Io dissi non ha guari come il carattere di questa iniziazione talmudica

partecipi in grado eminente del carattere generale del Talmud, che mira

unicamente ad un complesso di osservanze più minute, più rigorose,

alla costituzione di una frateria vivente con regole più severe di

purità religiosa; dissi in fine che la iniziazione onde è discorso non

si mostra nei libri talmudici, che dal lato suo rituale e positivo,

per la semplicissima ragione che il lato rituale e positivo è quello

che universalmente primeggia nelle pagine talmudiche. Quindi è, che

solo brevi fugacissimi lampi ci è dato vedere per entro al Talmud

della interiorità, del midollo del lato ideale dottrinale dogmatico,

dell’istituto medesimo e sotto l’opaco velo talvolta adombrato

dell’essoterismo dei riti. Egli è per questo che dovremo credere

null’altro esser i Haberim del Talmud che uomini più gelosi degli

altri del governo del corpo, dei reciproci contatti, del lecito e

dell’illecito? Io credo che la conclusione sarebbe assurda in principio

ed assurda in fatto, e come oggi si dice _a priori ed a posteriori_.

Perchè dico assurda in principio? Perchè egli è contro ogni sana

induzione il supporre un’organizzazione, vuoi sociale, vuoi religiosa,

un complesso di pratiche, una regola di azioni senza alcuni grandi

principî che siano di quell’organismo la vita, l’anima, il pensiero,

il genio supremo; perchè non appena mi vien fatto di udire il verbo

dell’uomo, di assistere all’esercizio ragionevole dei membri suoi,

di udirlo parlare, muoversi, agire, io sono senz’altro e per questo

solo criterio fondatissimamente autorizzato a supporre in lui comechè

invisibile, un principio ragionevole che le azioni ne governi, un

complesso di idee di pensieri che sieno come le molle dell’azione che

mi si spiega dinnanzi, in una parola l’anima di quel corpo. Ho detto

che sarebbe anche un errore di fatto. Perchè s’egli è vero, come ho

già detto, che l’elemento dottrinale del talmudico _Haberut_ sia in

gran parte invisibile, non è sì che altri monumenti, altri attestati,

altre sorgenti non soccorrano all’uopo; non suppliscano a quanto ha di

manchevole la storia talmudica del _haberut_; non completino di esso la

verace fisonomia e quella non restituiscangli che nei libri talmudici

fu unicamente abbozzata. E dove si trova questo? Lo si trova ove deve

naturalmente, ove non potrebbe a meno di trovarsi: nel libro del

_Zoar_: che è quanto dire in quel libro che adempie verso le dottrine,

il dogma, la teologia, l’acroamatismo, quell’ufficio medesimo che il

Talmud verso la pratica, il rito, l’essoterismo.[72] Per modo che il

Zoar e il Talmud ci forniscono per parte loro una metà per ognuno della

fisonomia del _Haberut_, e quella appunto che alla indole speciale

si attiene di ognuno: le quali parti poi insieme combinate non solo

bellamente si connettono, si completano, si integrano, prova se altra

fu mai della loro intima originaria unità, ma ci danno ancora il vero

e fedele ritratto che andiamo cercando. Che voglio dire pertanto?

Voglio dire che il Zoar ci offre la iniziazione al _Habrut_ da quel

lato che manca precisamente nel talmud dal lato dogmatico, voglio

dire che il Zoar contiene per gran ventura pochi, ma preziosissimi

fatti, in cui la iniziazione di cui si parla assume il colore proprio

al genio dell’opera; e più palesi ne rivela le armonie coll’istituto

che studiamo colla società degli Esseni.[73] Io lo credo fermamente.

