Dove più cose sono da osservarsi; prima la _quadruplice_ gradazione

di purità rispondente ai quattro gradi di purità nella società degli

Esseni, per ciò che riguarda il reciproco contatto; e dico quattro

nel testo Misnico; giacchè ognuno comprende come coloro che sono al

di fuori del farisato, cioè _bigde amaarez_, non possano ammettersi

in conto. Il fatto poi dalla Misna rivelatoci come vi fossero uomini

tra i Farisei che senza appartenere al ceto sacerdotale, come Iohanan

Ben Gudgheda ivi stesso rammemorato, od anche al ceto sacerdotale

appartenendo come Iose ben Ioezer che vien chiamato col nome

significantissimo di _Hasid_, come dico, tali vi fossero che in tutti

i loro rapporti quella rigida osservanza serbassero di purità, ora

qual si conviene al sacro cibo di _Teruma_ come Iose il Hasid, ora

qual si addice anzi alle offerte stesse approssimate agli altari, come

l’altro, Iohanan Ben Gualgheda. E questa è la prima classificazione e

la memoria ed il segno che di essa è rimasto nei libri rabbinici. Ma

io dissi, se ben vi ricorda, come duplice classificazione distinguesse

gli Esseni. Qual’è la seconda classificazione? Ella è quella che

riguarda, non già come la prima il diverso grado di purità, ma ciò

che più monta, il genio riguarda e l’officio diverso delle classi

che la società componevano. E quante erano queste classi? Eran due.

Si dicevano i primi _Esseni pratici_, si dicevano i secondi _Esseni

contemplativi_. Che cosa erano gli _Esseni pratici_? Eran coloro che

senza troppo gittarsi nel turbine delle faccende mondane non lasciavano

però di conversare familiarmente cogli uomini in società; che non

solo praticavano il matrimonio, ma lo predicavano eziandio santo e

legittimo, e conforme sopratutto alle mire provvidenziali per la

conservazione della specie umana; erano coloro di cui così favellava

Giuseppe nel 2º delle Guerre: «_V’è ancora un altro ordine di Esseni

che ha l’istesso metodo di vita, i medesimi costumi e le medesime

regole, toltone l’articolo delle nozze, questi dicono che sia tôrre

alla vita umana una delle sue parti più considerabili, lo impedirne

la successione col non ammogliarsi, e che se tutto il mondo fosse

di questo parere il genere umano presto correrebbe al suo fine. Ma

spendono tra anni ad esplorare gli animi delle lor spose; e quando

sono state tre volte in questo tempo purgate conchiudono che sono atte

ad aver figliuoli, e le sposano._» Queste sono le parole di Giuseppe

intorno agli Esseni che si dicono pratici. Se fossero a voi famigliari

i libri e le sentenze dei nostri Dottori, trovereste siccome io

trovo, una mirabile uniformità di linguaggio tra gli Esseni, secondo

Giuseppe e i Dottori più celebrati, intorno la necessità, il dovere

del matrimonio; tantochè se non mancano esempj, come altra volta vi

dissi, di celibato volontario ascetico in seno ai Dottori, non si può

negare che il comun genio e le prevalenti dottrine non consentano

piuttosto col genio, colle dottrine di quella parte di Esseni che si

nomano pratici. Ma una seconda divisione nell’Essenato vi additava,

ed è quella degli _Esseni contemplativi_. Che cosa sono gli Esseni

contemplativi? Sono quelli che ponevano ogni amore nello studio e nella

vita contemplativa, quelli che passavano i loro giorni, dice Filone,

a meditare i libri sacri e la filosofia dai maggiori imparata; che

continuamente rinchiusi nelle loro cellette, nè uscivano, nè parlavano

con chicchessia, e che _di fronte alle speculazioni e allo studio_,

continua Filone, _ogni altro religioso dovere tenevano a vile_. Queste

sono le due classi, e questo il ritratto che ce ne offre principalmente

Giuseppe. Filone istesso non lascia di autorizzare la esistenza di

questa duplice classe. Filone, come altra volta vi dissi, scritto

aveva due libri l’uno «_ogni uomo onesto è libero_» e parlava degli

Esseni l’altro, _de vita contemplativa_ e vi trattava dei Terapeuti;

ma ciò che grandemente interessa la questione presente, si è il modo,

si è la frase con cui Filone trapassa dal 1º libro al 2º da quello

cioè che concerne gli Esseni a quello che riguarda i Terapeuti. Egli

usa parole che non solo confermano la esistenza della duplice classe

da noi accennata, ma ci additano altresì la speciale composizione

dello Essenato Palestinese ed Egizio e quale e nell’uno e nell’altro

predominasse degli accennati elementi, _Pratico_ o _Contemplativo_.

