[21] I fatti dall’illustre sig. _Frank_ allegati, se provano

improbabilissima un’influenza decisiva tra le due capitali e le due

civiltà, non bastano però ad escludere ogni qualsiasi ascendente.

Questo anzi è provato da quelle non scarse nozioni che di Alessandria

e del suo ebraismo tralucono negli scritti dei dottori, e da quelle

comunicazioni che la mercè dei viaggi intrapresi da varj cospicui

dottori, non cessarono di rinnovarsi di tratto in tratto tra i

due paesi. Il Talmud è ricco di notizie intorno all’organamento

dell’ebraismo nella capitale dei Tolomei. Si rende ragione dei

tribunali ebraici di Alessandria (Talmud Ketubot 25, 1), si magnifica

la ricchezza delle sue _Basiliche_ e delle Cattedre su cui siedevano

pro-tribunali settanta dei più cospicui fra i cittadini; si descrive la

magnificenza e le forme del culto, sino ai più minuti particolari della

costruzione di quel tempio (Talmud Succa Babilonico e Gerosolomitano).

Si mostra contezza delle loro arti (Moed Katan 26), degli abusi,

delle prepotenze che si usavano sulle fidanzate altrui (Mezihà 104,

1), dei loro costumi dissoluti (Medras Ester in principio), della

loro propensione alla magia (Ibidem e Kidduscin 49, 2). Ma ciò che

più monta, sono i viaggi che si narrano dal Talmud colà intrapresi in

varie epoche dai dottori Palestinesi. Non parleremo di _Onia_, che

sugli esordj del secondo tempio, si recò dalla Palestina in Egitto, e

vi fondò quel tempio che ne porta il nome. Si disputa nel Talmud se il

tempio elevato da Onia in Egitto fu tempio dedicato al culto del vero

Dio, o a un culto idolatrico. La prima opinione sembra prevalere. Ciò

che importa non meno sapere, è una curiosa aggiunta che il Maimonide si

permette fare nella storia del soggiorno di quest’Onia in Egitto, della

quale, a quanto io mi sappia, non vi ha memoria negli antichi monumenti

rabbinici. Il Maimonide, nel suo comento alla Miscnà (Trattato

Menahot), ragionando di Onia, ne fa sapere che trovato avendo costui

in Egitto una setta per nome _Kabtazar_, con essa si accontò o per

dir meglio si fece suo capo. _Kabtazar_ è invero il nome che si legge

almeno nel comento stesso voltato dall’arabo all’ebraico. Però era

naturale in me il dubbio che qualche altro nome ben altramente storico,

sotto queste mentite sembianze si nascondesse. Infatti, la idea mi

occorse che per questo nome guasto e corrotto di _Kabtazar_, si volesse

significare per avventura i _Copti_; e per quanto la congettura mi

sembrasse non infelice, pure non mi attentai a soscrivervi seriamente

se prima non ebbi e l’attestato di antico documento e l’adesione di

uomo competentissimo. Questo è l’illustre amico mio sig. Salomone Munk,

socio dell’accademia delle Iscrizioni e belle lettere di Parigi, al

quale m’indirizzai in cerca di notizie; e che con isquisita benevolenza

risposemi nei termini seguenti: «Quant au mot Kabtazar, sur le quel

vous me faites l’honneur de m’interroger, c’est tout simplement une

faute d’impression, ou une faute de copiste dans la version hébraïque

de commentaire de Maïmonide. La véritable leçon est _Kobt Masr_,

et comme vous l’avez bien deviné dans un premier moment il s’agit

ici des Coptes anciens ou des Egyptiens indigènes, par opposition

aux Grecs qui depuis Alexandre s’étaient établis en grand nombre en

Egypte. Maïmonide veut dire qu’Onia gagna un grand nombre d’Egyptiens

indigènes, qu’il convertit au Judaisme. (È questo fatto principalmente

che Maimonide introduce nella istoria, senza che si possa scuoprire

d’onde derivato). Les mots _Kobt Masr_, sont généralement employés

par les auteurs arabes pour désigner les anciens Egyptiens sous les

Pharaons ou leurs déscendants à l’époque des Grecs et celle des Arabes.

