racconto il lor valore. Per esempio quel _Mesubbin_, quello stare
a mensa seduti, quello alternare il pane del corpo col pan dello
spirito, quel discutere a mensa, quanto non vi riescirebbe prezioso se
potessi dir tutto! Se vi dicessi che questo era il costume proprio,
proprissimo della società degli Esseni, a quanto ne attestan Filone e
Giuseppe; che dico? se vi narrassi come non dissimile procedesse il
costume dei _Zoaristi_ i quali per lo più, mentre a mensa sedevano, un
testo togliean a interpretare della legge, e il sobrio pane mescevan
col più soave dei condimenti, la _scienza_.[63] Ma di questo più
diffusamente a suo luogo. Dovrò io citare dopo questi luminosissimi,
esempi per avventura di men rilievo? Dovrò dire di due altri campioni
che la pratica o la contemplativa vita tolgono a propugnare nel 4º di
Kidusin? Difende la prima R. Meir quando l’obbligo inculca ai genitori
d’insegnare al figliuolo un mestiere: propugna l’altra ivi stesso
Ribbi Neorai quando dice: _Ogni arte rigetto, ogni mestiere, e solo
il figlio mio inizierò allo studio._ E chi è Ribbi Neorai? singolare
a dirsi. Vedeste R. Akiba, vedeste Ben Iohai, ambo Farisei non solo,
ambo cabbalisti, farsi organi, farsi rappresentanti delle idee degli
Esseni. Vedetene ora un terzo! Poche, forse non altre volte è di questo
Dottore menzione tra i Rabbini, tranne questa ed altra fiata nella
Misna di Abot. Ma quanto però e come significativamente nelle pagine
del Zoar! Ove _R. Neorai_ è uno dei più famosi anacoreti, anzi è quegli
stesso che voi, non è molto, udiste rammemorare tra coloro che il Zoar
ci narra abitare la solitudine, e solo nelle feste solenni alla città
convenire. E quella fiata istessa che n’è parola in Abot, quanto non
ha ella la fisonomia e il linguaggio di un Essena! Curioso a dirsi!
Niuno, che io mi sappia, lo notò; eppure notabilissime suonano le sue
parole. Chiede R. Neorai che muovasi esule lontano per istudiare la
legge, e oh meraviglia! nel Zoar è egli stesso Ribbi Neorai che la gran
sentenza profferiva che con questa torna a capello, cioè non altrove
potersi con frutto meditare la legge se non nell’esilio, se non nella
solitudine. È la menzogna, è il caso che ha create siffatte armonie?
No, è la verità che solleva un lembo del suo velo, è l’armonia che,
tolto l’ostacolo, prorompe sonora fra la Misna e il Zoar, fra tutte e
due poi è la società degli Esseni in quella guisa che due stromenti
accordati all’unisono, mandano l’un l’altro amica risposta.[64]
Dissi nella passata lezione come non solo le dottrine degli Esseni,
ma gli uomini eziandio sono posti nel Talmud talvolta in contrasto;
non solo la _Pratica_ e la _Contemplazione_ figurano una a fianco
dell’altra, ma i _Pratici_ eziandio, ma i _Contemplativi_ vengono ad un
tempo designati, e in bella e parlante antitesi presentatici quasi due
ordini diversissimi. E dove? Tempo è che il veggiamo, che il veggiamo
in Abot, ove il Bur è detto non potere essere Jèré het (che teme il
peccato), nè l’ignorante poter farsi (Hasid). Ma che cosa è Bur?
Chiedetelo a tutti gli interpreti, e tutti vi risponderanno concordi,
vi diranno che Bur è colui non solo che di ogni scienza procede
destituito, ma le attitudini e qualità eziandio non ha dell’uomo
civile.—E che cosa si dice del Bur?—Che non sarà Ièré het, che è quanto
dire che non sarà non solo negli studi felice, ma nemmeno uomo civile,
uomo pratico, uomo socievole. Che cos’è il _Am Aarez_? Voi l’udiste,
egli è l’idiota, egli è l’ignorante. E che cosa non sarà il _Am Aarez_?
