per passare quindi alle dottrine e quindi al culto. Si parli dunque
delle Istituzioni, e per procedere con quell’ordine che più io stimo
acconcio, cominceremo da onde appunto cominciava l’Essena nell’atto
di votarsi alla società, ch’è quanto dire cominceremo dal Noviziato.
Ebbero eglino, gli Esseni, un noviziato? Imposero eglino ai nuovi
venuti, un tirocinio speciale, una propedeutica religiosa prima di
largir loro il nome e le prerogative di socio e fratello? Ebbero
eglino un noviziato a guisa di pressochè tutti i religiosi istituti
antichi e moderni, a guisa segnatamente del Pitagorico istituto, col
quale tanto amava di raffrontarli il nostro Giuseppe? Sì, rispondono
le più autorevoli testimonianze, le quali non solo di questo
noviziato attestano la esistenza, ma la durata ancora ne ricordano,
la divisione, le prove a cui sopponevansi, lo scopo a cui si mirava.
Il noviziato durava tre anni, ma questo periodo di anni tre si
distingueva in due parti, o per dir meglio abbracciava due gradi che
successivamente percorreva lo iniziato. Durava il primo un anno intero,
e in quell’anno le virtù che più si volevano splendidamente provate,
erano continenza e temperanza, nè per luminosa che ne emergesse la
prova, poteva dirsi ancora assolutamente qualificato fratello. La più
intima comunanza che conoscessero gli Esseni, la tavola comune, il
refettorio, non si asseguiva che dopo altri due anni dl tirocinio più
severo. Pria di sedere al fianco a’ fratelli nei sacri agapi intorno
al desco venerato, due altri anni dovevano ancora trascorrere dove,
come pare probabile, nulla di sè lasciar doveva desiderare il nuovo
fratello. A capo di due anni diveniva Essena compito. Noi abbiamo
di sopra toccato del noviziato religioso nelle antiche consorterie,
noi abbiamo detto come da quelli non differisse il nostro Istituto.
Che dico? Noi potevamo farvi toccare con mano non solo i rapporti
che da questo lato lo avvicinano ai Pitagorici, ma ad altri infiniti
istituti accennare, antichi e moderni. Potevamo dire della iniziazione
sacerdotale dello Egitto, del Noviziato tuttavia superstite nel
sacerdozio Braminico, ove una rigida preparazione si esige da coloro
tra i Brami, che all’amministrazione voglion dedicarsi del sacro culto,
e sopratutto avrei potuto additarvi nelle società religiose derivate
dal Cristianesimo una immagine fedelissima di quello che tanto tempo
innanzi praticavano i nostri Esseni. Ma questi riscontri, comecchè non
destituiti di alta e feconda significanza forse più chè non credesi,
debbono ad altri cedere il campo che di gran lunga sovrastano e che
compiono quanto abbiamo a dire intorno l’essenico noviziato. Io spero
che non l’avrete dimenticato. Fu e sarà nostro officio, ad ogni passo
che muoviamo nella esposizione della scuola, trarre dalle viscere
del subbietto, sempre nuove, sempre maggiori conferme, a quel fatto
rilevantissimo che resulta a parer mio dalla più scrupolosa disamina
dello Essenato, la identità dell’Essenato medesimo colla parte più
dotta e più squisita dei Farisei. Voi lo ricordate; il metodo da noi
prescelto a provare siffatta identità fu, se non isbaglio, il più
rigoroso. Chiedere al Farisato tutto che di proprio, di organico si
trova nell’Essenato, e ove nulla si trovi nel secondo che il primo non
contenga, chiarire vera e fondata la propugnata identità. Il noviziato
sarà egli occasione di conferma o di dubbio? si trova egli tra i
Farisei come la storia ce lo addita in seno agli Esseni? Se non il
chiedessimo che alla Bibbia, la Bibbia ce ne offrirebbe un esempio, un
tipo parlante nel sacerdozio. Il sacerdozio aveva un noviziato, e se
questo noviziato anzichè tre durava invece cinque anni, non cessava per
