_crederò che dimostrino le due antichissime ed incomprensibili potenze
di colui che è la vera essenza, una delle quali crea, l’altra governa;
per quella vien chiamato Dio, con cui tutto l’universale fabbricò
ed adornò ma per la regale è chiamato Signore._ Testo preziosissimo
perchè informato senza meno delle idee teosofiche farisaiche. Basti
dire (senza grandi sviluppi che il luogo non consente) che della sacra
decade o dieci Emanazioni divine, la sapienza ch’è la vera essenza,
come dice Filone, e appunto per ciò chiamata _Ies_, Essenza, si
parte nei suoi due attributi, o in un _figlio_ ed una _figlia_ come
si esprime il linguaggio simbolico di essa teosofia, e questi figli
appunto sono in quella scienza stessa rappresentati dai due _Cherubini_
che poggiavano sul arca del Patto. Or quali idee esprimono essi?
Tali osiam dirlo, che concordano mirabilmente con quanto Filone va
significando. Il primo portato o figlio, è appunto la potenza creatrice
che _l’universo fabbricò ed adornò_ il _Demiurgo_ dei Platonici e come
_Creatore_ è pur anco _Rivelatore_ e fonte dei prodigii, conciossiachè
egli abbia dato le leggi al mondo; anzi che per esse leggi lo governi;
ed è rappresentato dal nome tetragramma di _Avoja_, il secondo
attributo o _figlia_, è alla lettera _la potenza regale_, come dice
Filone il _Regno_, _Malhut_, e come il nome lo significa, presiede
al governo del mondo. Per questo officio lo chiama Filone _Signore_
e appunto per ciò ha per suo distintivo in quella Teosofia il Nome
d’Adonai o Adon, e per far più mirabile l’analogia, il nome persino
onde nel Testo Greco si vale Filone il greco titolo di _Kirie_ Signore,
e appunto nel suo senso greco di Signore, conciossiachè sia cotesto uno
dei residui della lingua greca di cui si giovò lo stile familiare e la
teosofia dei Farisei.
A pag. 130. _Aveva_ (il sommo Pontefice) _una piastra d’oro a guisa
di corona scolpita di quattro lettere, di quel nome il quale è lecito
d’udire e nominare nel sacrificio, solamente a quelli che gli orecchi e
la lingua hanno colla sapienza purificato._ Da cui tolse Filone questo
divieto di profferire il nome quadrilettere se non nel Tempio? Non
certo nella Bibbia che di ciò non favella; sibbene nella tradizione
farisaica che appunto dispone doversi nel Tempio invocare Dio col nome
suo quale si scrive, e fuor del tempio con quel di _Signore_ e che per
l’autorità di Filone si palesa veridica e più antica di parecchi secoli.
A pag. 131. Ciò che segue è d’importanza ancor maggiore. «_Tal nome
dicono i Teologi essere di 4 lettere forse perchè significa i primi
numeri, uno, due, tre, quattro, perciocchè nel quaternario tutto si
contiene, e punto, e linea, e superficie, e solidità._» Si noti in
primo luogo come Filone non sia tanto qui originale spositore, ma si
faccia bensì interprete di ciò che _dicono i teologi_. Non sembra con
queste parole mostrarci a dito la sorgente a cui attinse? Che sarà se
troveremo pure gli insegnamenti conformi? In fatti i _Teologi_ ebrei
veggono nelle quattro lettere del nome divino, nè più nè meno di ciò
che vi trova Filone, o per dir meglio, ciò che vi trovano i _Teologi_ a
cui accenna. Queste lettere sono la _Iod_, la _E_, la _Vau_ e la _E_.
