chiedemmo ad ogni secolo, ad ogni grande epoca, degli Esseni contezza.
La storia ebraica, la scrittura, i profeti, ci risposero in guisa
che non avremmo forse sperato in quistione che le vicende proprie
nazionali degli avi nostri non toglie di mira. L’ultimo ad erudirci
nell’ultima nostra conferenza, l’ultimo a mostrarci degli Esseni o
meglio dei loro precursori il passaggio, si fu Isaia. Isaia vide più
regi succedersi sul trono di Giuda, e l’ultimo che la voce udì del
sommo ispirato, anzi, che ne riportò, come non è molto vi accennai,
guarigione completa, si fu Ezechia. Ma come tetri e procellosi
procedono i tempi dopo Ezechia! Dopo di esso Manasse, dopo di Manasse
Amon e dopo Amon un re pio, un re che le tradizioni riprese del suo
bisavo, il re Iosciau, Iosciau è sul trono, e alla restaurazione si
adopra, si affatica del culto di Dio. Ma chi regna nella pubblica
piazza, chi conciona le moltitudini, chi fulmina i vizi e la idolatria
imperante, chi fa suonare alta, paurosa minaccia di guerra, chi predice
servitù e quindi riscatto; in una parola, chi profetizza? Il profeta
è Geremia e i suoi discorsi, i suoi scongiuri, i suoi anatemi, i suoi
vaticini sono in quel libro raccolti che s’intitola da Geremia. Ma
un capitolo in questo libro vi ha che dissi altamente interessare la
origine degli Esseni, e questo è il capitolo 35. Là, gli antenati degli
Esseni ti appariscono davvero costituiti regolarmente in società, con
una regola particolare di vita, con memorie, con tradizioni, e quel
che più monta, con voti, voti solenni, inviolabili, imprescendibili
che egualmente avvincono ogni suo membro. Là tu vedi i _Cheniti_
sinora da noi contemplati, meglio come nomade e separata tribù che
qual religiosa società, tutte di società e religione assumere qualità
e sembianze. E chi lo dice? Lo dice Geremia; anzi egli è Dio stesso
che quasi in mostra offre i gran _Recabiti_ ai contemporanei ed ai
posteri. _Va’_, dice il Signore a Geremia, (udite che tutto in nostra
favella trasferisco il capitolo rammentato perchè tutto da capo a
fondo rigurgita di preziose indicazioni): _Va’ alla casa dei Recabiti
e parla ad essi, e menali alla casa del Signore in una delle stanze
laterali, e porgi loro a bere del vino. E presi Jazania figlio di
Geremia figlio di Abazinia e i suoi fratelli e tutti i suoi figli,
e tutta la famiglia dei Recabiti e menali alla casa del Signore;
nella stanza del figlio di Amon figlio di Igdeliau, l’uomo di Dio,
ch’è presso le aule dei principi, ch’è sopra alla stanza di Maseiau,
figlio di Sciallum il tesoriere. E posi innanzi ai figli della casa
dei Recabiti ampolle piene di vino e tazze; e dissi loro: bevete del
vino. E’ risposero: non beremo del vino, perciocchè Ionadab figlio
di Rehab il padre nostro c’impose dicendo: non bevete vino voi ed i
vostri figli in eterno. E case non fabbricate, nè grani seminate, nè
vigne piantate, nè possedete alcun che, ma in tende abiterete tutti i
vostri giorni affinchè viviate molti dì sulla faccia della terra ove
siete pellegrini. Ed ascoltammo la voce di Ionadab figlio di Rehab
padre nostro, in tutto quello che ci comandò, di non bere vino tutti i