Percorrendo con occhio diligente le pagine del _Zoar_, parecchie altre

non meno gravi dimostrazioni, non meno appropriati esempj si potrebbe

scuoprire. Ma chi potrebbe a tanta opra non venir meno? Io non pretendo

aver ogni ricerca esaurita; e pure due grandi esempi mi fu dato

trovare, due grandi scene di cabbalistica iniziazione, due ritratti

parlanti dello _Epopsi_ essenico-cabbalistico, l’ultimo specialmente

che per la maestà e stupenda semplicità vince ogni credere. E il

primo al vol. 2º p. decimoquarta, ove tu vedi il maggiore dei Hyà,

Rabbi Hyà Rabbà, tutte subir le prove, le esitanze, le trepidazioni;

e infine il premio dei nuovi iniziati; ove lo vedi soffermarsi alla

porta del capo-scuola e per parlare il linguaggio dei misteri, del

Jerofante; qui naturalmente non altri che R. Simhon ben Johai ove

una cortina il divide dal seggio e dalla scuola venerata, ove ode

la voce delle sacre dottrine e vaghezza il prende di penetrare, ove

l’esitazione s’impadronisce dello stesso ben Iohai non sapendo se degno

sia il nuovo venuto di partecipare ai santi misteri, ove tu vedi il

figlio suo R. Eleazar profferirsi di fare da Epopta, da introduttore

al dotto straniero, dovesse ancora, siccome testualmente si legge,

restarne incenerito; ove una voce si dice allora essersi udita la quale

con parole che tuttavia riescon dure ad intendersi, sembra volere

il soverchio zelo affrenare del giovane dottore; ove lo straniero

rinnuova il pianto e le suppliche; ove aperta infine la cortina, si

rimane nonostante lo straniero esitabondo non osando penetrare; ove

infine levatosi R. Simone, egli stesso introducelo, e vedendo il nuovo

iniziato gli occhi tenere sommessi e il capo chino per timidezza

soverchia, ordina al figlio suo, udite singolarità! di fare a R. Hyà

quell’atto così celebre, così comune a tutte le società che vivono di

segreto, voglio dire, la chiusura e l’aperizione della bocca.

Ma quanto il secondo sovrasta d’incomparabile maestà! Egli appartiene

a uno di quei due antichissimi frammenti la cui autenticità l’ossequio

ebbe eziandio di coloro che più dubitosi procedevano intorno all’opera

in generale; e che sotto il nome sono conosciuti di due Iddarot.[74]

È in quella che il titolo riceve di maggiore, che il venerato maestro

R. Simone intendendo i più sublimi misteri ai discepoli rivelare,

è sovrappreso dapprincipio da cruda perplessità; non sa se parlare

o tacersi; chiede una parola che a dire lo conforti; e questa

parola si fa finalmente sentire. Egli è R. Abbà il futuro scriba e

compilatore del Zoar[75] che supplicante gli dice: Deh! o maestro,

ti piaccia liberamente favellare perciocchè si trova scritto: «I

misteri del Signore sono per coloro che lo temono» e cotesti fratelli

tutti timorosi sono di Dio; e in altri augusti consessi sedettero e

felicemente ne uscirono. Sedette R. Simone e pianse. Quindi sclamò:

Guai se svelo e guai se mi taccio! I soci che si trovavano là si

tacquero. Ma sorse R. Abbà e disse: «Piaccia a te, o maestro, di

svelarci i misteri, perciocchè dice la scrittura: il mistero di Dio è

per chi lo teme. Ora questi nostri compagni tutti temono Iddio e già

furono introdotti nella camera del tabernacolo.» Allora dopo avere

tutti gli assistenti passati in rassegna, tutti in circolo si posero

intorno al maestro. Le mani loro ei raccolse e fra le sue le strinse,

e poi quasi in atto di giuramento tutti levaronle al cielo, il cielo

chiamando a testimone della sete che tutti consumava per la parola di

Dio. Quindi, dice il Zoar, trassero ai campi la prediletta dimora,

e là, dice il testo, all’ombra degli alberi sedettero tutti; e il

venerato maestro dopo avere in piedi orato, sedette pur esso. Ma egli

è qui dove si vede quel riscontro che io dapprincipio avvertiva tra il

giuro degli Esseni e il sacramento dei cabbalisti. Perciocchè, dice il

Zoar, non appena seduti impose loro il maestro che le mani di nuovo

ognuno fra le sue ponesse,[76] _sul suo petto_ come legge un testo,

_sul proprio cuore dei giuranti_ come legge un altro; e dopo aver tutte

in un fascio strette le mani ai discepoli, terribilmente prorompe con

quella spaventosa imprecazione con cui i leviti sulla montagna di

Ebal dovevano la vendetta di Dio invocare sul capo degli Idolatri, e

_maledetto_ con essi ci grida _colui che immagine o scultura facesse

opera di arte e tenesse celata_; volendo con questo premunire i

discepoli contro ogni arbitraria e personale intrusione di umani

opinamenti, di umane innovazioni nel giro del misterioso insegnamento:

