Abbiamo veduto lo stato economico degli Esseni, la comunanza di beni,

il loro stato, in parte coniugale in parte celibatario. Adesso dobbiamo

più davvicino osservare la vita privata, le costumanze, le abitudini.

E prima di ciò che riguarda il loro esteriore, la loro persona. Quali

erano i loro abiti? Noi abbiamo di questo argomento toccato laddove

della origine discorrevamo del nostro Istituto. Voi lo ricordate.

Questi abiti non erano per tutti uniformi, e forse cercando di questa

diversità la origine, la troverete per avventura in quel doppio ordine

di Esseni che abbiamo veduto comporre il grande istituto _Pratici e

Contemplativi_. Vestivano altri di ruvide pelli, secondo ne ammonisce

Giuseppe nell’_Autobiografia_, altri poi procedevano ammantati di

bianchissimi lini. Noi chiedevamo, voi lo rammentate, all’antichità

ebraica, alla storia, al culto ebraico di questo duplice costume i

precedenti. Vedevamo l’origine del primo nell’uso generalmente adottato

dai profeti, e che n’era siccome pare il principal distintivo. Vedevamo

l’origine, il modello dei _candidi lini_, in parecchi e venerande

istituzioni in Israel; il vedevamo tra i sacerdoti che di bianco lino

vestivano nell’interno del Tempio; il vedevamo tra i Leviti, tra i

Nazirei, presso i quali un verso preziosissimo delle Lamentazioni

ci attestava egual costumanza; il vedevamo nelle rappresentazioni

degli esseri angelici quando i profeti ce li dipingono biancovestiti,

quando in Daniel _l’antico dei giorni_ ci è presentato cuoperto di

veste bianca qual neve; il vedevamo tra i Dottori, specialmente in

uno tra essi celebratissimo R. _Iehudà Bar Ilhai_, del quale si narra

che approssimandosi il sabbato indossava candida veste onde _non

dissimile_, dice il Talmud, _appariva dagli Angeli_. Che sarà pure se

lo epiteto intenderete, col quale questo santo Dottore vien designato?

Certo non negherete che niuno più parlante modello da paragonarsi agli

Esseni. L’epiteto di cui si parla egli è quello col quale, a senso

nostro, si designava dai Dottori lo Istituto degli Esseni, l’epiteto

di _Hassid_. E _Hassid_ è detto nel Talmud questo stesso Ribbi _Ieudà

Ben Ilaì_ di cui vediamo la singolare conformità esteriore col costume

degli Esseni. Fatto di gran rilievo ove specialmente si consideri che a

detta del Talmud, ogni qual volta il nome, l’epiteto ricorre presso gli

antichi, di _Hasid_, egli è di questo stesso Dottore di cui si è voluto

parlare. Ma non è egli il solo di cui si narri il _bianco vestire_. I

Dottori di Babilonia si distinguevano pei _candidi manti_; onde erano

detti, perciò appunto _Malahè asciaret_, secondo avverte il Talmud in

_Chiduscim_ ed in _Nedarim_. Ed oh quanto non torna all’uopo nostro

significante la voce _Hassid_! Voi lo vedeste le mille volte come l’uso

storico speciale che di questo vocabolo fecero gli antichi consuoni

sempre coll’istituto degli Esseni, tanto che, ciò che i Dottori

dissero, narrarono dei _Hassidim_, è vero alla lettera, dei grandi

solitari. Ma non è perfino il nome stesso di Hassid che non acchiuda

in seno una squisita convenienza coll’uso, col costume in discorso. Il

senso suo cotanto vago, cotanto generale, pure talvolta si determina,

si fissa, si circoscrive e l’idea ci offre bene chiara, bene specchiata

di _candore_ e _bianchezza_. Ce l’offre quando è adoperato in senso

di _onta_ siccome quella che in ebraico si dipinge col pallore e la

_bianchezza del volto_; _Malbin_. Ce l’offre poi nel nome _Hassidà_ che

il traduttore Arameo traslata a dirittura la _bianca_; _Havarità_ per

il bianco colore delle sue penne.

