che assumevano a preferenza le predizioni dei nostri Esseni, la
forma di sogni profetici: dobbiamo dire ora chi erano coloro che
nell’Essenato più credeansi capaci di tale straordinaria irradiazione
profetica. Giuseppe, il grande storico dell’Essenato, quì pure
soccorre all’uopo opportuno, e naturali e più consultati interpreti
dell’avvenire ci addita quei fanciulli che sino, egli dice, dalla loro
tenera età venivano alla profezia educati collo studiare dei sacri
libri dell’Essenato.—Voi l’udiste, sono i fanciulli al dire di Giuseppe
che rendono i responsi sulle cose avvenire in seno agli Esseni, o
per dir meglio ei sono i profeti tra gli Esseni, che sino dalla loro
fanciullezza si vanno al grande officio educando di profetare. Se vaghi
voi foste di pellegrina erudizione, se vi piacesse nella esposizione
nostra soprassedere, onde a popoli e a religioni antichissime chiedere
esempi e fatti, analoghi a quello che vediamo tra i nostri Esseni, ci
converrebbe fare in questo punto lunghissima sosta, e tutte citare
le istorie che i fanciulli ci narrano, consultatissimi nel mondo
pagano, e ciò che sarebbe più curioso ad udirsi, in seno eziandio
del Cristianesimo. Se v’ha scrittura che abbia tolto a insegnare
exprofesso i vari modi di consultare lo avvenire, egli è il Clavier
che ebbi luogo di citarvi altravolta. Se le sue pagine svolgerete,
troverete copia più ch’io non dico di fatti, di esempi, in cui erano i
fanciulli quai veridici oracoli, stimati e consultati eziandio delle
cose avvenire. E specialmente tra gli Egizi ed i Greci.—Ma ciò che più
davvicino s’attiene ai nostri Esseni, egli è la storia dell’ebraismo.
La quale nelle due sue grandissime epoche, Biblica e Rabbinica, non
scarsi, non oscuri ci offre esempi congeneri a quelli che udiste
nell’Essenato. Che i profeti sin da fanciulli si arrolassero nella
sacra milizia, che prendessero sino dalla più tenera età ad esercitarsi
nel sacro aringo di profezia, ella è cosa che emerge dai sacri libri
per poco che si consultino. Basta pensare ai _Bene annebiim_, che a
suono di musica sacra, concitatrice, magistrale schiudevano il petto
ai grandi pensieri, ai grandi affetti, scala e prodromo di profezia;
basta pensare a Samuello, votato dalla madre sua appena trienne al
servigio e al culto di Dio, che ignorando ancora che ci fosse al
mondo profezia, ispirazione, ebbe in quella scena di una sublimità ed
amabilità senza pari, il primo assaggio di quella profetica elevazione
che dovea collocarlo a fianco di Mosè ed Aronne; pensare a Giosuè, che
tuttavia fanciullo, siccome io interpreto, già ministrava nel divin
culto; pensare a Giuseppe che ebbe sogni e visioni profetiche, mentre
inconsapevole del loro senso, andava ingenuamente riferendoli a chi lo
astiava; pensare ai Nazirei che si reclutavano principalmente tra i
giovanetti, e che non alieni procedevano, siccome vedemmo altra volta,
dal profetico officio, e soprattutto pensare a un verso di _Joele_,
ove presagendo i doni profetici restituiti in Israel, augura i figli
nostri e le figlie e gli impuberi stessi, ai gradi eccelsi, sublimati
di profezia.