prova tra mille come da ogni straniera importazione profondamente

abborrissero i Patriarchi del cabbalismo, e come stranamente vadano

errati coloro che la origine del cabbalismo ripongono nelle anteriori e

contemporanee scuole di filosofia orientale.

Ma la fedeltà non è unico dovere che il maestro imponga ai discepoli:

egli ricorda loro immantinente _come la riserva, il segreto comandato

dalla legge nelle cose del mondo, nelle cordiali espansioni dell’amico

che il cuore ci apre; a mille doppi allora più doveroso che Dio stesso

ci apre, a così dire, la mente sua sacrosanta, ci inizia ai suoi

misteri, ci fa copia dei suoi segreti, i quali voglionsi con quella

gelosia custodire che basti agli sguardi sottrarli dei curiosi, degli

indegni e dei profani_. Quante cose egualmente preziose contenute

in questo mirabile esordio! Quale inesausta miniera di peregrine

indicazioni! Oltre la maestà del quadro, e a tutto dire il pregio

estetico di questo prologo sublime, innanzi a cui impallidiscono

le più vivide gemme della classica antichità; quanti bellissimi

documenti per noi per la società degli Esseni, per la identità da noi

propugnata! Prima di tutto il giuramento; tema della presente lezione,

il giuramento che chiaro spicca e luminoso dal fondo del quadro. E

poi quante conferme, quanta maniera di prove, quante nuove e minute

attenenze! Il grado più eccelso della iniziazione cabbalistica, il nome

di _soci_, di _fratelli_ così parlante, così chiaramente alludente ad

una consorteria, ad un legame sociale. L’amore dei campi e degli alberi

ombrosi, il mistero comandato, l’orrore delle innovazioni così proprio,

come vedremo, agli Esseni medesimi; e finalmente quella attitudine con

cui si dipingono colla mano sul petto. Verrà tempo, quando parleremo

del culto e delle pratiche degli Esseni, che la storia antica,

ignara assolutamente del Zoar e delle sue dipinture, ci parlerà di

una attitudine curiosa inesplicata che soleano prender gli Esseni,

una mano lasciando andare sul fianco, l’altra al cuore premendo,

allora il ravvicinamento fra il Zoar e la vita degli Esseni si farà

spontaneamente, naturalmente nell’animo vostro; si farà senza neppure

che a così fare siate guidati per mano, ed allora crederete anche voi

alla identità delle due scuole.

«A guisa del ver primo che l’uom crede»

LEZIONE DECIMASESTA.

Noi abbiamo nelle passate conferenze accennato all’Essenico giuramento.

Dobbiamo adesso questo giuramento osservare più da vicino; dobbiamo

brano a brano sottoporlo a disamina; dobbiamo al tempo stesso a

quell’ufficio comparativo adempire che imprendemmo a principio,

rilevarne cioè le idee, gli obblighi in seno al Farisato nei suoi

volumi, nei suoi dottori, onde quella identità emerga sempre più

luminosa che fu nobilissimo compito di queste lezioni.

Principalmente dicono le istorie: giurava il nuovo Essena _Adorare e

onorare Iddio, e giustizia e carità serbare alle sue creature_.

Parvi egli sterile insegnamento cotesto?

