Giuravano poi d’amare sempre la verità, e di svelare i mentitori.—La

verità! Niuna cosa più amarono nè più riverirono in atti e in parole

i Farisei.—La verità impone Mosè proseguire in ogni cosa «_Midebar

scecher tirhak_.» La veracità posero per condizione i dottori onde

conseguire la visione di Dio, da cui dissero separati in eterno i

mentitori. Verità praticarono, e verità rigidissima, nelle civili

transazioni; testimone quel Rab Safraà che avendo in cuore aderito

ad un prezzo propostogli, ricusò quell’aumento che immediatamente

profersegli il compratore standosi contento di quello che aveva per

lo innanzi in cuor suo accettato. Testimone quell’altro, che essendo

uscito a diporto fuori della città, ed essendosi con altro dottore

a caso imbattuto che tolse a ringraziarlo per essergli, siccome

credeva, uscito ad incontrare, ingenuamente confessò non aver egli

avuto siffatto intendimento. Testimone quell’orrore in cui ebbero

ogni ipocrisia e simulazione alla quale sotto il nome imprecarono di

«_Goneb dahat Abiriot_.» Sino al punto d’interdire ogni apparenza che

un simulacro offrisse di Pietà o Religione non sentite; che dico? che

ponesse in luce o divulgasse pratiche eziandio realmente osservate;

testimone tra gli altri lo esempio di quel dottore non troppo dai

nostri tempi remoto, che trovandosi in amica brigata un certo giorno

che trascorreva in digiuno, ed essendosi ad ognuno presentata ospitale

bevanda, amò meglio troncare, che palesare la particolare sua devozione

ai circostanti. Tanto è vero che a niuno meno che ai nostri antichi

dottori si potrebbero quelle accuse attagliare che una Religione

rivale non cessò di scagliare in capo ai Farisei. E quanto non riesce

la loro veracità più ammirabile al confronto! Al confronto dico di

un popolo allora esistente che lo stringeva da ogni parte colle sue

leggi, colle sue istituzioni, coi costumi; che aveva dato al mondo la

sua letteratura, la sua scienza, la sua lingua, e che maestro sedeva

allora di civiltà alle genti. Voi l’avete nomato: ella è la Grecia,

la Grecia il cui carattere del mendacio, dice uno scrittore inglese,

passò perfino in proverbio, che Luciano e Giovenale rimeritarono colla

ironia e col vilipendio; e che in niun luogo così manifestamente si

appalesa come in un passo di Plutarco, ove togliendo a dimostrare la

opportunità di vincolarsi talvolta con certi voti agli Dei, egli novera

tra i voti, possibile tra i laudabili, quello di astenersi per un anno

dal vino e dalla lussuria, e quello infine di interdirsi per un certo

tempo ogni menzogna: prova a parer mio manifesta come l’eloquio dei

Greci ordinario, abituale, non solamente tollerasse, ma quasi non dissi

esigesse, l’ingrediente indispensabile della bugia. Ecco quale era

l’ambiente morale in cui vivevano i Farisei, ecco l’esempio che porgeva

la pagana civiltà, ed ecco quali seppero in mezzo a sì grand’infezione

conservarsi; puri, veridici, odiatori del falso e del simulato, della

maschera d’ogni maniera. Ed ecco nobilissimo pregio ove, a differenza

_dei popoli dominanti_, convengono insieme Esseni e Farisei.

Ma gli Esseni non solo vogliono che si ami, che si pratichi veracità;

esigono ancora, e voi l’udiste, che si svelino i mentitori. E i

mentitori svelati vogliono essi pure i Farisei quando insegnano _mizvà

lefarsem et ahanefim_, quando dicono cioè dovere ognuno strappare la

maschera di faccia agli ipocriti, doverne mostrare i vizi e l’abiezione

denudata, dovere trarre d’inganno coloro che presi sono dal fàscino dal

bagliore di una falsa virtù.