Sono queste alcune linee di quel grande sistema d’identità che abbiamo

cercato di dimostrare del continuo in queste Lezioni; ma la precipua

sua forza sta nell’insieme, nell’armonia delle sue parti; in quel

vicendevole connettersi, spiegarsi, completarsi, che fanno tutti i

suoi elementi, ed in cui l’animo non può fare a meno di ammirare o uno

strano capriccio del caso, o un titolo ed un carattere innegabile di

evidenza.

LEZIONE VENTESIMA.

Dopo avere nella passata lezione descritto l’esteriore costume degli

Esseni, le loro vesti ora candide quai sacerdoti, ora aspre e pelose

quai solitari e profeti, diremo adesso degli usi loro, della pratica

della vita privata. Grande era il conto che gli Esseni facevano della

mensa comune, delle comuni imbandigioni. E nel farlo fedeli erano

alle patrie idee, alle patrie tradizioni, e fedeli eziandio a’ più

cospicui, a’ più religiosi istituti della pagana antichità. Delle prime

faccia fede la Bibbia che ove avvenga chi di solenne banchetto faccia

menzione, sempre un gran nome, un nome santo, gli conferisce, quello

di sacrifizio,[82] faccian fede i dottori che a dirittura asseriscono,

la mensa ove presiede la fede tenere degnamente le veci dello altare

di Dio, e le imbandigioni il luogo tenere di sacrifizio espiatorio. Le

quali idee comecchè leggansi nelle più autorevoli opere de’ prischi

dottori, pure e forse per ciò stesso, consuonano a maraviglia colle

teorie cabbalistiche; prova ad un tempo che tralle prime e le seconde

anzichè divario, come altri presume, grandi invece ci corrono e

sensibili affinità, e che gli Esseni anche per questo verso esprimono

con mirabile fedeltà il genio non solo della scuola de’ Farisei, ma più

specialmente di quelli che la età moderna distinse sotto il nome di

Cabbalisti.

Dissi però di costumi, eziandio, di idee pagane da queste non dissimili

de’ nostri Esseni. E qui potrei, le greche e le barbariche istorie

invocando, far mostra di facile erudizione. Potrei citare e Persia e

Atene e Sparta e le Repubbliche pressochè tutte di Grecia antica, ove

i pranzi comuni, ora al grado si elevarono di pubblica, di sociale

istituzione, ora, lo che è più, di religioso cerimoniale. Ma su queste

e altre simili ricordanze trapasseremo per brevità. Solo dirò con

Plutarco che la _mensa_ dice _rappresentazione e figura della Terra;

l’una e l’altra di forma sferica concepite_. Ma Plutarco dice di più:

egli aggiunge che perciò stesso, _Vesta_ da taluno _si appellava la

mensa_, e Vesta era simbolo di _fuoco centrale_, dell’altare, della

torre di fortezza, come altra volta vedemmo appellato esso fuoco

centrale; e quindi al nome mirabilmente corrispondente di _Mizbeak_

che reca ne’ nostri libri la mensa, ed ambedue e _mensa_ ed _altare_

come tra i pagani così tra noi indicanti un unico principio. Tra i

primi Vesta, il fuoco centrale, la vita del mondo, e tra noi l’Ente

Metafisico che i Dottori chiamano _Malhut_, e che tutti i caratteri

offre appunto or ora discorsi. Sono questi arbitrari accozzamenti o

armonie spontaneamente prorompenti dal cuor del subbietto? Per ora

ci basti il fatto enunciato, il concetto uniforme che della tavola

formaronsi, e la Bibbia e i migliori tra i pagani, e gli Esseni, e

i più eruditi scrittori del paganesimo quale Plutarco. Nè Plutarco

è il solo. Cicerone prende a posta sua la parola, ed arguto quale

egli esser suole in fatto di etimologia, accenna la superiorità del

latino che _convivio_ chiama il banchetto quasi vivere insieme, sul

greco che lo qualifica _simposio_ quasi bevere insieme. Ma che avrebbe

Cicerone pensato se del nome ebraico avesse avuto contezza? Egli

avrebbe certo trovato lo equivalente di simposio nell’ebraico nome di

_mistè_, e quindi inferiore anch’esso al _convivio_ latino. Ma quanto

più splendida qualificazione avrebbe egli ravvisato nel nobilissimo

_Zebach_? Che se il primo ogni volgare accenna ed anche licenzioso

banchetto, il secondo ai grandi, a’ solenni allude e religiosi convivj.