Encore aujourd’hui on appelle ainsi les chrétiens d’Egypte que nous

designons ordinairement par le nom de coptes, et que descendent d’une

race mêlée d’anciens Egyptiens et de Grecs. (Qui il dotto sig. Munk

trascrive il testo arabo, e aggiunge.) J’ai fait copier ces mots arabes

d’un manuscrit de la Bibliotheque imperiale que j’ai apporté moi même

d’Egypte en 1810.» Senza più oltre aggiungere di Onia, è celebre il

viaggio di Jeosciuah Ben Perahia, quegli stesso che a detto del Talmud

fu precettore di Gesù, il quale insieme al maestro si sarebbe recato

pur esso in Alessandria. Il Talmud ci conservò la Epistola che da

Gerusalemme fu spedita alla Sinagoga d’Egitto per affrettare il ritorno

del prenominato dottore. Ella è così concepita: _Da me, Gerusalemme

città santa, a te Alessandria. Lo Sposo mio dimora presso di te, ed io

me ne sto in solitudine._ Il dotto sig. rabbino Rapoport, nel suo Erech

Millin altra volta citato (pag. 101), pare volere confermare questo

viaggio di Gesù in Egitto con quanto narrano i Vangeli della fuga in

quel paese. È noto però come questa avvenisse nella più tenera infanzia

del fondatore del Cristianesimo; mentre il viaggio onde si narra nel

Talmud sarebbe stato eseguito nella sua gioventù, anzi poco prima della

sua rottura colla Sinagoga. Tuttavia non è a tacersi che di questo

viaggio eseguito da Gesù nella età virile, narravano i Carpocraziani,

antichissimi eretici, quando dicevano: «Que J. C. avait choisi dans ses

12 disciples, quelque fidèles amis, auxquels il avait confié toutes les

connaissances qu’il avait acquises dans le Temple d’Isis, ou il etait

resté près de treize ans a s’exercer à une étude pratique, dont on lui

avait donnée la théorie pendant son enfance instruite et formée par

les Prètres egyptiens.» (La Maçonnerie considerée comme le resultat

de la Relig. egypt. juive et chrét., par R. D. S.; vol. I, pag. 289).

Ciò pone almeno in salvo la buona fede dei Talmudisti, e l’antichità

della tradizione di cui si fecero interpreti. Ella è attestata da un

documento non meno antico, l’_Evangelo di Nicodemo_. In questo, tra

le altre cose, gli Ebrei accusano Gesù che «arrivé à _certain âge

fut contraint de chercher fortune en Egypte, ou il apprit quelque

secret_; qu’il retourna dans son pays en Judée, et que par ce moyen il

fit de la magie» (Ibid. vol. I, pag. 445). Il Talmud Gerosolimitano

racconta di un altro viaggio posteriore, che Jehouda Ben Tabai ed un

suo discepolo intrapresero nell’Egitto. Simone Ben Sciattah, capo dei

Farisei, fuggì in Egitto per torsi alla persecuzione del cognato suo,

il Re Janneo, amico dei Sadducei. Quindi R. Jeosciuah Ben Hanania,

soprannominato _lo Scolastico_, visitò pur esso l’Egitto; e il Talmud

racconta dei colloqui avvenuti colà tra il dottore Palestinese e gli

Ebrei ivi stabiliti. Un altro dei più illustri Tanaiti, R. Johanan

Asandellar, era di Alessandria (Talmud Gerosolomitano, Haghiga cap.