nostri giorni, noi, le nostre donne, i nostri figli e le nostre figlie;
e di non fabbricare case, per abitarvi nè vigna, nè campo, nè sementa
alcuna possedere._ Voi udiste parlar di donne e di figlie, voi udiste
ancora nelle passate lezioni di donne Nazaree. Troppo, direte pertanto,
siam lungi dal celibato degli Esseni. Eppure le donne non furono al
tutto escluse dal nostro istituto. Nol furono nello stato di matrimonio
per moltissimi degli Esseni siccome ne ammonisce Giuseppe, i quali il
matrimonio anzi praticavano e pregiavano assaissimo. Nol furono poi
per gli stessi celibi contemplativi; i quali schiudevano di frequente
le porte loro alle donne affiliate che chiamavano, come dice _Filone_,
col nome di _Terapeutidi_ (Pridaux 5. 92.) _Ed abitammo_, continuano
i Recabiti, _entro alle tende, ed ascoltammo e facemmo quello che
comandò Ionadab nostro padre. E fu quando salì Nebuhadrezar re di Babel
contro la terra, e dicemmo: andiamo, entriamo in Gerosolima per causa
dell’esercito dei Casdei, e dell’esercito di Aram; ed abitammo in
Gerusalemme._ E questa risposta per l’appunto voleva il profeta. Egli
si volge allora al popolo che udito aveva sino all’ultimo i Recabiti,
e dall’esempio loro trae argomento ad acerbe rampogne. Vedessero, ei
dice, i fedelissimi uomini come i comandamenti serbati avessero di
un mortale, _di Ionadab Ben Rehab_; vergognassersi di avere eglino
le volontà di Dio derelitte, le parole del padre immortale tenute a
vile, ed altre simili querele che si omettono per brevità. Solo vi
piaccia udire la conclusione; quando cioè Geremia, finito che ha di
favellare al popolo, si rivolge di nuovo ai Recabiti e così dice: _Ed
alla casa dei Recabiti_, disse Geremia, _così parlò il Signore degli
eserciti Dio d’Israele. Poichè ascoltato avete il comando di Ionadab
vostro padre ed osservaste i suoi precetti, ecco così dice il Signore
degli eserciti Dio d’Israele: non mancherà uomo a Ionadab Ben Rehab
che ministri innanzi a me per tutti i tempi._ Qui termina il capitolo
35 e qui finisce ancora tutto quello che intorno ai Recabiti ci
offre il libro di Geremia. Io volli testualmente riprodurre l’intero
capitolo, sì perchè pare a me nella nostra indagine rilevantissimo;
sì perchè possiate adesso con più vantaggio seguirmi mentre andrò a
parte a parte sponendovene i singolari documenti, e le preziose notizie
sprigionando che in seno racchiude. E quante e di qual peso notizie!
Lo è persino il nome che recano, il nome di Recabiti il quale attesta,
se non m’inganno, come la loro esistenza sociale rimonti ad epoca ben
più antica di Ionadab che fu sol discendente di quel _Recab_ da cui
s’intitolarono i _Recabiti_, che diede probabilmente una forma che
molto si avvicinava a quella che assunser di poi, e che finalmente,
siccome chiaro apparisce dal 1º delle Cronache, visse in epoca che
non ardisco determinare, ma che pure di molto precesse e Ionadab e i
Recabiti di Geremia. Voi l’udiste: per comandamento di Dio alle loro
stanze questo si conduce, e intimato loro la commissione che ricevuto
aveva, tutti dal primo all’ultimo li conduce a offrire di sè grandioso
spettacolo negli atrii di Dio. Che bel momento fu questo! che scena!
