Ecco il libro dei Giudici che non appena pochi passi ha mutati nella

sua narrazione, non appena alle conquiste ha esordito dopo Giosuè

operate, esce fuora con queste parole: _Ora i figli di Cheni suocero

di Mosè trassero dalla città dei Palmizi coi figli di Giuda al

deserto di Giuda che è posto a mezzodì di Arad, e andò e pose stanza

appresso al popolo._—Che parole son queste e che significano? Se io

non erro, non troppo vi saranno riuscite per ora accessibili. Però

tranquillizzatevi; questa difficoltà non è in voi, è piuttosto nel

testo istesso, è la mancanza di antecedenti che spianino la via alla

sua intelligenza, è l’isolamento in cui il verso stesso si trova in

seno al contesto, è quel piombare che ti fa subitaneo in sulla testa

senza troppo sapere d’onde provenga, è quell’apparire istantaneo a

guisa di lampo che pare scaturir di seno alle tenebre, per ricadere

nelle tenebre, è quell’oscurità innanzi a cui resta perplesso,

esitabondo ognuno comecchè erudito proceda nel sacro Idioma; nè se

dovessi tutte le cause narrare di questa oscurità non saprei veramente

venirne a capo. Però l’oscurità sentiamo, e la sentiamo gravissima;

proviamo a diradarla. Si parla qui dei _Cheniti_, dei figli di _Cheni_.

Chi sono i Cheniti? Sono certo Cheniti quei popoli di cui Dio accenna

ad Abramo nella solenne promessa. Ma _Cheniti_ sono, si chiamano

pure i discendenti di Jetro, vuoi che Jetro appartenesse all’antico

popolo dei Cheniti, siccome vuole il Munck, vuoi come meglio a parer

mio opinarono il _Gesenius_, _il Bohlen_, _il Tahu_, come ad essi la

tradizione consente, che Cheniti si dicessero da Jetro, appellato esso

pure Cheni, vuoi finalmente che _Cheni_ si dicessero da _Chen_ nido,

pel nido che facevano per campi e per selve siccome comprese il Zoar.

Fatto è che i discendenti di Jetro si dicono _Cheniti_ e che sotto

il nome stesso ci si riveleranno in appresso i loro successori. Ma

che cosa è la _Città_ dei _Palmizi_? Città dei Palmizi è _Gerico_;

Gerico chiamata negli ultimi versi del Pentateuco col nome istesso

usato dai Giudici; _Gerico_ situata poco lungi dalle sponde del lago

Asfaltide. Ma in qual guisa li Jetroiti veggiamo stanziati in Gerico?

Come dalla città lontanissima di Madian loro patria nell’Arabia Petrea,

le orme seguirono di Israel sino nel cuore di Terra Santa? Nessuno lo

spiega, e nessuno il narra, tranne la _Tradizione_. Ma quanto bene

la Tradizione! Per la tradizione Jetro dopo i primi rifiuti, cesse

finalmente alle istanze del divino Mosè. Jetro, i suoi figli, la

sua famiglia ricovrarono all’ombra del popolo Ebreo, battagliarono

nelle sue battaglie, trionfarono nei suoi trionfi e le piagge dilette

vider pur essi della Cananea conquistata. Ma quale gli attendeva

laggiù guiderdone? In qual guisa si sdebitarono gl’Israeliti della

promessa Mosaica che Jetro voleva a compartecipe dei beni, delle terre

acquisite? Coi suburbi, colle campagne di Gerico, dice la Tradizione;