III). Più tardi, troviamo domande in fatto di riti, dirette da

Alessandria ai dottori di Palestina (Talmud Gerosolomitano, Kidduscin

cap. III), e circolari da questi alle Sinagoghe di Alessandria (Talmud,

Irrubin cap. III). R. Abhu, familiare nella Corte di Cesare, vi si

recò esso pure e v’introdusse l’uso delle Palme nel primo giorno dei

Tabernacoli caduto in Sabato (Ibidem). Tutti questi viaggi, dei quali

il più antico è appena contemporaneo a Filone, non possono avere

esercitato un’influenza decisiva nè sopra la di lui filosofia, nè sulla

istituzione dei Terapeuti, che Filone descrive come da lungo tempo ivi

stanziati e stretti in consorteria; e la ignoranza almeno parziale di

quanto accadeva in Palestina, è prova in Filone di non aver subìto se

non indirettamente l’ascendente palestinese. Forse anche meno probabile

è l’altra ipotesi di un’azione qualunque esercitata dalle dottrine

alessandrine sulle idee in Palestina, e quindi nella formazione della

dottrina cabbalistica e dell’Essenato. Chi rifletta alle rare occasioni

di contatto tra i pensatori delle due sinagoghe; all’autorità e

preminenza che dovevano avere necessariamente i dottori di Palestina

sulle sinagoghe straniere; alle antichissime menzioni che vengono fatte

di una scienza acroamatica nei libri talmudici, rappresentandola come

già esistente fin dai tempi d’Illel; soprattutto alle antichissime

tracce dell’Essenato non solo in Giuseppe Flavio e in Plinio, ma, ciò

che più monta, in Filone e forse anco nei Maccabei; agevolmente andrà

convinto, che se molte strettissime attinenze, se molte somiglianze

parlantissime si rinvengono tra Filone e i Cabbalisti da una parte,

e tra Terapeuti ed Esseni dall’altra, si debbono fare risalire a

quell’epoca più antica in cui gli Ebrei si staccarono dal centro

palestinese per andare ad abitare le sponde del Nilo, ove recarono

seco, insieme al Testo della Legge, i germi di quelle tradizioni, che

subirono poi sì ricca e rigogliosa vegetazione sul patrio suolo di

Palestina.

[22] La identità suprema di Esseni e Farisei che la storia presente

contribuirà spero in parte a mettere in sodo, e che antichi e moderni

autori di buon grado consentirono, non ne toglie di considerare la

prima di queste scuole siccome quella parte che per le sue dottrine e

le sue tendenze, diede più particolarmente origine alle istituzioni

e ai dogmi cristiani; ed anche di questo sembra che la critica

indipendente vada sempre più convincendosi. Questa prerogativa degli

Esseni-Kabbalisti di aver generato il Cristianesimo da ma diffusamente

trattata nel mio _Essai sur l’origine des dogmes et de la morale du

Christianisme_ ci porge una naturalissima spiegazione di questi due

fatti accennati nel testo; il primo è il nome di Terapeuti preso dai

primi Cristiani, il secondo molto più momentoso è il silenzio degli

Evangeli intorno la Società degli Esseni, silenzio non altrimenti

esplicabile. Ma agevole torna il comprenderlo purchè si ammetta ad un

lato che gli Esseni non erano che la parte più eletta, la _frazione_

speculativa del Farisato, e che era quella da cui meno dessentiva

la nuova dottrina. Non è nemmeno improbabile che _i Dottori della

Legge_ di cui si parla ripetutamente nei Vangeli siano la indicazione

di questa parte del Farisato. Nel _Saggio_ sopra rammentato mi sono

ingegnato di porgere di questa congettura non pochi nè lievi indizi,

tratti dai Vangeli e dai libri rabbinici.

[23] Opera infinita, certo non capace di stringersi in una nota

noi faremmo, ove noi volessimo tutte riandare le analogie che la

Predicazione evangelica e il primitivo cristianesimo ci offrono colla

società degli Esseni. Forse ne sarà dato accennarne alcune, e solo

di volo nel seguito di questa istoria. Ciò che possiamo sino da ora

additare al lettore istruito, sono le numerose figure, immagini,

locuzioni, tratte dall’esercizio della Medicina, che ricorrono in

bocca al Fondatore del Cristianesimo; le cure che egli prodiga agli

infermi, la _Salute_ onde s’intitola la nuova dottrina, indizj tra

altri infiniti che persuasero gravissimi autori antichi e moderni a

vedere nello Essenato la prima origine d’onde uscì il Cristianesimo

Evangelico. Nello scorso secolo Bahrdt e Venturini furono i più

eminenti rappresentanti di questo sistema, e gli studi susseguenti

nulla valsero a renderlo meno probabile.

[24] Questo fatto, segnatamente per ciò che s’attiene a Filone, torna

tanto più ammirabile quanto più erano tempi i suoi di gravi dissidenze

religiose in Palestina. L’essersi serbato puro il nostro Filone di

ogni labe eretica, non è ella nobilissima testimonianza dell’antichità

e verità dell’ortodossia farisaica che Filone redò dai suoi maggiori

trasportata in tempi più antichi in Egitto? Quanto al fatto stesso,

vale a dire l’ortodossia di Filone, ci sembra indisputabile.

