Il sistema che abbiamo seguito nella esposizione della storia degli

Esseni ha almeno il pregio, se io non erro, di essere naturale. Noi

abbiamo quell’ordine esterno seguito che l’Essena seguiva nel passaggio

che dalla vita faceva del mondo alla vita ascetica e contemplativa

del chiostro. Passava dal mondo all’Essenato con un tirocinio di tre

anni, e questo tirocinio studiato abbiamo sotto il nome di noviziato.

Varcato così le soglie dell’istituto, un atto secondo e più intimo

celebrava soscrivendo agli obblighi che lo attendevano nella vita

claustrale, e questi obblighi e questo impegno abbiamo considerato

sotto il nome di _giuramento_. Entrato così nel novero dei soci e tutti

i doveri adempiendo, e che cosa dovrà formarne delle nostre ricerche

subbietto? Certo, i doveri appunto che adempiva, le istituzioni a cui

s’uniformava, le leggi che ne regolavano la vita. Ma in questa stessa

disquisizione un qualch’ordine dobbiamo pure serbare. Dobbiamo da

quelle istituzioni esordire, che prendevano lo iniziato al suo entrare;

dobbiamo poi a quelle volgere la mente che lo iniziato accompagnavano,

e che gli atti tutti informavano della sua vita sociale.

Una istituzione, singolare istituzione, attendeva lo Essena alla

porta. Al suo giungere non solo i vizj, non solo l’errore doveva

deporre, ma una mano invisibile lo spogliava di tutti i beni eziandio,

e questi ora alla comunità appartenevano, all’erario sociale, ora in

favore ai congiunti quasi per morte si rinunciavano: così Giuseppe

nelle _Guerre giudaiche_. Ma lo Essena se di ogni presidio terreno

si spogliava, ci trovava nella società una madre la quale per mezzo

di socj a questi uffici preposti, e che la storia rammenta sotto il

nome di _Economi_, provvedeva incessante agli abiti, al vitto, ai

bisogni dei figli. E questa istituzione si dice _Comunanza di beni_.

Furono in questo senza predecessori gli Esseni? Non ebbero modelli,

esemplari tra il fiore dei Pagani, nelle patrie ricordanze e nei

Dottori contemporanei? Vediamo gli uni e gli altri. I Pagani! Chi

potrebbe dimenticarlo?—Chi potrebbe porre in oblio a questo proposito

i _Pitagorici_? I quali oltre le altre moltissime analogie, in parte

vedute e che in parte vedremo ancora colla società degli Esseni, questo

pure parlantissimo riscontro porgevano col nostro istituto nella

_Comunanza di beni_. Il Ritter, I, 299, crede che la comunità dei beni

sia piuttosto dei moderni Pitagorici che degli antichi; ad ogni modo

non nega l’istituzione. Ed ai Pitagorici somigliavagli pure il nostro

grande correligionario Flavio Giuseppe quando ai suoi lettori pagani

voleva porgere un termine di comparazione coi suoi cari solitarj.—Che

Flavio Giuseppe non a torto, così sentenziando, si apponesse, abbiamo

veduto altre volte e vediamo oggi non meno; ma forse altro meno atteso

resultamento racchiudesi nel citato ravvicinamento, se gli Esseni

sono ragionevolmente posti a fianco dei Pitagorici, se il carattere e

le istituzioni hanno comuni indivisi. Se i Pitagorici, a confessione

di valentissimi autori, hanno comuni le fattezze coi cabbalisti, chi

non vede per nuova via accostarsi, abbracciarsi, confondersi in uno

_Cabbalisti ed Esseni_? Se è vero in matematica che due quantità uguali

a una terza sono uguali fra loro, chi non vede la verità di questo

altro ragionamento? Esseni e Cabbalisti sono eguali a Pitagorici—dunque

Esseni e Cabbalisti sono eguali fra loro—sono sopra un tipo stesso,

un’idea sola improntati?

