A noi però che recammo sempre nell’animo la sintesi, la reintegrazione

della scienza ebraica in tutte le svariatissime sue parti, teoriche e

pratiche, non è lecito adottare criterio diverso nel rito da quello

che nella storia, nel domma, nell’esegesi adottiamo, e in queste come

in quelle diciamo e continueremo a dire _Ilheta che rabà_. E questo è

argomento che abbastanza identifica il Menachem del Talmud coll’Essena

Menachem, di cui Flavio discorre. Ma qual’è il secondo? Il secondo è lo

stesso Talmud che ce lo fornisce, ed è tale, che ove pure si volesse

niun valore concedere alla massima già esposta che dà ragione a _Rabbà_

contro _Abajè_, basterebbe per se solo a far prevalere l’opinione del

primo contro il dir del secondo. E perchè? Perchè reca un inaspettato

ed autorevolissimo ausilio alla tradizione del primo, in un’antica

Barraità, che oltre essere opera di Dottori Palestinesi conterranei di

Menachem, è di gran lunga più antica del Talmud e dei suoi autori, e

quindi maggiormente si avvicina all’epoca di Menachem, e più veridica

e sincera ne ragguaglia dell’avvenuto. La Barraità o testo misnico si

pronunzia a dirittura in favor di _Rabbà_, e quella ragione assegna

al ritiro di _Menachem_ che _Rabbà_ assegnava, vale a dire i nuovi

offici che fu chiamato a sostenere in corte di un Re che non può essere

altro che Erode, TANA _nammè akì iazà Menahem laabodat ammelech_. Non

basta. La Barraità ci conserva memoria di una circostanza taciuta dallo

stesso _Rabbà_, e che più compiutamente risponde alla narrazione di

Giuseppe. Certo voi non lo avete obbliato. Oltre i favori personali

che asseguì _Menachem_, narra Giuseppe il credito, l’estimazione in

cui salirono, la mercè sua, gli Esseni: e come (sono sue parole) _da

indi innanzi trattasse con segnalati favori i nostri Esseni_. Or bene,

la Barraità pare che faccia eco alle parole di Flavio, e dopo aver

detto come udiste di Menachem che passò al _servigio del Re_, queste

parole aggiunge memorandissime che a voi raccomando: _E con esso

passarono allo stesso servigio ottanta coppie di giovani dottori in

serico ammanto_—segno della nuova dignità a cui furono assunti, secondo

era stile degli antichi principati rivestire i nuovi eletti di abiti

distinti, secondo si legge in Assuero e in Faraone. Ma questi due

argomenti, per quanto grandi, non sono i soli: ve ne sono altri due

che grandemente favoriscono il nostro sistema: l’uno è la concordanza

cronologica dei due fatti, l’altro è la produzione di un’autorità

tanto più concludente quanto più inconsapevole e spontanea. Che cosa

è la prova cronologica? È quella che dimostra come il _Menachem_, di

cui parla il Talmud, visse appunto in quel tempo in cui visse, al

dir di Giuseppe, il _Menachem_ degli Esseni, il favorito di Erode,

rendendo tanto più probabile la loro identità, quanto più strano

sarebbe ammettere al tempo istesso due _Menachem_ ambo dottori, ambo

favoriti da Erode, ambo seguiti da lunga schiera di Dottori favoriti

com’essi. Or bene: noi abbiamo un punto fisso di partenza nel calcolo

cronologico, ed è la data dell’esistenza d’Illel collega di Menachem.

Il quale visse e sostenne il patriarcato cento anni prima della

distruzione del tempio, nel quale tempo deve aver vissuto e figurato

lo stesso Menachem che gli fu collega nel dottorato, anzi capo della

scuola avversaria, alla cui testa si pose, dopo di esso Menachem, il

più famoso _Sciammài_. Questo punto dimostrato costante, che cosa ci

resta a fare per compire la dimostrazione e provare sincronici i due

Menachem? Dobbiamo, se non erro, provare che il Menachem di Giuseppe

visse, fiorì giusto cento anni prima dello esilio. Or bene: aprite

Giuseppe, e dove è menzione del fatto della predizione di Menachem

troverete notato dall’Arnauld d’Andelby essere ciò appunto avvenuto

nell’anno 40 prima dell’era volgare, la quale avendo preceduto circa

un 60 anni la distruzione del tempio, torna l’istesso che dire cento

anni prima della distruzione, ch’è quanto dire quella stessa data in

cui, secondo il Talmud, veduto abbiamo esistere, fiorire il talmudico

_Menachem_.

