che ha certo il suo pregio. Quando noi ragionavamo dei superstiti
simboli dell’_Essenato_, di quelle forme a così dire oggi vuote di
senso, ma ove il pensiero essenico si era una volta rinchiuso, voi lo
ricordate certamente, noi facevamo allora menzione di quel principio
di antagonismo, che gli Esseni esprimevano coi nomi di _destra_ e
_sinistra_, la prima chiamando fausta e buona, l’altra rea e veramente
_sinistra_; nè posso qui tacere, giacchè l’omisi a suo luogo, che
questo antagonismo venivano eziandio esprimendo talvolta coi nomi di
giorno e di notte, simbolo se altro fu mai cabbalistico per eccellenza,
come fa fede la celebre dualità o _Sigezie_ che il nome reca appo
i mistici di _Giorno_ e di _Notte_, _Middat iom umiddat lailà_. Or
bene: quando di _Destra_ e _Sinistra_ favellava, io vi dissi allora
che una pratica essenica da quel principio s’ingenerava, e di cui
a luogo suo ne avrei tenuto proposito. Questo luogo è il presente,
e la pratica essenica, onde si parla, ci offre nuova occasione di
ammirare lo spirito e gli atti uniformi di due scuole che furon
sin’oggi credute diverse, e che l’esperienza e l’esame intrapreso
perpetuamente identifica. Quando Giuseppe ci parla del rispetto che
gli Esseni avevano per la destra, quando dice che si astenevano dallo
sputare da quel lato, fu nessuno che sospettasse le analogie bibliche e
farisaiche? Delle prime non dirò, che troppo più lungi ci condurrebbero
che non vorremmo. Ma come tacere delle altre? E se pure tacere volessi
di quei tanti infiniti casi, in cui negli atti di religione la
_destra_ vantò il primato, come tacere del caso in termini da Giuseppe
accennato? Chè tale esiste veramente, e per perfetta medesimezza
ammirabile nelle pratiche farisaiche. Pei dottori, pei Farisei lo
sputare, specialmente nella preghiera, se è concesso di _dietro_, se è
concesso a _sinistra_ non è concesso a _destra_; e il divieto più che
non si crede antico muove non solo dai più _antichi Trattatisti_, quali
sono _Maran_ e _Muram_, ma vanta esplicita menzione nel _Jeruscialmi_,
che è quanto dire nel più antico dei due Talmud. Ma il rispetto alla
destra non finiva con questo e Giuseppe stesso ce lo ammonisce.
Reputavasi, ei dice, grande increanza porsi in mezzo o a destra dei lor
maggiori. E quest’uso, perpetuatosi fino a noi, ha antica e manifesta
sanzione nel Galateo dei dottori. Per essi, tre che vadan per via, in
mezzo si ponga il maestro, a destra il maggiore, a sinistra il minore.
E non solo il consiglio non potrebb’essere più perentorio, ma il titolo
con cui infamano chi lo prevarichi, conferma, se è possibile, l’indole
essenica di tal prescritto.—Chi procede, dicono altrove, a diritta del
suo maestro, è Bur. Ora che cosa è Bur? Noi il chiedemmo altra volta, e
la risposta ci venne eloquente da un frammento d’Abot.—È l’opposto di
_Jerè ket_; e _Jerè ket_, e questo non meno ci fu fatto palese, è il
primo grado che all’altro più eccelso mena di _Hassid_.
