e solo a sera prendevano il loro parchissimo pasto. Nella quale
rigorosa astinenza ebbero a compagni non solo i più austeri dei Farisei
talmudisti, ma quelli eziandio che del _Zoar_ sono autori od attori.
L’ebbero nei Talmudisti a cui ci si offre ad esempio un figlio di
_Rabbinà_, del quale si narrano i giorni tutti trascorsi in digiuno,
salvo il giorno della Pentecoste e la vigilia del giorno d’espiazione.
L’ebbero nel _Zoar_ e più illustri e più numerosi, in tutti quei
dottori che si veggono passare parecchi giorni senza prendere alcun
nutrimento, assorti com’erano in profonde meditazioni, di cui la
storia dell’antica filosofia ci porge esempi non pochi e tra gli
altri di Socrate. Del quale si narra che non solo, mentre assisteva ad
un banchetto, era sì vivamente colpito da un pensiero che ogni moto
perdeva e lungo tempo immobile perdurava, ma che in mezzo eziandio al
romore dei campi restava dall’uno all’altro mattino immobile al luogo
istesso, e solo i raggi solari gli ricordavan l’ora della preghiera.
Nè qui vuolsi due circostanze della essenica vita pretermettere perchè
più o meno all’ordine, alle regole della mensa si riferiscono. È la
prima quel divieto che interdiceva agli Esseni ogni specie di unzione
dalla quale si riguardavano come d’abominevole cosa. Nè la menzione
volli di questo divieto disgiunta dall’argomento presente per una
semplicissima ragione, perchè appunto le unzioni odorifere entravano
tra le generali costumanze dei tempi dopo il pasto conchiuso, come fra
poco vedremo. Ora dobbiamo domandare a noi stessi. D’onde e perchè
questa interdizione fra gli Esseni?—Quale l’origine e quale lo spirito;
e quest’ultimo costatato, più agevole, cred’io, scuopriremo la prima.
Lo spirito è l’orrore di ogni mollezza, di ogni effeminato costume, è
quel medesimo che non pochi precetti informa della legge di Dio, quello
che la interdizione suggeriva onde all’uomo si fa divieto indossare
femminile costume, di radersi i segni della virilità, l’onor del
mento; e non solo come udiste di avvolgersi in ammanto donnesco, ma di
addottare eziandio modi, ed usi, ed acconciature di donna. Testimone
lo specchio proibito dai Talmudisti, perchè lo specchio a quei tempi
era peculiare costume di femmina, siccome la pagana letteratura lo
attesta, e come in ispecie si vede da Apuleio. Al quale un suo censore
rinfacciando l’uso di quel arnese troppo a filosofo disdicevole,
sclamava meravigliato: _habet speculum philosophus; possedit speculum
philosophus_. Ma ciò che più interessa a sapersi, egli è in qual
guisa la pensarono i dottori intorno all’argomento presente, intorno
all’unzione. Si può dire generalmente come i dottori distinsero in
fatto di unzione quelle che dalla nettezza sono richieste, dalle altre
che hanno la mollezza per consigliera. Le prime ammisero; nè forse, se
il tempo lo concedesse, tornerebbe ingrato rammemorare come tra queste
noverare si debba l’uso dagli stessi Romani adottato di ungersi dopo
il pasto con olj odoriferi, e che ripetutamente vediamo ricordato nei
libri Talmudici. Le altre che mirano, come dissi, a semplice diletto
carnale interdirono specialmente a coloro che professione fanno dei
sacri studj, pei quali reputarono abominevole il mostrarsi per le
pubbliche vie per profumi olezzanti e per olj odoriferi, consentendo in
questo come in infinite altre cose colle esseniche osservanze.
