Se qui, o miei giovani, fosse il luogo, vorrei mostrarvi come il

soggiorno di Roma, il suo consorzio, la sua civiltà inspirassero

talvolta il linguaggio di R. Mattia, siccome il registra il Talmud;

vi mostrerei le nozioni mediche che vi raccolse e che bellamente

applicava all’osservanza dei riti, lo specifico contro la idrofobia

che egli addita nel _fegato del cane idrofobo_, la gravità somma ch’ei

concedeva alle infiammazioni della trachea onde voleva il sabato per

quelle impunemente violato, la indicazione del salasso nelle tracheiti

istantanee da eseguirsi anche di sabato; e sopratutto mostrarvi come

cogliesse nell’esperienza degli uomini e delle cose romane, nelle

repentine cadute e nelle repentine elevazioni dei Cesari, quella

sentenza che voi recitate al tornare di ogni primavera e che suona;

_fatti coda ai leoni e non capo alle volpi_; e come infine dallo stesso

soggiorno di Roma gli fosse quel detto suggerito troppo necessario a

praticarsi nella città delle continue rivoluzioni: _Sii il primo a

salutare ogni uomo_. E dove non recarono le loro idee, la loro presenza

i Dottori antichissimi? Persino qui nella nostra Toscana, e come a

me fu dato, ch’io mi sappia il primo, notare in _Pitiliano_ quando

muovendo inverso Roma ne traversavano le vie _d’onde_, dice il Medrase,

_udendo il frastuono, il trambusto lontano della città lasciva,

sclamarono: se questa è la grandezza, o Dio! dei riprovati, qual è

quella che tu tieni in serbo pei tuoi eletti?_[45]

Che se gli Esseni erano universalmente diffusi, se questa diffusione ad

altri non può convenire che ai più illustri membri del Farisato, se la

identità ne rimane perciò stesso sempre più confermata, vogliam dire

per questo che un centro non vi fosse dal quale raggiassero per ogni

dove i grandi lumi dell’Essenato, e dove vivessero secondo le norme

del loro Istituto? Ciò non si vuol dire, che anzi la storia attesta il

contrario, attesta cioè come vedemmo, che patria del nobile sodalizio

fosse la patria Palestinese; non basta: attesta ancora che dell’istessa

Palestina una parte sola fosse quella ove la società a preferenza

abitava, e dove le sue scuole e dove fossero tutti i suoi centri, i

suoi romitaggi. E qual’è questa parte? È la parte meridionale, è tutto

quel tratto di paese che lasciando al nord Gerusalemme, è circoscritto

a levante dal Lago Asfaltide, in ripa al quale, o poco stante, si

ergeva anticamente Gerico la città dei palmizi dove abbiamo veduto

abitare i Cheniti e dove infine più al sud è notata sulla carta Arad

dove prese succesivamente ad abitare la discendenza di Jetro. Colà,

dice Plinio nel quarto libro, si vedevano gli Essenici abituri. Non

basta: egli accenna per nome alcune città ove a preferenza avevano

stanza _Masada_ p. e. _Engaddi_ l’antica, detta pur essa così pei

palmizi che vi abbondavano; d’onde poi quella celebre frase con cui

Plinio caratterizza gli Esseni, _gente_ dicendoli _delle Palme amica_.

_Gens socia Palmarum._ Io dissi che in quei dintorni preso avevano

eziandio antichissimamente ad abitare i progenitori degli Esseni, i

vetusti Cheniti. Doveva dire di più; doveva dire che su quelle rive

vissero, fiorirono le più distinte scuole dei profeti, siccome abbiamo

dai Re, che su quelle piagge sorgeva prima della conquista di Giosuè,

una città che il nome reca caratteristico di Kiriat Sefer _la città dei

libri_, il quale poi in quello fu tramutato di Debir non meno del primo

significante, perciocchè suona il _seggio della parola, dell’oracolo_;