Ma le cose discorse finora debbono cedere il luogo a considerazioni di
gran lunga più rilevanti. Il silenzio essenico, il silenzio imposto
ai suoi membri come dovere sociale, è più che un uso, più che una
consuetudine; e non poco ristetti dubbioso se tra le istituzioni meglio
che fra le pratiche non avessi dovuto annoverarlo. Dovunque però
collocare si voglia, non si potrebbe disconoscerne la importanza; basta
ricordarsi ciò che disse Giuseppe. Quando Flavio, porgendo ai Pagani
una imagine delle sètte ebraiche, diceva gli Esseni _i Pitagorici
dell’Ebraismo_, diceva una breve parola: ma quanto eloquente! Noi
abbiamo le mille volte veduta l’asserzione flaviana alla prova, noi
la vediamo anch’oggi a proposito del _silenzio_, e sempre vera e
sempre confermata dai fatti. L’istituto dei _Pitagorici_ è celebre per
la virtù del silenzio comandata ai suoi membri, ed a niuno meglio, a
parer mio, se ne addice la pratica, siccome quello che, a somiglianza
delle consorterie sacerdotali antiche di Oriente e di Occidente, serbò
sempre inalterate le fattezze ieratiche tradizionali, religiose per
eccellenza, che in parte ma meno profonde si trasfusero nei sistemi
susseguenti dei Platonici, e degli Stoici antichi e moderni. Ma se
_Pitagorici_ erano gli Esseni, al dire di Giuseppe, _Pitagorici_,
erano a detta sua, _dell’Ebraismo_, ed è in questo, ed è nelle viscere
dell’Ebraismo, nella sua storia, nelle sue idee, nei suoi dottori
che dobbiamo investigare le origini del lor _silenzio_, e tanto più
imperiosamente a noi ne corre strettissimo l’obbligo, siccome quelli
che abbiamo incessantemente proclamata la identità generale di Esseni e
di Farisei, e quella specialissimamente di Esseni e di Cabbalisti.—La
storia ebraica consta di tre grandi momenti—_Bibbia, Dottori esoterici
e Cabbalisti_; ed è in tutti che noi dobbiamo cercare le segrete radici
del _Silenzio_ dell’Essenato. La Bibbia è il tesoro del pensiero antico
nazionale dell’Ebraismo, ed è appunto siccome tesoro che solo nelle
parti più ascose, nelle segrete profondità della lingua, nei misteri
della grammatica, nella genesi ideologica delle idee nazionali, che tu
trovi, ardisco dire, tutta la successiva esplicazione della dogmatica
ebraica, e come mi è avvenuto non poche volte di avvertire, anche i
riti e le leggi tradizionali. Ora la lingua ebraica porge colla sola
denominazione del _Silenzio_ una idea che si trova poi espressa,
formulata nelle opere dei Rabbini; e cosa veramente ammirabile, senza
che gli stessi Rabbini vadano minimamente consapevoli del possente
ausilio; e nemmeno che sappiano lo affratellarsi delle due idee in
seno al vocabolo sinonimo; prova, se altra fu mai, della ingenuità e
schiettezza e autorità della parola tradizionale. Io potrei sin da
ora additare il vocabolo in discorso, ed insieme scendere come si
fa negli scavi scientifici al lume di una critica sagace nelle più
profonde sue viscere; ma a costo di stancare la pazienza, ne differisco
l’enunciazione sino a tanto che le cose che ho a dire ne facciano più
innegabile, e il senso e le conseguenze che ne deduco.
Ma oltre il vocabolo in discorso, Salomone celebra la virtù
del Silenzio.—Oltre alcune idee, disseminate nei proverbi,
l’_Ecclesiastico_ par che preluda a quel dettato che corse famosissimo
per le contrade di Europa, e che suona _parum de Principe, nihil de
Deo_. Salomone però è più discreto, ei vuole che poco se ne favelli.
Non ti affrettare a pronunciare sentenza intorno a Dio, perchè Dio è in
cielo, e tu sei sulla terra; però sieno poche le tue parole. Ma quanto
ingiusto sarebbe confondere il suo consiglio col proverbio rammemorato,
e quanto più ingiusto confonderlo con quell’ipocrita e vile e codardo e
irreligioso silenzio sulle cose divine, che molti predicano, non solo
savio e prudente consiglio, ma anche per colmo di sacrilegio, religioso
dovere! Questa specie spuria, vigliacca, degenere di _Silenzio_ non è
ebraica. Ella è propria di quelle _Fedi_ le quali, inalzandosi sulle
rovine della ragione, non trovano nè trovar possono salute che nel
silenzio, che nel mutismo della ragione; di quei dogmi che esigono, che
predicano la _fede cieca_, termine assurdo, contraditorio, sconosciuto
nell’Ebraismo, il quale nè comprende, e nè pure il potrebbe, in qual
modo la fede che vuol dire _consenso dell’intelletto_, e quindi
_razionale_, possa essere al tempo istesso _cieca_, che è quanto dire
_irrazionale_. Ella è propria di quei tempi, di quelle età infelici
in cui la ragione fuorviata dichiara guerra alla fonte d’ogni ragione,
a Dio eterno; ai tempi di _Voltaire_, di _Diderot_, di _Holback_, e
quindi scusabile in qualche modo, almeno nei timidi intelletti, nel
secolo che ci ha preceduto; e quindi scusabile ancora nella bocca di
quell’animo più intemerato che fu Salomone Fiorentino. Il quale ben
fece ad essere così ricco come lo narra la fama di preziose virtù, di
pietà ingenua semplice veracissima, di costumi specchiati, di probità
senza pari, per fare almeno ai posteri obliare che ei fu autore di
quell’assurda, vile, blasfematrice sentenza che suona, _adora e taci_.
