Un’altra storica indicazione della scuola, e avrà termine l’esame del

grande Istituto. Come tutti gli uomini sobri, temperanti e viventi di

una vita spirituale, come tutti i Cenobj antichi e moderni, l’Essenato

esso pure andò famoso per la vita singolarmente longeva dei suoi

seguaci. E chi lo attesta è lo stesso Giuseppe, quando dice che la

maggior parte degli Esseni perveniva all’età di cento anni; e così

dicendo non fa che preludere ai cenni, agli attestati talmudici sui

Farisei. Chi volse solo per poco lo sguardo al Talmud, sa quanto suoni

preziosa pel nostro sistema la deposizione di Flavio; chi lesse nel

Talmud quant’oltre giunse per l’ordinario la vita dei Farisei; chi reca

ancora l’eco distinto di quella frase così ripetuta nei due Talmud:

_Per qual merito vissuto hai vita così longeva_; chi vide quella

straordinaria durata attribuita ai più celebri tra i farisei, e innanzi

a cui resta sgomenta e perplessa la critica istessa; chi queste cose

ebbe per un istante considerato, vedrà nella longevità essenica narrata

da Flavio un nuovo e non lieve riscontro colla scuola madre dei farisei.

E qui ha termine l’esame intorno dell’Essenato. Nell’ufficio da

noi assunto duplice fu il nostro scopo. Esporre la storia tutta

dell’Essenato, e al tempo stesso trarre a mano a mano dalle viscere

stesse di essa storia le prove, i titoli, gli argomenti di quella

identità da me propugnata tra Farisei ed Esseni, e più specialmente

tra gli Esseni medesimi e quella classe di Farisei che si dicono

_Cabbalisti_. Quanto lungi si stese l’esame dell’Essenato, quanto

profondo s’addentrava l’occhio nella contemplazione della sua

_origine_, delle sue _istituzioni_, dei suoi _dogmi_, delle sue

_pratiche_, nelle grandi come nelle piccole parti del grande edifizio,

nelle sue piccole e minute ramificazioni, continuo, splendido,

eloquentissimo risultava il fatto, il gran fatto da noi proclamato,

la _identità essenico-cabbalistica_. Io non presumo avere il grande

subietto esaurito; credo però avere la buona via additata a chi più

pronto l’ingegno, più propizie le occasioni da natura abbia sortito.