siccome egualmente appellavasi il _Santo dei santi_ il seggio

dell’oracol di Dio, l’_oracolario_, appunto perchè di là emanavano i

venerati responsi. Gioberti lo notava scrivendo: _Fra le città cananee

vinte da Giosuè vi è Chiriat Sefer detta poscia Debir; questo nome può

farci subodorare un antica cultura. Forse era l’Archivio dello Stato_

(Protologia 371).[46] Doveva dire che tutta quella regione andò celebre

per l’ingegno, pel sapere dei suoi abitanti; che là sorgeva Patria di

quella donna che i profeti dicono _savia_, forse una Terapeutide, la

quale col dolce parlare placò il paterno risentimento di Davide, quella

stessa città di _Tekoa_ che per l’olio che produce squisito fu creduta

perciò stesso dai Dottori educare la più colta e svegliata popolazione.

E qual meraviglia se nello stato medesimo una regione si distingueva

per ingegno ferace, se Cicerone diceva l’aria di Atene sottile e quindi

più degli altri popoli greci gli Ateniesi vivaci e briosi, se diceva

l’aria di Tebe pesante, quindi ottusi e rozzi i Tebani? Se Platone ogni

giorno ringraziava gli dei per averlo fatto Ateniese e non Tebano,

comecchè Tebe ed Atene città fossero, come sapete, ambedue di una

stessa provincia?

Che se il mezzogiorno di Palestina fu soggiorno gradito, ordinario

della società degli Esseni, del dottissimo Istituto, che l’antica fama

d’ingegno accrebbe a quelle regioni, ci sarà egli dato rintracciare

come nella Bibbia le antiche, così nei Dottori le moderne vestigia del

loro passaggio? Io ardisco dire che lo potremo. Voi udiste come per

noi fu altra volta falso addimostrato il parere di coloro che dicono

tacersi affatto i Rabbini della società degli Esseni. Voi udirete in

avvenire citazioni, se è possibile, anco più concludenti. Quelle però

che adesso vi espongo ne sono un preludio, un apparecchio di cui non

potreste disconoscere la gravità. _Vuoi tu veramente far acquisto

di scienza?_ dice il Talmud: _volgiti a mezzogiorno._ Che vuol dire

_volgiti a mezzogiorno_? Vuol dire forse tenere la persona nell’orare

rivolta da quella parte? Così certo la intesero alcuni, ignari come io

credo, del vero senso. Ma quanto meglio i più antichi! Quanto meglio,

p. e., l’autore del _Aruch_ Rabbi Natan figlio di Iehiel tesoriere di

papa Bonifazio! Quanto meglio, dico, R. Natan non coglieva nel segno

quando diceva interpretando il passo Talmudico: _Vuoi tu fare di

sapere tesoro? Va’ presso i Dottori che hanno stanza a mezzogiorno di

Palestina e impara da essi la scienza._ Udite ora Simeone il Giusto,

Simone che per tanti anni gloriosamente ministrò nel sommo pontificato.

_Giammai_, egli diceva, _io volli le labbra accostare al sacrifizio dei

Nazirei, tranne una volta quando vidi al tempio presentarsi un Nazireno

dal mezzogiorno_ (e voi sapete quali rapporti stringano, secondo me,

gli Esseni al Nazirato) _il quale_, continua Simone narrando per

filo e per segno tutto lo accaduto, _mi disse come simile a Narciso,

specchiatosi un giorno in una fonte s’innamorasse del suo bel volto;

come indi vergognandosi del vano sentire, facesse voto di Nazirato,

e come infine venisse adesso a bruciare l’antico oggetto del suo

orgoglio, la bellissima chioma, nelle braci ardenti del sacrifizio_. Ma

poco è questo. Voi udiste poc’anzi l’autore del Lessico Aruh parlare

dei Dottori più insigni che vivevano nel _Darom_, a mezzogiorno di

Palestina. Or bene uditene adesso menzione dalle labbra istesse dei

Talmudisti; e dove, o miei giovani? Nell’ultimo capitolo di _Tamid_.

Là si narra di un famoso abboccamento intravvenuto tra Alessandro il

Macedone e alcuni tra i più illustri dottori in Israel: e come si

chiamano questi Dottori? Si chiamano i _savi del mezzogiorno_. E su che

cosa si aggira il loro favellare? Sopra parecchi e gravi argomenti in

cui Alessandro la celebrata sapienza loro pone al cimento, e che troppo

attestano l’indole, il genio speciale dei gravi studi dell’Essenato.

