della scienza ebraica in tutte le svariatissime sue parti, teoriche e
pratiche, non è lecito adottare criterio diverso nel rito da quello
che nella storia, nel domma, nell’esegesi adottiamo, e in queste come
in quelle diciamo e continueremo a dire _Ilheta che rabà_. E questo è
argomento che abbastanza identifica il Menachem del Talmud coll’Essena
Menachem, di cui Flavio discorre. Ma qual’è il secondo? Il secondo è lo
stesso Talmud che ce lo fornisce, ed è tale, che ove pure si volesse
niun valore concedere alla massima già esposta che dà ragione a _Rabbà_
contro _Abajè_, basterebbe per se solo a far prevalere l’opinione del
primo contro il dir del secondo. E perchè? Perchè reca un inaspettato
ed autorevolissimo ausilio alla tradizione del primo, in un’antica
Barraità, che oltre essere opera di Dottori Palestinesi conterranei di
Menachem, è di gran lunga più antica del Talmud e dei suoi autori, e
quindi maggiormente si avvicina all’epoca di Menachem, e più veridica
e sincera ne ragguaglia dell’avvenuto. La Barraità o testo misnico si
pronunzia a dirittura in favor di _Rabbà_, e quella ragione assegna
al ritiro di _Menachem_ che _Rabbà_ assegnava, vale a dire i nuovi
offici che fu chiamato a sostenere in corte di un Re che non può essere
altro che Erode, TANA _nammè akì iazà Menahem laabodat ammelech_. Non
basta. La Barraità ci conserva memoria di una circostanza taciuta dallo
stesso _Rabbà_, e che più compiutamente risponde alla narrazione di
Giuseppe. Certo voi non lo avete obbliato. Oltre i favori personali
che asseguì _Menachem_, narra Giuseppe il credito, l’estimazione in
cui salirono, la mercè sua, gli Esseni: e come (sono sue parole) _da
indi innanzi trattasse con segnalati favori i nostri Esseni_. Or bene,
la Barraità pare che faccia eco alle parole di Flavio, e dopo aver
detto come udiste di Menachem che passò al _servigio del Re_, queste
parole aggiunge memorandissime che a voi raccomando: _E con esso
passarono allo stesso servigio ottanta coppie di giovani dottori in
serico ammanto_—segno della nuova dignità a cui furono assunti, secondo
era stile degli antichi principati rivestire i nuovi eletti di abiti
distinti, secondo si legge in Assuero e in Faraone. Ma questi due
argomenti, per quanto grandi, non sono i soli: ve ne sono altri due
che grandemente favoriscono il nostro sistema: l’uno è la concordanza
cronologica dei due fatti, l’altro è la produzione di un’autorità
tanto più concludente quanto più inconsapevole e spontanea. Che cosa
è la prova cronologica? È quella che dimostra come il _Menachem_, di
cui parla il Talmud, visse appunto in quel tempo in cui visse, al
dir di Giuseppe, il _Menachem_ degli Esseni, il favorito di Erode,
rendendo tanto più probabile la loro identità, quanto più strano
sarebbe ammettere al tempo istesso due _Menachem_ ambo dottori, ambo
favoriti da Erode, ambo seguiti da lunga schiera di Dottori favoriti
com’essi. Or bene: noi abbiamo un punto fisso di partenza nel calcolo
cronologico, ed è la data dell’esistenza d’Illel collega di Menachem.
Il quale visse e sostenne il patriarcato cento anni prima della
distruzione del tempio, nel quale tempo deve aver vissuto e figurato
lo stesso Menachem che gli fu collega nel dottorato, anzi capo della
scuola avversaria, alla cui testa si pose, dopo di esso Menachem, il
più famoso _Sciammài_. Questo punto dimostrato costante, che cosa ci
resta a fare per compire la dimostrazione e provare sincronici i due
Menachem? Dobbiamo, se non erro, provare che il Menachem di Giuseppe
visse, fiorì giusto cento anni prima dello esilio. Or bene: aprite
Giuseppe, e dove è menzione del fatto della predizione di Menachem
troverete notato dall’Arnauld d’Andelby essere ciò appunto avvenuto
nell’anno 40 prima dell’era volgare, la quale avendo preceduto circa
un 60 anni la distruzione del tempio, torna l’istesso che dire cento
anni prima della distruzione, ch’è quanto dire quella stessa data in
cui, secondo il Talmud, veduto abbiamo esistere, fiorire il talmudico
_Menachem_.
