meno significanti gli esempi di questa predilezione dell’amore del
ritiro, della quiete dei campi e del sommo suo confacimento agli studi
ed agli atti di Religione? Tutt’altro. Vi dissi, non è molto, come
esempi non pochi vi fossero d’insigni Dottori in ambedue i Talmud che
chiesero al silenzio, al ritiro, l’acquisizione dei misteri e delle
religiose dottrine,[54] e solo perchè meglio gli individui riguardavano
le istituzioni, gli usi e i generali costumi, ne feci separata e
preventiva menzione. Ma quanto più non tornan all’uopo efficaci gli
esempi generali, gli usi, le istituzioni, le leggi stesse da questo
spirito informate! Le leggi, quando sentenziano che ove tra i coniugi
sorgessero contestazioni sulla scelta del domicilio, a quella parte
si debbe piuttosto attendere che preferisce alla città i villaggi,
_conciossiachè_, dice il Talmud, _il soggiorno delle grandi città torni
non poco alla morale periglioso, pei costumi pel solito più molli e
più rilassati_. Le idee più intime dei nostri Dottori quando ponendo
in bocca alla Chiesa Israelitica quelle parole di Salomone: Deh, gli
fan dire (Talmud Tract Irrubin) al Signore; deh non giudicarmi come
gli abitanti delle grandi città, tra i quali è violenza, lussuria
e maldicenza; ma usciamo ai campi, (notate queste parole) ove ti
mostrerò i cultori della tua legge che meditano del continuo e tra
angustie la tua parola, mattiniamo alle vigne, cioè (continua il
Talmud) ai tempj ed agli studi dove vedremo la vite fiorire, cioè la
Bibbia coltivarsi: e così via discorrendo. Ma quali parole quelle
che attribuisce alle città i vizi discorsi! E quanto bene consuonano
con quel che dice Filone a proposito del ritiro e delle solitudini
dei Terapeuti; maravigliosa consonanza in verità! _Primieramente_,
dice Filone, _abitano in campagna e schivano le città grandi, a
cagione del mal costume che in esse regna per ordinario, persuasi che
siccome si contrae una malattia col respirare un aria infetta, così
i mali esempj degli abitanti fanno impressione indelebile sull’animo
nostro_. Ma io dissi anche gli usi generalissimi, anche istituzioni
permanenti. Potrò io dimostrarlo? Sarei io in grado di provarvi che
tanto spinsero oltre l’amore pei campi, da farne il prediletto, il
durevole, il venerato soggiorno? Facilmente, solo che io vi rammenti
la benedizione di _Meen Scebach_. Che cosa è questa? Voi lo sapete,
perciocchè l’udite la vigilia di ogni sabato. È quella benedizione
che dopo la preghiera sommessa pronunzia il Ministro e che non è,
a veder bene, che un compendio o sommario della istessa _Amida_.
Che cosa è questa benedizione e perchè istituita? Chiedetene al
Talmud, ai Ritualisti, chiedetene ad ognuno, ed ognuno vi dirà quello
che andiamo cercando; cioè vi dirà che ai tempi misnici, ai tempi
talmudici gli oratorii, gli studi sorgevano tutti in mezzo ai campi,
lontano dall’abitato, nella solitudine e nel silenzio; vi diranno che
all’orazione vespertina convenivano da ogni parte i fedeli, che parte
solerti giungevano a tempo e la preghiera cominciavano e finivano col
popolo tutto, parte trattenuti dai negozi o dal cammino protraevano le
loro orazioni alquanto più tardi. Perchè non rimanessero soli costoro
fuori dell’abitato, che cosa fecero? Istituirono il _Meen Scebah_ che
mandando un poco più alla lunga la orazione offriva agio ai ritardanti
di terminare prima che il popolo si partisse. Un gran fatto emerge da
tutto questo; ed è la presenza delle antiche sinagoghe e dei pubblici
studi nella solitudine; ch’è quanto dire un nuovo riscontro col costume
presso che generale degli Esseni, dei Terapeuti.
