Ma che parlare di questi transiti, quando una via regia ci si para

dinanzi nello stesso Talmud? Formiamo secondo il solito un voto, e

vediamo se sarà adempito. Imaginiamo che cosa di più preciso, di

più parlante potremmo desiderare nel Talmud, che nell’odio stesso

alla passione dell’ira ci offrisse un mezzo nuovo d’identificare

_Cabbalisti_ ed _Esseni_.—Diciamo a noi stessi: Se il Talmud suppone,

come non è dubbio, una scienza segreta acroamatica che si chiama ora

_Sitrè torà_, ora _Maase Mercabà_, ora _Pardes_, ora la trasmissione

del nome _Mesirat ascem_; s’egli è vero, come dicemmo le tante

fiate, che quella scienza, quella scuola segreta, è la scienza e la

scuola dell’Essenato; se è provato come gli Esseni imponessero la

fuga dell’ira qual morale apparecchio indispensabile alle dottrine

gelose; se in pari modo l’imposero i Cabbalisti; se l’uno e l’altro

sono quegli stessi nel Talmud designati, come cultori del _Pardes_,

della _Mercabà_, dei _Sitrètòrà_ o qual altro nome si abbia la riposta

teologia; in una parola se il sistema nostro non è bugiardo, che

cosa dovrà trovarsi nel Talmud? Dovrà trovarsi, se non erro, la fuga,

l’astensione, l’orrore della collera qual condizione impreteribile

alla comunicazione della _Mercabà_, dei _Sitrè torà_ e sopratutti dei

_Nomi_ sacrosanti che tanto gelosamente vedemmo custoditi eziandio

dagli Esseni. Questo, nulla di più nulla di meno, dovremo trovare

nel Talmud, ed ove realmente si trovi, ed ove l’ira vi sia additata

qual sommo ostacolo da superare nello ingresso del _Pardès_, o la

logica e la critica non sono più che nomi privi di senso, o il

sistema nostro riluce di nuovo, d’inusitato fulgore. Ora l’ipotesi

escogitata in desiderio è una bella e preziosa realità. È un testo

chiarissimo e luminosissimo in _Kedduscin_ ove aperto s’impongono

fra le altre, qual condizione indispensabile alla comunicazione dei

nomi divini, l’età virile, e poi _la fuga dell’ira_. Queste parole

non hanno bisogno di chiose perchè troppo eloquenti depongono in

favor nostro. Egli è per ciò che per la porta che dischiudono, pel

passaggio che ci offrono alle idee cabbalistiche, noi entreremo

difilati ad udire dalle costoro labbra non meno solenne ed esplicita

la condanna dell’_Ira_. Ora del _Zoar_ e del suo attestato. Chiede

il _Zoar_ a qual segno si debba cercare o fuggire la compagnia di un

uomo, e risponde: nell’ira. _Se l’anima santa_ ei dice, _custodisce

illesa nell’ira, se non la divelle dal suo riposo, se in luogo suo

non vi pone un Dio alieno, un idolo, questi è l’uomo perfetto, questi

è il servo fido al suo Signore_, ma ove fosse al contrario, ci sarà

l’uomo ribelle al suo Signore, ed a cui (notate le seguenti parole

che l’idea ci destano dei _Habrajà_ Zoaristici che rispondono, come

dissi altra volta, ai socj dell’_Essenato_), _ed a cui è interdetto

avvicinarsi nè con esso associarsi_. Ma ciò che altrove dice lo _Zoar_

merita più attenzione.—Dopo aver chiamato, come udiste, la collera

vera idolatria, _Èl Zar, Sitrà okarà_, conclude con parole che, oso

dire, sono a parer mio un lampo vivissimo di luce che progettandosi a

traverso i secoli frapposti sulle antiche linee del grand’_Essenato_,

ce ne fa cogliere in un amplesso istantaneo di luce le vere fattezze e

i fili segreti che lo congiungono agli uomini, alle teorie del _Zoar_.