Ah! in quell’istante Fiorentino non fu ebreo, se pure non vuolsi a
sua discolpa allegare che ei fece virtù in quell’istante di una dura
necessità, non potendo libera, irrefrenata muovere la lingua contro di
quello che lo spingea a battaglia. Ma ebreo, almeno nell’espressione,
non fu. Non fu interprete veridico dell’_Ecclesiastico_, perchè solo
le umane speculazioni l’_Ecclesiastico_ interdice, e quelle temerarie
e folli irruzioni nei campi del _Divino_, che la ragione tenta tal
fiata senza guida, senza norma, senza la stella polare della parola
rivelata; siccome appunto l’indole dell’opera e le idee tutte che
entrano nell’_Ecclesiaste_ mirano, com’è noto, a sfiduciare la mente
umana nelle sue proprie ingenite forze, e ad ispirare uno scetticismo
salutare che può senza fallo paragonarsi a quella specie di scetticismo
religioso che professarono Biagio Pascal e Michele Montaigne. Non fu
consentaneo allo spirito dei dottori che se il silenzio levano al
cielo, e questo è il punto ove volevamo venire, egli è il silenzio
delle cose vane, terrene, puramente mondane; egli è quello di cui
intesero quando dissero: _Mà ummanutò scel adem baolam azzè iassim azmò
cheillem_, non quello che eccettuarono in termini apertissimi quando
aggiunsero: _Jakol af ledibrè torà chen, talmud lomar teddaberun_;
egli è quello a cui accennarono quando dissero ogni parola che esca dal
labro dell’uomo un’eco avere nello eterno ed ogni pensiero aspirare,
e come il fuoco secondo gli antichi, come vuole la sua natura alle
cose del cielo, egli è quello che un dottore in Abot (notate luogo
acconcissimo alle esseniche memorie, siccome quello che _codice_
udimmo altravolta chiamato _dei hasidim_) proclama, dopo la lunga sua
esperienza e conversazione farisaica, il farmaco più salutare, frase se
altra fu mai opportuna al genio medico, terapeutico; come anche questo
vedemmo dell’antico istituto, egli è il silenzio che nel medesimo
_Abot_, notate indizio sopra indizio, un gran dottore R. _Achibà_, che
per colmo di maraviglia è dottore insigne dei Cabbalisti, ed uno dei
quattro visitatori del mistico giardino, egli è il silenzio che ivi
è detto—siepe e riparo alla scienza—non antidoto e spegnitoio, come
altri vorrebbe farne, e di cui bellamente interpretando, ce ne porge
circoscrivendolo una idea adeguata il Bartenora, dicendolo silenzio
sì ma solo delle cose mondane _bedibrè aresciut_; ed egli è quello
infine che i dottori consigliavano agli esordienti, come appunto i
Pitagorici lo consigliavano dicendo _Asket, as veahar eah Kattet_.
