di libri, di opere tradizionali appo gli Esseni? E pure nulla di più
provato, e nulla al tempo stesso di più sorprendente. E perchè dico
sorprendente? perchè, vera verissima anomalia è cotesta ed eccezione
alla regola farisaica; perchè rovescia da capo a fondo quel principio
così trito così comune per cui si credeva e si crede assolutamente
interdetta ai primi tempi rabbinici la redazione tradizionale; perchè
inconcusso, generale, inviolato pareva quell’assioma rabbinico che
suona _le orali cose non potersi scrivere, e le scritte non potersi
oralmente insegnare_; perchè infine prima della _Misnà_, prima di
tutte le opere talmudiche, prova il fatto presente la esistenza di
libri tradizionali presso gli Esseni. E se mestieri fosse di prova
dopo le citazioni ricordate, allegheremmo il Jost nella recentissima
_Storia del giudaismo e delle sue sètte_. Il Jost è vivente autore
consultatissimo, e per quanto non mi fu dato leggerne le scritture
perchè dettate in tedesco, non è sì che oltre la conoscenza personale
dell’uomo insigne, e di cui mi onoro, qualche contezza non siami
pervenuta delle idee nell’opera contenute. Ecco che cosa dice il Jost:
_Les Esséniens_ (ei dice) _n’observaient pas si rigoureusement les
scrupules rabbiniques sur la transcription de la loi orale, et les
Meguillat Setarim mentionnés dans le Talmud ont été écrits par des
Esséniens_. Non dirò dell’ultima congettura dei _Meghillat Setarim_, di
cui spero avere non ha guari mostrato la ragionevolezza e probabilità
quando mi fu dato produrre quella parlantissima variante che alle
parole _Meghillat Setarim_ sostituisce, come nel Jeruscialmi, Meghillat
hasidin, nome, come ognun vede, più direttamente allusivo alla società
degli Esseni. Ma quanto più non avrebbe il Jost al suo assunto giovato,
se oltre ai _Meghillat Setarim_ da esso allegati, citato avesse qual
vestigio della essenica bibliografia, nel Talmud quei casi numerosi
parlanti, che nei due Talmud, nei Medrascim, in tutta, a dir breve, la
biblioteca rabbinica de’ primi secoli, fanno fede apertissima di altre
opere, di altri libri. E forse li avrà il Jost rammentati, forse non
avrà obliato quei _Sifrà deagadtà_ che ricorrono tanto di frequente nei
libri talmudici, che figurano quali opere di gran lunga più antiche
della stessa Misna, che il Talmud ci mostra in mano dei più antichi
Tanaiti, e che collo stesso carattere, colla stessa vetustà figurano,
mirabile a dirsi! nel _Zoar_ medesimo, che li cita, li commenta ed ai
più antichi e venerandi uomini ne attribuisce la redazione. Le quali
cose potuto avrebbero più urgentemente concludere in favore del Jost,
e più luminoso farci apparire il gran fatto di Libri tradizionali
esistenti pria dell’epoca comunemente assegnata alla redazione delle
tradizioni. Alla luce di questo gran fatto, che cosa diviene una
delle più forti obiezioni, e quasi a dire l’_Achille_ che contro lo
_zoar_ e le sue dottrine sieno state dirette dagli avversarj? Pareva
a costoro impossibile che sotto l’impero di una legge così severa
che ogni scrittura interdiceva delle tradizioni, mentre niuno ancora
pensava a violarne il rigore, colle prime raccolte della _Misnà_
non solo le tradizioni si scrivessero, ma quelle in ispecie che più
sembravano segrete e gelose, le parti più sublimi della religione,
i terribili misteri della _Mercabà_. E pure quest’argomento, che
anche senza il fatto presente della società degli Esseni non saria
rimasto senza risposta, al confronto di questo fatto, a paragone dello
esempio illustre, provato, del nostro Essenato, nulla più conserva
di terribile, e quella confutazione riceve più concludente, che mai
sariasi potuto desiderare.