Però, coll’esame interno, colle prove intrinseche dell’Essenato non

finisce la dimostrazione della identità essenico-cabbalistica da noi

proclamata. Conclusa eziandio la storia loro, resta un ordine di

prove, che non ha nè può avere attinenza coll’esame interno del grande

Istituto, e che si fonda sempre sopra poche ma momentose circostanze,

che solo esteriormente all’Essenato si riferiscono. Si possono queste

prove dividere in tre capi distinti. Si fondano le prime sopra il

silenzio di antichi autori e monumenti intorno l’_Essenato_, silenzio

che torna eloquentissimo in favore della identità in discorso, come

vedremo tra breve. Consistono le seconde in alcune frasi preziosissime

degli antichi storici delle nostre sètte, le quali depongono, come

vedremo, non meno in favore del nostro assunto. L’ultima e terza

prova è tutta cronologica, ch’è quanto dire, si fonda sopra la

durata che narra la storia delle due scuole, e mostra un sincronismo

significantissimo tra Esseni e Cabbalisti, un sorgere, un declinare

o piuttosto un ascondersi simultaneo che depone altamente in favor

nostro. E prima del silenzio: del quale vorrei che comprendeste

pienamente il valore. Che vuol dire un argomento tratto dal silenzio

semplicissimo dei monumenti? Vuol dire consultare gli storici, i

monumenti contemporanei, interrogare coloro che per officio storico,

per posizione, per carattere, per rapporti necessari, sono i naturali

e proprj narratori delle sètte contemporanee; vuol dire cercare tra

le scuole, di cui v’è menzione, la scuola degli Esseni, ed ove solo

degli Esseni si serbi un singolare silenzio, ove ogni altro motivo di

questo tacere sia eliminato, concludere logicamente, trionfalmente la

identità della setta della scuola taciuta, con quella fra le scuole

rammemorate colla quale maggiori e più sentite corrono le somiglianze,

le analogie. Determinato così il valor teorico dell’argomento in

discorso, vediamolo alla prova nel presente subietto. Due sono i libri

ove a buon diritto ci dovremmo attendere una esplicita e diffusa

menzione della società degli Esseni, per i tempi, per le lotte, per il

subbietto istesso che evocare dovrebbero ad ogni istante la presenza,

la memoria dell’Essenato. E questi due libri sono i monumenti ebraici

e cristiani contemporanei, il _Vangelo_ e il _Talmud_; e per _Vangelo_

intendiamo tutti gli scritti evangelici, e per Talmud le opere tutte

della Enciclopedia Rabbinica dei primi secoli dell’E. V. Parlano eglino

i Vangelisti, parlano eglino i Dottori nostri del grande Istituto? Sì

certo che ne favellano ove il nostro sistema si adotti; quando si vegga

cioè in tutti quei luoghi ove è menzione degli asceti talmudici, un

vestigio dell’Essenato; ma ciò che chiediamo, è diretto agli avversarj;

a coloro che tentati fossero di ricusare la identità da noi proclamata,

ove chiariti fossero inefficaci gli argomenti sin qui allegati, egli

è a costoro che noi chiediamo, se il nome essenico vi è pronunziato,

se diretta propriissima rimembranza ricorre nei libri citati, e la

risposta non potria essere dubbiosa. Tacciono i Vangelisti tutti della

società degli Esseni; tacciono gli immensi volumi talmudici; e se

il silenzio loro è rotto tal fiata da quei brevi comunque parlanti

accenti in cui il nome si ode, per un istante, del nostro istituto,

egli è da una parte troppo scarsa memoria di tanta scuola, egli è

dall’altra così spiccante il carattere farisaico in tal menzione, che

anzichè rivocare in dubbio la identità tra le due scuole ne formano

invece la più bella conferma. In una parola: il silenzio è generale e

costante nei Vangeli, presso che generale eziandio e costante nei libri

talmudici. Donde questo fenomeno singolarissimo, d’onde quest’anomalia

storica, questa lacuna nella schiera numerosa, illustre delle sètte che

intervengono, che parlano, che agiscono, che disputano, che si laudano,

che s’infamano scambievolmente, nei Vangeli, nei libri talmudici?

