degli Esseni, le credenze intorno l’anima umana, i suoi rapporti con
Dio, quelli che ha col corpo che veste quaggiù, la sua essenza, la
divisione delle sue forze, e infine il suo soggiorno. Io vorrei potere
porre compimento a questa parte della Dogmatica degli Esseni, se non
che l’ora breve mi fa protrarre ad altro giorno lo studio di altri due
punti non meno interessanti, la _metempsicosi_ e la _resurrezione_,
secondo gli Esseni. I nuovi studj non faranno che confermare l’antico
nostro sistema d’identità _essenico-cabbalistica_. Noi udiremo, come
abbiamo udito sinora, l’eco lontana delle dottrine cabbalistiche
ripercuotersi a traverso dei secoli, e giungere sino a noi che eravamo
sinora assuefatti al silenzio di quelle dottrine nei primi secoli
dell’E. V. Quel sistema che pareva non esistere in quell’antichità,
si mostrerà per organo degli Esseni non solo esistente, ma vivente e
parlante, e tanto più andremo persuasi col _Frank_, con il _Munk_, col
_Ritter_, coi dotti veramente nella questione imparziali, quanto antico
sia quel sistema teologico nel nostro popolo.
LEZIONE VENTESIMASESTA.
Prendendo noi a trattare della Dogmatica Essenica, e di questa avendo
anzitratto discorso di quella parte che si attiene alla Psicologia
ossia alle dottrine sull’anima, noi abbiamo, se ben vi ricorda, due
punti riservati alla odierna trattazione, e sono la _metempsicosi_,
vale a dire la trasmigrazione delle anime, e la _risurrezione dei
corpi_, quali furono intese e credute dalla società degli Esseni.
Io oso dire che se altro punto di contatto non fosse tra Cabbalisti
ed Esseni che la credenza alla metempsicosi, se questo solo ci
rimanesse documento dell’illustre sodalizio, egli sarebbe già un
gran passo compiuto in questa via d’identità essenico-cabbalistica,
in cui ci siamo impegnati. E pure nulla di più provato per ciò che
riguarda gli Esseni. I quali ossequiarono, al dir di Filone, al dogma
anzidetto quando discorrendo della sorte divina che incogliere può
agli spiriti immortali, parte dissero, lasciare la vita terrena per
mai più ritornarvi, parte iteratamente vestire queste carni mortali,
secondo una legge providenziale diversamente dispone. Io farei opera
interminabile se qui dovessi il solo novero ricordare dei popoli
illustri antichi e moderni, di sistemi filosofici, di teorie eziandio
socialistiche che al dogma inchinarono della metempsicosi, e comecchè
opera non vana, ma utilissima e profonda sarebbe questa, ciononostante
rimarrommene per brevità, sì perchè mestieri è pure che entro i limiti
di una storica esposizione mi circoscriva, sì perchè è tale questo
delicatissimo argomento, intorno a cui ogni ragione ne comanda riserva.