E per comprendere questo tratto di luce, due parole d’indispensabile

prefazione. Ricordatevi di un fatto, e questo fatto sarà la chiave con

cui potrete penetrare nell’intelligenza del _Zoar_. Il fatto e l’uso

che abbiam veduto presso gli _Esseni_ di cibarsi cotidianamente di

pane azzimo, e questo è il punto di partenza.—Ma ciò non basterebbe

senza che una idea intermedia non venisse a stringere, a legare tra

essi l’uso essenico del pane azzimo e parole che udirete del _Zoar_,

e questa idea è idea farisaica per eccellenza, è il lievito preso,

considerato qual simbolo naturalissimo di ogni passione che suoni

_tumore_, _gonfiezza_, la collera, la superbia particolarmente.—Da

questo punto di vista, con questo duplice filo alla mano, udite le

parole dello _Zoar_ a cui accennava. La fuga dell’ira era l’oggetto

delle più calde sue esortazioni. Per mostrare l’Ira qual vera e propria

idolatria, il _Zoar_ invoca l’autorità della Bibbia, e per ciò, ei

dice, egli è scritto: _Eloè Massehà lò taase lah_, e poi si legge

immediatamente: _Et kag amazzot tismor_. Ma che intenda lo _Zoar_ con

queste parole, qual rapporto abbia l’idolatria col _kag amazot_, qual

rapporto abbiano ambedue col soggetto in discorso, coll’_Ira_; nè il

_Zoar_ lo dice, nè i più autorevoli commentatori lo spiegano, nè troppo

parmi suoni agevole a comprendersi.—Solo ha un senso se ci torniamo

alla mente e l’uso essenico di cibarsi di pane azzimo, e il simbolo

del _lievito_ qual espressione di collera e superbia. Premessi i due

fatti ricordati, quanto non riesce piano e naturale il ragionamento

dello _Zoar_! Ei vede nella Contiguità ossia _Semikut_ dei due comandi

il cenno del principio suo favorito.—_L’iroso essere idolatra_—; egli

vede il testo esordire colla idolatria materiale esteriore, sensibile

nell’Eloè masseha, e senza sbalzo e senza lacuna proseguire nella

idea stessa d’idolatria, non più fisica certo ed esteriore, ma morale

e interna nel divieto di ogni lievito, _Et kag amazot_; ch’è quanto

dire, oltre il suo senso positivo e letterale, lo schifo, la fuga della

collera, della superbia da cui gli Esseni si guardavano, e in figura e

in realtà; in figura coll’odio che ispiravano per la passione dell’ira,

in realtà colla massima estensione che davano al precetto in discorso,

cibandosi, come vedemmo in fatto che si cibavano, cotidianamente

di pane azzimo. Il _Zoar_ con una frase suppone, e la significanza

simbolica del lievito qual simbolo di collera, e ci addita al tempo

stesso la via per la quale poterono gli Esseni allargare il precetto

in discorso sino a formarne regola comune ordinaria di loro vita. Ora

dagli antichi ai più moderni Cabbalisti trapassando, seguiamo di queste

idee le vestigia sempre più manifeste. Non solo per essi le virtù alla

collera opposte, la dolcezza, la mansuetudine, la sopportazione delle

ingiurie, sono apparecchio a ricevere lo spirito divino, sono anzi

i più eloquenti maestri della scienza riposta; non solo si legge in

nome dei più antichi Cabbalisti quai furono i _Cichittilia_ spagnuoli;