Io non vi dirò adesso ciò che scrisse Beniamino di Tudela nelle sue
peregrinazioni. Ebbi luogo di ricordarvelo quando voleva provare la
provenienza Recabitica del nostro Istituto, e spero che non l’avrete
obliato. Narra Beniamino di aver veduto nel Iemen tra le numerose
popolazioni israelitiche di quella regione, uomini, Dottori, Asceti
che perseveravano nell’antico costume degli Esseni, nella solitudine e
nel ritiro. Non vi dirò nemmeno come i nostri meno antichi moralisti,
p. e., il _Hobod Allebabod_, che fu non ha guari trasferito in
italiano, il Rescit hohma di un Cabbalista discepolo del Rabbi Isaac
Loria, facciano tutti e due menzione di una scuola di religiosi che
predilegeva l’isolamento e la vita anacoretica, l’ultimo in ispecie
che fa menzione siccome tale di un _Rabbi Abraham apparus_ che vita
menava non disforme da quella più sopra descritta. Queste cose
pretermetterò volentieri poichè ho fretta di giungere all’ultima
quistione; non ultima però al certo per lo interesse che desta, ed
è quest’una. Rimane egli tra noi tuttavia traccia veruna di questi
antichissimi costumi e degli Esseni e di una frazione dei Dottori?
cioè, v’è nulla che tragga l’Israelita dal romore delle città per
levare la sua mente colla vista della natura, col silenzio, colla
maestà del creato, a pensieri più celestiali? Io ardisco dire che vi
è, vi è almeno nei libri, conciossiachè e belle e nobili istituzioni
sien cadute fra noi in disuso, ed un gran brivido mi mettesse un
giorno per l’ossa il _Lamennais_, quando lessi nel suo Romanzo _les
Amshaspandas et les Darvands_ quella frase terribile _les Hébreux ont
perdu le sens de leurs institutions_. Dopo avere tante cose perduto,
perdere ancora il _senso delle proprie istituzioni_ pareami troppo
orribile cosa in verità; e vedendo tanti e tanti inconsci assolutamente
di aver perduto il senso delle nostre istituzioni, pensai non forse
avvenisse nella perdita del senso morale, come avviene nei sensi del
corpo che non sappiamo d’averla perduta. Fatto è che la memoria, che
la reliquia esiste; ed esiste in un uso a noi incognito, ma che pure
praticato fu dai Talmudisti, e che solo fu in progresso ed è forse in
qualche parte ancor praticato dalla scuola Cabbalistica, io vo dire il
_Ricevimento del sabato_. Che cosa è ora? Egli è ora pei più un canto
incompreso, egli è per pochissimi lo stare per qualche istante ritto
colla persona, l’inclinare un poco a destra, un poco a sinistra, un
leggiero dimenare di capo; e tutto è detto. Che cosa era e che cosa
dovria essere? Era purificarsi anzi tratto il corpo, era vestirsi di
candidissimi pannilini, (vi ricordi il bianco uniforme dei Nazarei,
le stole dei sacerdoti, le candide vesti degli Esseni, e tra poco,
vedrete anco le bianche insegne degli Esseni moderni, dei Cabbalisti,)
e sopratutto egli era uscire all’aperto, rinfrancare lo spirito coi
vastissimi orizzonti, colle aure purissime, colla maestà del tramonto,
rannodare le antichissime tradizioni patriarcali, salutare il sabato
imminente, la sposa mistica che s’avvicina. Così fecero i Talmudisti
quando dicevano l’uno all’altro _esciamo ad incontrare la sposa_. Così
il verace continuatore delle loro tradizioni l’_Aari_, quando per
attestato dei suoi discepoli (conciossiachè egli o poco o nulla abbia
scritto), vestito di quattro abiti bianchi a guisa dei sacerdoti,
traeva fuori per le campagne di Safet, città boreale di Palestina, e
alternando i salmi di David e il mistico poetare, riceveva il sabato.
