vi riduciate a memoria i tempi in cui visse, in cui fiorì il grande
istituto. Qual fu il secol d’oro dell’Essenato? fu quello, si può
dire, che più famoso rimase per le calamità infinite che piovvero sul
nostro popolo, il primo secolo dell’era volgare. Ei fu allora, nel
precipite declinare del nostro sole all’occaso, nella dissoluzione
estrema di ogni legame politico, all’ombra del tempio che minacciava
rovina, che lo spirito, il pensiero, il genio dell’ebraismo, come
fiamma che stia per ispegnersi, mandò pria di finire un ultimo raggio,
e quel raggio fu l’_Essenato_. Ora tra gli Esseni che sopravvivono alla
morte di ogni nobil cosa fra noi, e lo eccidio ultimo che minaccia
la patria, vi è un testimone; testimone della grandezza degli uni e
della miseria dell’altra, della vita possente, rigogliosa del primo,
e della disperata e violenta agonia dell’ultima; e questo testimone è
Giuseppe. E che cosa dice Giuseppe che dell’uno e dell’altro stato fa
nei suoi libri fede continua? Dice parola che mi fece per non brev’ora
meditabondo; e il cuore m’empiva di poi eziandio d’ogni indicibile
melanconia. Quando Giuseppe, parlando delle pratiche esseniche, dice
che gli Esseni non entravano nel tempio per timore di profanarsi
al contatto della folla che ingombravalo, parevami nell’udirlo una
cosa:—Mi pareva vedere nell’_Essenato_ il genio irato dell’ebraismo
trarsi in disparte dall’orribile scompiglio sopravvenuto; parevami
trincierato nella sua solitudine imprecare alle passioni, ai peccati,
al disordine che infuriavano; parevami, preso in dispetto il tempio,
fuggirsene lungi, come fuggita se n’era la gloria di Dio ai tempi
di Ezechiele; e come fuggire accennava dal secondo tempio eziandio
quando per entro alle sue mura, come narrano Ebrei e Pagani, udissi
quel suono, quel calpestio, quella voce di partenza che disse: Esciamo
da questo luogo. Io vel confesso ingenuamente. Il primo senso che
io colsi nelle parole flaviane, non fu sì vero, sì profondo, non fu
questo che io dico: parevami, e male parevami, che qui si trattasse
di qualche cosa di ordinario, di normale; parevami volesse dirmi
Giuseppe, non riconoscere gli Esseni, non ossequiare almeno in pratica,
il culto pubblico, la casa di Dio, il tempio di Gerosolima. Ma quanto
ingiustamente! E non solo perchè gli Esseni, Ebrei quanti altri mai,
non potevano ragionevolmente disertare tempio ed altari; non solo
perchè le cause da Giuseppe assegnate, accennano manifestamente a
temporaneo ed eccezionale abbandono, per istudio eccessivo di purità,
ma soprattutto perchè la storia parla eloquente, perchè troppo anzi
giustifica il ritiro e la diserzione dell’Essenato. Bisogna leggere
le storie per persuadersene. Bisogna leggere delle passioni che si
scatenavano ignobili, brutte, furiose nel sacro recinto, del sacerdozio
venale, ambizioso, intrigante, vendereccio, lussurioso; bisogna leggere
degli eccidj commessi sui gradini del tempio, degli altari di Dio
conversi in campo di battaglia dalle fazioni che laceravano la patria;
delle bruttezze, delle enormità d’ogni maniera che un popolo, che un
sacerdozio feroci, farneticanti commettevano all’ombra del tempio. È
miracolo dunque se gli Esseni quando Giuseppe parlava, ch’è quanto
a dire, allora appunto che le scene discorse si spiegavano in tutta
la lor turpitudine, fuggissero lungi da quelle mura contaminate,
dalle mura del tempio? È miracolo, quando sapremo le regole rigorose
inflessibili che avrebbero dovuto vegliare, e che avevano infatti in
altri tempi vegliato alla purità di quel tempio, quando sapremo dalla
tradizione che ce lo narra, che tante parti eranvi nel tempio quanti
gradi vi erano nel popolo di purità, che altro per esempio era il
luogo ai Gentili dischiuso, altro agli immondi per contatto di morti,
altro ai _Tebulè jom_, altro ai _Mehusserè caparà_, altro alle donne,
altro agli uomini riservato, ed altro infine ai sacerdoti? E quando
pure queste regole comuni, per ognun doverose, non fossero state ad
ogni istante manomesse dal disordine, dall’anarchia imperante, non
avevano eglino, gli Esseni, specialissime regole di purità, che non
essendo generalmente osservate avrebbero pericolo corso di violazione
quando commisti alla folla dei devoti fossero entrati nel tempio?