Non sarà, dice il Misnico testo, _hasid_, ch’è quanto dire non sarà
uomo studioso, dotto, contemplativo, e ciò che più fa bella l’evidenza
di questa chiosa, si è il nome _hasid_, nome che voi da lungo tempo
udiste qual sinonimo di Essena, nome che quello precesse eziandio di
Esseni, siccome gravi autori, e tra altri Scaligero, ce lo attestano,
e nome infine che quale specialissima designazione di una setta viene
ricordato nei Maccabei.[65] Vi par egli che io proceda nel ragionare
stringato? Vi par piuttosto che troppo generosa conceda significazione
all’appellativo di Ièré het. Vi par egli che non sia ancora troppo la
sinonimia dimostrata, colla parte _pratica_ del nostro Istituto? Or
bene udite ancora, e continuate poi se vi dà l’animo, a dubitare. Udite
pria in _Sotà_ dove tra i mali che la Era, che la venuta precederanno
del re Messia, due ceti, due ceti religiosi si ricordano che dal loro
antico lustro miseramente decaderanno. E come si chiamano i due ceti?
Si chiamano i primi _Soferim_, e ad essi si attribuisce la scienza che
allora sarà invilita _vehohmat soferim tisrah_. Si chiamano i secondi
Ièré het e si dice che _allora saranno in obbrobrio_. Non vi dice
nulla questo nome di Soferim? Eppure i Soferim di _Jah bez_, i Nazirei
chiamati dal Targum Soferim, il vederli procedere qui di conserva coi
Ièré het, dovrebbero a creder mio farvi pensare. Ma voi chiedete più,
e la verità non dice mai, _basta_. Havvi nella Misnà (per altri è
Barraità) un frammento antico, preziosissimo che sotto il nome corre di
R. Pinehas Ben Iair e che si chiama _Barraita di R. Pinehas Ben Iair_.
Si può chiamare in verità la _Scala dei santi_. È una descrizione dei
gradi per cui dalle più infime virtù si può raggiungere le più eccelse,
le più trascendenti senza interruzione, senza salto, ma per una
transizione naturale, facile, necessaria. Di tutti i gradi di santità
ivi notati, che sono assai, due osserviamone tra i più cospicui, i
quali sono il Hasidut e l’Irat het, _la pietà eroica_ e il _timore del
peccato_. Qual posto occupano nella scala dei santi, e quale l’una
rispetto all’altra? Il loro posto è il massimo, e dopo il culmine
della scala che è lo Spirito Santo, io trovo come gradi sottostanti,
più alto il _Hasidut, la pietà eroica_, quindi più basso lo Irat
het, _il timor del peccato_. Ma non solo massimi ambedue, ma ciò che
troppo più monta pel caso nostro, sono contigui, l’Irat het _timor del
peccato_ precede, il _Hasidut_ vi conduce, vi predispone. _Hasidut_ n’è
lo stadio successivo, la fase ultima, conducente, educante al _Ruah
acodesc_, spirito santo. Che cosa si volle dunque per Irat het? Non
certo quel _timor del peccato_, come ognuno intende, ch’è virtù di nome
e di fatto puramente negativa, che consiste meglio nello scansare il
male, che nello esercitare il bene. E perchè dico questo nostro _Irat
het_ virtù non volgare? Per molte ragioni che me lo persuadono. Me lo
persuade in primo la sua contiguità al _Hasidut_, grado se altro fu
mai eccellentissimo e che, come udiste, mena direttamente allo spirito
santo, _Ruah Acodesc_. Me lo persuade poi eziandio non solo le virtù
che conseguitano, ma le virtù ancora che lo precedono, ma i gradi
eziandio inferiori, i quali tutti, troppo, come vedrete, sovrastano
al volgare timore, perchè possano di quello meritamente considerarsi
preparazione. Precede non solo il _Farisato_, lo stato dei Farisei, le
virtù farisaiche, lo che già accenna, come intendete, a una parentela
strettissima tra ambidue; ma il precede anche la _anava_, come udiste,
l’_umiltà_, sublime se altra fu mai nella gerarchia teologica delle
virtù e appo a cui il timor di Dio è chiamato altrove dai Dottori
suo vile calzare, _achob lesandelà_; e il precede insieme anche _la
santità_, siccome del _timore del peccato_ essa pure avviamento e
prodromo. Che cosa dunque vuol dir ciò? Vuol dire, se io non erro, che
colle parole _che teme il peccato_ intesero i Dottori uno stato morale