Silenzio tutto, come vedeste, di cose, di bisogni, d’interessi, di
avvenimenti, di pensieri mondani, non di bisogni, d’interessi, di
pensieri comunque morali scientifici dottrinali teologici e per tutto
dire religiosi. Nei quali beni lungi d’imporre un codardo mutismo, vuoi
per raffinata superstizione, vuoi per timidezza di cuore, lasciarono
libero il pensiero e libera la parola purchè i semiti non travalichi
della rivelazione, e tanto liberi lasciarono e l’uno e l’altro, e tanto
profondo scolpirono l’abito di libertà nell’animo del nostro popolo,
che un bel giorno questo si è creduto potere in piena sicurtà di
coscienza-dogmatizzare a sua posta, e purchè il corpo assoggettasse ai
precetti di Dio, scotere impunemente lo spirito, foggiarsi dogma come
Parigi si foggia i suoi figurini; e questa libertà dissero non solo
filosofica, ma religiosa e sopratutto, vedete pregio che ignoravamo!
privilegio tutto proprio ed esclusivo di nostra fede. Noi abbiamo
posto il dito sopra una cangrena terribile che consuma e rode la vita
superstite in Israele, e se questo il luogo fosse di chiamare com’Elia
i falsi Profeti alla prova, fossero presi costoro come gli antichi
a centinaia, mandassero pure grida come gli antichi forsennate, il
fuoco celeste non sarebbe per loro. Ma l’anarchia dogmatica, a cui
pretendono costoro, prova una cosa, e i miseri non se n’addanno; prova
che la libertà è passata per quella via.—Come le ceneri che attestano
la preesistenza del fuoco,—come il corpo esanime fa fede che vi abitò
uno spirto immortale, così l’anarchia presente fa fede dell’antica
libertà. E quale libertà! Pei dottori, il dettato che udiste poc’anzi
_Parum de principe, nihil de Deo_, se sarebbe stato nella prima sua
parte un consiglio di prudenza, saria stato senza meno nella seconda
un consiglio d’inferno—pel quale solo disse Dante _luogo d’ogni luce
muto_, e la parola è luce del Mondo.—Per essi nella sfera vasta,
vastissima della Bibbia e della tradizione, la parola umana, è giusta,
legittima anzi regina e sovrana, e se gli imposero silenzio, come
vedeste, nelle mondane faccende, ei fu fra le altre cagioni perchè non
un atomo spendesse delle sue forze che non fosse per Dio, nè vollero
che pel mondo molto tacesse se non per che di Dio e della fede sua
molto parlasse.—In quella sfera se i dottori rifar dovessero il verso
di _Fiorentino_, se crear dovessero un grido, una parola d’ordine, come
si dice, non sarebbe _adora e taci_, ma _adora e parla_. In quella
sfera la libertà è santa intangibile, anzi a Dio carissima anco nei
suoi voli audaci, anche allora che ignara, come dice Omero, della
lingua degli Dei, ne strazia le forme e le locuzioni bellissime,
vale a dire quando erra involontaria, quando merita di essere _molto
perdonata perchè molto ha amato_. Allora dicono i dottori, Iddio non
solo perdona, ma infinito amore lo prende per quell’anima che balbetta
il suo verbo immortale in quella guisa che un padre non rifinisce di
baciare e ribaciare il piccioletto figliuolo quando le prime voci
emettendo sciupa le forme del linguaggio nativo. _Vediglò alai aabà_.
Nè altrimenti avviene allora che agli spiriti audaci ai quali disse
il mondo sorridere sempre benigna fortuna ed amore, ed a cui dicono
i dottori sorridere non meno Dio verace fortuna e primo amore. Noi
abbiamo veduto il _Silenzio_ essenico approvato, predicato dai Farisei
in teoria. In quest’altra Lezione lo vedremo in pratica.
LEZIONE TRENTESIMAQUINTA.