Così a tempi più tardi i Dottori di Sionne perseverando nell’uso antico
cercavano pei campi la mistica sposa. L’autore del _Hemdat iamim_,
Cabbalista se altri fu mai, gran scrittore, gran moralista, dolorando
come divelto dalla cara Sionne non potesse dar opera, come l’usato,
all’amabile rito, così si esprime in suon di lamento: _e nei giorni del
mio esilio quando la sorte mi divelse dalla Eredità del Signore, nei
luoghi ove ramingai pellegrino, non fummi per molte cause conceduto
di proseguire nell’antico costume; sibbene questo io faceva: traeva
fuori al vestibolo della sinagoga ove vasto e libero ti si schiude
l’orizzonte, ed atto all’accoglienza della sposa, e colà io leggeva il
Ricevimento del sabato._ Avete inteso? È l’aria aperta, è il libero
orizzonte, è la vista del creato che sta a cuore al pio Dottore; egli
a questo spediente si appiglia non potendo far meglio: ma ciò ch’ei
fare vorrebbe, ei lo ha detto, ei lo dirà anche meglio nelle parole
che seguono: _Ed ove ti sia conceduto, ascendi sulla cima di alta
montagna, provvedi che il luogo sia puro, e colà recita il Ricevimento
del sabato._ Quanto diversi i tempi presenti! Le persecuzioni, le
reclusioni, le tirannie fecero certo gran male e più male alle anime
che ai corpi, perciocchè se la Religione si conservava nei Ghetti, a
caro prezzo si conservava; a prezzo di divenire rachitica, atrofica,
impotente, ingenerosa, a prezzo di perdere quel fare nobile, grandioso,
poetico, sentimentale che le è proprio. I Ghetti caddero, è pur vero;
e gli uomini ne uscirono frettolosi, ma vi dimenticarono preziosissima
gemma, _la Religione_. La Religione è sempre in Ghetto; e sempre tra
le angustie, tra le tenebre, tra la melma di quei schifosi meati. Meno
infelici i soggetti dello Islamismo! i quali le pratiche religiose
spiegano impunemente alla luce del sole; i quali possono mostrare
davvero che sia, che possa la fede ebraica. Il Fariseo Cabbalista che
ascende la montagna per salutare il giorno santo, è cosa grandiosa
per chi la intende, per chi _non ha perduto il senso delle nostre
istituzioni_; è più grande di Byron che si affida su barca leggera
al mar tempestoso per essere spettatore e forse vittima della natura
infuriata, che vuol assaggiare la morte tanto per poterla descrivere;
è più grande di Iacopo, la creatura del Foscolo, che cerca per balzi e
dirupi emozioni fortissime. E perchè dico più grande? Perchè i poeti
cercan nella natura, nelle sue grandi scene, le sorgenti del Bello,
mentre i poeti teologi dell’Ebraismo ve lo recano, ve lo diffondono:
conciossiachè vi rechino, non vi cerchino le grandi idee ed i grandi
effetti; conciossiachè viva nel loro petto Dio creatore della natura,
fonte suprema del bello e del sublime; conciossiachè abbiano in petto
il tipo increato del Bello al cui raffronto sorgono giudici meglio
che spettatori del Bello creato. In una parola, i poeti ricevono il
raggio di Dio riflesso dalla natura, i poeti teologi dell’Ebraismo
diffondono sulla natura il divin raggio riflesso dall’anima loro.—La
natura divinizza i poeti—non è così? ma i poeti teologi dell’Ebraismo
divinizzano la natura.
LEZIONE DECIMASECONDA.
Parecchie cose furonvi conte finora intorno agli Esseni. Oltre il
nome, l’origine, di cui a dilungo parlammo, sappiamo dove abitavano—il
mezzogiorno di Palestina—sappiamo ancora, lo abbiam veduto nell’ultima
lezione, come abitavano, ch’è quanto dire solitari nella quiete dei
campi. Se queste cose come le avvenire, maggior tempo richiesero a
trattarsi che per avventura non sembra dicevole, lieve è lo scuoprirne
la causa. Ella è quel duplice e complessivo lavoro che noi imprendemmo,
e quel volere ad ogni passo, ad ogni nuovo elemento della loro
esistenza, trovare nuova conferma a quel postulato supremo che vi
enunciai dapprincipio, la restituzione dell’Essenato a quella scuola
più vasta che s’intitola dai Farisei; e più specialmente a quella
frazione che dagli altri si distingueva e per l’austerità della vita
e per la sublimità degli studj. Rinunciare a questo scopo nobilissimo
sarebbe certo ridurre a più angusti termini il nostro lavoro, ma