Ora per la prima intendono la emanazione _Sapienza_ detta ora, Uno (ed
in ciò consuona coll’_Uno_, o _Buono_ di Plotino e dei Neoplatonici)
ora, _punto_, (_Nekudda_;) per la seconda, vogliono significare la
emanazione _Bina_ o intendimento, chiamata per la stessa simbologia
matematica ora _due_ ora _linea_ (_Kau_;) per la terza accennano alla
sesta emanazione il _Logo_, _Daat_ o _Bellezza_, Tifheret, che è detto
il terzo patriarca, Israel a cui è promessa _larghezza_ senza confini
(_Nahala Beli Mesarim_) la quarta lettera, raffigura il _Regno_ ultima
emanazione, (_Malhut_) chiamata _Guf_.... Corpo Solido, Profondità
(Omek) ed anche quarto sostegno del trono, _reghel rebihi_. Aggiungiamo
per i dotti, che qui in Filone come nelle prime evoluzioni del domma
cristiano le due triadi principali della serie emanativa, Corona,
Sapienza, Intendimento da un lato, e Sapienza, Logo e Regno dall’altro,
si compenetrarono e confusero in guisa da sostenere talvolta l’officio
gli uni degli altri.
A pag. 136. _Parimente nel Razionale, il quale alla regione_ (Logos)
_ogni cosa disponente, si rassomiglia, perciocchè faceva mestieri che
il sacerdote che all’universal Padre porta preghi, adoperasse per
avvocato il perfettissimo suo figliuolo, ad ottenere degli errori
perdono._ Il razionale è come ognuno sa un quadrato di porpora
giacinto ec., che il sommo pontefice recava sul petto. Questo come
tutte le altre parti del culto ha un senso simbolico, teosofico nella
scienza recondita e nel suo gran codice il Zohar. Qual è questo senso
nel razionale? Non so se m’illuda, ma parmi l’identità e non solo
l’analogia d’idee, evidentissima. L’emanazione Tifheret, o _Logos_ è
per i Teosofi la ragione (_Daat_, _Logos_) il _figlio_, e per aggiunta
_perfettissimo_ (_Ben_, _Tam_, _Tamim_.) Chi direbbe che ciò appunto
significa il Razionale per i Teosofi? Eppure nulla di più dimostrato
per chi legga nel Zohar, vol 2, pag. 230 e nel Meore Or. Di fronte a
questa splendida conformità non insisteremo sull’officio di _Difensore_
e per dirla nel linguaggio cristiano e che probabilmente Filone
adoperò, di _Paracleto_ attribuito a esso figlio, Ragione. Diremo solo
che neppur esso manca per completare la rassomiglianza fra il Logos o
Ragione di _Filone_ e il figlio o Ragione dei Teosofi Ebrei. Notiamo
ancora di fuga che il nome di Razionale derivò, a quanto pare, a questa
veste dall’_epitetto Mispat di giustizia_ che porta nel Pentateuco.
A pag. 145. _Nè potendo fare di non credere all’oracolo, come mezzano
e arbitro del divino concetto._ Fraseologia incomprensibile se non si
raffronti allo stile ed ai simboli teosofici dei Farisei, pei quali
l’oracolo o l’eco, è lo _Spirito Santo_ il _Regno_, chiamato appunto
Mezzano (_Sirsur_, _emzahi_, _Malah_) _Interprete_, _Turcimanno_
(Torgheman) del divino concetto, cioè dell’_Idea_ del Logo, della
Ragione.
A pag. 157. _Più oltre passando ed il_ TUTTO _bestemiando, niente
addietro lasciò._ Bestemmiare il _tutto_ è frase che vuole spiegazione.
Se la traduzione del greco è esatta, non è possibile astenersi dal
vedere in questo _tutto_ o _Pan_, uno dei nomi più legittimi di
parecchie tralle emanazioni farisaiche col tutto.
Ibid. La legge del Sacrilegio interpretata dai Dottori esige che il
bestemmiatore si faccia ad esecrare il nome dl Dio, col nome di Dio
stesso, Dio invocando contro Dio medesimo; e come dice il Talmud
(_Iacchè Iosà et Iosè_) forma che altra non fu mai non so se più
mostruosa o paradossale. Ma tanto più concludente se si troverà in
Filone. Si oda lo stesso, a pag. 157.... _la sfrenata bocca obbedendo
ec., sogliono senza dubbio bene spesso, o uomo, qualche mostruosa
sceleraggine commettere. Or dimmi saravvi chi esecrerà Dio? Quale
altro Dio a questa esecrazione chiamerà? Non chiamerà egli stesso
contro lui stesso?_ Queste parole non han bisogno comento. Offrono un
eloquentissimo indizio di quella fratellanza d’idee che noi asserimmo
tra Filone e i Farisei.
