Ma tutto questo è poco, di fronte a quello che segue, malgrado la

mancanza di sanzione talmudica, malgrado la rispettosa denegazione del

Caro, un altro antico, meno certo antico di Maimonide, ma più antico

del Caro, il luminare dell’Africa, Ribbi Semhon bar Zemak, nel Comento

ad Abot ripete alla lettera le parole maimoniche riguardo a Rab, benchè

suo stile non sia copiare servilmente il gran Cordovano, e benchè

vada egli distinto per una solida e smisurata erudizione talmudica.

Ma io dissi che non solo la tradizione estratalmudica rispetto a

Rab si trova in Maimonide, ma che eziandio qualcosa trovato avremmo

soprammercato. E questo è il preambolo che precede l’asserzione in

discorso. E l’epiteto con cui qualifica gli antichi dottori distinti

per la virtù del Silenzio, è lo appellativo che noi dicemmo storico

antichissimo della scuola degli Esseni, l’appellativo di _Hasidim_

allorchè non poteva tanto mostrarsi Maimonide avverso alle dottrine dei

Mistici, che ei non soggiacesse talvolta, come altre fiate eziandio,

alla forza del vero, e non divenisse organo inconsapevole di una verità

utile e preziosa alla causa loro. Noi potremmo dire qui terminato ciò

che a dire avevamo intorno l’essenico silenzio, trovato, come vedeste,

conforme in teoria e in pratica al silenzio dei Farisei, e dei Farisei

Cabbalisti; pure vi è qualcosa di più, e di più concludente. E se delle

cose dette una sola non resistesse alla prova, ciò che io vado a dire

basterebbe non solo a provare la comun pratica del silenzio tra Esseni

e Farisei, ma formerebbe prova bella, benchè indiretta, della somma

omogeneità di pensieri e di genio fra il _Ben Johai_ del Talmud, e il

gran dottore del Misticismo. Se io mi illuda, giudicatelo voi. Voi

sapete i dubbi suscitati sulla legittima figliolanza del Misticismo

dalla sacra antica fonte _Ben Johai_. Sapete quindi qual valore immenso

prezioso abbia per noi ogni tratto che nel _Ben Johai_ del Talmud ci

rivelavano somiglianza coll’ispiratore del _Zoar_. Sapete eziandio

qual’opera bella, decisiva, per quanto erculea, sarebbe quella che

facendo astrazione dal _Zoar_ come se non esistesse, ricomponesse coi

soli esclusivi elementi talmudici la gran figura di R. Simon Ben Johai,

e da quel sacro capo sempre col martello talmudico facesse emergere,

come Pallade bella e armata dalla testa di Giove, il sistema intero

del _Zoar_, almeno nelle linee sue più preminenti, opra a cui vorrei

volgesse qualcuno il pensiero, poichè le forze mie piegano non solo

sotto il peso dell’opre, ma persino sotto il peso dei desiderj. Ora,

questo desio generalissimo applicabile a tutte le parti, vuoi teoriche,

vuoi pratiche, del gran sistema, ci è dato vedere adempiuto in due

luoghi d’oro del _Jeruscialmi_, ove nell’uno si legge il pensiero,

nell’altro la pratica di Ben Johai. Voi udiste come del santo dottore

dicesse il Babilonese: _molto egli meditare, poco favellare_. Ora udite

come egli stesso della parola umana sentenziò nel _Jeruscialmi_.

_Se presente io fossi stato presso il Monte Sinai, avrei chiesto al

Signore che altra fosse la bocca con cui uom parlasse delle cose del

mondo—altra quella con cui delle cose di Dio_. Qual idea della parola!

E quanto feconda anche nelle minime sue parti l’enunciazione! In primo

io veggo tutta la mente ardita taumaturgica del principe dei Cabbalisti

in questo ardito consiglio—veggo la teoria massima dei Cabbalisti

dell’officio di _Concreazione_ all’uomo assegnato—il principio

eminentemente farisaico e cabbalistico della rettificata natura, vale

a dire della emendazione che all’uomo incombe nelle parti anormali

imperfette delle cose create, e da cui trae origine l’ARTE nella sua

più lata significanza, la quale non sarebbe pertanto una semplice

imitazione di natura, come vorrebbero i Realisti in Estetica; ma meglio

un ritiramento della natura istessa alle eterne norme del bello ideale,

come vogliono gli Idealisti, e veggo sopratutto l’idea ch’entro vi sta,

come seme racchiusa, che il Silenzio è l’atto più nobile e naturale per

tutto quel che concerne le cose mortali.