(Vedi Lezione XII.) Ma se Giuseppe accennava di porci in imbarazzo
coll’asserzione che abbiamo adesso storicamente giustificata, non
meno a prima vista riesce duro a comprendersi quanto egli aggiunge
immediatamente. Quando Giuseppe dice apertissimo che gli Esseni
sacrificavano nelle case loro, nei loro chiostri, nel loro ritiro,
non vi par egli che osti, non solo al deposto della tradizione, ma
eziandio ad un testo formale, ove s’interdice il sacrifizio fuori del
recinto sacrato? E veramente all’uno e all’altro osterebbe Giuseppe, e
non solo dalla legge ingiustificato, ma contraddetto parrebbe ancora
dalla storia contemporanea, che non ci mostra in Palestina a fianco
del tempio pubblico nazionale di Gerosolima, nè altri tempj, nè altro
altare, nè altro culto. Che cosa dunque volle dire Giuseppe quando
parlava dei privati, dei domestici sacrifizi dell’Essenato? Io ci ho
lungo tempo riflettuto, e solo due possibili spiegazioni mi sovvenivano
all’uopo opportuno. Voi lo avete udito più volte. Oltre gli Esseni
di Palestina, oltre gli Essenici Chiostri di Terrasanta, vi erano
gli Esseni di Egitto, quelli che udito abbiamo chiamar _Terapeuti_,
erano le case, i ritiri di Egitto. Or bene, la storia ci ha serbato
un fatto, un gran fatto, per la storia degli Esseni, per la questione
presente segnatamente. E questo fatto è la esistenza di un tempio in
Egitto, foggiato appunto su quello che inalzavasi in Palestina, di esso
contemporaneo e rivale, ed ove il sacerdozio, il culto e sacrifizj
e le forme istesse architettoniche dell’edifizio porgevano imagine
fedelissima del modello palestinese. Furono eglino al tutto estranei i
Terapeuti di Egitto, se non altro alla elevazione, alla conservazione
almeno dell’ossequio, che ivi riscoteva generalissimo il tempio
egiziano, il tempio di Onia? Io non lo credo: non lo credo, perchè i
Terapeuti avrebbero fatto allora scissura ai fratelli alessandrini, nè
la storia ci autorizza a menar buono il supposto: nol credo, perchè
l’Esegesi tradizionale del verso citato può non aver esercitata, a
tanta distanza del centro ortodosso, l’azione sua proibitiva; non lo
credo, perchè i Terapeuti di Egitto, per quanto a parer mio Esseni
trapiantati in terra straniera, ciononostante come pianta divelta
dal suolo natio, non lasciava di offrire sembianza alquanto degenere
dall’originario sodalizio per la miscela di idee greche od egizie colà
operatesi; e non lo credo infine per un curioso cenno che la mia stella
propizia mi offriva in Maimonide. Maimonide, oltre la grand’opera
rituaria che lo ha fatto sì celebre nel Rabbinato, è autore di un
comento misnico che scrisse all’età di venti anni, e che dettava come
altre sue opere, in purissimo arabo. Or bene, in questo comento che io
dico, al 13º di _Menahot_, e là appunto ove nella _Misnà_ si favella
del tempio egiziano, del suo fondatore per nome _Honiò_, io trovo in
Maimonide preziosissima indicazione. Quando dice della fuga di _Honiò_
in Egitto, quando narra del favore trovato da esso nella corte dei
Tolomei, della grand’opera intrapresa, del nuovo tempio, dei seguaci,
degli aderenti che secondaronlo, sapete chi egli annoveri tra i
cooperatori e ajutatori del nuovo Esra? Egli annovera _una sètta_, sono
sue parole, _Kaptzar_. Un pensiero mi sorrideva, mi tentava, e comecchè
da principio non osassi confessare nemmeno a me stesso, pure a poco a
poco presi coraggio, ed ora a voi lo espongo. Sarebbe egli possibile
che nell’informe vocabolo si nascondano i _Copti_?[88] Ma io oso dire