che solennità imponente! in cui fu visto il tenero, il patetico
Geremia, messosi alla testa della nobilissima schiera, apporre come
a dire il divino suggello alla loro istituzione; ed essi offerire a
modello di fedeltà, di obbedienza, di costanza al popolo riunito:
costanza vera, perpetuazione quasi incredibile in mezzo ad una società
più vasta qual era l’Ebraica, che da ogni parte li circondava. Poichè,
sappiatelo una volta, i Recabiti di Geremia sono i discendenti di quei
Cheniti che vedeste ai tempi di Devora, i pronipoti di quei medesimi
che ai tempi dei primi giudici lasciarono i palmizi di Gerico; e
per dir tutto in una parola, sono la vera e legittima figliolanza di
Jetro, il grande, il vetusto proselita. Ma quanto diversi però dai loro
proavi! e quanto più ai figli loro, agli Esseni, somiglianti che non
ai padri! Qui vedete l’_astinenza dal vino_ che data da Jonadab; il
quale secondo la legge del Nazirato che vi feci conoscere, ne trasmise,
come pare, di mano in mano gli obblighi nella sua discendenza; siccome
dato era veramente a ogni padre di così praticare; siccome fece _Anna_
per lo infante _Samuele_; siccome i genitori, auspice l’angiolo,
fecer pel famoso Sansone; e siccome infine, ne convengono autori
gravissimi, tra gli altri il Pastoret il quale a dirittura asseriva:
_i Nazirei senza dubbio diedero l’idea dei Recabiti_. Ma qui oltre
al Nazirato altre cose vedete e di non manco rilievo. Qui la vita
solitaria e campestre che menavano costantemente i Recabiti, anzichè
le cause da loro stessi accennate, le invasioni nemiche non fossero
venute a strapparli alla loro solitudine per riparare ai tempi di
Geremia entro le mura di Gerusalemme; qui il voto di _povertà_, o per
dir meglio il voto _di nulla possedere_ in proprio, ma tutto avere
in comune fra loro, che chiaro in quella frase breve ma esplicita,
_velò hiè lahem_ ti apparisce; qui l’impronta di virtù, di santità,
che loro appone il profeta per bocca di Dio, e la sanzione che loro
reca in premio dal Cielo, del loro istituto, di loro vita, tali frasi
usando sul conto loro che altro senso tollerar non potrebbero, siccome
avvertiva il _De Jurieu_, se non quello di apertissima commendazione;
qui un carattere che fu particolare agli Esseni e per cui furono ad
una voce celebrati da Giuseppe, da Filone e da quanti degli Esseni
presero a trattare, io vo’ dire la riverenza ai maggiori, il culto
che professavano verso i loro antenati, del quale veggiamo il primo
esempio e forse il primo tipo in quella venerazione onde son laudati,
per Ionadab, figlio di Rehab, pei suoi dettati, per le sue leggi;
e quando partitamente discorreremo delle qualità delle virtù degli
Esseni noi vedremo Giuseppe e Filone tenere un linguaggio che per poco
differisce da quello di Geremia, l’uno e l’altro levando a cielo, come
diceva, il loro rispetto ai maggiori: e qui infine la promessa di
Dio. E qual promessa! La quale sarebbe andata fallita, se poco stante
dai tempi in discorso quella società allora così illustre non avesse
di sè lasciato vestigio alcuno, se riprodotta non si fosse sotto il
nome di _Hasidim_, se quindi l’altro non avesse assunto di _Esseni e
Terapeuti_, e se infine la scuola, la società degli Esseni non si fosse
perpetuata in tutti i secoli, e se al presente non durasse tuttavia,
se la esistenza augurata da Geremia non si verificasse sempre, dopo
mille trasformazioni nella esistenza dei Farisei. Io dissi esistenza,
ma questa è la parte men grande del vaticinio, doveva dire anco il
modo, anco lo stato che Geremia gli promette. Qual’è il modo, qual’è
lo stato? Voi l’udiste. Che parole! che officio, che grandezza! Io
ardisco dire che se l’idioma ebraico non lascia di essere ebraico, se
un concorso innumerevole imponente di esempi non dice il falso, se
le analogie più parlanti non c’inducono in errore, se v’è criterio
in una lingua per discernere acconciamente il preciso significato di
una frase, io oso dire che male non mi apposi nel traslatarlo quando
parlai di _offici, di ministerio, di sacerdozio_, giacchè tutte
queste tre cose, ma queste tre cose soltanto, accenna la locuzione in
discorso. E se vaghezza vi prendesse di fare con me escursione pei
campi della scrittura, oh quanti non avreste a raccorne luminosissimi
esempi! Volete sacerdozio? E qui avete per la tribù di Levi, pel suo
officio sacro sacerdotale la frase stessa, le stesse parole, siccome
pei Recabiti leggete: _Laamod lifnè adonai lesciaredò_ ec. O meglio
vi talenta l’idea di intercessori? Ed allora ve l’offrirà Ezechiele
quando dice: _se pure Mosé e Samuele intercedessero appo me non più
accetterei questo popolo_, come appunto pei Recabiti leggete: _im
iaamod Moscè usmuel lefanai_; ec.; o vi piace meglio un’altra volta
udire del sacerdozio? E ve l’offriranno i _Giudici_ quando parlando
del pontefice, di Pinehas: E _Pinehas_, dicono, _figlio di Elazar omed
baiamim aem_ come per l’appunto dei Recabiti si legge _omed lefanai_.