Ma io non posso da due cenni astenermi che troppo degni mi sembrano
invero di ricordanza. È il primo quella bella conferma che dalla
descrizione di Filone emerge, pel concetto che degli Esseni offriva
ai suoi lettori _Flavio Giuseppe_ quando li diceva simili, affini ai
_Pitagorici_. Giuseppe, che io mi sappia, non dice esplicito ciò che
disse _Filone_; non assevera formalmente la metempsicosi presso gli
Esseni, ma dice solo essere costoro i _Pitagorici_ dell’ebraismo, come
i Farisei ne dice gli _Stoici_, e come i Sadducei seguaci egli dice
di _Epicuro_. Ma quanto è il suo dire eloquente! Poichè il nome solo
dei Pitagorici fa fede, se io non erro, a bastanza della presenza
della _metempsicosi_ in seno agli Esseni, non essendo dogma a parer
mio per cui siano andati più distinti e famosi i Pitagorici, di
quello appunto della trasmigrazione delle anime. E se alcuno di ciò
dubitasse, ogni dubbio svanirebbe, ne son certo, dopo la lettura del
_Ritter_. Il quale è il solo, se io non sbaglio, fra gli storici della
filosofia che più proceda meticoloso, e secondo me, spesso ingiusto
per troppa esigenza nella critica dei testi, nella scelta dei fonti,
quasi interamente esautorando di ogni critico valore gli scrittori
tutti che per poco furono posteriori agli immediati successori di
Socrate; i quali pure sono, come ognun sa, le più ricche e preziose
miniere di storici ragguagli intorno le più antiche scuole eziandio
antisocratiche, qual fu per esempio quella appunto italo-greca che
si disse dei Pitagorici. E pure al _Ritter_ non bastò l’animo negare
l’esistenza del dogma della metempsicosi fra i Pitagorici; tanto
sembrava a lui stesso caratteristico della scuola, e tanto altresì
a _fortiori_ sembrar doveva al nostro Giuseppe che questo special
distintivo della scuola aveva, senza meno, presente quando diceva ai
suoi lettori pagani essere i nostri _Esseni_, i nostri _Cabbalisti_
i _Pitagorici_ dell’ebraismo. L’altro punto che voglio toccare di
volo, riguarda più davvicino il dogma in se stesso, ed a cose ed a
uomini si riferisce a noi coetanei. Io non uscirò riguardo al dogma
dalla riserva che mi sono imposto: ma chi potrebbe al tutto trattenere
le parole quando il più imponente e vasto pensiero che capir possa
nella mente dell’uomo si vede ad una critica soggiacere frivola,
superficiale e buona appena per una finzione da romanzo? Ciò che non
posso tacere è lo strano spettacolo che mi si offerse non ha guari nel
_Journal des Débats_. In Parigi, nel secolo decimonono, nel grande
trambusto e commovimento di religioni, di filosofia, di sistemi d’ogni
maniera, si udì una voce che sorse a rivendicare l’antico dogma della
metempsicosi, e questa voce fu del _Martin_, nell’opera che chiamava
_Cielo e Terra_. Ma il _Martin_ doveva subire pena condegna al grave
fallo. Nella terza pagina del _Débats_ ove si fanno le _apoteosi_ e gli
_autodafè_ delle opere nuove, un filosofo, uno dei guerrieri riservati
per le grandi occasioni, doveva fare del _Martin_ e della opera sua
adeguata vendetta. Io vorrei potervi qui proporre le obiezioni colle
quali si pretese schiacciare l’opera del Martin, e giacchè le mille
voci del giornalismo recarono dovunque l’eco ripetuto della disputa
insorta, io non so chi ci tenga di mescere a quelle infinite voci
anco la nostra. Ma io nol farò, solo per non protrarne all’infinito
l’opera assunta. Questo solo dirò, che ciò che tornavami a vedere
più doloroso si è il nome che sottostava a quel lavoro di critica
filosofica. Io ebbi parecchie volte occasione di nominare il _Franck_,
e con quale stima e venerazione per me si facesse, ditelo voi che ne
foste le mille volte i testimoni. Io credo e crederò sempre l’opera
del Frank sulla _Kabbale_ ottimo servigio reso alla scienza e alle
credenze ebraiche, e Dio volesse che l’illustre Luzzatto e consorti,
anzichè occuparsi a denigrarla, mirassero a compirla, a perfezionarla.