di più: oso dire che non al tutto sarebbe oggi stesso difficile seguire
quello strano rivolgimento di casi per cui gli antichi _Terapeuti_ di
Egitto divennero in bocca a Maimonide la sètta dei Copti. E questo filo
conduttore, questo filo d’Ariana nel nerissimo laberinto ce lo porge
la storia. La quale ci addita nei Copti l’antichissima, la primitiva
chiesa cristiana di Alessandria fondata da _Marco_; che ci narra la
confusione sino ab antiquo avvenuta, e di cui vi tenni parola nelle
prime lezioni, tra i Cristiani di Egitto e i Terapeuti colà stabiliti:
le strane pretese d’identità spiegate sino ai nostri giorni dai dottori
della Chiesa, e fondate unicamente sopra tale confusione; e infine il
nome di _Terapeuta_ usato positivamente nei primi secoli qual sinonimo
di cristiano, di monaco, di solitario. Che cosa dunque avvenne a parer
mio? Vi era una tradizione sino a Maimonide perpetuata, del concorso
prestato ad _Onio_, al suo tempio, al suo culto, dai terapeuti di
Egitto. Di questa tradizione _Maimonide_ ebbe contezza. _Maimonide_
che dimorava in Egitto, ch’è quanto dire nella patria stessa dei
Terapeuti, nell’antica sede del tempio _Onico_, colse in Egitto stesso
dalla storia, dalle tradizioni egiziane il fatto in discorso; ma lo
colse corrotto, alterato, degenere, quale i secoli e la ignoranza lo
avevan ridotto. E così alterato e degenere lo trasmise ai nipoti. Di
Terapeuti ebrei si era fatto Terapeuti cristiani di questi, con facile
e legittimo transito, e solo l’antico nome traducendo con più moderno
vocabolo, si era fatto i _Copti_.—E i _Copti_ appunto disse Maimonide
cooperatori di _Onio_. E i _Copti_, ch’è quanto dire i Terapeuti, gli
Esseni d’Egitto, ebbe forse di mira Giuseppe quando parla dei privati,
dei domestici sacrifizj da loro praticati. E questo è uno dei due
sistemi possibili per ispiegare Giuseppe. L’altro è più breve, e non
vi so dire se meglio persuasivo. I sacrifizj di cui parla Giuseppe
sarebbero patrj, indigeni, palestinesi, sarebbero proprj degli Esseni
di Gerosolima; e se la legge a tali sacrifici si opponeva non è tale
nè sì generale il divieto che un caso solo non se ne eccettui, che
non sia anzi permesso raccomandato, ed a cui potuto hanno dar opera i
nostri Esseni secondo Giuseppe. E questo caso è quando non l’Ebreo,
ma è il Gentile, ma è il Pagano che offre. Allora ogni barriera si
abbassa; allora non più tempio, non più recinto, non più limiti che
circoscrivino l’adorazione umanitaria; allora la natura quanto è vasta,
un campo, una riva, la cima d’un colle, son tempio condegno al culto
di Dio; allora, secondo nostra fede, non solo il gentile può scegliere
luogo a sacrificarsi qual più gli talenta, ma ciò ch’è sovrammodo
degno di nota, egli è il permesso all’Ebreo conceduto, di dirigerne,
di regolarne l’esecuzione, di prescriverne i modi più accetti, di
additarne il rito voluto, legittimo e già determinato dalle nostre
leggi;[89] allora vediamo i Dottori Talmudisti sul fine di _Zebahim_,
mettersi tutto cuore e tutta anima a secondare le pie vedute di nobili
e signori pagani della madre di Sapore, monarca di Persia, insegnar
loro il modo di sacrificar più accetto, ad assistere personalmente
al sacrifizio, a predicarlo meritorio, e in certa guisa parzialmente
antivenire quel ministerio sacerdotale che sarà proprio e naturale
d’Israele, alla fine dei tempi.
Ma noi dei sacrifizj essenici ragionando, abbiamo trovato, se la
congettura non erra, un loro tempio, il tempio di _Onio_ in Egitto.