Ci resta ora ad allegare l’autorità la quale indirettamente, e per ciò

stesso tanto più concludentemente, depone in favor della identità dei

due Menachem. Io non so se ne abbiate contezza. Ma oltre le opere di

Giuseppe in greco dettate, e che furono tradotte, si può dire, in quasi

tutte le lingue dell’Europa, ve ne ha un’altra in puro ebraico distesa,

che mostra di appartenere allo stesso autore, ma della cui autenticità

molti dubbj sorsero e durano tuttavia. Or bene in quest’opera ebraica,

nel _Josifon_, al cap. 55, dove si parla della restaurazione del Tempio

per opera di Erode, narra pure la famosa predizione del regno fatta

da Menachem ad Erode ancor fanciullo.—Ma come la narra? Certo come la

narrava l’antico Giuseppe, tranne solo una frase che nel primo non

esiste e ch’è per noi il più luminoso attestato della identità dei due

Menachem. E là, ove nominando per la prima volta il profeta _Menachem_,

oltre porlo nel novero dei _hasidim e hahamim_, cenno, come vedete,

di gran rilievo, lo qualifica a dirittura _collega di Sciammai_, lo

che è appunto ciò che andiamo cercando, null’altro potendo essere un

_Menachem collega di Sciammai_ se non quello che appunto come collega

di _Sciammai_ è qualificato dai Talmudisti. Se poi a tutto questo

aggiungete che Erode fu, secondo il _Josifon_, secondo il Talmud, e

secondo il greco _Giuseppe_ intimo dei Farisei, sotto le cui bandiere

acquistò e conservò la corona; che fu stile generale, costante dei

Dottori farisei l’annunziare da lungi i grandi destini, specialmente

ai fanciulli come _Gamaliel a Giosuè_ ancor fanciullo prigioniero in

Roma, come Rabba di cui leggesi in Berahot ai due discepoli che aveva

commensali; che più particolarmente si occuparono di vaticinare il

regno ai futuri monarchi, come Rabban Joanan Benzaccai a Vespasiano

ed a Tito, come Ribbi Achiba a Barcohaba, l’_Arminio_ di Palestina,

se pensate che tutti i Rabbini posteriori come il Seder Adorot che

lessero nel _Josifon_ il fatto di Menachem, l’intesero qual personaggio

identico di fatti al Talmudico Menachem; se tutto questo aggiungete,

avrete un fascio di prove così stretto, così aderente, che insieme al

racconto talmudico, rispondente al racconto flaviano, insieme alla

concordanza cronologica dei due avvenimenti, forma tale congerie di

fatti così cospicui da costituire una vera e propria dimostrazione

evidente, da provare soprattutto questi due fatti capitalissimi: la

conoscenza che ebbero degli Esseni i Dottori nostri contro la sentenza

comunemente adottata, e la identità appunto di Esseni e di Farisei,

dappoichè questi ultimi dei primi favellano in guisa nel loro Talmud,

come se proprj fossero del Farisato gli Esseni, propria la loro storia;

proprie le glorie, e proprio tutto ciò che ad essi si attiene.

E poichè abbiamo preso a narrare le loro predizioni, mestieri è pure

che d’altro qui si favelli che merita pure tra quelle narrate luogo

cospicuo; e forse pegli autorevoli deposti, merita anzi sovra tutte il

primato. Voi avete udito Giuseppe narrare delle esseniche predizioni.

