Che se questo è il modo dagli Esseni seguito, vediamo l’oggetto, e a

così dire la materia dei loro studj. Bisogna pur confessarlo. Vi è una

disciplina, per cui gli Esseni non professavano nè stima nè amore, e

questa è la _logica_. Ecco come ne parla Giuseppe: _Quanto allo studio

della filosofa_, dice lo storico illustre, _lascian la logica a quelli

che si dilettano di quistioni di parole, e la tengono per inutile

affatto all’acquisto della virtù_.—La logica, pria si può dire dei

nostri tempi, non fu che un’arte, e bella pagine di storica filosofia;

sarebbe quella che notasse le vicende, per cui l’arte logica ascese per

gradi a quel posto eminentissimo che occupa oggi nei sistemi eziandio

più trascendentali formandone poco meno che la volta suprema, e il

sostegno massimo dello edifizio. Lungo il discorrere le ragioni del

mutamento e come la logica dallo essere un semplice interno regolamento

del pensiero, sia divenuta la legislatrice suprema dello scibile e

tutte da essa s’informino le parti della universal metafisica. Ma se

in antico era un’arte, non sempre era arte ragionevole ed onesta.

Testimone Socrate che coll’arguto suo conversare confuse, vinse la

logica dei sofisti, e per parlare di cose meno dall’Essenato remote,

anzi a dirittura contemporanee, testimone la logica delle scuole

accademiche ed in _ispecie dei Pirronisti_ che se ne valsero a

detrimento di ogni sapere e di ogni virtù, togliendo, col dimostrare

il pro e il contro, valore alla umana ragione, ed ogni autorità ed

ogni sanzione alla morale.[84] E questo è già prezioso rilievo per

ciò che riguarda gli Esseni, mostrandoci a dito l’origine di quel

dispetto, in cui ebbero gli Esseni la logica così abusata. Ma egli è

nulla, di fronte alla mirabile conformità che in questo come in altre

infinite occasioni veggiamo sorgere tra gli Esseni e i Farisei. I quali

ultimi non meno che i primi, severamente imprecarono contro la logica

depravatrice del secolo, esortando a tenere discoste dall’attossicata

bevanda le labbra dei giovanetti. _Minhù benehem min Aeghion_.

Singolare a dirsi! questa voce _Eghion_ che unica suona, se non

erro, in tutto il Talmud, fu torta dal suo verace senso a significare

ora lo _studio della Bibbia_ ed ora altra cosa. E pure il suo senso

di logica è innegabile, e se non sempre fu dai posteriori dottori

confessato n’avevan ben d’onde. Erano eglino filosofi di professione

e la logica studiavano ed amavano qual nobilissima scienza. Ma devoti

eran pure al Talmud ed osservatori sopratutto delle sue prescrizioni.

Il Talmud, aveva detto _Eghion_ e se per _Iggajon_ inteso si fosse qual

veramente dovuto avrebbero la logica colle sue pretensioni, coi suoi

abusi, che sarìa stato dei nostri platonici, dei nostri peripatetici,

dei nostri insomma filosofi di ogni ordine, d’ogni colore? Certo che

sarebbero stati in odore tenuti di Eterodossi. Ma se Iggajon volesse

dire altra cosa, se dire volesse lo studio biblico, la grammatica, come

oggi si dice l’Esegesi biblica, allora la Logica sarebbe salva, e i

suoi scrittori potuto avrebbero svolgere in pace i suoi volumi. Ecco

l’origine della fraintesa interdizione, l’origine istessa che fece

intendere nell’istesso Talmud per _hohmà ievanit_ tutt’altro di ciò che

significa veramente, vale a dire, la scienza, la cultura, la civiltà

tutta del popolo greco.

Ma non solo della Logica furono poco studiosi ed amanti gli Esseni,

ma se le mie congetture non son temerarie del tutto, un altro genere

pure di disciplina non raccolse per avventura la stima e l’attenzione

dell’Essenato. Se un passo del Talmud Babilonese non m’induce in

errore, tanto poco studiosi si mostravano gli Esseni della rituaria

quanto poco di attenzione concessero alla Logica istessa. Io vel

dissi, or non è molto, e spero ne avrete conservata memoria. Un

tratto vi è nel Talmud ove ci è sembrato vedere apertissima allusione

agli studj medici dell’Essenato. Egli è là ove a proposito di certi

misteri terapeutici svelati da un dottore, a pubblico benefizio, si

narra che la _scuola di Beniamino l’Asseo squarciossi per dolore le

vesti_: indicazione se altra fu mai parlantissima del genio _terapico

e riservato_ della Società degli Esseni. Or bene, un altro luogo si

ha nel Talmud ove la stessa scuola di Beniamino l’Asseo è ricordata.