Ma se gli antichi dissero _sed magis amica veritas_, io non posso
questa volta trovare nè bello nè serio l’officio dal signor Frank
adempito. Non bello, perchè male s’addice allo storico e apologista
dei Cabbalisti, al discendente degli Esseni, stendere l’atto d’accusa
della metempsicosi; non serio, perocchè non è difficile trionfalmente
replicare alle obiezioni ivi stesso suscitate dal Sig. Frank. Le
quali, parte consistono nelle antiche e più comuni confutazioni del
dogma, parte nuove ma tutt’altro che inoppugnabili. Ma questo ed altro
simile abbiamo detto trapassare in silenzio, ed al proposito nostro ci
atterremo. Solo piacemi ora toccare del secondo dogma in questione: è
il dogma della _Risurrezione_. Per non avere trovato esplicitamente
insegnata l’esistenza di questo dogma presso gli Esseni, alcuni moderni
critici specialmente imbevuti del genio ipercritico dell’Allemagna
lasciarono libero il freno al loro congetturare a _priori_, e dalle
idee che formavansi gli Esseni dei rapporti primigeni dell’anima col
corpo, crederono poter dedurre la negazione del dogma resurrezionale
in seno agli Esseni. Vi ha in Parigi un giornale letterario che si è
tolto l’assunto d’informare la Francia dotta, religiosa, letteraria dei
grandi lavori che giornalmente s’imprendono, si compiono nella vicina
Germania, che per ciò appunto si noma _Rivista Germanica_ e che per ciò
appunto dovrebbe ricercarsi e possedersi dovunque, che per mancanza di
rapporti più immediati, non è concesso attingere direttamente alle vive
e abbondanti fonti della scienza ed erudizione germanica. Or bene; nel
nono numero di quest’anno istesso 1858, trovai inserito un articolo
di sommo interesse per le nostre ricerche, e che all’autore Michel
Nicolas, professore di Teologia in Montauban, piacque d’intitolare _Gli
antecedenti del Cristianesimo_. In un articolo che si chiama _degli
antecedenti del Cristianesimo_, il nome degli Esseni non poteva non
figurare in luogo eminentissimo, come difatto vi figura; e molte delle
questioni da noi lambite, vi sono profondamente e maestrevolmente
trattate. Ma sia vaghezza di fare meno che è possibile tributario il
Cristianesimo della società degli Esseni; sia non avere compreso le
strettissime affinità tra gli Esseni ed i Farisei; sia la mania di
argomentare per vie insolite e non battute trasandando i raziocinii
più ovvii e più alla mano, fatto sta che secondo Michel Nicolas gli
Esseni non conobbero o negarono il dogma risurrezionale. E perchè così
giudica il Nicolas? Perchè egli crede incompatibile il principio della
unione forzata col corpo, col ritorno dell’anime a vivificare i corpi
una volta abbandonati, perchè egli crede il distacco da tutte le cose
corporee essere stato il perpetuo conato, e la perfezione ideale che
l’Essenato si proponeva senza pensare che le tendenze anticorporee
dell’anima a sè stessa lasciata, non montano nulla nè agli ordini
universali della Provvidenza di Dio, la quale può volere la seconda
e ultima volta come volle la prima, quell’unione che non si compiva
nè compirassi che a malgrado dell’anima; senza pensare che il dogma
risurrezionale implica per sè stesso la rigenerazione, e per dirla
tecnicamente la _Palingenesi_ dell’Universo, e quindi il ritorno alla
purità primigenia di quella carne che non è, secondo l’Ebraismo, rea
per sè stessa ma che tal divenne per un principio a lei esteriore;
e quindi per ultimo corollario che l’antipatia o antagonismo fra
lo spirito e la materia potrà e dovrà cessare allora, quando la
primigenia armonia sarà ridonata, della quale furono preludii e quasi
presentimenti Mosè sul monte e soprattutto Elia, Elia che s’incielò
vestendo tuttavia carne mortale, per lo cui insigne privilegio io credo
che presegga alla culla dell’uomo come angiolo della creazione, ed alla
sua tomba come angiolo della resurrezione, quasi perpetuo iniziatore
e ierofante della vita mortale, identico al greco Mercurio, all’Erme
egiziano, al Sireo o Cane Celeste, guida e conduttore delle anime. E,
mirabile a dirsi, i Cabbalisti dierono il _cane_ per simbolo ad Elia
e nel nome suo trovarono aritmeticamente il nome _Cheleb_, ambedue
sommando egualmente _cinquantadue_, e prima di essi i Talmudisti
muovendo evidentemente dagli stessi principj dissero le grida gioiose
e gli scherzi dei cani annunziare Elia che entra in città. Ma io mi
sento trascinare senz’addarmene punto, da digressioni certo nè inutili
nè volgari, ma che troppo il libero corso arresterebbero dei nostri
studj. Noi dicevamo come a torto negasse agli Esseni il Nicolas il
dogma di risurrezione. E fortunatamente non siam soli a così opinare.