Chiede Alessandro le relative distanze dal Sole alla Terra; chiede

quale creato prima, se il Cielo o la Terra; chiede quale dei due abbia

preceduto, la luce o le tenebre; e se a tutte le precedenti inchieste

ottenne risposta, a quest’ultima però si udì intonare un modestissimo

_Nescio_. Perchè non risposero gli Esseni mentre il testo mosaico sì

chiaro favella? E qui permettete una piccola digressione che pure

ha la sua importanza. Perchè io ridomando non risposero al testo

conforme? Il Talmud tanto posteriore all’avvenimento, ne chiede, ne

indaga il perchè, ma mestieri è pur confessarlo, troppo mostra nella

risposta l’incertezza, l’imbarazzo nelle idee, troppo nella risposta

si scorge la distanza dei luoghi e dei tempi.[47] Perchè veramente non

risposero? Il perchè ce lo dirà Aristotile, il maestro di Alessandro,

l’interrogante. Ci dirà Aristotile, per parlare col linguaggio del

Ritter, _que les anciens Théologiens étaient en général persuadés que

le meilleur sort du pire, l’ordre du désordre, puisqu’ils faisaient

naitre toute chose de la nuit et du chaos_. Avete inteso? Dalla notte

e dal caos, ch’è quanto dire ch’erigendo in persone reali questi Enti

fantastici, ne crearono altrettanti primi principii, altrettante

Divinità cosmogoniche, e Notte e Caos adorarono quai numi. Poteva darsi

silenzio più opportuno? Potevano essi i Dottori _del mezzogiorno_,

che sono a parer mio gli Esseni, risolvere secondo Mosè la quistione,

concedere cioè alle Tenebre il primato di creazione senza concedere

perciò stesso il principio d’onde la Teogonia greca prendeva le mosse,

senza pericolo, senza conferma d’Idolatria?[48]