È questi il solo che pretenda all’onore dell’Essenato? Io credo che
di due altri tempj ragioni la storia che più o meno possan vantare
essenica cittadinanza. È l’uno quella famosissima _Proseuca_ o
_Sinagoga_ che sorgeva, non saprei dire se presso a Tebe o nelle
mura di Alessandria, e di cui è menzione pomposissima nel _Talmud_
di _Succà_, con qualche curiosa variante, tra il Babilonese e il
Gerosolimitano, e che rovinò per ordine, dice il Babilonico, di
Alessandro, per ordine, dice il Gerosolimitano, e dice meglio, di
Trajano l’empio, _Traghianos arasciah_. Sono le altre quelle sinagoghe
di cui udiste parlare in altre lezioni a proposito della vita campestre
dell’Essenato, quelle _Proseuche campestri_, come le chiamano i
dottori, ed in cui parevami e parmi ancora vedere memoria degli antichi
oratorj dell’Essenato.
Ora una parola della _Preghiera_ Essenica ed avremo finito. Pregavano
gli Esseni, dice Giuseppe, al sorger del sole, gli è quanto dire in
quell’ora istessa in cui pregavano i _Vatichim del Talmud_, altro nome
dei nostri Esseni, e di cui videro i dottori nostri cenno in quel
verso che dice _Irauka im Sciamesc_. Non basta: Giuseppe ci porge
nuovo riscontro colla preghiera dei dottori. Gli Esseni, ei dice, non
parlano di alcun affare prima del sorger del sole. E i Farisei pure,
e lo dicono e lo raccomandano e lo osservano. Per essi, non solo gli
affari, ma il conversare, ma il saluto istesso è interdetto pria che il
sole risorto e l’anima ridesta mandino il saluto alla eterna fonte di
ogni salute: tanto che vi furono e vi sono tanti Esseni senza saperlo,
che imbattutisi per via prima di orare in un amico, usano frase che
non è saluto ma è preghiera. Ma ciò che l’animo non ardiva sperare,
ciò che parrebbe superare ogni aspettazione, egli è la esistenza, la
conservazione tuttavia nella Liturgia ortodossa di un _Inno_, di un
_Canto_ superstite dell’Essenato. E pure di questi miracoli, ed altri
maggiori, è capace la bella e feconda per quanto ardita erudizione
germanica. Se uomo vi è capace di dar credito e faccia di verità ad una
ipotesi egli è senza meno il _Nestore_ dei Rabbini tedeschi, il dotto
e celebre Rapaport, gran Rabbino di Praga. Ora secondo il Rapaport vi
è una preghiera tra quelle che si recitano nel sabato, che appartiene
all’antica Liturgia degli Esseni; ed è quello un ordine alfabetico che
incomincia _El adon_. Credo l’opinione del Rapaport assai verosimile,
e ciò che vi parrà singolare, per quelle ragioni appunto che altri la
osteggiò. E questi è un dotto e piissimo Rabbino Tedesco, tolto, non è
molto, ai vivi, il _Zebi Tro Haiot_. Il Haiot nell’_Imrè Binà_ trova
la congetura del Rapaport inverosimile, e per quella ragione appunto
la credo tale, che dovuto avrebbe persuadergli il contrario. Egli
trova nel _Fur_ una diversa lezione nella preghiera in discorso, trova
che là ove leggiamo _Raà veitkin_, _vide e formò_, leggere si debba
invece _raà veictin_, _vide e impicciolì_ la forma lunare; e siccome
tale lezione si fonda sopra un’_Agadà_ del Talmud babilonico, ove si
dice che la luna dicadde nella gerarchia degli astri, e di stella che
era divenne satellite, egli crede che non si possa a buon diritto
supporre nelle preghiere esseniche menzione di questa leggenda. Dico
il vero, il raziocinio del Haiot, non dirò mi sorprese, sarebbe poco,
mi empì di stupore. Possibile dissi fra me! Possibile che tanto abbia
egli negletto ed obliato così scrivendo! che abbia obliato come alla
perfine la lezione di cui favella non é la sola; ed ove l’altra, punto
all’_Agadà_ allusiva, si addottasse, resterebbe la congettura del
Rapaport incrollata! Possibile che abbia posto in oblio, come l’Agadà
della _degradazione lunare_ sia eminentemente Cabbalistica: e come
tale, e come uno dei punti più culminanti del Cabbalismo talmudico,
sia portata in trionfo dai teosofi antichi e moderni. Possibile che