Ma io dissi di un’altra circostanza, alla mensa attinente, e di cui
vado a darvi immediatamente contezza, singolare a dirsi!—Non vi è
pratica dell’essenico istituto, non è parte della loro istoria che
meglio la consanguineità manifesti tra esso e lo antico istituto dei
Cabbalisti. Egli è quì che si vede ad un tempo come l’ultimo spinga
le sue radici sino alla più alta e profonda antichità, ed egli è quì
egualmente che i due istituti si porgono sul capo ai semplici Farisei
amica la mano, e ciò che il comune dei Farisei rigettava e rigetta
ammettersi, sanzionarsi, e con ogni possa difendersi da Esseni e da
Cabbalisti, prova manifesta come gli Esseni non siano Farisei se non in
quella misura, e sino a quel punto che i Cabbalisti lo sono, nè temano
da quelli dissentire quando nè dissentano i Cabbalisti, nè separarsene
quando i medesimi se ne separano. Io non ne chieggo ad esempio che il
fatto presente ove vediamo i Cabbalisti permettere, anzi comandare
ciò che i Farisei interdicono, e gli Esseni ad imitazione dei primi
egualmente permettere e comandare. Vietarono i Farisei tenere la
tavola con pane imbandita dopo il pasto conchiuso, temendo non forse
potesse cotesto uso precipitare in una pratica idolatrica, di cui si
fa veramente menzione nel culto di Roma, e di cui le traccie risalgono
sino ai Profeti che simil pratica rinfacciano ai coetanei loro, che
la tavola, dicono essi, imbandivano oziosa in onore di Gad, _Ahorekin
laggad sciulkan_. Ora, sia diversa tradizione, sia interpretazione più
larga dello antico divieto, sia meno timore di trascorsi idolatrici;
fatto è che i _Cabbalisti_ a quest’uso non si oppongono. E non che
opporvisi, instantemente lo raccomandano per la sera e pel giorno
di sabato, volendo la mensa in quel giorno continuamente imbandita
con pane dopo il pasto rinnovato: d’onde un disputare infinito tra
i semplici Farisei e i Farisei Cabbalisti, e d’onde in fino nuova
arme portai ai nemici dello _Zoar_ a osteggiarne la santità e il
valore. Ma io vorrei invitare amici e nemici a legger Filone. Il
quale nè più nè meno una _eguale identica_ pratica narra dei nostri
Esseni, la cui mensa, egli dice, vedevasi specialmente nei dì festivi
perpetuamente imbandita, e pane vedevasi sopra ordinato a somiglianza
della _mensa_ ch’era nel Tempio, e ch’è tipo che i Cabbalisti stessi
tolgono ad imitare nella mensa loro.—Se gli avversarj dello _Zoar_
hanno imparzialità ed amor del vero, come hanno scienza ed erudizione
insigne, riflettano a questo fatto, a questo gran fatto. Pensino allo
_Zoar_ che in onta al Talmud, in onta alle sue esplicite interdizioni,
in onta agli interpreti, ai ritualisti antichi e moderni, proclama
innocente, pia, autorevole una costumanza che gli altri dicono vana,
perniciosa, paganizzante. Pensino alla ignoranza _certa, provata_ in
cui vissero i nostri dottori di questo inaspettato ausiliare, cioè
della società degli Esseni. Pensino _all’esplicita_ menzione che
veggiamo in Filone dell’uso contrastato; alla indubitata antichità,
al potentissimo ausilio che questa conformità reca ad un tempo ed
all’antichità delle teorie zoaristiche ed alla loro identità, colle
dottrine e colle pratiche esseniche: pensino a tutto questo, e poi ci
dicano se le stesse anomalie che a suo danno impugnarono, non riescano
a prova maggior dell’antichità di quel libro, e se di esso, come Dante
di San Domenico, dire non si potrebbe acconciamente che percosse
L’impeto suo più vivamente quivi
Dove le resistenze eran più grosse.
_Parad._ XII.
LEZIONE TRENTESIMOTTAVA.
La seconda parte della Storia dell’essenico culto, quella che riguarda
gli abiti e le virtù della setta, ci occupava nelle precedenti lezioni,
e ci occuperà eziandio nella presente. E particolarmente diremo delle
virtù per cui andavan distinti.—Quando parlammo delle dottrine degli
Esseni, toccammo altresì della loro morale, e i principj indicammo
speculativi dei loro costumi.—Ora dobbiamo dire in ispecie di quelli
che a se medesimi si riferiscono, e che hanno principio e termine
nell’uomo interiore.—Quando vollero gli Esseni insegnare la legge
generale di ogni virtù personale, dissero che la maggiore tra esse
virtù, la più generale, la più comprensiva consista nel domare le
proprie passioni, nell’imperio di se medesimo. E se l’illustre signor
Munk, il quale ci narra degli Esseni la morale suprema, si fosse dei
Farisei ricordato, e delle sentenze in ispecie consegnate in _Abot_,
trovato avrebbe la formula essenica in quel dettato degli antichi
padri, _ezeu ghibbor accobes et izrò_, come in altri moltissimi forse
anco più espressivi, che qui lungo saria ricordare.