Nè quelli degli Esseni avrebbero questo nome demeritato. Non lo

avrebbero pel silenzio profondo che durante il pranzo regnava

d’intorno, e di cui celebre esempio ci offrono pur essi i Farisei,

quando esigono in principio non doversi per ragione di igiene

conversare mangiando; del qual divieto solo allora comprenderemo lo

spirito che a memoria ci ridurremo l’attitudine che prendevano a quei

tempi sui letti loro i commensali. Non lo avrebbe poi, aggiunge Filone,

pei dottrinali trattenimenti che, conchiuso il pranzo, si intavolavano

tra i commensali. Ma quanto non suonano preziose le frasi Filoniane,

specialmente ove si badi alle circostanze a cui si accenna. Non solo ei

dice che si proponeva a mensa una questione tratta da’ libri sacri; ma

egli ne addita l’indole peculiare, ei dice quei discorsi _composti di

allegorie sulle sacre scritture_. Nè di questo si accontenta Filone: ma

trapassando al criterio generalissimo con cui dagli Esseni si procedeva

nella interpretazione delle scritture, la _legge_ dice _considerano pur

essi qual’Ente animato i cui precetti sono il corpo; e spirito e mente,

le allegorie_. Abbiamo ben udito? Sono elleno coteste le espressioni

testualissime di Filone? È egli questo il concetto che della scrittura

formavansi Terapeuti ed Esseni? Che se così è, che cosa resta per

identificarli a’ Teologi del Farisato, ai Cabbalisti? Non sono essi che

lo esempio ci offrono continuo luminoso di dotti ragionamenti a tavola

intrapresi? Non ne riboccano ad ogni pagina e Talmud e Medrascim ed

il Zoar sopratutto? Che dico? Non sono eglino soli, soli i Cabbalisti

gli autori, e propugnatori del gran principio esegetico dagli Esseni

bandito, _la duplice natura della legge di Dio spirituale e corporea_?

Non sono eglino appunto che all’animale somigliandola (nel 3º Volume

del Zoar) i precetti dicono appunto come gli Esseni dicevano, _il corpo

della legge_, e le allegorie, non meno com’essi ancora ne dicono, lo

_spirito_?

Ma se la teoria degli uni a quella degli altri perfettamente risponde,

ciò che aggiunge Filone, non pare, se ben si mira, di manco rilievo,

e forse meglio che le grandi affinità varrà a stabilire tra i due

istituti la medesimezza, siccome quello che poggia non già sopra

certe somiglianze che possono essere effetti di cause congeneri, ma

sopra alcune circostanze singole arbitrarie che rivelano una medesima

provenienza. Egli è Filone che parla, Filone che dice come, conchiusa

la sposizione allegorica quando trovata sia laudabile, ognuno applaude.

E questa circostanza ove la troveremo? Nel Zoar se la cercherete, ove

vedrete non una nè dieci, ma cento e mille volte seduti i dottori

Cabbalisti al desco comune, lunghi e dotti tessere ragionamenti, i

quali conchiusi, sono ora i baci fraterni che fanno fede del cuore

appagato, ora certe frasi che tornano immancabilmente dopo ogni

festeggiato discorso, e che suonano, a mo’ d’esempio: _Se la vita ci

fosse stata solo, per questo udire, largita, già ne sarìa di avanzo_.

«_Illù la atena leàlmà ella lemiscmagh dà, dai_.»