non siasi ricordato come appunto la lezione da lui proposta prevalga
tra essi alla lezione contraria; possibile che abbia posto in non
cale un fatto momentosissimo, e che solo basterebbe a dar ragione a
Rapaport; voglio dire la importanza conceduta, i lunghi ragionamenti,
le speculazioni Cabbalistiche che fa il _Zoar_ su questa preghiera
di EL ADON: è possibile infine come non abbia veduto che non altro
essendo gli _Esseni_ che i Cabbalisti antichissimi, se vi è scuola a
cui s’acconci la preghiera in discorso che possa dire altamente _vide
e impicciolì_ ec.; eglino sono senza meno i nostri Esseni, a cui in
verità e tanto meritamente l’attribuiva il rabbino di Praga. Ma se
causa vi è di tanto oblio, ella è questa una: il non avere a bastanza
il Haiot riconosciuto la identità da noi propugnata tra Esseni e
Cabbalisti; l’aver trovato disdicevole ai primi ciò che avea trovato
dicevolissimo ai secondi; e se il Haiot vivesse ancora, tanta era la
sua pietà e la dottrina, che, oso dirlo, egli avrebbe plaudito ai
nostri sforzi, e trovato avrebbe col Rapaport essenica per eccellenza
la preghiera di _El adon_, perchè potuto non avrebbe negare essere la
sua lezione per eccellenza cabbalistica.
LEZIONE TRENTESIMASECONDA.
I tempi, i sacrifizj, le preghiere dell’Essenato ci occuparono
nelle passate Lezioni. Noi dobbiamo con passo misurato e rapido a
un tempo procedere oltre; dobbiamo di quell’argomento favellare che
più dappresso si attiene alle cose discorse; dobbiamo, a dir breve,
ragionare delle _Feste_. E prima del Sabato Essenico, siccome quello
che torna più di frequente e in cui più luminose spiccano le analogie
farisaiche. E queste sono parecchie e di non lieve momento. È la
prima quella che riguarda il _Muczè_. Che cosa è il Muczè? È quel
divieto pel quale ogni uso e contatto eziandio ci è interdetto di
quegli oggetti, che un officio adempiono proibito nel sabato.—Qual
sarebbe a mo’ di esempio una vanga, una scure, delle legna, delle
monete, divieto principalmente farisaico e tradizionale. E pure,
gli Esseni il conobbero, e non solo conosciuto ma praticato era dal
grande istituto, se stiamo a Giuseppe, il quale, con parole che più
non si potrebbero esplicite, asserisce a dirittura non solo astenersi
gli Esseni nel sabato da ogni opra servile, ma non osare _cambiar
nemmeno un utensile di posto_, ch’è quanto dire il vero e preciso
_Muczè_ farisaico. Ma le cose che seguono non solo offrono nuova
conferma alla identità favorita, ma anche solo da questa traggono la
sola luce e intelligenza possibile; tanto senza la tradizione nostra
tornerebbero incomprensibile. Quando Giuseppe, dell’Essenico Riposo
favellando, dice che da ogni necessità naturale si astenevano se
non costretti, che cosa volle dire Giuseppe? Oso dire che le parole
di Flavio riuscirebbero strane, ridicole eziandio, ove al contatto
non siano poste della tradizione farisaica.—Ma poste di questa a
riscontro, qual cambiamento! Non è dessa che l’uso interdiceva dei
_purganti_ nel sabato ove pericolo non corrasi della salute? non è
dessa, che alludendo ad uso allor comunissimo, proibiva eziandio quegli
_emetici_ che non solo a ristoro della salute perduta, ma per istudio
eziandio di crapula, d’intemperanza solevano prendere i _parassiti_
romani? Certo che è dessa, è la tradizione che di tali cose ragiona,
ed essa pertanto ci offre quella sola intelligenza possibile all’uso
essenico che ricorda Giuseppe.—Ma il terzo punto che concerne il sabato
essenico, non meno degli altri eloquente depone in favor nostro. Se gli
Esseni, come attesta Giuseppe, portavano abiti distinti nel sabato,
se onoravano anche nella loro persona il riposo sabbatico, che segno
è? Egli è segno che gli usi, che le pratiche, che le interpretazioni
eziandio adottavano dei Farisei, perchè appunto egli è da una
interpretazione a _Isaia_, che trassero i Dottori l’obbligo di recare
vesti distinte particolari nel sabato.