_Avendo già_, così dice Filone all’esordire del 2º libro, _avendo già

fatto parola degli Esseni_ (e già aveva detto precedentemente come

cotesti la Palestina avessero a patria), _i quali menano una vita

pratica e attiva, conviene al presente ch’io tratti di quelli che si

danno alla Contemplazione_. Che cosa vedete in queste parole? Non solo

vedrete la identità generica, la suprema medesimezza degli Esseni e dei

Terapeuti che taluno volle revocare in dubbio; non solo vi vedrete la

distinzione delle due classi, ma ciò che al tempo stesso non vi potrà

non apparire manifesto si è, come benissimo avvertiva l’illustre sig.

Munk, il prevalere del pratico elemento tra gli Esseni di Palestina

come la preponderanza che aveva la parte contemplativa tra i Terapeuti,

ch’è quanto dire tra gli Esseni di Alessandria. Nè altrimenti poteva

procedere la bisogna. L’Egitto, e specialmente l’Egitto siccome fatto

lo avevano la greca filosofia e le religioni orientali, era la patria

naturale, propria di ogni ascetismo comecchè trasmodante. Il celibato,

la solitudine, il disprezzo del mondo, il divorzio di ogni civile

consorzio, erano piante che in niun altro terreno meglio avriano potuto

attecchire che nel terreno egiziano. Non così per Palestina, dove se la

vita contemplativa non cessava di essere in onore grandissimo, non era

di quella tempra viziosa, esclusiva che colpisce di paralisi ogni più

attuosa facultà, e le più prestanti e rigogliose aspirazioni consuma

in un misticismo vaporoso. La vita contemplativa dei Dottori non

procedeva per lo più scompagnata dall’esercizio della umana attività,

dalla santificazione del corpo, mercè il culto esteriore, dalla

santificazione del mondo e dei piaceri e delle occupazioni del mondo,

mercè il suggello e quasi non dissi il crisma che gl’imponeva la fede.

Misticismo, vi era chi lo nega? Ma era quello di buona lega, quello che

non scinde, non smembra, non mutila l’uomo a favore delle facoltà sue

superlative, ma che tutto l’uomo, i pensieri come le opere, gli studj

come la pratica, il corpo come lo spirito, prende a santificare, e

tutto, anche le opre più vili, gli fa praticare in _ispirito e verità_;

era quel misticismo sincero, di cui nobilissimamente discorreva

Vincenzo Gioberti presso a cui s’impara più d’Ebraismo che non per

avventura presso a tanti sedicenti israeliti scrittori, quando nella

_Filosofia della Rivelazione_ dettava queste parole, a cui ogni buon

Israelita potrebbe soscrivere «_La vera vita contemplativa implica

l’attiva, o esterna e sensata. L’attiva perchè la somma anzi l’unica

attività, è quella del pensiero. L’esterna perchè questa è necessaria

a svolgere l’intelligente e a passare allo stato di mentalità pura;

gli orientali e gli ascetici che rigettano la vita esterna e collocano

la vita contemplativa nella mera passività, non s’intendono di vera

contemplazione._» E Gioberti ha ragione per l’oriente eterodosso.