le quali terre dovuto avrebbero li Jetroiti serbare in custodia sino

a tanto che fosse il Tempio edificato, e la metropoli destinata, la

quale, proprietà nazionale dovendo essere meglio che tribunizia,

mestieri pure era porgere alla Tribù spodestata una adeguata indennità,

e questa doveva essere il territorio di Gerico, la stanza antica

dei Jetroiti. Ma questi, voi lo vedeste, partiti da Gerico traggono

altrove. Dove vanno? Vanno, dice il testo, nei deserti di Giuda che

sono a mezzodì di Arad, e in mezzo al popolo fermano stanza. Che luoghi

sono cotesti? Voi vedeste poc’anzi come Gerico fosse posta sulle rive

o a quel presso, del lago Asfaltide. Or bene; il deserto di Giuda,

Arad istesso, la nuova dimora dei Jetroiti, non piega sulla carta

dalla linea contrassegnata, e l’epoca stessa gloriosissima di Debora

troveralli abitare sui luoghi medesimi. Che monta ciò, potreste dire?

Nol direste però se tutto aveste già ascoltato; nol direste se io vi

mostrassi come gli Esseni di cui adesso cerchiamo l’origine, quegli

stessi luoghi abitassero in tempi tanto più posteriori, che gli antichi

Jetroiti occuparono in tempi così antichi; nol direste se vi ripetessi

le parole di Plinio nel Cap. 17 del libro 5, laddove degli Esseni

parlando, li qualifica _Gens socia Palmarum_, gente dei Dattolari

amica, nè più celebre di Gerico e della riva del Giordano s’ebbe

giammai in fatto a Palmizi; nol direste se vi mostrassi in Plinio

stesso al luogo istesso, come la città ove ai suoi tempi abitavano

gli Esseni fosse Engaddi, Engaddi posta essa pure sull’Asfaltide

sulla linea stessa di Gerico e Arad, come vi mostra la carta, Engaddi

famosa pur essa pei suoi Palmizj d’onde il nome derivolle più antico

di _Kazazon Tamar_; nol direste finalmente se udiste Plinio istesso

additarvi qual residenza altresì degli Esseni moderni _Masada_,

città anch’essa meridionale di Palestina, anch’essa posta in riva

all’Asfaltide, come di leggeri potete osservare nella Geografia del

_Dufour_. Attalchè Gerico, Masada, Engaddi, Arad formano sulla carta

una linea continuata che rasenta il Mar Morto, muove dall’ovest in

direzione del Sud, e dove negli antichi e moderni tempi ebbero stanza

gli Esseni ed i loro proavi _Jetroiti_. Ed a che fare traggono i

Cheniti ad Arad? _Ad abitare_, dice il Testo, _in mezzo agli Ebrei_,

a convertirsi, dice il Gersonide, definitivamente all’Ebraismo. E

presso chi particolarmente riparano gli emigrati? presso _Jahbez_,

dice la Tradizione, presso Jahbez, conferma la Bibbia nel 1º delle

Cronache, come fra poco vedrete. Chi era _Jahbez_? Era Dottore, era

Scriba, era Profeta, chè tutti e tre i caratteri solevano a quei tempi

andare congiunti,[38] ed alla Tribù dotta, massima, reina, apparteneva

di Giuda; in cui doveva secondo l’antica benedizione perpetuarsi lo

scettro, e l’oracolo promulgarsi della legge di Dio, a cui il titolo

di maestra leggidatrice si concedeva nel libro dei Salmi; _Jehuda

mehokeki_ in cui rifulse mai sempre il primato sulle sorelle Tribù.

Che se tale era pure l’origine, qual’è il Ritratto che di lui medesimo

ci fa la Scrittura? Io oso dire che il libro delle cronache tali usa

gravi, significantissime espressioni sul conto suo, che in tutto

il corso dell’opera stessa, non se ne veggono per alcuno altro le

simiglianti. E bene le avvertirono i nostri Dottori i quali osservarono

e giustamente; come da Adamo da cui esordiscono le cronache sino a

Jahbez, niuno si trovi che abbia fatto così nobilmente favellare di

sè. E come favellano intorno a _Jahbez_ i libri summentovati? Essi

dicono _E fu Jahbez sopra i suoi fratelli onorandissimo_. Non basta.