Volete profezia, volete udire come qualifica la scrittura l’officio
del profeta? ve lo dirà Elia nel celebre suo giuro quando esce fuora
inaspettato dicendo: _Viva il Signore innanzi a cui ministrai; non
vi sarà per questi anni nè rugiada nè pioggia che io nol voglia_;
in quella guisa che udiste per Recabiti.[43] E la profezia si è
adempiuta alla lettera. Sacerdozio, profetismo, tutto fu riposto, fu
concentrato nei successori e poi nei continuatori dei Recabiti, prima
nei _Hasidim_, primo nome che assunsero dopo quello di Recabiti,
quindi negli Esseni, parte eletta, parte dotta e santa e ieratica del
Farisato, quindi negli eredi degli Esseni, nei professori delle loro
dottrine, nella scuola speculativa ascetica superlativa dei Farisei,
nei Ben Iohai, nel Rabbeno Aj Gaon, nel Nacmanide, nel Cordovero, nel
Loria ed in quanti altri le orme calcarono di quei Santi, di quei
Dottori.
Ma noi siam lungi ancora da questi modernissimi tempi; ed a quelli
convienci restituire che a Geremia seguitarono. Geremia visse non poco
dopo la distruzione del primo Tempio; però la riedificazione del Tempio
non vide. Da Geremia alla prima apparizione degli Esseni sotto tal
nome, poniamo che ci corra un dugent’anni, quali sono gli anelli che
questi due estremi congiungono della catena? Quali gl’intermedi che
possan dare alla storia che costruimmo, quella continuità che, diciamo
il vero, non le mancò sino all’istante presente? Egli è doloroso ma
pur necessario il confessarlo: è questa l’epoca che più povera resulta
di documenti per la storia degli Esseni: è quasi una lacuna nel loro
passato, tanto più deplorabile quanto i cenni che immediatamente
avrebbero preceduto la loro apparizione nell’Essenato, avrieno
mirabilmente giovato a cogliere il punto di passaggio dall’antica alla
forma novella; e porto avrebbero ultima e solenne conferma a tutte le
cose precedentemente discorse. Però è necessario fare tre specie di
avvertenze che immensamente diminuiranno la vostra sorpresa; e se non
colmeranno interamente il vuoto, almeno lo spiegheranno e tutto ciò
gli torranno che può avere di ostile, di negativo alla tesi da noi
sostenuta, alla genealogia degli Esseni. La prima è che mentre sino ad
ora avevamo documenti contemporanei, adesso mancano assolutamente, nè
la Bibbia nè la Tradizione contengono alcun volume che a quell’epoca
appartenga, attalchè non so vedere veramente in qual guisa degli Esseni
o dei loro predecessori si poteva fare menzione. Nulla dunque di più
naturale, di più necessario della mancanza di questa menzione. La
seconda avvertenza si è, che per quanto io abbia detto assolutamente
che di questi tempi non esiste memoria, pure non si vuol intendere la
mia sentenza in guisa che qualche lembo non si sollevi, che un barlume
non ti apparisca dell’Essenato nell’epoca in discorso. Io chiamo un
barlume il fatto di Daniel che per 23 lunghissimi anni stando a Rasci,
di pane eletto non si ciba, non mangia carne, non beve vino, nè usa
nessun unguento dal quale rifuggivano, come udiste, gli Esseni. E
questo faceva Daniele per carità della patria infelice, e per chiedere
fine alle sue desolazioni, in guisa che in questo senso soltanto può
essere vera l’ipotesi del Salvador che le patrie desolazioni abbiano
dato l’origine all’Essenato. Un barlume poi io credo che abbiamo nei
Paralipomeni. I Paralipomeni sono opera di Esra posteriore a Daniele,
ed è probabile sentenza quella in cui oggi conviensi, e di cui è
qualche cenno nel Talmud, che dopo Esra i più antichi della magna
congregazione recato abbiano a compimento il libro delle cronache.