Che se provato non ostante il fatto, pur si volesse di questo fatto
medesimo, di questa strana eccezione indagare le cagioni, facile
sarebbe le cause additarne più verosimili. Se diceste in qual guisa
quel mistero, serbato per la tradizione comune, non lo fu per le più
gelose e per le più rispettate, ecco che cosa risponderei. Vi mostrerei
la forma nella quale queste ultime tradizioni furono dettate, la
forma che assunsero in tutte le opere scritte, forma se altra fu mai
metaforica per eccellenza, in cui l’allegoria procede così uniforme,
così complicata, e in cui sì denso velo ricuopre il pensiero recondito,
che tutta la penetrazione sfida dei più oculati ove alla parola scritta
non soccorra l’insegnamento orale del maestro, a tal chè si può dire
che niuna maggiore divulgazione procurare poteva la scrittura a cotal
tradizione, che già non avesse pria di essere per iscritto deposta.—E
non è questo il luogo di maggiormente diffondersi intorno questo
argomento; ma se lo fosse, facil sarebbe mostrarvi di questo procedere
dei dottori parlantissima analogia nei primi tentativi di redazione
tradizionale, nei primi saggi Misnici talmudici ove questa stessa forma
parabolica vediamo prevalere, ed ove le più antiche formule suonano
brevi, oscure, talvolta metaforiche siccome i famosi _Simanim_ di cui
va copiosa la Biblioteca Rabbinica dei primi secoli.
Ma di questo si taccia per lo migliore, ed il corso riprendiamo della
nostra storia. Noi sappiamo le fonti d’onde i dogmi loro attinsero gli
Esseni: giusto è che alla cognizione dei dogmi stessi trapassando,
quel cenno ne facciamo che le scarse memorie e il mistero appunto
ond’erano circondati, ce lo consenton maggiore. E quando si parla di
credenze, mestieri è pure di quelle eziandio favellare che falsamente
agli Esseni si attribuirono, sì perchè mondati procedano d’ingiuste
imputazioni, e sì perchè non è raro il vedere che sotto una calunniosa
imputazione alcun che si asconda di vero e di fondato, d’onde a guisa
di malinteso abbia rampollato l’errore, il dogma supposto, e quindi la
fama che accusava, in documento si converte in qualche guisa di storica
verità.—Gli Esseni, come gli Ebrei in generale, furono appuntati di
supposte adorazioni. Lo furono di adorare il Sole, e sopra un passo
di Giuseppe Flavio fu fondata l’accusa. Io non istarò a decifrare il
vero senso delle parole flaviane. Grecisti insigni vi si provarono, e
quanto vi siano riusciti lo dicano i dubbj tuttavia perseveranti. Io
farò meglio. Io supporrò chiara e limpida l’espressione di Flavio; io
dirò che a dirittura egli attribuisca agli Esseni, siccome veramente
io credo che gliele attribuisca, l’adorazione del Sole. Saranno per
questo gli Esseni idolatri? dovremo intendere Flavio come lo intese
il Prideaux, a rigor della lettera? Io credo che sia avvenuto al
Prideaux ed a chi lo segue, ciò che avvenne agli antichi Missionarj
Gesuiti nell’Impero cinese. Dove avendo udito i più famigerati filosofi
insegnare la fede nel nulla, tornarono pieni di sorpresa e di ira
raccontando dovunque in Europa che i filosofi Cinesi facevano pubblica
professione di ateismo e nullismo. E quanto i buoni Padri andassero
errati, quanto goffamente frantendessero la fraseologia dei Cinesi,
facile sarebbe qui dimostrare se l’ora e l’argomento lo permettessero.