che generato è pure dal Farisato, e che di gran lunga eccede tutte le
virtù sottostanti, la _purità_, la _umiltà_, ed anche la _santità_,
e che è affine, e ch’è contiguo, e ch’è conducente al _Hasidut_ cioè
a quello stato, a quel grado onde ebbe nome la società degli _Esseni
Contemplativi_ negli antichissimi tempi. O io erro, o fatti sono
cotesti che altamente depongono in favor mio. Che sarà poi se il nome
intenderete dell’autore della Barraità in discorso? Voi vedeste e
vedrete costantemente i Dottori più insigni della scuola cabbalistica
farsi nelle pagine del Talmud gli oratori, gli avvocati delle idee,
delle massime dell’Essenato, vedeste Rabbi Simon Ben Iohai, contro a
R. Ismael, Rabbi Akiba contro Ribbi Tryphon, Rabbi Neorai contro R.
Meir, e Ben Iohai e Ribbi Akiba e R. Neorai al tempo stesso cabbalisti
e rappresentanti e organi dei principi dell’Essenato. Vedetene adesso
un altro nell’autor della _Barraità_. E chi è l’autore della Barraità?
Voi l’udiste: è Rabbi Pinehas Ben Iair, non solo il suocero di R. Simon
Ben Iohai, non solo veneratissimo nel Talmud, ma quel che più monta,
celebratissimo nel Zoar, le cui parole, le cui dottrine sono ivi con
venerazione registrate, e le parole e le dottrine sono esse pure della
scuola teologico-mistica dei Cabbalisti. E tutto questo a caso? È a
caso che di tratto in tratto sorgono nel Talmud due idee parallele,
concomitanti, talvolta opposte, antitetiche, ed alle idee corrispondono
dei pratici, dei contemplativi? È a caso che gli avvocati della
_contemplazione_ nel Talmud sono sempre quegli stessi che più vanno
rinomati pel loro ascetismo? È a caso che tutti i loro nomi primeggian
nel libro del Zoar? È a caso che niuno al contrario vi figuri dei loro
avversari, non _Ismael_, non _Tryphon_, non _Meir_? Io credo che non è
caso. Quel che non è certo a caso son le parole che seguono: e chi ne
è l’autore? È lo stesso _Pinehas Ben Iair_. _Dal giorno ei dice, che
fu il tempio distrutto furono confusi_ I SOCI, I FRATELLI E I LIBERI
_e cuoprironsi il capo e decaddero_ I PRATICI. Chi sono i _soci_, i
_liberi_, e chi sono i _pratici_? Io lo chiesi agli antichi interpreti
e quale n’ebbi risposta? Per pratici l’idea vaga generalissima di
religiosi; pei _soci_ o pei _liberi_ sensi che, o nulla significano,
o se qualcosa significano, giovano non poco al mio assunto. Ma quanto
bene nel nostro sistema! _Soci_ (_Haberim_), sono i _Soci_ i fratelli
della società e della Essenica _Frateria_; i _Pratici_, sono i
_Pratici_ la frazione più urbana, più cittadinesca dell’Essenato. Ma
chi sono i liberi. Benè-horin? Ah chi sono i liberi? Ve lo dica per
me un’aurea indicazione da _Filone_ serbataci; quando parlando della
costituzione degli Esseni narra di quelli che di fresco introdotti
nella società, consumavano il noviziato nel servire, nel ministrare ai
provetti, ai maggiori.[66] E come dice Filone che si chiamavano dagli
Esseni, cotesti? Si chiamavano _Liberi_, sì, si chiamavano _Liberi_
volendo, siccome ei dice, con un nome contraddistinguerli, che ogni
carattere servile escludesse dalla loro persona al quale non poco
avrìa indotto a credere i riguardanti, l’officio veramente servile
in cui ministravano. Ma liberi essi erano, Benè-horin, e dicevansi
liberi comecchè umilmente ministrassero a mensa ai veri _soci_, ai veri
fratelli.[67]
Voi vedeste già molte volte ed ora stesso aperta vi fu mostrata la
esistenza di _Pratici_, di _Contemplativi_ in seno ai Dottori. Non mi
resta che chiamare la vostra attenzione sopra un altro fatto soltanto,
ma cospicuo, ma rilevantissimo fatto; ove non solo questa duplice
ramificazione riprodurrassi e più distinta e spiccata; non solo vedremo
Esseni _Pratici_ ed Esseni _Contemplativi_; ma ciò che a dismisura più
monta, li vedremo parlare, agire e certi atti caratteristici eseguire
che Filone ci narra, propri, particolari agli Esseni. Dissi un fatto
perchè invero ambi s’identificano, si confondono, si unificano in
un solo fatto, ma per ora sono due, l’uno fornitoci dagli Esseni è