Giuravano gli Esseni di serbare _le mani incontaminate da ogni illecito

lucro_, che è quanto dire da quei raggiri, da quelle trappole che pur

sono tollerate in società, e che non sono giudicabili che dal fòro

interiore. Il nostro Farisato non ha bisogno di chiarirsi innocente

di siffatte bassezze: quindi in fatto di lealtà non può subire

comparazione: egli aspira al primato. È egli per ciò che questo brano

dell’essenico giuramento nulla dice, nulla ammaestra, nulla insegna?

E pure preziosissimo documento vi è racchiuso, nè a voi perspicaci

sarà difficile lo scuoprirlo. Vedrete in quello la prova come quella

_Comunanza di beni_, onde andarono così famosi gli Esseni, non fosse

così universalmente dagli _Esseni_ praticata, che una parte almeno di

essi non si permettessero di possedere; vedrete in esso le traccie

sensibili di una privata _proprietà_ a cui si giurava inviolabilità e

rispetto.—Vedrete infine quella istituzione attenuata che può a prima

giunta parervi ostacolo alla perfetta e intera identificazione tra

Farisei ed Esseni, la _Comunanza di beni_.

Noi siamo giunti quasi alla fine dell’essenico giuramento. Se le cose

che intorno ad esso mancano a dirsi fossero di più lieve momento

che non lo sono, noi avremmo quest’oggi al tutto esaurito l’esame

proposto.—Ma le ultime formule del giuramento dell’iniziato accennano a

fatti, a costumi imponentissimi. L’arcano delle dottrine.—Il silenzio

e il segreto ai profani.—L’insegnamento agli iniziati.—I libri.—I nomi

degli angioli.—Cose tutte il cui nome soltanto accenna la importanza.

Egli è per questo che ad altra volta ne serbo la trattazione, e che

intorno a queste mestieri è, come Dante diceva, un’altra volta ancora

«_sedere a mensa_.»

LEZIONE DECIMASETTIMA.

Il giuramento degli Esseni fu da noi nelle precedenti lezioni

sottoposto ad esame, e trovato in ogni sua parte conforme alle

idee, alle pratiche di que’ Farisei dai quali crediamo avere gli

Esseni tratta l’origine. Pure una parte tuttavia restava a vedersi

dell’essenico giuramento, che è quella per cui l’istituto Essenico

sino adesso veduto quale sociale sodalizio si palesa dal suo lato

scientifico religioso dottrinale; in cui l’insegnamento, il mistero

era carattere precipuo solenne peculiarissimo; per cui spiegasi più

luminosa quell’attenenza da noi certamente propugnata fra la scuola

farisaica e la società degli Esseni. Giuravano gli Esseni di nulla

nascondere ai fratelli dei misteri della setta, di nulla agli altri

rivelare ove n’andasse eziandio della vita, e nei casi di legittimo

insegnamento di non comunicare le dottrine sociali se non nella guisa

in cui fur ricevute, e finalmente di conservare studiosamente i libri

della setta e i nomi degli angioli. Gran parole son queste, vuoi per la

intrinseca loro significazione, vuoi per i preziosissimi ravvicinamenti

che ci offrono col sistema dei Farisei. Permettete che noi riandiamo

gli articoli a parte a parte.

In primo luogo, l’obbligo di insegnamento di comunicazione ai fratelli

delle dottrine sociali. Avvi nulla che meglio consuoni colle teorie dei

Farisei? Io oso dire che non si potrebbe dare analogia più manifesta.