Io credo che un qualcosa di simile sia pegli Esseni avvenuto. E a così
credere già sarebbermi argomento sufficiente le tante prove e gli
esempj cospicui che il Sole ci mostrano sotto un senso allegorico,
lo mostrerebbe il Pastoret quando, a proposito degli Esseni, il
Sole dice non essere stato per molti popoli che il Rappresentante
dell’Ente Supremo; lo proverebbe l’uso, onde parla il De Jurieu nei
termini seguenti: «De là est venue la coutume de se tourner toujours
du côté de l’orient dans tous les sacrifices qui se faisaient aux
dieux célestes,» e di cui è discorso nel XII dell’_Eneide_, v. 172;
lo proverebbe il costume prevalso nei prischi tempi nella Chiesa
cristiana, di volgere verso l’oriente, e che solo Leone I condannò
come intollerabile superstizione; lo proverebbe Fausto Manicheo quando
compara Cristo a Mitra, il Sole Persiano, e dice, i doni recati dai
Magi all’infante Gesù quelli essere appunto che gli orientali al Sole
offerivano come oro, mirra ed incenso; lo proverebbe Ermogene che alla
fine del II secolo referiva il culto di Cristo a quello del Sole, e
il corpo di Gesù credeva assunto nell’astro del giorno; lo proverebbe
Dante quando al Iº del Paradiso chiamava poetando Dio Sole degli
Angioli:
E Beatrice cominciò: Ringrazia,
Ringrazia il Sol degli Angeli, che a questo
Sensibil t’ha levato per sua grazia;
lo proverebbe la Bibbia quando Dio chiama Sole il Talmud, quando narra
di chi ad un Cesare che richiese di vedere Iddio mostrò il Sole ultimo
dei suoi Ministri; e tutte queste prove già grandemente infermerebbero
l’accusa contro gli Esseni articolata di adorazione del Sole. E
poi quanti fatti nel culto ebraico potuto avrebbero dare origine a
quest’accusa! Basti dire dell’orazione al cui proposito appunto, e
tanto più è notabile, rammenta Giuseppe l’adorazione in discorso. Basti
dire dei _Vatichin_, forse altro nome degli Esseni, che studiavansi
principiare col sorger del Sole la prece di mattutino in adempimento
del verso; basti dire della perfetta orientazione del Tempio di
Gerosolima, intorno a cui, dice il Talmud, tanto affaticaronsi gli
antichi Profeti affinchè la porta di Oriente ricevesse i primi raggi
del sole; basti dire il nome stesso che quella porta recava di porta
del Sole; basti la lastra d’oro tersissimo che votò Elena regina e
Nazirea, affinchè in luogo si situasse che ai primi raggi del sole
infinite mandasse scintille nunziatrici ai sacerdoti del rito che
cominciava. E se questo fosse il luogo di tal raffronto, aggiungerei
della perfetta orientazione, oggi costatata, delle Piramidi, che oltre
il loro carattere funerario, fa grandemente dubitare non forse qualche
rapporto possano offrire col culto del Sole, con Osiri Dio infernale e
Giudice delle anime nello Amenti come Cristosole scende in Inferno e
ne trae le anime dei giusti, e giudice sederà de’ risorti nel giudizio
finale.
Ma mirate la forza del vero! Egli è soltanto, egli è principalmente
al confronto della simbologia cabbalistica che cessa ogni possibil
recriminazione, che tacciono, anzi, e ciò di gran lunga più monta,
che si spiegano, che s’intendono le accuse in discorso e che con
tutta verità, con tutta precisione, si può dire degli Esseni che
adoravano il Sole.—E certo lo adoravano perchè furono dei Cabbalisti
progenitori, e certo ne fecero, come ne fanno i Cabbalisti, emblema,
simbolo, principalmente nella loro Teologia; e certo non solo il sole,
ma la luna, ma i pianeti tutti fecero parte della loro simbologia,
siccome S. Girolamo lo attesta, rincarando sopra Giuseppe e dicendo
gli astri tutti avere gli Esseni adorato.—S. Girolamo pare che compia
l’accusa, ed invece non fa altro che finire il ritratto degli Esseni,
che identificarli assolutamente coi Cabbalisti, che porre, a dir breve,
l’ultima mano a quella identità da noi propugnata. Perciocchè mestieri
è che il sappiate, non solo il Sole, simbolo fra ogni altro cospicuo,
ma la Luna, ma Giove, ma Marte, ma Venere, ma Mercurio, e se ai tempi
loro conosciuto fosse stato Urano, anche Urano avrebbero tolto a far
parte della ricca e complicatissima loro Simbolica. Ecco i veri astri,
il vero sole, la vera luna che adorarono gli Esseni, il sole e la luna
e gli astri del cielo dei Cabbalisti, ecco l’accusa; che accusa si, ma
solo la identità dei due sistemi e delle due scuole, al difuori della
quale io oso dire che ogni sforzo spenderebbe invano la critica a
dare una spiegazione plausibile a questo culto strano idolatrico, che
austeri gravi autori non temono di attribuire alla più scrupolosa e
severa scuola che sorta sia nel seno dell’ebraico monoteismo. Ecco la
chiave per capire ciò che ha di vero il sistema del Dupuis che trova in
Cristo il sole, e negli apostoli i 12 segni dello Zodiaco; la chiave ne
è la parentela tra Cristiani ed Esseni, e tra questi ed i Cabbalisti.