Ed a che proposito, se il sapete? A proposito del poco conto che per

taluno si faceva della scienza dei riti e di chi la coltiva. E chi ci

è offerto di tal disistema ad esempio? Ci è offerta la scuola appunto

di _Beniamino l’Asseo la quale_, dice il Talmud, _quando voleva porre

la inferiorità in rilievo dello studio dei Riti: a che giovano,

esclamava, i suoi cultori? Forse hannoci mai permesso un corvo? Forse

ci hanno unqua interdetto una colomba?_ Non so se io erro, ma il passo

in discorso parmi a quel novero appartenere di prove, di memorie, di

documenti, i quali provano come antica perpetua sia stata tra noi

quella _gara legittima, nobile, religiosa tra i cultori del Rito, e

i cultori del Dogma, tra i Teologi e i Ritualisti_, gara di cui si

veggon le traccie nello stesso _Talmud_, ove il _Maasè mercabà_, ossia

la scienza del Dogma è talvolta chiamata _Dabar gadol_ di fronte a

quella dei Riti che il nome reca di _Dabar Caton_; gara che trasparisce

nel _Zoar_ ove i _Marè Misnà_ sono posti a riscontro, in grado però

inferiore ai _Marè Cabbalà_, questi chiamati _Efrohim_, i primi

chiamati _Bezim_ quasi a indicare uno stato spirituale _embrionico_;

ove la scienza dei riti è chiamata il _Corpo_ della legge mentre quella

del dogma si è appellata l’_Anima_, lo _Spirito_; ove la dialettica dei

talmudisti è presentata qual duro e scabro esercizio dell’intelletto

e personificata nei durissimi offici che sostennero gli Israeliti in

Egitto, la forma del _Calvahomer_ nel _homer_ e nei _lebenim_, il

_libbun alaha_ lo sceveramento e ultima formulazione della legge. E

gara per ultimo i cui effetti veggonsi tuttavia perdurare non solo

nei dissensi che sorgono talora tra i dogmatici e i ritualisti, ma

eziandio in quella non dirò antipatia ma certo non piena cordialità nè

stima soverchia che invano si desidera tra i cultori dei due studj, e

il cui difetto non è l’ultimo tra le cause che ostano alla perfetta

riabilitazione degli studj dogmatico-cabbalistici.

Ma queste sono le parti a cui meno gli Esseni sacravano il loro tempio

e il loro studio: egli è d’uopo vedere quali quelli si fossero, e

quale il metodo a cui a preferenza si applicavano. Possiamo dirlo

arditamente; le preferenze non meno che la educazione, gli studj

adottati non meno che i rejetti provano sempre più la identità tra

Farisei ed Esseni da noi propugnata.

