Giunti a questo punto, l’ordine di questa istoria ci condurrebbe

naturalmente a parlare dei dogmi delle dottrine teologiche dei

nostri Esseni. E qui invero vasto, e qui nobilissimo aringo ci si

schiuderebbe dinanzi. Ma perchè nol poss’io tutto percorrere? Gli

Esseni che chiusero ai profani l’accesso delle loro credenze, poco o

nulla lasciarono agli storici tralucere delle loro dottrine. Egli è

per questo che quelle tenebre istesse che contendevano ai coetanei la

cognizione dei loro dogmi, a noi pur la contendono: egli è per questo

che anzichè lasciare il freno alle ipotesi, io amo meglio confessarmi

ignorante. Certo non si potrebbe negare. Vi sono due sistemi grandi,

celebri, antichissimi che gran parte potrebbero restituire delle

dottrine dell’Essenato, in cui le idee, lo spirito, si trasfusero

del grande istituto, e che perpetuarono sino a noi non pochi di quei

segreti di cui furono gelosi i nostri Esseni. Questi sistemi veduto

abbiamo parecchie volte soccorrerci all’uopo nelle lacune storiche

dell’Essenato; questi sistemi sono quel di _Filone_, e l’altro di

gran lunga più momentoso dei _Cabbalisti_, ambidue intimi dei nostri

Esseni, ambedue risponderebbero eloquenti ove interrogati fossero,

con scienza, con critica imparziale, con quel tatto particolare

che sa ricostituire i sistemi mutilati corrosi dal tempo, come in

paleografia si ricostituisce una iscrizione con parole e frasi mutilate

e sconnesse. Il faremo noi? Io confesso l’opera al di sopra delle

forze mie; e se non infelice provammo qualche tentativo di siffatta

ricostituzione nel corso lungo di queste lezioni, ciò nonostante ella

è tale la generale restituzione del dogma essenico, che infinite vi si

oppongono e gravissime difficoltà, il campo vastissimo delle indagini,

la miscela nel filonismo operatasi di idee greche e platoniche, le

tenebre densissime che involgono tuttora la teologia dei cabbalisti,

e sopratutto le difficoltà proprie naturali di questo genere di

lavori.—Egli è per questo che lasciando a tempi, a ingegni meno

infelici il gigantesco lavoro di cui parlo, non più oltre spingerò

per ora le mie indagini che le dirette notizie a noi pervenute non

lo consentano. E queste, bisogna dirlo, sono poche se non al tutto

insignificanti. Riguardano esse meglio la espressione, la veste

esteriore che la sostanza delle idee; meglio l’imagine che involge il

pensiero che non il pensiero medesimo. E pure, forse sbaglierò, ma

credo fermamente che allo scopo da noi prefisso, alla dimostrazione

della identità essenico-cabbalistica più monti la omogeneità della

forma, che la medesimezza delle dottrine, meglio la imagine che è

per sua natura meramente arbitraria che il pensiero che può nascere

spontaneamente uniforme in scuole diverse. Ora io oso dirlo. Chi

cercasse nel superstite simbolo già degli Esseni le imagini, i tipi che

ha comuni coi Cabbalisti, larga mèsse raccoglierebbe di parlantissime

analogie: testimone ciò che dice Filone avere appreso da un _seguace

di Mosè_ intorno un uomo che si diceva _Oriente_; ove per seguace di

Mosè egli senza meno intende uno dei nostri Esseni. I quali, oltre

alla somma venerazione che professavano per quell’uomo di Dio, come

attestano in molti luoghi Giuseppe e Filone dal nome suo intitolandosi,

meglio vi sembreranno il gran titolo meritare di Mosaiti, se ciò che

dissi nelle prime lezioni ritornerete alla memoria, ed ove seguendo le

traccie ultime che gli Esseni lasciarono nelle istorie, mi avvenne,

se ben vi ricorda, di rammentare _Beniamino di Toletola_ ed i suoi

viaggi. Vi dissi allora come narrando egli le pellegrine cose da

lui vedute sulle rive dell’Eufrate e del Tigri, di uomini pure va