L’oriente ortodosso però, i Profeti e Dottori, comecchè recassero

la vita contemplativa sino alle sue ultime conseguenze, non la

fuorviarono mai dalla via che conduce al perfezionamento dell’uomo

intero, e Paradiso e Civiltà se non eran per essi due termini

sinonimi, certo eran strettamente correlativi. Moralmente parlando

l’Ebraismo aveva collocato da lungo tempo la terra in cielo, pria

che nascesse Copernico. E questo era il misticismo palestinese, e

questo principalmente il suo Essenato, in cui la parte maggiore si

componeva, voi la udiste, di quei Dottori, di quei fratelli, che

tutto che vivessero e conversassero tra gli uomini in società, e

nozze contraessero, e gioje e dolori e vicende coi fratelli tutti

dividessero, ciononostante tale inflessibile regola presiedeva ad ogni

loro atto, tali i vincoli che li univano comecchè disgregati talvolta,

tale l’unità di vita e di mire a tutti comune, che per essi non sarebbe

profanazione ripetere ciò che fu detto per quel Dio che sì nobilmente

adoravano: che la sua circonferenza non è in nessun luogo e che il suo

centro è da per tutto. Non si vuol dire con ciò che _contemplativi_

veri, proprj, esclusivi, non esistessero in Palestina, e se io lo

dicessi, non solo Giuseppe, ma i Dottori stessi, ma il _Talmud_, ma

_il Zoar_ sorgerebbero a smentirmi. Ciò che dico questo si è, ch’eran

pochi, non solo, ma che anche nel concetto universale era quello

uno stato di sovrumana perfezione, a cui non avrebbero potuto senza

periglio aspirare che pochissimi, a cui natura avesse conceduto la

forza di vivere sulla terra la vita dei Celestiali. Ma pure esistevano,

e se esistevano, mestieri è per essi come pei Pratici, rinnovare quella

inchiesta che non cessammo di ripetere ad ogni nuovo elemento che ci

si porse dinanzi della Essenica esistenza. Havvi di questa distinzione

memoria tra i nostri Dottori, consuona questa duplice divisione di

Pratici, di Contemplativi, con quel che di sè narrano i Dottori delle

proprie divisioni? Abbiamo insomma, anche da questo verso, ragione di

credere alla identità da noi propugnata delle due scuole di Esseni e di

Farisei? La prossima conferenza ce ne darà adeguata risposta.

LEZIONE DECIMATERZA.

Di due sorta classificazioni studiammo nella società degli Esseni

nella conferenza passata: abbiamo veduto in che cosa consistesse la

prima, e come getti le sue radici in una identica distinzione che la

Misna ci additava in seno al Farisato. Abbiamo veduto in che cosa

consistesse e su che principalmente si fondasse la seconda distinzione;

distinzione di officio, di genio, di peculiare indirizzo, per cui

in due principalissime categorie si dividevano tutti gli Esseni, in

_Pratici_, in _Contemplativi_. Erano i pratici coloro che del tutto

non si separavano dal mondo. Eran i contemplativi coloro che all’amor

dello studio, al ritiro, alla contemplazione sacrificavano ogni altro

culto, ogni affetto, ogni ambizione: di queste due classi noi abbiamo

costatato, quanto era mestieri, l’indole, il carattere particolare;

abbiamo veduto come più si affacesse ai primi la patria Palestinese,

e come piuttosto si acconciasse ai secondi il soggiorno di Egitto. Se

questa fosse semplice e nuda esposizione della Essenica organizzazione,

se non ci fossimo sin da principio proposti di restituire il nostro

Essenato al più vasto seno, alla più vasta scuola dei Farisei, se non

dovessimo porre questa identità al raffronto di ogni fatto che si

presenta, e da quello nuovo argomento derivare in favor nostro; se

questa restituzione non fosse di sommo, di capitale interesse nella

storia religiosa del popolo nostro, forse noi, postergato questa sera

l’argomento presente, procederemmo difilati più oltre. Però grave

debito c’incombe e lo adempiremo. Noi dobbiamo sperimentare quanto

e come regga al confronto dei fatti il nostro supposto, dobbiamo

vedere se la distinzione di cui si favella nella società degli Esseni,

risponde ad altrettale distinzione in seno al Farisato; in una parola,

dobbiamo anco una fiata vedere se la propugnata identità non è una

favola. Io chieggo dunque: conobbe egli il Farisato distinzione

siffatta? Havvi tra esso una scuola, un sistema che sia e che si

appelli _contemplativo_? Havvi al tempo istesso un altro che le

dottrine professi e il titolo rechi di _Pratici_? Io oso dire che la

distinzione esiste, e tale esiste che meglio non potrebbe allo scopo

conferire. Esiste in tutta la estensione della Enciclopedia Rabbinica

dei primi secoli, esiste nei fatti, negli uomini, nelle dottrine e

infine sotto due principalissime forme due modi di storica rimembranza.

