Esseni, e tutti coincidono col riformatore dei Cabbalisti. Troveremo
egual concordanza nella materia stessa della riforma?—Veggiamo i
particolari conservatici da Epifanio. Insegnò, ei dice, ai seguaci a
giurare per le creature, pel sale, per l’acqua, per la terra, quasi
fossero Enti divini, parole che suonano strana, mostruosissima accusa,
ove alla lettera si capiscano per un dottissimo e nobilissimo istituto
del quale ci trasmisero gli antichi i sensi più elevati monoteistici,
in fatto di religione. Ma il sistema nostro, oso dirlo apertamente,
è il solo che lasci un senso possibile alle parole di Epifanio, che
purghi gli Esseni dalla taccia d’idolatria senza distruggere d’altra
parte, anzi confermando e spiegando un attestato così esplicito, così
grave qual è quello di Epifanio. La simbologia, le figure, i tipi
cabbalistici saranno per noi il filo conduttore, il filo d’Arianna.
Nella cui varia e ricchissima nomenclatura i nomi di _sale_, di
_acqua_, di _terra_, figurano tra i primi quai terreni rappresentanti
e tipi e figure delle virtù, degli attributi, delle emanazioni divine,
e di cui facile sarebbe qui riprodurre le rispondenze cabbalistiche, se
opera vana non mi paresse avvolgermi in ricerche puramente nominali,
il cui senso non è qui certo il luogo di sindacare, di stabilire. Per
lo scopo nostro, per la interpretazione del documento di Epifanio,
bastano le cose discorse riguardo al primo soggetto delle rammentate
riforme. E basterà non meno ricordare la seconda innovazione
rammentata da Epifanio. La quale consiste nella condanna e abolizione
del Celibato. Io vi prego ridurvelo alla memoria. Quando passavamo
in rassegna le istituzioni degli Esseni, quando in queste volevamo
trovare quell’identità da’ nostri perpetuamente propugnata tra _Esseni_
e _Cabbalisti_, quando ci imbattemmo nel Celibato, un ostacolo ci
parve sorgere a proseguire nella favorita nostra dimostrazione, e a
rimuoverlo adoperammo fatti, argomenti che non sono, se io non erro, da
prendersi a vile: ma quanto meglio non riesce allo scopo, quanto più
naturale e piena eliminazione della difficoltà in discorso non è egli
il fatto presente, la condanna, l’abolizione del Celibato? La quale
non solo meglio identifica l’Essenato coi Farisei, ma più specialmente
lo immedesima coi Farisei Cabbalisti, i quali a segno tale rincararono
nel Zoar sulle prescrizioni del matrimonio e della propagazione della
specie, che certe frasi così severe vi corrono, che ebbero bisogno
di miti ed attenuanti interpretazioni? Ed ecco il secondo capo della
riforma di _Elhai_ coincidere appuntino colle idee e col sistema dei
Cabbalisti. Che sarà poi del terzo punto della Essenica riforma,
della dissimulazione idolatrica che si dice ammessa, sancita dal
riformatore _Elhai_? E in qual guisa potrà una sì strana concessione
consentire colle idee e coi principj di Ben Johai, di quegli che
crediamo identico all’Essenico _Elhai_ e che è uno dei più grandi e
famosi dottori tra i Farisei? E pure io non credeva a me stesso quando
l’opinione testè udita io lessi nelle _Agaot Maimoniot_, attribuita a
_R. S. B. J._ E perchè meglio comprendiate di chi si tratta, mestieri
è sapere come, secondo le opinioni più comuni, più accettate, tutti
i precetti di Dio, vuoi positivi vuoi negativi, possono impunemente
prevaricarsi quando vero e presentissimo si corra pericolo della vita,
tranne tre soli, la cui osservanza deve anteporsi alla vita istessa
e sono: _Idolatria_, _Incesto_ ed _Omicidio_. Ora aprite Maimonide
nel trattato d’Idolatria, e mentre nel testo Maimonideo troverete la
decisione formulata nel senso appunto or or ricordato, volgendo per
poco gli occhi alle note che vanno attorno al testo, e che si dicono
_Agaot_ o _Scoree_ Maimonidee, leggete a proposito delle tre eccezioni
rammentate: _Ad onta dell’opinione di R. Simone che disse prevarichi e
non muoja_, ch’è quanto dire, per parlare col linguaggio di Epifanio,
ad onta del riformatore degli Esseni _Elhai_ che insegnò fra l’altre
cose ai seguaci dissimulazione nella _Idolatria_.