Può trovarsi qua e colà nelle sue opere alcune, vuoi dottrine o

interpretazioni che dissentono dalle dottrine e chiose prevalenti tra

i Farisei; ma in primo non si può negare che il Farisaismo stesso era

a quei tempi scisso in cento diverse frazioni le quali, tenendosi fra

loro in bilico creavano in seno all’uniformità generale una varietà

così pronunziata nei particolari, che avrebbe oggi faccia di paradosso

e di eresia. In secondo luogo non è lecito pretermettere che Filone

vivendo lontano, e ciò ch’è più, sequestrato dal centro religioso

di Palestina, non poteva a meno di offrirci nelle opere sue qualche

dissonanza colle idee colà dominanti. Nè faremo caso di altre cagioni

non meno urgenti che produssero questo cotal disaccordo; la traduzione

greca dei sacri libri diversa in gran parte dal Testo ebraico e sola

conosciuta da Filone, lo scopo da esso propostosi nel dettare le opere

sue, quello cioè da far conoscere le dottrine e la storia ebraica

ai Pagani e che ispiravagli tal volta un linguaggio più acconcio a

persuadere i suoi lettori pagani, che fedele alle vetuste dottrine

degli avi suoi. Nonostante è innegabile che il genio, la sostanza,

le tendenze di Filone e delle sue opere sono a dirittura farisaiche.

Opera immensa sarebbe il raffronto tra le dottrine dell’uno e quelle

degli altri. Momentosissima poi quella che si assumesse l’officio di

trovare nelle costui dottrine i principali lineamenti, e non poche

volte le formule istesse della teologia farisaica, o acroamatismo

(_Cabbalà_) impresa che il signor Frank tentò in parte nella sua

_Kabbale, éd. de Paris_. Basterà qui che noi facciamo un breve assaggio

delle strettissime attinenze che corrono fra Filone, e i Farisei o

la tradizione in generale e ciò in una delle meno illustri delle

opere filoniane _la vita di Moisè_ che noi preferiamo, trovandosi più

agevolmente in mano ad ognuno per le recenti edizioni che ne vennero

fatte. Ora noi mostreremo in brevissime note ciò che di singolarmente

somigliante si trova in quest’opera tra le nozioni storiche, i giudicj,

le dottrine eziandio di Filone, e quelle che suonarono famose tra i

Farisei e che solo i loro libri, posteriori di gran lunga a Filone, ci

attestano; prova se altra fu mai che la loro data risale molto più alto

dei libri che le contengono, e che la lealtà dottrinale e religiosa dei

Farisei repugna al supposto di una invenzione e alterazione per parte

loro.—Divideremo i nostri rilievi in due parti—prima tutti quelli che

si riferiscono a storia—poi quelli che si attengono a dottrine.

A pag. 3. Dice di Moisè «Allora nato questo bambino pareva che dallo

aspetto promettesse non so che più dell’ordinario.» Non si dee tacere

che idee conformi si leggono nei monumenti tradizionali sul testo che

dice _E vide_, (la madre) _ch’egli era bello_. Ora si dice, che nacque

circonciso; ora che al suo nascere un gran splendore invase la stanza;

ora che fu veduta con esso la _Schehina_. _Tob_ che qui significa

probabilmente bello, ha pure il senso di buono, e buono è nome che Dio

ha nella teologia riposta dei Farisei, come il _Primo_ e l’_uno_ di

Plotino corrispondente al _Padre_ del Cristianesimo, e alla _Sapienza_

o _Sofia_ dei Teosofi ebrei (Kabbalisti) ha esso non meno il nome di

_Buono_ (Agathos).

A pag. 18 «_Dopo le quali nozze egli incominciò ad essere pastore

preparandosi in cotal guisa al principato, perciocchè l’arte pastorale

ci dispone al regno, cioè al regime di uomini, greggia mansuetissima;