Prima forma io chiamo quei casi innumerevoli in cui l’una o l’altra

scuola, i Pratici o i Contemplativi s’introducono ad agire, a parlare

isolatamente, separatamente dalla scuola e dal sistema contrario,

così che noi esamineremo successivamente, passando prima in rassegna

tutto ciò che nella Rabbinica Enciclopedia allude agli uomini, ai

fatti, alle dottrine dei _Pratici_, e poi ai fatti e agli uomini che

si dicono _Contemplativi_. Ma quanto più vivo interesse, quanto più

efficacia nella forma seconda! In questa _Pratici_ e _Contemplativi_,

sistema e sistema, dottrina e dottrina più non ti appariscono lontani

e disgiunti; ma con bella e parlante antitesi interloquiscono ambedue

ad un tempo; e fede fanno ad un tempo della loro esistenza, e la

distinzione pongono più chiaramente in rilievo in virtù del contrasto.

E prima, che nome recano negli scritti Rabbinici le due scuole? Che

nome pei primi i Pratici?—Ora il nome di _Iere het, che temono il

peccato_, ora quello più espressivo di _anse maase, gli uomini della

pratica_, i _Pratici_, come udirete dagli esempj. Che nome recano i

Contemplativi?—Il nome principalmente di _Hasidim_. Noi dell’uno e

dello altro conosciamo i nomi; dove ora le dottrine, dove i fatti e

dove gli uomini? Dove in primo luogo i Pratici?—Eccoli quando predicano

l’insufficienza della sola speculazione; quando vogliono lo studio

delle cose divine congiunto alla pratica dei doveri sociali _iafe

talmud tora im dereherez, im en dereherez en tora_; quando dicono

l’uomo non doversi dalla società sequestrare _leolam tee datho sceladam

meurebat im abiriot_; quando insegnano nessuna virtù tornar gradita

comecchè trascendente; quando dal centro vivificatore si sequestri,

dalla religiosa comunanza, dalla chiesa di Dio; quando levano a

cielo la necessità del lavoro _ghedola melaha scemehabbedet bealea;

ghedolim baale umaniot_ l’amore dell’industria, la fatica del corpo

e i benefici influssi di una vita laboriosa ed attiva alla salute

dell’anima. Dove sono i Contemplativi? Vedeteli nel Talmud in _Sotà_

ove coi più celebri Dottori si lamentan perdute altresì le più rare

virtù, e dove specialmente con _Iose ben Catnuta_ si dice oscurato il

lustro dei Hasidim; vedeteli nel Talmud Gerosolimitano, ove di un’opera

e di un titolo si accenna, che non so come si potrebbe desiderare più

appropriato pel caso nostro; è la menzione di un’opera che il titolo

reca di _Misnat hasidim_, ed in cui tutto ed al sommo c’interessa,

persino una curiosa variante. Interessa una citazione che ivi stesso

è riprodotta dell’opera in questione, e dove in brevi ma espressivi

tratti ti si dipingon le fattezze dei Contemplativi; ove si legge,

p.e.: _se tu per un solo giorno mi abbandoni, io ti abbandonerò per

due_, volendo dire come l’assiduità e la perseveranza sia precipua

somma condizione nei sacri studj; e noi sappiamo qual ritratto ci

abbia Filone lasciato della applicazione istancabile dei Terapeuti

ai cari studj. Dissi persino una variante, e ve lo provo. Io lessi

_Misna hasidim Lettura o tradizione dei Hasidim_ per che così recano

parecchi autorevolissimi testi, per che così par confermato da altri

passi talmudici, come tra poco intenderete, e perchè finalmente,

quando pure si meni buona la diversa lezione, pure il senso rimarrebbe

a parer mio invariato. Ma qual è la seconda lezione? Leggono invero

alcuni testi _Meghillat Setarim_ invece di _Misnat hasidim_. Ma che

vuol dire _Meghillat Setarim_? Vuol dire _il volume dei Misteri_. Io

non so s’è dato afferrare da ora l’attinenza che corre strettissima fra

le due lezioni. Bisognerebbe che precorso aveste in parte il mio dire.