Noi abbiamo compiuta gran parte del nostro assunto; abbiamo trovato
l’origine delle voci accusatrici che corsero nell’antichità contro
l’idolatria degli Esseni; abbiamo trovato l’_Edipo_ della pretesa loro
astrolatria; e della loro antropolatria eziandio, ossia dell’adorazione
degli esseri umani. I quali furono ad un tempo virtù divine e storici
personaggi, ma l’uno e l’altro furono senza mischianza idolatrica,
senza incarnazione alla foggia del Cristianesimo e del Buddismo, ma
in virtù di quel rapporto che insegnarono i Cabbalisti esistere fra
un grand’uomo e una grande idea, fra l’ideale divino e il sensibile
umano, fra le idee eterne che risiedono in Dio e la loro esplicazione
e sviluppo mondiale per opera or di questa or di quella espressione
e veste finita di una idea infinita.—E tutte queste cose vedemmo e
vediamo sempre più ridondare al trionfo di quella identità che stimammo
guida sicura e fedele in queste nostre ricerche. Ma Epifanio con una
frase compie il ritratto di _R. S. B. J._ quando dice che _Elhai_
lasciò un libro ai seguaci delle sue profezie, e questo libro, se il
giudizio non erra, non è certo il Zoar tal quale ora si trova, in cui
tanti diversi e posteriori vestigi tu riconosci al grande Teosofo, ma è
certo la prima idea, il primo saggio, il primo nucleo, il primo germe
di essa opera, e sopratutto i pensieri, le dottrine e la distribuzione
fra i discepoli dei vari offici di redazione; è quell’opera per cui
disse il gran maestro nell’ultima grand’assemblea: _Rabbi Abbà scriva,
ed Eleazario mio figlio mediti o detti_; è l’opera da cui potrebbe
uscire ed uscirà la restaurazione e il rinnovellamento dell’Ebraismo.
LEZIONE VENTESIMAQUINTA.
Escluse, spiegate le credenze ingiustamente attribuite agli Esseni,
trovata l’origine degli errori che gli si apposero, noi dobbiamo
procedere all’esame delle loro dottrine, di quelle intorno a cui niun
dubbio sorse a impedirci l’ammissione.—Noi cominceremo da quella parte
che riguarda l’uomo, la sua natura, il suo destino, i dogmi tutti
che si attengono all’uomo, ai suoi rapporti con Dio e col Mondo;
da quella parte insomma delle scienze filosofiche che si chiama
Antropologia. La quale formò sempre parte di tutte le religioni,
quando si studiarono sopratutto di conciliare la libertà dell’uomo
e la potenza di Dio, l’arbitrio e la grazia, l’azione di Dio e la
responsabilità dell’uomo.—Il quale problema essendo stato subbietto di
una triplice soluzione, così dà origine a tre scuole, a tre sistemi,
a tre modi di concepire i rapporti morali, etici di Dio coll’uomo.
Fu per gli uni la libertà immolata all’azione di Dio; fu dagli altri
ogni influenza negata al divino volere; fu pei terzi l’azione di Dio
e quella dell’uomo in guisa contemperate che la responsabilità intera
rimanesse all’uomo, senza ledere la universalità e pienezza dell’azione
divina. Ora queste tre soluzioni che si verificano in ogni età, in ogni
religione, che ebbero rappresentanti in seno al Cristianesimo, nei
cattolici, nei giansenisti e calvinisti, e nei pelagiani, si verificò,
dice Giuseppe, nel giro delle credenze ebraiche, e furono dalle tre
scuole rappresentate che più illustri sorsero nell’Ebraismo.—Proclamava
il Farisato _destino_ ed _arbitrio_—_grazia_ e _libertà_. Volere di Dio
e volere dell’uomo, quali forze insieme cooperanti all’atto dell’uomo.