non solo eglino stessi dicono averlo trovato scritto nei libri dei

Cabbalisti, che meritarono di pervenire alla scienza divina; non solo,

dico, per essi uno dei preliminari più grandi e più necessarj è la

sopportazione delle ingiurie, è la fuga della collera ma ciò che più

monta, è quello che segue, ove risalendo a un’epoca antichissima, al

mille dell’_Era volgare_, vediamo la prova contro la collera prevaler

qual uso tra i più grandi dei _Cabbalisti_. E grandi invero sono per

esempio _Rabbi Jeuda chasid_, più antico di Rasci, e grande non meno

il maestro suo _Rabbi Jaacob Eschenazi_. E dell’uno e dell’altro ecco

ciò che si legge nel _Rescit Kokmà_, libro prezioso non solo per la

dottrina morale, ma per i frammenti e le memorie di gran lunga più

antiche che di frequente racchiude:—«_Avvenne che il hasid Rabbi Jacob

Eschenazi, che era straordinariamente erudito nella scienza_ (intendi

la Teosofia o _scienza per antonomasia_), _volendo insegnare la sua

dottrina a Rabbi Jeudà chasid, provollo prima riguardo alla collera._—»

Ma ciò è poco rispetto a quello che segue: «_Ed era tradizionale

costume appo loro_ (intendi Teosofi)_ di non trasmettere la scienza, se

non a chi provato essendo negli effetti dell’ira, non s’adirasse. Ora

fu provato pertanto R. Jeudà chasid il quale, per molte volte riuscito

vittorioso, la settima però restò soccombente._» Queste parole brillano

di una luce propria innegabile, nè bisogno hanno di venire illustrate,

ogni parola o comento non facendo che oscurarle. Solo piacemi additarvi

un punto, non men bello nè luminoso, ma che nel fulgore dell’insieme

potrebbe sfuggirvi, come le stelle si ecclissano alla luce del sole.

Ed è l’epiteto _Hasid_ invariabilmente appiccato al nome dei due

Cabbalisti, del dottore e dell’addottrinato del _Hasid R. Jacob

Eschenazi_, il maestro; e del _hasid R. Jeudà_ suo discepolo. Se tutte

queste cose sono a caso, io mi taccio; e solo dirò che se ciò è a caso,

non è più assurda quella ipotesi che altri mise in campo per provare

la necessità di un ordinatore del mondo, e che non è più impossibile

che imborsando tutte le parole del vocabolario latino ed estraendole ad

una ad una, ne venga fuori il capo d’opera della letteratura latina,

_L’Eneide di Virgilio_.—Se il caso può partorire le armonie che vediamo

nello studio degli _Esseni_, non v’è nulla di assurdo che possa fare

ancora il prodigio indicato.

LEZIONE TRENTESIMANONA.

La storia della vita essenica costava di tre parti distinte. La vita

religiosa, la vita interna, la vita pubblica esteriore. Delle prime

due parti abbiamo ragionato abbastanza, rimane a vedere della terza

ed ultima che dicemmo _vita pubblica ed esteriore_. Vi ha però un

tratto della vita loro, intima privata, che serve quasi di ponte e di

transito naturalissimo allo studio, dei loro rapporti esteriori, ed è

il rispetto reciproco che professavan tra essi i membri dell’Essenato.

