Ora diremo del secondo punto di contatto che ci offre la Storia tra

le due scuole nel momento in cui spariscono dalla scena del mondo;

gli uni, i Cabbalisti, dai libri posteriori al Talmud; gli altri, gli

Esseni, dagli storici, dai cronisti posteriori a Giuseppe e Filone,

ai primi Padri della Chiesa e Porfirio. Io dissi, non ha guari, che

meglio che scomparsa, meglio che estinzione, si dovrebbe chiamare

questo sottrarsi degli _Esseni cabbalisti_ dalla scena del mondo

un’_ecclissi_ temporaria, un ritiramento nelle più segrete latebre

dell’Ebraismo, uno ascondimento precario a guisa di quei fiumi che

ad un tratto avvallando e sprofondandosi nelle viscere della terra,

si aprono una via sotterranea per miglia non poche, onde erompere di

nuovo alla superficie del globo e lo antico corso seguire alla luce

del sole. Due cose sono da notarsi in questo fatto importante: la

causa che lo ha prodotto; lo insegnamento prezioso che ci porge, e

i nuovi riscontri in favore della identità da noi sostenuta. Della

causa si vorrebbe discorrere con ampiezza maggiore di quella che qui è

concessa, tanto parmi rilevante e connessa coi più grandiosi problemi

della storia contemporanea. Pure è bene che qui ne abbiate almeno un

cenno. E per averlo meno inadeguato che è possibile, mestieri è che vi

riduciate a memoria come tre grandi avvenimenti segni la Storia circa

all’epoca istessa, vale a dire, nel terzo o quarto secolo dell’èra

volgare. Il primo è il trionfo definitivo del Cristianesimo. Il secondo

è la formulazione definitiva della tradizione nei libri talmudici. Il

terzo è la scomparsa, è l’eclissi di una dottrina che fatto aveva per

lo mondo romore stragrande sotto tre forme particolari, ma una sempre,

e la stessa nella sostanza; e le tre forme sono l’_Essenato_, il

_Cabbalismo_ e la _Filosofia alessandrina_ rappresentata da _Ammonio

Sacca_, da _Platino_, da _Porfirio_, da _Samblico_ e da _Proclo_.

Questo sincronismo, questa contemporaneità dei tre grandissimi eventi,

non è a caso. In gran parte, si può dirlo arditamente, i due ultimi

fatti, la _formulazione della tradizione, e la scomparsa dell’Essenato,

del Cabbalismo e dell’Alessandrinismo_, essere conseguenza più o meno

diretta del primo e momentosissimo fatto, voglio dire il _trionfo del

Cristianesimo_. Il quale dopo avere a lungo lottato coll’Ebraismo

da cui tratto avea il nascimento, colla civiltà e colla filosofia

alessandrina con cui ebbe più di un tratto di somiglianza, finì col

prevalere sulle due forme rivali, sulla forma religiosa trionfando

dell’opposizione del Giudaismo, sulla forma civile e filosofica

trionfando della opposizione dell’Essenismo. Vinti nel mondo esteriore,

spodestati dal Cristianesimo trionfante, _Essenismo_ e _Giudaismo_,

disperando oggimai di lottare e di vincere, pensarono almeno a

conservarsi, a custodire pei tempi avvenire il pensiero, l’idea di

cui erano depositari. Ambi lo fecero, ma ognuno in quel modo che più

tornava acconcio al suo genio, ai suoi destini: l’_Essenismo_ depose

la stola di sacerdote e ispirò le lettere, le scienze, la filosofia

della società riformata per comparire di nuovo ed invadere, ad èra

meglio opportuna, il dominio istesso della religione e del culto.

L’_Ebraismo_, che il trionfo veduto aveva della forma sorella, ma

non meno per questo rivale, che appunto per le affinità che tra esse

correvano, doveva ragionevolmente temere di essere da quella avvolto,

circonfuso, assorbito, che vedeva il mondo confonderli, immedesimarli

nella stessa esecrazione o nello stesso rispetto; l’Ebraismo avendo

invano combattuto, osteggiato ciò che dal Cristianesimo lo divideva,

pensò a difendersi, a premunirsi contro di quello che al Cristianesimo

il congiungeva. Se durante le lotte ci furono le discrepanze a temere,

ci furono per contro dopo il trionfo le somiglianze. Quell’ombra

vana, quel ricordo lontano, quel simulacro di Ebraismo che la Chiesa

ostentava, era il pericolo massimo per la esistenza del nome ebraico.