Ma l’epoca Rabbinica non meno feconda procede di analogie e di esempj
parlanti, che tanto più intima provano la parentela tra Farisei ed
Esseni.—Chi per poco volse lo sguardo al Talmud, già comprende quello
che io dico, già le citazioni previene, e già corre colla mente alle
legittime conseguenze. Non si potrebbe tanto esigere di somigliante,
d’identico tra Farisei ed Esseni, che più la storia, che più il Talmud
generoso non porga. Se il fanciullo è proclamato stromento condegno
di profezia dai nostri Esseni, tale non meno è gridato dai dottori,
dai talmudisti. Se gli Esseni i fanciulli profeti consultavano a
divinazione del futuro, ed essi pure i Farisei li consultavano,
dei quali infinite si narrano nel Talmud le domande ai fanciulli
rivolte, colla frase solita sacramentale: _Pesok li pesukih_. E chi
volesse riandare nel Talmud tutti i singoli fatti che depongono della
esistenza di tal costume, opera farebbe lunga interminabile, tanto
ne vanno gremite le pagine di quella grande compilazione. Nè io il
farò, troppo standomi a cuore la speditezza di questa istoria. Solo,
ingenuamente ve lo confesso, vi ha un fatto nel Talmud Babilonico che
grave troppo sarebbemi sotto silenzio trapassare, e di cui pertanto
piacemi fare in questo luogo breve menzione. Egli è là, ove si
narra di alcuni fanciulli che sendo entrati secondo il solito nella
scuola, nell’accademia e tardando tuttavia a venire i loro maestri,
si dierono a favellare sull’alfabeto, sul nome, sulla forma eziandio
delle lettere ebraiche; a trovare cenni, allegorie, moralità nella
figura e nella posizione relativa delle lettere nell’alfabeto, tralle
quali non poche si leggono locuzioni, sentenze che duro riesce,
malgrado gli interpreti, tuttavia ad intendere, e che a parer mio
non altrove possono trovare intelligenza adequata che nel sistema e
nella terminologia dei cabbalisti. Or bene, se a prima giunta cotesti
potessero parere non altro, che felici o forse anco capricciosi
trastulli, non così dopo avere udito il maestro che sopravvenne. Il
quale, presa ch’ebbe contezza delle costoro combinazioni alfabetiche,
non ebbe scrupolo di sentenziare a dirittura, cose simili non essersi
unqua udite dai tempi di Giosuè figliuolo di Nun. Ei pare che noi
assistiamo ad un consesso, ad un esercizio di giovani Esseni, il luogo
sacro, la solitudine, l’abbandono di quei fanciullini, e quindi lo
spontaneo sbocciare delle loro idee, l’alfabeto, testo della puerizia,
tolto a materia, a incentivo di più serie lucubrazioni, le parole
glorificanti del maestro sopravvenuto; e sopratutto la convenienza
anch’oggi sensibilissima delle frasi, delle imagini di quei parvoli
colle frasi e colle imagini dei cabbalisti, ci sono altrettante
linee, espressioni, fattezze riconoscibilissime della grande scuola
dell’Essenato, ed altrettanti diplomi di consanguineità tra Farisei
ed Esseni, tra questi ed i cabbalisti. I quali, _e questo fia suggel
ch’ogni uomo sganni_, ammisero, celebrarono nei loro annali fanciulli
celebri, straordinarj che verificarono nell’ordine religioso quei
portenti che le passate e le moderne età, videro non infrequenti
nei fanciulli, prodigiosi per ingegno prematuro, specialmente in
matematica, qual fu a mo’ di esempio il _Mangiamele_. E benchè copiosa
messe mi si offrirebbe dinanzi, se tutti volessi percorrere i vasti
campi dei cabbalisti, pure di due fatti, di due fanciulli porteni
farò menzione, l’uno antico, l’altro moderno. È il primo quel famoso
_Ienocà_ di cui si legge nello _Zoar_, nella lezione _Balac_; e l’altro
quel _Gaddiel Naar_, non meno celebre per la precoce santità. E questo
è, se non erro, abbastanza per confermare anche per questo verso
l’identità _Essenico-Cabbalistica_. E qui pertanto potrei far punto, ma
nol farò sintantochè non vi abbia un’altra non meno preziosa storica
attinenza, additata nel fatto suaccennato dei fanciulli talmudici. Voi
non avete certo obliato la filiazione o almanco le grandi attinenze
tra Cristianesimo ed Essenato. Or bene, fra i Vangeli apocrifi ve ne
ha uno, se non erro l’arabo vangelo, ove il fanciullo Gesù, non solo
è presentato disputante coi dottori della legge, ma nell’atto ci è
mostrato altresì di studiare, di scuoprire ancor fanciullo, nella
_forma_, nel _nome delle lettere ebraiche_, i misteri della legge di
Dio, ch’è quanto dire quello stesso esercizio che vedemmo prediletto
dai fanciulli talmudici, e che noi crediamo esatto esempio, e pratica
essenica per eccellenza, e come tale tolta a modello dal fanciullo
Gesù, allievo dei nostri Esseni, o almeno dai vangelisti che ne
scrisser la vita.