Nè i dotti ragionamenti nè gli applausi erano la sola parte che negli

Essenici banchetti si dava alle lettere, si dava allo spirito. Eranvi

altresì i canti, vi erano gli inni. I quali, dice Filone, coronavano

gli Essenici _Agapi_ colle lodi di Dio, e colla memoria de’ suoi

benefici. Questo inno era tal fiata opera personale del Patriarca,

del Presidente; tal’altra era dettato di qualche antico poeta,

perocchè i poeti, dice Filone, hannoci lasciato de’ versi metrici

_spondei esametri_ ed inni che accompagnano le sacre danze. Dove

sono gli inni a mensa cantati nell’antico Farisato? Il Talmud non li

disconosce in verità, per quanto per la indole dell’opera stessa non

troppo, se non isbaglio, ne son numerosi gli esempi.[83] Pure già ne

è dato l’uso travederne sino da remotissimi tempi: che dico? sino

da’ tempi profetici, sino nella Bibbia. La quale volendo dire come

nell’ultimo nazionale esizio cessato sarebbe ogni tripudio, annunzia

come non più a suon di canto, sarìa il vino ne’ conviti libato: d’onde

traevano i dottori argomenti a interdirne l’uso dopo l’esilio. Pure la

interdizione non è tale che l’uso non ti apparisca di quando in quando

nell’istesso Talmud: testimone quel banchetto ove invitato Rab Hasdà a

sciogliere giojoso un canto trista invece intonava e lugubre elegia.

Ma questi, per quanto non ispregevoli esempj, poco sono, se gli Esseni

sono non solo Farisei ma Farisei cabbalisti, se la identità di cui

abbiamo finora discorso non è una favola.

Ebbene il Cabbalismo, i suoi usi, i suoi personaggi ne danno la più

parlante, la più espressiva imagine della Essenica costumanza. Io non

so se sbaglio, ma se il Talmud, se tutta la biblioteca rabbinica de’

primi secoli fa per avventura menzione di un poeta rabbino, di un poeta

fariseo, questi è un solo, chiaro, celebre se volete, ma pure un solo.

E questo unico poeta chi è egli? Egli è uno de’ più eminenti della

teologia cabbalistica, egli è il _cervello_, la _mente_ della _scuola_,

come Ribbi Abbà ne fu lo scriba, ne fu lo scrittore; egli è in una

parola il figlio stesso del grande maestro, egli è Ribbi Eleazar figlio

di Simone che fu, dice il Medrasc, _Carobì vetanoi upoeti_. E ciò che

più monta, egli è che di questo officio, di questo carattere di poeta

non fa fede il Zoar, parte interessata nella questione e monumento

esautorato dagli anticabbalisti, ma fanno fede libri a niuno sospetti,

di indubitata autenticità, di imparzialità manifesta. I quali lo dicono

fregiato delle triplici doti, come vedemmo, di _Poeta, Oratore e

Rapsoda tradizionale_ e il vogliono ancora _perito cantore_ e identico

a Ribbi _Elleazar Hisinà_ per non parlare della tanta controvertita

identità col poeta nostro, conosciuto più tardi sotto il nome di

Callir o di Calliri, intorno al quale tanto dottamente s’affaticarono

i nostri moderni eruditi. E questo è senza meno antichissimo e per

ciò stesso concludentissimo esempio di analogia, Esseno-Farisaica ed

Esseno-Cabbalistica. Ma quanto più prossimi e più comuni gli esempi se

per poco scendiamo in ordine di tempo! Quanto illustre ce n’offrirebbe

l’esempio dico di magnifiche poesie, parte più specialmente

consacrate alla _mensa_, parte alla preghiera, alla liturgia, e tutte

stupendamente improntate di una siffatta elevazione che rende a mille

doppi mirabile il poetico magistero. Fra i primi non si potrebbe

non menzionare il Loria _principe de’ moderni_ Cabbalisti, prodigio

di speculativa fecondità, comecchè nulla abbia scritto ma tutto lo

insegnamento suo abbia trasmesso oralmente. Che dico nulla scritto?