Quel centro possente di Pseudo-Ebraismo che si andava formando in

Costantinopoli e in Roma, era un’aperta voragine dove precipitate

sarebbero il nome e la fede ebraica, dove gli animi ebraici inquieti,

perplessi in quell’istante critico di rottura fra le due forme, e non

sapendo da qual parte fosse il vero, l’antico Ebraismo avrebbe con

facile apostasia disertato gli antichi vessilli. Quindi nei Dottori,

nei Padri del popolo, il grande studio di definirsi, quando quello

spettacolo grande che somiglia ad un esercito avvolto nelle tenebre

per vie nuove e inesplorate, che per riconoscersi, per distinguersi

dagli inimici, moltiplica i contrassegni con assise, con motti, con

armi diverse; quindi in una parola lo studio, come dissi, di definirsi:

definirsi nelle leggi, negli usi, nelle credenze colle più precise

e formulate sanzioni dell’opere scritte, e al tempo istesso con

concentramento, con ritiramento della vita e del pensiero ebraico nelle

più segrete latèbre del popolo nostro. A quel moto di espansione che

prodotto aveva i _Filoni_, gli _Aristobuli_, i _Flavii_ e le lotte

rabbiniche colle sètte contemporanee, sottentrò un moto contrario di

ripiegamento sopra se stessi, e per meglio conservarsi, e per meglio

serbarsi intatti e possenti per l’avvenire. Ma questo internamento del

pensiero ebraico si verificò in quella misura che più si richiedeva,

secondo l’importanza e la gelosia delle dottrine. S’egli è sensibile

in tutte le parti dello scibile ebraico, egli è sommo e cospicuo

per ciò che riguarda la parte più riservata di quelle dottrine, la

riposta teologia che si chiama _Essenato_ nella Storia, che ha nome

tra i Rabbini di _Cabbalismo_. Dopo il trionfo del Cristianesimo il

silenzio è completo intorno gli Esseni, non meno completo intorno

la scuola i cui fasti sono contenuti nel Talmud sotto il nome di

_Pardes, Sitre tora Maase Mercaba_. Se questo è il fatto, e fatto

accertato, non meno ovvia riesce la spiegazione dopo le cose discorse.

Ambi, _Essenato_ e _Cabbalismo_, o per dir meglio il Cabbalismo sotto

il duplice nome, non appena fatto avevano di sè mostra nel mondo,

non appena ne furono alquanto divulgati i misterj, non appena si fe

segno di voler deporre i veli opacissimi che il nascondevano, che il

romore si levò grande tra gli Ebrei e fuori, che i dogmi ne furono

fraintesi, che gli insegnamenti abusati, che le teorie mischiate a

teorie sconosciute e straniere, e che dallo strano mescuglio sorse un

_Pseudo-Essenato_, un _Pseudo-Cabbalismo_ che si disse Cristianesimo,

e che non fu altro in origine che un Cabbalismo equivocato. Quando la

lotta pubblica esteriore finì col trionfo del Cristianesimo, videro i

Dottori nostri quali amari frutti raccolto avevano dalla non troppo

gelosa custodia dei loro misteri, dalla non troppo gelosa scelta dei

loro cultori. Quindi l’antico e vero Cabbalismo si ritira innanzi il

più fortunato rivale, quindi un silenzio, un segreto più assoluto, e

per cansare ogni contatto col Cristianesimo vittorioso, e per togliere

ogni causa di nuovo abuso, di nuovi errori, di nuovi scismi e quindi

quell’ecclissarsi instantaneo dal mondo rabbinico del Cabbalismo

talmudico, che sarebbe il più difficile e insolubile problema se non

avesse la più ovvia e natural spiegazione nei fatti e nei pensieri

discorsi.