LEZIONE VENTESIMAQUARTA.
Sotto le forme di un’adorazione idolatrica, di un’apparente astrolatria
del culto del Sole, noi abbiamo trovato una nuova analogia coi
Cabbalisti, e al tempo stesso l’origine di quest’accusa, della supposta
adorazione del Sole. Possiam dire che non è persino l’errore che
non rechi in qualche modo il suo tributo al nostro sistema, e non
concorra esso pure al più grande e più luminoso trionfo del vero. Noi
abbiamo iniziato un sistema di critica storica intorno agli Esseni
che, spero, vedremo parecchie altre volte vittorioso alla prova,
dileguando quelle nubi che si frappongono alla contemplazione del
vero, additando la sorgente di altri malintesi, e sotto l’aspetto
paradossale di altri culti, di altre formule non meno strane nè
indecifrate, accennandoci la equivocata e malcompresa simbologia dei
Cabbalisti. Noi andiamo a vederne prova novella. Noi abbiamo un altro
culto, un’altra accusa, un’altra idolatria da spiegare, la quale non
reggerà, spero, al contatto del criterio da noi assunto alla storica
interpretazione dell’Essenato, più che non resse l’altra accusa
d’astrolatria, l’adorazione del Sole. Strano a dirsi! furono accusati
gli Esseni d’adorare creature mortali, individui umani quali siam noi;
di adorare due fratelli, il cui nome ci fu per ventura conservato,
Elxai e Jessaus, di adorare eziandio le due loro sorelle, Marta e
Martana. Queste cose udiva l’antichità e non ne stupiva. Erano ancora
poco distanti i tempi nei quali il cielo si popolava d’intere famiglie
di dèi e di dee, di padri e figliuoli, di fratelli e sorelle; nè
mancavano nella mitologia orientale e in quella di Grecia e di Roma
gli esempj di numi scesi incarnati, e cogli uomini stessi conversanti
in guerra, in amore, in politica, coi legislatori, coi guerrieri e
colle ninfe dei boschi. L’Oriente ce ne porge tuttavia distinte le
traccie. Il Lama, il gran Lama del Tibet, chi non lo sa? è creduto
incarnazione perpetua di Budda, e ciò che non è men vero per esser
men conosciuto, egli è che al fianco del Lama si adora dai Tibetani
la Lamessa, incarnazione, siccome egli di Budda, così essa della sua
virtù, del principio suo femminile, della sua energia, di quella che
i Cabbalisti dicono _Coah_. Nè i tempi dei nostri Esseni correvano
meno propizi a siffatte aberrazioni, e le incarnazioni erano, si può
dire, allora le credenze alla moda. Testimonio, per non dire di altri,
quel _Simon_ mago da Dante nostro apostrofato coi miseri seguaci, il
quale non solo adorato era qual uno degli Eoni o delle emanazioni di
Dio, ma la donna sua modello, siccome dicono, non troppo specchiato di
onestà, riscoteva eziandio al suo fianco pubblici divini omaggi qual
Dea; reputata essendo qual sua virtù e qual emanazione ella stessa
del femminile principio. Ho io mestieri parlare del cristianesimo?