Il Paganesimo, noi lo abbiamo veduto, ci ha dato i Pitagorici quale

ordine, quale istituzione affine alla società degli Esseni. Che cosa

ci darà l’Ebraismo, la storia dell’Ebraismo? Voi lo sapete; parliamo

qui di una linea sola della fisonomia degli Esseni, della comunanza

dei beni, del voto di povertà. E dove meglio potrìa questa istituzione

ravvisarsi che trai Leviti ed i Sacerdoti? Sacerdoti e Leviti secondo

le leggi mosaiche nulla possedevano.—Sola fra tutte, la tribù di

Levi fu di ogni retaggio in terra santa destituita, sola fra tutte

vivea del Tempio e dei proventi del Tempio, sola fra tutte avea per

ogni _avere sortito l’Eterno, la sua Dottrina, il suo Culto_. E

questa è visibilissima attinenza tra Esseni e Leviti. Ma non è sola,

voi lo ricordate. Quando parlavamo dell’astinenza dal vino, quando

degli abiti, dei candidi pannilini, quando degli studj e della vita

contemplativa, ei furono sempre i Leviti che tutti questi caratteri

ci offrirono comuni agli Esseni. A questi caratteri un nuovo dobbiamo

aggiungere, e questo è il voto di povertà, la comunanza dei beni. I

Leviti appartengono alla biblica antichità e quindi recano i caratteri

ed il genio essenico nelle epoche più vetuste di nostra esistenza. Sono

soli i Leviti in quel periodo di nostra storia a offrire cogli Esseni

questa nuova similitudine? Sarebbe errore il crederlo, riflettendo ai

Recabiti dei quali parecchie cose udiste per lo passato. Certo spero

non avrete dimenticato come nelle espressioni di Geremia io vi facessi

osservare una frase la quale altro senso non può avere che il voto di

povertà, che la comunanza di beni. Così prima Leviti e Sacerdoti e poi

i Recabiti di Geremia preludono, come in altri infiniti anco in questo

carattere, alla società degli Esseni.

Ma l’Ebraismo, voi lo sapete, ha due ère, due grandi, e come oggi si

dice, organici periodi; Bibbia e Talmud, Profeti e Dottori, ispirazione

e scienza, parola scritta e parola parlata. Abbiamo veduto della

comunanza di beni gli avvisi nell’epoca prima; vediamone adesso i

segni, il passaggio nella seconda. Questi segni e queste vestigia di

due constano principalissimi ordini: idee e fatti, teorie ed esempj,

principj e pratica applicazione. Si trova la povertà insegnata in

principio, si trova poi in fatto applicata, esercitata. La povertà

proclamata in principio, e questo è già molto; ma assai più sarà,

se non sbaglio, quando vedremo a chi riferita, quando vedremo qual

portano nome i suoi professori. Io ebbi parecchie volte occasione di

ripeterlo, l’ho secondo me innalzato al grado di fatto presso che

dimostrato. Il nome con cui pei rabbini si distingue l’Essena è quello

di Kassid, e riandando tutte le prove da me in mezzo recate, troppo più

oltre la bisogna procederebbe che non fa di mestieri. Questo per certo

riteniamo, come l’abbiamo ad esuberanza provato, che il nome Hasid è

sinonimo in bocca dei Dottori a quello che Giuseppe Flavio ci trasmise

di Essena e Terapeuta.