narrato da Filone, l’altro fornito dal Farisato è raccontato dalla
Misnà. Qual’è il fatto da Filone narrato? È una festa ed una festa
da ballo, ma di quelle ch’è capace di dare un Istituto religioso, un
sodalizio quale era l’Essenico. Narrarvi per filo e per segno tutte
le circostanze di questa festa da Filone descritta, troppo più a
lungo ci menerebbe che nol consentan l’ora e le forze. Pure mestieri
è che le cose più rilevanti vi sien conte. Festa era questa che
celebravano i Terapeuti, in una delle solennità religiose che resta
difficile determinare, ma che ogni analogia ci persuaderebbe essere
i _Tabernacoli_. E dove si celebrava cotesta festa? Si celebrava,
dice Filone, nell’aula del chiostro che lor serviva di Tempio. Colà
si riuniva la numerosa famiglia dei Terapeuti, e indossata ognuno la
bianchissima stola, sedeva ad una mensa, donne ed uomini separatamente
da ambo i lati, dove tutti prendevano cibi parchissimi, d’onde carne
e vino erano assolutamente banditi, ove ministravano quei _Liberi_ di
cui vi discorsi, ed ove i sacri ragionamenti allietavano ed istruivano
i commensali. Soddisfatto il bisogno del corpo, ognuno levavasi. Il
Presidente intonava un Inno alla gloria di Dio composto da esso o da
qualcuno dei predecessori, e tutta la compagnia lo cantava con lui,
quindi i giovani recavano in mezzo una tavola, per memoria di quella
ch’era in Gerosolima nel vestibolo del Tempio; quindi i balli, e al
ballo uniti e suoni e canti; e ballo e canto protraevasi insino a
giorno. All’alba, tutti come un sol uomo volgevansi al sole nascente,
e supplicato da Dio il buon giorno e la luce della verità, ognuno si
ritirava nella sua cella ove riprendeva le usate occupazioni. Questa
è la festa che narra Filone, e questo è il fatto che vuole essere
adesso paragonato alla storia che di una gran festa ci han trasmesso i
Rabbini. Qual’è questa festa? Ella è quella che si celebrava, dice la
Misnà, (_in Succà_) nei vespri del primo giorno dei Tabernacoli, e che
fama altissima lasciò di sè in tutta la Rabbinica Enciclopedia sotto il
nome di _Simhat bet Ascioaba_ e di cui il nostro _Simhat Attora_ non è
che pallida copia e debile reminiscenza. Dove si celebrava il Simhat
bet Ascioaba? Si celebrava in quella parte del Tempio che si chiamava
_l’Atrio delle donne_ perchè alle donne era quello il limite assegnato,
che non poteano valicare. In quell’atrio, dice la Misnà, stabilivasi
_grandissimo ordine, Ticun gadol_. Che vuol dire quest’ordine, dice
il Talmud? Vuol dire, risponde, che l’atrio stesso in due parti era
diviso ove uomini e donne potuto avrebbero assistere alla festa
separatamente. Ma quanto splendido non c’è descritto l’apparecchio!
specialmente perciò che riguarda i candelabri, i doppieri, i lampadari
infiniti che gettavano per ogni parte del Tempio, degli atrî e di
tutta la montagna d’intorno, torrenti di luce. Vi basti dire, dice la
Misnà, che non v’era casa, non cortile, comecchè distante dal Tempio
in Gerosolima, che un raggio non ricevesse della sacra montagna che
tutta pareva divampare in un mare di fuoco. Piacerebbevi egli, o miei
giovani, che ove conceduto ne fosse l’accesso, quelle aule visitassimo
e quegli atrî santissimi? Orsù, entriamo ed osserviamo. Che spettacolo
è questo! Non solo la vastissima sala splende per miriadi di luci,
non solo un dolce suono mandano i Leviti, oggi in gran completo dalla
loro numerosa e svariatissima orchestra, non solo il caro idioma dei
sacri libri risuona in bocca agli astanti nelle lodi, negli inni che
celebrano all’Altissimo; ma che cos’è quest’agitazione che veggo: sogno
io o son desto? È pure un ballo! Un ballo nella casa del Signore! Un
ballo che al canto si marita, si marita al suono istesso dei sacri
strumenti, dei sacri cantici, e che pare ad un culto rivolto, ad un
oggetto pur esso santissimo! Tersicore negli atrî del severo Dio di
Solima non avrei pensato io giammai. Eppure è così. E chi sono i
danzanti? giovani forse? adolescenti? pensate! Altro che giovani!