Pretesero i Sadducei, autonomo assoluto il libero arbitrio.—Vollero per
ultimo gli Esseni, aggiunge Filone, che ogni atto dovesse referirsi al
destino.—Qui vediamo cosa che sembra a prima vista osteggiare il nostro
sistema d’identità essenico-cabbalistica. Vediamo gli Esseni procedere
distinti dai Farisei: non basta, li vediamo discordi in una delle
quistioni più capitali che siensi divise le coscienze negli antichi
e odierni tempi, e se dovessimo stare alla scorza delle espressioni
flaviane, ne dovremo concludere non solo la distinzione delle due
scuole, ma la loro ostilità eziandio. Ma quanto ingiustamente! Egli è
certo che bene s’appone Giuseppe quando i Farisei disse conciliatori
e partigiani della grazia e dell’arbitrio. Basta volgere uno sguardo
alle pagine talmudiche per vedervi alternativamente costatata l’azione
reciproca combinata dell’_arbitrio_ e del _volere di Dio_ nelle
azioni dell’uomo, e che parrebbemi opera soverchia in questo lungo
rammemorare. Ma non meno, a veder bene, s’appone Giuseppe quando
gli Esseni dice, tutte le umane azioni riferire al destino.—Ma qual
destino? Io non so che cosa abbia inteso così dicendo Giuseppe.—Forse
concepì il _destino_ degli Esseni, nel senso volgare, dello stoicismo
contemporaneo e del paganesimo, forse a significare cosa ben diversa
di una cieca fatalità, si valse di un _vocabolo_ che forse il più
acconcio, benchè inadeguato, suonava allora a significare l’essenico
concetto. Checchè ne sia, la formula essenica non potrebbe meglio
consuonare colle dottrine dei Cabbalisti, i quali soli proclamarono
in seno dell’Ebraismo un principio che vano sarebbe cercare nel
Talmud, cercare nei Medrascim, ed in qualunque altro libro estraneo
alla scienza dei Mistici; forse perchè solo armonizzando colle
rimanenti loro dottrine può deporre quel senso immorale e fatalistico
che altrimenti avrebbe immancabilmente. Quando il Zoar, referendosi
a libri e dottrine ad esso anteriori, insegnava: _Tutto dipendere
dal Mazal—fosse ancora la Legge di Dio deposta nell’Arca_—annunciava
quel principio che meglio consuona col dogma essenico asserito da
Flavio, e tanto più intimi ne svela i rapporti quanto più speciale e
peculiarissimo ai Cabbalisti appartiene.
Se questo ne fosse il luogo, non malagevole tornerebbe il mostrare
quanto il Cabbalistico _Mazal_ si dilunghi da quello che comunemente
s’appella _Destino_. E forse non andrebbe errato chi volesse trovare
nell’antico _Fato_ dei Greci alcun che di consimile al _Mazal_
cabbalistico, non essendo, a quel che pare dalle antiche teogonie,
destituito il greco di ogni intelligenza e volontà, e solo in tanto
distinguendosi dalla folla degli Dei, che a differenza di essi siedeva
il Fato in regioni ove le passioni e le lotte umane non giungevano a
disturbarne gli impassibili e sovrani decreti. Quello ch’è certo si
è, che il senso, la etimologia della parola Mazal bene dà a divedere
a chi la intende quanto intimamente si connetta colla Dottrina
dell’Emanazioni, null’altro a mirar bene significando che _influsso_,
_emanazione_, o come dire vogliamo _discorrimento_.
Ma noi dobbiamo procedere oltre nell’esame degli essenici dogmi, e
poichè dell’anima umana abbiamo preso in prima a discorrere, dopo avere
stabilito quei rapporti che a Dio la congiungono, al dire degli Esseni,
mestieri è pure che di quei rapporti pur noi si favelli che, secondo
gli Esseni, al suo corpo istesso la congiungevano. E intorno a questo,
Giuseppe e Filone son categorici. Per essi, o per dir meglio per gli
Esseni di cui ci riferiscono le credenze, se l’anima al corpo si unisce
egli è a suo malgrado, egli è, dicono essi, per una certa _invariabile
attrattiva_ che la spinge a subire tutte le vicende della vita terrena
insieme al corpo. Ora chi potrebbe negarlo? Chi potrebbe dire che
non siano queste le idee, e i più ovvj insegnamenti dei Farisei?