Precipua e diletta occupazione era pegli Esseni la interpretazione

delle Sacre Scritture, la _Sacra Esegesi_, come oggi direbbesi. Ma

quale Esegesi? Egli è quì ove la parentela più chiaramente si mostra

tra Farisei ed Esseni. L’Esegesi, la interpretazione allegorica, ch’è

quanto dire quella istessa che formava e forma le delizie del più

puro Farisato e in ispecial modo di coloro tra essi che si dicono

_Cabbalisti_. E non solo gli Esseni nella pratica, ai dottori nostri si

conformavano, ma ciò che merita tutta l’attenzione dei dotti, quello

che suona veramente significante egli è il rapporto che gli Esseni,

al dire di Filone, stabilivano tra la lettera della legge ed il suo

spirito, o per dir meglio tra la chiosa letterale e la interpretazione

allegorica. Essi, dice Filone, comparano la legge ad un animale i cui

precetti sono il _corpo_, e l’allegoria lo _spirito_, in quella guisa

che lo stesso Filone, terapeuta esso pure, chiamava nella _Migrazione

d’Abramo_ l’allegoria _anima_, e la lettera _corpo_ della legge; e

in quella guisa pure che _Aristobulo_, ebreo filosofo contemporaneo,

seguiva il sistema delle allegorie scritturali, e _Aristea_, che

volendo dipingere il genio ebraico dei tempi suoi, ci offre nel Sommo

Pontefice Eleazaro un modello degli interpreti allegoristi della

Scrittura. Ora ch’il crederebbe? Gli Esseni, Filone, Aristobulo, sembra

quasi che abbiano veduto lo _Zoar_, e lo abbian copiato, tanto il loro

dire suona conforme alle parole dello _Zoar_, il quale non solo è

quasi una perpetua conferma del loro dettato, mettendolo continuamente

in pratica coll’allegorizzar la scrittura, ma questa pratica stessa

erige in _Teoria_: non basta, si vale della stessa imagine, della

stessa similitudine di cui si valse Filone, si valser gli Esseni, a

indicare la relazione tra i due sensi scritturali, il _litterale_

e lo _allegorico_. Pel Zoar sezione _Beaàlotèha_ come per Filone e

gli Esseni i precetti della legge ne sono il corpo, _gufà deoraità_,

l’allegoria ne forma lo spirito, _Nismeta de-oraita_. Anzi per far più

completa la similitudine imagina lo Zoar una veste che tutta ricuopre

il corpo della legge, santissima veste tessuta dei racconti, delle

istorie, degli episodj, onde tutto va cosparso il divino volume, e che

ne formano quasi il manto e l’involucro esteriore come i precetti ne

sono il corpo, e come le allegorie ne sono lo spirito.[85] Non è questo

il luogo di occuparci più specialmente di questo senso scritturale

che diciamo allegorico, della sua origine, della sua legittimità,

delle vicende che ha subìto. Se questo ne fosse il luogo, io dovrei

additarvi nella storia della esegesi scritturale due specie di

allegorismi, l’uno, il buono, il legittimo, l’ortodosso che anzichè

colla lettera pugnare e tanto meno escluderla, con essa si concilia e

armonizza perfettamente, e questo è l’allegorismo del _Zoar_ e degli

Esseni, l’altro lo spurio, l’eterodosso che pugna anzi colla lettera

e col corpo della legge, e sulle rovine s’inalza del senso pratico,

letterale, storico della scrittura, ogni loro realtà dileguando nel

vaporoso orizzonte di un fantastico allegorizzare; e questo è il

simbolismo di Filone tra gli Ebrei; di Origene tra i Cristiani e più o

meno di tutti i Padri ed Esegeti della chiesa, i quali stretti, più che

loro non talentasse, dal senso preciso, pratico, esecutorio, positivo

delle leggi e dei Profeti dissero, figure parabole, similitudini ciò

che l’Ebraismo credette sempre e sempre seguitò a credere e praticare

quale propria e formale indicazione di fatti o di azioni materiali

e positive. Gioberti distinse il duplice allegorismo, ma non si

accòrse la sua gran mente, siccome quello che egli chiarisce ostile,

anticristiano, eterodosso, sia stato per primo introdotto, praticato,

e qual arma di guerra impugnato dal Cristianesimo contro l’antica

ortodossia, esautorando di ogni senso reale ed esecutorio tutti i

precetti di Dio, e reducendo a vani tipi, e figure e parabole, la

storia, i riti, i precetti; insomma tutta la parte reale e positiva

della antica alleanza.[86]

Ma ciò che abbiamo superstite della Esegesi degli Esseni, non si

stringe soltanto alle cose suesposte. Altri punti culminanti ci

rimangono avventurosamente da porre a confronto col sistema dei

dottori e nuove conferme dedurne della propugnata identità. Testimoni

le etimologie greche, il senso greco che gli Esseni al dire di Filone

solevano assegnare a certe frasi, a certe parole della Scrittura. Per

Filone, _Piscion_, _Havilà_, che quai nomi l’un di fiume e l’altro di

paese, si leggono nei primi del Genesi, sono grecamente foggiati e

quai vocaboli grecizzanti, intesi, interpretati dallo stesso Filone.

E non solo i due ricordati vocaboli, ma per dirla colle parole del

_Frank_, _c’est généralement sur les termes de la traduction des LXX et

des étymologies purement grecques que se fondent ses interpétrations

mystiques_. Ma ciò che non vide o non notò il professore di Parigi,

ella è la consonanza perfetta col sistema d’esegesi farisaica.

Curiosissimo a dirsi! Un fatto vi ha che non abbastanza riscosse

sin’ora l’attenzione dei dotti, ma che pure la merita in sommo grado.