Or che sarà se oltre i contrassegni infallibili onde questi nomi per

noi si confusero, s’identificarono, questo pur esso si aggiungesse

della comunanza dei beni? che sarà se oltre le condizioni tutte che

abbiamo veduto comporre la personalità del _Hasid_, quello pur esso

udissimo annoverarsi della povertà volontaria? E pure oso dirlo, nulla

di più ovvio, dirò anche, di più ripetuto. E la parte più popolare

del testo Misnico, e il trattato più accessibile, più conosciuto, più

recitato di tutta la vasta raccolta, è quello che ricorre eziandio

sulle labbra dei parvoli, che prezioso ne acchiude e perentorio

insegnamento. E pure non si comprese; e pure tanto può di luce ed

evidenza diffondere uno storico ravvicinamento. E pure era tanto

facile comprenderlo quando si fosse agli Esseni pensato, quando si

lesse nel Testo: _Colui che dice il mio è tuo, il tuo è tuo_, egli è

_Hasid_; vi fu nessuno che dubitasse che sì dicendo si alludesse ad

alcun che di storico, di reale, di organico istituto? Quando si lesse

ivi stesso per contrapposto: _Colui che dice il mio è tuo e il tuo

è mio_; vi fu nessuno che pensasse a quei famosi progetti che dopo

Platone e Licurgo correvano per il mondo di repubbliche, di città

socialistiche; chi esaminasse se in questa frase approvato o riprovato

fosse il sistema dai nostri dottori? Certo ch’io mi sappia, nessuno: e

se qui il luogo fosse di trattarne per disteso, quanto non riescirebbe

interessante l’ultimo di tai raffronti eziandio? Platone, Licurgo,

Fourier, Saint-Simon, Blanqui, Owen, giudicati dai dotti Ebrei non

sarebbe tema di piccol momento senza dubbio. Ma di questo si taccia

per lo migliore. Solo ci piace insistere sulla prima parte del testo

Misnico, su quel rinunciamento a cui s’allude dei proprj beni in favore

dei poveri. Strana, insulsa, parassita allusione ove un fatto non vi

fosse stato contemporaneo a cui si riferisse, quando si fosse di una

virtù favellato che nessuno praticava, quando si fosse voluto soltanto

un ideale tratteggiare a cui niuno si fosse accostato, quando a fianco

delle altre tre classi reali, esistenti, positive, si fosse una quarta

accompagnata che condannata fosse stata a rimanere esclusivamente

teorica.

Ma noi dobbiamo mostrarla questa virtù in azione, dobbiamo passare

nel dominio dei fatti, dobbiamo toccare degli uomini, degli atti,

delle circostanze che di questa essenica istituzione ci offrono in

numero infinito ad esempio i dottori, e così avremo le due grandi

parti della storia ebraica poste a contributo. E prima un tratto

caratteristico che si legge in _Cammâ_. Si narra d’un uomo, che le

pietre che la casa ingombravangli, andava rotolando sulla pubblica

via. Chi passa, direste, in quel mentre? Passa, dice il Talmud, un

_Hasid_, ch’è quanto dire tale che il titolo stesso recava che noi

abbiamo altravolta ad esuberanza provato, proprio propriissimo degli

Esseni, e con mal piglio apostrofandolo si narra che così gli dicesse,

o _Raca_, o Sciocco! _per che le pietre sgombri dal dominio nostro per

gettarle nel tuo verace dominio_? Voi lo udiste. Egli il hasid chiama

suo dominio il dominio comune, la via pubblica, la proprietà comunale;

egli chiama invece dominio non suo la casa, la propria dimora, la

privata proprietà, in quella guisa a un dipresso che quel poderoso

intelletto di Proudhon difiniva un _furto_ la proprietà. _La propriété

c’est le vol_, e spiegava il _Lo tignob_ del Dicalogo come se dicesse

piuttosto _non possedere_. Chi avrebbe pari linguaggio tenuto se non

un Essena, ch’è quanto dire appunto un Hasid, uno di quei cotali che

sotto questo medesimo nome di Hasid ci palesarono in mille incentivi la

società degli Esseni? Ma gli esempj non scarseggiano, che anzi ve ne

sono di avanzo. Fra gli antichi un Monobaze principe degli Adiabeni,

che si dice avere i suoi averi ai poveri distribuito, e Monobaze era,

curiosissimo a dirsi! figlio di quella _Elena_ regina degli Adiabeni

che noi, favellando altra volta del Nazirato, trovammo affiliata

all’ordine dei Nazirei,[81] che è quanto dire, quell’ordine che tante

e sì parlanti analogie vedemmo offrire colla società degli Esseni;

alla quale il figlio suo Menobaze avrebbe in quella guisa aderito che

i principi e monarchi aderiscono alle più illustri consorterie del

loro Stato. E qui pure un _Ribbi Isbab_ di cui si dice essersi di ogni

avere spogliato in favore dei poveri; qui Ribbi Iohanan che traendo da

Tiberiade alla vicina _Zippori_ e giunto presso un campo, voltosi al

suo compagno di viaggio, _questo_, disse, _era mio e lo sarebbe tuttora

se non avessi ad esso preferita la vita studiosa, contemplativa_. E

qui un fatto, un gran fatto che solo dalla storia dell’Essenato, delle

sue istituzioni, del suo voto di povertà, può ricevere lume adeguato,

ed aspetto di verosimile, voglio dire la manìa che invase, l’andazzo,

il trasporto generale ai primi albori del cristianesimo, di togliersi

indosso il grave giogo di povertà, ed eleggersi volontaria indigenza;

che dico? il genio stesso, le parole formali dell’autore del nuovo

culto quando diceva: _più agevole il passare di un elefante per la

cruna d’un ago che un ricco varcare le soglie del cielo_. Quando alle

turbe di seguirlo desiose, imponeva dicendo: _Dividete tutto il vostro

ai poverelli e seguitatemi_; quando _gli ultimi_ diceva _dovere essere

i primi nel regno dei Cieli_; ed altre infinite somiglianti sentenze

che tutte, consuonano coi principj dello Essenato allora in fiore.