Questo rispetto fu sì grande, sì costante, così proprio all’Essenato,

che un tratto forma sensibilissimo della essenica fisonomia, che

menzione segnalatissima meritava dallo storico della setta, Flavio

Giuseppe. Giuseppe vide il rispetto, la deferenza che usavansi tra essi

i membri dell’Essenato, ed ai posteri lo trasmise, e trasmettendolo,

nuovo e parlante argomento ci porse della identità tra Farisei

ed Esseni, da noi propugnata. Se v’ha carattere deciso spiccato

prominentissimo nella scuola dei Farisei; egli è questo senza meno,

egli è il rispetto che la scuola imponeva tra colleghi e compagni; egli

è il precetto che si legge in Abot, il Codice dei _Hasidem_, di amare,

riputare qual proprio l’onor del compagno; egli è l’onoranza dovuta

al compagno qual duce e maestro per quello inevitabile incremento di

scienza che si consegue negli studj, nelle disputazioni comuni; egli

è il titolo di familiare all’Esterno conceduto in Pesahim a quelli che

tributano lode e dimostrazioni onorevoli ai compagni loro nei dotti,

consessi; egli è il vanto che menavano i più grandi tra i Tanaiti,

di non aver mai tolto a vile l’opinione dei colleghi, sino al punto,

dice alcuno tra essi, di officiare qual sacerdote abbenchè sacerdote

non fosse; egli è il flagello che dicesi menò strage nella immensa

scolaresca di Akibà, sol per aver un solo istante obliato il dover

sommo del Farisato, il rispetto reciproco e per cui dura tuttavia un

vestigio di lutto tra la Pasqua e la Pentecoste; ei sono infine gli

esempj grandi cospicui che ci offrono del reciproco rispetto i lumi

più grandi del Farisato, e ciò che più monta, per eloquentissima

coincidenza, i dottori più celebri del Cabbalismo, Rabbi Akibà quando

profonde in carcere la scarsa misura d’acqua per bere, ad uso di un

lavacro doveroso soltanto, a detta dei suoi colleghi, perchè, com’egli

disse, meglio era subire le torture della sete che dar pubblico

segno di indisciplina e disobbedienza; _R. Simon_, il corifeo del

cabbalismo, quando sgrida, non appena uscito dal suo più che decenne

nascondiglio, colui che contro la volontà dei colleghi, e ciò che

più monta, in coerenza alla sua propria opinione, raccoglieva poche

spiche spontaneamente cresciute nell’anno sabbatico. Ma tal rispetto,

comunque osservato universalmente tra i nostri Esseni, non era

tuttavia in pari modo distribuito tra loro. Fra gli Esseni d’Egitto,

che la Storia conosce col nome di Terapeuti, v’era una classe che

forse non differisce dai sacerdoti stessi che ministrarono nel Tempio

di _Onia_, di cui ebbi luogo non è molto di favellare e che il nome

reca appo Filone di _Presbiteroi_, d’onde, come dissi altra volta,

il prete cristiano. Ora i _Presbiteroi_ di Filone erano i più degni

e più meritanti di tutta la scuola, certo i più dotti, e ciò che più

monta è ciò che aggiunge Filone, concedersi quel titolo al merito

senza riguardo di età. E questo è pretto e puro farisaismo. Presso i

quali se la vecchiezza è in somma onoranza, come presso la Bibbia,

come appresso i più civili e più nobili popoli dei tempi antichi, non

è sì che la scienza non faccia venerando per prematura canizie anche

l’uom giovanissimo, che non lo anteponga al vecchio ignorante, e che

per tutto ciò che s’attiene ai consessi studiosi, unico criterio di

preminenza non sia la scienza maggiore, e solo nei mondani convegni si

accordi alla vecchiezza, comunque indòtta, la preminenza.

Ora lo studio della vita esteriore ci dee le soglie far varcare del

grande Istituto, e dall’esame dei rapporti reciproci dobbiamo procedere

a quelli che gli Esseni legavano cogli uomini, col mondo, colla Società

esteriore. La storia ci ha conservato memoria di due rapporti, che

due Stati contrassegnano opposti, estremi nelle sorti dell’Essenato,

la libertà, la grandezza, il potere da una parte, la sventura, la

persecuzione, il martirio dall’altra. Nell’uno come nell’altro, nella

trista e nella lieta fortuna, uno è il volto, uno il carattere, uno il

tipo, quello dei Farisei. Come gli Esseni, dei quali chiaro attesta

Giuseppe le civiche e governative dignità, le città governate, come

_Giovanni Essena_ governatore di Jamna, come gli Esseni ebbero i

Farisei onori, potenza, impieghi, uffici pubblici, edilizj politici

eziandio dal governo romano, o dagli efimeri principati della Giudea;

e senza ripetere ciò che fu detto di _Menahem_, chiamato, dice il

Talmud, insieme ai discepoli al servigio di Erode, parecchi esempj

si potrebbero fra i dottori citare non solo di regie e imperiali

amicizie, ma di offici pubblici sostenuti, e di cui lo esempio non

è raro vedersi anco nella storia moderna, nelle corti d’Europa, nei

ministri dei Re di Francia, nei tesorieri e medici della corte papale,

tra i quali splende qual vivido astro, _Rabbenu Iehiel_ del 9º secolo

dell’Era Volgare, tesoriere del Papa allora regnante. Ma le cariche,

di cui parla Giuseppe, datano da tempi più antichi, da quando ogni

barlume d’indipendenza non era svanito, dai primi tempi del dottorato

talmudico, e forse dai tempi gloriosi della guerra d’indipendenza.