questo di essere vero e proprio noviziato. E d’onde questo noviziato
resulta nei libri sacri? Implicitamente dal testo; esplicitamente poi
dalla tradizione. Ella è nel testo una di quelle contradizioni che non
tollerano conciliazione se non mercè il dettato della tradizione. Sono
due testi che sembrano escludersi a vicenda. Per l’uno il sacerdote
ministra nei sacri offici all’età di venticinque anni, per l’altro
solo ai trenta adempie agli offici del sacerdozio. Che cosa sono
questi cinque anni di differenza? Sono, dice la tradizione, il periodo
di noviziato. Ma noi dobbiamo chiederlo altresì ai dottori, dobbiamo
cogliere nei loro usi, nei loro dettati l’essenico noviziato almeno
in germe. Saremo noi tanto felici di rinvenirlo? Io spero che voi
non esigerete una perfetta e circostanziata identità. Comprenderete
benissimo come una frase, un cenno sia d’immenso rilievo quando si
tratta, come in questo caso, di due scuole che non fu mai usato di
confrontare, di cui niuno sospettò o almeno asserì non solo la identità
ma nemmeno la somiglianza. Ora, io oso dire che questo cenno esiste, ed
esiste nel Talmud di Hollin, ove togliendo a ragionare del tempo in cui
il discente può veder dei suoi studj profitto alcuno, altri fondandosi
sul noviziato sacerdotale, questo tempo pongono dopo anni cinque;
altri in più brevi termini restringendolo lo limitano a soli tre; e tre
erano, come udiste, gli anni di noviziato prescritti al nuovo Essena.
Ma questi anni vedeste in due periodi partirsi; ed il secondo che
dicemmo più lungo, nuova prova e solenne preparazione al cibo comune,
al refettorio. Che cosa significa questa speciale importanza alla
tavola conceduta? Solo allora la comprenderete quando lo spirito
della antichità e lo spirito dei rabbini vi sarà familiare; quando li
udirete proclamare la tavola, imagine, ricordo, rappresentanza dello
altare di Dio; quando la mensa santificata dalla legge divina li
udirete parificare alla mensa dello Eterno, e i commensali qualificare
commensali di Dio; quando vedrete queste idee a maggior altezza
poggiare per opera e nel sistema dei cabbalisti successori legittimi,
a parer mio, dell’antico Essenato. I quali parecchi usi e procedimenti
ebbero a mensa che poi vedremo radicarsi negli antichissimi istituti
dell’Essenato, e più solenne appalesare fra essi quella identità
che è perpetuo subbietto del nostro argomentare. Intenderete allora
come supremo onore e grado supremo d’iniziazione fosse tra essi la
commensazione in comune, e come niuna prova per essi si trascurasse
onde riconoscere se degno fosse l’ospite nuovo di questo onore. Il
volevano sapere perchè delle idee partecipavano gli Esseni e dei
costumi dei Farisei; perchè i talmudisti, i farisei primo studio
ponevano, quando trattavasi di banchettare, nel sapere chi avrebbe
a fianco loro seduto a mensa, perchè questa indagine solevano fare
immancabile coloro che i talmud designano col nome di _Nekiè adaat
sce-biruscialaim_ gli animi delicati di Gerusalemme; perchè i farisei
avarissimi erano della loro persona, quando si trattava di porsi a
tavola con chi castigatissimi non avesse i costumi e l’animo culto;
perchè carattere precipuo si predica nel fariseo, il non prodigarsi in
conviti plebei; perchè il farisato irrideva con appellazioni derisorie
a quei degeneri dottori che ponevano cattedra nei Prandj e aringo
prediletto agognavano le laute imbandigioni perchè li chiama in suon di
scherno scaldaforni e leccapignatte.[70]
Nè questi titoli avriano certo convenuto agli austeri membri
dell’Essenato. Ma provatane, come dissi, la continenza, trovato degno
di sedere alla mensa fraterna, nel novero senza più era introdotto