Il testo biblico reca manifeste le tracce di un gran VOTO da Jahbez

pronunziato, voto che rimane per sventura incompreso poichè la promessa

fatta al Signore restò implicita, restò sottintesa, ma che tutti i

caratteri porge, come diceva, visibilissimi di un gran voto. Jahbez,

dice il Testo, invocò il Dio d’Israel e così disse: Se tu mi benedirai,

o Signore, se amplierai i miei confini, se la mano tua sarà in mio

aiuto, se mi camperai dal male, onde non abbia a dolorare..... Ebbene

che cosa aggiunge, che cosa promette Jahbez ove Dio lo ascolti? Vano

il cercarlo! Il Testo lo tace, gli Interpreti non sanno dirci se non

che _voto_ vi fu, ma rimane ignorato; e lo stesso Rasci non seppe

dettare che le frasi seguenti _ed egli votò quel che votò_, ch’è quanto

dire come più non c’è dato sapere. Sebbene questo sappiamo; che Dio

ne adempì pienamente le voglie, e quindi se voto vi fu, siccome par

dimostrato, se la preghiera fu accetta, il voto fu anch’esso adempiuto.

Ma perchè traggono i Cheniti a fianco a Jahbez? I Giudici tacciono;

ma la tradizione e le cronache lo dicono esplicito. Che dice la

Tradizione? A imparare la legge, a fondare una scuola. Che aggiungono

le cronache? Parole aggiungono che tutto il valore hanno di una grande

conferma, di una grande rivelazione; un tratto di luce, vivo, acceso,

che balena e sparisce; una stella che brilla un istante e quindi la

ricuopre la nube, un suono che rompe per un istante la monotonia di un

canto uniforme, parole ed idee che non siamo usati incontrare in mezzo

le viete ed aride genealogie delle cronache e che rivelano la presenza

dell’elemento scientifico intellettuale teologico, nell’epoche più

remote della nostra esistenza. E quali parole poi perciò che riguarda

i Cheneti e la origine degli Esseni!

Prende il Cronista a narrare le genealogie di Giuda, a ricostituire

il passato d’ogni famiglia, a riconnetterla cogli antichi anelli

di cui si parla nel Pentateuco. A un certo punto della genealogia

ascendente, esce fuora con queste parole: _Ora famiglie di Scribi di

Dottori abitavano presso Jahbez le quali dicevansi, le quali sono i

Cheniti che discendono dal fondatore dei Recabiti._ Gran parole, o

signori, e quante cose non s’imparano dalle parole citate! Vedete

le famiglie di Scribi Solferim da Sefer libro in quella guisa che

_Letterato_ si disse un tempo ognuno che _legger_ sapesse; Soferim che

i Lessici interpretano _coloro che espongono e spiegan la legge_, QUI

LEGE DESCRIBENDA ET ESPLICANDA VACAT, Soferim che lo stesso _Kimhi_ al

luogo istesso delle cronache non può a meno di comentare _che scribi

erano e Dottori della legge_. Vedete i nomi stessi delle famiglie

discorse, tutti significanti e parlanti secondo il valore che traggono

dal sacro idioma. Vedete _Tirhatim_ da _tarha_ porta sinonimo in

Ebraico, siccome è noto, di _Aula, di Corte, di Magistrato_ e che noi

Europei usiamo ancora quando diciamo la _Porta_ Ottomanna, e quindi

vedrete nei Soferim la _gente Aulica, magistrale e Patrizia_. Vedete

la Mehiltà di Rabbi Ismael libro più antico del Talmud e forse più

venerando, ove della parola tirhatim come delle altre che seguono tali

si offrono graziosissime etimologie che più in acconcio non potrebbero

tornare ai predecessori degli Esseni; anzi che dico? che a niun altro

possono attagliarsi se non a costoro. _Tirhatim_ dice la Mehiltà da

tarha _porta, conciossiachè abitassero alle porte di Gerusalemme_.