Il Nicolas stesso s’incarica d’informarcelo. _Telle n’est pas_,
egli dice, _l’opinion de M. Hegenfield, qui dans un ouvrage récent_
(e che si chiama l’_Apocalittica ebraica_) _attribue aux Esséniens
la composition des Apocalypses Juives, ou du moins les range parmi
les Juifs qui s’occupèrent le plus des idées apocalyptiques_. Ora
le apocalissi, le idee apocalittiche importando per lor natura il
supposto di un ciclo apocalittico, di un cielo palingenesiaco, ossia di
rigenerazione cosmica, universale, egli è chiaro come gli autori delle
apocalissi non potevano disconoscere un dogma che tanto davvicino si
attiene alle loro teorie, anzi che n’è parte inseparabile, che vediamo
immancabilmente figurare in tutte le superstiti apocalissi, vuoi spurie
o legittime, quali sono, a mo’ di esempio, il libro di Daniel e
l’apocalissi o rivelazione di Giovanni. Ma contro l’opinione ricordata,
e ch’è la nostra, potrebbe alcuno argomentare; potrebbe dirsi: Filone
e Giuseppe sono i soli o almeno i principali storici dell’Essenato.
Ora Giuseppe e Filone quando favellano degli Esseni non parlano della
Risurrezione, non l’annoverano tra le loro credenze, non ne fanno parte
del sistema lor teologico, con qual diritto attribuirgliele, e come la
lacuna colmare di nostro arbitrio? Ma quanto labile quest’obiezione! Se
io volessi, per sovrabbondanza di prova, far tesoro di argomenti, di
repliche vittoriose, sareste voi piuttosto stanchi d’udire, che non io
di favellare. Potrei citare l’autorità del medesimo Nicolas quando, in
altro punto del suo lavoro mi porge egli stesso le armi onde al nulla
ridurre la forza della sua negazione, quando misurando il grado di
contezza che dell’illustre istituto possedevano Giuseppe e Filone, dice
del primo: «_Joseph, qui avait passé un an dans la société, n’avait
pas franchi le premier degré de Noviciat, et ne connaissait pas par
conséquent le fond de ses doctrines_;» e del secondo aggiunge non men
categorico: «_et Filon, comme Neander le fait remarquer, les présente
non tels qu’ils étaient en réalité, mais tels qu’il lui convenait
qu’elles fussent pour que les Grecs éclairés vissent dans les Esséniens
des modèles de sagesse pratique_.» Il Nicolas dice assai, dice anche
troppo secondo me, nè io accetterei in tutta la sua estensione il suo
asserto se non colle più delicate restrizioni e riserve. Ma finalmente
che valore dopo queste parole può avere il silenzio di Giuseppe, di
Filone quando tacciono della Risurrezione, perchè veramente di silenzio
si tratta anzichè di esplicita e formal negazione? E quante cause non
possono avere questo silenzio cagionato, anche allora che gli Esseni
avessero ossequiato, come hanno a parer mio veramente ossequiato, al
principio di Risurrezione. Può esserci stata ignoranza in Giuseppe
e Filone, come il Nicolas istesso ci autorizza a supporlo, comecchè
poco invero io inclinerei ad ammetterla trattandosi specialmente di
dogma popolare ed esoterico anzichè di insegnamento acroamatico.—Può
essere stato studio, desio sincero di non urtare violentemente i
pregiudizj pagani ai quali nulla più tornava assurdo e mostruoso ad
udirsi che il risorgimento dei morti a vita eterna, testimone il riso,
lo scandalo che suscitarono nel mondo pagano le prime predicazioni
del Cristianesimo, quando annunziarono Cristo risorto dai morti, e
primogenito, come gli Apostoli dissero, del Regno futuro, e se non
temessi di riuscire troppo diffuso, non mi sarebbe difficile recare
in mezzo prove ed esempj di silenzii discreti, di opportune varianti,
di calcolate infedeltà, concesse, ammesse, usate in grazia appunto
dell’opinion dominante di cui, per non dire di altri, fu cospicuo e