Trovare le idee, i costumi degli Esseni conformi alle idee bibliche
e, ciò che più monta, ai costumi, alle idee farisaiche, trovare come
trovato abbiamo nell’ultima Lezione il _Silenzio_ essenico in quei
Farisei d’onde trasse, a parer mio, l’Essenato l’origine, egli è certo
assai per la storia dello Istituto, è poco per noi che nel Farisato
medesimo abbiamo specialmente identificato i nostri Esseni con quella
parte di Farisei che si chiamano _Cabbalisti_. Se il nostro sistema non
è bugiardo, le analogie tra le due scuole dovrebbero, nè meno esplicite
apparire nè men numerose. Se _Esseni_ e _Cabbalisti_ sono tutt’uno,
gli ultimi non meno che i primi deono avere come squisita virtù
proclamato il _Silenzio_. E proclamato l’hanno quanto basta a darci
piena, assoluta ragione. E tanto iterati e diffusi ne sono gli elogi,
i pregi, le utili conseguenze, che io farei opera interminabile se qui
tutti volessi i testi riprodurre che negli antichi e nei moderni libri
del Cabbalismo parlano in favor del _Silenzio_. Pegli uni come per gli
altri due sono gli atti dell’umana generazione, corrispondenti alla
doppia natura dell’uomo, la _Parola_ ed il _Coito_, il germe spermatico
ed il germe ideale, la concezione della carne e la concezione dello
spirito, ambo unificati nelle lingue moderne, nella parola _Concetto_,
ambo, e ciò che è più ammirabile, confusi, identificati nelle parole
_Jadagh_, _Pensiero_ e _Coito_.—Generazione di carne e generazione
di spirito e quindi dal seno istesso della lingua ebraica, intera e
splendida sprigionasi la teoria cabbalistica.[92] Per essa due sono
i segni dell’alleanza, due i patti, due gli organi fecondatori, il
_Berit allascion_ e il _Berit amaor_, ambi porgenti vana e colpevole
ridondanza, ambi recanti da natura prepuzio, come stupendamente
accenna la Scrittura medesima nel _Aral Sefataim_, ambi suscettibili
di emendazione e circoncisione; anzi, notate meraviglioso riscontro,
ambidue chiamati nel loro stato perfetto con una sola parola che
suona _milla_, quasi dicesse la _Corretta_, la _Circoncisa_, nulla
ostando la più lieve o più grave pronunzia, perchè ambidue unificati
gramaticalmente in una sola radice, perchè d’ambi dicono i Lessici
tedeschi _Fortasse Malat idem facit quae mul abscindere_: e noi
possiam dire dopo le cose discorse senza _forse_, senza _fortasse_, e
perchè finalmente l’organo della parola e l’organo della generazione
oltre essere unificate nelle antiche pagane rappresentazioni del
_Fallo_, parola generatrice, sono manifestamente adombrate nella prima
_Misnà_ dell’antichissimo Sefer Jezirà, ove sono posti in armonico
contrapposto, il _Milat alascion_ e il _Milat amaor_, nella quale
iterazione della parola _Milat_ volle senza meno l’antichissimo
autore accennare a quella comunanza di espressione, quella di cui
adesso parliamo. Ed ambi, sommessi a gelosa custodia, tanto che pei
Cabbalisti non meno è colpevole chi la parola invano disperde, che
chi spreca inutilmente il _liquor seminale_, ambi sendo egualmente
colpevoli di fallita generazione, che è mira suprema di natura, nel
mondo dei corpi come nel mondo delle idee; nè qui certo avrebbero
fine le bellissime analogie se a talento mio potessi nell’argomento
spaziare. Non tacerei di quell’aureo riscontro che ci porge tra le
altre la Mitologia dei Greci in Mercurio Dio della parola e del
_Fallo_ fecondatore, che Cicerone chiama per ciò stesso _itifallico_,
e ch’era adorato in Samotracia, in Beozia, nell’Attica, e nel
Peloponneso, identico all’Erme itifallico dei Pelasgi, rappresentato
nell’Attica e nell’Arcadia col simbolo del _Fallo_ che Creuzer crede
identico a _Pane_ suo figlio (di cui tutti sanno l’officio e i simboli
fecondatori), e ch’egli chiama _principe de fécondité et source de
toute vie, de la vie physique et animale aussi bien que de la vie
intellectuelle!_ (Religions des Antiq. Hermes, in Mercur. 676.) Ma
perchè troppo è per sè l’argomento fecondo, di queste come di altri non
men leggiadri relievi, si taccia per lo migliore.
Ma i Cabbalisti parlano di una virtù del _Silenzio_, che troppo parmi
accennare al carattere dottrinale degli _Esseni_, dei _Pitagorici_,
perchè io possa senza colpa tacerla. È l’efficacia che gli assegnano
al conseguimento dei misteri divini; è l’economia delle forze
intellettuali serbate tutte alla contemplazione di quegli altissimi
veri; è lo accesso che forzano col loro concentramento nelle parti
più recondite della scienza religiosa; è insomma una sublimazione
straordinaria dell’Intelletto, parole son queste del R. Loria.