Per essi il maestro, il dottore, chi avaro procede degli ammaestramenti

ai discepoli, _triste messi raccoglierà di maledizioni dalle labbra dei

pargoli, e da quelli eziandio che stanno ascosi nell’alvo materno. «Col

ammoneagh alakà, mippi talmid, affilù obarim»_ ecc. ecc. _ei frauda lo

innocente del retaggio dei padri suoi, della legge, patrimonio comune

di tutto Israel_. Per essi quella solamente si chiama _Legge di Grazia_

(_torat hesed_) _che ama diffondersi, che si spande, che si comunica,_

(_Torà al menat lelamed zò torà scel hesed_) titolo che a sè unicamente

arrogava una religione che da noi trasse l’origine.[77]

Per essi _colui_ all’opposto che _si fa de’ figli altrui istruttore

meriterà di sedere nel consesso e delle speculazioni fruire dei

celesti: «col ammelamed et ben haberò torà zoké veiosceb biscibà scel

maghta» i egli potrà ogni più duro decreto squarciare col merito suo,

«affilù gozer ghezerà mebattelà.»_ Per essi il vanto maggiore onde

possa andare glorioso un Dottore, quello si è di aver molto insegnato,

testimone il maggiore Eliezer, che prossimo a morire levò al cospetto

dei discepoli radunati le due braccia in suono mestamente esclamando:

O braccia mie che quasi due aste del santo volume, poichè la lettura

si è consumata, siete prossime a ripiegarsi![78] Molto a svolgere vi

stancaste i sacri libri per imparare, molto più vi affaticaste nello

insegnare. Deh sia la pace nel mio riposo!

Che se santo è l’obbligo d’insegnare a chi indegno non sia, se dal

lato positivo tanta veggiamo conformità col giuramento e colla pratica

degli Esseni, sarìa egli lo stesso in ciò che il giuramento contiene

di negativo, nel divieto cioè di comunicare le dottrine religiose

agli indegni, agli stranieri. E questo pure a veder bene è comune

ai Dottori; comune quando pronunciavano il divieto di comunicare la

legge, le sue dottrine, i suoi misteri agli idolatri, non già perchè

avari procedessero dei veri posseduti, ma per la ragione semplicissima

che i Gentili volevano e credevano salvi senza le speciali conoscenze

dell’ebraiche dottrine, le quali l’officio e il carattere sostenevano

verso i Gentili di dottrine jeratiche sacerdotali, e di inviolabile

acroamatismo, a cui accostarsi solo era lecito per le vie gelose e

riservate di una regolare iniziazione; comune quando ci narrano di

un discepolo cacciato per indiscreta propagazione di cose udite già

erano vent’anni, come dei Pitagorici si narra che parecchi soci ebbero

espulsi per indiscreta divulgazione dei loro misteri. (Ritter, I,

300) Comune quando _la legge comunicata allo indegno, alla pietra

parificavano, che gli adoratori di Mercurio o del Siro Meeracles

deponevano sui mucchi a loro onore innalzati nei capi strada_. E

quando più specialmente togliendo di mira quelli che espressamente

si dicono _Sitrè Torà_, _Misteri della Legge_, e che sono appunto a

parer mio le dottrine di cui eran pubblici depositari e cultori gli

Esseni, precise e severe regole imponevano alla loro trasmissione,

virtù, qualità richiedendo particolarissime nello iniziato, come a

dilungo può dimostrarsi in _Haghigà_, e di cui non è qui luogo a

discorrere. Che sarà poi se gli specialissimi libri rammenteremo e le

regole dei cabalisti? Certo che l’analogia sarà più parlante, se vera

è quella identità che non ho cessato di propugnare fra le due sette;

certo che troveremo allora nel Zoar frasi siccome quelle che nel

terzo volume si leggono della grand’opera ove il verso dei Proverbi

_chebod eloim aster dabar_ «si onora Iddio serbandone i santi misteri»

ai misteri si applica ed all’insegnamento dei cabalisti, nè troppo

saprei dire veramente a chi altro si potrà meglio riferire che agli

arcani di religione, alle norme eziandio attenendosi della Esegesi più

imparziale. Troveremo nell’istesso volume un verso solo che sembra

suonare contradditorio, autorizzando e vietando al tempo stesso la

propagazione dei misteri d’Iddio, seco stesso pacificato, distinguendo

gl’iniziati, i soci _kabrajà_, gli entrati ed esciti a salvamento,

come si esprime il Zoar per l’ordinario, dagli indegni, dai profani,

dagli inesperti, _leekol lesobà velimhassè attik_. Troveremo a coloro

imprecato che trasmettono (per tradurre testualmente) i misteri delle

leggi, i misteri della tradizione della Genesi, e della ortografia dei

misteri di Dio ad uomini indegni; troveremo infine l’essenico divieto

ripetuto ad ogni tratto e qual tutela e palladio raccomandato per la

conservazione delle riposte dottrine.