Or bene, in guisa si esprimono le cronache intorno ai Recabiti, che
pare veramente come a quei tempi tuttavia sussistessero. Vuol far
capir l’autore quali fossero le tre famiglie _Tirhatim_, _Simahtim_,
_Succatim_ che presero stanza presso _Iahbez_, e lo vuol far capire con
allusione più moderna. Che dice per questo? Dice che sono identici ai
_Chinnim_: ma i Chenim stessi possono essere ignorati, quindi necessità
di riferirli a nome anche più moderno, a nome contemporaneo. E qual è
questo nome? È quello di _Recabiti_. _Abbaim mehamat abi_ BET REHAB.
Però queste cose andavamo tra noi meditando pria che ci si partisse
dinanzi nell’atto stesso di dettare la presente lezione, una breve ma
significante indicazione rabbinica, poi un frammento preziosissimo
di un autore il cui nome non suonerà io spero sconosciuto ai vostri
orecchi. Qual’è in primo luogo l’indicazione? Ella è quella contenuta
nella sezione 98 del Berescit Rabba, opera anteriore al Talmud, e dove
chiaro apparisce che tra i primi Tanaiti eranvi alcuni che, come si
credeva generalmente, discendevano da Jonadab Ben Rehab.—Dunque io
dico: i Recabiti non cessarono di esistere anco in tempi posteriori
agli Esseni, e nulla pertanto si oppone che questi da quelli sieno
derivati. Ma v’è di più: voi ricordate come io avessi luogo parlandovi
dei Samaritani di rammentarvi Beniamino di Tudela, i suoi viaggi, il
gran conto che si fa generalmente dai dotti delle sue relazioni. Or
bene, egli è un passo nel _Pellegrinaggi_ di Beniamino dove prende a
narrare di ciò che vide, di ciò che osservò nel _Iemen_, nell’Arabia
Felice. Lo credereste? Egli parla dei Recabiti, egli li vide, egli ne
osservò, ed egli ne narra altresì i costumi. Le sue parole sono troppo
preziose perchè io non ve le citi. _Di là movemmo_ ei dice _verso
la Terra del Iemen a settentrione, e dopo un viaggio di 21 giorno
pei deserti, pervenuto essendo in quella regione, vi trovai i Giudei
che si chiamano_ RECABITI _e in Ieman hanno imperio. Aron il Nasi vi
risiede ed è grande città._ Narra poi Beniamino i loro commerci, le
loro scorrerie, e quindi aggiunge: _E danno poi la decima di tutto
quanto posseggono ai Dottori della legge che stanno del continuo nei
pubblici studi, ai poveri d’Israele ed ai loro Farisei che fanno lutto
per Sionne e Gerusalemme, che non mangiano carne, non beono vino,
e vestono logori abiti; ed abitano in spelonche, e tutti i giorni
digiunano, tranne i Sabati e le Feste._ Ecco le parole e l’attestato
di Beniamino. Quando viveva il famoso spagnuolo? Certo nel mille o
a quel torno; che è quanto dire in tempi infinitamente posteriori a
Geremia ed alla società degli Esseni; in tempi che provano come lungi
dall’essersi precedentemente estinta la famiglia e l’istituto dei
Recabiti, perdurasse invece non solo dopo il profeta che li descrisse,
non solo in epoca immediatamente anteriore e contemporanea ai nostri
Esseni, ma per secoli eziandio parecchi dopo di essi; cioè prova in
una parola come la filiazione da noi voluta degli Esseni dai Recabiti
riceva quella conferma che noi credevamo invano desiderare, ma che pure
la Provvidenza ci porse, quando meno l’attendevamo.[44]
La terza ed ultima avvertenza è quest’una. È lo stato in cui lasciammo
i Recabiti ai tempi di Geremia, stato se altri fu mai rigoglioso,
florido, vivacissimo; stato che a tutt’altro accenna che a deperimento
e rovina; stato che ove pure ad una declinazione accennasse,
questa declinazione si sarebbe naturalmente protratta tant’oltre
da ricongiungere l’estinguentesi Recabismo col nuovo, col nascente
Essenato. E queste sono le tre avvertenze che vi promisi.