Ci resta ora ad allegare l’autorità la quale indirettamente, e per ciò
stesso tanto più concludentemente, depone in favor della identità dei
due Menachem. Io non so se ne abbiate contezza. Ma oltre le opere di
Giuseppe in greco dettate, e che furono tradotte, si può dire, in quasi
tutte le lingue dell’Europa, ve ne ha un’altra in puro ebraico distesa,
che mostra di appartenere allo stesso autore, ma della cui autenticità
molti dubbj sorsero e durano tuttavia. Or bene in quest’opera ebraica,
nel _Josifon_, al cap. 55, dove si parla della restaurazione del Tempio
per opera di Erode, narra pure la famosa predizione del regno fatta
da Menachem ad Erode ancor fanciullo.—Ma come la narra? Certo come la
narrava l’antico Giuseppe, tranne solo una frase che nel primo non
esiste e ch’è per noi il più luminoso attestato della identità dei due
Menachem. E là, ove nominando per la prima volta il profeta _Menachem_,
oltre porlo nel novero dei _hasidim e hahamim_, cenno, come vedete,
di gran rilievo, lo qualifica a dirittura _collega di Sciammai_, lo
che è appunto ciò che andiamo cercando, null’altro potendo essere un
_Menachem collega di Sciammai_ se non quello che appunto come collega
di _Sciammai_ è qualificato dai Talmudisti. Se poi a tutto questo
aggiungete che Erode fu, secondo il _Josifon_, secondo il Talmud, e
secondo il greco _Giuseppe_ intimo dei Farisei, sotto le cui bandiere
acquistò e conservò la corona; che fu stile generale, costante dei
Dottori farisei l’annunziare da lungi i grandi destini, specialmente
ai fanciulli come _Gamaliel a Giosuè_ ancor fanciullo prigioniero in
Roma, come Rabba di cui leggesi in Berahot ai due discepoli che aveva
commensali; che più particolarmente si occuparono di vaticinare il
regno ai futuri monarchi, come Rabban Joanan Benzaccai a Vespasiano
ed a Tito, come Ribbi Achiba a Barcohaba, l’_Arminio_ di Palestina,
se pensate che tutti i Rabbini posteriori come il Seder Adorot che
lessero nel _Josifon_ il fatto di Menachem, l’intesero qual personaggio
identico di fatti al Talmudico Menachem; se tutto questo aggiungete,
avrete un fascio di prove così stretto, così aderente, che insieme al
racconto talmudico, rispondente al racconto flaviano, insieme alla
concordanza cronologica dei due avvenimenti, forma tale congerie di
fatti così cospicui da costituire una vera e propria dimostrazione
evidente, da provare soprattutto questi due fatti capitalissimi: la
conoscenza che ebbero degli Esseni i Dottori nostri contro la sentenza
comunemente adottata, e la identità appunto di Esseni e di Farisei,
dappoichè questi ultimi dei primi favellano in guisa nel loro Talmud,
come se proprj fossero del Farisato gli Esseni, propria la loro storia;
proprie le glorie, e proprio tutto ciò che ad essi si attiene.
E poichè abbiamo preso a narrare le loro predizioni, mestieri è pure
che d’altro qui si favelli che merita pure tra quelle narrate luogo
cospicuo; e forse pegli autorevoli deposti, merita anzi sovra tutte il
primato. Voi avete udito Giuseppe narrare delle esseniche predizioni.