Io vorrei, o miei giovani, più a dilungo soffermarmi a studiare con

voi altre cose e bellissime che contiene il precitato frammento del

Talmud.[49] Mel contende il bisogno di procedere ordinato e spedito

alla mèta proposta, mel contendono gli altri non meno gravi, i

parlanti attestati che degli Esseni del Sud ci porge il Talmud. E

dove? È il primo a pagina 70 di Pesahim, dove si narra di un Ieuda

ben Dostai che, sendo venuto a contesa intorno alla convenienza

del sacrifizio in giorno di sabato, si separò, dice il Talmud, dal

centro Gerosolimitano, ritirossi egli e il figlio suo nella Palestina

Meridionale dove assieme ai Farisei _ivi stanziati_, notate la frase,

protestò contro la decisione dei Colleghi e più assai contro _Semaja e

Abtalion_ due antichissimi Dottori anteriori di assai all’E. V.; lo che

prova quanto antico fosse _Ieuda ben Dostai_ e quanto la raccontata sua

separazione. È il secondo a pag. 23 di Zebahim dove e’ s’introducono

ad esprimere una opinione circa la materia delle impurità di cui

sapete omai i nostri Esseni tanto gelosi.[50] E infine è il terzo se

non erro nel _Rabba_, e non temo di aggiungere il più interessante, il

più prezioso di tutti. Io vorrei, o miei Giovani, che sapeste che vuol

dire _Aggadà_, vorrei potervi esporre a parte a parte tutti i dati che

mi hanno da lungo tempo persuaso non altro essere in bocca ai Dottori

che la veste, la forma popolare, esoterica, parabolica, dirò anche

iperbolica delle dottrine loro più riservate, la _Mitologia_ nel cui

seno vive rinchiusa la _Teologia_,[51] vorrei sapeste da ora, come gli

Esseni, e specialmente quelli tra essi che si dicevan contemplativi,

andassero sopra ogni altro famosi per lo studio, per la cultura, di una

gelosa e segreta Teologia come più tardi intenderete. Or bene! Che cosa

dice il Medras? Dice non solo come disse il Talmud che al mezzogiorno

di Palestina una scuola intera vivesse di Dottori illustri; ma dice

di più, dice cioè che loro speciale, loro precipua occupazione era

la coltura dell’_Agadà_, e dice infine che i più eruditi Rabbini non

isdegnavano ad essi ricorrere per la interpretazione dei Testi; e in

queste parole lo narra: _Disse Rabbi Ieosciuah ben Levi: di questo

verso richiesi tutti i maestri dell’Agadà che vivono in mezzogiorno,

e niuno me ne porse risposta adeguata._ Che più? Non è persino il

Zoar istesso, che altra non cen fornisca e solenne conferma, il Zoar

l’Emporio delle idee Cabbalistiche, il Repositorio delle più recondite

tradizioni, il Zoar che in più luoghi appella ad una scuola di Teologi

Mistici che abitavano il Sud e che chiama apertamente, _i compagni

nostri, i soci nostri, che abitano il mezzogiorno_. Compagni, soci!

Che gran parola! Non vi dice punto alla mente la bella frase? Non vi

accenna ad una consorteria, ad un corpo, ad una società, a cui tutti

appartenevano egualmente? di cui tutti si dicevano indistintamente i

compagni, i soci, i fratelli? Io avrò luogo più tardi di ritornare su

questa frase preziosa, e la Misna e il Talmud e il Zoar ne proveranno

ad esuberanza, se già non l’hanno provato, il significato che per noi

gli è concesso, e che suona sì favorevole come vedete alla identità

Essenico-Cabbalistica da noi propugnata.

Noi dicevamo in principio di volerci occupare del luogo, del teatro

ove ebbe stanza principale la società degli Esseni. Noi sappiamo già

qualche cosa della loro dimora; sappiamo da Filone che per quanto un

centro di convergenza avessero, pure i loro raggi si estendevano, voi

lo udiste, _tra Barbari e Greci_; sappiamo da Giuseppe che questo

centro era in Palestina e nella parte meridionale di Palestina;

sappiamo in ultimo che queste due indicazioni, ve l’ho provato, si

attagliano a meraviglia ai Farisei, alla parte speculativa filosofica

mistica dei Farisei.[52] Ma se la parte abitavano gli Esseni di

mezzogiorno, quale presero ad abitare a preferenza, le città o i campi?

qual vita menarono a preferenza, solitaria od urbana? cittadinesca o

anacoretica? Solitaria, vi risponde Giuseppe nel secondo delle Guerre

Giudaiche, ove dice _amare costoro a preferenza la solitudine, i campi

ove avevano eziandio domicilio_; solitaria, vi risponde Filone (_De

vita contemplativa_) quando dice dei Terapeuti che per la massima

parte vivevano fuori di Alessandria presso ad un lago; solitaria, vi

dice Plinio quando li pone ad abitare poco lungi dal lago Asfaltide;

e solitari pure ragion vuole che fossero i grandi contemplativi; che

non a caso scelsero gli Esseni per loro stanza la quiete, la pace, il

silenzio dei campi. È là, è nella solitudine, è nel libero e forte

ripiegamento dell’animo sovra sè stesso, è nella concentrazione di

tutte le nostre morali facoltà, tanto lungi dallo sperperamento

cotidiano della vita cittadinesca, è là che l’anima si tempra a forte,

a maschio sentire, che lo spirito si eleva nei grandi pensieri, che

l’immaginazione spicca libero e naturale il suo volo, ed è là che

si educavano, che si dovettero educare gli Esseni contemplativi.