I Farisei, i Dottori, i Rabbini di Palestina, non v’è cosa che più

prediligano nel deciframento delle espressioni scritturali, che il

ricorrere alla lingua greca, alle greche etimologie. Se la parola

_Nof_ non suona loro abbastanza intelligibile, il greco idioma gli

porgerà nel vocabolo _Ninfa_ il senso di _vergine_, di _fanciulla_, di

_amante_. Se il vocabolo _Meherote-em_, suona loro duro a intendersi,

la lingua greca glielo farà aperto col vocabolo _Mahaera_, _Spada_,

o arme qualunque da taglio. Che più? Una disposizione legale di

prim’ordine, una questione di vita e di morte, una dispensa dalla pena

capitale si deve nel Talmud, a una greca etimologia, e per non dire

ancora di altri moltissimi, se il cedro ebbe tra tutti gli altri frutti

benchè formosi, la preferenza nella festa di _Sucot_, egli è perchè la

parola _Adar_ suona affine coll’_Idro_ greco, acqua, e quindi accenna

al cedro che al dire del Talmud cresce a preferenza in riva alle acque

sulle sponde dei fiumi. Ed ecco, se io non erro, abbastanza espressiva

analogia nel sistema interpretativo, considerato eziandio nei suoi più

minuti dettagli.[87]

Che se ciò paresse scarsa affinità tra le due scuole, non lo sarebbe

certo lo spirito, il genio esegetico che si mostra in ambidue

improntato di un sol conio. E chi un esempio ne volesse quanto più si

può categorico, il chieda a Filone. Il quale, Terapeuta egli stesso,

e del sistema dei Terapeuti illustre modello, non solo nel sistema

etimologico concorda coi Farisei, ma ben anche nello spirito, nel

genio delle interpretazioni scritturali. Testimone per tutti quel

passo nella _vita di Mosè_, ove toglie ad esporre le cause per cui

tacque il divino legislatore sui diritti dei padri alla successione

dei figli. _Le Législateur se tait_, per dirne il senso con un autore

francese, _sur le droit des pères à hériter des enfans_. _Mais, dit

Philon, comme la loi de la nature veut que les enfans soient héritiers

des parens, et non les parens ceux des enfans, la législation se tait

sur ce qui serait désastreux et malsonnant_. La legge tace, secondo

Filone, ciò che suonerebbe sinistro e ingiocondo a udirsi. Or bene. Io

affermo arditamente che se vi sono interpretazioni che vadano di questo

spirito, di queste tendenze informate, elleno sono senza meno quelle

dei nostri dottori, pei quali se il testo accenna con una perifrasi,

anzichè in modo più diretto, gli animali impuri, egli è per istudio

ed amore di castigato linguaggio; se lo stesso giaciglio si noma per

l’uomo _letto_, per la donna _sedile_, egli è per rimuovere ogni

pensiero di oscenità; se l’imbrunire _luce_ si chiama anzichè tenebre,

egli è per esordire con meno tristo vocabolo; e pei quali finalmente

è principio ammesso, accettato, _doversi ogni idea trista, luttuosa,

inonesta circondare di ombre discrete, che ne velino la bruttezza

e l’orrore. Petah debareha iair_. Che dico? Non è persino il caso

di successione quello appunto che forma subbietto dell’osservazione

Filoniana che non si contempli dai Dottori in _Batra_; e cosa assai

più singolare, ella è la stessa ragione da Filone messa innanzi, che i

dottori assegnano al caso stesso ivi considerato, argomento che più non

potrebbesi concludente in favore dell’indole comune delle due scuole.

Che se poi dagli studj per sè già abbastanza conformi, vogliamo al

sistema trascorrere di esposizione, alla forma esteriore, al _metodo_

dei loro studj; non solo troveremo questo metodo, punto da quello

dissimile dei dottori in generale, ma più specialmente simigliante

a quello dei _Cabbalisti_. A noi più non rimangono i libri degli

Esseni; ma ci resta _Filone_, il quale, e degli Esseni ci narra il

costume, e nei suoi libri ci offre, Essena egli stesso, un autorevole

esempio del far comune dei suoi confratelli. Ci narra il metodo di

esposizione, agli Esseni peculiare, nel libro da esso dettato _sulla

vita di Mosè, lib. 7, e lib. 2, pag. 81_, dove dice che la tradizione

orale conservata appo gli anziani d’Israel _Presbiteron_ (d’onde il

prete cristiano) era comunemente insegnata sul testo della Scrittura;

che è quanto dire lo stesso ordine assumeva della medesima Scrittura,

e di essa forma vestiva e ordine di comento. Ci offre pur _Filone_

in sè stesso l’esempio di questo generalissimo costume, non seguendo

nei suoi libri un filo logico e ordinato di _pensamenti_, ma piegando

piuttosto l’ordine alla successione dei testi od argomenti scritturali.