Ma il giuramento degli Esseni un’altra clausola conteneva che noi

dobbiamo esaminare. Non solo volevano generosa trasmissione agli

iniziati, non solo volevano ogni cognizione interdetta a chi nol

fosse; ma volevano fedele eziandio ed inalterato lo insegnamento; ma

giuravano eziandio di comunicare le dottrine religiose _nella guisa

stessa_ che erangli state insegnate. Potrebbe darsi riscontro più

evidente coi costumi, colle regole, colla pratica dei Farisei? Havvi

nulla di più provato, di più costante della fedeltà, quasi non dissi

servile, che ponevano i Farisei nella trasmissione delle ricevute

dottrine? Eppure non si comprese come cotesta bellissima sia e

perentoria dimostrazione della veracità della tradizione; e pure gli

uomini che si facevano scrupolo di ripetere perfino gl’idiotismi dei

loro maggiori, si accusarono di inventori e falsari; eppure non si vide

infine quanto Esseni e Farisei procedano per questo verso eziandio per

conformità ammirabili; eppure le infinite prove che ne somministrano

i Farisei furono travolte in oblio; si obbliarono quelle formule che

tornano ad ogni passo nel Talmud; che sono il preludio obbligato di

ogni recitata tradizione; che di maestro in maestro, di trasmissore

in trasmissore risalendo, ascendono sin dove le superstiti memorie lo

permettono; si obliarono quei dottori che per niuna cosa andarono tra

i posteri così famosi come per essersi ogni opinione interdetta che

dal proprio maestro non avessero ricevuta come si narra in _Succà_,

se non erro, per Eliezer il maggiore: _sciellò amar dabar sciellò

sciamagh mippi rabbò micòdem_. Si obliò come tra i peccati che causa

sono _della cessata insidienza di Dio in Israel_ quello si annoveri,

_la propagazione di dottrine non ricevute_; e nulla, a mirar bene, di

più ragionevole; conciossiachè la tutela e la possessione del vero

eterno siano il segno della presenza di Dio infra gli umani; si obliò

lo scongiuro che il restauratore della Teologia, Ben Johai, il Socrate

del cabbalismo, dirigeva ai discepoli, ai _suoi Kabrajà_, instantemente

esortandoli non volessero lasciarsi di bocca uscire una parola di

religione, che saputa ed udita non avessero da uomo autorevole, o

come dice il Zoar, da Albero magno. _Bemattutà minaiku de la tafcum

mipummaihu milà deoraità dilà scemahtun meillanà rabrebà_; e quel

titolo obbrobrioso si obliò che ai propagatori di novità imponevano i

dottori, _adoratori_ chiamandoli di _Simulacri_ veri e propri, e di

quel comando violatori che è secondo nel Decalogo, dove la fattura

s’interdice di imagini e sculture; _dehol man demappich beoraità ma

delà jadagh vela chibbel merabbò alé chetib lo taasé lekà pessel, la

taghbed lak oraità ahrà delà jadagh velà amar lah rabbah_.[79]