Ma queste cose basti lo accennare, ed il cenno già troppo grave ne

offre materia a pensare perchè di soverchio ci estendiamo. Questo

solo non tacerò; quando lessi il voto che formava R. Simone Ben Johai

delle due bocche, sovvenivami in quel punto, non di un voto, ma di

un presagio che fece Fourier. Fourier, che tante cose predisse in

avvenire, diverse da quelle che oggi vediamo in natura, disse fra le

altre, come natura avrebbe un giorno pagato un antichissimo debito che

aveva coll’uomo contratto, dandogli un occhio di dietro come ben due ne

aveva davanti, e che tanto dovrà tornargli in acconcio per cansare i

pericoli che lo minacciano di dietro eziandio: io non so quanto valga

il presagio di Fourier, ma il voto, il rammarico di R. Simone Ben

Johai suona ben altrimenti nobile e grande.

Ma io dissi come non solo la teoria ne porgesse del Silenzio il

Jeruscialmi sulle labbra del gran Maestro, ma ben anco la pratica. E la

pratica splendida emerge da quel fatto ivi stesso narrato, quando il

signor Dottore considerando, specialmente nel sabato, quanto indegna e

servil opra fosse ogni discorso profano, pregava silenzio ai domestici,

e perfino alla madre sua, fatto più che non credesi significante, non

solo per lo studio che ci preoccupa e con cui chiare si vedono le

attinenze, ma ancora perchè mi offriva, già sono molti anni, l’unico

mezzo che io trovassi a spiegarmi quel concetto, quella dipintura

maninconiosa che del sabato ebraico fecero i Poeti latini, mentre tutto

pare per contro spirare festa, spirare allegria. Ma anche questo è

nuovo campo che noi rasentiamo e fuggiamo di volo.

Ciò che resta innegabile è la nuova e non meno parlante analogia,

non solo fra la teoria, come veduto abbiamo nella passata Lezione,

ma ancora nella pratica del Silenzio fra Esseni e Cabbalisti, come

abbiamo veduto nella presente. E comunque questo nuovo amplesso fra

le due scuole si operi in seno al Silenzio, e comunque per onorare il

Silenzio essenico troppo più di parole abbiamo speso che il nome non

tolleri, non meno provata però ne emerge la suprema identità tra Esseni

e Farisei.

LEZIONE TRENTESIMASESTA.