_Filone_, dice un illustre scrittore, _Filone non ha un corpo completo

di dottrine; espone i suoi pensamenti in ordine d’interpretazioni

simboliche alla Scrittura_. Ora che altro è lo Zoar? Egli è appunto ciò

che or ora udiste qual definizione delle opere Esseniche e di quelle

di Filone, una serie di pensieri esposti in ordine d’interpretazioni

simboliche alla Scrittura. Tanto è vero che ciò che all’uno

conviene, non meno conviene all’altro eziandio, e che la gran scuola

farisaico-cabbalistica è quel mare vasto ove il sistema di Filone mette

la foce, e dove l’intero Essenato «_ha pace con i seguaci sui_.»

LEZIONE VENTESIMATERZA.

Istituzioni, dottrine, e pratiche, furono la triplice divisione da

me sino da principio assegnata alla storia degli Esseni. Noi abbiamo

coll’esame delle occupazioni loro chiusa la prima parte di questa

storia: la storia delle esseniche istituzioni. Delle occupazioni

degli Esseni ultimi comparivano all’esame gli studj, lo spirito, il

metodo da essi negli studj seguito. Tempo sarebbe quindi che passando

alla seconda parte di questo lavoro noi citassimo a giudizio le loro

dottrine, i dogmi e le credenze al cui esame ci ha in qualche modo

spianato la via la conoscenza dei loro studj, del loro genio esegetico,

dei loro metodi. E pure, un’ultima ricerca rimanci ancora ad esaurire

pria di tôrre ad esame i dogmi e le credenze degli Esseni. Questa

ricerca si attiene ancor più davvicino alle loro dottrine, siccome

quella che anzichè trattare della forma degli studj si occupa piuttosto

della materia, dell’oggetto dei loro studj; in una parola delle

sorgenti, delle fonti dalle quali attinsero com’è naturale le loro

dottrine. Egli è questo, se non isbaglio, un punto di contatto e di

natural transizione tra la prima e la seconda parte di questa storia,

tra la storia delle loro istituzioni e quella non meno interessante,

delle loro dottrine. A chi chiederemo le sorgenti, le fonti da cui gli

Esseni attinsero le loro dottrine? Chi ne darà contezza dei libri da

cui tolsero gli Esseni, la regola del loro credere? Questa notizia

ce la darà pel primo Filone, tanto col suo proprio esempio, quanto

coi preziosissimi ragguagli che più direttamente egli stesso ci offre

dei libri, delle fonti dell’Esseniche dottrine. Ce la dà, col suo

proprio esempio quando, Essena egli stesso, ci offre in sè la imagine,

il modello dei meno celebri confratelli. Filone era Essena, e da chi

tolse Filone principalmente le sue dottrine? Certo che molto egli deve

alla greca filosofia, alla Platonica in ispecie, perciò che riguarda

sopratutto la forma, ma ove si voglia nelle viscere penetrare del suo

sistema quali ne diremo le fattezze, e quale l’origine? Certo che alla

sentenza soscriveremo di un autore tanto più nelle asserzioni sue

autorevole, quanto niuno altro si prefisse scopo al suo lavoro, se non

quello di storica verità. E questi è il Frank, il quale colpito dalle

profonde analogie che al sistema dei Cabbalisti congiungono le dottrine

degli Esseni, e dopo avere escluso che i primi siensi fatti imitatori o

plagiarj dei secondi, queste parole dettava significanti che raccomando

alla vostra attenzione: _Ne serait-il pas juste de penser que Philon a

trouvé ces doctrines toutes faites dans certaines traditions conservées

parmi ses corréligionnaires, et qu’il n’a fait que les parer des

brillantes couleurs de son imagination?_ E quanto il Frank si apponga

in questo giudizio, il vegga ognuno in questa apertissima confessione

di Filone medesimo; il quale in modo che non si potrìa più esplicito

va egli stesso additando ciò che per il Frank non era sinora che nudo

e mero conghietturare. _Philon lui-même nous assure avoir puisé à la

tradition orale conservée par les anciens de son peuple._ E questo dice

Filone nella _Vita di Mosè_ sul principio del 1º libro, ove veramente

appella ad una tradizione orale conservata appo gli anziani d’Israele

ch’egli qualifica _Presbiteron_, d’onde il prete cristiano, e ch’era

comunemente insegnata sul testo della Scrittura. Ed ecco una prima

capitalissima fonte all’Esseniche dottrine, la _tradizione_.