Or bene: Giuseppe, siccome quello che visse un anno nella società
degli Esseni, doveva pure pretendere al Profetismo, e difatti Giuseppe
apertamente v’aspira. Che dico? Narra egli stesso nel 3º libro delle
Guerre Giudaiche come, stretto d’assedio in _Jotapat_, predisse agli
abitanti che la città cadrebbe dopo 47 giorni di resistenza in poter
dei Romani, e ch’egli stesso sarebbe caduto vivo in poter loro. Non
basta.—Ciò che il Talmud narra di _R. Johanan Ben Zaccai_, ciò che
udiste poc’anzi da questo Dottore qual presagio di prossimo regno
a Vespasiano, ed a Tito, Giuseppe di sè stesso lo narra. Racconta
Giuseppe come condotto nel campo nemico, e presentato a Vespasiano,
questi deliberasse inviarlo a Nerone allora imperante; come a sua
notizia pervenuto l’intendimento di Vespasiano, alla presenza di Tito e
di altri due testimoni lo ammonisse dicendo, lasciasse pure d’inviarlo
a Roma perciocchè Nerone ed i suoi successori poco avrebbero ancora da
vivere; sapesse che egli solo dovrebbe ormai riguardarsi qual Cesare,
giacchè egli, Vespasiano, e dopo di esso Tito suo figlio sarebbero
saliti sul trono. Mentiva nel racconto Giuseppe, e fama volle usurpare
di profeta agli occhi dei posteri? Così sentenzierebbe una critica
superficiale, ma quanto ingiustamente! Poichè se il caso favorisse il
temerario annunzio del prigioniero, o piuttosto, le potenze recondite
dell’Essena, dell’iniziato, si risvegliassero all’occasione, questo
non saprei accertare; ma che Giuseppe non abbia peccato per frode,
ella è tal cosa che sfida ogni dubbio in contrario. E sapete chi me lo
dice? I contemporanei o poco posteriori a Giuseppe, i Pagani nemici del
nome ebraico, quelli che raccolsero di bocca alla fama il prodigioso
vaticinio, come correva allor rumoroso sulle labbra di tutti; egli è
Dione Cassio nel libro 66; egli è Svetonio nella vita di Vespasiano
al 12º libro; e se Tacito non si può annoverare qual testimone della
profezia di Giuseppe, si può qual autorità allegare di una predizione
almeno congenere. Ella è quella di cui favella nel 2º libro delle
Storie, parag. 78. _Sorge_, egli dice, _tra la Giudea e la Siria un
monte che si chiama Carmelo, il Dio che in quel luogo si adora reca il
nome stesso_ (qui Tacito sentenzia a sproposito). _Nulla statua di quel
Dio e niun tempio: un altare solo si erge e il rispetto lo circonda.
Vespasiano vi andò e sacrificò. E mentre volgeva nella mente i suoi
piani, il sacerdote, consultate le viscere dell’animale, gli disse:
Qualunque sia il pensiero che ti preoccupa sappi che ti attendono
un vasto palagio, senza limiti possedimento, e lo imperio di genti
innumerevoli._ Ecco ciò che Tacito racconta. E certo qui di Giuseppe
non è memoria; ma se tutte le circostanze valutate del racconto di
Tacito; se fate la parte dell’ignoranza nel Dio Carmelo, che non
ha mai esistito; la parte del paganesimo nelle consultate viscere
dell’animale Beto, sconosciuto e riservato nell’Ebraismo; se cernete
infine la narrazione tacitiana di quanto v’ha d’inesatto, d’eterogeneo,
rimarrà questo fatto per sè stesso parlante, la _predizione del regno a
Vespasiano annunziata in Giudea da un Ebreo, da un sacerdote_. Il quale
fatto posto a confronto colla predizione attribuita dal Talmud a _R.
Johanan Ben Zaccai_, con quella che a sè stesso attribuisce Giuseppe,
verrà con essi fuso, assimilato e tutt’insieme faranno un solo fatto,
un sol vaticinio, le cui varianti sono in _Giuseppe_, in _Tacito_, e
nel _Talmud_, in cui ardua opera sarebbe quella parte d’onore assegnare
ad ognuno, che per diritto gli spetta.
Checchè ne sia, gli Esseni si occupavano di predizioni. Ma gli Esseni
vantano un testimone di gran lunga più illustre, un pagano dottissimo,
un celebre filosofo, il quale conferma le avverate predizioni degli
Esseni, e che interdice a chi glie ne pigliasse vaghezza, di prendere
non troppo sul serio le esseniche predizioni. E questi è Porfirio,
uno dei più grandi neoplatonici che siano sorti nei primi secoli
del Cristianesimo. Il quale al dire di Giulio Simon nella _Storia
delle Scuole di Alessandria_, non solo conobbe gli Esseni e le
loro predizioni, ma le confessò veridiche e confermate dal fatto.
Confessione di gran rilievo, e per la religione e per l’ingegno non
comune del filosofo pagano, il quale meritò che nel _Trionfo d’Amore_
di esso poetasse il Petrarca:
Porfirio, che d’acuti sillogismi
Empiè la dialettica faretra.