Parvi egli che queste idee a prima vista sì ovvie, sì comunali, così

oggi universalmente consentite—non offrano per nulla argomento alla

critica ed alla istoria? Così veramente sarebbe se le glorie nostre,

le nostre dottrine fossero state sempre nostre credute, se niuno

avesse preteso redare l’unico retaggio glorioso che i padri nostri ci

trasmisero, il _maestrato di Religione_; se il primato niuno ci avesse

conteso nella proclamazione delle più sacrosante verità religiose e

morali; se quando lo Evangelo insegnava _Ama Dio sopra ogni cosa e il

prossimo tuo come te stesso_, ognuno applaudendo alla santità della

massima, all’eco fedele della ebraica morale, non si fosse l’ebraismo

fraudato della legittima priorità che gli spetta; se si fosse ognuno

di Mosè ricordato quando _l’amore_ prescrive _di Dio al disopra di

ogni cosa terrena più degli averi, più degli affetti, più della anima

nostra_; quando imprecando alle vendette private prescrive _l’amore

del prossimo come se stesso, fosse pur egli nemico nostro_, siccome

manifesto appare dal contesto; se rammentato avesse Illel, lo stipite

glorioso del Dottorato palestinese; quando al gentile che anelava alla

cognizione della legge—_Ama_, gli rispondeva, _il prossimo tuo come te

stesso. Ecco tutta la legge. Il resto n’è la chiosa_; di Rabbi Hachibà

quando insegnava: _Ama il prossimo tuo come te stesso; ecco della

legge l’assioma supremo «Ze Kelal Gadol battorà»_ di Ben Azzai quando

riponeva cotesto assioma nel dettato mosaico: _Ama il Signore Iddio

tuo come tutto il tuo cuore_, l’altro elemento in tal guisa fornendo

della morale evangelica. Se infine, per tornare agli Esseni, obliato

non si fosse il giuramento che tra essi il novizio prestava ove la

morale evangelica costituisce il prodromo, la base dell’Etica degli

Esseni.—Proseguiamo l’esame intrapreso. Essi giuravano dopo le cose

anzidette _di non nuocere a chicchessia, sia per propria volontà, sia

per dovere di ubbidienza_, e noi vedremo in seguito, quanto fedelmente

osservassero gli Esseni gli obblighi assunti, vedremo quant’oltre

spingessero l’orrore del _nuocere_ altrui sino al punto d’interdirsi

il maneggio e la fabbricazione delle armi da guerra; sino al punto di

non offrire ad altri ne manco indirettamente i mezzi di distruzione; e

nuova e inaspettata armonia allora sorger vedremo tra Esseni e Farisei.

Per ora una idea, una parola sorge degnissima di nota nel paragrafo

ricordato. Voi l’udiste, il dovere dell’ubbidienza. Come intendevano

gli Esseni il dovere dell’ubbidienza? In quella guisa appunto che i

Farisei. L’obbedienza non cieca, non gesuitica, non assoluta, non

la teoria assurda, immorale, che annulla l’arbitrio, la libertà, la

responsabilità umana sotto il giogo macchinale inintelligente di una

autorità collettiva. L’obbedienza sino all’ara, sino al dovere, sino

al santuario della coscienza e come dicevano gli antichi _Usque ad

aram_. Obbedienza ove cose non s’impongano contro la voce di Dio e

della coscienza _En scialiah lidbar aberà_. Obbedienza che al suddito,

alla creatura non conceda quel primato che si deve al Creatore _Dibré

arab vedibré attalmid, dibré mi sciomein_? Obbedienza che ha un

limite insuperabile nella nozione chiara del dovere che favella alla

coscienza; tanto, che ove il sommo magistrato della nazione imponga

l’esecuzione di cosa che osti direttamente ai principj ricevuti, la

rivolta, la disubbidienza, non solo è chiarita giusta e legittima,

ma pur anche doverosa, _Bet din scesciaghegù veorù laakor guf

migufé torà veasa akaal al piem, bet din peturem, vehol ehad veehad

haiabim_. Obbedienza che non solo la conformità per tal guisa ci

manifesta tra Farisei ed Esseni, ma quella non meno tra ambedue e i

Pitagorici; dei quali dopo aver alquanto discorso l’illustre Gioberti

nella _Protologìa_, così seguitava dicendo:—_Ciò basta a mostrare,

che intento del pitagorismo non era di spegnere e snervare il genio

individuale nazionale e le virtù native dei soci, ma di avvalorarle,

che l’individuo non ci era soggetto a una obbedienza cieca, nè immolato

a una falsa unità innaturale, e che insomma la compagnia di Pitagora

non era come quella di Gesù_. Obbedienza infine che svela quanto

erroneamente si vada del continuo identificando spirito farisaico e

spirito gesuitico, quasi due aspetti di un sol tutto, mentre nulla

havvi, a mirar bene, di più ostile, di più repugnante.