Noi dobbiamo ora occuparci degli essenici libri, di quelli di cui

usavano e di quelli da cui s’astenevano, del numero dei loro pasti,

del regolato alternare del mangiare e digiunare, e infine del sistema

dell’imbandire. Io sarò breve, non già perchè la materia scarseggi,

ma piuttosto perchè troppo di soverchio ne abbonda, e quindi è

mestieri riguadagnare in brevità e speditezza d’esposizione quel

tempo che non si può senza ingiustizia fraudare ai fatti, ai rilievi

interessantissimi onde avremo da favellare.—Ma la brevità perchè non

torni pregiudicevole, due esige impreteribili condizioni. Bisogna

che sia chiara, ed a questo m’ingegnerò provvedere. Bisogna poi che

l’attenzione e la perspicacia, l’ingegno degli uditori ne colmi le

lacune, ne svolga i germi, e intenda in un cenno un pensiero, in

un pensiero un argomento, un raziocinio, in un raziocinio tutte le

conseguenze potenzialmente in quello racchiuse. E questo è officio

vostro, a cui non vorrete venir meno di certo quando più ne urge il

bisogno. E prima dei cibi;—di quelli onde gli Esseni si guardavano come

da cosa vietata.—È fama, e voi spesso l’avrete udito, ed io stesso

ne reco ferma credenza, avere gli Esseni dalle loro mense bandita la

_carne_ ed il _vino_. E pure se le prove dirette si consultano, se le

memorie e gli espliciti attestati, non vi è cosa forse meno provata

di questa. Se io non erro, egli è San Girolamo pel primo che favella

di questo astenersi da carne e da vino. E Dio volesse che San Girolamo

così parlando si facesse organo egli stesso di un’opinione, di una

tradizione allora corrente. Avrebbe almeno tutta l’autorità e tutto il

critico valore che può aver San Girolamo. Ma no; sventuratamente San

Girolamo, parlando in questo caso degli Esseni, accenna a Giuseppe; a

Giuseppe, il quale, a detta di lui, avrebbe quest’uso, quest’astinenza

attribuita agli Esseni nel Trattato ch’ei scrisse contro Apione. Io

vel confesso, non ebbi io stesso la pazienza di scorrere di nuovo da

capo a fondo la non breve _Apologia_ flaviana: ma autori, ma testimoni

gravi, asseriscono formalmente che questo fatto, questa memoria nel

Trattato contro di Apione, per quanto si cerchi, non si trova. Dovremo

perciò negare e dubitare del fatto? Io credo che non lo dobbiamo. In

primo luogo chi ne assicura che il Trattato contro di Apione non sia in

qualche parte manchevole, che non sia stato in qualche parte mutilato,

che le frasi insomma da San Girolamo accennate non esistessero, siccome

egli asserisce, negli antichissimi manoscritti? E San Girolamo è per

sè autorevole non poco, autorevole pel tempo in cui visse non tanto

dagli Esseni remoto, che la contezza veridica se ne potesse alterare;

autorevole per la dimora, il teatro stesso delle esseniche gesta, in

_Terra Santa_; autorevole poi e in grado eminente per la familiarità,

sto per dire, in cui visse quel Padre coi più dotti Rabbinici dei tempi

suoi, tra i quali scelse maestro nelle Scritture: e tanto addentro

entrò nei pensieri, nella conoscenza dei dottori contemporanei, che

ebbe fama e meritossi rimproveri da _Agostino_ di _giudaizzante_.

Taccio poi della intima filosofica convenienza di quest’uso presso gli

Esseni, perchè essendo questo argomento, come si dice, _a priori_, può

parere a taluno arbitrario, comunque sia stile dei più grandi storici

dei sistemi supplire alle parti manchevoli coll’analogia dell’insieme,

in quella guisa istessa che in una iscrizione a metà cancellata dal

tempo, si suppliscono le lettere dileguate coll’ajuto di quelle che

precedono e di quelle che seguono. Ma come tacere dei precedenti

biblici tradizionali, d’onde l’essenico uso può aver germinato, e che

servono eziandio fino a un certo punto di argomento in favor della sua

esistenza? Biblico precedente io chiamo quell’implicito divieto ad

Adamo imposto da ogni cibo animale, al quale solo si veggono conceduti

i _vegetabili_, quale alimento, ed al quale primitivo sistema dietetico

possono avere voluto gli _Esseni_ restituirsi, siccome quello che

anteriore al peccato, meglio pareva loro consentire a quel grado di

perfezione a cui aspirava lo Essenato. Biblico precedente l’astinenza

onde fa fede la tradizione, e fino a un certo segno confermata dal

testo, e dagli Israeliti osservata per lo deserto da ogni cibo animale

che non fosse stato all’altare appressato qual sacrifizio, attalchè

per questo tempo poteva dirsi a rigore ogni banchetto essere un

vero _zebah_, un sacrifizio. Biblico precedente l’astinenza da ogni

inebriante licore imposta ai sacerdoti durante il servizio, imposto

altresì, come ricordammo altre volte, a coloro che voti facevano di

_Nazirato_ e Nazirei si appellavano; e biblico precedente finalmente

la storia grande interessante dei Recabiti di cui abbiamo, non ha

guari, mostrato le intime attinenze col nostro istituto. Tra le quali

primeggia l’astinenza, onde qui si favella; l’astinenza dal _vino_

da _Jonadab_ recabita imposta a tutta la sua discendenza. Che sarà

poi se dagli esempj biblici trascorriamo ai tradizionali disposti? I

quali il vino vietarono al giudice prima che sieda _pro tribunali_

a pronunziare giudizio, non solo nelle criminali ma nelle civili e

rituali cause eziandio; il vino vietavano egualmente a quello che si

accinge alla preghiera, e _abominazione_ quella prece qualificarono che

da una mente scaturisce conturbata dal vino. Ma i dottori ci offrono

un documento ben altrimenti prezioso: ci offrono memoria non solo

di leggi antiche che a certi offici, a certe situazioni interdicono

l’uso del vino, come vedemmo, ma la memoria ci porgono eziandio di una

_sètta_, di una _scuola_ la quale, dice il Talmud, non appena colse al

nostro popolo l’estremo esizio, crebbesi grandemente di seguaci, che

l’uso s’interdicevano di _carne_ e di _vino_. _Misceharab bet ammicdas

rabbù paruscim scellò ehol basar vescellò listot iain nitpal laem R.