LEZIONE VENTESIMOTTAVA.
La storia delle predizioni degli Esseni ci ha occupato nella passata
lezione, qual corollario della loro antropologia, qual parte della
loro dogmatica. Ma di queste predizioni noi non abbiamo fatto che
la storia reale esteriore, particolare, di alcuni singoli fatti. Ci
manca saperne la teoria, la forma con cui procedevano gli individui
che se ne occupavano a preferenza. La forma prediletta, peculiare agli
Esseni, era l’interpretazione dei sogni. E chi ne ammonisce è Flavio
Giuseppe nel 17º delle Antichità, cap. 15, dove narra di _Archelao_
che esposto il suo sogno ad un’Essena, ne ode la predizione della sua
futura caduta la quale avvenne veramente com’era stata dall’Essena
vaticinata, sendo stato all’epoca prefissa relegato da Cesare in
Vienna città delle Gallie. E non solo gli altrui sogni toglievano
a subbietto delle loro predizioni, ma di una spezie di rivelazione
fornivano altresì nei loro sogni medesimi.—Alla quale e’ pare che
si preparassero con le diurne meditazioni, se prestiam fede a certe
parole che sul proposito ne trasmise Giuseppe. Pensano, egli dice, a
Dio del continuo, attalchè nei loro sogni altro nella fantasia non
sorge loro che le bellezze e le eccellenze delle perfezioni divine,
e bene spesso dormendo fanno discorsi mirabili di questa divina
filosofia. Queste sono testualissime parole di Giuseppe. E benchè
siamo nella regione dei sogni, si tratta di cose seriissime più che
non credesi, e da fare molto a lungo vegliare. Noi non solleveremo le
gran questioni psicologiche, religiose e fisiologiche altresì, che
emergono naturalissime da quel curioso fenomeno che si chiama il sogno.
Il volgo che crede ovvio, semplicissimo tuttochè non comprende, crede
il sogno uno stato, una condizione fisico-morale, spiegabilissimi. Ma
per i dotti! I dotti sieno essi filosofi, moralisti, medici, fisiologi,
non hanno creduto il fatto così semplice come il volgo s’immagina. I
loro libri, le congetture, i dispareri, e specialmente la grandissima
questione si può dire odierna del sonno magnetico e quella più antica
dei sonnambuli, fanno fede come qualche cosa vi sia là entro che resta
tuttavia indecifrato. Ma queste cose basti accennare, e come da lontano
additare, senza più oltre soffermarvici che l’argomento non comporta.
Piuttosto diremo dei sistemi delle scuole, che credettero i sogni
capaci, suscettibili d’interpretazione, fra le quali quella figura per
prima che fu tanto meritamente da Giuseppe equiparata all’istituto
degli Esseni, la scuola dei _Pitagorici_. E chi ce lo insegna è tale
che già altre volte abbiamo veduto anche troppo circospetto nella
scelta e nella critica delle memorie antiche, è il Ritter nella _Storia
della filosofia_. I Pitagorici dunque anche per questo verso porgono
la mano ai nostri Esseni, e nuovo punto ci offrono di contatto col
grand’Istituto nella interpretazione dei sogni. E se io dovessi di
tutto discorrere di quei tempj, di quegli oracoli, che in Grecia tutta,
e fuora eziandio, girono famosi per sogni, che colà si procuravano,
s’interpretavano, io farei opera interminabile benchè grandemente
curiosa e istruttiva. Piuttosto è da vedersi il Clavier nella Memoria
letta all’Accademia di Francia _sugli oracoli antichi_; e se non fosse
troppa temerità per me l’esprimere un voto il quale è forse a quest’ora
adempito, io vorrei che qualche scienziato, appo il quale non sono in
conto di fole le prodigiose indicazioni di alcuni malati sottoposti al
sonno magnetico, studiasse i rapporti di questi sogni, di queste cure
istintive, e quasi direi _autoterapie_, colle famose cure di Epidauro,
ove i malati dopo diuturne preparazioni ricevevano la notte in sogno
i presagi e le indicazioni dell’esito finale dei loro morbi. Ma gli