Or bene: Giuseppe, siccome quello che visse un anno nella società

degli Esseni, doveva pure pretendere al Profetismo, e difatti Giuseppe

apertamente v’aspira. Che dico? Narra egli stesso nel 3º libro delle

Guerre Giudaiche come, stretto d’assedio in _Jotapat_, predisse agli

abitanti che la città cadrebbe dopo 47 giorni di resistenza in poter

dei Romani, e ch’egli stesso sarebbe caduto vivo in poter loro. Non

basta.—Ciò che il Talmud narra di _R. Johanan Ben Zaccai_, ciò che

udiste poc’anzi da questo Dottore qual presagio di prossimo regno

a Vespasiano, ed a Tito, Giuseppe di sè stesso lo narra. Racconta

Giuseppe come condotto nel campo nemico, e presentato a Vespasiano,

questi deliberasse inviarlo a Nerone allora imperante; come a sua

notizia pervenuto l’intendimento di Vespasiano, alla presenza di Tito e

di altri due testimoni lo ammonisse dicendo, lasciasse pure d’inviarlo

a Roma perciocchè Nerone ed i suoi successori poco avrebbero ancora da

vivere; sapesse che egli solo dovrebbe ormai riguardarsi qual Cesare,

giacchè egli, Vespasiano, e dopo di esso Tito suo figlio sarebbero

saliti sul trono. Mentiva nel racconto Giuseppe, e fama volle usurpare

di profeta agli occhi dei posteri? Così sentenzierebbe una critica

superficiale, ma quanto ingiustamente! Poichè se il caso favorisse il

temerario annunzio del prigioniero, o piuttosto, le potenze recondite

dell’Essena, dell’iniziato, si risvegliassero all’occasione, questo

non saprei accertare; ma che Giuseppe non abbia peccato per frode,

ella è tal cosa che sfida ogni dubbio in contrario. E sapete chi me lo

dice? I contemporanei o poco posteriori a Giuseppe, i Pagani nemici del

nome ebraico, quelli che raccolsero di bocca alla fama il prodigioso

vaticinio, come correva allor rumoroso sulle labbra di tutti; egli è

Dione Cassio nel libro 66; egli è Svetonio nella vita di Vespasiano

al 12º libro; e se Tacito non si può annoverare qual testimone della

profezia di Giuseppe, si può qual autorità allegare di una predizione

almeno congenere. Ella è quella di cui favella nel 2º libro delle

Storie, parag. 78. _Sorge_, egli dice, _tra la Giudea e la Siria un

monte che si chiama Carmelo, il Dio che in quel luogo si adora reca il

nome stesso_ (qui Tacito sentenzia a sproposito). _Nulla statua di quel

Dio e niun tempio: un altare solo si erge e il rispetto lo circonda.

Vespasiano vi andò e sacrificò. E mentre volgeva nella mente i suoi

piani, il sacerdote, consultate le viscere dell’animale, gli disse:

Qualunque sia il pensiero che ti preoccupa sappi che ti attendono

un vasto palagio, senza limiti possedimento, e lo imperio di genti

innumerevoli._ Ecco ciò che Tacito racconta. E certo qui di Giuseppe

non è memoria; ma se tutte le circostanze valutate del racconto di

Tacito; se fate la parte dell’ignoranza nel Dio Carmelo, che non

ha mai esistito; la parte del paganesimo nelle consultate viscere

dell’animale Beto, sconosciuto e riservato nell’Ebraismo; se cernete

infine la narrazione tacitiana di quanto v’ha d’inesatto, d’eterogeneo,

rimarrà questo fatto per sè stesso parlante, la _predizione del regno a

Vespasiano annunziata in Giudea da un Ebreo, da un sacerdote_. Il quale

fatto posto a confronto colla predizione attribuita dal Talmud a _R.

Johanan Ben Zaccai_, con quella che a sè stesso attribuisce Giuseppe,

verrà con essi fuso, assimilato e tutt’insieme faranno un solo fatto,

un sol vaticinio, le cui varianti sono in _Giuseppe_, in _Tacito_, e

nel _Talmud_, in cui ardua opera sarebbe quella parte d’onore assegnare

ad ognuno, che per diritto gli spetta.

Checchè ne sia, gli Esseni si occupavano di predizioni. Ma gli Esseni

vantano un testimone di gran lunga più illustre, un pagano dottissimo,

un celebre filosofo, il quale conferma le avverate predizioni degli

Esseni, e che interdice a chi glie ne pigliasse vaghezza, di prendere

non troppo sul serio le esseniche predizioni. E questi è Porfirio,

uno dei più grandi neoplatonici che siano sorti nei primi secoli

del Cristianesimo. Il quale al dire di Giulio Simon nella _Storia

delle Scuole di Alessandria_, non solo conobbe gli Esseni e le

loro predizioni, ma le confessò veridiche e confermate dal fatto.

Confessione di gran rilievo, e per la religione e per l’ingegno non

comune del filosofo pagano, il quale meritò che nel _Trionfo d’Amore_

di esso poetasse il Petrarca:

Porfirio, che d’acuti sillogismi

Empiè la dialettica faretra.