Grande è il problema e tale che l’attenzione si meritò dei più grandi

scrittori. Non dirò che del Basnage, il quale, siccome noi, chiedeva

a sè stesso in qual guisa si tacesse il Vangelo, della società degli

Esseni. Come rispose il Basnage alla grave domanda? In modo, è uopo

dirlo, ch’è ben lungi dal sodisfare, benchè duplice soluzione abbia

proposto alla presente ricerca. Disse in primo luogo come gli Esseni

non uscendo dai loro ritiri per disputare con Gesù, non fossevi quindi

occasione di rammentarli nelle dispute evangeliche. S’appose egli il

Basnage così sentenziando? Io forte ne dubito. Che gli Esseni amassero

la vita contemplativa non si nega, ma quanto andrebbe errato chiunque

far ne volesse altrettanti solitarj e anacoreti della Tebaide! Lungi

dal separarsi dal consorzio sociale, lungi da fuggire il mondo e la sua

vita, niuno meglio di essi conciliar seppe la vita attiva e la vita

contemplativa, niuno più volontario si sobbarcò ai doveri, agli offici

politici, sociali; e se v’è carattere che più distingua gli Esseni

di Palestina dai Terapeuti d’Egitto, egli è appunto quel genio, più

spiccato nei primi, quella speciale predilezione per la vita pratica,

esteriore ed attiva. D’onde dunque il silenzio degli evangelici? Dallo

scarso insignificante numero degli Esseni, dice in secondo luogo

il Basnage. Ma quanto inconsideratamente! Non vide il Basnage come

menzione vi sia negli scritti evangelici di sètte ben altrimenti oscure

che non gli Esseni, qual fu a mo’ di esempio quella degli _Erodiani_

ivi rammemorata: non vide, come l’Essenato sia, a detta di Flavio,

insieme ai Farisei ed ai Sadducei, una delle tre grandi divisioni in

cui si partiva l’Ebraismo contemporaneo: non vide come le sètte non

si contino ma si pesino; e non vide infine come l’Essenato, sendo per

sua natura ascetico superlativo, non poteva non offrirsi numericamente

inferiore alle altre sètte, perchè non molti sono gli uomini i quali

aspirano a una vita, a una perfezione straordinaria.

Ma per tacere del Basnage, io lessi del silenzio degli Evangeli una

ragione che, se non è certo più solida di quelle esposte sin ora,

è certo più di esse speciosa, e poco manca che a prima giunta non

ti seduca.—Ad udire certuni, se gli Evangeli non favellano degli

Esseni, egli è perchè mentre il Cristianesimo pugnava colle altre

scuole, mentre dichiarava la guerra agli _Scribi_, ai _Farisei_ ed

ai _Sadducei_, fu tutto _stima_, amore, concordia colla società degli

Esseni, da cui nacque, con cui ebbe comuni e la sostanza e la forma

esteriore, il dogma, il culto, le istituzioni.—Non è ella cotesta

la parodia, e la contraffazione del vero? Noi diciamo tutto questo

dei Farisei, noi spieghiamo il silenzio farisaico colla identità

essenico-farisaica, come il sistema che combattiamo spiega il silenzio

evangelico colla identità fra Cristiani ed Esseni, e forse potrebbe

credersi che non possiamo combattere la identità essenico-cristiana

senza per ciò stesso ferire la identità essenico-farisaica, ambe

poggiando sullo stesso argomento, il silenzio talmudico e il silenzio

evangelico. Se così fosse, io mi troverei in un bivio pericoloso: non

potrei impugnare l’arme contro il nemico senza ferire me stesso, senza

soffocare prima di nascere uno degli argomenti più concludenti del

mio sistema. Saremo noi condannati a rinunciarvi? Io non lo credo,

purchè si voglia mirare a una radicale differenza che corre tra i due

casi. S’egli è vero che il Cristianesimo ebbe rapporti strettissimi

coll’antico Essenato, se s’inspirò in quella scuola, se ne trasse i

caratteri più prominenti, se tutto questo e anco più concedessimo agli

avversarj, ci rimarebbe sempre un punto di divergenza che eglino stessi

non ci potrebber negare. Che dico? che non potrebbero contestare senza

moralmente suicidarsi, senz’abdicare a ogni titolo di storica, di

religiosa considerazione; vale a dire la rottura, lo scisma dall’antico

ebraismo. Se il Cristianesimo non si separò dagli Esseni, se rimase

una sol cosa con essi, se non dilungossi dal grembo ortodosso, e se

per questo ne tacciono gli Evangeli, ch’ei rifaccia tutta la via che

da noi lo divide, che risalga la corrente che lo ha recato da noi sì

lontano, che si riduca infine nella ebraica periferia, se pure la

pretensione ei vuol mantenere di essere lo stesso Essenato.—Ma se

_nuova_ è la legge, _nuovo_ il testamento, se proclamò sino dal nascere

falso ciò che vero confessavano gli Esseni, e vero quello che falso, se

rigettò la tradizione ch’era l’anima dell’Essenato, se dichiarò irrite

le leggi cerimoniali, se annunciò l’umanazione del verbo incognita e

blasfematoria agli Esseni, perchè dunque degli Esseni non si favella,

perchè non si veggono con essi quelle dispute, quelle lotte che cogli

altri si vedono così frequenti?