Jeosciua veaamar laem_ ec. E come si chiama questa sètta in bocca ai

dottori? Mirabile a dirsi! Il nome ella reca appunto di _Farisei_, e la

frase ebraica _Rabbù paruscim_, crebbero i Farisei, se bene la intendi,

rivela abbastanza come la esistenza dello istituto risalga più oltre

dell’epoca indicata, e quindi consuona anche per questo verso colla

società degli Esseni la quale, come i Farisei del Talmud, si asteneva

da _carne_ e da _vino_, com’essa si reclutava cotidianamente di nuovi

membri, e com’essa finalmente possono dirsi, siccome ad esuberanza fu

per noi continuamente dimostrato, veri e proprj Farisei.

Ma i dotti indagatori delle sètte vi troveranno altra cosa eziandio.

Vi troveranno ciò che finora fu creduto impossibile a trovarsi: una

memoria, un vestigio, una abbastanza chiara e manifesta allusione a

quell’Essenato che finora si disse dai talmudisti ignorato; a niuno

allor che io sappia potendo meglio convenire che agli Esseni in

discorso, i caratteri dal Talmud assegnati ai rigidi Farisei che da

carne si astenevano e da vino, come appunto gli Esseni. E non solo

la carne e il vino s’interdicevano, ma se prestiam fede a Filone che

dei più rigidi dei Terapeuti narra i costumi, un solo pasto facevano

in tutto il giorno, e questo per lo più composto di _radiche_, e

di _pane_ e _sale_. E chi a queste parole non lo ricorda; chi non

ricorda il _pane_, il _sale_ e l’_acqua_ colla misura, a cui ogni

studioso deve starsi contento, secondo i morali di Abot? E come poi

parlante, espressivo, e di nuova analogia fecondo, l’uso comune

necessario del sale negli essenici prandi. Perocchè ei fu da lungo

tempo notato come costoro tenessero quale inviolabile costumanza

lo accompagnare la imbandigione, il loro pane in ispecie, con due

condimenti indispensabili, il _sale_ e l’_issopo_, attalchè la presenza

di questi due ingredienti si può stimare a buon diritto qual pratica

obbligatoria seguita sempre, ed allora segnatamente seguita che solenne

si imbandiva la tavola nei giorni di festa. Ora la importanza rituaria

del sale nelle pratiche nostre, non vi sarà chi neghi ove sentore abbia

alcuno delle nostre leggi. Ricorderanvi il sale da Mosè comandato qual

compagno indispensabile di ogni sacrifizio, sia pubblico sia privato,

e col pomposo nome fregiato di _patto ed alleanza del Signore_. Che

dico? a significare elevato quale acconcissimo simbolo l’alleanza

eterna, la legge da Dio sancita, che appunto col nome vien designata

di _Patto di sale_, _Berit melah_. E siccome non tanto quanto altri

s’imagina, distà dalla legge di Dio la primitiva e semiortodossa

gentilità, ricorderravvi altresì e con un senso di maraviglia a quelle

grandi prove ripenserete, che in seno ai Pagani medesimi non solo l’uso

istesso ti rivelano comune e rispettato, ma il concetto altresì te ne

mostrano riprodotto nella sua interezza. Ripenserete alla così detta

_mola salsa_, che Eustazio definisce _farina di orzo mista con sale_,

e di cui si aspergeva la vittima intiera; cerimonia tanto essenziale

ad ogni specie di sacrifizio, che di essa parlando non temeva Plinio

di asserire: _Maxime in sacris intelligitur salis auctoritas;