manifesto esempio, ed è tuttavia, la traduzione dei Settanta.—Ma le
cose anzidette, che molto han pur di probabile, del verosimile, debbono
cedere il luogo al provato ed al vero, alla ragione che io credo solo
storica, solo reale, che può essere stata coadiuvata sì dalle altre
citate, ma che sarebbe egualmente vera, decisiva, perentoria, quando
pure fosse sola. Ed è questa che Giuseppe principalmente ed anche
Filone, quando parlano degli Esseni, quando dei Sadducei, Farisei ed
altre sètte dell’Ebraismo, solo quelle cose ricordano che distinguono
la setta in discorso, dal comune dell’Ebraismo, solo quella parte
pongono in luce della sua fisonomia, che discorda dalle generali
fattezze dell’Ebraismo; quello in somma che hanno di speciale, di
esclusivo. E poi, chi volesse con un sol fatto spogliare di ogni
valore il silenzio di Giuseppe e Filone, chi volesse sin dalle barbe
sradicare la negata resurrezione degli Esseni, basterebbe citare
i Farisei, ai quali non è nessuno che negar possa il dogma della
risurrezione, tanto vanno colmi i loro libri di espliciti insegnamenti
di questo dogma. E pure, guardate Giuseppe. Egli parla a lungo dei
Farisei, come parla degli Esseni, dei Sadducei; ne narra i costumi,
le credenze, le somiglianze colle scuole analoghe del Paganesimo, ma
nè un sol cenno nè un sol motto avviene che dalla penna gli sfugge
intorno il dogma in discorso. Per certo questo silenzio non è a caso,
sia che tacere abbia voluto ai Pagani un dogma che destato avrebbe il
riso e lo scherno dei loro filosofi, sia, come dissi poc’anzi, che di
quelle cose soltanto abbia preso a favellare che eran subbietto di
controversia, tacendo delle altre generalmente consentite; sia infine
ambedue le ragioni anzidette, fatto è che il silenzio di Giuseppe
nulla prova riguardo ai Farisei, e nulla egualmente conclude rapporto
agli Esseni, i quali come tutti gli Ebrei, e forse più di tutti gli
Ebrei, diedero, come fecero i _Cabbalisti_, luogo eminente al dogma
resurrezionale. Che se a tutte le ragioni finora discorse aggiungete
il silenzio del Talmud, che nel mentre narra le dispute dai Dottori
sostenute contro i settarj d’ogni maniera in favore di questo dogma,
non è mai che tra essi faccia menzione dei nostri Esseni; se aggiungete
il dogma della metempsicosi che, per chi bene lo intende, suppone qual
ultimo suo corollario la immanente ultima e definitiva unione delle due
nature; se pensate a certi fatti e credenze generali dell’Ebraismo che
gli Esseni non potevano ricusare sendo esse il fondo e il patrimonio
comune dell’Ebraismo, e che menano difilati, per poco che vogliamo
essere logici, al dogma in discorso; se pensate, a mo’ di esempio, ad
Adamo, creato in principio immortale, a Henoh di cui si tace, anzi si
nega fino a un certo segno la morte, ad Elia rapito in corpo ed anima,
nella vita celeste, ai singoli fatti dalla Bibbia narrati, di uomini
da morte a vita risuscitati, a Mosè che disse: _Ani amit va-ahaié_,
ad Anna che cantò: _Morid sceol vaiaal_, che cala nel sepolcro e ne
riscuote i caduti, a Isaia che poetò: _Ihiù meteha_ ec. a Ezechiele che
profetò: _Inneni poteah et Kibrotehem_, per non dire di Daniel, che
una critica troppo ardita potrebbe dire sconosciuto o non ammesso dai
nostri Esseni, e che è il profeta della risurrezione per eccellenza. Se
pensate a tutti i fatti e alle credenze narrate, chiaro vedrete come
troppo precipitosa sentenza abbia proferito il Nicolas, quando volle
la Risurrezione ignota, negata dall’Essenato e come per esso e per chi
opina con lui potrebbe dirsi con Petrarca:
Ben fa chiunque impara sino al fine.