dei fratelli e dei socj. Allora un bel nome lo attendeva ed oh quanto
da quelli testè citato diverso! Lo attendeva il nome, il titolo di
_libero_; e perchè? Perchè libero solo allora estimavasi l’uomo
che i vincoli più forti avea se non rotti, allentati, che alla
terra lo avvincevano; perchè libero si diceva, come disse Platone,
eziandio quello soltanto che alla legge subordinava il volere; e
forse come altra volta accennai, libero altresì si diceva perchè
gli uffici umilissimi in cui i giovani ministravano un carattere
a torto lor non annettessero di mercenari o di schiavi. Ma quanto
non consuonano coteste idee colle idee dei farisei! La libertà vera
riposta nell’affrancamento dello spirito da ogni maniera mondanità, è
teoria se altra fu mai farisaica per eccellenza; liberi _Benè korim_
udiste chiamati dai Dottori nel Talmud (Sotà) coloro che a fianco
essendo posti dei _Kaberim_, a ragione, come dissi altra volta, ci
rappresentano i giovani Esseni, i neofiti della setta, coloro che
Filone espressamente insegna liberi dagli Esseni appellarsi, liberi
di quella libertà che i dottori dissero discesa, scolpita sulle
tavole della legge; duplice libertà per cui l’uomo e lo spirito si
affranca dal giogo di morte, ed il corpo si sottrae alla signoria
dei Potenti del Mondo _harut mimmalach amavet umiscibud malkijot_.
Libertà che gli Esseni conseguivano e colla perfezione dello spirito
e colla fuga e coll’abbandono del mondo, libertà di cui i dottori
favellarono quando dissero che chiunque si toglie il giogo della
legge di Dio si affranca al tempo stesso di ogni giogo terreno, delle
terrene dominazioni che nulla ponno oggimai su quello che nulla più
chiede alla terra, e tra gli uomini vive come se non vivesse; giogo
sociale che dissero _hol derek erez_, in cui i bisogni e la servitù si
compendia, che la società impone ai membri suoi e dai quali l’Essena
solo poteva dirsi affrancato, e quindi dello Essena soltanto deggiono
aver inteso i dottori quando quello dissero andare immune da ogni peso,
da ogni legame sociale, _ol dereh erez_, il quale sobbarcato si sia
al giogo della legge di Dio, ch’è quanto dire, siccome io intendo,
che abbia, siccome l’Essena faceva, tutto l’esser suo consacrato ad
una vita di ritiro, d’abnegazione, di abbandono. Che il _sottrarsi
ad ogni giogo sociale_ a niun altro può si bene attagliarsi come
all’Essena che fugge il mondo nel silenzio e nella pace del sacro
chiostro. Oh quanto bene ancora non si addice al carattere alla storia
dell’Essenato quella virile indipendenza da ogni umana podestà, _ol
malhut!_ Oh! quanto acconcie non soccorrono all’uopo le parole di
Giuseppe lo storico, quando degli Esseni favellando, non rifinisce
di esaltare la fortezza dell’animo, la imperturbabile resistenza che
seppero ognor contrapporre alle sevizie, alle persecuzioni, ai martirj
di Roma imperante! E queste stesse laudazioni di Giuseppe non sono
elleno la miglior conferma di quella identità d’Esseni e Farisei ch’è
perpetua dimostrazione di queste conferenze? E chi altro se non i
Farisei saranno questi audaci sfidatori della romana tirannia? Chi
se non quelli che gli annali empierono del giudaismo della eroica
loro resistenza, delle lotte incessanti, dei trionfi, dei supplizi
più ammirandi delle stesse vittorie, delle morti cento volte più
invidiabili della vita più prosperosa? Chi se non i Farisei, chi se non
gli stoici di Palestina con cui ama tanto di compararli Giuseppe lo
storico, e con cui tanti e sì profondi ci offrono punti di attinenza
non meno di questo rilevantissimi, voglio dire il durare impavidi di
fronte al fantasma terribile, implacabile, della romana tirannide?