LEZIONE VENTESIMOTTAVA.

La storia delle predizioni degli Esseni ci ha occupato nella passata

lezione, qual corollario della loro antropologia, qual parte della

loro dogmatica. Ma di queste predizioni noi non abbiamo fatto che

la storia reale esteriore, particolare, di alcuni singoli fatti. Ci

manca saperne la teoria, la forma con cui procedevano gli individui

che se ne occupavano a preferenza. La forma prediletta, peculiare agli

Esseni, era l’interpretazione dei sogni. E chi ne ammonisce è Flavio

Giuseppe nel 17º delle Antichità, cap. 15, dove narra di _Archelao_

che esposto il suo sogno ad un’Essena, ne ode la predizione della sua

futura caduta la quale avvenne veramente com’era stata dall’Essena

vaticinata, sendo stato all’epoca prefissa relegato da Cesare in

Vienna città delle Gallie. E non solo gli altrui sogni toglievano

a subbietto delle loro predizioni, ma di una spezie di rivelazione

fornivano altresì nei loro sogni medesimi.—Alla quale e’ pare che

si preparassero con le diurne meditazioni, se prestiam fede a certe

parole che sul proposito ne trasmise Giuseppe. Pensano, egli dice, a

Dio del continuo, attalchè nei loro sogni altro nella fantasia non

sorge loro che le bellezze e le eccellenze delle perfezioni divine,

e bene spesso dormendo fanno discorsi mirabili di questa divina

filosofia. Queste sono testualissime parole di Giuseppe. E benchè

siamo nella regione dei sogni, si tratta di cose seriissime più che

non credesi, e da fare molto a lungo vegliare. Noi non solleveremo le

gran questioni psicologiche, religiose e fisiologiche altresì, che

emergono naturalissime da quel curioso fenomeno che si chiama il sogno.

Il volgo che crede ovvio, semplicissimo tuttochè non comprende, crede

il sogno uno stato, una condizione fisico-morale, spiegabilissimi. Ma

per i dotti! I dotti sieno essi filosofi, moralisti, medici, fisiologi,

non hanno creduto il fatto così semplice come il volgo s’immagina. I

loro libri, le congetture, i dispareri, e specialmente la grandissima

questione si può dire odierna del sonno magnetico e quella più antica

dei sonnambuli, fanno fede come qualche cosa vi sia là entro che resta

tuttavia indecifrato. Ma queste cose basti accennare, e come da lontano

additare, senza più oltre soffermarvici che l’argomento non comporta.