A pag. 158. Quando Moisè dice «_Ognuno che avrà maledetto il suo
Dio porterà il suo peccato._» Filone intende pegli Dei dei Gentili,
aggiungendo, _acciocchè nessun discepolo di Mosè si avvezzi a stimar
poco il nome di Dio che sempre stimò_. Giuseppe Flavio consente in
quella intelligenza del Testo Mosaico col nostro Filone; ma finchè non
fossero che questi due scrittori, un dubbio naturalissimo potrebbe
sorgere non forse volessero per siffatta guisa amicarsi la opinione dei
Pagani, e fare da essi estimare la legislazione mosaica. Ciò che ne
interdice di così giudicare ella è l’autorità del Zohar, doppiamente
preziosa, vuoi perchè chiarisce ingenua e spontanea la interpretazione
dei due scrittori greci con essi consentendo, vuoi perchè ne porge un
nuovo anello onde connettere costoro, e specialmente Filone, colla
teologia acroamatica e coi principii che ispirarono al zohar la stessa
interdizione di Giuseppe e Filone. Vedi mie note critiche al Pentateuco
nell’opera mia Ebraica Em lamicra, Levitico Cap. 24.
A pag. 159. La tradizione trova mal fatto chiamare il proprio genitore
per nome, sia egli presente o lontano, e quando pure si qualifichi con
qualsiasi titolo onorifico. Non è egli in sommo grado parlante trovare
la stessa inibizione in Filone? «_Perciocchè_ (egli dice) _neppure il
nome dei mortali genitori_, QUELLI CHE OSSERVANO LA PIETÀ _ardiscono
nominare, ma lasciando per riverenza i nomi propri, dei naturali si
servono, chiamandoli Padre e Madre._
A pag. 160. Chiama vera filosofia, alla quale l’Ebreo attende il giorno
del Sabato, quella che in sè questi soli tre capi contiene, _opinioni_,
_detti_, ed _opere_. È degno di nota, da una parte come la tradizione
esiga il riposo sabbatico, non solo nelle opere ma eziandio nei _detti_
e nel _pensiero_, astenendosi da parole o cogitazioni che non siano
di preghiere o di studio; e dall’altro come il culto perfetto secondo
i Teosofi ebrei consista appunto nella consacrazione dei _pensieri_,
dei _detti_, delle _opere_, al servizio divino _Mahasabà_, _Dibbur_,
_Maasè_.
A pag. 170. La legge di successione registrata nel Libro dei Numeri,
tace del Padre, come erede del proprio figlio. Si oda Filone....
_perciocchè pazzia sarebbe credere che lo Zio come fratello del
Padre fosse erede del figliuolo ed il proprio padre non fosse erede
del figliuolo; ma perchè la legge di natura comanda che i figliuoli
succedano nei beni dei padri e non i padri in quei dei figliuoli, di
questi non parlò come di cosa di tristo augurio e contrario all’amore
paterno._ ACCENNÒ _nondimeno tacitamente che quel benefizio che ai
zij permette doversi ai Padri ancora esser conceduto_: Triplice
conformità coi Talmudisti. 1º Nel riconoscere nel Padre il diritto di
successione al figlio, nonostante il silenzio del Testo. 2º Nel valore
conceduto alla causa di questo silenzio; cioè come cosa di tristo
augurio; ragione che il Talmud stesso invocava nel trattato Batrà,
_Cap. 3º_.—; 3º nel convenire che fa Filone, avere Mosè _tacitamente
accennato_ questo diritto del Padre; sistema d’interpretazione in uso
presso i Farisei i quali dal proibito incesto colla nipote, traggono
per illazione _de minori ad majus_ quella della figlia stessa e dalla
parola _Scèero_ che si legge nel Testo Mosaico concludono doversi
attendere anzi tutto al diritto del padre, verace _parente_ e _carnale_
come _Scèero_ appunto significa.