E chi tra i Farisei medesimi meglio in sè riproduce la bellissima
caratteristica; chi più altiero levossi sulla mala signoria; chi
profferiva più terribile sentenza sui vizi del governo imperiale;
chi meglio resisteva al prestigio, al bagliore di quella ipocrita
civiltà, se non quella parte di Farisei con cui, a parer mio, più
specialmente, più intimamente s’identifica il nostro Essenato, ch’è
quanto dire la parte teologica, mistica, ascetica del dottorato
ebraico? Singolare a dirsi! Il Talmud ci ha conservato un frammento
prezioso in cui il carattere e le opinioni politiche si dipingono di
tre tra i più grandi dottori in Israele; in cui tu puoi vedere di
ognuno il vario sentenziare su quell’impero, che teneva allora il mondo
sotto i suoi piedi; in cui ognuno rivela le proprie impressioni tali
quali internamente esperimentavali a quello spettacolo di grandezza,
di forza, di ricchezza, di lusso, di sapere governativo, di polizia
cittadinesca! E chi sono i grandi interlocutori? Sono Rabbi Jeudà
soprannominato lo eloquente o meglio il primo tra i parlatori, _Ros
amedabberim_; è l’altro Rabbi Iosè; ed il terzo è R. Simon Ben Iokai.
Favellavano essi dell’impero romano, delle sue leggi, dei suoi usi,
della sua civiltà. Sorge R. Jeudà ed esclama: Oh quanto sono belle
le opere di questo popolo! Quanto senno nel governare i sudditi!
Quanta cura del loro ben essere! Qui aprono strade che la città in
se stessa e le città le une alle altre e tutto l’impero congiungano
fra le sue parti; qui a valicare fiumi erigono ponti; qui di ogni
maniera comodità arricchiscono il paese, e bagni e teatri e passeggi
aprendo a ristoro, a vaghezza, a diporto degli abitanti. Il cuore di
R. Jeudà era ebreo; chi ne dubita? Ma la mente sua non poteva non
ossequiare quel prodigio di arte, di grandezza che l’impero ostentava
agli occhi dei popoli vinti. Alla generosa apologia tace R. Iosè, ma
Simone favella, anzi Simone rugge, Simone tuona e come terribilmente!
Sì; elevano costoro ponti ma per preporvi commissari all’esazione dei
pedaggi! Sì; aprirono strade, ma per gettarsi come torrenti sul mondo
intiero. Sì; schiusero vie, ma per alloggiarvi i loro agenti, i loro
proconsoli, le loro meretrici. Sì; aprirono bagni, teatri, passeggi, ma
per snervarvi i popoli colle blandizie, e per conchiudere colle parole
del testo, _tutto che fecero, a pro di sè operarono_. Ma Roma era tutta
in orecchi, e in ogni angolo, in ogni città, in ogni ritrovo protendeva
la rete del suo spionaggio.—Insieme ai tre dottori eravi un quarto, e
questo quarto era Ebreo, e questo quarto era il delatore di Roma. Roma
seppe poco stante ogni cosa, seppe la lode, il silenzio, la invettiva,
e Roma di li a breve sentenziò: Giuda che esaltò sia esaltato, _Jeudá
sceillá itallé_; Iosè che tacque, tragga in esilio, _ighlé lezzipori_;
Simone che sparlò, perda la vita. Narrarvi le cose che seguirono, la
fuga di Simone, la caverna, gli studi e probabilmente la coordinazione
delle sue dottrine; non è di questa conferenza l’officio. Ma che animo,
che mente, che cuore, che indipendenza di spirito! E che riscontro
mirabilissimo colla nota caratteristica che Giuseppe attribuisce agli
Esseni! L’indipendenza di Simone lo condusse se non al supplizio
estremo, a vita peggiore che morte per tutt’altri che lui; ma qual
conforto! Nella sua solitudine ei poteva dire a sè stesso: quando i
secoli avranno delle cose presenti abolita ogni traccia, Roma non sarà
più; ed uno dei miei più tardi discepoli narrerà ai fratelli ammirati
le mie prove, i miei dolori, il mio coraggio, la mia gloria. Questo
discepolo non oso dire chi sia, ma questi fratelli siamo noi, siete voi
stessi.[71]
LEZIONE DECIMAQUINTA.