Ma su, pognamo che vero sia tutto quello che dagli avversarj si chiede,

che nulla ci corra tra Cristiani ed Esseni, che il Cristianesimo sia

lo stesso che l’Essenato, e che per questo non vi fosse luogo di farne

menzione negli Evangeli. È egli per questo a bastanza spiegato il

silenzio evangelico? Non dovrebbe anzi per ciò stesso invocare a ogni

tratto gli Esseni? Non dovrebbe fondarsi sopra un passato venerabile,

ammesso ortodossissimo, qual fu l’essenico Istituto? Non dovrebbe

cuoprirsi colla sua egida? Non dovrebbe valersi del loro nome per

mostrare com’ei fosse meno novatore di quel che lo reputavano?

Che se le ragioni allegate dal Basnage non valgono a spiegare il

silenzio evangelico, se tutte le ragioni anzi avrebbero dovuto indurre

gli Evangelisti a parlarne, se nonostante niuna menzione se ne legge,

non resta che una possibile spiegazione, ed è quella che si fonda sulla

identità degli Esseni con una di quelle scuole di cui è veramente

menzione negli Evangeli. Tra le quali niuna più offre caratteri

innegabili d’identità col nostro Istituto di quella dei Farisei. Il

nostro sistema dunque non ha soltanto i caratteri intrinseci di verità;

ma giova ancora a spiegare alcuni problemi storici finora insoluti.

LEZIONE QUARANTESIMAPRIMA.

Nella passata Lezione veduto abbiamo il silenzio degli Evangeli intorno

la società degli Esseni e la sua spiegazione. Ma il silenzio evangelico

non è il solo a deporre in favor nostro. I libri talmudici, noi lo

abbiamo veduto, non sono certo così sterili di dati, di cenni più o

meno diretti della società degli Esseni, come sinor fu creduto, ma

non ci porgono però le esseniche allusioni che ove siano secondati

dal nostro sistema, e pertanto ne suppongono fino a un certo segno

la verità. Possiamo però supporre per un istante che tutti i cenni,

le allusioni talmudiche siano come non fossero; possiamo dire che il

silenzio talmudico sia così profondo, così completo come finora fu

ammesso. In questa ipotesi stessa, come spiegarne il silenzio? Come

avvenne che il Talmud così pieno di allusioni alle sètte contemporanee,

ai _Sadducei_, ai _Minei_, ai _Galilei_, alle divisioni e suddivisioni

dei _Farisei_, ai _Cuttei_ o _Samaritani_, ai _Dualisti_, alle sètte

primitive del Cristianesimo, niuna ci offra menzione di quella ben

altrimenti nobile illustre famosissima dell’Essenato? Il nostro sistema

ha già risposto al grande problema. Ma ove pure negar si volessero i

resultati, in qual guisa spiegarne il silenzio? O io erro, o l’unica

possibile soluzione è la identità degli Esseni con una delle scuole

del Talmud rammentate, per cui di questa favellando, di quella pure

implicitamente si favelli. Ed ove tra quelle di cui si parla nei libri

talmudici discernere si voglia quella che meglio ai caratteri risponde

dell’Essenato, io credo che ogni critico di buona fede non esiterà a

rispondere; e nella eletta parte dei Farisei, nei Teologi della scuola,

vedrà i fedeli rappresentanti dell’Essenato nei libri talmudici. Ed

ecco come per due vie opposte si giunga alla mèta medesima, come tanto

nell’ipotesi del silenzio talmudico, quanto in quella della esistenza,

ivi stesso di parlantissimi cenni giungere si debba inevitabilmente al

medesimo resultato, vale a dire alla identità degli Esseni colla più

eletta parte dei Farisei.