siccome quelli che hanno i loro animi inchinati alle cose della guerra

prima si esercitano nella cacciagione.... onde il Pastore ha certa

somiglianza col Re. Anzi, per quanto io ne sento, non seguendo la

comune opinione ma ricercando la verità, e rida chi vuole, solo colui

può essere perfetto Re che ottimamente sa quello che si richiede a

governare un gregge._ Ora chi non resterà sorpreso leggendo nel _Scemot

Rabbà_ le parole seguenti. _Come fu provato Moisè? Nell’arte sua di

Pastore. Così pure fu provato David e fu trovato egregio pastore

conciossiachè egli traesse addietro i più forti tra il gregge per dar

luogo a’ più deboli di cibarsi; mandava pure innanzi al pascolo le

più tenere pecorelle perchè trovassero l’erba più delicata; quindi le

vecchie a pascere l’erba mezzana, infine le giovani e forti a cibarsi

della parte più dura. Ciò vedendo disse Iddio; questi che sì bene

sa appropriare ad ogni età e temperamento il suo cibo sarà pastore

del mio popolo. Così Mosè non fu altramente esperimentato. Dissero i

nostri maestri: mentre stava Mosè pascolando la gregge di Ietro per i

campi, fuggigli un agnello, ed avendolo rincorso lo trovò mentre si

dessetava in un laghetto d’acqua. Disse allora Moisè: Non sapeva che

tu corressi per la sete che ti molestava. Sei tu stanco? e così detto,

lo prese, e messoselo sulle spalle se ne ritornava. Lo che veduto Dio,

disse: Poichè tanto hai di pietà nel governo del gregge degli uomini,

tu sarai pastore del mio popolo Israel._» e più oltre, «_Dio non

concede agli uomini grandezze se prima non sono provati nell’infime

cose. Così due grandi uomini furono in vili offici esperimentati, e

trovati fedeli, salirono a’ più magnifici stati. Fu David esperimentato

nella pastorizia, e vedendo come ad ogni poter suo evitasse i colti

onde di rapina non si cibassero le sue pecore, fu fatto pastore di

popoli. Moisè pur esso, dice il Testo, pascolava le gregge dietro il

deserto perchè le pecore sue non vivessero sugli altrui campi; quindi

fu chiamato a pascere Israel, essendo scritto: Tu guidasti qual gregge

il tuo popolo per mezzo di Mosè e Aaron._» I fenomeni portentosi che

accompagnarono il nascimento di Mosè possono essere suggeriti dal desio

comune di dare una tinta maravigliosa all’origine di uomini comunemente

venerati. Ma il presente raffronto ci sembra ancor più significante.

A pag. 41. Era l’acqua del fiume mutata in sangue, ma non agli Ebrei

perciocchè attingendovi questi, diventava buona da bere. Quest’ultima

circostanza taciuta dal Testo si trova solo nella Tradizione.

A pag. 78. _Perciocchè allora più mostrava di veder la bestia che

l’uomo, il quale si dava vanto di vedere non pure le cose mondane,

ma esso rettore e creatore dell’universo._ Al vanto dl Balamo che si

dice _conoscitore della Mente di Dio_ (_Veiodea daat Elion_) i Dottori

domandano _or come conosce la Mente di Dio colui che nè anco sa cosa

voglia la sua giumenta?_

A pag. 108. _Quivi_ (I Dottori interpetri della legge per ordine di

Filadelfo) _rapiti dallo spirito, profetavano non diversamente, ma

tutte colle medesime parole non altrimenti che se alcuno avesse dettato

a ciascheduno invisibilmente._ Il Talmud parecchi secoli dopo Filone,

e ignaro certamente dell’attestato di questi, ripete le stesse cose.

Non è prova il deposto di Filone della preesistenza delle medesime

tradizioni ai Dottori talmudici e non pone suggello alla loro veracità?

Questa esattezza nel riferire le tradizioni storiche ci è arra della

dote medesima nel riferire le tradizioni dottrinali. Ognuno comprende

come la _verità del fatto_ sia considerazione estranea alle conclusioni

che qui si traggono, perocchè la lealtà farisaica rimarrà dimostrata

ogni qualvolta le loro narrazioni si palesino concordate dai più

valenti scrittori, non pochi secoli vissuti innanzi a loro.

A pag. 119. _Di tale affetto di conversar con donna erasi spogliato

Mosè già molto innanzi, quasi infin da quel tempo che incominciò a

ricevere lo Spirito Divino, per esser sempre apparecchiato ad ascoltare

gli oracoli della voce divina._ Circostanza taciuta assolutamente nel

Testo mosaico, nè vi ha frase che l’autorizzi. I soli a parlarne,

a giovarsene eziandio per ispiegare non pochi passi del Pentateuco

sono i Dottori. Donde tolse Filone questa circostanza? Io non so

imaginare altra fonte che quella d’una tradizione nazionale anteriore

alla emigrazione degli Ebrei in Egitto. Avesse anco attinto Filone

nel centro Palestinese, rimarrebbe tuttavia verissimo che i Dottori

talmudici nulla dissero che non corresse per le bocche ad ognuno,

parecchi secoli innanzi; e che non pochi dettati i quali sembrano

appartenere al patrimonio letterario dell’epoca loro, hanno radici in

un’antichità che non eravamo usi sospettare. Alla pagina istessa Mosè

è dichiarato, _bello e forte di corpo_. Ed anco di questo, solo la

tradizione è maestra che appunto in Mosè trova il prototipo di tutti i

Profeti siccome quello che era _forte_ ricco e sapiente.