raccontando ch’ei vide menare vita austerissima, anacoretica; ch’ei

chiama a dirittura _Benè Moscè_ ossia _Mosaiti_, e che pel ritratto

somigliantissimo noi dicevamo allora ultimo vestigio lasciato nelle

istorie dalla primitiva forma del grande istituto.—Io non aveva allora

letto per anco uno degli ultimi numeri del buono e dotto giornale

_Magghid_. Ma quale fu la mia sorpresa scorrendo un recentissimo

articolo di quel periodico! In esso con bella e giudiziosa erudizione

si prova appunto ciò che io non osava proporre che quale ipotesi; si

prova cioè non altr’essere i _Bene Mosciè_ di cui favellarono i nostri

viaggiatori del Medio evo, di cui parlò _Beniamino di Toletola_, di cui

parlava eziandio _Eldad adani_; che gli ultimi e sbandati successori

dei nostri Esseni. Ch’io mi sappia, niuno finora recò in mezzo il

nome che loro impone apertamente Filone, niuno avvertiva qual peso

immenso rechi nella critica bilancia la deposizione di tal uomo. E

pure Filone non potrebb’essere più esplicito, tanto più che di niun

altri può intendere Filone per _Mosaìti_ che dei nostri Esseni; e

pure nulla più osta all’uso, allo stil di Filone che il supporre in

questo nome significato il popolo ebraico ch’egli mai sotto il nome

non designava di _Mosaìti_. Ma se Mosaìti sono indubbiamente, come

vediamo, gli Esseni, che cosa di essi dice il nostro Filone? Ei dice,

e voi l’udiste, che un uomo, un essere riconoscevano, che si chiamava

_Oriente_. Io vorrei che voi aveste potuto leggermi in cuore quando

la prima volta imbattevami in questa frase, la sorpresa, la dolce

sorpresa che provai in quell’istante.—Ma quanto per voi facile ora

stesso l’imaginarlo!—Pensate ai gravi dubbii promossi sull’antica

data del _Cabbalismo_; pensate al confronto non mai intrapreso

tra gli Esseni d’indubitata antichità, ed i _Kabbalisti_ gridati

da alcuno modernissimi; pensate che una delle emanazioni divine

si chiama appunto nella fraseologia cabbalistica ora CHEDEM, ora

MIZRAH, ch’è quanto dire _Oriente_; pensate che nei libri Talmudici

che alludono ad ogni tratto, checchè ne dicano critici ingiusti, alle

idee cabbalistiche, che nel Talmud, io dico, Dio stesso è chiamato a

dirittura _Chedem Oriente_; pensate a questo e poi mi dite che cosa

avreste provato al mio posto leggendo dei _Mosaiti_ di Filone, che

dicevano esserci un essere che si chiamava _Oriente_. Certo che la

sorpresa, l’aspettazione sarebbe stata già grande. Ma quanto più grande

dopo lette le parole gravissime di Filone, che seguono!—Nelle quali

dopo aver detto testualmente che questo nome non s’addice ad uomo

mortale, che si parla della imagine immateriale di _Dio_, dimostra

poi a lungo non altro essere quest’Oriente che il _Pensiero_ e la

_Parola_ eterna di Dio, che l’_archetipo delle cose_ create, che il

_mondo intelligibile_, modello, come vi dissi in una recente lezione,

del mondo sensibile. A queste parole chi per poco abbia fruito della

riposta nostra teologia, non può a meno di sentirsi colmo il petto

di soavità ineffabile, la quale sempre e sempre più andrà crescendo

colla lettura di Filone quando dirà essere questi il verace uomo, come

verace _Adam_ il chiamano i cabbalisti, _Adam aelion_, e nella parola

_Adam_ trovano il _Scem Ma_ che si appunta nello stesso principio;

quando lo chiama _sommo sacerdote_, come sacerdote supremo _Coen

gadol_ il chiamano i Cabbalisti, e più altre infinite cose che per la

natura loro astrusissima e gelosa _bello è il tacer, siccome il parlar

colà dov’era_. Ora, da tant’altezza conviene calare a regioni più

basse; e pure nuovo documento ne trarremo a provare, mercè la identità

dei segni tra le due Scuole, l’unità, la medesimezza della origine.