Potremo dubitarne? Potremo dire che il Cristianesimo, che il suo autore

non abbia volgarizzato le teorie ed i precetti del grande istituto?

Potremo appuntare coloro di errore che colsero tanti strettissimi

legami fra le due sette? Potremo dire che non bene si apponesse un

poeta francese, non ha guari tolto alla patria, quando il fondatore

del Cristianesimo chiamava recisamente _un philosophe Essénien_? Certo

che non potremo, se punto ci cale della verità; ma tutti intenti

nello spettacolo di sì gran filiazione, diremo ai grandi fondatori

del nuovo culto, ai figli un poco degeneri degli Esseni, ai nipoti un

poco ingrati dei Farisei, ciò che Dante disse dei grandi ingegni, _che

vostra arte a Dio quasi è nepote_.

LEZIONE DECIMANONA.

Se la comunanza dei beni fu propria istituzione della società degli

Esseni, come veduto abbiamo nella passata lezione, non meno tralle

altre distinta procedeva, per un altro suo particolare istituto, _il

celibato_. Il celibato fu ed è tuttavia fama avere appartenuto, come ad

altri, così a quello antichissimo istituto eziandio, e gli appartenne

in verità, purchè si voglia in questa sentenza procedere colle debite

distinzioni. Che il celibato praticassero una parte, la più ascetica

delli Esseni, nessuno negò, anzi formalmente asserironlo tutti quelli

che degli Esseni presero a trattare da Giuseppe sino ai nostri giorni.

Ma quanto a partito s’ingannerebbe chi volesse a questa regola astretti

tutti quanti gli Esseni! Vi confesso il vero, giovani miei, quando le

prime, le più superficiali nozioni acquistando del grande istituto, mi

venne fatto di leggere questa regola severissima; quando pensai tutti

dover gli Esseni rigorosamente conformarvisi; un dubbio mi assalì,

e dissi fra me: che sarà del mio elaborato sistema, dei raffronti

perpetui dei Farisei, della strettissima parentela, anzi della

perfetta identità tra i due Sodalizj, se il celibato fu invero proprio

costitutivo elemento di quello istituto? In qual guisa gli Esseni

identificare con quei Dottori, che levavano al cielo il matrimonio,

che il gridavano mezzo, condizione di spirituale eccellenza? Ed allora

un certo scoramento mi prese, e dubitai un istante della bontà del

sistema. Ma quanto ingiustamente! La contradizione che si parava

gigante a traversarmi la via, veduta più davvicino, meglio studiata,

meglio analizzata, simile ai giganti che vide l’Eroe della Mancia,

si convertiva in mulini. E per due ragioni e per due diversi lati

deponeva lo scoramento, e quello immenso intervallo che pareva il

celibato frapporre tra le due sette sorelle, era in parte da ognuna

di esse superato e ricolmo. Farisei ed Esseni che il celibato faceva

così discrepanti si porgevano da lungi una mano fraterna, e muovendo

ognuno verso dell’altro fornivano una parte di quella distanza che

dividevali. Si accostavano gli Esseni ai Farisei togliendo al celibato

quel carattere organico, fondamentale che parevagli attribuito, nè

i Farisei meno davvicino agli Esseni si appressavano, parecchi e

grandi e autorevoli esempj porgendosi non solo di celibato fortuito,

involontario, ma di celibato studiatamente voluto, e amato e osservato;