Noi abbiamo fin qui indagato nella intima natura di questi raffronti,
il pensiero comune tra la tradizione farisaica e Filone; e crediamo
avere il risultato risposto pienamente alla nostra aspettazione.
Rimarrebbe però a desiderarsi che oltre queste concordanze di fatto
che offre Filone colla tradizione, ci ponesse egli stesso sulla via
per risalire alla origine della tradizione e qualche cosa dicesse
che accennasse appunto avere egli da questa fonte attinto che noi
presumiamo. Ognun vede la grande importanza di questo deposto di
Filone, se pur vi fosse. Avventurosamente egli esiste ed è nei termini
seguenti ai quali vuolsi gran peso concedere. «_Ma io la invidia di
costoro trapassando desidero esprimere di un tal uomo quello che mi
hanno insegnato i Sacri libri che egli lasciò.... e che_ IO HO APPRESO
DA ALCUNI VECCHI DELLA NOSTRA GENTE I QUALI SEMPRE ALL’ANTICA LETTURA,
ALCUNA COSA SOLEVANO AGGIUNGERE, ONDE MAGGIORMENTE LA VITA DI LUI HO
POTUTO CONOSCERE.» Questa preziosissima confessione pone il suggello
a quanto fu da noi intieramente dimostrato per via di raffronti e la
sorgente tradizionale non poteva essere meglio dimostrata a dito, di
ciò che si fa in queste parole.
(_Vita di Mosè in principio._)
[25] _Revue des Deux-Mondes_, V, 745.
[26] Questo studio rigorosissimo di purità sino al punto di preterire
doveri sì sacrosanti ci può far comprendere il valore di certe parole
del Fondatore del Cristianesimo. _Lasciate i morti seppellire i loro
morti. Chi non odierà il Padre, la Madre, il fratello per amor mio non
sarà degno di seguirmi. Donna, questi sono mia Madre e questi i miei
fratelli._ Non è nostro officio sindacare di queste sentenze il valore
_morale_; sibbene il _critico_. Ora noi fondatamente asseveriamo non
d’altronde derivare se non da quel concetto che di se medesimo mirava a
far prevalere e che altrove abbiam già veduto informare le sue parole;
quello cioè di _Tempio vivo e vero ed erede delle prerogative tutte del
Tempio reale allora esistente_. Quindi per naturale illazione tutti
i doveri che cessavano alle soglie del Tempio non potevano più avere
niun diritto alla sua osservanza nè a quello dei seguaci. Vediamo
infatti non per altro motivo giustificarsi da Gesù le infrazioni del
sabato e delle leggi dietetiche se non dicendo esservi allora presente.
_Qualcheduno maggiore del Tempio._ Notabilissimo poi è che il _Zoar_ dà
la qualità di _Tempio_ al Dottore Cabbalista (Vol 3º Sez. _Zau_); nuovo
indizio delle origini _essenico-cabbalistiche_ del Cristianesimo.
[27] Risulta dal Testo sacro per duplice motivo e in duplice senso,
chiamarsi il Nazireo con questo nome, nel senso di _separazione_ e
nel senso di _corona_. Ciò prova come la nomenclatura biblica sia
_polisensa_, e come bene si appongano i dottori, cercando, oltre la
indicazione biblica, altro senso nel nome di quei personaggi. Non meno
questo fatto resulta evidente nei nomi apposti ai figli di Giacobbe;
per esempio, Giuseppe, ove anche il senso di _ritrarre_, _cessare_
l’onta dell’orbamento, è accennato dal Testo stesso, allato dell’altro
più appariscente di _aggiungere_, _aumentare_; e di altri non meno,
come avvertimmo nelle nostre note al Pentateuco in lingua ebraica (_Em
lammicrà_, Genesi, cap. I). Questa multiformità di sensi può darci la
chiave di alcune anomalie, non ancora perfettamente risolute; qual è, a
mo’ d’esempio, la poca convenienza che si nota tra certi nomi biblici
nella loro _attual giacitura_, e la etimologia che ne assegna la stessa
Scrittura; così _Cain_ mal consuona col _Canisti_, da cui si vuole
derivato; _Noè_ con _Jenahamenu_, _Samuel_ con _Seiltiv_, ed altri,
che nel nostro sistema avrebbero avuta altra significazione, eziandio
taciuta dal Testo. Si spiegherebbe ancora come siano rimaste in credito
certe derivazioni pugnanti colla esplicita dichiarazione del Testo,
qual è, ad esempio, la origine del nome _Mosè_, secondo la Scrittura,
dal verbo ebraico _Masa_ e secondo Filone (_Vita di Mosè_) dal nome
egiziano d’acqua, _mos_. Non è improbabile l’ipotesi che i primi
cristiani siansi detti _Nazareni_, nel senso di Nazirei, piuttosto
che in quello di _originarj della città di Nazaret_, etimologia poco
ammissibile, e per avventura immaginata quando l’antica origine
dell’Essenato, cominciò a venir meno nella memoria degli uomini.