Di tempi così antichi, scarsi sono ed incerti le memorie talmudiche,

e quindi scarse ed incerte le analogie che andiamo cercando. Non sì

però che qualche vestigio non ne rimanga. Testimoni _Menahem_ e la sua

scuola di cui abbiamo parlato, e testimoni quei primi venerandissimi

_Tanaim_ che aprono la serie del dottorato in Abot, un _Antignos Is

soho_, vale a dire Signore rettore di _Sohò_, un _Joseben soezer_

rettore di Zeredà, un _Rabb Halafta_ rettore di _Chefarhanama_, un

Rabb Eliezer rettore di _Bartota_, un Rabb Levitas rettore di _Jabuc_,

un _Nehunià_ capo di _Chefarabatli_; tutti, come concordi attestano

i chiosatori, investiti di pubblico, di civile officio, indicato nel

vocabolo Is, Signore e Duce. Ma gli esempj e la pratica non solo

all’uopo soccorrono, vi è anco il principio, il costume, l’enunciazione

generalissima del fatto dai dottori proclamato. Il fatto voglio dire di

Dottori, di Farisei, di Esseni, che son tutt’uno per noi, preposti al

governo, al maneggio de’ pubblici affari. E non solo una volta, ma bene

tre esplicite e chiarissime menzioni ne ricorrono nei libri talmudici,

e non solo i Farisei in generale ne sono, come dissi, gli enunciatori,

ma quelli in specie che recano manifesti i segni dell’affiliazione

cabbalistica, e di cui udito abbiamo altra volta la voce e veduto gli

esempj preziosi, autorevoli. Ma uno poi di questi luoghi accennati

brilla di una luce tutta propria, speciale, sfolgorantissima, ed al

novero appartiene di quei pochi, ma salienti tratti di luce che ci

rivelano nel Talmud le traccie dell’Essenato, e che se non soli perchè

corredati, accompagnati da quelle costanti e perpetue analogie da

noi additate, sono però come soli in mezzo agli astri minori, come i

visceri vitali, come i centri organici nervosi in mezzo al continuato

organismo, come i nuclei stellari nella materia delle nebulose, come i

grandi avvenimenti nella istorica successione, come le epoche organiche

genesiache nella formazione della terra; un concentramento di luce,

di forza, di vita, di azione e di pensiero. Io dissi che tre sono i

luoghi in discorso. Ma se tre sono i luoghi e tre le forme, uno solo è

il pensiero, uno solo il fatto che sotto vi giace, ed a cui si allude;

il fatto della presenza dei Dottori, dei Farisei al governo della

città, il pensiero di fuggire la città da essi governata. Io non starò

a notare le grandi riflessioni che questo pensiero ci suggerisce, le

vere cause che condussero i più grandi tra i Farisei ad abdicare ogni

politica superioranza, ma il fatto resta, ed il fatto ci basta. Quando

_Rabbi Akibà_ volle lasciare al figlio alcune regole di condotta per

bene vivere nel mondo, fralle altre cose che raccomandògli sì è quella

di non abitare un luogo al cui governo siano _Talmide hahamim_, vale

a dire veri e proprj _Farisei_. Quando _Rab_ volle fare nel Talmud di

_Sciabbat_ una scala, una gradazione di merito fra le umane signorie,

pose in primo luogo l’araba signoria, dopo l’araba la romana, dopo

questa la persiana o cabaritica, e dopo questa la farisaica. Ma il

terzo luogo vince di gran lunga i due ricordati; ed è, come dissi, un

dei fari, dei punti luminosi che guida chiunque si faccia a cercare nel

mare talmudico l’antica scuola degli _Esseni_. L’autore è quel medesimo

della scala politica testè udita, è il medesimo _Rab_, il pensiero

è il medesimo, ma l’espressione, ma la forma, quanto più eloquente!