Ma il Vangelo e il Talmud non sono i soli ad attestare col loro

silenzio la identità da noi propugnata. Vi è un altro non meno

significante documento in proposito che col suo silenzio egualmente

depone in favor nostro, e questi è _Giustino_. S. Giustino, da cui

molto si può imparare intorno la polemica _ebraico-cristiana_ dei primi

secoli, ci offre un elenco delle sètte allora esistenti nell’Ebraismo.

S. Giustino conosceva gli Esseni; non basta; ei fa l’onore di

annoverare tralle sètte dell’ebraismo quelle eziandio che infinitamente

più oscure dell’Essenato non lasciarono, si può dire, di sè memoria

se non il nome; e pure gli Esseni soltanto sono quelli di cui si tace

assolutamente da Giustino. Questo silenzio non può avere altra causa

tranne quella da noi accennata; vale a dire l’identità degli Esseni con

alcuna delle sètte ivi stesso da Giustino rammemorate, e pei caratteri

innegabili di strettissima affinità con quella dei Farisei, di cui sono

gli Esseni la parte più nobile e più illustre.

Ma oltre le prove tratte dal silenzio degli _Evangeli_, del _Talmud_ e

di _Giustino_, vi è un passo nel nostro Giuseppe che, per chi ben lo

intenda, depone altamente in favor della identità da noi propugnata. Ed

è quello nelle _Guerre Giudaiche_ al Cap. XII, ove narra Giuseppe il

nascimento di una quarta setta creata da un Giuda, del quale egli narra

le gesta e la vita. Giuseppe così si esprime: _Questo Giuda fu autore

di una quarta setta di cui la prima è quella dei Farisei; la seconda

dei Sadducei; la terza degli Esseni, ch’è di tutte la più perfetta_.

Giuseppe, voi lo udite, chiama la setta degli Esseni, _di tutte quante

la più perfetta_. Giuseppe ne loda, ne esalta i pregi singolarissimi;

Giuseppe, il _Fariseo_ confessato, il _Fariseo_ illustre, l’apologista

eziandio dei Farisei. Io lo chieggo agli uomini di buona fede: avrebbe

egli così parlato Giuseppe, avrebb’egli chiamato la setta essenica

_di tutte la più perfetta_, se gli Esseni come i Sadducei dissentito

avessero profondamente dai Farisei, se formato avessero una scuola

nemica, se la parte anzi non fossero stata più eletta, più illustre del

farisato medesimo?

Noi abbiamo finora veduto quanto valga il silenzio degli Evangeli,

del Talmud, di S. Giustino, e quanto le parole stesse di Giuseppe in

favore della identità da noi propugnata. Qui non hanno però termine

gli argomenti estrinseci che formano di questa lezione il subbietto.