Piuttosto diremo dei sistemi delle scuole, che credettero i sogni

capaci, suscettibili d’interpretazione, fra le quali quella figura per

prima che fu tanto meritamente da Giuseppe equiparata all’istituto

degli Esseni, la scuola dei _Pitagorici_. E chi ce lo insegna è tale

che già altre volte abbiamo veduto anche troppo circospetto nella

scelta e nella critica delle memorie antiche, è il Ritter nella _Storia

della filosofia_. I Pitagorici dunque anche per questo verso porgono

la mano ai nostri Esseni, e nuovo punto ci offrono di contatto col

grand’Istituto nella interpretazione dei sogni. E se io dovessi di

tutto discorrere di quei tempj, di quegli oracoli, che in Grecia tutta,

e fuora eziandio, girono famosi per sogni, che colà si procuravano,

s’interpretavano, io farei opera interminabile benchè grandemente

curiosa e istruttiva. Piuttosto è da vedersi il Clavier nella Memoria

letta all’Accademia di Francia _sugli oracoli antichi_; e se non fosse

troppa temerità per me l’esprimere un voto il quale è forse a quest’ora

adempito, io vorrei che qualche scienziato, appo il quale non sono in

conto di fole le prodigiose indicazioni di alcuni malati sottoposti al

sonno magnetico, studiasse i rapporti di questi sogni, di queste cure

istintive, e quasi direi _autoterapie_, colle famose cure di Epidauro,

ove i malati dopo diuturne preparazioni ricevevano la notte in sogno

i presagi e le indicazioni dell’esito finale dei loro morbi. Ma gli

Esseni non hanno solamente l’antichità a complice del loro sistema di

predizione. I tempi moderni ci somministrano esempj grandi, cospicui,

vuoi di uomini gravi che non del tutto rifiutarono le indicazioni dei

sogni, vuoi di fatti storici straordinarj che molto dànno da pensare

sulla natura e sul valore dei sogni. Fra i primi non citerò _Menasce ben

Israel_ che un capitolo dottissimo consacrava dell’opera sua alla

materia dei sogni, e solo nol citerò perchè sendo egli alla perfine

Teologo e Rabbino, meglio alle sacre autorità appartiene che alle

profane, delle quali soltanto per adesso ci occupiamo. Nemmeno citerò

Galeno che narra di un uomo, al quale parevagli in sogno avere una

coscia di pietra e che divenne dopo pochi dì paralitico.—Nemmeno dirò

di Plinio il quale riferisce di Cornelio Rufo, a cui avvenne di credere

in sogno d’aver la vista perduta, e che si destò cieco per amaurosi;

nemmen parlerò di Corrado Gemed, che sogna d’essere morso in seno

da un serpente, e che gli nasce in fatti sotto l’ascella un bubbone

pestilenziale che lo rapisce in cinque giorni di vita; e di questi ed

altri simili tacerò, perchè sanno sempre alcun poco d’antico e perciò

stesso per i più sanno ancora di incredibile, di stravagante. Ma quanto

più singolare a vedersi non è l’ossequio di alcuni dei più illustri

moderni! Fra i quali riluce per splendore d’animo e di mente Beniamino

Franklin di cui così parla il materialista Cabanis. «_Io conobbi_,

egli dice, _un uomo savissimo e istruitissimo, l’illustre Beniamino

Franklin_, che credeva essere stato più volte ammonito in sogno degli

affari che l’occupavano. La sua testa forte e d’altronde libera di

pregiudizj, non aveva potuto premunirsi da ogni idea superstiziosa

quanto a questi interni avvertimenti.» Così sentenzia Cabanis. E pur,

vedete curiosissimo scherzo di fortuna, o piuttosto grave monitorio

di provvidenza! Era riserbato al corifeo del materialismo moderno, a

Voltaire, all’uomo che involse ogni cosa in un riso universale, il

porgere, e porgere, lo che più monta, nella sua stessa persona luminoso

attestato della efficacia o almeno della tuttor enigmatica natura dei

sogni. Tutti sanno come opera sua sia la _Enriade_; ma non tutti sanno

un curioso episodio nella genesi di quel Poema. Vi è un capitolo che

è opera sì di Voltaire, ma non già di Voltaire desto, ma di Voltaire

dormiente. Anzi di Voltaire che sogna, e nel sogno prosegue l’opera

incominciata nel giorno, e destato si trova più ricco di un capitolo

nella tessitura di quel Poema. Non si legge che Voltaire abbia preso

da indi innanzi a rider meno dei sogni; la sua filosofia non era

ancora passata allo stato di pregiudizio, perch’egli come degli altrui

pregiudizj se ne facesse irrisore: ma si legge bensì di un altro, di un

vivente, che io non metto certo a paro di Voltaire, perchè troppo lo

amo e rispetto, ma che pure non ci offre a veder bene meno sensibile

anomalia. E quando dico anomalia per Luzzatto il prestar fede ai sogni,

non è certo per quei sogni storici straordinarj, profetici in cui Dio

parla all’uomo che sogna, come parlar può e parla difatti all’uomo

ch’è desto; ognuno che creda alla rivelazione, che creda alla Bibbia,

non può senza incoerenza, senza empietà, discredere a questa specie

di sogni; ma dico dei sogni in generale, di quelli che tutti possiam

conseguire, della natura loro semiprofetica, del valore loro proprio

naturalissimo, e non solo qual mezzo, qual veicolo d’ispirazione.

Le quali cose, se non ammesse, quasi consentite dal nostro Luzzatto

provano due cose ad un tempo, che le idee Cabbalistiche quando non

entrano in certi spiriti per la gran porta, vi entrano per certi calli

obliqui ed oscuri pertugi, e quasi non dissi di contrabbando.