Religione all’Essenato contemporanea, ella si fonda sul dogma capitale
della incarnazione dell’uomo-Dio, che contiene, come dice Gioberti,
in germe tutto il cristianesimo, e questo tutti sanno e perfettamente
concordano. Ma se il cristianesimo ebbe il suo Elxai, ebbe ancora il
suo principio femminile, la sua Martana, la sua incarnazione femminile.
Chi il crederebbe? Si accusano oggi i Gesuiti di aver effemminato il
cristianesimo introducendovi il culto di Maria, e troppo più alto
elevando, che non s’addica, il seggio di Colei che fu a Cristo e
figlia e sposa e madre, secondo la sentenza Manzoniana. Tuona contro
di essi Gioberti, e adulteratori li chiama insieme ad altri del dogma
e della fisonomia del cristianesimo. E pure, sel tolleri in pace la
sua grand’anima, i Gesuiti, se non hanno ragione, non hanno nemmeno
tutta la colpa che gli si vuol affibbiare. Il culto di Maria è antico
antichissimo più che non si crede. E non solo fu culto secondario e di
dulia, ma primario e di latria, se si risale a’ prischi secoli e presso
i cristiani d’Oriente, specialmente fra gli Arabi. Perciocchè non solo
ci parla S. Epifanio della setta dei Colliridi, che ponevano la Vergine
Madre al pari di Dio e culto rendeangli di vera divinità, offrendogli
una focaccia in forma di serpe, d’onde il nome loro di Colliridi: ma
sino nel famoso concilio Niceno furono padri che sostennero la divinità
della Vergine dicendo, due divinità doversi adorare, oltre il Padre, il
Cristo e la Vergine. La quale associazione del culto di Dio a quello
di Maria diede origine alla setta dei Marianiti, e che sotto questo
nome figura nel concilio di Nicea, e più o meno prospera protrasse
la sua esistenza fino al 6º secolo dell’èra volgare, in cui eranvi
tuttavia cristiani che facevano della Vergine una Dea, chiamandola
membro e compimento della Trinità. Il quale errore, come quello di
Simone il Mago, come quello attribuito agli Esseni, fu una deviazione
e una corruzione dei principj Cabbalistici; come deviazione congenere,
benchè serotina, fu quella che eresse in oggetto di culto divino il
Pseudomessia Sciabetai Zebi, e ciò ch’è di gran lunga più degno di
nota, la sua donna istessa, quale incarnazione femminile di una delle
divine emanazioni, come probabilmente frutto dello stess’albero fu il
culto della Dea ragione, o sapienza, o Hohmà, personificata in una
prostituta per quella corrente segreta che univa le Francomassonerie
allora erompenti alla luce cogli antichi istituti Pitagorici e
Cabbalisti. E come finalmente un esempio preclaro ci s’offre ai tempi
profetici dell’adorazione di una Dea, della Regina dei cieli, Regina
coelorum, come oggi è chiamata la Dea Maria, e contro di cui tuona
Geremia dicendo: I figli raccolgono legna, i padri accendono il fuoco,
e le donne con grano e farina compongono focaccie e fanno libazioni
alla Regina dei cieli. Posto ciò che hanno di comune tutti questi culti
diversi, dobbiamo domandare a noi stessi: caddero eglino gli Esseni in
questo culto idolatrico che gli s’attribuisce; adorarono essi in due
fratelli in due donne carnali, in una creatura mortale la incarnazione
di un principio divino? precipitarono essi nell’errore di Simon Mago,
dei Marianiti, di Sciabetai Zebi, e di tutti i fautori in generale
delle avatara o incarnazioni indiane, orientali, greche, cristiane;
o non piuttosto mantennero il dogma cabbalistico nella sua purità,
serbando inviolati i confini tra l’ideale e il reale, tra la mente e il
corpo, tra il divino e l’umano; e se accusa vi fu, solo a malinteso,
solo ad equivoco si dovrà imputare? Io credo che nulla ci autorizzi a