Ma gli Esseni, voi lo udiste, volevano esatta e fedele la trasmissione

delle loro dottrine, e quindi a questo fine preordinarono il

giuramento. Perciò imposero la fedeltà della orale trasmissione come

abbiamo veduto, e perciò stesso introdussero quell’altro _inciso che

di conservare imponeva, di custodire con cura, con fedeltà i libri e

scritture dell’Essenato_. Che vi par egli che abbia pensato e praticato

a tal proposito la scuola dei Farisei; che idea vi formate della loro

fedeltà bibliografica? Ah! che se io volessi trattare dell’argomento

in tutta la sua ampiezza bene più oltre ne spingeremmo i confini che

l’ora ed il tema non lo consentano. Ricorderemmo il deposto biblico,

il suggello di autenticità che reca manifesto, ed a cui piacquersi

di porgere ossequio i dottori eziandio della Chiesa cristiana, ed

una schiera infinita di critici di ogni stirpe e religione; i lavori

prodigiosi colossali dei _Massoreti_ che resero ogni alterazione

impossibile col tessere l’elenco minuto circostanziato delle frasi,

delle parole, delle lettere di tutta la Bibbia, e queste ed altre

infinite cose riandando, potremmo offrire della farisaica fedeltà

luminosa testimonianza. Ma noi ci contenteremo di scendere da tanta

altezza, e le più antiche e gravi prove trasandando ci acqueteremo

nelle più modeste. Ricorderemo il divieto soltanto di conservare

eziandio un libro che non fosse corretto, e quindi l’obbligo della

rettificazione, e della soppressione. _Assur leasciot sefer sceeno

mugghè miscium al taschen beaoleha avlá_, e soprattutto ricorderemo

un passo del Talmud di Gerosolima nel trattato di _Chetubot_, che

mentre conferisce da un lato a sempre maggiore dimostrazione dello

scrupolo e delle esattezze bibliografiche dei Farisei, ci offre da un

altro lato tutto il carattere ed il valore di una vera _Rivelazione_.

Io non oserei questo vocabolo adoperare se non avessi sempre letto

in autori gravissimi, qual fatto costante dimostrato, _il silenzio

dei Dottori intorno gli Esseni_; se le ricerche eziandio più moderne

non si fossero arrestate innanzi questo fatto strano incomprensibile,

se infine il luogo da me citato del _Jeruscialmi_ a quei pochi

ma rari e preziosi luoghi non appartenesse, che nella rabbinica

enciclopedia alludono, a parer mio, manifestamente alla società degli

Esseni. Giudicatene voi stessi. Vuole il Talmud accennare quei libri,

quegli esemplari da cui si può impunemente togliere criterio per la

trascrizione dei libri sacri, accennarli insomma quai libri modelli.

_Rab Kannà amar lemedin misefer mugghé._ E quali sono, credereste,

quei libri modelli? Sono quelli, aggiunge il Talmud, _quei libri che

libri s’intitolano da un Esseno o Esseo_ come più precisamente legge

il Talmud. «_Chegon illen deamrin sifroi de Assè._» Strano a dirsi!

Quando i chiosatori tolsero a darci di questa frase l’intelligenza,

che cos’avvenne? Essi ignoravano o in quel punto obliarono che nei

secoli misnici, talmudici, eravi una scuola famosissima che si diceva

degli Esseni, che come gli stessi farisei avevano libri; che come essi

scrupolosamente ne praticavan la custodia, che la gelosa conservazione

eragli imposta per giuramento e tutte queste cose obliando, girono in

cerca di meschine, di assurde interpetrazioni. Si disse: eravi allora

celebratissimo scriba che il nome portava di _assè_, i cui libri si

prendevano per modello delle copie trascritte, e di quest’uomo intese

favellare il Talmud quando disse _Sifroi de Assè_. Ma dov’è questo

_Assè_ nella storia? Dove sono i luoghi in cui di esso si ragioni nel

Talmud? Come il singolare parlante nome reca egli appunto di Assè, e

come infine il solito inseparabile aggiuntivo non si legge di Maestro

o di Rab? Ma quanto meglio nel nostro sistema! quanto più naturale,

storica, espressiva, piena di vita e di verità la frase talmudica ove

degli Esseni s’intenda, ove si ammetta niun più acconcio esempio aver

potuto citare il Talmud di esattezza e religione bibliografica, che

lo esempio pubblico famosissimo della bibliografia degli Esseni! Il

qual esempio vediamo citato in verità nella frase summenzionata, che

mentre conferma la fama di periti e probi bibliografi che vantavano

gli Esseni, e che è l’oggetto specifico di questa lezione, ci offre

al tempo stesso uno dei più pellegrini luoghi che la storia degli

Esseni vanti nelle pagine Rabbiniche, siccome quella che prova contro

l’opinione generalmente accettata, la cognizione degli Esseni presso i

Dottori.