Noi abbiam detto nella passata lezione, come il noviziato degli Esseni
constasse di due parti o periodi che dir vogliamo, e come secondo fosse
quello che preceder soleva l’ammissione al refettorio. Noi abbiamo
così conosciuto la durata, la gradazione del noviziato; ne abbiamo,
a così dire, veduta sinora la parte esteriore. Mestieri è che meglio
in esso ci addentriamo a scuoprirne la verace natura; mestieri che il
valore, la guarentigia morale ne sindachiamo; mestieri che al fatto più
cospicuo assistiamo che la intima essenza costituiva del noviziato.
Qual’è questo fatto, qual’è l’atto più solenne a cui il nuovo Essena
era chiamato a adempiere? Egli era in una parola, un giuramento. Non
so se io vada errato, ma il giuramento per se stesso, la sua formula
avventurosamente conservataci per intero, le parti tutte di cui è
composto, la precisa e minuta descrizione di tutti gli obblighi che
il Neofita si assume, la viva dipintura che vi si asconde della vita
e del genio dell’Essenato, il suo carattere insomma, di sommario, di
catechismo, di compendio di tutte le esseniche istituzioni ne fanno,
se io non erro, un documento unico nel suo genere e di una tale
significanza che vano sarebbe il disconoscere. Potremo noi a tanto
trovato rimanerci indifferenti? Potremo non istudiarne a parte a
parte gli articoli di cui è composto? Potremo noi non rimirare quasi
in vivo speglio la società degli Esseni nell’atto più espressivo e più
compendioso della vita sociale, e come a dire nel suo credo, nel suo
atto di fede, nel suo programma? Ecco perchè ho meco stesso deliberato,
a costo ancora di mandare più che non volessi per le lunghe il nostro
corso, esaminare partitamente il giuramento in discorso; ecco perchè
senza por tempo in mezzo mi accingo a dirittura al lavoro. Ma prima
siamo con noi medesimi conseguenti. Noi vogliamo, non è egli vero,
gli Esseni per nulla diversi, anzi identici assolutamente a quel
farisato in cui si contengono come parte nel tutto? Ora se questa
identità non è menzognera, non solo i Farisei avranno pure essi un
noviziato, e ciò vi fu (cred’io) abbastanza dimostrato, ma avranno
ancora, lo che più monta, l’equivalente della essenica iniziazione;
avranno un atto per cui noverati venivano nel bel numero, per cui al
patto sociale, ai suoi doveri, ai suoi dettati promettevano leale
osservanza. Eravi nulla di questo in seno al farisato? Se vi era! Basta
gettare ancorchè superficiale uno sguardo sulle pagine talmudiche
per convincersene immantinente. Basta aver udito a parlare dei Dibrè
habrut, e della iniziazione a questa consorteria chiamata _cabalat
dibrè habrut_, l’assunzione, l’accettazione dei doveri sociali. È vero
che la memoria che ne serbò il Talmud va quasi sempre improntata di
quel carattere pratico, esecutivo, rituale, ch’è genio specifico di
quasi tutto il Talmud; è vero che non conosciamo siffatta consorteria
che dal lato suo positivo cerimoniale; è vero che la parte organica,
ideale, dottrinale di questo habrut, è rimasta nel Talmud ricoperta
da densissimo velo; ma quante d’altra parte non ci offre col nostro
Essenato parlantissime analogie! Basti accennarvene le più cospicue,
intorno alle quali mi abbisognerebbe dettare un trattato per esaurir
tutta quanta la vastissima materia. Vi basti in primo luogo che le più
ovvie resultanze delle memorie talmudiche altamente ci attestano come
nel mentre che cotesti _haberim_ o soci si radicavano profondamente
in seno ai Farisei, e da essi, vita, dottrine, soci, indirizzo e
tutto accogliessero onninamente, cionnonostante del farisato medesimo
formassero quasi elettissima schiera, ed a certi doveri e pratiche
gissero sottoposti a cui sottoposti non erano il comune dei Farisei.