Ma se ogni rea passione volevano domata, ve n’era una che più
ispirava orrore agli Esseni, e che credevano il più grande nemico da
superare; e questa era la _collera_. Nè potrebbe essere diversamente,
se i Pitagorici sono gli Esseni del Gentilesimo, come gli Esseni
i Pitagorici dell’Ebraismo, al dir di Giuseppe, niuna passione più
della _collera_ doveva essere da loro abominata. La quale vincere era
còmpito particolare di ogni buon Pitagorico; e tanto innanzi vennero i
seguaci di Pitagora nel conseguimento di questa virtù, che la memoria
restonne celebre nei filosofici annali, e che Carlo Ritter non temeva
di asserire: _Le triomphe des Pythagoriciens sur la colère est célèbre_.
Mostrato abbiamo la verità dell’asserto flaviano, _la pitagorica
parentela_; sarà d’uopo che la bontà proviamo ora del nostro sistema?
Secondo il quale, e voi il sapete, oltre l’origine che con tutte le
ebraiche scuole vanta l’Essenato, comune nell’epoche e nelle opere
della Bibbia, più specialmente s’identifica, a parer mio, colla grande
scuola dei Farisei, e in questa stessa segnatamente, colla frazione
più eletta dei _Teosofi_ o _Cabbalisti_. Or bene, se il nostro
sistema non è erroneo, la collera dovrà apparirci esecrata non solo
nei libri biblici, ma nei farisaici e cabbalisti eziandio; anzi in
quest’ultimi specialmente un carattere particolare dovrà assumere,
che meglio consuoni col genio e colle virtù degli Esseni, mostrandoci
l’ira avversa specialmente a quella eccellenza contemplativa, a quella
santità e purezza di speculazione ch’era il più proprio e più grato
officio dei gran solitarj. Io oso dire che tutti i tratti anzidetti
escogitati soltanto in desiderio si verificano storicamente a cappello.
Non dirò lungamente della Bibbia, la quale siccome libro popolare e
soterico non mira, almeno esteriormente, che alla morale o sociale
pervezione dello individuo, e solo per via di accenni allude, di
tratto in tratto, ai lati più nobili e segreti della umana coscienza,
all’intelletto, alle sue leggi, al suo culto, alle dottrine che ne
formano lo alimento. Pure la Bibbia, i Proverbi in particolare
ci presentano la collera, non certo sotto quei varj, moltiformi e
veracissimi punti di vista, sotto cui i dottori la presentano nei loro
libri, ma sempre quale passione esiziale all’uomo sociale, al suo
corpo, ai suoi amici, ai suoi interessi, al suo onore. Ma i dottori
vengono, e le parole bibliche, e i fatti stessi, come quadri, dalle
tenebre sottratte, acquistano luce colore verità e merenza. Vengono
i dottori, e la collera non solo è predicata micidialissima all’uomo
corporeo, come la Bibbia stessa pareva indicarlo, come la Storia e la
Medicina concordi lo attestano, ma, siccome non è vero scientifico
che non abbia il suo limite in un vero contrario, così non tardarono
a trovare nella collera stessa un farmaco alla salute, quando la
fiamma onde l’anima s’avvampa, è accesa, dicono essi, non già nel
fuoco d’inferno, ultima e vile teoria, _Zoamà_ dell’igneo torrente,
_Near di Nur_ che traversa il Creato, ma in quello puro della celeste
scaturigine, vale a dire nello sdegno generoso a difesa del vero,
dacchè, per un concetto bellissimo, l’Inferno stesso pigli origine
dal Cielo, e il fuoco che vi consuona non sia altro che il sudore
delle _Hajot_ ch’estollono il trono di Dio, vale a dire la Cloaca
massima dell’Universo.—Or quest’effetto terapico di una collera nobile
generosa, la Medicina lo ha notato, e molte cure si notano, come
asseriva il medico Dementi, conseguite di vecchie e croniche malattie
per l’effetto subitaneo salutare di un accesso di collera. Ma la
collera non meno all’anima, secondo i dottori, che al corpo è nociva,
e non meno alla morale che alla intellettuale perfezione. Alla morale,
quando dissero: _Dio stesso è preso a vile dall’iracondo, Afillù
schehinà ena hasciubà chenegdò_; quando aggiunsero _tanto empio essere
lo iracondo quanto lo idolatra_; quando insegnarono sommo antidoto al
peccato il non adirarsi. Che diremo degli effetti sull’intelletto?