Egli scrisse pure qualche cosa, e queste sono brevi e mistiche poesie

dettate in linguaggio Arameo e destinate alla mensa sabbatica. Gli

altri poi sono egualmente Cabbalisti ma scrittori esimj nella purissima

favella della scrittura. Possiamo dire che se a ragione vi ha chi possa

dire di aver generato la _mistica poesia ebraica_, la più bella che io

conosca, ella è senza meno la Italia nostra. La quale se non avesse in

questo genere dato la vita che a _Moise Zaccut_ di Venezia, avrebbe già

un titolo glorioso alla riconoscenza de’ cultori della santa lingua.

Bisogna leggere le poesie del Zaccut e persuadersene. Bisogna avere

qualche sentore delle Dottrine cabbalistiche, bisogna avere anche il

gusto dell’ebraica poesia, per ammirare il magistero stupendo, con

cui concetti sublimissimi sono vestiti di forma non meno sublime,

ed in cui non sai veramente discernere se più l’idea conferisce

alla venustà della forma, o la squisita magnificenza di questa alla

grandezza e nobiltà del concetto. A me poi la lettura di quelle poesie

cabbalistiche dettate nel più puro idioma della scrittura produce un

effetto singolarissimo. Mi pare che un grande abisso sia ricolmo, mi

pare un grande intervallo superato, mi pare in un istante la distanza

soppressa, che i Profeti divide da’ Dottori, da’ Dottori cabbalisti.

E quando vedo quanto la forma profetica scritturale si attagli al

concetto cabbalistico, quando vedo e l’uno e l’altro immensamente

più belli, più grandi farsi al contatto, e quasi la parola biblica

incarnarsi, immedesimarsi col concetto cabbalistico, allora la unità

primitiva e della _parola_ e _dell’idea_ rivelata, la sintesi che ha

preceduto l’analisi, la separazione sofistica, mi si rivela in una

luce, in una evidenza intuitiva che non si potria la maggiore.

Ora di due altri punti che il sistema, che la forma e l’ordine

concernono della tavola essenica. Questi due punti sono in primo,

l’ora, e poi l’abito che a tavola indossavano. L’ora dicono gli

storici era la sesta. Dopo avere, dicono essi, lavorato sino a 5 ore

si bagnavano nell’acqua diaccia, e bagnati che erano si riunivano per

il pasto. Entravano nell’aula ove cibavansi, con aria solenne, quasi

fosse in un tempio; sedevano nel più profondo silenzio, e prima e dopo

il pasto i sacerdoti pronunziavano una preghiera. Le parole udite sono

pregne di allusioni, di reminiscenze, di analogie farisaiche; analogia

l’ora al cibo assegnata; questa ora era pegli Esseni la 6ª e lo era

egualmente pei Farisei; i quali, prescrivendo e determinando a ciascuno

l’ora di sedere a mensa, assegnano a’ Farisei la 6ª ora del giorno,

quella stessa che udiste sulle labbra di Filone particolare agli

Esseni; analogia la lavanda, l’abluzione che gli Esseni praticavano

nella sua forma più religiosa, _Tebilà_, e che i Farisei non imposero

che nella sua forma più mite l’abluzione delle mani _Tebilat Iadaim_;

analogia il concetto grande ed augusto che si formavano del refettorio

al quale si accostavano come _ad un tempio_, consuonando in tal guisa

col farisaico dettato che la tavola parificano all’altare, e il

_carattere gli assegnano espiatorio che era proprio all’ara di Dio.

Sciulkan scel Adam mechap per ghalav_. Analogia infine la benedizione

che si dice pronunziata prima e dopo il convito, e di cui abbiamo

continuo quotidiano l’esempio innanzi gli occhi.

L’ultimo de’ punti accennati non merita meno la vostra attenzione.