Quest’ultimo riscontro non è men prezioso degli altri precedentemente
ricordati. Egli è indizio, sintoma, di quell’armonia che solo il vero
può produrre nell’esame e nella considerazione dei fatti, ed alla
cui vista s’ingenera nell’animo dello studioso quel senso medesimo
indefinibile di ben essere, che s’ingenera nel corpo dall’armonico
funzionare di tutti i visceri, che non sapresti dire se risieda in
questa parte od in quella, ma ch’è la resultante, ossia il quoziente
della simultanea azione e riazione di tutte le parti.
LEZIONE VENTESIMANONA.
Le predizioni degli Esseni, da noi studiate nelle passate lezioni,
chiusero quella parte dell’Essenica dogmatica che noi dicemmo
antropologia, ossia la scienza dell’uomo.—Egli è pertanto nella sfera
istessa delle dottrine degli Esseni tale un subbietto, che se non è del
dominio istesso dell’antropologia, molto a questa si avvicina, e gli è
per questo che un luogo gli assegneremo immediatamente successivo, e
che dopo le cose discorse stimiamo qui opportuno doversi a dirittura
trattare. E questo è la _Morale_, l’_Etica_ degli _Esseni_. L’Etica,
la scienza dei costumi, forma parte integrale di ogni sistema vuoi
filosofico, vuoi religioso; nè si può dare religione, filosofia
completa che nella stessa guisa che le basi propone della Metafisica,
quelle eziandio non fondi della Morale, stringendo in alcune formule
supreme generalissime, il primo principio, l’Idea madre, da cui
tutto il sistema s’ingenera dei diritti e dei doveri dell’uomo.
Qual’era l’etica degli Esseni, e quai furono i suoi principii, o
come detto abbiamo, le supreme sue generalissime formule? Qui è ove
Filone ci trasmise memoria preziosa dei suoi Terapeuti, gli Esseni
d’Egitto.—Filone che i Terapeuti conobbe, e nel novero di essi
professò e praticò i principii della scuola, Filone può insegnare ed
essere udito. I Terapeuti, dice Filone, triplice base assegnarono
alla morale, o per dir meglio in tre principii generali compendiarono
la scienza dei costumi. E questi tre principii erano appunto tre
amori.—Insegnarono l’amore di Dio, l’amore della virtù, l’amore
degli uomini; e dall’amore triplice che tutto congiunge e stringe ed
unifica, fecero derivare tutta la serie dei morali principii, ed il
mondo crearono sociale, politico, morale, religioso, in quella guisa
che le antiche cosmogonie e la nostra eziandio riserbatissima, tutto
l’universo fecero emergere dall’amore eterno. Fedele al sistema sin
dall’origine intrapreso, io dovrei qui citare _Bibbia_ e _Rabbini_,
dovrei cercare i precedenti, i germi, le segrete radici dell’essenato
nella Bibbia e nei Dottori. E pure l’esame di questi ultimi basterà
al duplice intento: i Rabbini per sè risponderanno non solo, ma
pur anco per la Bibbia, anzi le idee bibliche che nel codice santo
vestono forma popolare oratoria esortativa, prendono nelle loro labbra
la forma severa di dottrina.—Quando Mosè nelle bellissime concioni
del Deuteronomio spandeva fiumi di eloquenza,—aveva pure dopo la
confessione di _Dio Uno_, insegnato l’amore di Dio, profondo, attuoso,
illimitato; aveva pure altrove, dopo imprecato alla vendetta, favellato
dell’amore fraterno; ma dov’è in questi due principii la maggioranza
incontrastabile, la legittima preminenza, e quella paternità che
vantano a buon diritto su tutti gli altri sociali e religiosi doveri?