Quando parlerò delle pratiche esseniche, e sarà questa l’ultima parte

di questa istoria, ne farò allora, siccome a luogo opportuno, nuova

menzione; ma egli è un uso, una pratica degli Esseni, che esprimendo

una delle forme, uno dei segni più comuni del loro pensiero, mestieri

è pure che qui abbia luogo condegno. La destra, dicevano buona, sacra,

fausta eziandio; la sinistra gridando invece rea, impura e nefasta:

quindi alcune regole pratiche che muovevano dallo stesso principio:

quindi lo sputare a destra interdetto: quindi la destra qual segno

di onore conceduta al maggiore. Queste pratiche verranno in campo a

tempo opportuno, e vedrete quanto in esse eziandio vi sia di Biblico,

di Rabbinico, di Farisaico; ma ciò che si vuole qui apprezzare, è il

simbolo la destra e la sinistra, tolte, l’una qual sinonimo di bene,

l’altra qual imagine rappresentatrice del male.—Nel qual simbolo, due

ebbero famosissime scuole i nostri Esseni.—Certo più a discepoli che

a maestri ebbero in primo luogo i Pitagorici che nella loro _Decade_

posero _Destra_ e _Sinistra_ quali idee ed espressioni antagonistiche.

Ebbero poi, e questo è più rilevante, i teologi cabbalisti, i quali

come gli Esseni, come appunto i Pitagorici, posero a loro posta

nella _Decade_ loro il _Jamin_ e il _Semol_, quai principj avversi

antagonistici, nella guisa stessa dei due principj del dogma _iranico

Otmuzd e Arimane_; ma colla gran differenza che mentre i Persiani ne

costrussero il Dualismo facendo due Esseri, due Dei, due principj

indipendenti, l’Ebraismo serbò intatta l’unità suprema di azione,

di piano, di ultimo fine, come lo stesso simbolo il prova di Destra

e Sinistra, quasi due braccia che si radicano nell’unità del corpo,

e ad una mente sola obbediscono, ad un solo volere. Io potrei qui,

a proposito di Destra e Sinistra, recare in mezzo due luoghi d’oro

che attestano la presenza fra noi delle idee cabbalistiche nei tempi

talmudici—l’uno tratto dal Talmud in Scebuot, l’altro, non v’imponga

il brusco passaggio, nelle _Clementine_—opera semiapostolica di cui fu

fatta recentissima edizione, non saprei dire se in Berlino o Parigi.

Fatto è che tutti i lettori del _Debats_ del 25 di agosto passato,

potuto avrebbero avvertirlo in un seguito di articoli, se anche i

giornali fossero letti con quel nobilissimo intendimento di trovare

dovunque le sacre vestigia della verità.

LEZIONE TRENTESIMA.

Questa Lezione chiude la seconda parte della Storia degli Esseni,

quella che riguarda la loro dogmatica. E comunque troppo più a lungo

sarebbe proceduta la presente trattazione, se completo ci fosse stato

trasmesso il sistema lor teologico, ciononostante e perchè ciò non è

avvenuto, e perchè duro troppo tornerebbe al presente ricostituirlo

per intero coi frammenti del Filonismo e del Cabbalismo, egli è perciò

che, più breve forse che il tema non comporta, riesciva l’esame, la

sposizione della loro dogmatica. Questa lezione dirà quel poco che ci

rimase dei nomi divini tra gli Esseni gelosamente serbati, della loro

Fisica o Cosmogonia, del concetto nobile superlativo che si formavano

gli Esseni delle proprie dottrine, e in ultimo quell’autorità sarà qui

riprodotta, che attesta in generale la concordanza da noi propugnata

fra il sistema degli Esseni e quello dei Cabbalisti.

Voi non lo avete certo dimenticato. Quando parlavamo della istituzione

degli Esseni, quando toccavamo degli Iniziati, del giuramento che lor

s’imponea, noi trovammo, nella formula del loro giuro, l’obbligo di

conservare scrupolosamente _i nomi degli Angioli_.—Non basta: io vi

feci notare allora come sempre le intime corrispondenze fra Cabbalisti

ed Esseni; ma se luogo vi è di questa menzione meritevole, egli è senza

meno il presente, nel quale si favella della Dogmatica degli Esseni,

e dove per diritto debbono entrare i sacri nomi onde si parla; i quali

benchè rechino il titolo di _nome degli Angioli_, pure per poco che

le frasi si conoscano, e le appellazioni dei _Cabbalisti_, alludono

manifestamente ai nomi, agli attributi di Dio e delle sue emanazioni.