Esorta egli com’esortava _Akibà_ il figlio suo, ma invece del vocabolo

_Talmid Haham_ un altro è posto in luogo suo, e questo è il nome di

_Assè_. _Non abitare città alla cui testa sia un Assè_. Parola grande

storica che suona rarissima in tutto il Talmud, e che doveva quindi

tornare strana, bizzarra all’orecchio dei chiosatori ignari o incuranti

della esistenza stessa di una scuola per nome _Essenato_. Quindi in

_Rasci_ e nel _Karuh_, un linguaggio perplesso e come a tentoni: ma

poi la mente loro dopo breve bagliore, mirate forza del vero! si fissa

come aquila nel sole, nella contemplazione dell’unico senso, vero,

storico, razionale, e la gran parola pronunziano d’identità fra _Talmid

haham_ e _Assè_, e nell’_Assé_ del Talmud non altro veggono che lo

stesso _Talmid haham_, vale a dire veri e proprj Farisei. Ei fu per me

un conforto, un diletto che non saprei dirvi. Oltre il passo talmudico

che ha un’importanza senza pari per la storia dell’Essenato, e che è

come il suggello posto al nostro sistema d’identità, e che niuna umana

potenza ci può rapire, mi doleva non poco dover anch’oggi scostarmi da

quegli uomini santi e venerandi che sono Rasci, e l’autore del Lessico

_Aruh_ e in genere i Rabbini del Medio-evo. Da oggi in poi potremo dire

senza che niuno sia oso di contraddirci, che per l’uno come per l’altro

_Assè_ vuol dire e può voler dire ch’egli è uno dei nomi con cui il

_Fariseo_ si distingue, ch’è quanto dire, per assumere un linguaggio

storico, che gli Esseni non sono che parte nobile sì, ma pur parte del

gran corpo dei Farisei.

Ma la considerazione di questo gran fatto non vorrei ci togliesse

vaghezza di volger il pensiero a cose men grandi; la beltà delle

forme si vede nelle grandi come nelle piccolissime linee, e ciò che

è vero, è vero in tutto, nelle massime come nelle minime parti. Se

il fatto che ci narra il Talmud, se il nome nuovo che accampa, quale

denominazione dei Farisei, sono, più che dir si può, eloquenti,

non lo è meno il nome degli uomini che il fatto proclamano. L’uno è

R. Achibà, il maestro del Ben Iohai, grande e felice visitatore del

_Pardes_, ed egli stesso vivente esempio della ingerenza politica dei

Farisei, nella parte grandissima che prese, nel supremo ed infelice

conato d’indipendenza, in cui _Ben Cozibà_ fu il braccio glorioso, in

cui Achibà fu il capo, il pensiero, il profeta, l’ispiratore, e che

soleva dire per l’infelice _Barcocheba_ avere di esso pronosticato

Balaamo quando disse: Ecco spunta una stella (_Cokab_) da Giacobbe.