Ravvisateli bene, sono venerabili aspetti, sono canuti, sono Dottori,
sono le stelle più fulgide del Farisato, _ogni altro eccettuato_,
dice Maimonide, sono essi soltanto, essi soli; sono, diciamolo una
volta colle parole testuali della Misnà, sono due ordini di Dottori,
i _Hasidim_ e i _Pratici_, sono essi i quali, in uno slancio di gioja
celeste, in un’estasi di mistico amore, intrecciano dotte e mistiche
danze, raffigurando nelle armoniche cadenze quello che gli antichi
tutti vollero raffigurato nelle danze religiose, vuoi l’armonie delle
sfere, vuoi l’armonia più segreta dell’animo umano e delle sue facoltà,
vuoi insomma qualche altro consimile intendimento, che lungo sarebbe
voler constatare. Sì, sono essi, sono i _Hasidim_, i _Contemplativi_
e gli _Anscè Maasè_, alla lettera i _Pratici_, i quali santificavano,
riabilitavano nel culto del vero Dio le danze che narrava il Paganesimo
dei Dattili, dei Telchini, dei Coribanti, delle Baccanti. Non sappiamo
noi da Luciano egual costume appresso ai Greci? Non è il più bel
premio di una mente culta e religiosa quello di potere riposare in una
uniformità ammirabile tra il mondo Ebraico e il fiore del Paganesimo?
Non abbiamo bisogno in mezzo a tante discrepanze, a tanti antagonismi,
un po’ di armonia, un po’ di pace tra Ebraismo e Paganesimo che
valgano a costatare che ogni filo non era spezzato tra l’uno e
l’altro? Oh! come è bello, per tanto, udire Luciano a descriverci le
paganiche danze! «_La danza di Bacco_ (ei dice) specialmente nella
Jonia e nel Ponto è esercitatissima; _e vi ballano persone nobilissime
e i principali della città, che lungi d’averne punto rossore, si
compiacciono meglio di questo esercizio, che della nobiltà degli uffici
e della dignità dei maggiori._» (ed. Capol., vol 3, 206) Non par egli
udire l’apologia di David che danza innanzi l’arca, e i Dottori che
lo imitano nella festa della _Scioaba_?[68] Sublime invero, santo
Coribante R. Simon Ben Gambliel, il quale, dice il Talmud, quando
tripudiava nel tripudio della Scioaba, otto faci teneva in mano e
l’una e l’altra successivamente scagliava in aria e tutte in cadenza
regolarmente riafferrava, senza che niuno dei moti complicatissimi
fallisse il segno. Ma non solo io li veggo con ordinate movenze menare
un ballo, ma parole io odo e canti dal labbro loro sgorgare. Che
parole son coteste? Porgete l’orecchio e l’eco lontano ne addurrà la
Misnà—Dicono i Contemplativi, dicono i Pratici che incanutiti eran
nella fede, nello studio—_o felice gioventù, che la vecchiezza nostra
non fai arrossire!_ Ma altri pure altra lode proferiscono, e lode
diversa—Che lode è questa? _Felice vecchiezza, che il fallo emendasti
di gioventù._
È questa la festa, e questo il ballo, e queste sono le parole della
_Scioabà_. Qui separate le donne,—qui il tempio convertito in sala
da ballo,—qui musica, qui canto, qui ballo e qui infine cantanti e
danzanti; chi? I _Hasidim_ e _Anscè Maasè_, cioè quei due ordini che
abbiamo superiormente veduto per altri fatti moltissimi corrispondere
al doppio essenico ordine di _Pratici_ e _Contemplativi_, che da
Filone nella succitata descrizione della festa ci vengono nella
stessa attitudine raffigurati, nello stesso luogo, allo stesso
oggetto, nell’atto istesso di cantare e ballare. Ma quando avviene
questa festa? Avviene di notte, avviene durante una festa religiosa,
e di notte e durante una festa religiosa quella avveniva da Filone
descritta. E quanto dura la festa? Tutta la notte, dice Filone, sino
all’alba spuntata; e tutta la notte risponde per la sua, la Misnà; e
ne fa fede—non vaga lontana tradizione, ma uno degli assistenti, uno