Non per questo ripeterò le cose già dette, ma se oltre le discorse

analogie in proposito, oltre la nomenclatura angelica solo esistente

nei due sistemi che diciamo identici se oltre il carattere fra loro

comune di nomenclatura gelosa, riservata, vi può essere qualche cosa

che meriti ancora attenzione, che destar possa la curiosità degli

studiosi, che sappia, se non erro, di novità, che sia, se oso dir

tanto, una verace scoperta, ella è la citazione presente, che appunto

pel suo insigne momento vi ho serbato per la presente lezione. Quante

volte non abbiamo udito gli storici sentenziare, della niuna contezza

che i dottori nostri si ebbero dell’Essenato; quanto subbietto di

meditazione e sorpresa e quante volte altresì abbiamo côlto in fallo

la pretesa ignoranza e mille cenni ed allusioni rintracciato fra i

dottori dei nostri Esseni. Io credo che i dotti di buona fede non ne

ricuseranno la importanza, le conseguenze. Ma per la citazione che qui

si dice, il potrebbero quando pure il volessero? potrebbero continuare

come s’è fatto finora a proclamare muti, inconsapevoli, i Rabbini dei

nostri Esseni. Il provino se pure il possono. Provino a cancellare

quanto è scritto nel III _di Jomà_ nel _Talmud di Gerusalemme_. Provino

a far sì che non si legga come vi si legge—_di un Asseo di Sipporì in

Palestina che disse a Rab Papà figlio di Hamà: Vieni e ti comunicherò i

santi nomi di Dio.—Rispose l’altro: Nol posso. E perchè? Perchè mi cibo

delle decime; e chi li apprende, non può mangiare il pane di nessuno_.

Qui tutto parla con eloquenza irresistibile dei nostri Esseni. Il nome

di _Assè_ più manifestamente e irrecusabilmente essenico dello usato,

perocchè scritto in guisa (_Assé_) che non si potrebbe confondere con

_Asiâ medico_ il quale esigerebbe un _Alef_ finale che qui non esiste;

lo assurdo che semplicissimo medico s’intrometta nei nomi di Dio, e

tanto addentro se ne addottrini da erigersi a maestro di teologia di

un dottore; il luogo patria dell’Essenato, la Palestina _Sipporì_ in

ispecie, nelle cui vie per singolare coincidenza abbiamo veduto nelle

prime lezioni aggirarsi un _Rohel_,—venditore di farmaci, sotto la

maschera del farmacista riconosciuto abbiamo un della setta;—_nomi

di Dio_ che gelosamente si comunicano, come si comunicavano tra gli

Esseni; e per ultimo, il gran rifiuto fatto da _R. Papà_ per la

eloquentissima ragione, ed _essenica_ per eccellenza, che non essendo

egli della scuola, non vivendo della vita sociale, vale a dire,

com’egli dice, cibandosi alla tavola altrui, non sentivasi degno

aderire all’offerta.