Ma gli Esseni promettevano nel loro giuramento altra cosa non meno

preziosa conservare, e voi lo udiste, _il nome degli angioli_. Chi

è che questo giuramento ci ha trasmesso e quindi anco la frase

presente? Egli è Giuseppe Flavio che grecamente dettava le opere sue,

e grecamente in pari modo narrava dell’essenico giuramento. Come

suona nell’originale la frase di Flavio? Suona ella così chiara, così

formale che nè incertezza nè contradizioni abbia tra gli interpreti

ingenerato? Io vel debbo confessare. Le parole di Giuseppe furono

diversamente comprese dai suoi traduttori. Ove Basnage, ove Munk,

ove altri moltissimi leggono, come udiste, _il nome degli angioli_,

l’antico traduttore francese _Arnauld d’Andilly_, e forse altri che

io non conosco, intesero e tradussero, _il nome di coloro dai quali

furono i libri ricevuti_, che è quanto dire il nome dei loro antichi

autori. A quale delle due diverse lezioni dobbiamo attenerci? Io

non vi obbligherò a sì lungo e duro processo; piuttosto più breve e

spedito cammino preferiremo, e prendendo in esame or l’una or l’altra

lezione, dimostreremo come qualunque versione ci piaccia anteporre,

sempre naturale e luminosa sorgerà tra gli Esseni e i Farisei nuova e

concludentissima attinenza. Piacevi la versione _d’Arnauld d’Andilly_?

Volete che si tratti degli scrittori, degli autori antichissimi della

scuola il cui nome si volle scrupolosamente conservato? Ed allora

potrei io tacere quei luoghi autorevolissimi, ove di questa regola

e costume si costituisce obbligo, dovere impreteribile? Non sono i

Dottori che insegnarono che chi degli antichi autori i nomi ricorderà,

è fattore di Redenzione? Non sono essi che ammaestrarono desiare

ardentissimamente le anime dei trapassati udirsi ricordate in quanto

insegnarono in questo mondo? Non imposero essi ad ognuno immaginare

presente nell’atto d’insegnare l’autore dell’antico dettato. _Leolam

jekaven adam baal scemuà lefanav._ Non posero eglino stessi il precetto

in pratica risalendo per lo usato nella recitata tradizione, di autore

in autore, tutti per nome distinguendo sin dove la superstite memoria

lo permetteva? Io vorrei potere farvi qui apprezzare il doppio oggetto

che, sì facendo, si proponevano i Farisei; l’ossequio che in tal modo

amavano prestare agli antichi maestri, lo spediente che per tal guisa

usavano efficacissimo a serbare inalterate le religiose tradizioni

perpetuando le vetuste trasmissioni, e quasi i titoli e diplomi di

legittimità invariabilmente accompagnando alle loro dottrine. Ma questo

troppo più oltre ci menerebbe che il tempo ed il tema non lo consentano.

Voi lo udiste; udiste come non sia la sola versione che si ammise in

Flavio. Si volle e per moltissimi e forse pei più autorevoli, che

la frase di Flavio suoni diversamente cioè _nome degli angioli_. Io

vorrei che poteste quanto è d’uopo misurare tutta la importanza di

questa frase, che ricordaste come la esistenza, nei tempi di cui

parliamo, di una scuola che professasse il culto di una recondita

teologia, fu subbietto ed è tuttavia di lunghe, ostinate e dottissime

controversie, e come in ultimo questa frase gettata nella bilancia

non può non farla, a creder mio, inclinare dalla parte del vero, del

diritto. Ma queste preziosissime circostanze basti lo avervi accennato.