Che se dalle autorità e dagli esempi scientifici trapassiamo

agli esempi, ai precedenti, ed alle autorità bibliche talmudiche

cabbalistiche, vedremo come sempre gli Esseni radicarsi nella più

venerata e autorevole antichità ebraica. Io stimo soverchia opera

citare gli esempi e le autorità della Bibbia, tanto mi sembrano ovvii

e conosciuti. Il sogno non solo lo vediamo figurare in fatto quale

suprema manifestazione dei divini voleri, e presagi dell’avvenire

in Giacobbe, in Giuseppe, in Faraone, ma egli è altresì, qual grado

infimo sì, ma pur legittimo annoverato di profezia, ogni qual volta

della gerarchia si favella dei veggenti, e della profetica gradazione;

testimone il verso ove Dio parlando ad Aronne e Miriam, chiama a fruire

delle sue ispirazioni chiunque per visione o per sogno si sentisse

capace di aspirarvi; testimone Saulle, che consultò invano il Signore,

dice la Bibbia, per tutte le vie per le quali è consultabile, per

la _via dei sogni_, della _profezia_ e dell’_oracolo degli Urim_,

testimone Giobbe ove qual mezzo di cui Dio si vale per svelare agli

uomini le sue intenzioni, parla dei sogni e delle visioni notturne,

e di questi tratti chi volesse nella Bibbia raccôrre, ne troverebbe

più ch’io non dica espliciti e numerosi. E il Talmud in questo come

in altre cose procede alla Bibbia conforme. Non solo il carattere

semiprofetico del sogno vi è confessato _halom ehad miscisceni

bannebuà_; non solo il rimanere per sette giorni senza sognare vi è

chiarito qual indizio di anima non buona; non solo un lungo novero vi

è tessuto delle cose che indicano in sogno lieto o sinistro presagio;

non solo i sogni vi si dicono subordinati alla loro interpretazione,

massima incomprensibile se non si intende alla luce della pratica

essenica che i sogni considerava qual esteriore incentivo, alla mente

ispirata dello interprete, non solo si narra de’ Cesari che ai Dottori

ricorrevano per la interpretazione dei sogni; non solo mirabilmente

conferma il deposto rabbinico una satira di Giovenale, la VI se non

erro, ove racconta degli sciocchi Romani che la interpretazione dei

sogni chiedevano agli Ebrei colà dimoranti; non solo tutto questo,

ma quello speciale carattere eziandio da Giuseppe attribuito alle

esseniche visioni quali ispiratrici di discorsi e ragionamenti

filosofici, dottrinali, rifulge non meno nei sogni dei Farisei. Nei

quali non è raro il vedervi Dottori ammoniti a ritrattarsi di una

interpretazione, a più esatta formarsi l’idea di una impurità, a

meglio comprendere la pratica di un rito; e ciò che più fedelmente

riproduce la fisonomia dei sogni profetici dell’essenato, è quello che

vediamo tra i cabbalisti e tra quei Dottori eziandio che senza fare

del misticismo precipuo scopo dei loro studj, ne ammettono almeno la

veracità e i titoli. Singolar cosa ma pur verissima, oltre gli esempi

non oscuri, non scarsi che ne porge lo Zoar, di sogni istruttivi,

dottrinali, rivelatori, quali appunto furon quelli dei nostri Esseni,

ella è una pratica tra i cabbalisti e tra i loro aderenti, che meglio

a capello non potrebbe ritrarre la pratica degli Esseni.—Se qualche

urgente bisogno li spinge a consultare l’avvenire; non basta, se

qualche dubbio in capo gli tenzona intorno ad un subbietto vuoi

dogmatico, vuoi rituale, o in qualche siasi maniera religioso, ella

è una via autorizzata, accreditata in cui si mettono speranzosi,

anzi fiduciosissimi nella bontà del responso, ed è quella che dicesi

_sceelat halom_.—Nel riposo dei loro sensi, nella concentrazione delle

forze loro psichiche, spirituali, eglino credono l’anima capace di

comprendere cose che nello stato di veglia saria tornato loro duro a

comprendere. E ciò che non è meno singolare a notarsi egli è, come

questa specie di responsi siano stati disposti in iscritti e per le

stampe eziandio pubblicati, siccome fa fede, per non dire di altro, la

edizione non ha guari mandata fuori in Conisberga di un’antichissima

compilazione di tai consulti, e di cui informava il mondo israelitico,

nel prezioso suo giornale bibliografico _Mazchir_, il mio dotto amico

Marco Steischneider di Berlino.

Storia degli Esseni: Lezioni · 第 24 / 41 段