Ma non solo perdiamo il Cabbalismo di vista col trionfo del

Cristianesimo, ma l’Essenato eziandio cessa di comparire sulla

scena del mondo, nell’epoca istessa in cui l’altro scompare; grande

insegnamento, e che sarebbe già per sè stesso fecondo, ove ancora ogni

altra circostanza mancasse che nel tramontare delle due scuole nuovo

segno non ci additasse d’identità. Ma questa circostanza esiste, ed

esiste troppo eloquente perchè qui non si accenni. È il nome che narra

la Storia aver recato gli Esseni sul declinare di loro esistenza, è il

nome che unanimi gli assegnano gli ultimi storici della scuola, il nome

di ABITANTI DEL CIELO. Se gli Esseni si dissero _abitanti del Cielo_,

se la Storia fedele registrava questo epiteto, ci pare che abbia

voluto fornirci la più bella gemma con cui suggellare possiamo questo

monumento di amore, di studio, di ammirazione ch’elevato abbiamo in

onore della gran scuola. Non dirò del nome già abbastanza parlante di

_Angioli_, _Malahe Asciaret_, recato indistintamente dai più dotti

dei Farisei, e che veduto abbiamo usato eziandio dal Cristianesimo

nascente, quando i suoi vescovi chiamavansi col nome di Angioli. Ma

tacere non si deve di una più propria, più speciale, più decisiva

appellazione; e più decisiva perchè unica in tutta la Biblioteca

talmudica, e sopratutto perchè quell’unica volta è posta in bocca di

quello, che se Esseni v’ha tra i Dottori, è l’Esseno per eccellenza,

voglio dire _R. Simone Ben Johai_. Egli è là ove, deplorando lo scarso

numero dei seguaci, le fila diradate del _Pardes_, il declinare sempre

più sensibile della scuola, pronunziava la grande, la eloquente parola.

Diceva R. Simone Ben Johai: _Veggo gli_ ABITANTI DEL CIELO _in numero

scarso. Se dieci sono, io e il figlio mio siamo tra i dieci. Se due

sono, io e il figlio mio, siamo quei due._ E questo nome di ABITANTI

DEL CIELO l’usa Ben Johai, l’Essena per eccellenza, l’usa allora

appunto che vuol accennare alla decadenza della scuola, vale a dire

allora appunto quando la Storia accenna averlo assunto lo Essenato, e

l’usa nel Talmud, libro non dubbio, non controverso, e che autorevole

favella agli amici come agli avversari della verità cabbalistica.

Ah! dopo questo prezioso trovato, possiamo chiudere contenti questa

Storia dell’illustre Istituto; possiamo dire addio contenti a quegli

spiriti beatissimi; possiamo togliere commiato da costoro che nel

dipartirsi ci invitano a salutarli col titolo di ABITANTI DEL CIELO;

possiamo riconoscere in essi, i nostri Dottori più illustri e più

santi; e col dolce nome salutarli di _Padri_ e maestri del nostro

popolo.

Ed a voi una parola ancora pria di separarci. Se fu bello ed onorevole,

se fu soave all’animo mio il vedere i miei esordj incoraggiti con tanta

affluenza di uditori; se titolo giusto si acquistarono pur essi alla

mia gratitudine, egli è certo che l’onore più grande, che l’affetto

più sentito spetta a coloro che perseverarono. Grazie vi sien rese, e

grazie sincere. Voi muoveste costanti nella via in cui m’inoltrava;

voi porgeste assidui l’orecchio alle mie Lezioni; voi comprendeste

quanta importanza si nascondesse per entro a certi studj, che ai

frivoli, ai semidotti, agli _ameni_ anco nelle lettere e negli studj,

potrebbero sembrare per avventura destituiti di ogni momento; voi

toglieste a cuore l’onore di questa città che dopo essersi annunziata

al mondo iniziatrice di nuovi studj, imitatrice della seria letteratura

germanica, riscuotitrice del sonno che ne gravava le ciglia, sarebbe

caduta senza di voi, in onta e in deriso presso l’Ebraismo universale.

Imperciocchè, s’ella è vera sentenza per ogni culto, ella è verissima e

santissima pel culto ebraico. Il vero Tempio, le vere glorie, le vere

bellezze, il vero decoro meglio che nei marmi e nei fregi esteriori,

sono nell’uomo interno, nel suo sapere, nella sua cultura, negli studj

in cui si adopera, nel Tempio, a tutto dire, dell’animo suo, senza di

cui ogni pompa esteriore è vana e ridicola ostentazione di _Fede_, di

_Religione_ bugiarda.

FINE.

NOTE:

[1] Sicarj si chiamavano i _terroristi_ ebrei che volevano spinger

la resistenza alla signoria straniera sino all’estremo e con tutti i

mezzi. I Vangeli, se non erro, vi alludono.