Giuravano poi di serbar la fede ai magistrati, ai rettori dello Stato,

conciossiachè senza la volontà di Dio stimavano non fosse stabilita la

loro potestà. Che cosa s’intende per _Maggiori_, per _Magistrati_ e

per _Rettori_? S’intenderà forse pegli Esseni, i principi e dominatori

stranieri che Dio prepose al governo di Palestina; dei principi tra

cui gli Ebrei emigrarono dopo la distruzione del Tempio? Io non saprei

categoricamente rispondere: ma se pure così s’intendeva, ella non è

la prescrizione degli Esseni senza precedenti, senza esempj grandi

autorevoli nella ebraica antichità. Non lo è nei profeti, dove Geremia

il popol suo premunisce contro la disperazione, la irritazione e le

tentazioni vane perigliose dello esilio, siccome quello che voluto e

preordinato era da Dio pietosissimo alle mire ultime e adorabili della

sua provvidenza, dove li esorta di cercare nella salute del popolo, tra

cui emigrarono, la propria salute, nel suo bene il proprio bene, e una

seconda patria riconoscere ovunque li balestrasse fortuna, preludendo

con questo consiglio a quel genio cosmopolitico che i padri nostri

spiegarono nella loro dispersione; genio e fattezze assumendo secondo

lo speciale asilo in cui ripararono senza pregiudicare però all’intima

propria speciale caratteristica di ebreo; e con maraviglioso magistero

in uno accoppiando e il cosmopolitismo più generale e il più stretto

e rigido particolarismo di nazione e di fede. Non lo è in secondo

luogo nei dottori fedeli in tutto e continuatori legittimi dei profeti

loro predecessorj, quando sotto il flagello eziandio della spietata

dominazione romana ammonivano i fratelli a pregarne da Dio la salute,

la conservazione per quella ragione grande, filosofica, umanitaria, che

sotto alla più orribile tirannide vede sempre la fautrice dell’umano

e civile consorzio, l’ultimo vincolo della società perigliante, e che

ogni più barbaro reggimento preferisce alla sociale dissoluzione e alla

vita ferina e eslege delle genti selvagge.—Raro esempio di meravigliosa

abnegazione e di stupenda imparzialità di giudizio che fa tacere i

più legittimi nazionali risentimenti di fronte all’ultimo e supremo

bene della società in pericolo, quando nel Medrasc Coelet in nome di

Dio scongiuravano i fratelli a tollerare pazientemente i decreti,

fossero pure dei più acerbi che loro imponessero i nuovi padroni, che

non ne scuotessero insofferenti il giogo comunque durissimo.—Che se

poi per l’autorità a cui giuravasi dagli Esseni obbedienza, vorremo

piuttosto intendere l’autorità religiosa, i maggiori, gli anziani, i

principi della Scuola, e’ non sarà senza grave autorità fra gli antichi

che a così intendere ci ammonisce. Io vo’ dire di Filone; il quale

parlando del giuramento essenico, lo spiega appunto in quel senso che

non ha guari udiste, che è quanto dire degli anziani, dei dottori,

dei sacerdoti, ed al voto dei più tra i soci, tra i riuniti fratelli.

In questo senso sarà egli mestieri cercarne esempj precedenti,

similitudini nelle dottrine, nei fatti della storia dell’Ebraismo?

Io oso dire che nulla havvi di più naturale, di più proprio, di più

speciale nell’Ebraismo, non solo dell’ossequio, della riverenza dovuta

ai grandi, ai dotti, ai magistrati della nazione; ma quello che più amo

farvi notare perchè men conosciuto, si è l’ossequio, si è la deferenza

all’opinione comechè dalle proprie, dalle comuni differenti. Testimone

R. Josè che, interrogato come avesse da Dio meritato di vivere così

longevo, rispose tra le altre cose di non aver mai preso a vile i

dettami dei suoi colleghi comunque dal parer suo differissero; che

così oltre ei spingeva l’ossequio, al parere altrui, che non ostante

destituito ei fosse di carattere sacerdotale, esercitato nonostante

ne avrebbe i pubblici offici, quando così fosse piaciuto ai colleghi.