Per _essi l’iracondo non potrà mai istruire_, e questo notate trovarsi
in Abot, vale a dire nel Codice dei _Hasidim_, e sommamente confacente
al genio studioso e contemplativo degli Esseni. Per essi _la collera
mette in bando la scienza, e intorpidisce lo intelletto_.—Per essi
Mosè stesso non si sottrasse da questi effetti della collera e vide
venir meno il suo saper rivelato dopo un moto di sdegno.—Per essi,
e ciò più davvicino s’attiene alla società degli Esseni, se tra le
due scuole rivali di _Sciammai_ ed _Illel_ la seconda prevalse qual
norma suprema in Israel, egli è perchè tra le altre virtù della scuola
Illeliana, quella splendeva massimamente di una mansuetudine a tutta
prova; fatto di gran rilievo, se ponete mente come la mansuetudine
degli _Illeliani_ e il carattere opposto dei _Sciammaiti_ non siano,
a ciò che pare, un fenomeno accidentale, ed uno scherzo del caso, ma
parte integrale del loro genio speciale, poichè rimonta ai due grandi
fondatori di ambo le scuole; e la docile natura degli _Illeliani_ come
il genio severo e sdegnoso dei _Sciammaiti_ si vedono già spuntare in
tutta la loro interezza nel docilissimo e mansuetissimo _Illel_ come
nello sdegnoso e severo _Sciammai_.—Ma se ciò è già molto per condurci
bel bello dalle idee farisaiche alla società, alle leggi dell’Essenato,
un passo più grande avrem compito quando ricordato avremo ciò che si
legge in _Sciabbat_ a proposito della mansuetudine _Illeliana_. Fra
poco, quando toccheremo della _collera_ qual aborrita passione dai
_Cabbalisti_, vedremo le prove che i più venerandi tra essi imponevano
ai nuovi venuti, contro la passione odiatissima in tempi in cui le
dottrine loro erano chiuse ancora in istrettissimo cerchio, e che di
uno o due secoli precedono il _Mille_ dell’Èra Volgare. Ma dall’8 o 900
dell’Era Cristiana ai giorni dell’antico Illel corrono più di mille
anni, e nonostante vi è un fatto narrato nel Talmud Babilonico nel
2º di _Sciabbat_ in cui, ove tu guardi con occhio fermo penetrante e
scevro di pregiudizj, non potrai non ravvisare le fattezze comuni, alle
posteriori prove dei Cabbalisti, alle prove più antiche che imposero
certo gli _Esseni_ ai loro seguaci.—Ma io però lo confesso, il mio
modo d’intendere il fatto in discorso immensamente si dilunga da
quello che fu ammesso sin’ora dai chiosatori; e s’egli è vero, com’è
verissimo, che a niuno sia interdetto proporre nuovi e più acconci
sensi alla parola tradizionale, altro non resta, per assicurare il
trionfo del vero, se non vedere ove più sia di ragione, di critica,
di plausibilità, di carattere storico. Il fatto in discorso è ovvio e
trito fatto tra i Talmudisti. Sono due uomini, dice la _Barraità_, che
scommettono di venire a capo della pazienza e mansuetudini Illeliane;
che prendono tutte le loro misure per riuscirgli in mille modi
importuni, che scelgono un giorno di venerdì mentre Illel si radeva
i capelli, che bussano alla porta sua e con gran pressa chiedono se
a caso vi fosse Illel. E Illel, che ricompostosi in fretta gli esce
incontro festoso, che chiede a loro che cosa desiino; sono essi che
gli propongono una serie di domande degnissime di nota, in quanto
preludono alla bellissima moderna scienza _etnografica_, vale a dire
allo studio dei popoli in relazione alla regione da essi abitata, e
di cui, se io non erro, solo in Aristotile si vede tra gli antichi un
primo albore.—Ma queste domande sono fatte ad _Illel_ in guisa che un
moto ne provochino d’impazienza, una parola, un accento; perchè fatte
dopo iterato congedo, con intervallo dall’una all’altra, e coi ripetuti
preamboli ad ogni novella domanda. Ma nè moto, nè accento, nè segno
alcuno dà a divedere _Illel_ d’animo concitato, ma sempre a metà raso
accorse alla porta, sempre dolce favella, col nome di figlio sempre li
chiama, sempre cortese risponde, e non solo cortese, ma ragionevole e
sapiente, come mi fu dato osservare non so se più lieto o sorpreso, in
guisa che mille offre analogie colle soluzioni che Aristotele stesso,
se non erro, nella _Politica_, propone agli stessi problemi.—Lo dissi
e lo ripeto, il senso storico ch’io veggo nel fatto di _Sciabbat_, non
è quello che tutti intesero i chiosatori finoggi, e forse gli ultimi
compilatori del Talmud che tanto vissero lontani e dai luoghi e dai
tempi dell’antico _Illel_, non si addarono o poco del carattere verace
del fatto narrato, ed in guisa lo presentarono che nè mostra in essi
una coscienza chiara luminosa del suo vero senso, nè è capace nemmeno
d’ingenerarla ad una lettura superficiale, e senza il concorso di
dati, di elementi estratalmudici. Pure io non m’astenni nè mi astengo
dal proporvelo, sì perchè è principio di critica liberalissimo nei
nostri studj—potere ognuno liberamente discutere sul senso talmudico—,
sì perchè se non al tutto andava errato Ernesto Renan, quando disse
potere la ebraica filologia moderna più e meglio penetrare la biblica
intelligenza che non i secoli per avventura men dall’origine discosti,
egli è certo però che, vuoi nella Bibbia, vuoi nei Dottori, questo
fatto si verifica allora, e solo allora che il nuovo senso è tratto
dall’Emporio tradizionale che è la corrente perenne ed il pensiero
intimo nazionale, che precede, accompagna e segue tutte le opere
scritte, l’atmosfera in cui nuotano, la luce in cui sono rischiarate.