sarebbe altresì rinunciare a quel benchè modesto resultato che ci è
concesso sperare dalle nostre fatiche, a quell’unico titolo che possono
queste lezioni vantare alla estimazione dei dotti. Ella è dunque
stasera una nuova circostanza di lor vita esteriore che noi dobbiamo
apprezzare. È quella predilezione e quell’amore che gli Esseni ebber
mai sempre per le piagge, per le rive dei fiumi. Se meno gravi, se
meno concordi fossero gli attestati degli antichi autori, io dubiterei
non forse il caso meglio che la elezione avesseli per ordinario fatto
stanziare sulla ripa dei fiumi. Ma il potremmo pensare, dopo che
_Plinio e Filone_ abbiamo ascoltato? Che dice Plinio? Plinio parla
specialmente degli Esseni di Palestina, e quanto ei dice al capitolo 5
del libro XVII solo ad essi dobbiam riferire. Ora, se non m’inganno,
io ebbi luogo di accennarvi in altra lezione, quanto Plinio ci narri
in proposito. Egli asserisce come gli Esseni vivessero tutti quanti in
riva al Lago Asfaltide ossia Mar Morto, e _solo_ egli aggiunge _tanto
se ne discostavano quanto tornava indispensabile a cansare le mefitiche
esalazioni di quel lago insalubre_. Or che sarà se intenderete Filone
lo storico dei Terapeuti dirci altrettanto dei suoi solitari? Certo
direte che non è senza grave cagione che così accadeva. Or bene; aprite
Filone nella _Vita contemplativa_, e poichè vi avrà dette come taluni
di quei religiosi dimorassero qualche volta nelle città, queste parole
nonostante ne intenderete apertissime. _Ma i principali_, dice Filone,
_si ritirano quasi tutti in un luogo che hanno fuori di Alessandria
vicino al Lago Mereotide sopra un’eminenza, che fa il luogo securo e
dove l’aria è salubre_. E qui i Terapeuti non potrebbero mostrarsi più
che non si mostrino conformi ai loro fratelli palestinesi. Com’essi
parte vivono in società e parte in ritiro, com’essi amano le campagne,
i luoghi salubri, sopratutto com’essi ancora prediligono le rive. Havvi
a quest’uso un perchè? Erano eglino gli Esseni, i Terapeuti nella
scelta di questi luoghi guidati da un principio, da una tradizione, da
un esempio che glieli additasse? La storia, il culto, la religione,
la letteratura ebraica ci rispondono propizi. Non dirò come le acque
fossero sempre simbolo, immagine venerandissima in bocca ai profeti,
simbolo d’Ispirazione quando alludono alla futura effusione dello
spirito, simbolo di Beatitudine quando Dio è presentato qual sorgente
perenne di acque vive, simbolo di Dottrina quando _spargansi_, dice
Salomone, _le tue acque per ogni dove_, intendendo della propagazione
dei buoni studi. Non dirò nemmeno come non solo atto si stimano a
lavare di ogni corporea impurità, d’onde le infinite e multiformi
abluzioni di ogni maniera immondizia, ma bensì la virtù lor si conceda
altresì di santificare e predisporre ai più nobili offici di religione,
siccome vediamo aperto nelle ripetute abluzioni del sommo Pontefice nel
giorno di Espiazione. Non dirò come la vista del mare, la navigazione
si dican capaci di preparare gli animi all’acquisizione del (Hassidut),
e già sappiamo gli Esseni dirsi _Hasidim_ d’onde l’adagio _i marinari
per la massima parte essere Hasidim_. Non dirò infine come le rive
fossero dai Dottori desiderate dopo la Terra Santa, siccome il più puro
ricetto a ospitarne le ossa, siccome vediamo in Ribbi Meir, il quale
per attestato del Talmud di Gerusalemme _essendosi addormentato_ (bella
metafora[55] per dir trapassato!) in Assia, luogo come altra volta
intendesse dell’Asia minore, lasciò detto ai Discepoli _Deh! vogliate
seppellirmi in riva al mare_. Che se questo brevemente trapasso per non
tediare, come potrei tacere di cose che tanto a questo sovrastano per
gravità? Come tacere che per dottrina tradizionale, per esempi grandi
cospicui della Bibbia, il solo luogo atto dopo la terra santa alla
fruizione di profezia, sono i lidi del mare o le rive dei fiumi? Come
non dire che se Ezechiele profetò, tutto che fosse oltra i confini di
Palestina, ei fu solo perchè, dice la tradizione, acconciamente vi si
dispose stando in luogo purissimo cioè sulla riva del fiume _Chebar_?