L’altro che abdica il valore politico è Rab, vale a dire R. Abbà lo

scriba, il redattore, il collaboratore anzi dello _Zoar_, il discepolo

prediletto di R. Simon, il Beniamino della scuola, il _portavoce_ del

gran maestro tanto nella tradizione comune, quanto nella recondita,

tanto nel Rito come nel _Dogma_, nel rito colla redazione del _Sifrè_,

opera di Rab, pensiero del Ben Johai _Setam Sifré R. Simon Ben Johai_,

nel dogma colla redazione dello _Zoar_, opera egualmente di R. Abba o

Rab che è pensiero egualmente del _Ben Johai_. E ambidue eloquentissimi

nomi perchè appartenenti al maestrato supremo del cabbalismo, i quali

uniti all’idea che esprimono, essenica per eccellenza perchè allusiva

agli storici esteriori rapporti dell’Essenato, formano un concorso di

prove, di memorie innegabili in primo luogo della identità tra Esseni

e Farisei cabbalisti, e in secondo luogo delle vestigia tuttavia

sussistenti nei libri talmudici del grande Istituto. Vedremo nella

seguente lezione quanto gli Esseni abbiano comuni coi Pitagorici, il

genio, gli uffici, la vita politica, e come grandi si mostrino nella

sventura e nel martirio, non meno che nella prosperità e nella gloria.

LEZIONE QUARANTESIMA.

Se gli Esseni prendevano parte al governo dello Stato, se molti offici

sostennero, come disse Giuseppe, non fecero, come veduto abbiamo

nella passata Lezione, nulla di cui esempio illustre non c’offrano

i Farisei, e nulla altresì, come vedremo in questa lezione, che non

facesse il grande istituto dei Pitagorici, ai quali paragonavali

Flavio. Voi lo ricordate, Giuseppe disse gli Esseni i _Pitagorici_

dell’Ebraismo, e quanto bene si apponesse così dicendo, voi lo vedeste

in quei casi infiniti in cui le leggi, i costumi, il genio delle

due scuole s’incontrano nel corso di queste lezioni, e lo vedrete

eziandio nell’argomento presente, sol che vi piaccia invocare le più

accertate e comunali nozioni intorno la storia antica dei Pitagorici.