Meraviglioso a dirsi! Sappiamo da Giuseppe che una porta eravi ai

tempi suoi in Gerusalemme che si chiamava _la porta degli Esseni_.

Che più? Tirhatim dice la Mehiltà da strepito, suono, preghiera,

perchè le preghiere loro eran accette. Giuseppe vi citerò e Filone

dai quali sappiamo come in altissimo pregio fossero tenute le costoro

intercessioni. Volete piuttosto, continua la Mehiltà, che significhi

i _Chiomati non Rasi_ ed allora vi ricorderò ciò che, non è molto,

io vi diceva intorno al costume dei Nazareni _Jesco più antico, e

dei Cheniti ed un tempo e degli Esseni medesimi_. Ma ecco gli altri

nomi, ed ecco non meno belle ed appropriate derivazioni secondo la

Mehilta: ecco Scimhatim da _Sciamah_ ascoltare, ubbidire, e quindi gli

ubbidienti, i sommessi, come a dilungo discorrono gli storici intorno

agli Esseni, reverenti sovra ogni altro, all’autorità dei maggiori e

dei capi, siccome a suo luogo vedremo. Ecco _Suhatim_ e con bello e

significante corteo di preziosi sensi che a nessun altro, ardisco dire,

possono tornare confacenti se non agli Esseni. Suhatim che deriva, dice

la Mehilta, da _Saha_ conciossiachè da ogni unzione si astenessero;

e mirabile veramente! la storia tutta attesta concorde essere stato

l’orror degli unguenti costume peculiarissimo del nostro Istituto,

come anche questo a suo luogo vedremo. Ecco lo stesso Suhatim derivare

da Capanna _Succa_ perchè vita menavano, dice la Mehilta, solitaria e

romita; ed a chi meglio potria l’indicazione tornare a capello se non

agli Esseni?

Questi sono i nomi delle famiglie. Voi li udiste: Tirhatim, Simhatim,

Succatim. Ma quale n’è il nome di stirpe, il nome generico? Il testo

lo dice, nè tollera dubbiezza: _sono essi i Cheniti_, i Cheniti che,

come veduto abbiamo nel libro dei Giudici, sono i discendenti di Jetro,

e più specialmente, aggiunge il testo, sono tutte da quel derivati

che la grande famiglia fondò dei Recabiti, _Abbahim me-hamà abi bet

rehab_. Quando più oltre avrem proceduto, vedremo chi sono i Recabiti;

li vedremo famosi solitari ai tempi di Geremia, li vedremo in una

società costituiti che tutte reca in rudimento le future sembianze

della società degli Esseni, in quella guisa che nel fanciullo stanno

ascose in potenza le fattezze, le membra dell’uomo adulto. Per ora le

cose dette ci bastino; e più oltre proseguiamo nel corso dei secoli a

trovarne i vestigi. Li vedemmo ai tempi dei primi Giudici. Ma Giudici a

Giudici si succedono; ed una donna, donna di genio, una donna profeta

sorge in Israel. Voi la nomaste, ella è Devora. Dove sono li Jetroiti?

La storia ne parla, e ad una nuova emigrazione accenna, operata dal

centro della Palestina meridionale alle regioni del Nord. Voi conoscete

la storia di Devora, i suoi giudizi, le sue battaglie, i suoi trionfi.