A pag. 120. _In quei giorni ch’egli_ (Moisè) _nel monte dimorò,

imparava tutti i misteri del Sacerdozio._ E questo è purissimo

farisaismo, che vuole la Legge e i misteri della Legge imparati da

Moisè nei giorni ch’ei stette sul monte.

A pag. 137. _Esse dunque_ (le Donne) _avevano dedicati a Dio

spontaneamente gli specchi avanti i quali erano avvezze ad abbellire

la faccia come primizie dell’onestà del matrimonio._ Che dal Testo

apparisca essere veramente specchi cotesti, e dalle donne offerti, può

darsi, ma l’intenzione e il pregio di tale offerta quali si descrivono

qui da Filone, non si leggono che nei Dottori i quali vi veggono come

Filone il simbolo e lo Stromento dell’amor coniugale onde tanto crebbe

il popolo di Dio in Egitto.

A pag. 161. _Insegnando_ (nel sabato) _il principe_ (Moisè) _a guisa di

Dottore ammaestrando e dimostrando a ciascuno l’officio suo il quale

uso dura anche al dì d’oggi presso i Giudei._ Nessun vestigio nella

Bibbia di questa pratica; sibbene nella tradizione la quale fa risalire

a Mosè la istituzione di cui si tratta e l’insegnamento al popolo nei

Sabati e nelle Feste dei Riti odierni.

A pag. 162. _Stando Moisè sospeso nè sapendo con qual maniera di morte

che a lui si convenisse, dovesse punirlo._ Il Testo dice semplicemente

che non sapeva qual pena dovesse infliggergli. Ella è solo la

tradizione che ponendo in Mosè la certezza della pena di morte, gli

fa sol dubitare in qual maniera dovesse essere eseguita. Le parole

di Filone consuonano quindi perfettamente colla tradizione, meglio

assai che col Testo il quale tollera che si supponga in Mosè il dubbio

piuttosto, se fosse o no reo di morte. Ma la mèsse che noi andiamo

a raccogliere del raffronto fra dottrine e dottrine è di gran lunga

maggiore e più importante.

A pag. 3. Filone fa notare come Mosè _fu il settimo per ordine dal

primo il quale venuto da straniere contrade diede principio al popolo

ebraico_. Qui tutto è farisaico 1º L’importanza conceduta ai _Numeri_.

2º La Santità del numero Sette. 3º L’osservazione medesima per ciò che

riguarda Mosè è non meno esplicita nei Dottori, i quali adducono qual

prova della stima in cui questo numero è tenuto, la elezione di Mosè

_settimo_ nella serie dei Patriarchi.

A pag. 20. Filone trova nella visione del pruno che arde senza

consumarsi un senso allegorico «_il fuoco che non consumava la materia,

dimostrava che coloro non dovevano morire i quali dalla violenza dei

nemici erano calcati_.» Questa interpetrazione è proposta e autorizzata

dai Dottori.

A pag. 22. _Dirai primieramente loro, che Io sono colui che è,

acciocchè imparino la differenza tra colui che è, e quello che non

è; nè verun nome potersi convenevolmente dire di me del quale solo è

l’Essere. E se egli avvenisse che per essere essi d’ingegno tardo,

volessero sapere come io mi chiamo, mostra loro non solamente me esser

Dio, ma Dio ancora di tre personaggi ec._ Qui si noti:

1º Filone dà perfettamente ragione alla più antica sentenza che vide

nei due nomi più augusti di Dio—_Ehie_—_Avajà_—il concetto dell’Essere;

e vince colla sua luce il falso bagliore di interpretazioni quali sono

quelle proposte dal Prof. Luzzatto vuote di ogni merito, tranne quello,

di essere da lui derivate.

2º L’_Essere_, qual nome di Dio e superiore a quello stesso

quadrilettere, consuona mirabilmente con quanto insegnano i Teosofi

ebrei (Kabbalisti) i quali veggono nell’_Ehie_ o Essere, la

denominazione di una _Sefirà_ o _Emanazione_ superiore a quella che

reca il secondo di questi nomi.