[28] Chi sa che l’atto di Geremia nel propinare il vino ai Recabiti non
sia una di quelle solite parodie onde i profeti solevano contraffare
le prevaricazioni del popolo per fargliene rimprovero. Avremmo quindi
l’iniziazione e il magistero profetico nei Recabiti eziandio, ai quali
era dato il vino come antidoto, siccome ai suoi coetanei rimprovera
Amos; e intenderemmo meglio le promesse fatte ai Recabiti da Geremia
che suonano così magnifiche. È strana dopo le cose dette fin qui
l’opinione di coloro che si ostinano a vedere nell’uso generoso del
vino una preparazione necessaria e consueta all’officio di profezia tra
il popolo nostro.
[29] L’origine essenica del cristianesimo trova un eloquente riscontro
nella foggia di vivere e di vestire del Precursore che da un lato
risponde al suo prototipo di Elia di cui adempie le parti; dall’altro
non meno bene si confà all’antico uso dei profeti e degli Esseni.
[30] Dante è Maestro in siffatte similitudini; solo che alla Sapienza
rivelata, alla Teosofia si sostituisca la _filosofia_ detta da esso
«_la bellissima e famosissima figlia dell’imperadore dell’universo_.»
[31] A chi volesse vedere nella _purità e bianchezza_ dei Nazirei in
Geremia, la delicatezza o candor della pelle, dimanderemmo ci dicesse
perchè singolarmente si specificano qui i Nazirei. La similitudine
poi della _Neve_, usata, come nota Rasci in Daniel, a indicare la
purità delle vesti, non è tralle menome prove che mostrano quanto
bene il padre di tutti i chiosatori si sia egregiamente apposto
nell’interpretare per le vesti.
[32] È questo uno degli infiniti esempj in cui la Pratica posteriore a
Mosè soperchiandone i dettati o diversificandone l’indizio manifesto di
una tradizione è coimperante in Israel colla legge scritta. Infatti la
Storia biblica ci mostra in pratica il _Nazerato perpetuo_. Ma dov’è
egli preveduto e regolato nel testo mosaico? In nessun luogo.