Non solo la Misnà, e la più popolare della intera compilazione, ne
intima la verità del principio _al corhah attà nozar_, ma i Rabbini
posteriori prendendo a svilupparne i dettati, siccome è loro stile, e
drammatizzando la troppo austera semplicità del placito minico, dicono
di un Angiolo che invita le anime a rinserrarsi nel femminil chiostro,
nell’atto della concezione; dicono delle repulse, delle resistenze
che l’anima gli oppone, siccome quella ch’è rifuggente dalle turpezze
e infermità della carne; e dicono infine che agli inviti ed alle
esortazioni succede la forza, un vero _compelle intrare_, ma intimato
questa volta dal Dator della vita. E qui sarebbe il luogo, dopo le
mostrate analogie col farisato, di far scendere in campo Platone e
la sua scuola, da cui appunto s’intitola principalmente la discorsa
teoria della unione forzata col corpo; e tra i Dottori e gli Esseni da
una parte e Platone dall’altra, quei rapporti additarne che corrono
forse speciosi e parventi meglio che profondi e reali. Ma di rammentare
Platone un dotto rabbino olandese mi dispensa, l’antico Menascè ben
Israel. Il quale nella dotta e pia sua opera, _Nismat Haïm_, non mancò
di notare, versato qual egli era nelle filosofiche discipline, come
la _Misnà_, come il _Medrass_, quello stesso insegnavano che aveva
insegnato Platone quando dicevano che gli spiriti scendevano riluttanti
a rinserrarsi nel corpo. Il _Menascè ben Israel_ avrebbe potuto
aggiungere anche i Pitagorici, i quali, come avvertiva il Ritter nel
primo volume della _Storia della filosofia_, precorsero a Platone in
questo modo di concepire l’unione dell’anima col corpo. Se non che,
come io dissi non ha guari, l’analogia tra Platone e gli Esseni e
i Farisei è più apparente che reale; e se questo fosse il luogo di
rilevare la distinzione profonda che divide le due Teorie, tanto più
volentieri lo farei quanto più la Teoria platonica ci offre della vita
terrena un concetto punitivo e sinistro, che non entrò giammai nei
pensamenti dei Farisei e tanto meno dei Cabbalisti. Ma di queste cose
ci basti qui lambire soltanto la superficie, dovendoci pel compito
nostro interdire ogni benchè seducente digressione che troppo lungi ci
meni dal subbietto in discorso.
Che se questi sono dell’anima i rapporti con Dio e quelli col corpo,
in qual guisa ne compresero gli Esseni la natura e l’essenza?
Distinsero, se bene m’appongo, la sua parte materiale da quella che
dissero il _Noo_, ovvero intelletto. E la parte materiale dissero
essere il sangue.—A queste parole chi non ricorda Mosè? Aveva pur egli
stabilito, in termini che più non si potriano formali, l’_anima essere
il sangue_. E non solo Mosè, che della immaterialità delle anime umane
o si tace, o di oscuri accenni si accontenta; ma i Rabbini pur essi,
che questa immaterialità riconobbero, dissero come Mosè l’_anima_,
l’_anima del corpo_, il _principio vitale_, il _pneuma_, come oggi si
direbbe, essere nel sangue; prova se altra fu mai concludente come a
torto si vorrebbe intendere l’espressione mosaica com’escludente la
immaterialità delle anime, dappoichè i Rabbini che a questa formalmente
ossequiarono, non si astennero dall’usare la stessa espressione che
Mosè aveva usato prima di loro. E non solo la riproduzione della frase
mosaica n’esclude la interpretazione materialistica, ma quel senso ce
ne offre più adeguato che i Dottori intesero nell’adoprarlo. Il quale
si connette colla triplice divisione che fecero dell’anima i Dottori,
i Cabbalisti; distinguendone tre gradi o tre parti, la prima che
dissero _vegetativa_, l’altra _sensitiva_, la terza _intellettiva_. E
la prima forse è quella che dissero parte materiale, e posero il suo
seggio nel sangue. Ma non solo sentenziarono del principio di vita
e del suo seggio, ma di questo seggio istesso, ma del sangue ancora
dierono la teoria fisiologica. Il sangue pegli Esseni era composto di
due elementi, di aria e di fuoco. Il quale principio non solo meglio si
comprende al paragone dei sistemi medici agli Esseni contemporanei, ma
se io troppo non oso, un senso tuttavia potrebbe avere anco nei sistemi
dei giorni nostri. La storia della antica medicina, specialmente quella
dottissima di _Giusto Hecker_ professore berlinese, ricorda sistemi
pressochè agli Esseni contemporanei, che ammettevano nelle arterie
circolante una specie di pneuma o spirito vitale, rispondendo con
singolar disinvoltura a coloro che obbiettavano l’esperienza la quale
mostra l’arteria ferita mandare sangue. Chi volesse poi in linguaggio
moderno tradurre l’essenica dottrina, la combinazione di aria e di
fuoco, potrebbe pensare alla _combustione_ ed all’_ematosi_, ambidue
effetto della respirazione, la prima palesantesi nella emissione del
_carbonio_, la seconda consistente nella ossigenazione, ch’è quanto
dire nell’introduzione dell’ossigeno nella massa sanguigna.