Testimone quel rilevantissimo passo della Misnà ove a chiare note si
distingue il semplice Fariseo, il semplice Talmid haham, da quello
che ivi stesso si noma _Haber_; e le norme ivi stesso si dettano e
le regole che dovranno all’ammissione presiedere dello stesso Talmid
haham, prova se altra fu mai irrecusabile, a parer mio, come a senso
della Misnà Talmid-Haham e Haber non sono sinonimi; ma il primo di
semplice Fariseo alla più elevata condizione può trapassare di Haber, e
come io intendo di Essena di Terapeuta. Curiosissima indagine sarebbe,
tutte le parti della rabbinica enciclopedia perscrutare ove dei
Haberim è menzione, ove questa società innominata, indeterminata, ha
lasciato di sè traccie sensibili. Vedreste in primo affaticarsi i tardi
comentatori come il Maimonide a giustificare l’appellazione di Haber ai
Farisei conceduta, e ragioni così esigue, sì aeree allegare _che dopo
il pasto hai più fame che pria_. Siccome quella V. G. che il Maimodine
proponeva non per altro, dicendo, chiamarsi i dottori Haberim o soci se
non per che _fida e durevol società è la loro_, quasichè non resultasse
da tutto il Talmud lo speciale e superlativo indirizzo dei _Haberim_;
e quasi infine generale denominazione fosse cotesta dei Farisei, e non
piuttosto ad una parte di essi peculiarissima, siccome ho abbastanza,
se non erro, provato. Vedreste poi la memoria dei Haberim tornar
frequente e rinomata nelle pagine del Talmud, li vedreste nel trattato
Niddà, comechè fosse da lungo tempo il sacrifizio abolito, nelle
antiche lustrali aspersioni perseverare colle ceneri della vacca rossa.
_I Haberim_, dice il Talmud, _tuttora aspergono di acque lustrali
in Galilea_. Vedreste dottori contraddistinguersi con questi nomi e
intitolarsi come dai Haberim _Zeirà demin Habrajà_. Vedreste in altri
luoghi i dottori dirsi in generale Haberim, non perchè tutti lo fossero
attualmente, ma perchè tutti erano capaci di divenirlo. «Haberim
Machscibim elu Talmidim scemachscibim zè lazè baalakà» Vedresti nel
trattato Sciabuot, cap. 4, i dottori l’un l’altro scrivendosi, col
noto nome appellarsi di Haber e con quello diverso sì, ma equivalente,
di Amit. Vedreste due fatti che più davvicino ci accostano alla
consorteria degli Esseni: in primo luogo nel Talmud quelle larve, quei
fantasmi che in sembianza umana era dato di suscitare apertamente
dirsi _fattura dei Haberim_, lo che a dirittura ne mena il pensiero
al carattere ascetico taumaturgico del nostro istituto. Vedreste
poi non più nel Talmud, ma lo che è più, lo che è tutto nella nostra
disquisizione, vedreste nel Zoar, che è quanto dire nell’Emporio del
cabbalismo, un fatto semplicissimo ma d’una immensa rilevanza a parer
mio, ed è questo: che la sola, la comune, la indistinta denominazione
che tutti recano i dottori cabbalisti, quella e non altra si è di
Haberim, o come in dialetto arameo ivi costantemente si legge, Habrajà.
Io non so se mi faccio illusione, ma più che non fôra mestieri parmi
aver argomenti accumulato a provare l’esistenza di un legame, di un
vincolo sociale in seno al farisato. Lo prova il carattere e il nome
tanto significantemente ripetuto di Haber, lo prova di più l’atto di
ammissione di iniziazione, che i libri rabbinici chiamano, come vi
dissi, _cabbalat dibrè Habrut_ e di cui le norme, le forme tutte sono
prescritte nella Misnà e nel Talmud.