Ora di ciò che insegnavano gli Esseni, dell’origine delle cose, degli

elementi primitivi della fisica o cosmogonia che facevano parte del

loro sistema. E qui mestieri è prendere a guida Filone, e ciò ch’egli

sul proposito insegnava. Filone professò la fisica della scuola

_Jonica_ di Talete di Mileto; e se di Grecia e Talete unicamente

favellò, non è già che l’Oriente non offra esempj più antichi ed

illustri; ma solo perchè la scuola Jonica esercitò più diretta

influenza sulla formazione dei sistemi successivi, e protrasse la sua

azione sino ai tempi di Filone, che in Grecia e in Palestina attinse

gli elementi della sua filosofia. Filone dichiarò l’_acqua_ materia

prima di tutte le cose, e se Defendente Sacchi disse deridendo avere

così detto Talete perchè l’acqua vedeva entrare in gran parte nella

vegetazione delle _zucche_, il principio di Talete, non solo offre

grandi analogie colle cosmogonie antiche Orientali, ma si riappicca

alla cosmogonia mosaica, si riflette nel sistema dei dottori.—Ciò che

più monta, nel sistema e nella simbologia dei Cabbalisti, e non lascia

di avere un senso, un valore, una riproduzione nei sistemi scientifici

odierni di geologia e cosmogonia.—Delle prime, delle affinità, delle

relazioni colle cosmogonie dell’Oriente, non parlerò perchè troppo

vasto il campo delle ricerche. Ma come tacere delle altre! Della

cosmogonia Mosaica che chiaro e spiccato offre il principio Essenico

che mostra nell’acqua lo stato primigenio e l’origine di tutte le

cose.—Dei dottori Talmudisti che ragionando sul Genesi, meglio ancora

posero in luce e più precisamente formularono il principio cosmogonico

di Mosè; che fecero uno studio geloso, riservato, formulato dei primi

capitoli della Genesi, che chiamarono _Maasè Berescet_; che oltre al

senso fisico, cosmogonico che ha il racconto Mosaico, ne rivolsero le

frasi, e il vocabolo _acqua_ rivolsero a significare l’idea filosofica

astrattissima di _sostanza_, quando dissero dei _Maim aelionim_ e

dei _Maim attahtonim_, quando _Rabbi Achibà_, in un dettato aureo

momentosissimo ed attamente deponente in favore dell’antichità

cabbalistica, diceva ai discepoli: _Quando a contemplare giungerete

le pietre marmoree purissime, non dite: acqua! acqua!_—Dei dottori

Cabbalisti che fecero eco alla simbologia dei dottori e del vocabolo

_acque_ fecero applicazione estesissima in senso multiforme; e infine

del senso che potrebb’aver tuttavia nella scienza moderna. La quale si

divide anch’oggi in due campi nemici, sull’origine delle cose; e dà

quindi luogo a due diversi sistemi di geologia. Si forma il primo di

quei geologi che credono la terra avere _ab ovo_ presentato una massa

fluida, che andò di mano in mano indurando, e che per questo appunto si

chiamano _Oceaniti_ o _Nettuniani_. Si forma l’altro di quei geologi

invece, che ammettono nell’origine uno stato di incandescenza, che

andò di mano in mano raffreddandosi e che per questo appunto si dicono

_Plutonisti_.

E non solo gli Esseni, e con essi Filone e con essi Talete, e la scuola

Jonica in generale, e con essi per avventura i Talmudisti e la Genesi,

ma con essi ancora, se ben lo intendo, il _Signor dell’altissimo

canto_, l’antichissimo Omero. Il quale con una frase che diè molto a

pensare agli interpreti, e che parvemi sempre cosmogonica e geologica

per eccellenza, chiama frequentissimamente gli Dei col titolo

d’_oceaniti_; null’altro volendo significare a parer mio, che lo stato

primitivo della materia caotica dalla quale sursero le forze tutte

della natura o, per parlare colla lingua dei Greci, _gli Dei maggiori

e minori_, i quali com’è facile provare coi filosofi e coi poeti alla

mano, altro non erano in verità che quelle forze istesse personificate,

primogenite sì della creazione, ma figliuole pur esse della gran _madre

natura_, che nel suo stato primitivo, confuso, disordinato, portava il

nome di _Caos_; il quale _Caos_ vediamo infatti figurare a capo delle

greche teogonie, anteriore agli immortali medesimi, padre e generatore

antichissimo di tutte le cose. E questo basti della fisica e cosmogonia

degli Esseni, potendo ognuno, che più a lungo _sedere volesse a mensa_

sull’argomento, consultare _Filone_ da cui i brevi cenni abbiamo

imparato che qui si espongono.

Ora che conchiuso abbiamo quel che concerne la dogmatica degli Esseni,

o per dir meglio, quel poco che di essa ci resta, dobbiamo far due

cose: dobbiamo prima dire del concetto che delle proprie dottrine si

formavano gli Esseni; dobbiamo dire in ultimo, del concetto che noi

stessi ce ne dobbiamo formare. Voi lo avete le mille volle udito.