[2] Udremo fra non molto Plinio, qualificare gli Esseni col nome di

_gente che non muore mai, e tra cui niuno nasce_.

[3] A quai paesi corrisponde la nordica regione del Caucaso? Se io non

vado errato, ai paesi anticamente conosciuti sotto i nomi di Frigia

e Bitinia. E questi paesi che nomi recano nella Santa Scrittura?

Null’altro, dice il Bochart, e dopo di esso autori parecchi, che

quello di Aschenaz. E per quanto _Askenaz_ suoni diverso nella

lingua ultima dei Rabbini, e nel valore che l’uso da lungo tempo gli

annette, quello cioè di Germania; nonostante, ai Dottori, organi

veri, legittimi di tradizione, non mai avvenne usare per Germania

_Askenaz_. Che dico? Sono essi per contro che il suggello appongono

alla Interpretrazione del Bochart, e tutto il peso vi aggiungono del

numero e della tradizione. Abbiamo detto, non è molto, il Parafrasta

di Gerusalemme tradurre Aschenaz per Asia: ora non è egli solo che

all’uopo ci ajuti. Egli è il _Rabba_, che l’_Askenaz_ della Scrittura

ci presenta in Asia. Egli è altresì il Talmud di Gerusalemme, che

_Asia_ egualmente sostituisce ad _Askenaz_. Non basta: ma, cosa più

sorprendente, vi ha un nome d’un popolo tra i figli di Jafet e tra

i popoli Giapetidi, che il nome reca di Tubal. Ora, o signori, che

cosa è Tubal? _Bitinia_, vi risponde aperto il Talmud Jerosolimitano;

_Essenia_, vi risponde aperto egualmente il Medras. Duplice asserzione

che a vicenda si rischiara, che a vicenda s’illustra, che ci rimena col

pensiero alla Bitinia, che, secondo Tolomeo, il Klaproth e il Dubois,

fu specialmente contrassegnata col nome di _Asia_. Egli è, insomma,

quel cumulo maggiore di prove che sia lecito desiderare onde mettere

in sodo la esistenza di una particolare regione denominata Asia, e per

giustificare il Talmud.

[4] Si dice, è vero, Scuola _eleatica_, _cirenaica_ ed _itala_; ma non

si dice, od appena, _eleati_, _cirenaici_ ed _itali_.

[5] Vi sono alcuni testi rabbinici antichi, che farebbero credere

essere stati piuttosto i discepoli di Zadoc e Baitos, ch’eglino

medesimi, i fondatori delle sètte di questo nome. Ma posto ciò

eziandio, riman ferma la esistenza storica di Baitos, e la derivazione

da esso del nome della setta. Quanto ai Sadducei, setta a questa

collaterale, la critica moderna si è permessa da poco in qua un

congetturare senza limiti e senza freno. Lo spirito caraitico e

antitradizionale che informa alcuni distinti suoi corifei, fece trovare

nel nome di Sadducei un senso eminentemente encomiastico, facendolo

derivare da Zaddik, _giusto_. Altri fece risalire i _Sadducei_ a

_Zadok_, antico sacerdote a’ tempi di Salomone, e vide per conseguenza

in essi un partito _sacerdotale_. Il Sig. _Renan_, nella recente sua

opera _Vie de Jesus_, fece altrettanto rispetto al _Baitusei_, che

volle derivati da un _Böethus_ pontefice di questo nome. Sarebbero,

dunque, e _Sadducei_ e _Baitusei_ della famiglia sacerdotale. Qualunque

sia il fondamento di questa congettura, egli è certo che il sacerdozio

costituiva ai tempi di G. C. un partito ostile ai _Farisei_, tanto

per le tendenze politiche, quanto per le dottrine religiose. E di ciò

abbiamo autorevoli documenti nel Talmud, nè il sig. _Renan_ ne dissente

minimamente. Solo ci pare ch’ei non tragga tutte le conseguenze che da

questo fatto derivano, nella discussione dei grandi problemi ch’ei si è

proposto. Ma qui non è luogo a parlarne.

[6] Il nome talmudico Baitos è identico al _Bœthus_ pagano. Vi fu un

Bœthus stoico, contro cui scrisse Porfirio un Trattato sull’Anima. V.

_Enneades de Plotin, trad. par Bouillet: Paris_. Vol. II, p. 68.