Abbiamo perciò esaurito quanto di più concludente ci offrono gli
antichi rabbinici monumenti? Oso dire che rispetto alle cose che
intenderete, poco parrarvi l’udito sin ora. Io vi dissi, e non è
molto, che sino quasi ai nostri tempi non si credeva in generale
che le opere rabbiniche dei primi secoli dell’Era volgare niuna
traccia contenessero di Esseni e di Essenato. Oggi però si comincia a
sospettare il contrario e non poco studio si rivolge a quante vestigia
per avventura ne conservano i libri talmudici. Io credo aver posto la
mano su tale memoria che mentre attesta come vedrete la identità degli
Esseni e dei Haberim, ci fa udire forse per la prima volta sul labbro
ai dottori vivo e parlante il nome di _Essena_, ed in circostanze
e ad uno intendimento siffatto che il valore ne accrescono a mille
doppi. Giudicatene voi stessi. Narra il Talmud gerosolimitano come
un _Assià_ (alla lettera medico o terapeuta) chiedesse ad un dottore
la comunicazione del nome di Dio, come questi lo interrogasse se
mai avvenuto gli fosse di profittare degli averi altrui, come a ciò
replicasse l’Asseo dicendo essere uso cibarsi della decima che si
prelevava sulle derrate, e come infine concludesse il dottore dicendo:
non potersi comunicare il santo nome di Dio a chi riceva d’altri
qualsiasi cosa in dono. Quanti dubbi, quante domande non provoca il
frammento citato! Chi è questo medico o Terapeuta così voglioso di
conoscere addentro _i nomi di Dio_ quasi fossero aforismi ipocratici?
Che è questo inaudito cibarsi della decima in chi non appartiene
alla tribù di Levi? Che cosa significa questa condizione posta alla
desiderata comunicazione—il nulla ricevere in dono? Ma quanto bene,
se si accettano le nostre premesse! Avremmo allora nell’_Assià_ del
Talmud il vero e proprio nome dei nostri Esseni; nella sua domanda, una
domanda che nulla più confacente ad uomini che studiavano le arcane
cose contenute nella legge di Dio, e sopratutto i nomi divini, i nomi
degli angioli che apertamente impromettono di gelosamente custodire nel
loro giuramento d’amissione, e tanto più a costoro conveniente s’egli è
vero ciò che noi reputiamo verissimo, che non altro fossero gli Esseni
che gli antenati dei cabbalisti ai quali mirabilmente si acconciano
siffatte speculazioni. Ma che cosa, direte, è la decima di cui si
cibano? Ovvio lo intenderla purchè vi piaccia con me convenire che non
altro sono gli Esseni, non altro quindi il nostro _Assè_ o Assià del
Talmud, che i Haberim o soci talmudici, gli uomini delle raffinate
purità. Perciocchè di questi si legge nello stesso Talmud di Gerosolima
(Sota cap. 9) che della decima si cibavano al pari dei poveri e dei
leviti.
Non solo: ma il nome di _Haberim_ soci è dato dallo stesso Talmud
(Nedarim VI) a quei Harasc e Masgher (alla lettera falegnami e
fabbriferrai) che si narra nei Re essere stati trasferiti in numero di
mille per ordine del vincitore da Gerusalemme a Babilonia. E finalmente
un visitatore d’infermi, anzi un loro assistente, era detto nel Medrasc
(Berescit Rabbà sez. XIII) appartenente al ceto dei Haberim; senza
dire di altri luoghi moltissimi in cui tal nome ritorna; segnatamente
nel Talmud già citato (Ghittim Iº) ove i _Haberim_ o soci si fanno
interpreti delle dottrine di R. Jeosciuah Ben Levi, uno dei dottori i
più manifestamente cabbalisti di tutto il Talmud.