Testimone R. Achibà, quando sostenuto da lungo tempo in prigione, e

vedendosi venire allo stremo quel poco d’acqua che giornalmente gli

si forniva, preferì piuttosto impiegarla all’abluzione delle mani

come volevano i colleghi, che valersene ad estinguer la sete che il

divorava, come aveva egli stesso altra volta opinato. Testimone il

discepolo suo, R. Simone, quando uscito dopo 13 anni di reclusione da

una oscura caverna, sgridò colui che in onta all’opinione dei suoi

colleghi andava mietendo alcune spiche cresciute nell’anno sabbatico,

nonostante che si giovasse, come ei si scusava, dell’autorità dello

stesso Simone. Testimone Accabià figlio di Maalalel, che dopo avere in

onta ai colleghi costantemente sostenuto alcuni principj, sendo vicino

a morire chiamò il figlio suo, e l’abbandono gli impose delle tesi

proposte.

Ma gli Esseni non si contentavano di praticare il rispetto ai maggiori,

alle autorità vuoi politiche o religiose; essi ne davano la teoria.

Ei dicevano, e voi l’udiste, che l’autorità era essenzialmente

d’istituzione divina, e come quella che era da Dio preposta al governo

degli uomini tributavangli reverenza. Il credereste! Erano i Farisei

non solo nella pratica agli Esseni conformi, ma lo erano eziandio in

teoria. Ei credevano niuno poter venire assunto al reggimento degli

uomini, se a questo officio non fosse stato anzi tratto destinato dal

cielo; ei credevano che non solo a questa prerogativa partecipassero i

principi e rettori delle nazioni, ma qualunque altra benchè subordinata

autorità, e come essi testualmente si esprimono, eziandio gli esattori

di balzelli, e come allor si diceva, i Pubblicani.—

Noi abbiamo veduto quali principj professassero gli Esseni sulle

autorità costituite: vediamo adesso come ne intendessero e

praticassero l’esercizio. Giurava l’Essena nella sua ammissione,

che ove egli dovesse un giorno comandare ad altrui, si guarderebbe

dall’imperare con fasto, con alterigia. Come intendevano i Farisei

l’esercizio dell’autorità? Ei volevano nel soprastante scopo nobile e

puro, e tutto rivolto a gloria e a servigio di Dio, _vehol aosechim

ghim azibur ijù osechim immaeim lescem sciamaim_. Essi esigevano

una pazienza, una longanimità nei Rettori del popolo a tutta prova;

di subire dei soggetti i capricci, le rivolte, gli scherni e l’odio

ancora; e per tutto in breve compendiare, di sostenere imperterrito

quel fantasma che spaventa i falsi amici del popolo, e che è sfidato

e vinto dai suoi amici veraci, la impopolarità «_Al menat sceischehlù

ethem; al menat sceibzù ethem_,» essi imprecavano a quei maestrati,

a quei superiori che spargono di sè terrore e spavento in cuore ai

soggetti, _veassotem resciaim ascer natenú hittitam beerez haim; zè

parnas amattil emà al azibur_. Essi benedicevano invece alla memoria di

quelli che il gregge di Dio pascolavano con verga di mansuetudine e di

clemenza, _col parnas scemanhig et azibur benahat, zohè umanigam leolam

abbà_. Essi proclamavano, or sono 30 secoli, quando la forza reggeva

a sua posta i popoli soggetti, quando l’unico diritto degl’imperanti

era il diritto del più forte, quando si credeva generalmente il popolo

esser fatto pei principi anzichè i principi pei popoli; essi quella

teoria politica proclamavano onde si onora il secolo nostro, che è base

dei governi più civili, e che nel principe considera unicamente il più

eccelso ministro, il più eminente servitore dello Stato, della nazione,

_vehi serarà ani noten lahem? Scihbud ani noten lahem_.

Storia degli Esseni: Lezioni · 第 15 / 41 段