[7] Il Talmud è pieno di allusioni alla setta dei Baitusei; e quanto

di essa si legge, delle dottrine e costumanze, nulla offre di analogo

a quanto sappiamo d’altronde di certa scienza intorno la società degli

Esseni.

[8] L’illustre sig. Frank, autore della _Kabbale_, notò a buon

diritto come nella identificazione suprema dell’Essere e del Pensiero

precorresse la Teologia ebraica alle ultime dottrine prevalse in

Germania. Ciò che ci reca ad una più alta antichità, che ne fa

risalire alle Bibliche sorgenti, e che perciò stesso rivela nelle

viscere dell’idioma biblico l’arcana dottrina teosofica che per entro

vi circola, è questa sinonimia profonda di Essere e Pensiero nella

radice _Ies_, onde qui si discorre. In un ordine poco diverso d’idee

abbiamo, nel verbo _Iadah_, conoscere, un’altra non meno ammirabile

sinonimia di _Conoscenza_ e _Amore_. Noi renunciamo a citare il nome

di Benedetto Spinosa, e ciò che nella sua _Etica_ pertratta. È noto

come i due attributi della Sostanza sieno per esso il _pensiero_ e la

_estensione_; e ciò che vi ha di acroamatismo ebraico nelle dottrine

di Spinosa, ciò che costituisce la sua deviazione dall’acroamatismo

ortodosso, ci studiammo di porre in luce in un articolo in idioma

francese dettato, nel quale prendemmo a rilevare alcune mende nelle

quali ci sembrò incorrere l’illustre sig. Emilio Saisset, nell’egregio

suo lavoro pubblicato dalla _Revue de deux Mondes_ intorno a

_Maïmonide_ et _Spinosa_.

[9] Solo nel secolo scorso, e tra gli Enciclopedisti sarebbe suonata

una eresia filologica l’additare nell’Ebraico l’origine di un

vocabolo greco. Erano costoro così lungi dall’immaginarne perfino la

possibilità, che tra le più speciose obbiezioni che mossero contro

la originalità e santità delle sacre scritture, sì fu il nome di

Giove pagano, che dissero origine e modello del nome ineffabile del

Dio d’Israel, senza riflettere che gli Ebrei avrebbero dovuto andare

a cercare il tipo immaginario non già in Grecia ove Giove ebbe nome

_Zeus_, ma in Roma, anzi in Etruria, sin dove lo raggiungono gli studj

moderni. Per essi, il Sole delle origini non sorgeva più dall’oriente;

e bene stava cotesto ragionare in bocca di chi cantò per Caterina

Seconda:—

C’est du nord qu’aujourd’hui nous vient la lumière.

I progressi della scienza hanno ricollocato nell’oriente la sorgente

della luce morale, siccome non cessò mai di essere il fonte della luce

che ci rischiara; e basta aprire un lessico moderno per comprendere ad

un solo sguardo qual parte segnalatissima sostenga l’idioma ebraico,

e in generale sostengono le lingue semitiche, nella formazione delle

lingue occidentali; comecchè si collochino nella famiglia delle

indo-germaniche, e se ne cerchi la prima derivazione o almeno la forma

loro più antica, nella lingua sanscrita.

[10] Quanto volentieri rendiamo omaggio alla non infelice

interpretazione del nome Esseni dal greco _Isos_ amici, confidenti;

altrettanto ci ripugna il credere, come vorrebbe persuadercene

l’illustre Rabbino, che lo stesso vocabolo greco abbia derivazione

ebraica, e tragga origine dall’incertissimo _Hoze_ o _Hazut_ d’Isaia,

XXVIII, 15, 18, spiegato nel senso greco di Amicizia e Confidenza.

Basti dire che l’esempio ebraico è unico in tutta la Bibbia in questo

senso, mentre appena un uso frequente, quasi universale, basterebbe

ad autorizzare il supposto di un passaggio dall’ebraico al greco; che

questo senso stesso è almeno problematico, stando il _Gesenius_ per

altro, il quale non tollera questa assimilazione coll’Isos greco; e

che infine meglio che la interpretazione dell’uno o dell’altro a noi

arriderebbe l’ipotesi che qui non si tratta, nel _Hoze_ o _Hazut_

d’Isaia, che di un sinonimo assai più antico, più nobile e più puro

del _Galui_ di Geremia, Cap. XXXII, 11, che vale probabilmente quanto

_attestato_, o almeno documento pubblico che accerti la esistenza di

un contratto: e vale alla lettera, _Scuoperto_ o _Aperto_, come Hoze o

Hazut suona pure alla lettera, _quello per cui si vede_, o _veduta_.