Se v’è nulla di vero, di dimostrato nella storia degli Esseni, è

la loro parentela coi _Cabbalisti_.—Se i Cabbalisti ebbero padri

antecessori, ei sono gli Esseni. Se gli Esseni ebbero figli discendenti

continuatori, ei sono i _Cabbalisti_. Or bene: questa verità che non

ho cessato di proclamare, è posta, se è possibile, in luce ancor più

sfolgorante dal giudizio, dalla stima, dal concetto che di sè, che

delle proprie dottrine si formavano gli Esseni.—Ch’è quanto dire

il giudizio che di sè tuttavia e delle proprie dottrine si formano

i _Cabbalisti_. Concetto grande, altero, superlativo, se altro fu

mai; concetto che fa della loro _dogmatica_, la sola vera, la sola

divina, la sola rivelata; dogmatica che ingenera nei suoi professori

il vanto pubblicamente spiegato di possedere intiero, esclusivo il

_midollo_, il _secreto_, la vera essenza del Mosaismo, che fa loro

riguardare come profani i fratelli loro di religione che discredono

o disconoscono la verità dei loro dogmi, e che per stringere tutto

in breve detto, gli meritava e gli merita tuttavia dagli avversarj

l’epiteto di _esclusivi_, _d’intolleranti_, mentre, com’ho provato

nella mia ebraica operetta, niuno più meritossi invece il nome di

_tollerante_, se si tratta delle persone; e niuno più legittimamente di

essi mostrossi _intollerante_ se si tratta delle avverse dottrine. Or

bene questo giudizio qualunque esso sia, egli è quello, ve lo diceva,

che di sè e delle proprie dottrine si formavano gli Esseni. E nel

riferirvelo userò parole non mie, non arbitrarie, non parafrastiche,

ma rigorose, testuali, quali uscivano da penna per nulla interessata

nella presente questione, e che consuona mirabilmente coi vanti

poc’anzi uditi dalle labbra dei _Cabbalisti_. E questa penna è quella

del Nicolas, professore in Strasburgo, che tali scrive nella _Revue

Germanique_ memorande parole, nelle quali vi scongiuro ammirare

la perfetta conformità coi vanti dei Cabbalisti:—_Les Esséniens

prétendaient avoir le secret du Mosaïsme_:—non basta—_et regardaient

comme des profanes ceux de leurs corréligionnaires qui étaient

privés de cette connaissance_.—Ma volete di più? volete misurare il

valore dell’argomento, volete vederne la forza probatoria? Or bene;

riprendete il Nicolas, e vedrete che da questo fatto medesimo, da

questo vanto, da questo concetto, che di sè formavansi gli Esseni,

egli prova, egli conclude trionfalmente, e che? forse la derivazione

stessa dei Cabbalisti? No! ciò è poco, perchè il proverebbe nella

questione parziale; ma prova e conclude da questo fatto la derivazione

dall’_Essenato_, di quella setta di filosofi che si dissero _Gnostici_,

i quali non dissimile vantazione menavano pur essi delle loro dottrine:

la illazione pare evidente; l’argomento che vale pel Nicolas, vale

anche per noi, e se si può dimostrare la derivazione del _Gnosticismo_

dai più antichi Esseni, potrà quella eziandio dimostrarsi dei dottori

_Cabbalisti_.