3º Tanto conferma Filone aggiungendo _che ove per ingegno tardo

volessero saper come Io mi chiamo mostra ec._, dove si allude

manifestamente al quadrilettere usato dal Testo in quella circostanza e

chiamato Dio d’Abramo ec.

A pag. 28. _Dieci afflizioni caddero sopra il paese, acciocchè quelli

che avevano commesso ogni scelleraggine con perfetto numero di flagelli

fossero battuti._ Qui non solamente torna in campo il valore dei

numeri, non solo il numero _dieci_ è il prediletto dai Dottori e dalla

Bibbia eziandio, ma ciò ch’è più, la teosofia recondita degli Ebrei

trova nei _dieci flagelli d’Egitto, l’espressione, la imagine delle

dieci emanazioni impure, specie di Antischemi ch’essi oppongono alle

divine emanazioni_.

A pag. 29. _Cotali_ (flagelli) _però in tre ordini furono divisi._ Ogni

Israelita legge nei vespri pasquali l’antica sentenza di R. Iehuda che

divide i dieci flagelli in tre serie, _Dezah_, _Adas_, _Beahab_. Questa

gratuita partizione diventa così, più vecchia di circa due secoli.

A pag 54. _La vitale virtù della palma non come le altre piante e

riposta nelle radici ma nel sommo messa, come ii cuore nel mezzo dei

Rami la quale intorno intorno è custodita, come un Re dalle sue genti._

Osservazioni dei Dottori a proposito della Palma festiva i quali

aggiungono volere essa per questo significare _l’unità d’aspirazione

d’Isdrael verso l’Altissimo_. Quanto alla Palma, ecco come si esprime

il Sharon Turner I, 122, nota: «Vi è una tribù di piante chiamate

_monocotiledone_ dove dall’avere un solo lobo per seme, appartiene a

questo, l’ordine naturale delle Palme.»

A pag. 82. È sensibile in Filone una interpretazione farisaica di

un locuzione di Balaam. Questi aveva detto per Israele «_popolo che

qual lione si alza, nè riposa finchè abbia divorato la preda_. I

Dottori spiritualizzando il verso lo applicarono alle _preghiere,

alla Confessione di Dio che l’Israelita ripete, nel levarsi e nel

coricarsi_. Si oda ora Filone: _nè ciò fatto anderà a riposare, ma

vigilando canterà versi che significheranno la sua vittoria_.» Ecco

altri _tre secoli_ di antichità alle più umili o neglette tradizioni

farisaiche.

A pag. 104. Il Testo Biblico vieta le opere nel giorno di Sabato. Una

esegesi razionalistica potrebbe non vedervi, che le opere le quali

affaticano il corpo, non atti che si compiono quasi per trastullo,

quale sarebbe cogliere un frutto, strappare una fronda ec. Filone però

non è tra questi. _Concede ancora il settimo giorno agli alberi e a

tutte le piante qualche alleggiamento, perciocchè in tal dì è vietato

levarne le frondi e le foglie e raccorre alcun frutto._

A pag. 120. Filone traduce il _Micdas_ di Mosè (Tempio) per _città

sacra_. Donde ciò? Una delle tradizioni farisaiche nella Misna vuole

appunto che tutta la città di Gerusalemme sia detta Micdas e ne abbia a

certi effetti le prerogative.

A pag. 122. Il numero _Cinquanta santissimo_. Eccolo dunque col sette e

col dieci, terzo tra i più venerati numeri nella teosofia tradizionale:

degno pure è di nota l’epiteto di _santissimo_. Infatti il numero

cinquanta appartiene alla emanazione _Bina_ che ha per distintivo la

santità _Kodes_, come altre, la _verità_ (Emet), la _carità_ (Hesed) e

via discorrendo.

A pag. 124. _Il giacinto rassembra nel colore l’Aere._ E questo è il

_Tehelet_ del Pentateuco e appunto come Filone dissero i Dottori, il

_Tehelet somiglia all’Aere_. Pare dunque che a questa doppia autorità

dobbiamo starcene, piuttosto che a problematiche analogie tratte

dall’Etiopico come vorrebbe un Filologo scrittore del giornale Ebraico.

_Maghid._ Anno 7º 13 e 14.

Storia degli Esseni: Lezioni · 第 35 / 41 段