Giunto a questo punto, e quasi meco stesso meravigliato del gran
compito che ho fornito, che altro mi resta a fare per condurre a fine
l’impresa? Null’altro a parer mio che citar le autorità che militano a
favor mio, che per diretto o per indiretto fanno risalire l’Essenato
agli antichi Cheniti, ai discendenti di Jetro. Primo tra le autorità io
annovera Plinio; Plinio nella _Storia Naturale_ in quelle parole ove
agli Esseni attribuisce un’esistenza di secoli, Plinio che in tal guisa
alla origine apre le porte da me sostenuta sinora. Io pongo poi per
secondo il _Serrario_ il quale, è giusto il convenirne, diede il primo
il segno di questo sistema e forse con buoni argomenti il convalidava
comecchè condannato io fossi a rifare il lavoro, non potendo dell’opere
sue giovarmi, che non posseggo. Io pongo infine per ultimo un inatteso
alleato, la _Mehilta_. Voi udiste finora da me, voi avrete certo udito
da ognuno e gli autori tutti vi avrebbero a gara ripetuto, come i
libri Rabbinici tacciano assolutamente dell’Essenato, e grave problema
riuscisse a risolvere ognora, questo silenzio. Or bene voi potete
dire adesso ad ognuno che vi dimandasse, che questa menzione esiste
veramente, che gli Esseni non sono ignorati dai nostri Dottori; non
basta; potete dire che il cielo ci riserbava due scoperte ad un tempo,
che gli Esseni presso i nostri Dottori non solo eran conosciuti; ma,
lo che più monta pel fatto nostro, erano come legittimi e diretti
successori considerati degli antichi _Recabiti_. Potete dire che queste
cose si trovano certo per vie non troppo comuni e battute, ma non
per questo men belle e men importanti; potete dire che se ai grandi
intelletti è dato scoprire nei cieli immensi un astro novello, al mio
umilissimo quest’onore solo fu conceduto di scuoprire nel cielo Ebraico
la società degli Esseni. Io dissi la Mehilta. Ma che cosa è la Mehilta?
È un opera più antica del Talmud, opera di un _Tanna_ antichissimo, di
R. Ismael, opera di cui solo una parte è giunta sino a noi sul libro
dell’_Esodo_. Aprite la Mehilta alla sezione di _Jetro_ e vi troverete,
come dice Vico, un _luogo d’oro_ che suona così. _Avvenne una volta che
uno_ DI COLORO CHE BEONO ACQUA _avendo fatto nel tempio un sacrifizio
si udì una voce dal santissimo che diceva così, colui che accettò i
loro sacrifizi nel deserto accetterà anche questo in quest’ora_.
E notatelo bene, giovani miei, queste parole non sono isolate; il passo
che avete udito non è senza precedenti e conseguenti. Lo precedono
immediatamente tutte le indicazioni da voi udite sui Cheniti che
abitavano pei _deserti_, che tolsero poi a dimorare presso _Iahbez_ nel
deserto di Giuda, e lo seguono immediatamente le parole di Geremia sui
Recabiti, sul loro avvenire. Il fatto che udiste narrato è un fatto ai
Dottori contemporaneo, è una allusione agli Esseni allora esistenti,
è una identificazione di questi Esseni coi Cheniti, coi Recabiti; è
insomma tutto quello di che noi bisogniamo. Questo breve frammento
è un prezioso e grande trovato; ma non è il solo. Quando meglio ci
addentreremo nella società degli Esseni, uno o due altri ne rinverremo
ove non più colla perifrasi testè udita _i bevitori di acqua_ si
additano gli Esseni, ma colla vera e propria loro denominazione.
Questi pochi e sparsi frammenti sono il più bel gioiello delle nostre
conferenze; e se io ne ho potuto adornare le mie lezioni, a voi si
deve in gran parte che a queste indagini rivolgeste l’animo mio; e
sopratutto a quel padre dei lumi senza di cui niuna cosa che valga
si può fare in niuna disciplina, e molto meno nel culto delle lettere
sacre, ove prima condizione è il culto e la stima del suo grandissimo
obbietto, e nelle quali meglio che in niuna altra cosa si può dire con
Petrarca:
Non si fa ben per uom quel che il ciel nega.