_Umittenaè assagat akokma scezarih lemaet beddiburò velistok col mà
sceiuhal chedè scelò leozi sikà betelà_. La quale virtù del _Silenzio_,
dicono essi, può giungere sino alla fruizione dello _Spirito Santo_,
sino a quel grado di _Ispirazione_ che è _Ruak Acodes_, sino a rapire
la mente in quella regione beatissima della scienza divina in cui la
mente non ode, nè vede, nè sente più nulla, o per dir meglio sente
ed ode il silenzio, la quiete, la pace, che sono proprie di quelle
attitudini dove l’anima resta assorbita in estasi soavissima al
santuario del silenzio della _Mahasabà_, della suprema _Kokmà_, dove
tutta la scienza dell’uomo si risolve in una grande ma soavissima
interrogazione, e dove al _Mi_ (chi?) infinito che l’anima manda in
uno slancio d’amore, non s’ode che un’eco eterna che replica _Mi_,
come l’unico obbietto omai conoscibile.[93]—Ed a chi vera e santa non
credesse la teologia dei Cabbalisti e che pure nel giro si rimangono
dell’Ebraismo, la Bibbia si leverebbe, e insegnando loro ciò che i
Cabbalisti insegnano: Uomini, gli griderebbe, di poca fede, venite e
vedete. Vedete il Silenzio indicatore della presenza di Dio.—Nella
poeticissima e profondissima ad un tempo visione di Elia, in cui il
_vento_, il _fuoco_, il _tremoto_, non sono che precursori del Nume che
s’avvicina, che esteriori vestiboli del riposto Sacrario, e solo nel
Silenzio, anzi per antitesi maravigliosa, nella voce del Silenzio _col
demama_ stare la maestà dell’Eterno, la essenza di Dio, appunto come il
Silenzio dicono i Cabbalisti stare in cima alla scala delle cognizioni
celesti. Vedete la intima identità, dai Cabbalisti ravvisata, fra
la scienza ultima estatica, intuitiva e il Silenzio, sola condegna
espressione di quella nella lingua stessa dei Profeti, nell’idioma
antico d’Israel, siccome quello che è semenzajo, come non mi stanco di
dire, delle antiche credenze dell’Ebraismo. Ora nell’idioma ebraico
v’è una parola, e questa parola è _Haras_, e Haras, ammirate la forza
del vero, è radice significante in pari modo _Silenzio_ e _saper
magistrale_, _tacere_ e _meditare_. _Pensiero_ e _Silenzio_, perchè il
pensiero per eccellenza è tacito e silente, e perchè come udite dai
Cabbalisti, la sede del Silenzio è altresì sede della _Mahasciabà_ e
della suprema _Kokmà_.
Ma la pratica farisaica, ed è tempo che ne parliamo, attesta in modo
ben altrimenti eloquente la identità che non cessammo di propugnare
tra le due scuole, e ciò che tornerà di gran lunga più rilevante, la
identità specifica peculiare fra Cabbalisti ed Esseni. Obliamo per
un istante la Storia e domandiamo a noi stessi: Se il nostro sistema
non è bugiardo, se i dottori Cabbalisti del Talmud sono veramente,
come crediamo, i medesimi _Esseni_, che cosa dovrebbe mostrare la
Storia? La Storia, in mezzo alla gran corrente del _Farisato_, dovrebbe
mostrare, come ci mostra natura in alcuni vastissimi mari, una corrente
secondaria, distinta, particolare, che segue inalterata sua via, in
mezzo a mille correnti paralelle o traverse, e in questa corrente
mostrar dovrebbe non solo i caratteri del Cabbalismo Talmudico, è
questa impreteribile condizione, ma per finire di persuaderci, anche
la pratica del _Silenzio_ distinta, costante, particolare e pressochè
esclusiva in questa istessa corrente. Noi abbiamo formato un voto,
abbiamo detto ciò che la mente più esigente potrebbe chiedere al
sistema che abbiamo adottato. I fatti ci daranno ragione? La Storia
dei Farisei accenna a molti centri, a molte linee, a molte scuole di
dottori diversi, e se tra questi ve ne sono tali che i caratteri, che
i contrassegni ci porgan legittimi incontestabili della linea del
centro, della scuola _Farisaico-Cabbalistica_, ella è quella senza
meno, che incominciando coll’antichissima _R. Johanan Ben Zaccai_
e poi con _R. Eliezer Agadol_, segue con R. Akibà suo discepolo,
continua con R. Simone Ben Johai discepolo del medesimo _Akibà_, e
ferma almeno, a quello che io ora mi sappia, con _Rab_ o _R. Abbà_
scolaro di R. Simone. Ora vi è un fatto luminoso a cui vano sarebbe
chiudere gli occhi, e questo fatto è la celebrata e particolare virtù
in questa serie di Farisei Cabbalisti, in queste cinque generazioni di
Farisei nell’amore del _Silenzio_. E chi lo attesta non è lo _Zoar_,
non è uno dei parziali a quella teosofia, è il _Talmud_, quel solo
giudice competente fra noi e gli avversarj del Misticismo.—Egli è il
Talmud in _Succà_ che narra dello stipite della gran scuola di _R.