Ove non si voglia dire piuttosto che il _patto_ per eccellenza,

l’alleanza con Dio, essendo sancita per opera di una rivelazione,

questa viene usata come sinonimo di patto nella parola Hoze o Hazut,

per indicare l’alleanza col genio della Morte o dell’Inferno. Inoltre,

parci l’illustre Rapoport caduto in una strana illusione quando

trova affine al _Hoze_ d’Isaia, l’arabo _Haz_, stringere patto,

unirsi; mentre è evidente che questo verbo arabo non ha rapporto che

coll’_ahaz_ ebraico e coll’_ahad_ arameo, _stringere_, _unire_.

[11] _Esodo_, cap. XV, v. 26.

[12] _Proverbi_, cap. III, v. 8.

[13] Vi fu tra i Dottori chi intese in questo senso la signoria

predetta dal Genesi all’uomo sopra le altre creature. Non si può negare

che la frase nulla scapita, così intesa, della sua sublimità.

[14] Salmo XXXXI, v. 5.

[15] _Isaia_, VI, v. 10.

[16] _Isaia_, LVII, v. 18.

[17] _Geremia_, VIII, v. 22.

[18] Opera infinita e certo non capace di stringersi in una nota noi

faremmo, ove volessimo tutte riandare le analogie che la predicazione

evangelica, il primitivo cristianesimo, ci offrono colla società degli

Esseni. Forse ne sarà dato accennarne alcune, e solo di volo nel

seguito di questa istoria. Ciò che possiamo sino da ora additare al

lettore istruito, sono le numerose figure, imagini, locuzioni tratte

dall’esercizio della medicina che ricorrono in bocca al Fondatore

del Cristianesimo, le cure ch’egli prodiga agli infermi, la _Salute_

onde s’intitola la nuova dottrina; indizj tra altri infiniti, che

persuasero gravissimi autori antichi e moderni a vedere nell’Essenato

la prima origine d’onde uscì il Cristianesimo evangelico. Nello scorso

secolo, Bahrdtt e Venturini furono i più eminenti rappresentanti di

questo sistema; e gli studj susseguenti nulla valsero a renderlo meno

probabile.

[19] Amici solo del vero, e rinunziando alla spuria gloria di aver

ammaestrato Platone e Pitagora che alcuni Padri sognarono in favore

dell’Ebraismo, ci acquistiamo il diritto di ripudiare egualmente

una non meno falsa sentenza; cioè che l’Oriente semitico sia andato

a scuola dei Greci, dei Romani, e anche degli Etruschi e antichi

Italiani. Sistema dismesso dopo i tentativi invano assaggiati dal

Biscioni, dal Mazzoldi, in favore delle _origini italiche_; ma che il

sig. Gherardi tentò d’inverdire in un’opera recente, che ha, se non

altro, il merito dell’eleganza e della erudizione. Ci duole aggiungere

che non ne ha altri, e che vi manca quella nota impreteribile in ogni

storica pertrattazione non solo, ma anche di un buon romanzo, la

_verosimiglianza_. L’ebraismo ha una gloria più legittima e non men

bella da vantare; quella di aver ammaestrato per mezzo della primitiva

rivelazione i maestri stessi di Pitagora e di Platone, i legislatori, i

Tesmofori e i poeti-teologi di Grecia e d’Italia: e questa e la Grecia

a loro posta hanno titoli più legittimi che non il primato sull’oriente

semitico; quello di avere sviluppato quei germi che l’Oriente vi

dispose, in guisa che invano sariasi desiderato da popoli diversamente

temprati, conciossiachè, nella guisa stessa che non ogni terreno è

capace di fare allignare ogni sorta di pianta, così non ogni popolo è

capace di fare fruttificare certi principj. I Dottori nostri, colla

teoria loro dei _Sarim_ o _genj de’ popoli_ tutti necessarii e che

nel loro insieme costituiscono la vera e completa _Mercabà_, cioè il

carro che Dio stesso conduce e guida, gittarono le basi della più alta

_filosofia della storia_ che capir possa in mente mortale.

[20] Il dotto signor Munk è sventuratamente afflitto da quasi completa

cecità.

Storia degli Esseni: Lezioni · 第 34 / 41 段