Come non dire che se Daniel ebbe visione, e non in Palestina, ei
fu, dice egli stesso al cap. VIII, sul fiume Ulai? Come tacere del
capitolo X dove, se ci si narra l’ultima sua visione, ella è pure in
riva ad un fiume, il fiume Tigri? Come tacere che se festa vi era in
cui si stimava potere l’ispirazione conseguire, quella si era in cui le
libazioni di acqua si praticavano;[56] non troppo dissimile da quanto i
Pagani favoleggiarono intorno la profetica virtù dell’onda _Castalia_,
dell’_Ippocrene_, dell’_Aganippe_ e del _Lebitrio_? Come non ricordare
ciò che dice Massimo Tirio parlando dell’oracolo Jonico. _Lo Ipopteta_,
ei dice, _della Jonia dopo avere attinto e bevuto l’acqua del sacro
fonte predice lo avvenire_? E come infine tacere dell’atto più
importante della monarchia israelitica della unzione del nuovo Re? La
qual cerimonia, è la Bibbia che lo attesta, si faceva e doveva sempre
farsi, aggiunge il Talmud (in Oraiot), sulla riva di un fiume, in
quella guisa appunto che vediamo nei Re praticato, in Salomone, il
quale per ordine di Davide condotto presso a _Ghihon_, piccola riviera
che scorreva vicino a Solima, vi fu solennemente sacrato e proclamato
monarca? Ma quanto non riescono al confronto insignificanti cotesti
esempi ove ad un fatto grande significantissimo si riferiscano, di cui
la Tradizione ci ha serbato memoria! Perocchè tra i Pagani, nei tempj
loro più venerandi, negli oracoli più famosi, non altrove, sorgesse
l’altare, non altrove si locasse la Pila, a inspirarsi del Nume che
colà abitava se non sull’orifizio di un pozzo, questo sapevamo e per
storici antichi e per moderni: sapevamlo sopratutto dal _Clavier_
(_Les oracles des anciens_) di cui non ha guari scorsi le pagine, ove
in una dotta Memoria presentata all’Accademia sugli _Oracoli degli
antichi_ tolse a dimostrare con squisita erudizione, il fatto da me
accennato nei due più famigerati tempj ed oracoli di Grecia antica,
in quello cioè antichissimo di Dodona e in quello di Delfo. Il
sapevamo da Origene il quale dice la Pitia essere posta sull’orifizio
della fonte Castalia; da Euripide nella _Ifigenia in Tauride_, dove
facendo Apollo parlare, sì gli fa dire: _Il mio Santuario divino sulla
corrente Castalia_.—Da Temistio che scrive: _Gli Anfizioni furono
i primi fondatori di Delfo, un pastore del Parnaso sendosi trovato
invaso dallo spirito profetico del fonte Castalio_; da Nonnio nei
suoi Dionisiaci, che disse: _L’acqua divina della previdente Castalia
era in ebullizione_; da Ovidio che all’antro della Pitia dà il nome
di _antro Castalio_; e infine da Pausania che così si esprime nella
descrizione di Delfo: _Volgendo a sinistra all’uscire dal tempio di
Delfo voi trovate la tomba di Neottolemo; un poco più in alto si vede
una pietra che non è grandissima. È unta con olio; ogni giorno ed i
giorni di festa è coperta di lana grassa. Questa pietra è, dicesi,
quella che fu fatta inghiottire a Saturno invece del figlio e che poi
in questo luogo rejesse. Ritornando di là verso il tempio, tu osservi
la fontana Cassoti_ (altro nome della sorgente Castalia) _essa è
circondata di un muro poco alto, in cui è praticata una porta per cui
si crede che quest’acqua si conduce per vie sotterranee nel santuario
del Dio e ch’è dessa che ispira le donne che vaticinano lo avvenire_.
Così tutti gli scrittori summentovati dell’oracolo Delfico. Possiamo
dire altrettanto di quel di Dodona? Sì, se portiam fede a Servio nel
commento a Virgilio, il quale al libro terzo dell’Eneide sopra il
v. 406 così si esprime: _Questo paese di Dodona è sui confini della
Etolia. Gli antichi vi consacrarono un tempio a Giove ed a Venere.