Vi sono quelli che abbiamo detto _cronologici_ e _storici_, e di

cui vado adesso a darvi contezza. E sono a due punti riferibili, i

più prominenti della essenica esistenza, a due momenti principali

di loro vita, a quelli che contrassegnano l’apogeo e il perigeo,

lo stato più florido e la decadenza, o per dir meglio la scomparsa

dello istituto dalla scena del mondo. Ed ambi ci forniscono novello

argomento in favore del nostro sistema. Il momento più bello della

esistenza dell’_Essenato_ egli è quello senza meno, in cui scrisse

Filone, vale a dire il primo secolo dell’Era Volgare. Allora l’Egitto

e la Palestina offrivano, nel duplice ramo di _Terapeuti_ ed _Esseni_,

tutte quelle istituzioni, dottrine, tutti i costumi di cui si fecero

storici Giuseppe e Filone, e le offrivano in tutta la pompa e la forza

del loro sviluppo. Allora _Esseni_ e _Terapeuti_ avevano e studiavano,

al dire dei medesimi, libri speciali, veneratissimi trasmessigli dai

loro maggiori. Ma che dico? Scorrono già due secoli: siamo ai tempi di

Alessandro Severo, e di Porfirio filosofo; e Porfirio non rifinisce di

laudare l’istituto degli Esseni, e tante sono le lodi che gli profonde,

che il cardinale Baronio non esitava di asserire, confortato eziandio

da altri indizj, non potere non essere esso Porfirio di origine, di

nazione israelitica. Tanto che non si può muover dubbio che sino nel

terzo secolo dell’Era Volgare vi era l’Essenato, pieno di vita ed

in perfetta possessione delle sue istituzioni e dei suoi libri. In

qual guisa sì repentina scomparsa? In qual guisa si ecclissò il sole

essenico, si può dire in sul meriggio? In qual guisa scomparvero ad

un tratto le sue istituzioni ed i suoi libri? Che lo istituto siasi

spento senza seguire le leggi regolari, ordinarie di ogni vita sociale,

senza percorrerne le fasi tutte di declinazione e di decadenza, è già

tal supposto che nulla può darsi di più strano, di più inverosimile,

è già per se stesso uno dei più parlanti riscontri colla parte più

eletta, superlativa, teologica, della scuola dei Farisei. La quale

presente nei libri più antichi del Rabbinato talmudico, presente nella

Misna, nei Medrascim, nell’uno e nell’altro Talmud, sparisce poi dalle

scritture rabbiniche posteriori, sparisce collo sparire del Dottorato

talmudico, e sparisce, lo che più monta, in quel punto istesso in cui

sparisce dalla storia la società degli Esseni, e col simultaneo suo

sparire giova mirabilmente ed al sistema d’identità da noi propugnato,

ed a rispondere trionfalmente allo argomento degli avversarj i quali

trar vorrebbero dal silenzio del Rabbinato postalmudico nuovo pretesto

a negare l’antichità, l’autenticità cabbalistica. Noi torneremo

sull’argomento presente quando il secondo punto toccheremo della loro

scomparsa. Noi dobbiamo notare adesso un nuov’assurdo ch’emergerebbe

dal rifiuto del nostro sistema. Se gli Esseni e i Terapeuti non sono i

medesimi Cabbalisti; se la scuola non si è perpetuata sott’altro nome

nella scuola dei Cabbalisti; se i loro libri, le loro opere, i loro

scritti, che redato avevano, come dice Filone, dai loro maggiori, che

formavano, come attesta egli stesso, oggetto precipuo, amatissimo dei

loro studj, non si perpetuarono, non si trasfusero in quelle opere che

la scuola serbò gelosamente dei Cabbalisti; se questi libri ai tempi

di Filone, ai tempi eziandio di Porfirio, erano in fama grandissima, e

oltremodo studiati e venerati presso gli Esseni, in qual guisa spiegare

la loro subitanea e completa scomparsa dalla superficie del mondo;

in qual guisa libri diffusi, meditati, venerati non lasciarono di sè

traccia veruna? Io comprendo che libri preziosi celebratissimi siensi

in breve ora perduti, che sieno stati anzi distrutti, o per scarsezza

di esemplari svanissero dalla faccia del globo; ma che libri, non solo

religiosi, non solo autorevoli, ma libri eziandio incarnati colla

esistenza stessa di un istituto vivacissimo, anzi, colla fede, colle

dottrine di un popolo tuttavia vivente; che libri i quali esprimono,

senza meno, il grado più eccelso del suo intellettuale sviluppo, siensi

perduti in modo sì intero, sì assoluto, sì irreparabile, egli è tal

fenomeno bizzarrissimo ch’io non riesco a comprendere. Ma se i libri

essenici sono quei medesimi che compongono la Biblioteca cabbalistica,

o almeno se le idee, se le dottrine che li contessevano, si travasarono

sott’altra forma nelle opere e negli scritti dei teosofi; in fine se

il nostro sistema non è bugiardo, l’asserzione di Filone non è più

contraddetta dai _fatti_, e il più strano fenomeno che siasi mai dato

nella istoria cede il luogo al più normale e verosimile andamento

nella seguenza dei fatti.

Storia degli Esseni: Lezioni · 第 33 / 41 段