Ma io vi diceva che oltre il concetto che di sè formavansi gli

Esseni, e questo abbiamo veduto, quello altresì, quel giudizio,

quella sentenza avremmo dovuto non meno esaminare, che noi stessi

ragionevolmente dobbiamo recare sulla dogmatica degli Esseni. Io

credo che sia necessario formarsene un concetto generalissimo, e

tanto mi par necessario, quanto non avendo potuto noi esaminarne

i dogmi, parte per parte ci convenga più precisa, ed accertata,

formarsi una idea dello insieme in quella guisa che Mosè non potendo

entrare nella terra promessa, si fermò a lungo a contemplarla sopra i

monti di Moab, e in quella guisa medesima che un pittore non potendo

studiare per minuto una fisonomia che gli fugge, cerca di cogliere in

quell’apparizione fugace l’espressione generale e il tipo supremo sul

qual è coniata. Ora questo concetto, questo giudizio generalissimo

non sarem noi che il proporremo. Dopo tutte le cose anzidette,

dopo avervi tutta la mente mia fatta aperta, sulla consanguineità

cabbalistica, troppo parrebbemi aver sembianza di giudice parziale

e troppo quindi disdicevole a me stesso proporvi un giudizio.—Ve lo

proporrà un filosofo, un libero pensatore—un francese del secolo XIX,

ve lo proporrà il Frank. E ve lo proporrà a proposito di Filone e del

suo sistema, del quale le intime attinenze conosciamo da lungo tempo

colla scuola degli Esseni, tantochè, ciò che di Filone favella il

Frank dovrà essere intesa quasi degli Esseni istessi ei favellasse,

null’altro essendo, a veder bene, Filone, che il filosofo della setta,

l’interprete dell’essennato al mondo pagano, e se così emmi lecito

esprimermi, _l’Apostolo dei Gentili_. Ora udite come intende il Frank

i rapporti tra Filone ed i Cabbalisti. Come si esprima reciso, e

com’egli, d’altronde se riservato, non tema di usare niente meno che

queste parole: _Tous les principaux traits de la philosophie de Philon

se retrouvent dans le Zohar avec moins d’éclat et de profondité_.—Sì,

se intende metodo ed arte—no, se intende splendore e altezza d’idee

e di eloquio. Ma il signor Frank non è uomo da sentenziare senza un

perchè, ed eccolo testuale: _Comme Philon, le Zohar s’appuie sur les

traditions juives interprétées symboliquement; comme lui, il est tout

à la fois mystique et panthéiste. Cet Eusoph supérieur à l’Être et

à l’intelligence, le mystère des mystères, l’inconnu, l’ineffable,

rappelle le Theos Agnostos de Philon: le Juif Alexandrin et helléniste

a dit en grec ce que les Juifs de Jérusalem ont dit en hébreu_; e così

via discorrendo, ponendo continuamente a riscontro i due sistemi.

Ma il signor Franck non è solo a pensarla siffattamente. Il signor

Frank che, per lo assunto da lui intrapreso, per quella specie di

riabilitazione che tentava del Cabbalismo, potrebbe sembrare a taluno

pregiudicato, e forte nonostante di tutta la forza della scienza

germanica contemporanea, ed ha per se il fiore, l’eletta dei più

valenti e autorevoli critici dell’Alemagna. Il Nicolas, di cui udiste

non ha guari menzione, e che compendiava quanto di meglio provato

resulta dalle ricerche di quei dottissimi, usa parole che non la

cedono certamente a quelle che udito avete del signor Frank, e che a

parer mio anco più urgentemente concludono in favore dell’assunto,

avendo preso il Nicolas a parlare non già di Filone singolarmente, ma

di tutti gli Esseni, e della scuola direttamente. Della quale così

si esprime: _Deux philosophies_, fort analogues, me paraissent être

sorties de l’_Essénisme_: le _Gnosticisme et la Kabbale_. On peut

supposer que les _Esséniens_ qui embrassèrent le Christianisme, s’en

firent une conception conforme à leurs principes antérieurs, et ce fut

le _Gnosticisme_; et que ceux des Esséniens qui _restèrent_ Juifs,

continuèrent les spéculations de leur secte, et ce fut la _Kabbale_.

Parole vere e belle, e che compensano con usura le pretese ingiuste,

mel perdoni la sua amicizia, del nostro illustre Luzzatto.—Ma contro

di questi non abbiamo solo i nomi ricordati;—abbiamo tale che, per

quanto suoni nuovo per avventura ai vostri orecchi, si levò altissimo

fra tutti i moderni filologi tedeschi, e questo è il Baur. _M. Baur_,

continua il Nicolas, _les regarde_ (riguarda Gnosticismo e Cabbalismo)

_comme deux productions semblables, qu’on est obligé de ramener à une

source commune_.