Se v’ha punto incontroverso nelle vicende di quella scuola, se v’ha

cosa che costituisca profondo reciso, divario tra gli antichi e i

moderni Cenobj, egli è il genio pratico, attivo, sociale, politico dei

Pitagorici; la parte grande, eminente che presero sino dall’origine

nelle sorti, nelle costituzioni della patria loro; delle città in

ispecie di Magna Grecia, ove ebbero sede famosa e illustre. Basta dire

di Pitagora stesso, tra i cui caratteri splende quello di legislatore

degli Italioti; di Archita, di Eudosso, pitagorici antichi essi pure,

i quali, al dire di Diogene Laerzio, dierono leggi a parecchie città

che abitarono. Il quale genio ed officio politici perpetuaronsi nella

scuola sino agli ultimi giorni della sua esistenza. Se v’ha scuola

antica che meglio le fattezze riproduca dei Pitagorici, che più abbia

di somiglianza, d’affinità coll’Essenato e col Cabbalismo, ella è senza

meno la scuola dei Platonici. Ed a Platone non è niuno che negar possa

il carattere, il genio e la scienza di statista, di cui fece studio

precipuo nelle Leggi, nella Repubblica, ed è a Platone che il gran

placito si attribuisce: Non potersi dare stato perfetto se non dove

il principe è filosofo o il filosofo principe; ed è di Platone che il

Ritter, dopo costatato il pregio e la inclinazione politica, conchiude

in questa guisa: _On voit donc que Platon considère la société civile

comme quelque chose d’utile au particulier, et qu’il croit que c’est

une œuvre louable que de prendre part aux affaires de l’État_. Queste

cose ci diano una idea più adequata dell’Essenato, se frainteso

avessimo sino adesso il suo genio, se creduto avessimo gli Esseni

non dissimili da quegli asceti antichi e moderni, che maledicendo il

mondo e la vita mondana, fuggono lungi dall’umano consorzio solo per

piangerne e imprecarne i vizj, i delitti; che non dànno niun valore

alla vita politica, che stillano nei cuori l’indifferenza, l’apatia,

lo scetticismo politico, che aprono quindi il varco a sensi abbietti

e servili, e quindi operando contro il proprio scopo, non offrono

più per cibo alle menti che il più vile materialismo; oh quanto non

saremmo andati, così giudicando, lungi dal vero! L’Ebraismo, che è il

più perfetto e sublime connubio tra la politica e la religione, era

là per evitarne gli eccessi; e gli Esseni e i Terapeuti e qualunque

altra scuola che nel suo seno sorgesse, non poteva a meno di essere

ebrea, e quindi eminentemente pratica e politica per eccellenza. Perchè

non lo fosse, perchè facesse divorzio dalla vita esteriore, bisognava

che prima facesse divorzio dallo stesso ebraismo, che si separasse

dal suo grembo, che ne rompesse la possente unità; e, mirabile a

dirsi! la storia ci conferma il dettato della ragione, e ci mostra nel

cristianesimo la prima setta che fatto abbia divorzio dall’_ebraismo_,

e nello stesso tempo che abbia fatto divorzio dalla vita politica.

Ma la ingerenza politica che la storia ci mostra nella società degli

Esseni, mise in luce quella virtù più preziosa che gli fece magnanimi,

eroici, tetragoni nelle persecuzioni, e che nuovo e bel riscontro ci

offre colla setta madre dei Farisei. Se Farisei ed Esseni vedemmo

confusi, immedesimati nelle opere del pensiero, delle leggi, delle

pratiche, della morale, delle storiche vicende, confusi ancora e

immedesimati li vedremo nella sventura; e se comuni ebbero gioje,

sapienza e virtù, comuni avranno ancora dolori e martirio. Giuseppe

che ci narrava le prime, ci narra i secondi; e in seno alla sventura,

in mezzo ai roghi e sotto le crudi bipenni, ci fa vedere gli Esseni

e’ Farisei stringersi ancora una volta, unificarsi in un amplesso di

amore. E non solo il fatto principale da Giuseppe narrato lo attesta

ad evidenza, ma le circostanze tutte eziandio che ne costituiscono

l’epoca, i caratteri, le cause dei gloriosi martirj. E se io vado

errato così giudicandolo, ditelo voi, quando udito avrete le parole

di Flavio che io tolgo testuali dal traduttore francese. «_La guerre

que nous avons eue contre les Romains a fait voir en mille manières

que leur courage est invincible. Ils ont souffert le fer et le feu,

et vu briser tous leurs membres plutôt que vouloir dire la moindre

parole contre leur Législateur, ni manger de viande que le Seigneur

défend, sans verser une larme pour tâcher d’adoucir la cruauté de

leurs bourreaux._» Qual ritratto, e quale più proprio e conveniente

ai Farisei! Se ad una ad una tu togli ad esame le circostanze da

Giuseppe narrate, non una vedrai che non si attagli mirabilmente al

lungo e glorioso martirio dei Farisei. Se all’epoca tu guardi, ed è la

guerra d’indipendenza, egli è appunto nelle nazionali riscosse, nelle

crude rappresaglie dei vincitori, che il più puro e sacro sangue si

versava dei Farisei; se al genere guardiamo di morte, al _ferro_, al

_fuoco_, ai _membri lacerati_, ove è strazio che meglio lo strazio

riproduca dei Farisei? se la costanza religiosa nell’indurarlo, ove

è, non dico costanza, ma sereno, ilare e quasi esultante coraggio che

quello superi dei Dottori farisei menati al supplizio? se al ciglio

asciutto, all’orrore di ogni supplica, di ogni bassezza, ei furono tali

nei Farisei, fu sì grande l’animo impavido, ei fu tale il prestigio del

sovrumano contegno che il cuore ammolliva eziandio dei manigoldi; e non

pochi casi si leggono nella storia del martirio, di Dottori che vinsero

i loro carnefici, che ricevendone la morte del corpo, li ripagarono

colla vita dell’anima, e di pagani carnefici ne fecero, per prodigio di

fede, martiri pur essi alla volta loro, e martiri israeliti.

Storia degli Esseni: Lezioni · 第 32 / 41 段