Se gli Esseni indossavano abiti particolari durante il pasto egli è

perchè nobilissimo siccome udiste si formavano concetto della mensa

comune, alla quale siccome i sacerdoti all’altare, così essi non si

appressavano che con abiti specialissimi; egli è perchè, nè si dee

dissimularlo, tale correva allora comunissimo l’uso tra i più distinti

Romani i quali andavano, dice uno storico, _al pranzo vestiti di un

abito più o meno leggiero secondo le stagioni e che serviva solamente

per la tavola_. E nomi pure recava distinti, pomposi: si diceva _vestis

cœnatoria_, _triclinaria_, _convivalis_ e in una parola _sintesis_.

Presentarsi al festino senza quest’abito sarebbe stata inescusabile

malcreanza. Cicerone fa un delitto a _Vatinio_ di esservi venuto in

abito nero comecchè convito funebre fosse quello. Quando il convitato

avesse mancato d’indossare l’abito comune, il padron di casa glielo

prestava come prestavanlo, al dire di Capitolino, Alessandro e Settimio

Severo ai loro commensali. Ma l’uso in discorso è di gran lunga più

rilevante ove ad un uso si raffronti, bello per mirabile identità

de’ _dottori_ Cabbalisti. I quali appunto come gli Esseni, appunto

come i più grandi tra i Gentili, non si avvicinavano alla mensa che

dopo aver vestito abiti esclusivamente alla mensa sacrati, applicando

all’atto della commestione ciò che i Farisei del Talmud praticavano

in ordine alla preghiera, per la quale lindi e puri serbavano abiti

peculiari. Ma ciò che più mi ha colpito, che meglio ha posto agli occhi

miei in rilievo questo nuovo argomento d’identità fra le due scuole,

si è appunto, vel confesso ingenuamente, ciò che per altri sarebbe

stato per avventura soggetto di dubbio e di esitazioni, voglio dire

quell’apparente mancanza di continuità nella pratica di quest’uso tra

i Farisei, quella lacuna storica che tu ravvisi tra l’antichissimo

Essenato e i moderni Cabbalisti, e per cui dopo aver letto di quest’uso

la pratica in una società da tanto tempo estinta, tu lo ritrovi senza

che ti sia dato discuoprirne le orme, vivo, attuato nella scuola

cabbalistica. Se i Farisei, dissi fra me, da’ quali potuto avrebbero i

cabbalisti quest’uso imparare non lo conobbero; se i Cabbalisti non si

addarono unqua dell’esistenza neppure, e tanto meno delle istituzioni

degli Esseni in quella guisa che niuno di se stesso può vedere il

sembiante; e se non ostante gli antichi usi degli Esseni si riproducono

senza il vincolo farisaico in seno a’ Cabbalisti e si riproducono ne’

dettagli eziandio più minuti della pratica giornaliera, egli è segno

che la vita de’ primi si è ne’ secondi trasfusa, che cambiando nome,

forma e certi caratteri altresì deponendo, si perpetuò l’Essenato, si

rinnovò ne’ Cabbalisti moderni, tra i quali tu ravvisi certi usi i cui

storici precedenti mancano affatto nei predecessori naturali degli

Esseni, nella Bibbia, ne’ profeti, ne’ Farisei, e di cui tu trovi

invece il tipo antichissimo nella società degli Esseni.