Credete che siano ubbie coteste mie, che faccia a guisa dei poeti il

panegirico della solitudine, e come i poeti, ponga i piedi sul vano,

sull’aereo, sull’imaginario? Io ne voglio a giudice, a testimone l’uomo

più competente, la scienza più positiva e per ciò stesso più decisiva;

voglio che lo udiate per me da un medico, e da un medico filosofo, e

chi è questo? È il Descuret in quell’aureo trattatello della _Medicina

delle passioni_. Sentite come si esprime il Descuret. _Lo scrittore_,

ei dice, _può acquistare in società facilità e stile brillante,

eleganza e gentilezza di frasi, ma giustezza di vedute, profondità

e concatenazione di pensieri, fuoco e vita nel discorso, trovano

origine per consueto nel ritiro, nella meditazione. I più grandi

scrittori hanno creati i loro immortali capolavori nella pace della

solitudine, tanto atta ai concepimenti del genio._ Che cosa si contiene

in questo squarcio, che io non abbia detto, e che cosa che a capello

non si acconci al nostro Istituto? Il quale non solo nel preferire e

rive e campi, obbediva al proprio genio, ma sì ancora si conformava

fedelmente al genio ebraico, alle tradizioni ebraiche, ed agli esempi

ebraici. Io dico cosa che forse parravvi strana, e appunto per questo

non la direi, se non avessi argomenti di avanzo, e se tanti non ne

avessi da dovere perciò stesso affrettare anco più il mio passo. Dissi

il genio ebraico, la fede ebraica, amare i campi; e come no? Abramo

prega e sacrifica all’aria aperta sopra un monte; nel silenzio, nella

solitudine pianta boschetti, e là sacrifica e là adora il Signore, nel

che è imitato di poi dal suo figlio Isacco: Isacco per pregare lascia

l’abitato e trae su per i campi orando dice il Testo, orando conferma

la tradizione e orando, conferman pure essi i Samaritani per quanto

non ligi al certo alle nostre tradizioni. Giacobbe ha visioni, prega,

fa voti in una solitudine nelle vicinanze di Luz o Bet El. Agar ha

visioni promesse e prodigii nel deserto di Beer Scebah; Mosè pascola,

medita per quarant’anni, e poi ha visioni, rivelazioni portentose

nelle solitudini dell’Oreb; se Mosè vuol orare al Signore, egli trae

fuori dall’abitato e colà alza all’eterno le palme; se ha in Egitto

rivelazioni, le ha nei campi lungi dalla città. La legge, la legge

di Dio non è data nè in Egitto nè in Palestina, ma nel deserto, per

accennare, dicono i Dottori, alla copia che gratuitamente fa di sè

ad ognuno; per non far nascere, dicono altri, tralle tribù gelosia,

rivalità. Eliseo fonda la sua scuola profetica nelle prossimità del

Giordano, e quivi vedeste in altra lezione adunarsi la bella scuola di

quel Signore dell’altissimo canto, i Recabiti di Geremia, progenitori a

senso nostro degli Esseni, Ezechiele, che fuori di Terra Santa patisce

difficoltà a profetare, trae fuori pei campi e profetizza. Che diremo

poi se dai Bibblici trascorreremo agli uomini e ai tempi rabbinici?