Presso al tempio, immane quercia sorgeva, a quanto sen dice, dalle cui
radici una fonte scaturiva, il cui mormorio per divina ispirazione una
vecchia donna per nome Pelia interpretava. Ex cuius radicibus fons
manabat qui suo murmure instinctu deorum diversis oracula reddebat_. E
questi furono i due più celebri oracoli della greca antichità, e questo
il modo dei loro responsi; nè da questi differirono altri infiniti,
comunque meno famosi; non quello dei Branchidi nell’Asia minore di
cui così favella Jamblico nel libro sui Misteri: _Una donna appo i
Branchidi predice lo avvenire, vuoi tenendo la verghetta in origine
donata da qualche Iddio, vuoi assisa sopra il tripode, forse ancora
i suoi piedi o il lembo del suo vestito stanno immersi nell’acqua,
e infine il Dio a lei si comunica col vapore di quest’acqua_. Nè
quello differiva dei _Colofoni_, al dire di Jamblico, che ne discorre
in questa guisa: _Quanto all’oracolo dei Colofoni, ognuno conviene
che egli è per mezzo dell’acqua che ci si annunzia lo avvenire. Una
fonte vi ha in un edifizio sotterraneo. In certa notte dopo parecchie
cerimonie e sacrifizj, il Profeta bee l’acqua del fonte, e non veduto
da quelli che vennero a consultarlo predice lo avvenire_.
Ma quello che colmare vi dovrà di stupore, quello che io temo forte
vi sarà riuscito sinora ignoto, siccome quello che poco eziandio è
divulgato tra i cultori delle lettere sacre, egli è questo fatto
curiosissimo, il fatto cioè che non altrove era situato il grande
altare dei sacrifizj nel tempio di Dio, tranne _sulla bocca di un
pozzo_, pozzo, dice Rascì nel Talmud (14º di _Succa_), che riceveva
tutte le libazioni che si versavano sull’altare; pozzo che si chiama
_Scitin_ nel Talmud e che si proclama antico quanto il mondo, _Scitin
nibrau miscescet ieme berescit_, d’onde il curioso anagramma berescit
_bera-scit_; pozzo, secondo i dottori accennato da Isaia, ove
paragonando Israele ad una vigna dice: _e vi fabbricò il suo padrone
una torre, e questo è l’altare_; un pozzo vi scavò, _e questo è la
cavità sottostante_; pozzo, interpreta il _Moarscià_, ch’era come la
scaturigine di tutte le acque mondiali, ristretta, contenuta ai piedi
dell’altare, sì perchè (stupendo pensiero) imponendovisi sopra quasi
suggello l’altare di Dio, rispettin le acque i naturali confini, nè più
irrompino a inondare la terra; sì perchè vengano benedette le acque
dalla sorgente di ogni benedizione, e le libazioni scorrano all’oceano
quasi sangue novello perpetuamente infuso nelle arterie del Globo. E
questa è parlantissima analogia oltre le altre già menzionate, oltre
altri fatti in gran numero che ometto per brevità col costume che
vediamo prevalso tra gli Esseni di ogni colore di abitare le rive. Ma
quanto non amerei che più a lungo mi fosse dato d’insistere sull’ultimo
e supremo fatto da me accennato di sopra—il pozzo sacro su cui poggiava
l’altare! Non solo i tempj e gli oracoli greci potrei chiamare, come
dissi, a rassegna, ma molte altre idee con questa principalissima
concomitanti potrei accordare, vedreste le idee dei Pagani su quel
pozzo, su quelle acque poco procedere dissimili da quelle da _Moarscià_
enunciate, comecchè il solo genio delle dottrine talmudiche gliele
abbia ispirate; potrei mostrarvi come ogni qual volta si dava ai
Pagani un pozzo profetico, non mancava un idea, una tradizione che lo
accompagnasse, voglio dire la credenza comune in Grecia, comune in
Fenicia che da quell’orifizio, da quel condotto, fossero tutte scolate
e tutte inghiottite le acque del Diluvio quando si ritirarono; e che il
tempio e l’altare e l’oracolo quivi eretto, fosse un perpetuo religioso
scongiuro contro le onde frementi; vorrei dirvi come quell’intimo
comunicare dello altare di Dio colla profondità della terra, quel
veicolo che univa l’ara alle viscere più segrete del Globo, riceva lume