[33] Abbiamo udito la scrittura parlare di santità a proposito dei
Nazirei. Ora è bene che si sappia che ogni qualvolta il nome di santo
è usato nel senso di astinenza o di perfezione religiosa la traduzione
aramea è sempre _Parus_. L’atto stesso del votarsi al Nazirato
_Iafli_ è tradotto dal Parafrasta Caldeo _Jefares_; da ciò il nome
dell’angiolo apparso al padre di Sansone se in ebraico è detto _Peli_
in arameo è tradotto _Meforas_; nè altro è da intendersi nel titolo
di Meforas dato dai Rabbini al titragramma se non il nome _separato_
e _distinto_ per eccellenza. Qui sarebbe luogo di diffondersi sopra
una obiezione speciosa che questo nome di _Parus_ potrebbe suscitare
contro l’antichità del Zohar. Tra le tante vestigia di tempi moderni
che i critici vollero trovarvi, ora nello stile ora nelle dottrine, non
mi venne fatto d’imbattermi in una che tutte le vince in speciosità
e verosimiglianza e che pure mirabilmente si solve alla luce delle
cose accennate. Le intelligenze superiori angeliche sono dette nel
Zoar _Periscian_: vale a dire intelligenze separate. Ora per poco
che si abbia contezza della filosofia aristotelica, specialmente del
peripatetismo arabico, facile sarà ricordarsi come in questi sistemi,
_intelligenze separate_ siano dette le intelligenze angeliche perchè
immateriali e incorporee. Come non dubitare di una traccia della
filosofia araba e della sua fraseologia nelle pagine del Zoar? Nelle
mie note su quel libro in lingua ebraica osservai che non v’ha ragione
di credere piuttosto a una derivazione arabo-aristotelica e quindi
posteriore, che ad una origine greca, platonica o aristotelica e
quindi più antica, ove meglio non si accetti la originalità del Zohar
nel coniare questo epiteto. Ora aggiungo che il _Parus_, usato dalle
tradizioni aramee per indicare la santità in genere, conviene che
nulla più, alla frase ed all’uso che il Zohar ne ha fatto, trattandosi
d’intelligenze angeliche chiamate dai Profeti antonomasticamente Santi;
e che il _Mefaras_ del Parafrasta Ionatan applicato all’angiolo è di
una convenienza difficile a vulnerarsi col Perisan del Zoar inteso per
gli angioli.
[34] Il Talmud pare, è vero, non alludere che ad un oggetto speciale
esclusivo, cioè di porsi in grado di offrire una specie di sacrifizio
che solo la merce del Nazirato avrebbe potuto presentare. Tuttavia chi
conosca come il Talmud Babilonico sia stato scritto più di sei secoli
dopo i più bei tempi dell’Essenato; in terra, e tra costumi tanto dai
loro diversi, non stenterà a credere che lo scopo universalissimo del
_Hasidim_ nel farsi Nazirei, o per dir meglio la medesimezza dei due
personaggi siasi circoscritta nel Talmud e considerata da un solo punto
di vista.
[35] Vegga il lettore tra i raffronti da noi stabiliti nella nota 3,
pag. 90, tra Filone e la tradizione farisaica, la memoria di questa
volontaria continenza mosaica nel filosofo alessandrino. Ragion di più
per farle acquistare peso e autorità.
[36] Questa stessa trasformazione dell’eccezione in regola del precetto
morale in Cerelo, costituisce uno dei passaggi originarj dall’Etraesmo
al Cristianesimo.
[37] Questa bellissima idea, che Paolo presentò ai Pagani nella
similitudine dell’ulivo selvatico, appartiene in origine ai dottori
interpretanti la promessa ad Abraham: _E saranno in te benedette tutte
le genti della terra._ Il verbo ebraico _venibrehu_, che suona _saranno
benedetti_, è suscettibile dell’altro senso d’_innesto_, ed è appunto
su questo che i Dottori insisterono veggendovi l’_innesto_ di tratto in
tratto operatosi, di un ramo gentile sul tronco ebraico.
[38] Le istituzioni e gli offici sono come le scienze. Dapprima confusi
e concentrati in una sola persona, non cominciano a distinguersi che in
progresso di tempo. Perciò il sacerdozio fu anticamente centro in cui
conversero tutti i rami del sapere e tutti i sociali maestrati, appunto
siccome quello che tutti sovrasta. L’ebraismo stesso, per quanto
non abbia seguito la legge comune, lenta, regolare del progresso, e
sia sorto, come avverte l’autore del Kuzari (libro meditato pure da
Guido Cavalcanti, come ci ammoniva l’illustre Mamiani), a guisa delle
creazioni in un _Fiat_; pure non è sì che la legge di unione primitiva
non si verifichi in esso ancora comecchè per breve istante. Difatti è
sentenza dei dottori corroborata eziandio da qualche cenno del Testo
che nei sette giorni d’inaugurazione del tabernacolo il ministero
sacerdotale fosse assunto e concentrato temporariamente in _Mosè_
siccome Jerofante e Iniziatore, il quale da quell’ora in poi tornò
semplice Levita e subordinato ad Aaron.