Per le Feste, non è questa la prima volta, che ne udite parlare.—Quando
cercavamo la derivazione essenica dagli antichi _Hasidim_, voi lo
ricordate. Noi parlavamo di una festa Terapeutica in cui mille
spiccavano analogie colla festa della _Scioabà_; e noi lasciavamo
allora indeciso se, salvo il ceremoniale e il solennizzare che era
senza dubbio conforme, la stessa festa, lo stesso giorno fosse dagli
uni e dagli altri in modo così conforme solennizzato. Ciò che allora
mi pareva dubbioso, mi sembra oggi, non so se a torto, indubitato. Io
credo che salvo il Rito, e lo ripeto che era conforme, la Festa di cui
parla Filone, quella non sia di cui parla il _Talmud_, non sia cioè
la festa dell’autunno, la _Scioabà_, ma sia per contro la Festa delle
_Settimane_ del Pane terreno e del Pane celeste, della terra e del
cielo fecondi, la festa di _Sciabuot_. Io oso dire che se avessi dovuto
scegliere a libito mio, qual festa tornar potesse più acconcia al mio
sistema, quale più di ragione mi fornisse nelle mie congetture, io non
avrei altra festa potuto scegliere se non questa. E pure non l’arbitrio
mio, ma le autorità irrecusabili degli antichi ce lo attestano.
E non solo attesta, come dissi, che quella festa era la festa delle
_Settimane_, ma due grandi insegnamenti eziandio ne somministra
nell’esporne in primo luogo la teoria e in secondo luogo nel narrarne
la pratica. La teoria! Io oso dire che non potrebbe essere più
consentanea al vero spirito della Bibbia, e alle più famigerate teorie
cabbalistiche. Quando Filone espone le Dottrine terapeutiche sulla
festa del _Sciabuot_, ci pare l’eco fedele delle idee più frequenti e
più proprie dello _Zoar_; ci pare, ciò che è veramente, che uno sia
l’insegnamento, una l’origine, una la scuola. Quando Filone fa dire ai
_Terapeuti_ il Sette numero santissimo, e quindi santissima la _Settima
Settimana_ dopo l’èra nazionale della Pasqua, quando lor fa dire la
_Settima Settimana_ casta e sempre vergine, dice cosa che inchiude
un mondo d’idee cabbalistiche, che accenna in mille guise a quelle
riposte dottrine, che riproduce in modo esattissimo, non solo i simboli
e le espressioni più favorite, ma li produce in modo che più non si
potrebbe opportuno. Perocchè egli è appunto intorno all’argomento del
_Sciabuot_, che si accumulano, che si affollano nei libri teosofici le
idee, i simboli uditi poc’anzi in nome dei Terapeuti, che tu odi, come
udito abbiamo dagli Esseni preconizzare, glorificare il Settenario, e
quello venerare nella Settima settimana, che ricorrono, come ricorsero
appo gli Esseni, i nomi, gli appellativi per la Settima settimana di
_casta_ e _vergine Bat Scebah_, _Betulat israel_; e che la festa del
_Sciabuot_ tu odi come intendevamo or ora dagli Esseni, chiamata il
Settenario Sacro e solenne nel Ciclo Annuale.