menare l’imputazione per buona. Se gli Esseni parlarono di fratelli e
di sorelle, se ne dierono i nomi, se ossequiaronli quai numi, nulla ha
tutto questo di sorprendente per chi per poco abbia svolto le pagine
dei Cabbalisti, presso i quali, come Oromaze e Arimane tra i Persiani,
come Osiri e Tifone tra gli Egizj, come Giove e Plutone tra i Greci,
tutti fratelli ma nemici ed antagonisti tra loro, così tra essi Jacob
e Esau, personaggi storici quanto altri fur mai, prendono nonostante
veste simbolica e stanno a significare due idee, due principj tra essi
contraddittorj, e che non è qui luogo di costatare, di definire. Non
sono persino i due nomi che la tradizione ci trasmise dei due fratelli
dagli Esseni adorati, che non stiano in qualche modo a provare la
bontà del supposto. Elhai è nome mirabilmente conservato, ed oltre
il suo senso biblico usitatissimo di Dio vivente, appartiene alla
nomenclatura cabbalistica delle Sefirot, e sta a significare quella
in ispecie che il nome reca di Jesod, il qual nome a parer mio fu
riprodotto nel nome essenico di Jesseus, se pure lo stesso essenico
Jesseus, come par più probabile, non sia il José Rabbinico identico
al biblico Josef, che è lo schema storico rappresentante appunto la
Sefirà di Jesod. Che se questi sono i fratelli Essenici e il loro nome,
che diremo delle loro sorelle adorate, Marta e Martana? Non solo qui
ritornano non meno espressive in campo le analogie pagane, Isi e Nefti
in Egitto, Giunone ed Ecate in Grecia, e via discorrendo, ma tornano
non meno e forse anche più parlanti le analogie cabbalistiche. Marta
e Martana sono nomi quasi integralmente conservati, e ci offrono le
fattezze quasi inalterate dei nomi cabbalistici Martà e il Meerat del
Zoar, come Mariana è corruzione della Matranita Cabbalistica, la prima
accennata, secondo il Zoar, nel Jei Meerat, l’altra sinonimo di donna
e signora; come, mirabile a dirsi, il nome greco di Giunone, _Hera_,
fu sinonimo di donna e signora, ed ambo sorelle; l’una buona e l’altra
rea; l’una autrice di bene, l’altra di male; l’una identica a Lilit
regina delle tenebre, l’altra identica alla talmudica Scehinà; l’una
nel suo nome istesso recante il segno della esecrazione Meerat da
Meerá, anatema maledizione, l’altra Matranita, da _Matar_, guardiana e
custode. Però, affrettiamoci a dirlo, gli Esseri or ora ricordati non
furono solo enti metafisici e mere astrazioni; per quella concordanza
che è propria dei Cabbalisti trovare tra l’ideale e il reale, essi, gli
Esseni, tolsero dalla storia i personaggi rammentati, e ne fecero copie
e rappresentanze dei loro esemplari e prototipi celestiali. E comecchè
non sia officio di queste lezioni discorrere della storia degli Esseni,
ma solo della loro teologia, pure per quella connessione che vedemmo or
ora tra la storia e il dogma, ed anche pel valore secondo me insigne
di questo tratto della loro istoria, non sarà male che per noi se ne
faccia qui stesso breve menzione. Egli è a S. Epifanio che noi dobbiamo
le presenti indicazioni. Nel suo libro delle Eresie egli rammenta come,
imperante Trajano, l’istituto degli Esseni subì una modificazione,
o come oggi direbbesi, una riforma. E chi ne fu, al dir d’Epifanio,
l’autore? Ei fu un Essena per nome Elxai, del quale ci referisce il
Padre istesso in tre sommi capi le riforme introdotte. Egli è gran
ventura per la storia degli Esseni, che un momento così interessante
della loro esistenza ci sia stato conservato colle sue più minute
circostanze, e fra poco vedremo di quante conseguenze sia fecondo per
il sistema nostro d’identità cabbalistica. Ci narra Epifanio le riforme