Ma gli Esseni, noi lo abbiamo veduto, riponevano in un principio
diverso la causa, l’origine del pensiero. Questo principio immateriale
è chiamato da Filone il _Noo_ e talvolta _Pneuma_ o _spirito divino_,
ed in mancanza di ragguagli più diretti della essenica nomenclatura
dobbiamo contentarci delle indicazioni di Filone, che può avere, come
dicemmo altravolta, rivestito di forme greche l’ebraico pensiero,
ma che lo mantenne, così è lecito credere, immune di sensibile
alterazione. Però non è sì che questa fedeltà _filoniana_ qualche
volta non si smentisca, e che obbedendo forse alla necessità in cui
era di far comprendere ed accettare dal mondo pagano le dottrine
dell’ebraismo, non si valga talvolta di espressioni un po’ equivoche,
testimone quando parla della natura dell’anima, quando dice le anime
umane della stessa natura essere degli angioli; anzi quando null’altra
differenza addita tra le une e gli altri, se non la discesa ed il
soggiorno nel mondo dei corpi.—Per Filone può l’anima discendere
ed abitare nei corpi una sol volta, può altre fiate ripetutamente
vestire la forma carnale, può infine restare in eterno immune da ogni
coabitazione e commercio coi corpi.—E in quest’ultimo caso, dice
Filone, ei sono gli angioli, anzi e’ sono i genii di cui parlano i
filosofi.—Se Filone intese parlare con filosofico rigore, egli ha
torto nel senso dell’ebraismo. Il quale tanto profondamente distinse
la natura dell’angelo da quella dell’uomo, che niuna più famosa
disputazione narrano gli annali dell’ebraismo di quella che a proposito
s’impegnava della preminenza dell’una e dell’altra. Nella quale i nomi
più famigerati figurano non solo del Talmud e dei Medrascim, ma dei più
celebri posteriori Dottori eziandio, quali furono, a mo’ d’esempio,
_Rabbenu Saadia_, _Abenesra_, ed una schiera illustre di dottori
cabbalisti. Ma quanto ad un tempo fedele e felice interprete ai Pagani
non si mostra Filone delle antiche dottrine degli avi suoi, quando
parla del soggiorno delle anime!—Udito avevano i Pagani i lor filosofi
insegnare, avere le anime dei trapassati per abituale loro soggiorno
l’atmosfera, o come allor si diceva l’aria intermedia; e basta leggere
il Ritter e i cenni ivi contenuti sulle scuole antisocratiche, per
vedere quanto comune fosse tra gli antichi questo pensiero sulla sede
degli spiriti. Or bene che credete che faccia _Filone_? Egli traduce
nel linguaggio del paganesimo ciò che aveva letto nella Bibbia, non
già delle anime de’ giusti ma di quelle dei riprovati, ciò che disse
_Abigaille_ accennando alle sorti eterne dei nemici di David, i quali
dic’ella: _Andranno balestrati in qua e in là, come pietra nella
balestra_, ciò che gli era giunto da Palestina qual eco della mitologia
rabbinica, che ripone nell’aria intermedia gli spiriti che vi nuotano,
dice il Talmud, in numero infinito; e per toccare di alcun che di più
serio, ciò che aveva imparato nelle dottrine essenico-cabbalistiche,
avere le anime residenza nella _sefirà_ che si chiama _Jesod_, e che
per colmo di maraviglia, reca in quelle dottrine il nome di _Rakia_,
di atmosfera, alla quale, dicono essi, alluse Mosè quando parlò _degli
uccelli che volano per l’aria_ pei quali intesero le anime che hanno
sede e radice nell’atmosfera divina cioè nel _Jesod_, come Dante
chiamò l’angelo, nella Commedia, _divino uccello_. E siccome tutte
queste cose aveva udito e imparato Filone, così quando scrivendo per
i Pagani volle dire del seggio delle anime, dir volle in guisa che la
terminologia convenzionale restasse intatta, che udito avea dai maestri
di religione, in guisa che rispondesse alle idee che d’abantico avevano
i Pagani addottato forse per un’equivocata interpretazione dell’antica
simbologia patriarcale, e disse, come udito avete poco anzi, aver le
anime seggio nell’atmosfera. Ma se i dotti intendevano per _rakia_,
atmosfera, tutt’altro che l’aria che ne circonda, se intendevano
la _matrice_, il _repositorio_ delle anime umane, anzi l’_anima
universale_, il _Paramatma_ degli Indiani, la _Psiche_ di Platone, non
è sì che il popolo non intendesse della vera e propria aria che ne
circonda, non è sì che gli stessi cabbalisti segnatamente l’_Aari_
non dicesse di vedere le ascensioni e le discese degli spiriti umani
nell’aere circostante, non è in somma che Filone non fosse interprete
fedele, ancorchè alla lettera interpretato, delle credenze almeno
popolari degli avi nostri.—Però eran tra i due popoli, tralle due
mitologie una differenza essenziale. Pei Pagani era l’aere seggio delle
anime indistintamente, fossero esse buone o ree uscite da questa vita.