e qual grado eminentissimo reputato di spirituale perfezione. Ma

parlino i fatti più di me eloquenti. Parli Giuseppe che la preziosa

distinzione stabilisce tra Esseni ed Esseni, tra quelli che al celibato

si attenevano, e quelli che, comunque veracissimi Esseni, non pertanto

non solo il celibato non professarono, ma il matrimonio ad esso

preponevano per molti rispetti. _Havvi_, dice Giuseppe, _altra specie

di Esseni che convengono coi primi, nell’uso degli stessi cibi, negli

stessi costumi e nelle stesse leggi, e in nulla ne differivano_, notate

preziosissime parole, _tranne perciò che riguarda il matrimonio, a

cui il rinunciare stimano quanto estinguere dalla faccia del mondo la

specie umana_. E questo è il punto in cui Esseni al centro farisaico

convengono. Ma Esseni, voi direte, vi furono nonostante i quali il

celibato praticarono ed a regola parziale sì, ma pure venerata eressero

del loro istituto. Nè io lo nego, nè il potrei. Lo attesta Giuseppe,

come vi dissi; lo attesta Filone pei suoi _Terapeuti_, e lo attestano

infine i due pagani Plinio e Solino. Ma quanto lo stesso attestato di

questi due ultimi, che pure sembra osteggiarne, non reca un’aspettata

conferma al nostro sistema! Quale è questo sistema? Voi lo sapete;

l’identità suprema tra Esseni e Farisei. Ma chi erano i Farisei e

qual concetto di sè porgevano al mondo pagano? Certo di quelli che la

immensa maggioranza rappresentavano della nazione, il fondo a così dire

della Ebraica società, il popolo vero, il popolo Ebreo. Udite ora le

parole di Plinio. Egli non rifinisce dallo stupirsi, egli celebra quale

inaudita meraviglia che una nazione per secoli e secoli si perpetui,

nella quale, per dirla colle sue parole stesse, _non nasce nessuno_.

Che cosa vi dicono queste parole di Plinio? Certo che un attestato

vi porgono rilevantissimo, come altra volta vi feci osservare, della

rispettabile antichità dello Essenico istituto, e come stranamente

siano andati errati coloro che circa a quel torno gli assegnarono il

nascimento, mentre Plinio favella di secoli e secoli. Ma non vi pare

che le parole citate confermino la propugnata identità? Vi par egli che

Plinio avrebbe così favellato, che avrebbe ad una setta, e scarsissima

di numero, il pomposo nome assegnato di popolo e nazione; vi par egli

che del suo perpetuarsi avrebbe fatto le meraviglie, se gli Esseni come

i Sadducei fossero uno scisma, un membro putrido e divelto, anzichè il

fiore e la eletta della nazione? se nel concetto di Plinio e Solino,

Essenato ed Ebraismo farisaico non fosse tutt’uno? Vi par egli che

luogo vi fosse a gridare _mirabilia_ pel durare, comunque lunghissimo,

di uno Istituto ove, s’egli è vero che niuno nasceva corporalmente,

pure moltissimi erano i nascenti per le vie di affiliazione e di

noviziato? Se d’altra parte Essenato ed Ebraismo non fossero stati

nel concetto di Plinio una sola cosa, e se il suo errore da questo

appunto provenuto non fosse, dalla naturale identità tra gli Esseni,

espressione più alta dell’Ebraismo Farisaico, e lo istesso Farisaico

Ebraismo?