Esseni non hanno solamente l’antichità a complice del loro sistema di
predizione. I tempi moderni ci somministrano esempj grandi, cospicui,
vuoi di uomini gravi che non del tutto rifiutarono le indicazioni dei
sogni, vuoi di fatti storici straordinarj che molto dànno da pensare
sulla natura e sul valore dei sogni. Fra i primi non citerò _Menasce ben
Israel_ che un capitolo dottissimo consacrava dell’opera sua alla
materia dei sogni, e solo nol citerò perchè sendo egli alla perfine
Teologo e Rabbino, meglio alle sacre autorità appartiene che alle
profane, delle quali soltanto per adesso ci occupiamo. Nemmeno citerò
Galeno che narra di un uomo, al quale parevagli in sogno avere una
coscia di pietra e che divenne dopo pochi dì paralitico.—Nemmeno dirò
di Plinio il quale riferisce di Cornelio Rufo, a cui avvenne di credere
in sogno d’aver la vista perduta, e che si destò cieco per amaurosi;
nemmen parlerò di Corrado Gemed, che sogna d’essere morso in seno
da un serpente, e che gli nasce in fatti sotto l’ascella un bubbone
pestilenziale che lo rapisce in cinque giorni di vita; e di questi ed
altri simili tacerò, perchè sanno sempre alcun poco d’antico e perciò
stesso per i più sanno ancora di incredibile, di stravagante. Ma quanto
più singolare a vedersi non è l’ossequio di alcuni dei più illustri
moderni! Fra i quali riluce per splendore d’animo e di mente Beniamino
Franklin di cui così parla il materialista Cabanis. «_Io conobbi_,
egli dice, _un uomo savissimo e istruitissimo, l’illustre Beniamino
Franklin_, che credeva essere stato più volte ammonito in sogno degli
affari che l’occupavano. La sua testa forte e d’altronde libera di
pregiudizj, non aveva potuto premunirsi da ogni idea superstiziosa
quanto a questi interni avvertimenti.» Così sentenzia Cabanis. E pur,
vedete curiosissimo scherzo di fortuna, o piuttosto grave monitorio
di provvidenza! Era riserbato al corifeo del materialismo moderno, a
Voltaire, all’uomo che involse ogni cosa in un riso universale, il
porgere, e porgere, lo che più monta, nella sua stessa persona luminoso
attestato della efficacia o almeno della tuttor enigmatica natura dei
sogni. Tutti sanno come opera sua sia la _Enriade_; ma non tutti sanno
un curioso episodio nella genesi di quel Poema. Vi è un capitolo che
è opera sì di Voltaire, ma non già di Voltaire desto, ma di Voltaire
dormiente. Anzi di Voltaire che sogna, e nel sogno prosegue l’opera
incominciata nel giorno, e destato si trova più ricco di un capitolo
nella tessitura di quel Poema. Non si legge che Voltaire abbia preso
da indi innanzi a rider meno dei sogni; la sua filosofia non era
ancora passata allo stato di pregiudizio, perch’egli come degli altrui
pregiudizj se ne facesse irrisore: ma si legge bensì di un altro, di un
vivente, che io non metto certo a paro di Voltaire, perchè troppo lo
amo e rispetto, ma che pure non ci offre a veder bene meno sensibile
anomalia. E quando dico anomalia per Luzzatto il prestar fede ai sogni,
non è certo per quei sogni storici straordinarj, profetici in cui Dio
parla all’uomo che sogna, come parlar può e parla difatti all’uomo
ch’è desto; ognuno che creda alla rivelazione, che creda alla Bibbia,
non può senza incoerenza, senza empietà, discredere a questa specie
di sogni; ma dico dei sogni in generale, di quelli che tutti possiam
conseguire, della natura loro semiprofetica, del valore loro proprio
naturalissimo, e non solo qual mezzo, qual veicolo d’ispirazione.
Le quali cose, se non ammesse, quasi consentite dal nostro Luzzatto
provano due cose ad un tempo, che le idee Cabbalistiche quando non
entrano in certi spiriti per la gran porta, vi entrano per certi calli
obliqui ed oscuri pertugi, e quasi non dissi di contrabbando.