Certo che nullo esteriore distintivo per tali costituisceli nelle
pagine bibliche: e forse se a questi esteriori contrassegni si
avesse rispetto, ei converrebbe l’officio di assioma, di principio
assegnare a tanti comandi che un seggio occupano più illustre, che
più enfatica hanno l’enunciazione, e che duplice e triplice vantano
ripetizione nelle pagine del Pentateuco. Ma quanto facile tutto questo
a intendersi, quando di esso libro si sia la natura e destinazione
compresa! Il quale, e questa è convinzione che profondissima io reco
da molti anni, essendo un libro meglio oratorio, esortativo, politico,
ceremoniale che scientifico, dommatico e dottrinale, non serba appunto,
secondo è stile degli oratori, dei politici, quell’ordine e successione
logica rigorosa tra principio e conseguenza, quella gerarchia di idee,
di pensieri che solo ha luogo nei trattati didascalici, insegnativi,
ma le idee, i principii, le conseguenze, gli assiomi, i corollarj si
affollano promiscuamente sulle labbra dell’oratore, dell’ispirato,
del politico, e rompono in lampi e tuoni di eloquenza, o in formule e
prescrizioni politiche cerimoniali; solo quell’ordine e successione
serbando meramente esteriori, che son richiesti dal subbietto pratico,
sociale, politico, cerimoniale a cui i grandi principii della religione
e della morale sono applicati. Ora quest’officio d’ordinazione, di
ricostituzione logica della Bibbia egli è ai dottori che appartiensi;
ei sono i dottori che vi dierono opera, sì perchè rappresentando
eglino, per rapporto all’Ebraismo, l’epoca della riflessione succedanea
a quella dell’intuito, ad essi per diritto appartiene la gerarchia
delle idee, sì perchè sendo eglino depositarj della tradizione
retrosalgono in certa guisa ai biblici primordii, assistono alla genesi
delle idee, ricollocano ogni cosa al suo posto naturalissimo, sono per
sè stessi _anacronici_ anzi _omnicronici_; e sono sotto questo rispetto
più antichi dei tempi biblici, e i padri e genitori spirituali dei
contemporanei eziandio di Geremia e di Ezechiello.
Or bene: i tre amori che gli Esseni posero a base della loro morale,
quelli che vi feci conoscere in germe, in confuso, nelle parole
mosaiche, sono quelli che i dottori eressero a principio, a formula
suprema non solo delle umane e sociali, ma delle religiose virtù
eziandio: e se fra gli Esseni e i dottori corre una differenza
qualunque, ella è questa sola. Egli è lo avere questi ultimi
divisamente considerato ciò che gli Esseni considerarono indiviso; egli
è il proporre che fecero or l’uno or l’altro dei tre grandi amori qual
unico supremo criterio di morale; egli è il dividersi le opinioni sulla
preminenza dell’uno, e dell’altro; egli è il contrastarsi che fanno la
morale sovranità, quando gli Esseni, invece, indiviso, collettivo ne
volevano l’impero. Pei dottori se tutti convengono esservi un principio
regolatore di nostre azioni, non tutti convengono sulla scelta di
questo. Se per l’uno è _l’amor di Dio_ indicato nel Deuteronomio, per
l’altro è _l’amor del prossimo_ nel Levitico comandato, pel terzo è il
_sacrifizio_ adombrato nei Numeri, per l’ultimo infine è l’unità _di
origine_, e la fraternità universa insegnata nel Genesi.—Per tutti è
una formula generalissima da cui tutti emergono sociali e religiosi
doveri, e forse non andrebbe errato chi dicesse non escludersi per
l’uno il principio dall’altro proposto, ma potersi tutti questi criterj
conciliare in sintesi amica, non altro avendo ognuno proposto che una
parte della comun tradizione.
Che se l’Etica farisaica e l’Etica degli Esseni si congiungono, si
unificano in tant’altezza e sublimità di pensieri, chi potrà vantare
più al lor confronto primato, sovreccellenza di dottrine morali?—Certo
non il Vangelo, il quale è di tanto posteriore agli Esseni, anzi sua
creatura e figlio, e che nelle scuole crebbe, si educò dei nostri
dottori, come fedele ne abbiamo espressione in Gesù disputante coi
dottori nel Tempio.—Ciò ch’è vero, ciò che ingiusto sarebbe disdire al
Cristianesimo, egli è in primo luogo la figliuolanza, la derivazione
dell’Essenato fatta eziandio più chiara dall’uniformità dei morali
principj; egli è in secondo luogo la propagazione che per il mondo
gentile avvenne la mercè sua della purissima morale essenico-ebraica,
facendo patrimonio di tutti, ciò ch’era stato sin a quel punto tra i
Pagani retaggio esclusivo di pochi eletti.