quando nulla conficiuntur sine mola salsa_: parole che suonano quasi

identiche a quelle del _Levitico_. Ripenserete a Omero, che non è quasi

descrizione di sacrifizio che di questa _salagione_ non favelli: a

Virgilio che nelle _Egloghe_ e nel 4º della _Eneide_ ne fa esplicita

menzione il testo, che da _mola salsa_ deriva il vocabolo _Immolatio_,

tanto stimavasi questa cerimonia essenziale, da qualificarne come

qualifica _Immolatio_ tutta l’azione del sacrifizio: a Ovidio nel 1º

dei _Fasti_ che alla cerimonia del salare attribuisce una particolare

virtù a render i numi propizj

_Ante deos homini quod conciliare valeret

Far erat, et puri lucida mica salis._

Ma ciò che è più, ma ciò che di molto maggior rilievo è per noi,

ripensar ai Farisei ed ai Cabbalisti,—ai Farisei, che nel Talmud

rammentano, consacrano l’uso di porre il sale a mensa; ai _Tosafot_

nel trattato di Berahot, che sull’opinione raziocinando di alcuno dei

talmudisti che la presenza del sale verrebbe omessa quando il pane

bianco e sano non lo richiegga, voglion essi, i _Tosafot_, e concludono

impreteribile la presenza del sale, che in termini apertissimi dicono

_Sacra_ e palladio di purità, _leaabir ruach raà_, e soprattutto ai

Cabbalisti che alle tutte anzi dette cose lo soscrissero, e sulla

necessaria presenza del sale rincararono eziandio. E non solo da

questo lato si manifestano i Cabbalisti insieme ai Farisei parenti e

consanguinei all’antico _Essenato_, ma tali pure per un altro verso

si manifestano i Cabbalisti, e tanto più concludentemente quanto più

soli ed esclusivi. E quando? Quando sul vegetabile presero a ragionare

che insieme al sale udiste accompagnare il pane essenico, quando

ragionarono sull’_issopo_. Del quale mentre tacciono, a quanto io mi

sappia, i Talmudisti, nè si leggono per contro certe parole nello

_Zoar_, che non solo la lode ne contengono, e tale che a dirittura

le stesse qualità purificanti gli comunicano che al sale furono

attribuite, ma che eziandio, e per ciò stesso fanno grandemente

dubitare non forse i Cabbalisti lo stesso uso ne facessero a mensa, che

degli Esseni ci fu narrato, il sale, udiste, fugare ogni malefizio;

e dell’issopo ecco che cosa si legge nel _Zoar_:—_L’issopo rimuove

ogni spirito malefico, e lungi ne caccia ogni influsso colla sua virtù

salutare._ Ma che dico lo _Zoar_? Doveva dire la _Bibbia_; doveva

dire _Mosè_, che forse in niuno altro argomento più chiaramente ci

apparisce informato dallo spirito medesimo dei Cabbalisti: nè meglio

addimostra che il genio della Bibbia e dei dottori è unico, medesimo,

indivisibile. E quanto nella Bibbia frequente, raccomandato, solenne

l’uso, la virtù del vegetabile ricordato! Ecco il primo sacrifizio

dagli Ebrei celebrato in Egitto, ed ecco l’_Issopo_, eccolo intinto

nel sangue dell’agnello, e gli stipiti con esso contrassegnati ed i

battenti delle israelitiche dimore. Ecco il sacrifizio del lebbroso,

ed ecco egualmente l’_Issopo_. Ecco il rito della _Vacca rossa_, e

non meno interessante ecco l’issopo. E non solo è vero che l’_issopo_

spiccava qual principale disinfettante nei riti biblici, che di esso fu

fatto nelle locuzioni poetiche il simbolo più espressivo della virtù

purificativa, del lavacro spirituale, della morale disinfezione. Così

David penitente quando esclamava: _Purificami con issopo e diverrò

mondo_. Quando prova con questa sola eloquentissima allusione, e la

virtù che a quel vegetabile s’attribuiva, sino al punto di farne

simbolo del perdono di Dio, e nel tempo istesso la perpetuità, la

continuazione ai tempi davidici dei riti, delle leggi mosaiche,

in quella forma appunto in cui si leggono scritti oggi stesso nel

Pentateuco.

Ma il pane onde cibavansi gli Esseni, almeno quelli che abitavano

l’Egitto e che si dicevano _Terapeuti_, merita che speciale

considerazione gli si conceda, grazie a una singolare circostanza che

lo distingueva. Il credereste? Gli _Esseni_, quelli in ispecie che si

dicevano _Terapeuti_, si cibavano giornalmente, regolarmente, di quel

pane stesso onde noi ci nutriamo otto giorni dell’anno, di pane senza

lievito, in una parola, di pane _azzimo_.—Io non istarò a speculare

filosofiche teorie: starò contento ai fatti, ed i fatti parleranno

eloquenti abbastanza; sorgerà la storia patriarcale e dirà come

comune alimento fosse tra i patriarchi il pane azzimo; sorgerà tutto

il levitico, tutta la legislazione sacerdotale, e dirà come _tutti i

pani, tranne uno_, che sotto qualunque forma e per qualunque oggetto

si offrivano a Dio, e sull’altare e sulla mensa di preparazione,

fossero tutti di _pane azzimo_; e il lievito qual abominato presente

fosse bandito severamente dall’altare; dirà ancora come i sacerdoti

in officio non d’altro pane si cibassero ogni giorno che di azzimo

pane, sendo loro nutrimento i pani di proposizione che toglievansi

ogni sabato dalla mensa di Dio; sorgerà la pratica secolare che ci fa

vivere ogni anno per otto giorni della vita degli Esseni, della vita

dei sacerdoti, e del pane esclusivamente ci nutrisce che stimavasi

solo degno di essere a Dio presentato, del pane azzimo. E sorgerà in

fine lo _Zoar_.—Dico il vero. Non fu senza qualche trepidazione, che

io presi a svolgere le pagine di quel libro, temendo non dovesse nel

maggior uopo venir meno lo storico raffronto, tanto più che niuna

memoria sovvenivanci di simile pratica o teoria nella scuola dei

Cabbalisti. E la pratica non vi era veramente, ma vi era la _teoria_.