Johanan Ben Zaccai_ non aver egli parlato mai parola profana; egli
è il _Talmud_ che pone in bocca al suo discepolo _Eliezer_ la stessa
lode; egli è il Talmud che chiama R. Akibà _Ozar Balum_; tesoro chiuso;
egli è il _Talmud_ che di R. Simone Ben Johai dice _tohen arbé umozé
chimhà_, _macina molto e poco espone_, vale a dire, _molto medita
e poco parla_, o come di sè medesimo ei dice nello stesso Talmud:
_Figli miei, imparate le mie regole perch’esse sono_—_prelevazione
di prelevazione_—vale a dire, le più elette delle regole di _R.
Akibà_; e se non è il Talmud che narra la stessa pratica di _Rab_,
perchè, della teoria niuno di esso più esplicito, è qualche cosa, oso
dire, più del Talmud concludente.—Voi lo ricordate, per completare
la serie ci manca un anello, ci manca _Rab_; e non narrandolo il
_Talmud_, non ammettendo noi qual parte interessata la deposizione
dei _Cabbalisti_, non ci resta che una sola possibile autorità, e
questa, grandissima, irrecusabile, gli avversari del Cabbalismo. Ci
accade in questa ricerca, come altre volte non poche ci era accaduto:
che andando in cerca di una prova, ne abbiamo trovate altre ancora
che non cercavamo.—Ei fu quando arrivammo alla persona di _Rab_
che assistemmo al più singolare spettacolo che sin ora ci si fosse
parato dinanzi.—Trovammo prima diffusa comune nei posteriori libri la
memoria di _Rab_ come celebre per la virtù del _Silenzio_, e volendo,
siccome è mio stile, risalire alle fonti, ne chiesi vestigia ai libri
talmudici, ma senza frutto. Allora tenendo una via opposta, scesi dal
Talmud ai succedanei scrittori, e il primo in cui trovassi menzione
del Silenzio di _Rab_, il primo che mi fornisse l’ultimo anello della
serie farisaico-cabbalistica, ei fu il più grande avversario del
cabbalismo, ei fu _Maimonide_. E non solo, come dissi, completa la
genealogia cabbalistica col ritratto di _Rab_, ma il modo, le frasi
con cui ne favella sono sommamente eloquenti per chi le intende.
Attesta in primo luogo il _Silenzio_ di Rab, quando scrive nel Comento
di Abot: _E fu detto per Rab, discepolo di R. Hijà, che non profferì
parola inutile tutti i giorni di vita sua_. Il qual deposto formulato
in _Abot_, ripetuto e destituito essendo nell’Opera Magna, nel 2º dei
Morali (Deot), come dissi di ogni sanzione scritta nei libri talmudici,
e parendo quindi inesplicabile al Caro, gli suggeriva ivi stesso queste
parole di sorpresa, d’ignoranza: _Ma per quello che a Rab si attiene,
non saprei dire per adesso ove ne sia l’origine_. Pure, _Maimonide_
lo asserì formalmente non solo in due libri diversi, ma ciò che parrà
ancor più rimarchevole, in due epoche non poco distanti di vita sua,
avendo il Comento intrapreso all’età di 20 anni, e il testo Maimonico a
quella dei trenta.