Qui gli esempi si accumulano, si affollano e in guisa tale che appena

è tempo di accennarli; qui nel _Ieruscialmi_ (Scebihit 6.) parecchi

esempi come di Ieuda Js Cozi, che si ritira in una spelonca e dice

addio al mondo per viversene a Dio soltanto;—qui nel 2º di Sciabbat

il fatto più cospicuo, il fatto modello, il tipo degli anacoreti,

il grande Essena _Rabbi Simone ben Iohai_ che per tredici anni vive

solitario in una grotta, ove si fa così perfetto nella legge di Dio,

che al rivedere il suocero dopo tanti anni, tutto che estenuato si

fosse nella persona, non potè a meno di esclamare: Beato me che

malconcio mi rivedi, poichè ricco cotanto esco dal mio romitorio; ed

ove infine secondo i Cabbalisti meditò gran parte delle cose contenute

nel Zoar. Qui il Zoar istesso, e questo è grave assai, poichè attesta

sempre più quella conformità di genio che è base all’identità da

me sostenuta, qui il Zoar, ove si può dire senza tema di errore,

non è colloquio, non è incontro, non è polemica, non esposizione

che non avvenga o all’ombra di un palmizio, o presso i recessi di

una spelonca, o in un campo seduti, o sul ciglio di un fiume, o in

una rustica abitazione. Non basta; qui il Zoar che non solo vi dice

essere tutte queste cose avvenute laddove avvennero, ma che il fatto

vi offre altresì preziosissimo di stanza, di soggiorno, di domicilio

che in quelle solitudini avevano i soci, i fratelli come tra essi si

chiamavano, della società cabbalistica. Egli è questo un fatto, un

gran fatto a cui non si potrebbe prestare abbastanza attenzione, nè

io dubito che un dotto di buona fede non ne trarrebbe argomento a

gravissime reflessioni. Aprite il Zoar, apritelo nel vol. 2º a pagina

13, dove non solo vedrete come i Cabbalisti dimorassero nella pace dei

campi, ma le vestigia vi troverete eziandio luminosissime di ben altre

sorprendenti analogie che vorrei tutte analizzare, ma che per ora non

mi è dato. Troverete consorteria, organizzazione sociale, e sopratutto

vi troverete libri acroamatici ove i misteri si contenevano della

Religione; i quali libri non si mostravano che di volo e ai meglio

provati, appunto come accadeva in seno al nostro Essenato;—apritelo

nello stesso volume 2º, a pag. 183. Che cosa vi vedrete? Vedrete Rabbi

Simone, Rabbi Eleazar suo figlio, Rabbi Abba, Rabbi Iose che procedono

per via. Chi è questo che gli si fa incontro? È un vecchio ed ha per

mano un fanciullo: al solo vederlo dice Rabbi Simon a Rabbi Abba:

_Cose nuove apprenderemo da questo vecchio. Chi sei tu_, gli chiede

quando è vicino, _e d’onde sei? Ebreo io sono_, risponde l’altro, E

LA MIA DIMORA è TRA I FARISEI DEL DESERTO OVE DO OPERA ALLO STUDIO

DELLA LEGGE. _Gioì Rabbi Simone e disse: Sediamo; conciossia che Dio

a noi t’abbia inviato, deh! non ti spiaccia farci udire delle parole

nuove, ma antiche_ (Che bell’antitesi novità e antichità ad un tempo!)

_che piantaste laggiù nel deserto intorno a questo settimo mese_.

Allora sorge il vecchio e colle parole esordisce di Mosè ove agli

Israeliti ricorda l’assistenza divina per lo deserto, e in mezzo alla

sua sposizione esce fuori con questa aperta allusione ai suoi, alla

setta di cui era parte: _E noi egualmente ci separammo dall’abitato

per vivere nei deserti onde meditarvi la legge_, CONCIOSSIACHÈ NON

SI COMPRENDANO DAVVERO LE PAROLE DI DIO SE NON NEL DESERTO; quindi

riprende il santo vecchio il divisato argomento, e tante e sì belle

cose va dimostrando sui giorni e sui riti pasquali che l’anima elevano

ed il pensiero al solo fraintenderle; tanto vanno improntati di una

sublime e trascendentale metafisica. Che sarà poi quando udirete il

termine con cui il Zoar conchiude la narrazione? _Intanto_, dice il

Zoar, _piangeva Rabbi Simone; ed era pianto di gioia: levarono tutti

gli occhi e videro cinque di quei Farisei che dietro al vecchio

procedevano per raggiungerlo; alzaronsi tutti. Disse Rabbi Simon: Dinne

il nome tuo—Rispose lo straniero: Neorai il vecchio, conciossiachè

altro più giovane Neorai sia fra noi.—Disse Rabbi Simone ai nuovi

venuti: Qual’è il vostro cammino?—Noi seguiamo, risposero, il santo

veglio le cui acque noi beviamo del continuo per lo deserto. Allora gli

si appressò Rabbi Simone e baciollo,[53] e disse: Luce tu ti appelli,

e luce è con te_: nè guari andò che accommiatitosi da quei solitari

ripresero i tre Dottori il loro cammino. Questi sono i due fatti che

volli citarvi appunto perchè sendo registrati nel libro più illustre

dei Teosofi nostri o cabbalisti, tolgono sempre più a confermare quella

identità che fu ed è mio officio il dimostrarvi fra l’antica scuola dei

nostri Teologi e l’Istituto degli Esseni.

Storia degli Esseni: Lezioni · 第 10 / 41 段