Ora chi potrebbe dubitarne più oltre? L’esame analitico da me

intrapreso e in quella parte attuato che era possibile, l’idea generale

che alla sua vista ci si ingerisce, le autorità più competenti, più

spassionate, tutto prova la identità da noi propugnata. E questa

identità fu da noi perpetuamente dimostrata nella sposizione delle

due prime parti di questa Storia, _Istituzioni_ e _Dottrine_; e che

qui hanno termine. La terza parte della storia dell’Essenato che ci

rimane a vedere, ella è, e voi lo ricordate, la storia del _culto_,

degli _usi_, delle _pratiche_ del nostro istituto, ed alla quale

colla successiva lezione daremo principio. Esaurita questa ultima

parte, e spero tra breve, noi avremo terminato lo studio di una gran

scuola, risoluto, quanto lungi si stesero le nostre forze, un problema

difficilissimo; e con amore e studio grandissimo notomizzato il corpo

venerandissimo, le cui istituzioni sono l’_organismo_, le cui dottrine

sono il _cervello_ e la _mente_, le cui pratiche sono il _cuore_ e

la _volontà_. Ma in questa autossia, ciò che abbiamo trovato, non fu

tutto materia. Broussais, così narra la fama, sendo prossimo a finire,

stupiva i circostanti con queste parole: _Infiniti corpi notomizzando

e di tutti le segrete parti collo scalpello ricercando, mai mi avvenne

trovare l’anima dell’uomo_. Infelice! che s’ei l’avesse trovata,

l’anima non sarebbe. Noi però siamo più felici di Broussais.—Abbiamo

trovato nelle indagini nostre l’anima dell’Essenato, il suo spirito, il

suo genio, la carne delle sue carni, l’ossa delle sue ossa, il sangue

delle sue vene, l’alito, come dice la _Bibbia_, delle sue nari, e

questi è il genio, lo spirito cabbalistico.—L’Essenato è morto; ma il

cabbalismo, intima essenza dell’ebraismo, per quanto a terra disteso e

di sudario funebre rivestito, e le nenie li facciano intorno e mortorio

stragrande gli avversarj di ogni colore, e _i neri fraticel, e i bigi e

i bianchi_, ciononostante come il profeta sepolto, di cui si narra nei

_Re_, non solo vive d’una vita interiore, ma ai grandi morti eziandio

la comunica al solo contatto.—Noi abbiamo posto gli Esseni al contatto

del grande sepolto; al contatto del _cabbalismo_; ed a quel contatto,

oh miracolo! l’Essenato è risorto.

LEZIONE TRENTESIMAPRIMA.

S’egli è vero che ai sospirosi naviganti l’animo si rinfranca al

pensiero della meta vicina, egli non è senza più celere fiducioso

muovere il passo verso il termine desiato, che io tocco stasera la

terza parte della _Storia degli Esseni_; dopo avere studiate le loro

istituzioni e i loro dogmi, io chiamo a rassegna le loro _pratiche_, la

loro _vita_. Ma la vita sociale come la vita dello individuo, gli atti

dell’una come gli atti dell’altra, possono in tre grandi ordini e sommi

capi dividersi secondo il triplice oggetto a cui la vita e gli atti si

riferiscono; vi è la vita religiosa che comprende gli atti, le opere

che hanno Dio e la Religione per obbietto; vi ha la vita privata che

le opere inchiude che all’uomo istesso si riferiscono, i suoi abiti,

le sue virtù, le regole che a sè medesimo s’imponeva, e che hanno per

ultimo fine lo individuo, la persona medesima; vi ha infine la vita

pubblica, la vita esteriore, quelle opere tutte abbraccia nel proprio

seno, che al prossimo, alla città, al mondo intero si riferiscono. Egli

è per questo che per amore di ordine, di chiarezza, di brevità, io ho

in tre parti distinto lo studio della essenica _vita_. Vita religiosa,

ossia _culto_: Vita privata, ossia _abiti_ e _virtù_: Vita pubblica,

ossia _rapporti esteriori_. Di queste tre parti, la prima, vuoi per

l’argomento fecondo, vuoi per dignità, vuoi per logica preminenza,

merita il primo posto, e volentieri glielo concedo. La vita religiosa

dell’Essenato si esamini dunque nelle sue parti. E perchè l’ordine si

ramifichi nelle più minute parti eziandio del subbietto, si dica in

primo del culto che a Dio si rendeva, e del culto istesso quella parte

in prima si consideri che riguarda i _luoghi_ religiosi, i _tempi_, gli

_oratorj_.

Storia degli Esseni: Lezioni · 第 26 / 41 段