Ma io dissi che non solo la teoria, ma anche la pratica da Filone
narrata non riuscisse meno preziosa pel nostro assunto. Io vorrei avere
tra i miei uditori coloro che tolsero a testo delle loro declamazioni
l’uso prevalso tra noi di vegliare la notte intera in letture, in
meditazioni devote, la notte di _Pentecoste_, la notte, dice il _Zoar_,
in cui la _Sposa s’apparecchia pel talamo nuziale_; vorrei che fosse
tra gli altri il nostro venerando Luzzatto, e ch’egli, a cui niuno
può far da maestro, vedesse quanto giova lo studio dell’Ebraismo
_extrarabbinico_, qual’è a mo’ d’esempio la storia delle sètte, per
la rivendicazione di certi veri che non prendono faccia di menzogna
se non quando sono isolati da tutte le manifestazioni contemporanee
dell’idea religiosa. Egli che nel suo recente _vicuah_ apriva la scena
con un pio consesso, con una veglia religiosa per mostrarne, s’intende,
la inanità e la fatale rovina col rovinare della base che è lo _Zoar_
che la preconizza; egli così schietto e disinteressato cultore del
vero, venga e veda. Veda i Terapeuti, che noi abbiamo sempre predicato
antenati dei Cabbalisti, darsi in quella sera istessa in cui si danno
i loro tardi nipoti, non già a quelle letture, a quelle pratiche
istesse, a quel programma inalterato che vediamo oggigiorno seguito,
perchè chi questo esigesse, esigerebbe l’assurdo; ma darsi a _preci_,
a _canti_; e poichè nel recinto del Tempio di Gerosolima i _Hasidim_
si davano pure alle danze, ed essi ancora i Terapeuti, come attesta
Filone medesimo, intrecciare parole, e poi all’alba, come udiste altra
volta, di nuovo orare, e tutta insomma quella notte trascorrere in
offici che se non hanno la forma istessa dei tempi moderni, ne hanno
lo spirito. E poi, potrò io tacerlo per timor di sorprendervi? potrei
negare che quella danza istessa, che urta tanto gli abiti, le idee,
i pregiudizj contratti, che vi sembra, me lo figuro, sfidare tutti
gli sforzi che io spendo a trovarne le vestigia fra noi, è tuttora
visibile in qualche parte di mondo, ove si voglia frugare per entro
ai costumi dell’universal ebraismo. E perchè dovrò tacere ciò che io
ho veduto? Perchè non dirvi non solo che l’uso di danzare in _Simhat
torà_ è costume predominante tra gli Ebrei di Africa e di Oriente, ma
che nella mia più tenera infanzia io stesso ne fui spettatore? E il
santo e pio _Coribante_ era un dottore che Livorno vide prima opulente
e generoso sino alla prodigalità, e poi povero e anche più generoso,
che amai fanciullo, e stimai e rispettai giovinetto siccome quello
che mi parve di cuore e mente nobili elevatissimi, e che, a rovescio
del ritratto di Petrarca che disse _sotto biondi capei canuta mente_,
conservò già vecchio la candida, la fervida poesia del cuore: egli
dotto, ingenuo, facondo, civilissimo familiare in Londra de’ lord
John Russel e del Duca di Cambridge, cultore anzi adoratore di ogni
sapere, ma più adoratore della patria nostra antichissima che sospirò
negli anni suoi tardi, dove trasse, stanco dei favori e dei disfavori
della fortuna, e dove pochi giorni dopo il suo arrivo morì di morte
repente, per un _bacio_ divino dicono sublimemente i dottori, _Mitat
Nescicà_ il giorno stesso di _Sciabuot_ mentre compieva l’atto suo più
favorito, mentre parlava. Ed ei danzava e nel suo privato oratorio
con leggiadrissimo e piccolissimo Pentateuco alla mano, rinnovava
la scena dei Terapeuti, ed io fanciullo stupefatto guardava, e poi
risi, e più tardi pensai, ed ora intendo.—E voi pure, ne son sicuro,
intendeste. Intendeste come la danza dei Hasidim _veossè Maasè_ nel
tempio di Gerosolima, la danza dei Terapeuti che narra Filone, la
danza del santo dottore che ora udiste, sia un atto solo ripetuto in
luoghi e tempi diversi, l’espressione identica di un sol culto, di una
sola scuola, che si chiama ora _Hasidim_, or Esseni, or Terapeuti, ora
e proprio ora Cabbalisti sempre gli stessi e sempre diversi, sempre
gli stessi nella sostanza, sempre diversi nella forma e nei nomi. E
sopratutto intenderete il solenne insegnamento, ch’emerge dal soggetto
principale del confronto presente, le veglie esseniche e cabbalistiche
di _Sciabuot_ in pari modo osservate dalle due scuole tra i primi, tra
gli Esseni in alta e incontestabile antichità, tra i secondi in tempi a
noi più vicini, ma che posti coi primi al contatto ne formano seguito
e anella indivisibili, osservate da entrambi per le stesse ragioni,
espresse da entrambi cogli stessi simboli, trascorse da entrambi in
atti religiosi se non al tutto conformi.