Ma non so se ricordate egualmente _Jaele_, Jaele l’ucciditrice di

Sisara, Jaele che volle essere infame per tradita ospitalità, pure

di salvare la patria diletta, Jaele che fu benedetta in quel canto

famoso ch’irruppe dal petto della gran donna vittoriosa Taelmoghe, come

udiste di _Heber il Chenita_ che insieme ai fratelli viveva allora in

Israel. E dove sono i fratelli, la famiglia, la società? in questo

verso sono che la narrazione precede delle battaglie di Devora, dei

suoi trionfi. Come suona il verso? _Ora Eber il Chenita separato si era

dai Cheniti fratelli, dai figli di Obab suocero di Mosè e tese aveva le

sue tende nella pianura di Sananim ch’è presso Chedese_, ch’è quanto

dire all’estremità boreale di Palestina, nel Territorio di Zebulun

e di Neftali e presso quel Chedes istesso che fu patria al capitano

Barac. Voi l’udiste, i tempi dai primi Giudici trascorsi non estinsero

la nobilissima stirpe. Vivono i Cheniti, vivono in Israel, nella loro

fede, nella loro alleanza, in loro ausilio; e vivono, ciò ch’è degno

di nota, sotto le tende e vivono nelle campagne.[39] Vedremo più tardi

i loro ultimi successori ai tempi di Geremia viversene pur essi per

valli e per monti, e nella quiete riparare pur essi di pacifiche tende.

Ma il gran fiume della Istoria Giudaica ripiglia il suo corso, e noi

pure con esso. Dopo Devora e Giudici, e guerre, e pace, e servitù,

e riscatti, si succedono incessanti. Ecco Elì, ecco Samuele, ecco

l’antica ebraica repubblica in monarchia trasformata, ed ecco Saul il

monarca novello, ed ecco infine la guerra di Amalek. Tempi ed eventi

sono trascorsi in gran numero. Sarebbe mai per avventura de’ Jetroiti

smarrita la traccia? Tranquillatevi, essi vivono, e vivono quali i

loro antichi predecessori vedeste poc’anzi. Dove sono? Sono qui,

sono nel centro tuttavia da’ proavi abitato, sono a mezzogiorno di

Palestina, a mezzogiorno di quell’istesso Arad di cui fu menzione nel

libro dei Giudici, sono come allora sulle rive del mar Morto, e come

allora precisamente sono anche adesso limitrofi, finitimi a Amalek.

Ma la guerra santa contro Amalek è bandita; al nuovo re n’è commessa

l’impresa: ed egli già scende a fare strenua prova di sè contro ai

nemici di Dio. Che farà Saul? Rivolgerà egli contro i Cheniti le armi?

Forzerà il passaggio? La quiete dei loro abituri conturberà col romore

di guerra? No! pieno di rispetto pei figli di Jetro non forza il

passaggio che sarìa? violenza; non lo chiede nemmeno poichè di guerra

non vuole offrirgli nemmeno l’aspetto, la mostra; non li invoca in suo

aiuto, non li spinge alle armi conciossiachè egli sappia troppo alieno

officio essere a quei solitari i ludi di Marte: ma che fa Saul? Fa

ciò che qualunque capitano avria fatto con religiosi, con sacerdoti,

con solitari. L’invita a sgombrare. _E disse Saul ai Cheniti: su via

partitevi da Amalek onde con esso non siate involti, conciossiachè tu

abbia usato carità con tutti i figli di Israele, quando trassero fuori

della terra d’Egitto: e si partirono i Cheniti d’infra Amalek._

Ma che? E Saul e Cheniti e Amalek rapiti sulle ali del tempo, più non

si lascian vedere ai nostri sguardi: quella generazione è passata, e

tempi sorgon ed uomini e fatti nuovissimi. Ecco David, ecco Salomone,

ecco il reame d’Israel scisso in due parti, ecco i re di Giuda e i re

d’Israello. Ecco Elia profeta, ecco Acabbo, ecco Jehu, che dal profeta

Eliseo riceve missione cruenta, missione di lavare nel sangue l’onta

della famiglia di Acabbo. Ecco Jehu accingersi all’opera di sangue,

ecco il trono di _Ahab_ rovesciato e Jezabele che dall’alto di un

balcone _Salve!_ dice, _o Jehu! Omicida del suo Signore_; ecco Jehu che

dopo avere il trono purificato si prepara a purificare gli altari, che

verso Samaria s’incammina per farvi la immane ecatombe dei 400 falsi

profeti trucidati nel tempio, nella festa di Baal. Gran cose, gran

fatti, grandi vicende, ma dove sono li Jetroiti? Eccoli nel personaggio

più cospicuo dei suoi tempi, in quello che farà mutare sembiante a

tutti i Cheniti, che li stringerà finalmente in un sodalizio, che sarà,

se non il Fondatore, il Restauratore di quell’Istituto, che lor darà

leggi, e regole, e divieti che saranno di poi rigorosamente osservati.