dei santi danzatori, quell’eccellentissimo Dottore che i colleghi
soprannominavano grecamente lo _Scolastico scolastica deoraità_: io vo
dire _R. Ieosciua Ben Hanania_ il quale nel Talmud si esprime così:
_Dice Ribbi Ieosciuah Ben Hanania quando gioivamo nella festa della
Scioaba_ (che sublime mestizia in queste parole. Il tempio non era
più!) _non vedevamo_ (traduco a verbo), _non vedevamo sonno cogli occhi
nostri: e come? La prima ora del giorno pel sacrifizio cotidiano,
di là all’orazione mattutina, di là al sacrifizio addizionale, di
là all’orazione dei Musafim, di là alle accademie, di là alla mensa
festiva, di là ai vespri, di là al sacrifizio vespertino, e di là sino
al mattino seguente nei tripudi della Scioabà._ Ed anche in questo,
voi lo vedete, la festa di Alessandria e quella di Solima procedean
conformi. Che facean poi al mattino? Per quei di Alessandria così dice
Filone: _All’alba tutti volgonsi verso il sole nascente, e pregano
Dio che conceda loro una buona giornata e la luce della sua verità_.
Così gli Alessandrini. Che cosa facean in Solima? La Misnà ce ne ha
serbata fedelissima memoria. _Al canto del gallo_, ella dice, _il corno
mandava un triplice suono,[69] e così suonando e strepitando, procedeva
la comitiva muovendo verso la porta che guarda ad Oriente. Giunti che
erano alla porta che guarda ad Oriente, volgeansi tutti da Oriente a
Occidente; e così diceano: I padri nostri che vissero in questo luogo
volgeano, come dice Ezechiele, il tergo alla casa del Signore e la
faccia loro indirizzavano ad Oriente, all’astro del giorno: ma Noi a
Jah sono rivolti i nostri occhi_; e ripetevan dicendo: _Noi a Jah, ed a
Jah i nostri occhi_.
Che cosa vedete qui? Tutto procedere appunto come tra i Terapeuti
procedeva; tranne una cosa, la parte a cui si volgeano. Gli _Ebrei_,
i _Dottori_, _gli Esseni_ di Palestina, memori della profanazione che
i loro proavi fatto avevan del tempio del Signore, l’idolatrico culto
introducendovi delle stelle del cielo, memori dell’attitudine che
prendevano nell’adorazione del maggiore astro, che Ezechiele descrive e
rinfaccia; giunti ch’erano al punto in cui dovevan pregare, prendevano
la contraria positura e il tergo volgeano al sole nascente e gli occhi
miravano e la persona al Santo dei Santi che la parte più occidentale
occupava del santuario. Pegli Ebrei invece, pei Terapeuti Alessandrini
avveniva il contrario. Fosse che a guisa di tutti quelli che vivono
fuori di Terra Santa, a guisa nostra anch’oggi, si volgessero nel
pregare ad Oriente, fosse che inesatta giungesse loro contezza del modo
di pregare della Metropoli, fosse eziandio che il lungo soggiorno
dello Egitto, la lunga conversazione cogli infedeli, la diuturna
separazione dal cuor della fede, facesse prendere al loro culto una
tinta d’Idolatria, siccome l’eco ne perdurava e perdura in scrittori
gravissimi che l’adorazione del _Sole_ gli attribuiscono; fatto è, che
in questo sol punto tra il culto Essenico di Palestina e quello dei
Terapeuti d’Egitto tu ravvisi un’antitesi. Del resto, la somiglianza
non potrebbe più esser perfetta, e sopratutto non potrebbe più che in
questa festa spiccare il doppio ordine di _Pratici_ e _Contemplativi_
che fu mio officio sinora mostrarvi nella _storia_, nella
_discussione_, negli _atti_, nel _culto_, com’ora vedeste degli antichi
Dottori.—E quindi sempre più splendida sorgerà quella conclusione che
viene dimostrata perpetuamente dalla nostra esposizione; la identità
dell’Istituto degli Esseni colla parte più dotta e più santa del
Farisato.
LEZIONE DECIMAQUARTA.