _Zikné Anegheb_ ai lagni del Macedone? _Satan

vinse._—Per quelli che veggono nella sua domanda un senso religioso

ciò vuol dire:—«Satan vi vince e seduce coi sui errori, quindi fra

noi opposizione nel sentire religioso»—e questa interpretazione, come

si disse delle orazioni di Demostene, pute di lucerna. L’altra del

_Moarscià_ non è meno infelice; il senso suo significa, _Noi tuoi

avversari_ (Satan) _ti vincemmo colle ragioni_. E pel sig. Rapoport

che vuol Alessandro lamentarsi delle loro istigazioni alla guerra,

che cosa significa? Egli nol dice. Per noi il senso ci pare ovvio.

Alessandro si lagna del loro ardito linguaggio. Essi si scusano

dicendo. «Satan vinse.» Vale a dire, fu un mal genio che c’ispirò

questo parlare a te increscioso.—L’idea del _predominio di Satan_ per

significare una sventura che incoglie è usata nel Talmud dal medico

e astronomo Samuel, _Satanà bitrè ummé la sciallit_; e ciò che più

monta, ragionando come ragionano i dottori del mezzodì, con un pagano,

vale a dire coll’amico suo Ablat, che noi abbiamo gravi motivi per

credere non altri essere che lo stesso celebre _Plotino_ fondatore

della scuola Neoplatonica di Alessandria.—Un altro segno che questi

savj sono sacerdoti tebani, è pel Rapoport (pag. 71) il suggerimento

che porgono ad Alessandro per poter penetrare senza pericolo nei

deserti affricani. Notiamo come poco innanzi (pag. 69) ei vi vedesse

piuttosto etiopi o brami, e che ora divengono sacerdoti tebani come

più atti a porgere di questa specie consigli. Non sarebbe però questa

la prima volta che nel Talmud, filosofi e principi pagani ricorrono ai

dottori ebrei per lume e direzione; testimone fra gli altri i messaggi

che Antonino inviò ripetutamente a Giuda il santo per consultarlo

intorno ad affari di stato.—Ciò che non dee tacersi però si è, come

per espressa dichiarazione del Talmud questi suoi consiglieri, con

cui di nuovo confabula al suo ritorno, sono _Rabbanan_, vale a dire

i _nostri maestri_. Sono essi che vedendolo sorpreso perchè tutto il

suo argento e l’oro non bastasse a contrappesare un _occhio_ che aveva

riportato dalla sua visita in paradiso, gli porgono il consiglio di

provare a porvi sopra un po’ di terra.—Lo che fatto, torna al suo peso

naturale. Ora non è difficile scuoprire in questo significantissimo

consiglio la impronta della precedente conversazione con Alessandro, lo

stesso indirizzo morale, che in quella apparisce. E se autori del primo

sono _Rabbanan_, mestieri è credere che eglino stessi siano i primi

interlocutori.

Fosse pure provato che un doppio strato d’idee, di locuzioni si

distinguono nella redazione talmudica, che il primo appartiene ad età

più antica e nulla abbia di ebraico, l’altro ad epoca più moderna e

abbia israelitica impronta: ciò che non potrà in ogni caso negarsi si

è, che a senso dell’_ultima_ e _definitiva_ redazione talmudica tutte

le cose quivi narrate _si riferiscono ai dottori ebrei abitanti nel

mezzogiorno_. Ora quando pure ciò non avesse nessuna realtà storica,

basterebbe, nonostante, al nostro supposto, e bisognerebbe vedervi

egualmente un’allusione all’_Essenato_ colà abitante. Giacchè non è

possibile che il Talmud attribuisca tutti i fatti e gli incidenti

occorsi tra Alessandro e i sacerdoti tebani, ai dottori abitanti del

mezzogiorno, se ai tempi medesimi che quest’alterazione si operava,

nella tradizione più antica, non fossero esistiti dottori i quali tutte

le qualità riunissero atte a rendere verisimile l’applicazione che ad

essi si faceva di ciò che spettava in origine ai brami o ai sacerdoti

d’Egitto. Non è possibile, in una parola, che il Talmud rapisca ai suoi

veri proprietarj una veste per ricuoprirne un _Ente imaginario_. E ciò

basta, come diceva, per vedere nella _intenzione_ dei redattori del

Talmud una allusione trasparente allo Essenato. Questo resultato, non

è critica che ci possa rapire, ove pure si meni buona la ipotesi dello

illustre Rapoport.

[50] Il comento _Tossafot_ osserva (loc. cit.) come dal contesto

apparisca esser gli anziani del mezzogiorno, dell’ordine dei _Taneiti_.

Il sig. R. Rapoport Erek Millin, alla parola Alessandro a p. 73.—crede

poter fondarsi su quanto si legge (Talmud ivi pag. 22.) _Tacah lehu Res

Lachis lidromaé_; per dedurne che appartengono piuttosto all’ordine

successivo degli Emoraiti. Veramente la frase Talmudica non prova; e

tanto meno, quanto non si osserva nel contesto quella forma dialogica

che sarebbe stata seguita ove Res lachis (degli Emoraiti) avesse coi

dottori del mezzogiorno confabulato. Ma ove pure fosse provato che vi

erano _dottori meridionali_ che appartenevano all’ordine e all’epoca

degli Emoraiti, ciò non osta affatto al supposto che fossero Esseni,

siccome noi veramente crediamo, poichè Esseni esistevano in Palestina

tanto ai tempi tanaitici quanto a quelli più tardi degli Emoraiti.

Anzi, a veder bene, questo trovarsi nel Talmud dottori designati

coll’epiteto semplicissimo di _meridionali_, tanto in tempi antichi che

in altri posteriori, prova che si volle con ciò alludere piuttosto a

una _famiglia_ di savj che aveva _stanza comune e legale e conosciuta_

in quella contrada, che non a una dimora arbitraria che avrebbe

lasciato sempre incerto, di quai dottori a preferenza si favellasse.

Storia degli Esseni: Lezioni · 第 37 / 41 段