Che se questo fatto ed altri di simil tempra non provassero

l’identità, che cosa proverebbero e quale più rimarrebbe spiegazione

escogitabile? Certo che altra sola rimarrebbe possibile, ma tale che

per la sua assurdità niuno vorria menar buona. Bisognerebbe supporre

che in seno ad una stessa nazione, _gli Ebrei_; sotto gli influssi

di una medesima religione, l’Ebraismo, in breve sotto l’azione di un

concorso di cause identicissime, due istituti siensi generati, che

tutto o pressochè tutto vantano comune, _dottrine_, _genio_, _pratica

giornaliera_, _usi_, _costumi_ e nonostante non si tocchino, non si

combacino, non s’identifichino fra di loro, e nonostante sieno due

riproduzioni _fac simili_ di uno stesso tipo, due manifestazioni

successive di uno stesso principio, di uno stesso genere. Io credo

questa ipotesi inammissibile. Io credo che nella stessa guisa che nella

vita di un popolo, di una fede, di una scienza, ogni principio, ogni

germe nasce una sola volta, vive di una sola vita, e morto ed esaurito

mai più comparisce in quella guisa medesima che la Grecia ebbe un sol

Platonismo, una sola _Stoa_, un sol _Peripato_; l’età moderna un sol

_Cartesio_, un sol _Leibnizio_, un sol _Spinoza_, un sol _Kant_, nè

saria stato possibile che due ve ne fosse perchè nulla d’insulso, di

inutile si produce in natura, così io credo che l’Ebraismo non ebbe nè

poteva avere che un sol Essenato, come non ebbe che un sol Farisato,

un solo Sadduceismo, un sol Caraismo; e che questo Essenato cangiò sì

di nome col cangiare de’ secoli, senza cangiare però di natura, e le

fattezze antiche serbando tutt’ora riconoscibili.

LEZIONE VENTESIMAPRIMA

Le istituzioni degli Esseni ci hanno sinora occupati. Celibato,

comunanza di beni, abiti, refettorio furono da noi nel novero posti

delle loro istituzioni; e come tali studiati. Potremo noi obliare il

lavoro l’esseniche occupazioni? Potremo noi il carattere e l’esame

disdirgli di organica istituzione quando le regole dell’istituto come

tale lo consideravano, come tale ai socî lo imponevano? Io credo che

nol possiamo. Troppo era per essi essenziale il lavoro perchè possa

da noi pretermettersi. Il lavoro, dice il _Salvador_, era una delle

tre basi su cui la società si fondava, e queste basi erano _Lavoro_,

_Carità_, _Contemplazione_. Le quali basi attentamente osservando, mi

venne fatto dimandar a me stesso: sarebbe egli possibile che di questa

triplice caratteristica si faccia parola nelle antichissime sentenze

di _Abot_? Sarebbe possibile che un equivoco, sino adesso perpetuato,

ci abbia conteso la vera e genuina intelligenza della parola _Abodà_,

e che non ad altro se non alla essenica organizzazione allude il testo

antichissimo, quando tre dice essere le basi su cui poggia il mondo,

il sociale edifizio, _Carità_, _Lavoro_, _Contemplazione_? Io non

ardirei asserire che così sia veramente, che a questo e non ad altro

abbia alluso la _Misna_ e che la parola _Abodà_ sin ora intesa come il

culto esprimente e il servigio di Dio, stia piuttosto a significare

lavoro, come pure il potrebbe. Tanto io non ardisco, ma ciò che si può

a dirittura affermare, egli è che la congetturata interpretazione può

stare a fronte di altre mille che la critica moderna partorisce ogni

giorno; egli è sopratutto il conto grandissimo in cui il lavoro si

tenne presso gli Esseni.

Ma qual lavoro? certo non il commercio per cui gli antichi professarono

dispregio anzichè altro; per cui parve condegno agli Egizj, agli

Indiani, antichissimi popoli, rilegarne i professanti sino alle ultime

classi sociali. Per cui i Greci stessi non ebbero che parole di

biasimo e di sdegno, che lo dissero proprio peculiare officio della

classe servile, e non solo in pratica l’ebbero a vile, ma vile ancora

l’ebbero in teoria i filosofi, i publicisti, come a bastanza apparisce

nel 7º libro della _Politica_ di Aristotile, e come dal nostro stesso

Flavio Giuseppe apertamente risulta, il quale più obbediente ai

paganici pregiudizj che alla storica verità, disse che gli stranieri

soltanto praticarono appo noi il commercio ai tempi di Salomone; troppo

disdicendo a popolo nobilissimo inchinare la mente ai pensieri, agli

officï della mercatura. Queste frasi provano almeno una cosa, provano

il concetto che del commercio prevaleva, ai tempi dello Essenato, il

quale, siccome quello che aspirava a sovrumana perfezione, non poteva

a quegli offici ossequiare che dallo universale e dal volgo medesimo

erano dispetti.

Storia degli Esseni: Lezioni · 第 18 / 41 段