e tolga senso principalmente dalle dottrine dei Pitagorici. I quali
non solo chiamavano il fuoco centrale _torre di fortezza_ (Pyrgos)
come i dottori appunto, cosa sorprendente! chiamarono il centro della
terra il sito dell’altare col nome _Migdal_, _torre di fortezza_, ma
ciò che più monta chiamavano i Pitagorici quel centro stesso _altare
dell’universo_ come appunto nel centro della terra secondo i Dottori,
sorgeva l’altare e il fuoco perpetuo quasi vampa projetta e quasi
prolungamento del fuoco centrale di cui favellano i Pitagorici. Ma di
questo basti per ora; basti lo avere provato come nemmeno in questa
circostanza, in questo costume, nell’amor delle rive si dipartissero
gli Esseni dal comune pensare e dalle idee predominanti tra i
Farisei.[57]
Rimettiamoci dunque in cammino e procediamo spediti. Che cosa abbiam
fatto sinora? si può dire senza errore che poco più abbiam fatto
fuorchè aggirarci intorno agli Esseni senza mai investirli. Nome,
Origine, Patria, Regione, Solitudine, Sito particolare, tutte cose
senza meno opportune, ma che non sono ancora gli Esseni. Tempo è che
gli Esseni stessi consideriamo più davvicino. Ma anche adesso conviene
procedere ordinatamente e a grado, conviene sapere se sono tutti
omogenei o in qualche parte diversi fra sè; in altri termini conviene
sapere se classi vi erano, e quali, e quante nel grande Istituto. E
qui non potrei senza colpa dissimularvi che le notizie che intorno
al subbietto ci son pervenute, procedono a senso mio così confuse e
talvolta eziandio così contraddittorie, che dura cosa è mettere ordine
e luce in tanta repugnanza di idee.
Voi non volete certo sobbarcarvi a una sottile disamina, nè io lo
esigo. Vi risparmierò dunque il Processo, vi risparmierò altresì i
considerandi della mia sentenza; questo solo vi dirò, che a quanto ho
potuto capire dal confronto dei Testi, due classificazioni debbono
ammettersi nel nostro Istituto. Notate che dico _due classificazioni_
e non _due classi_, dico due ordini di classi, due gradazioni,
due gerarchie. La prima riguarda la maggior o minor purità a cui
s’obbligavano nel contatto delle cose esteriori, e si deve intendere in
quel senso tutto _ritualistico e positivo_ a cui accennano i Trattati
sulla materia. E in quest’ordine d’idee, in questa gerarchia quattro
gradi o classi rammenta la storia in seno agli Esseni. E principalmente
ne favella Giuseppe nel libro secondo delle _Guerre Giudaiche_, dove
così si esprime: «V’ha d’essi secondo il tempo della loro professione
quattro differenti classi; e i più giovani sono talmente inferiori agli
anziani, che se accade che uno di classe più alta ne tocchi uno della
più bassa, convien che si lavi come se avesse toccato un incirconciso.»
Resta ora a parlar della seconda classificazione della seconda
gerarchia. Ma prima di procedere più oltre, e seguendo il nostro stile,
domandiamo a noi stessi: se egli è vero che gli Esseni non altro sono
che una frazione, la più sublime frazione dei Farisei, siccome per me
si estima; mestieri è pure che di questa quadruplice divisione non
solo appo i Farisei resti serbata memoria, ma che i Farisei stessi
a dirittura se l’approprino, voglio dire che di se stessi narrino i
Farisei ciò che degli Esseni i loro storici ci raccontano. Dov’è questa
menzione, e in qual guisa se la appropriano i Farisei? Voi comprendete
che ove la divisione esista realmente, laddove poi ai Farisei istessi
sia applicata, fatto non indifferente sia cotesto in verità, per la
identità da noi propugnata tra Essenato e Farisaismo. Ora dov’è la
quadruplice divisione? Voi la troverete a capello nel 2º capitolo di
_Haghiga_ dove leggerete le seguenti espressioni: _bigde am aarez,
medras lapparuschem, bigde paruscum medras leohele maaser scheni,
bigde ooele maaser sceni medras leohele teruma, bigde ohele teruma,
medras lacodes, bigdes codes medras lehattat_.