Non vi era la pratica, perciocchè, siccome ebbi luogo sin da principio

di accennarvi, dividevansi gli _Esseni_ in due ordini distinti,

_Pratici_ e _Contemplativi_, e i dottori nostri al primo dei due

appartenevano, mentre l’altro figura sì nel libro di _Zoar_, ma solo

in distanza, e quale maggior raffinamento del medesimo sodalizio, di

cui solo di tratto in tratto vediamo i membri entrare in scena, quando

dal fondo delle loro solitudini passano qual ombra fugace in mezzo ai

loro colleghi della città. E tra questi più rigidi probabilmente si

praticava l’uso del _pane azzimo_ per cotidiano alimento. Ma ciò che

io non osava sperare, e che pure apparvemi luminoso nel libro _Zoar_,

si è la _teoria_ mercè la quale in termini apertissimi si conclude

che dovriasi a rigore tutti i giorni invariabilmente imbandire sulle

nostre tavole il pane azimo. Anzi lo _Zoar_ stupisce, lo _Zoar_ ricerca

per qual motivo quel pane eletto non sia il pane giornaliero di ogni

israelita, e la risposta è tale, che lascia intatto il principio,

anzi che più e più lo conferma, ed oso dire ancora che il filo

preziosissimo ci porge per cui dalla teoria zoaristica, la parte forse

più ascetica dell’Essenato, scese alla pratica di cui si favella. Lo

_Zoar_ risponde, ma come? con una similitudine. Egli imagina un Re

che un servo suo fedelissimo abbia insignito di un titolo onorando,

e che a questo titolo, a quest’officio vadano annessi certi _segni_,

certi fregi particolari. Quando dovrà il servo i gloriosi segni

indossare? Certo, ripiglia lo _Zoar_, che per quanto a suo talento

possa quandochessia rivestirsene, ciononostante ei non avviene per

l’ordinario che la persona se ne adorni se non nelle grandissime e

solennissime congiunture, quale sarebbe a mo’ di esempio il giorno

anniversario della sua assunzione a tanta dignità. E pongasi pure,

secondo lo _Zoar_, che il _pane azimo_, segno distintivo della nostra

elezione, non debbasi, appunto qual abito peculiare e distinto,

indossare se non nelle grandi, nelle grandissime occasioni. Ma siamo

coerenti, e dal principio deduciamo, se vi piace, sino all’ultima

conseguenza. Chi potrà negare al servo premiato di recare, se così

gli piace, indosso i segni continuamente della sua dignità? chi potrà

negare uno stato di perfezione religiosa in cui ciò che per altri si fa

per breve tratto di tempo ed a lungo intervallo, si faccia per contro

da chi vive in quello stato, in modo continuo, regolare, abituale; e

ciò ch’è stato eccezionale pegli uni, sia normale pegli altri? Certo

che la conseguenza emerge chiara e legittima dalla teoria stabilita, e

chiara quindi e legittima emergeva pei più spirituali tra gli Esseni,

quel cibo cotidiano di pane azzimo a cui il resto dei fedeli non è

astretto che per pochissimi giorni.

LEZIONE TRENTESIMASETTIMA.

Che più? Una religione che secondo ogni probabilità trasse le sue prime

ispirazioni dalla società degli Esseni, che stende oggi i suoi influssi

sul mondo civilizzato, il _Cristianesimo_, ci offre il più illustre

vestigio dell’antica essenica costumanza esaltata, divinizzata, ed al

grado assunta del più sublime dei sacramenti, nel sacrifizio

dell’_Eucaristia_. Il pane eucaristico è pane _azzimo_, nè potrebbe

essere da questo diviso; e per quanto la storia delle Eresie ci offra

memoria delle quistioni a questo proposito suscitate, ciononstante,

l’uso prevalse sempre conforme alla vetusta pratica degli Esseni.

Storia degli Esseni: Lezioni · 第 30 / 41 段