Che se dalle autorità e dagli esempi scientifici trapassiamo
agli esempi, ai precedenti, ed alle autorità bibliche talmudiche
cabbalistiche, vedremo come sempre gli Esseni radicarsi nella più
venerata e autorevole antichità ebraica. Io stimo soverchia opera
citare gli esempi e le autorità della Bibbia, tanto mi sembrano ovvii
e conosciuti. Il sogno non solo lo vediamo figurare in fatto quale
suprema manifestazione dei divini voleri, e presagi dell’avvenire
in Giacobbe, in Giuseppe, in Faraone, ma egli è altresì, qual grado
infimo sì, ma pur legittimo annoverato di profezia, ogni qual volta
della gerarchia si favella dei veggenti, e della profetica gradazione;
testimone il verso ove Dio parlando ad Aronne e Miriam, chiama a fruire
delle sue ispirazioni chiunque per visione o per sogno si sentisse
capace di aspirarvi; testimone Saulle, che consultò invano il Signore,
dice la Bibbia, per tutte le vie per le quali è consultabile, per
la _via dei sogni_, della _profezia_ e dell’_oracolo degli Urim_,
testimone Giobbe ove qual mezzo di cui Dio si vale per svelare agli
uomini le sue intenzioni, parla dei sogni e delle visioni notturne,
e di questi tratti chi volesse nella Bibbia raccôrre, ne troverebbe
più ch’io non dica espliciti e numerosi. E il Talmud in questo come
in altre cose procede alla Bibbia conforme. Non solo il carattere
semiprofetico del sogno vi è confessato _halom ehad miscisceni
bannebuà_; non solo il rimanere per sette giorni senza sognare vi è
chiarito qual indizio di anima non buona; non solo un lungo novero vi
è tessuto delle cose che indicano in sogno lieto o sinistro presagio;
non solo i sogni vi si dicono subordinati alla loro interpretazione,
massima incomprensibile se non si intende alla luce della pratica
essenica che i sogni considerava qual esteriore incentivo, alla mente
ispirata dello interprete, non solo si narra de’ Cesari che ai Dottori
ricorrevano per la interpretazione dei sogni; non solo mirabilmente
conferma il deposto rabbinico una satira di Giovenale, la VI se non
erro, ove racconta degli sciocchi Romani che la interpretazione dei
sogni chiedevano agli Ebrei colà dimoranti; non solo tutto questo,
ma quello speciale carattere eziandio da Giuseppe attribuito alle
esseniche visioni quali ispiratrici di discorsi e ragionamenti
filosofici, dottrinali, rifulge non meno nei sogni dei Farisei. Nei
quali non è raro il vedervi Dottori ammoniti a ritrattarsi di una
interpretazione, a più esatta formarsi l’idea di una impurità, a
meglio comprendere la pratica di un rito; e ciò che più fedelmente
riproduce la fisonomia dei sogni profetici dell’essenato, è quello che
vediamo tra i cabbalisti e tra quei Dottori eziandio che senza fare
del misticismo precipuo scopo dei loro studj, ne ammettono almeno la
veracità e i titoli. Singolar cosa ma pur verissima, oltre gli esempi
non oscuri, non scarsi che ne porge lo Zoar, di sogni istruttivi,
dottrinali, rivelatori, quali appunto furon quelli dei nostri Esseni,
ella è una pratica tra i cabbalisti e tra i loro aderenti, che meglio
a capello non potrebbe ritrarre la pratica degli Esseni.—Se qualche
urgente bisogno li spinge a consultare l’avvenire; non basta, se
qualche dubbio in capo gli tenzona intorno ad un subbietto vuoi
dogmatico, vuoi rituale, o in qualche siasi maniera religioso, ella
è una via autorizzata, accreditata in cui si mettono speranzosi,
anzi fiduciosissimi nella bontà del responso, ed è quella che dicesi
_sceelat halom_.—Nel riposo dei loro sensi, nella concentrazione delle
forze loro psichiche, spirituali, eglino credono l’anima capace di
comprendere cose che nello stato di veglia saria tornato loro duro a
comprendere. E ciò che non è meno singolare a notarsi egli è, come
questa specie di responsi siano stati disposti in iscritti e per le
stampe eziandio pubblicati, siccome fa fede, per non dire di altro, la
edizione non ha guari mandata fuori in Conisberga di un’antichissima
compilazione di tai consulti, e di cui informava il mondo israelitico,
nel prezioso suo giornale bibliografico _Mazchir_, il mio dotto amico
Marco Steischneider di Berlino.