Chi è costui? Egli è _Jonadab figlio di Rehab_ che in un memorabile

incontro strinse amicizia e patto fraterno col rammentato Jehu. Muoveva

questi a Samaria, e nella mente volgeva, come vi dissi, terribili

progetti contro i profeti di Baal. Muoveva superbo dei riportati

trionfi, della dinastia rovesciata, del regno conquiso. Chi è questo

che gli si fa incontro? Egli è _Jonadab Ben Rehab_, Jonadab a cui Jehu

siccome a maggiore fa riverenza il primo, da cui chiede l’amicizia, la

stima, l’ausilio, da cui riceve lieta testimonianza d’affetto e con cui

infine trattolo in sul carro si avvia insieme alla capitale del regno.

Quante cose da osservarsi! Il primo salutare di Jehu che non isdegna,

comunque altero per i recenti successi, inchinare l’umil privato

Jonadab ben Rehab; protestargli devozione ed affetto, ed affetto eguale

da Jonadab supplicare; la risposta amorosa sì, ma laconica dignitosa

oltremodo di Jonadab ben Rehab; il volerlo al fianco suo compagno,

auspice dell’opera che imprende; ed infine una forse meno interessante

analogia, ma pur curiosissima tra il fatto presente e quello tanto

più antico di Melchisedech ed Abramo, Jehu è l’Abramo moderno come

Jonadab vi rappresenta Melchisedech: Abramo e Jehu riedono trionfanti,

e Jonadab e Melchisedech, gli uomini di Dio, i devoti all’Altissimo, ne

ricevono gli ossequi; e Jonadab infine e Melchisedech, per completare

il raffronto, sono ambedue di sangue, di origine pagana.

Ma che più tardiamo? Il tempo volge di nuovo le sue ruote veloci. Qual

mutamento! Quanto vuoto, quanta emigrazione, quante rovine! Il regno

d’Israele è caduto, le dieci tribù vanno schiave in esilio e solo _come

capanna in vigna, come giaciglio in campo di cocomeri_[40] resta ultimo

baluardo di libertà la figliuola di Sionne. Dove sono li Jetroiti? Il

nome qui, confessiamo il vero, non si trova; ma si trova qualcosa più,

si trova il ritratto, si trovano i caratteri. Chi n’è il pittore, chi

li descrive? Maestro e sommo pittore delle memorie antiche e dei fatti

avvenire, il profeta Isaia. Egli è un passo dell’ultima parte del suo

libro di cui non seppi giammai rendermi conto abbastanza, e che solo

principiai a comprendere quando il pensiero rivolsi a’ Jetroiti, ai

Recabiti che tra poco ci descrive Geremia, in una parola, agli antenati

dei nostri Esseni. Si apre il capitolo 55 con una profezia consolante

pei profughi di Babilonia. _Osservate giustizia_, grida Isaia, _operate

equità; conciossiachè è prossima la mia salute e la giustizia mia

a comparire. Beato_ _l’uomo che farà questo, che a quel che dico

si atterrà, che si guarderà da profanare i sabati, che la mano sua

tratterrà dal fare ogni male._ Ecco però il punto oscuro, anzi a parer

mio il centro luminosissimo. Continua Isaia: _Non dica il_ FIGLIO DELLO

STRANIERO CHE AL SIGNORE SI È UNITO: _separato mi ha il Signore dal

popolo suo; non dica l’_EUNUCO: _ecco io sono albero che non fa frutto:

perciocchè così dice il Signore agli_ EUNUCHI _che osserveranno i miei

sabati, che ameranno ciò che io amo, che si atterranno al mio patto; io

darò loro_ NELLA CASA MIA E TRALLE MIE MURA _seggio e fama migliore di

figli e di figlie; fama eterna darò loro, che non avrà fine_.