LEZIONE VENTESIMASETTIMA.
Se degli Esseni abbiamo studiato sinora ciò ch’insegnarono, rapporto
all’anima, alla sua natura, ai suoi destini, parmi questo luogo
conveniente di studiare altresì ciò che insegnarono delle straordinarie
manifestazioni delle facoltà psicologiche nelle predizioni, nelle
profezie di cui andarono gli Esseni celebri per il mondo. Giacchè narra
la storia parecchi e famosissimi casi, in cui gli Esseni annunziarono
da lungi un avvenire, che non mancò giammai, dice Giuseppe, di
avverarsi.—Si avverò, dice Flavio nel decimoterzo delle _Antichità_,
quando _Giuda_, Essena di nazione, per esprimermi com’esso s’esprime,
predisse la morte d’Ircano nella torre di Stratone; e tanto superlativo
si formava concetto del medesimo _Giuda_, che non teme Flavio di
aggiungere, per valermi della traduzione francese di Arnauld d’Andelby:
_que ses prédictions ne manquaient jamais de se trouver véritables_.—Si
avverò, oltre altri casi moltissimi narrati da Flavio, in quello
veramente memorabile d’Erode il Grande, quando un Essena per nome
_Menahem_ che menava, dice Flavio, una vita sì virtuosa che lodato era
da ognuno e che aveva da Dio ricevuto il dono di profezia, vedendo
Erode ancor fanciullo studiare insieme coi bambini dell’età sua, gli
disse che avrebbe un giorno regnato sopra gli Ebrei. Quando Erode
inalzato al trono si vide al colmo della prosperità, ricordossi di
Menachem e delle sue predizioni, e chiamatolo presso di sè, trattò da
quind’innanzi con segnalato favore tutti gli Esseni. Sono queste parole
pressochè testuali di Flavio Giuseppe, nelle quali misi uno studio
particolare di fedeltà onde le conseguenze storiche dottrinali che ne
dedurremo, sieno sopra basi fondate, solide, incrollabili.—Questi fatti
provano, non è dubbio, come gli Esseni s’occupassero di predizioni;
e qual credito insigne godessero tra i lor coetanei eziandio più
illustri, di veridici vaticinatori delle cose avvenire. Ma l’ultimo
dei fatti narrati, l’episodio dello inalzamento di Erode al trono di
Giuda, prova inoltre due cose; prova quanto ingiustamente sia stato
sinora creduto tacersi affatto gli antichi Dottori della società
degli Esseni, dacchè, singolare a dirsi, al fatto or’ora discorso
si allude manifestamente nel Talmud, come fra poco vedremo. E prova
poi altra cosa. Prova quella identità che non ho cessato un istante
di proclamare tra gli Esseni ed il Farisato, non altro essendo i
primi, a parer mio, che la parte eletta ed i teologi della scuola.