introdotte, e queste sono in numero di tre. Consiste la prima nello
insegnare ch’ei fece ai seguaci a giurare per le cose create, pel sale,
per l’acqua, per la terra, come se fossero, dice Epifanio, altrettante
divinità. Consiste la seconda nella condanna ed abolizione del celibato
e quindi nella riabilitazione del matrimonio. La terza poi suona
alquanto più dura ad intendersi, ma spero riceverà non scarso lume dal
nostro sistema. Secondo S. Epifanio, _Elhai_, il riformatore della
scuola, avrebbe insegnato ai seguaci la dissimulazione idolatrica,
che è quanto dire, a simulare culto, ossequi, adorazione ai numi del
Paganesimo quando altrimenti non potesse farsi senza presentissimo
pericolo della vita. Noi abbiamo qui nelle parole di Epifanio un
documento importantissimo, i cui rilevantissimi insegnamenti mestieri
è analizzare a parte a parte. Abbiamo in primo luogo cenno, memoria di
un’epoca di crisi religiosa per lo Essenato, in cui gli ordini antichi
subirono una qualunque siasi metamorfosi per opera d’un capo-scuola,
d’un riformatore per nome _Elhai_; e questo fatto non potrebbe non
consuonare mirabilmente col maestrato cabbalistico che si assegna nel
_Zoar_ a R. Simone Ben Johai, e coll’immenso impulso che si dice da
esso alla teologia comunicato, onde il suo secolo qual secolo ci si
offre impareggiabile negli Annali dello istituto. Ed abbiamo la data.
La quale, fissata da Epifanio sotto l’impero di Trajano, consuona con
quella che segna il fiore, l’apogeo della scuola cabbalistica, e colla
predicazione e riforma di _R. S. B. J._; fatto altresì di massimo
rilievo in quanto stabilisce eziandio una concordanza cronologica, fra
la riforma di una parte dell’Essenato e quella narrata dal _Zoar_ della
scuola cabbalistica per opera di _R. S. B. J._ Ma qual’è della Essenica
riforma l’autore, e qual nome ei reca in bocca ad Epifanio? Egli è
_Elhai_, che oltre l’offrirci non ispregevole concordanza di suono con
_Ben Johai_, col qual nome semplicissimo è designato non rade volte nel
Talmud e nel Zoar, è nome pregno altresì di altre preziose indicazioni,
che tutte alla persona collimano e ne riconducono di _R. S. B. J._
Poichè, s’egli è vero che voi udiste, or non è molto, essere questo
nome divino, e speciale appellazione della ottava _Sefirá o Eone_, non
è men vero che anche nel suo senso più ovvio di _Dio vivente_ si addica
in sommo grado al principe dei Cabbalisti, a _R. S. B. J._ Non voglio
qui confortare l’asserto con lontane ma pur vere analogie bibliche
e talmudiche, comechè grandemente ne rimarrebbe giovato l’assunto;
ma mirando senza più al cuor del subbietto, io recherò in mezzo tali
prove ed esempj tolti a dirittura al _Zoar_ istesso, dei nomi cioè
di Dio applicati per magnificenza di traslato al divinissimo uomo,
che ognuno, spero, dovrà dirsi dell’argomentare contento. Or eccone
uno. Se la mente non erra, è il caso in cui il Zoar chiama con nomi
divini il gran maestro della scienza divina, ed è là ove chiedendo _Man
aadon adonai_? risponde a dirittura, _Da ù R. Simone ben Johai_, testo
empio, scandaloso, e degno subbietto alle recriminazioni infinite che
levarongli contro, ove colla grossolana s’interpreti e inescusabile
ignoranza dei tempi, degli uomini, del linguaggio, delle dottrine,
ma innocentissima e naturalissima espressione, se di tanto vorremo
consultare la Bibbia, che appunto per avere prodigato gli epiteti
celestiali agli uomini, alle cose terrene, fu causa benchè innocente
che altri fraintendendone il significato ne torcessero il senso fino a
trovarci le traccie di dottrine dall’Ebraismo le più aliene.