Bisognerebbe che voi sapeste come i libri degli Esseni fossero tenuti

in gelosissima custodia, nè ad altri ne fosse comunicata contezza,

tranne ai più fidi, ai meglio provati. Comprendereste allora l’origine

di questa variante; vedreste siccome io veggo come naturalmente siensi

presentate ambedue le lezioni, e vedreste ancora come se la vera e

originale lezione non è al certo che una, pure non può essere senza

grave cagione ammessa, introdotta la seconda lezione, e questa cagione

e questa origine e la somma convenienza di libri, di opere esotteriche

quando si parla di Esseni; siccome quelli che la storia accenna

veramente possessori e custodi di libri siffatti.[58]

Ma in altre parti ancora della Rabbinica Enciclopedia lasciarono di

sè vestigia i _hasidim_. Lasciaronle nel Talmud Babilonico ove a

chiunque, ed eziandio a quei Dottori che alle più rigide regole non

soggiacquero del Hasidut, e solo allo strettissimo _Jure_ mostrino

di attenersi, si suole maravigliando interrogare, ella è forse

cotesta la _Misna dei hasidim_? Quasi dicessero, egli è questo il

fare severo, irreprensibile dei hasidim?—Lasciaronla nel trattato

_Berahot_, dove degli antichissimi hasidim si narra il lungo orare,

e le protratte preparazioni, e la giornata quasi interamente sacrata

agli uffici di devozione quando si dice: _Gli antichi hasidim un’ora

spendevano in preludio a preghiera, un’ora nell’orare, un’altra

pria di congedarsi da Dio e così facevano tre volte al giorno._ Ove

dunque gli studi e dove l’industria per vivere?—Si ripiglia lo stesso

Talmud: sendo costoro _hasidim_, il poco studio fruttava assai e lo

scarso industriarsi sopperiva al bisogno. O io sbaglio, o questo

passo del Talmud è un bizarro accozzamento di antiche tradizioni e

di più moderne spiegazioni. Mestieri è che sappiate che cosa sia il

Talmud Babilonico; come fuori fosse compilato di terra santa, come

gli autori che dierongli la forma sua definitiva, nè la Palestina per

avventura vedessero mai, nè i partiti, nè le vicende più importanti gli

fossero conte di Palestina; quindi i non rari anacronismi nella storia

palestinese, i fatti storici a quella relativi narrati in confuso, e

quindi infine il sentenziare presente. Per tradizione conoscevano per

avventura gli antichissimi _Hasidim_ e li ricordano, udito avevano

la vita a perfezione religiosa atteggiata, e così la dipingono;