Ma nè queste nè altre simili inattese conferme da un obbligo ci

dispensano imperiosissimo; dallo spiegare in qual modo il celibato,

almeno parziale, si concilia colla identità dei due Istituti. E

qui mestieri è di buon grado il concediate. Se ci volessimo di una

semplice analogia accontentare, egli è gran tempo che sarìa stata

da noi indicata; se ci bastasse il dimostrare che i Farisei se non

ebbero il celibato, n’ebbero almanco lo spirito, n’ebbero almeno le

lunghissime astinenze, n’ebbero almeno l’applicazione temporanea ai

grandi stati, ai grandi momenti della vita religiosa; gli esempj altra

volta da noi ricordati sorgerebbero all’uopo opportuni, ed il Farisato

di nuovo ricondurrebbero tra le braccia dell’Essenato; sorgerebbero

gl’Israeliti separati da lunga mano dalle loro donne nell’aspettazione

di Dio rivelato; sorgerebbe Mosè sacratosi secondo i dottori a perpetuo

celibato perchè la voce udì che gl’intimava _Rimanti con me_, e di

cui bello indizio comecchè indiretto ci fornirà il gran fatto, che

dopo i due figli avuti pria della sua vocazione, niuna altra prole di

lui rammemorino le istorie. Sorgerebbe David, il quale al sacerdote

di Nob ripugnante di ammetterlo alla mensa d’Iddio protesta _esso ed

i suoi da parecchi giorni da ogni venere astinenti_. Sorgerebbe, lo

che è più, una schiera di Dottori Talmudici dei quali si narrano le

lunghe separazioni dalle donne loro, sino ai dodici, sino ai venti e

più anni, per vivere della vita studiosa appo qualche famoso dottore

lontano; nè tra questi sarìa da pretermettere Rabbi Achibà che un

carattere particolare ci offre notabilissimo nello appartenere a quei

quattro privilegiati che si dicono ammessi al _Pardès_; ch’è quanto

dire iniziati alle più alte speculazioni di una recondita Teologia.

E questo, ne converrete, sarìa già molto, e molto del còmpito nostro

noi avremmo fornito. Ma se il sistema nostro è vero, se resiste a

tutte le prove, dobbiamo volere di più: dobbiamo chieder una precisa

e formale dispensa dal matrimonio, dobbiamo chiedere una precisa e

formale sanzione del celibato: Non basta; dobbiamo chiedere, perchè

sia congenere e quindi identificabile perfettamente coll’Essenico

celibato, dobbiamo chiederla quale virtù ascetica, trascendentale, qual

mezzo di superlativa perfezione religiosa, quale sacrifizio di ogni

affetto carnale ad un affetto morale sopramondano. Parvi egli che io

proceda meco stesso più che non s’addica indulgente? Parvi egli che

più potrebbe esigere il più severo Aristarco? Parvi egli che se questo

trovato avremo, avremo tutto trovato? Ebbene, noi lo abbiamo trovato;

abbiamo il Talmud, e dopo di esso un lungo ordine di Trattatisti, i

quali tutti, dopo avere tra i precetti di Dio annoverato il matrimonio,

pure stabiliscono una eccezione, e questa eccezione è pegli _Asceti_,

è pegli uomini che pongono ogni loro amore nella _Contemplazione_, per

quelli, dice il Talmud, che lo esempio vogliono seguire di _Ben Azai_.

Che nome è questo, e qual nuovo raggio di luce diffonde sull’argomento?

Chi era Ben Azai? Il credereste! Era anch’esso uno dei quattro che

sopra gli altari si dicono nel Talmud ausati a’ più eccelsi voli della

speculazione teologica; era pur esso uno dei quattro che entrarono

nel _Pardès_, ed esso, oh meraviglia! è Ben Azai, è il modello del

celibato in bocca ai Dottori, ed egli stesso fu celibe, come celibe o

quasi celibe fu Rabbi Achibà, come celibe fu Ben Zomà, se non erro,

tutti componenti il gran consesso del Pardès. È egli a caso cotesto?

È a caso che non solamente si trova il celibato autorizzato praticato

nel Talmud, ma lo che è di gran lunga più importante, si trova appunto,

si trova esclusivo in quel consesso, in quei Dottori che se antenati

ebbero i Cabbalisti negli antichi tempi, sono dessi di certo? È egli a

caso che lo stesso argomento che prova la presenza del celibato trai

Farisei, prova egualmente la particolare affinità degli Esseni con

quella parte di Farisei che furono precursori, progenitori della grande

scuola di Cabbalisti, tanto che si può dire che lo argomento che a noi

saria bastato, sorge di nuova luce rivestito che ne prova la verità e

meglio e più urgentemente conclude di quello che chiedevamo? Io credo

che uno dei migliori criterj di verità, per giudicare di un sistema sia

appunto cotesto, quando cioè affaticandoti a solvere una repugnanza

apparente, non solo il filo trovi che ti trae d’impaccio, ma quasi per

mano ti riconduce a rivedere, a riconoscere, a ricostatare tutte le

altre parti del visitato edifizio provando al tempo istesso il tutto

colla parte e la parte col tutto, e intimamente armonizzando non solo

colla idea in controversia, ma con tutti gli altri caratteri del tuo

sistema.

Storia degli Esseni: Lezioni · 第 17 / 41 段