Nel giro tradizionale la ragione ha libero il moto, libera scelta,
libera adozione, e mentre gli è dato produrre ivi quel giro con quei
dati, con quegli elementi, tutte le combinazioni, tutte le forme, le
figure possibili, che sono _Scibghim Panim_, e l’immenso _Poligono_ di
cui favellano i Dottori, non può a buon diritto _creare_ nè nuovi dati,
nè nuovi elementi appunto come nella materia, ove libero s’esercita
nel combinare incessante l’ingegno del chimico, ma in cui vano sarebbe
tentare la creazione eziandio di un atomo.—Sendo il corpo e l’idea, la
materia fisica e la materia ideale _campo_ e _limite_ nel tempo stesso
alla ragione dell’uomo,—campo ove libero si muove—limite ove libero si
ferma, e campo e limite adombrati nel bel vocabolo _Ghebul_, che con
mirabile sinonimia significa a un tempo _limite_ e _campo_.
Noi però siamo ancora nei confini del puro e semplice farisaismo
talmudico. Prima di passare alla più speciale considerazione del
farisaismo cabbalistico, che è quello con cui in ispecial modo
s’identifica la società degli _Esseni_, mestieri è che di due altri
rilevantissimi cenni favelliamo altresì, tratti dal seno del farisato
talmudico, e che serviranno di naturalissima transizione al campo alla
scuola più speciali del farisato cabbalistico. Questi cenni non sono
di eguale significanza, troppo il secondo sovrastando, come agevole
comprenderete. È il primo una frase che precede una sentenza, che non
ha guari udivate quando per sommo preservativo al peccato additavano i
dottori l’allontanamento dall’Ira, _Lò tirtah velò tehetà_. E il nome
del dottore, a cui si dirige l’insegnamento e il titolo di _Hasid_
che reca manifesto e che non troppo frequente ritorna nelle pagine
talmudiche, _Rab Sallà Hasida_. Ma che cosa è il nome del dottore
ammonito di fronte a quello di chi ammonisce;—che cosa è _Rab Sallà
Hasida_ di fronte al nome di _Elia_, del profeta immortale che di un
balzo leva la mente a una visione semiprofetica, che ci rapisce di
un tratto nel vero e naturale orizzonte dell’_Essenato_, delle sue
visioni, della sua vita contemplativa, che un nuovo anello ci porge tra
i due istituti, tra Esseni e Cabbalisti, nelle comuni visioni, nelle
comuni apparizioni di Elia profeta; e che dopo avere insieme stretti
Esseni e Cabbalisti, insieme poi gli radica, li riappicca nelle più
vive e pure fonti del farisato antichissimo. Oso dire che lo incontro
di questi nomi di _Elia_ e _Rab Sallà Hasida_, è lo incontro di due
idee che insieme si spiegano, s’illustrano di bellissima luce, la quale
poi è levata a grado ancor maggior di potenza dall’oggetto istesso
che pone a fronte i due individui; oggetto, legge, precetto essenico
per eccellenza, l’orrore, l’esecrazione della collera. E questo,
come vedete, è già transito facilissimo dal puro e semplice farisato
al farisato cabbalistico, in quanto ne porge nel titolo di _Hasid_
nell’incontro dello _Essena_ con _Elia_, e sopratutto nell’idea che li
pone a contatto, altrettanti sbocchi e riuscite naturalissime alla più
speciale scuola dei Cabbalisti.