le orazioni lunghissime, la giornata spesa in devozioni e tale la

narrano in verità, obbliarono però o non udirono come la speciale loro

organizzazione, la comunanza dei beni, il lavoro in comune, questo

tenore di vita straordinario gli consentissero, cioè le lunghissime ore

trascorse in offici pietosi, quindi le più tarde e forzate spiegazioni,

il ricorrere al prodigio, l’attribuire ad una grazia ognor rinnovata

ciò ch’era effetto della loro istituzione, e quindi il bizzarro

accozzamento di un fatto vero e di una ragione arbitraria, di una

tradizione verace e di una interpretazione gratuita.[59] E lasciarono

di sè manifeste vestigia in Hasidim, in quella eccezione singolare per

cui un ceto intero dei cultori della legge viene formalmente dispensato

da ogni pratica religiosa, siccome apertamente dispensa il Talmud da

ogni religioso dovere coloro che fanno unica somma loro occupazione

la meditazione della legge, o come dice il Talmud, _che altra

professione non eserce tranne lo studio_; e quando infine per colmo

di maraviglia volendo citare il Talmud un uomo, una scuola che alle

condizioni tutte abbia adempito necessarie a questa dispensa, il gran

nome cita e la gran scuola ad esempio.[60] R. Simon ben Johai e i suoi

compagni, insegnandoci al tempo stesso nella citazione preziosissima

e il carattere ascetico, speculativo, studioso, eccezionale di quella

famiglia e la preziosa indicazione della esistenza istessa di una

scuola da quel gran nome capitanata, e infine la bellissima coincidenza

delle due dispense, quella che il Farisato consentiva al Ben Johai ed

alla scuola sua da ogni pratica osservanza, e quella che gli Esseni

rispettavano nel più perfetto del loro Istituto da ogni pratica

esteriore;[61] e quindi nuova e preziosissima conferma e della identità

generale della Farisaica colla Essenica scuola, e tra i medesimi

Farisei una più speciale affinità colla scuola mistico-teologica, dei

cabbalisti di cui fu principe e restauratore Simon Ben Johai. Ma io

vi dissi che non solo disgiuntamente lasciarono di sè vestigio nei

Rabbinici monumenti ed Esseni pratici ed Esseni contemplativi; dissi

ancora, e vado a provarlo, che la coesistenza in seno al Dottorato

di questa duplice ramificazione, resulta anco più spiccata, anco più

manifesta in tutti quei luoghi, e sono molti e sono parlanti, nei quali

gli uni figurano a costa degli altri, in cui Pratici e Contemplativi si

fanno lume, si spiegano, si suppongono scambievolmente, ora Dottrina

contrapponendo a Dottrina, ed ora professori a professori. E dove fan

questo? Dove in primo luogo l’antitesi delle dottrine? Antitesi, io

dico, chiarissima nel Talmud Berahot, dove Pratici e Contemplativi

scendono a disputare.—E qual’è del disputare l’obbietto? Niente meno

che la quistione grandissima che tra essi verteva, voglio dire la

eccellenza maggiore di ambo le vite, della vita _pratica_ e della vita

_contemplativa_. Voi comprendete il gran momento di questo trovato.

Ma che sarà poi se il nome intenderete dei disputanti, se vi dico,

per esempio, che l’avvocato della vita pratica, della vita socievole

è Ribbi Ismaele, e se aggiungessi di più che l’apologista della vita

contemplativa è R. Simon Ben Iohai? Certo che in questa disputa,

in questi nomi vedreste l’impronta del vero.—Certo direste, ma non

invano, il Ben Iohai è sempre nelle pagine del Talmud l’infallibile

rappresentante della vita, delle dottrine, della società degli Asceti.

Certo, direte, che i vincoli che le sua alla scuola stringevan degli

Esseni, vincoli dovevano essere forti, numerosi, strettissimi. Ma che?

La verità si fa strada da sè, e non fa d’uopo che lasciarla parlare

per rimanere convinto. Udiste poc’anzi un cabbalista, un Fariseo, R.

Simon Ben Johai, attribuirsi, patrocinare il sistema, la vita, le idee

degli Asceti. Udite ora un altro Fariseo, un altro Cabbalista gli

stessi principii propugnare e le stesse dottrine: e chi è cotesto?

Egli è Ribbi Akiba, il cui nome nei fasti cabbalistici suona non meno

celebre del suo celebratissimo discepolo Ribbi Simon Ben Johai. Ma

quanto del disputare il campo non si estende! Quanto più ampliata la

discussione! Quanto più il tema elevato! Non si tratta già di sapere

soltanto se la vita pratica, la pratica sociale debba entrare qual

elemento, qual ausiliare alla vita dell’anima; ma si tratta sapere se

la _pratica_ in generale, la sociale come la religiosa, la civile

come la spirituale, se sottostia, se sovrasti alla vita speculativa,

studiosa, contemplativa. Era pur grande consesso cotesto ove siedevano

i più illustri tra i Tanaiti, tra le mura di _Lydda_ in Palestina dove

il gran tema fu proposto—_Qual sia delle due più eccellente, la vita

pratica o la vita contemplativa._

Chi sostenne la prima, chi difese la pratica? R. Tryphon. Chi antepose

la contemplativa? Voi l’udiste. Egli è R. Akiba, il visitatore

del mistico _Pardes_,[62] il maestro di Ben Iohai, il corifeo del

Misticismo. Or che sarà se vedremo la caratteristica del _Hasidut_

apposta a R. Akiba in tre luoghi del Talmud, vale a dire il distintivo

e l’appellazione essenica come noi presumiamo? Nel primo (Berahot

27), secondo la lezione di R. Nissim nell’_Ammafteah_ (25. 2), in cui

si dice che chiunque vede R. Akiba in sogno aspiri al _hasidut_. Nel

secondo (Sanedrin XI), ove il verso dei salmi: radunatemi i miei pii

(_hasidai_) s’interpreta per _R. Akiba e suoi compagni_. Il terzo

infine ove per significare, come quel Dottore si dilunghi talvolta

dalle abituali sue dottrine, si dice: _Abbandonò R. Akiba il suo

hasidut._

Storia degli Esseni: Lezioni · 第 12 / 41 段