[39] Non si attribuisca questo _vivere nelle tende_ a costumi tuttavia
rozzi e primitivi. Nè i Cananei sposseduti, nè gli Israeliti erano
allora in tal grado di barbarie da non aver ancora case costruite.
Esempj di case anteriori a questi fatti non mancano nella Bibbia. Sin
dai tempi di Mosè egli promette loro nella Palestina _Case piene di
ogni bene che voi non avrete ricolmo_; prevede e regola _la costruzione
di nuove case_ e impone il _riparo_ sul tetto. Contempla e prescrive le
regole per purificare le case colla demolizione delle antiche _mura_, e
colla introduzione di nuovo _materiale_. Egli è quindi indispensabile
credere che se ai tempi tanto più posteriori di Devora i Cheniti
abitavano sotto le tende, così facessero non per altra cagione di
quella che indusse a così fare i loro nepoti a’ tempi tanto più moderni
di Geremia, che il vide e li lasciò viventi _fuori della città sotto le
tende_.
[40] _Isaia_, cap. 1.
[41] Lo avere questa sentenza origine nel Zohar, lungi dal detrarre del
suo valore ne accresce anzi il pregio per ognuno che ricordi essere a
senso nostro non altro gli Esseni che i predecessori dei Kabbalisti
o Teosofi moderni, appo i quali si troverebbe pertanto la stessa
denominazione di _Eunuchi_.
[42] Questa lezione era da lungo tempo scritta quando mi venne fatto
d’imbattermi nel florilegio talmudico (En Israel), ediz. Königsberg,
e preceduto da bella e dotta introduzione di scrittore moderno.
L’autore, ragionando intorno ai versi d’Isaia di cui è parola, esce
fuora con questa interpretazione, che se non coincide appuntino colla
intelligenza che qui si attribuisce al Testo, pure di molto le si
avvicina, e stabilisce un principio e accenna una idea generale che non
può trovare la sua realtà concreta, il suo adempimento storico, che
nella ipotesi nostra. Ecco le sue parole: «_Vuole Isaia significare
come allora vi fossero uomini assai che renunciato avevano ad ogni
piacere mondano, nè tolto avevano donna; ma attendevano in solitudine
con grande amore al culto religioso, nel Tempio divino, e tanto
avveniva altresì degli stranieri, vale a dire dei Gabaonti._»
[43] Pel lettore che sa di ebraico non fan mestieri spiegazioni. Pegli
altri, diremo solo che tutto il ragionamento presente tende a provare
come il verbo _Omed lefanai_ usato in Geremia a proposito degli Esseni,
è suscettibile, in forza degli arrecati esempi, dei sensi che qui si
accennano.
[44] Tra i trasportati in Babilonia, la storia biblica annovera
_charas veamasgher_ alla lettera _falegnami e fabbroferrai_. La
tradizione ne fa altrettanti _maestri e dottori_; ed è notabile:
primo, che Masgher può avere senso di claustro, di reclusione, e poi
che il Talmud Gerosolimitano su questo verso (Nedarim, IV) chiosa
_Ellu ahaberim_, _Sono questi i soci_. Quanto questa frase convenga
agli Esseni ognuno il vede; e non si sarà dileguato dalla memoria
dei lettori quanto congetturava il dottissimo R. Rapoport intorno al
senso della parola _Esseni_ che vale al dire di lui quanto _socio_,
_compagno_ da _Jso_ Arameo. Sotto altra forma l’appellativo di socio
è attribuito ai Farisei nel nome Amit (Talmud Tract Sciabuot, cap.
IV). Quanto alla identità originaria di Esseni e di Recabiti non
d’altronde sembra muovere l’Heckers, (Istoria della medicina, 42) se
non da tale premessa, quando scrive: «_Gli Israeliti, spezzato il
giogo di Babilonia, si dedicarono alla vita contemplativa e solitaria
e fondarono la setta degli Anacoreti_ (Geremia XXXV), _i quali privi
delle scienze naturali operano colla fede e cogli scongiuri cure
portentose_.» Qui ognun vede come Recabiti ed Esseni pongano in comune
i loro caratteri.
* * * * *