Ora chi non vedrà e l’una e l’altra cosa nel Talmud di _Kaghigà_? Ove
descrivendo le prime primissime origini delle controversie dei Farisei,
e i primi tra i Dottori ad erigersi tra essi antagonisti, narra qual
prima coppia ch’ebbe discorde il sentire in fatto di religione, un
Illel, l’antico il famoso Illel, che il chiarissimo Luzzatto crede
identico al Pollione di Giuseppe, e per secondo non già Sciammai
che non intervenne che tardi, ma il nostro, lo storico, l’Essena
_Menachem_ che precorse a _Sciammai_ nel rabbinico patriarcato e che
solo a _Sciammai_ cesse il luogo, l’ufficio, quando la sorte chiamollo
altrove, come vedremo. E perchè dico il talmudico Menachem identico al
nostro, all’Essena Menachem di cui parla Giuseppe? Perchè è il Talmud
stesso che ce lo insegna, per chi bene lo intenda, il quale, dopo
aver detto che a Menachem sottentrò nell’officio _Sciammai_, chiede a
se stesso.—Che cosa avvenisse di Menachem _leehan iazà_.—E Dio volesse
che fosse la risposta concorde. Ma no! Da Menachem al Talmud, o per
dir meglio, ai personaggi che qui interloquiscono nel _Talmud_, _Abaje
e Rabbà_, non solo più di tre secoli eran trascorsi, ma l’esilio, lo
spostamento delle accademie e dei centri studiosi avevano di tale
dubbiezza avviluppate le cose che immediatamente precessero la grande
catastrofe, che si vedevano sì, ma come gli obbietti si veggono per
l’aer caliginoso. Che volete pertanto? _Abajè e Rabbà_ rispondono sì,
ma onninamente discordi, alla domanda del Talmud. Dottori ambidue
Babilonesi, nati, cresciuti lungi da Palestina patria di Menachem,
ognuno di essi narra le cose tali quali le aveva udite per avventura da
una tradizione discorde. Per _Abaje_, Menachem uscì _letarbut rahà_,
frase talmudica che vale quanto _apostatare_ od uscire dal grembo della
ebraica ortodossia.—Per _Rabbà_ invece se Menachem non è più tra i
Dottori annoverato, egli è perchè (notate prezioso ricordo!) fu assunto
al servigio e ministero del Re, il quale come ora vedremo non è, nè può
essere altri se non _Erode il Grande_.—Ora di fronte al dubitar del
Talmud chi oserà asserire che le cose avvenissero come noi le dicemmo
avvenute? Quando due opinioni tenzonano, come vediamo, con egual forza,
chi ci autorizza a stare piuttosto alla seconda che non alla prima, e
soscrivere alla versione favorevole di _Rabbà_, piuttosto che a quella
a noi ostile di _Abaje_?—Ah! il perchè è facile a dirsi, e voi uditolo,
spero, mi darete ragione. Due sono gli argomenti capitalissimi che ci
persuadono vera, preponderante la tradizione di _Rabbà_. È il primo
un principio che corre comune e divulgato assai tra gli studiosi del
Talmud, che ovunque cioè una controversia si verifichi tra _Abajè
e Rabbà_, egli è al secondo che dobbiamo attenerci, tranne pochi
singoli casi nominativamente eccettuati dallo stesso Talmud. Che nelle
quistioni critiche storiche, anco dogmatiche, questo criterio non
abbia avuto sempre forza di legge, concedo anch’io volentieri, ma con
qual giustizia, con qual coerenza?—Certo con quella stessa giustizia
e coerenza che manomise nello studio del Talmud tuttociò che non ha
rapporto immediato colla pratica religiosa, senza pensare che ove di un
albero tu trascuri le radici, il tronco, i rami ed anco le foglie, è
vana opera occuparsi del frutto che non crescerà mai, o crescerà misero
e tristanzuolo, quale lo fece il mal governo dello stupido cultore.