Pei nostri, per l’_Aari_, per i cabbalisti, egli è seggio soltanto
di quegli spiriti che la sorte balestra errabondi e incerti negli
spazzi infiniti, indegni del cielo per che non l’han meritato, indegni
ancora dell’inferno e de’ demonj che vi soggiornano per che _troppa
onoranza avrian d’elli_. Io vorrei che tutto comprendeste il poetico
magistero dei teologi nostri ed insieme la profondità filosofica che
vi si acchiude: prova, se pur altra ne occorresse, che la poesia non è
che una filosofia potenziale e implicata, come la vera filosofia non è
che poesia esplicita ed attuale, ed altra differenza non correndo tra
esse se non quella che corre fra il pensiero intuitivo e il pensiero
riflesso.—Chi non vedesse di questi pensieri e teorie cabbalistiche
che la corteccia, chi non risalisse ai principj che dominano tutta la
scienza, altro non si vedrebbe che vaghe sì e piacevoli finzioni in cui
il cielo, l’aria e l’inferno sono designati qual triplice seggio delle
anime beate, sospese, e di quelle penanti: ma per poco che si risalga
ai principj, qual metamorfosi! Fra i quali, principio capitalissimo
per l’ordine morale cosmologico, provvidenziale, egli è quello che
ogni cosa terrena dice _copia_, _ombra_, _riflesso_ di una idea che
vive eterna e sta nella mente divina, principio che ammette anteriore
e superiore a questo mondo dei corpi, in Dio, cioè nell’assoluto,
nell’infinito, un mondo ideale che è la parola interna di Dio, il
_Logos endiatetos_ di Filone, il piano architettonico, il prototipo
celeste, il disegno infinito anzi la verace realità, l’essere verace di
cui le esistenze corporee non sono che ombre che si proiettano dalla
mente di Dio, che figure che passano come le ombre degli astri che si
proiettano nell’ecclisse come le vesti di cui parla il Salmista, che i
rami estremi del grand’albero della creazione il quale ha le sue radici
nell’intelletto divino nell’eterno esemplare, vero _Olam abbà_, vero
_paradiso_, vera _beatitudine_. Ora, se rispetto al nostro pianeta,
tre si distinguono principalissime regioni; se vi ha la regione
celeste dimora degli astri; se vi ha l’aria intermedia, l’atmosfera
che tramezza tra il cielo e la terra; se vi ha, come è provato in
_Geologia_, un fuoco centrale, un centro incandescente che è il centro
terreno perpetuamente in fusione, e se, ricordatelo bene, il mondo
fisico è esemplato sul modello divino; se tutto ciò ch’esiste quaggiù
ed ogni forma e relazione delle esistenze tra loro, ed ogni stato
terreno risponde a uno stato celestiale supremo che lo ha generato,
come l’originale crea la copia; se è vero che non è che il pensiero di
Dio estrinsecato, come il pensiero di Dio non è che la creazione stessa
mentalizzata; se è vero che la internità del Cosmo è l’idea di Dio,
come la esternità dell’idea è il Cosmo, è la creazione; chi non vede la
efficacia, la verità del simbolo, quando tolsero a significare lo stato
dei Beati, il cielo o la regione suprema, lo stato dei sospesi, l’aria
intermedia, e quello dei riprovati l’inferno, o come suona il vocabolo
stesso, le regioni _infere_ ultime, fisicamente incandescenti, del
nostro pianeta? Egli è questo uno dei simboli che dovrebbe piuttosto,
secondo Gioberti, nomarsi _Tecmirio_, dappoichè fra il simbolo e
la cosa simboleggiata non corre solo una relazione e similitudine
arbitraria e puramente fantastica, ma una relazione intima, logica,
soprasensibile, appunto come la relazione ch’esiste fra l’originale e
il ritratto.