Ma questa non è sola fonte, o per dir meglio non veste sempre

esclusivamente la sua forma verbale che più gli è comune. Pegli

Esseni non è sempre come pei semplici primitivi Farisei, una orale

trasmissione che sarìa sacrilegio deporre per iscritto. Ella veste,

anzi ella assume la forma scritta; e mentre la voce del Maestro era

il solo organo che avesse nei prischi tempi l’insegnamento farisaico,

gli Esseni per contro vantavano libri, e libri che spingevano anche a

tempi a quelli anteriori la loro origine. E questa preziosa contezza

n’è data da uno che nell’esseniche vicende non si potria più esperto,

da Filone medesimo, il quale attribuisce alla setta dei Terapeuti dei

libri mistici di una remotissima antichità. Parole testuali e di senso

fecondissime delle quali impareremo fra poco ad apprezzare il valore.

E non solo Filone, ma Giuseppe nelle Guerre Giudaiche, al libro 20,

al § 12, degli Esseni favellando, dice a dirittura che studiavano con

zelo i _libri degli antichi_, parole che suonano esplicita conferma

a quanto disse Filone dei suoi _Terapeuti_. E questa è la seconda

sorgente dell’Esseniche dottrine, i libri dei loro antichissimi, o per

dir meglio la tradizione stessa deposta e formulata per iscritto.

Ora che abbiamo veduto, constatato questo duplice fatto, l’esistenza

e la formulazione di una religiosa tradizione presso gli Esseni,

tollerate che solo vi accenni da lungi la importanza e la grandezza

delle sue conseguenze. Due poi ne emergono capitalissime, di cui

siate, se vi piace, giudici voi medesimi. Riguarda l’una la tradizione

rabbinica in generale; contempla l’altra più specialmente quella che

mistica o cabbalistica si appella. Chi non vede la prima? Ella è una

prova estrinseca e tanto più concludente della necessità e legittimità

di una tradizione; ella è un attestato dai rabbini indipendente, di

quel principio in ogni tempo dai rabbini sostenuto, la tradizione;

ella è un ausiliare, non cerco, non provocato, non interessato,

della tradizione e dei tradizionalisti. E pure ammirate la forza del

pregiudizio! Il Franck, che queste cose riferisce, non vide o vedere

non volle la conseguenza che ne deriva, chiara, limpidissima in favore

dell’antichità della tradizione. Per esso come per il Jost, celebre

storico, come per altri nostri e non nostri dottissimi della Germania,

le tradizioni nostre, le tradizioni rabbiniche non più oltre risalgono

di due secoli innanzi l’E. V. Due cento anni prima del cristianesimo

nacquero, se lor si crede, quelle tradizioni che poi fecero e fanno

tanta parte integrale dell’ebraismo. E pure gli Esseni, e quel ch’è più

i Terapeuti d’Egitto, accennano, alludono e religiosamente inchinano a

una tradizione, a libri tradizionali. D’onde in essi della tradizione

contezza, se alle origini non risale dell’ebraismo? forse glie ne

giungeva notizia allora allora di Palestina? Mai no, dice il Frank, e

dice bene, perchè tra Palestina ed Egitto relazioni intime dottrinali

non esistevano; ed anche perchè, aggiungo io, un sistema specialmente

religioso ch’è in sul nascere, una tradizione che manda allora appena i

suoi vagiti, che s’insinua allora allora di contrabbando nelle antiche

credenze, non può avere tanto di credito, d’influenza, d’autorità da

trapiantarsi in regioni lontane e barbe gettare così profonde come

tra i Terapeuti ha gettato; e sopratutto per che i Terapeuti spingon

tant’oltre l’antichità dei loro libri tradizionali da trascendere di

gran lunga quella data che pel Jost, pel Franck e per altri, segna

delle tradizioni rabbiniche il nascimento. Ma di queste cose si taccia

per ora per brevità, e solo ci basti avere come da lungi accennato a

un ordine di prove che nuovo e vastissimo campo ci apre d’apologetica

tradizionale.

Storia degli Esseni: Lezioni · 第 20 / 41 段