Noi dobbiamo solo domandare: Saremo noi così felici nel rinvenire di

questo giuramento il riscontro nei Farisei, come non infelici fummo,

se io non erro, nelle cose discorse? Troveremo noi l’obbligo tra i

Farisei di conservare dottrine arcane e certi nomi di Dio venerati?

Io non rifinerei giammai se qui dovessi tutto quello esporvi che ci

porge di analogia il Talmud; e benchè di significato fecondissimo

e di momento stragrande meglio che altri non crede, nonostante non

riguardando da presso l’argomento presente, e potendo con un singolo

esempio tutto ad un tempo provare, ogni altra talmudica citazione

preteriremo.[80] E qual è questo esempio di cui favello? Egli è tratto

da quel libro che nell’officio comparativo che abbiamo intrapreso non

potremmo desiderarsi più concludente. Egli è il Zoar al volume 3º

sul fine, ove oltre moltissime attinenze che è facile notare colla

società degli Esseni, oltre il narrarvi di un libro di un Asseo per

nome _Cattinà_, oltre il citarne le parole che a guisa di commento pare

avesse dettato sull’ultimo canto di Moisè, oltre il riferirvi tutto

quanto in quell’opera si prescriveva sui doveri del medico, oltre il

rivendicarvi la legittimità dell’arte salutare contro i sofismi che in

nome di una religione fatalistica ne proscriveva l’esercizio, oltre lo

accoppiarvi nella stessa persona, mirabile a dirsi! la cura del corpo e

la cura dell’anima, carattere precipuo distintivo della società degli

Esseni, oltre il parlarvi di un medico o Assià celebratissimo che più

si diceva operare guarigioni colla preghiera che non colle arti sue,

qualità se altra fu mai convenientissima agli Esseni, oltre a tutto

questo, ed è già molto e rilevante, si aggiunge: quel libro esser stato

veduto, esaminato prima da un Nomade, da un Solitario. _Tajaha_ il

quale redatolo dall’avo suo, dice tutte le dottrine mediche contenute

fondarsi sui misteri della legge, prescriversi certi mezzi curativi che

non sono precisamente nè umani nè scientifici; e poi lo stesso libro

veduto, esaminato per ben dodici mesi da uno dei più celebri dottori

Zoaristici, da R. Eleazar, che da quella lettura riportò, siccome egli

narra, un senso di venerazione e terrore. Ma ciò che più davvicino

riguarda l’argomento presente, la gelosa conservazione dei nomi degli

angioli è il fatto, di cui depone il Zoar istesso.—Il contenervisi

in quel libro registrato il nome degli angioli, l’aggiungersi da

R. Eleazar, vero e scrupoloso Essena, che quei nomi non parevangli

esattamente ordinati, cose tutte che rispondono pienamente a quello che

vedemmo praticato presso gli Esseni.

Noi abbiamo esaurito il tema del Giuramento, abbiamo parte per parte

esaminato questa specie di programma che ogni Essena dovea soscrivere

e giurare al suo nascere all’Essenato, e lo esame intrapreso tornò,

come dovea, a sempre maggior conferma di quella identità tra il

Farisato Cabbalistico e gli Esseni, che fu costante argomento delle

nostre dimostrazioni. Adesso un nuovo lavoro ci chiama, un nuovo

esame; l’esame delle istituzioni organiche, fondamento del nostro

istituto. _La comunicazione dei beni, il celibato, gli usi e la vita

pratica del chiostro._ Ecco gli argomenti che ci occuperanno nelle

successive lezioni.—Prove maggiori ci attendono, a me di studio, di

indagini serie, a voi di cortesia sempre crescente. A chi valica un mar

tempestoso nulla più vale a ispirargli coraggio che una voce amica, che

un volto, un’espressione che gli auguri dalla riva propizie le aure.

LEZIONE DECIMOTTAVA.

Storia degli Esseni: Lezioni · 第 16 / 41 段