LEZIONE DECIMAPRIMA.
Io vengo a proseguire l’opera incominciata. Noi abbiamo degli Esseni
studiato già e il nome e quello che più c’interessava, l’origine loro.
Noi abbiamo, a parer mio, trovato in mezzo a tante etimologie la vera
etimologia, e tralle tante congetturate origini la vera origine. Per
svolgere ordinatamente il nostro assunto conviene che io vi riduca a
memoria il piano, l’ordine, la seguenza che imponemmo al nostro dire.
Io vi promisi sin dalla prima lezione che dopo il nome, dopo l’origine
degli Esseni noi avremmo preso ad esame la loro costituzione, le loro
leggi, le lor sociali discipline; e le loro costituzioni, leggi e
discipline formeranno oggi il soggetto che io prenderò a trattare. Egli
è naturale che dopo avere conosciuta per nome la cosa che vogliamo
studiare, se ne cerchino le leggi costitutive, le leggi che presiedono,
che regolano la sua esistenza. L’Essenato è persona, persona sociale,
collettiva, morale, certamente, ma pur persona. Noi sappiamo come si
chiama, sappiamo d’onde tratto si abbia il nascimento; che ci resta
ora a sapere? Le leggi della sua esistenza, i principii regolatori
della sua associazione. Però, vi ha uno studio che deve per sua natura
andare innanzi alle cose accennate, ed è lo studio, ed è l’esame del
teatro in cui sorse, in cui ebbe stanza il grande Essenato, in cui
scelse, in cui fermò la sua residenza. In questa guisa, procedendo noi
dalle cose, dalle circostanze più generali a quelle più proprie, più
intime, più speciali al grande istituto; andremo sempre più intorno
ad esso stringendo il cerchio delle indagini nostre: in questa guisa
potremo dire che nulla di quello ci può sfuggire che può per diretto o
indiretto riguardare l’Essenica associazione.
Qual è dunque il teatro in cui nacque, in cui crebbe, in cui ebbe vita
il grande Istituto? Notate, o miei giovani, che io non chiedo la loro
patria. La loro patria è conosciuta, e questa è la Palestina. Chiedo la
loro residenza, il loro soggiorno che dal concetto di patria molto come
sapete è diverso. Lo chieggo in primo luogo a Filone siccome quello
che tanto studio pose nella storia dei suoi cari, dei suoi ammirati
Esseni. E che cosa mi risponde Filone? Mi risponde con un passo
dell’opera sua, che se non coglie precisamente nel segno, pure non
lascia di avere il suo valore e grande valore nella presente quistione.
Egli addita gli Esseni ai suoi lettori Pagani, e _se riscontrare_, ei
dice, _volete la fedeltà della mia dipintura, mirateli ovunque sono
diffusi pel grande, per l’immenso vostro impero; mirateli tra i Greci
e tra i barbari, ove vivono dispersi_. E così dicendo Filone, voi
di leggeri comprenderete come venga a stabilire senza meno la loro
universale diffusione non solo nell’Impero Romano ma eziandio al di là
dei suoi confini, fra quei popoli che i Romani seguendo l’esempio dei
Greci qualificavan col nome di Barbari: (cioè secondo la genuina sua
significazione _forestieri_ forse da vocabolo Arameo, siccome io da
molti anni congetturai che suona uomo di fuori, gente straniera.) Gran
parole son coteste di Filone e che compiono il concetto vero, storico
degli Esseni qual ce lo aveva Plinio accennato nella sua storia. Plinio
e Filone sono i due Restitutori del vero carattere della società degli
Esseni. Plinio dove pone in sodo la loro antichità, dove, come udiste
altra volta, gli assegna un’_antichità_ di secoli e secoli, Filone in
questo luogo dove sancisce, autentica la loro _universalità_, Plinio
restaura l’Essenato nel tempo gli rende la sua _antichità_, Filone lo
restaura nello spazio, cioè gli rende la sua _universalità_. Ma in
qual guisa cotesta universalità, cotesta diffusione si acconcia al
nostro Istituto? come a quelle idee che pure da parecchi storici si
avvalora d’isolamento, di concentrazione, di _particolarismo_? Come
a quel concetto sinora predominante che volle gli Esseni limitati,
circoscritti ai confini Palestinesi? Come? intendendo pegli Esseni
ciò che noi intendiamo, ciò che essi son veramente, ciò che sarà
continuamente dimostrato dal corso di questi studi. Intendendo cioè
per Esseni la parte più alta, più nobile, più dotta, più spirituale
del Farisato pel quale veramente e pel quale soltanto è vera alla
lettera la sentenza Filoniana; pei quali, e pei quali soltanto, si
poteva dire che sparsi, che diffusi, vivevano tra Barbari e Greci. Il
poteva Filone se gli Esseni fossero diversa scuola, diverso Istituto
da quel Farisaico? Poteva dire per essi che eran diffusi tra Barbari
e Greci; poteva dirlo di fronte al silenzio generale, al silenzio
specialmente di Plinio, e di fronte infine all’esempio degli altri
settari i quali, vuoi pel numero scarso, vuoi per poca virtù espansiva,
se ne vissero sempre ristretti, rannicchiati tra i patrii confini?
Ma quanto bene poteva dirlo se gli Esseni non sono altro che il più
bel fiore che il patriziato dei Farisei! Quanto appropriate per essi
le parole _tra i Barbari e Greci_! Essi col grand’Illel in Babilonia
anzichè in Palestina non emigrasse, e essi in Damasco con Rabbi Iose
il Damasceno; essi in Egitto con Filone stesso, coi Terapeuti e coi
Dottori Egiziani che figurano nella Misna come Anael l’Egiziano, e
con quelli che ivi stesso si narrano pellegrinanti in Egitto; essi in
Nisibi in Persia con R. Ieuda ben Betera che è il discendente di quegli
Eroici Betera che allo straniero Illel cessero la posseduta dignità
di Nasi, solo perchè più d’essi erasi mostrato nelle patrie leggi
erudito; essi in Media con Nahum il Medo; essi in Arabia, in Grecia
e in Italia con Ribbi Akibà che queste regioni visitò e che lascio
ricordate; ed essi nell’Asia minore in Laodicea, in Antiochia, in
Assia dove traevano, come altra volta vi dissi, a sedere in concilio,
e dove morì il grande Rabbi Meir, come più tardi vedremo; essi nelle
Gallie non solo col rammentato Rabbi Akibà che ne ricorda i paesi, i
costumi, la lingua, ma anche con Dottori, dalle _Gallie_ denominati
_demin gallià_; ed essi infine in Roma. In Roma non solo colla sinagoga
già lungo tempo stabilitavi, non solo coi più celebri nostri Dottori
che la visitarono e preziosissime indicazioni ne lasciarono scritte,
ma principalmente per due tra essi, per due grandi Farisei che da Roma
s’intitolarono e in Roma ebbero stanza durevole e cattedra e maestrato.
L’uno è _Todos_ o _Teodozio_ che il Talmud chiama _Todos Is Romi_,
Teodozio il Romano, quel desso di cui si narra nel Talmud di Pesahim,
come a ricordare forse il sacrifizio pasquale, istituito avesse tra i
fratelli di Roma l’uso di cibarsi d’agnello arrostito nei vespri di
Pasqua; quel desso a cui s’intimava, pena la scomunica, di cessare
da quell’uso; quel desso che per animare i Fedeli al martirio soleva
citar loro l’esempio dei Zefardehim Rane o Coccodrilli, che al cenno di
Dio, comecchè irragionevoli fossero, si gettano nei forni ardenti del
popolo Egiziano. L’altro poi è Rabbi _Mattia ben Haras_ ch’ebbe seggio
e cattedra in Roma e fu per lunghi anni Pastore e Dottore di quella
chiesa con tanta celebrità, che quando volle il Talmud offrire l’idea
di una cattedra e di un pastore modelli disse fra gli altri: _Zedek
Zedek tirdof; ahar_ R. _Mattià ben haras leromì_.