Ecco il testo d’Isaia ed eccone il senso. Per chi parla il Profeta?

A chi allude? Chi è lo _straniero unitosi al Signore_ che rassicura?

Che sono questi _eunuchi_ sconosciuti, inauditi in tutta la Bibbia?

Che cosa sono questi sabati, in cui particolarmente si ripone degli

eunuchi la speme? Qual’è la casa, quali le mura di Dio ove agli stessi

eunuchi seggio si ripromette e fama imperitura? E che cosa è la fama

istessa e le generose promesse, e la perpetua durazione della gloria

del nome di questi _eunuchi_? Io chiesi tutto questo agli interpreti,

ai glossatori antichi e moderni, e che cosa risposermi glossatori ed

interpreti? Nulla che non sia comune, vago, generalissimo; nulla che

solva condegnamente e pienamente i gravissimi problemi accennati;

nulla che dia moto, vita e senso alle parole del gran profeta, nulla

che non riveli in tutti un grande imbarazzo. Niuno pensò ai Cheniti,

niuno pensò ai Recabiti che Geremia ci ritrarrà, da lungo tempo stretti

organizzati in società; niuno s’avvide che qui il profeta evidentemente

favella di _proseliti ab antico_ vissuti in Israel, di proseliti

tratti seco loro in esilio, involti nella stessa sventura, ed a cui

il bisogno si sente di far suonare alta e solenne la parola della

speranza; niuno disse: Ma gli eunuchi sono gente ignota in Israel: non

di essi menzione in tutti i libri ispirati: non possibile nemmeno la

loro esistenza in Israel, di fronte al solenne inviolabile disposto

della legge di Dio, che interdice assolutamente ogni evirazione; niuno

concluse: Mestieri è dunque intendere di un _Eunucato_ volontario di

un _voto di continenza_; niun ricordò come il nome di _eunuco_ usasse

una religione insigne a denotare il celibato dei sacerdoti, niuno

avvertì come Policrate vescovo di Efeso nella sua Epistola a papa

Vittore, il chiamasse recisamente _eunuco_ e _uomo pieno di Spirito

Santo_; e per ultima negligenza niun pose mente al titolo che volontari

assumevansi i Farisei di _eunuchi_ comecchè nè evirati fossero nè il

celibato guardassero così rigorosamente siccome gli Esseni,[41] ma solo

per il costume come dissi continentissimo; niuno attentamente badò

all’espressioni del profeta, ove eunuco e proselita sono posti non solo

a contatto ma considerati i medesimi nei timori, nelle promesse, nelle

speranze; e tranne i predecessori degli Esseni, io non so veramente

dove eunucato e proselitismo siansi insieme trovati; non videro come

qui si vuol dire che il rimanersi senza prole non minacci la loro

esistenza, conciossiachè questa si fondasse non già sulla procreazione

materiale ma sulla perpetua aggregazione di nuovi fratelli, dei

discepoli, dei seguaci, dei figli nello spirito e nella fede; non

notarono poi come il vaticinio sia mirabilissimamente commentato dalla

storia, e Isaia giustificato da Plinio. Da Plinio che in quel famoso

passo del 5º libro, dove, come udiste, degli Esseni discorre, queste

parole lasciò scritte memorandissime. _Essi_, dice Plinio, (_gli

Esseni_) _non vengon mai manco, perchè tutto giorno si riducono a viver

presso di loro quelli che tirati sono ai loro costumi; e così_ (gran

parole!), _e così per migliaia di anni_ (che diranno Munk, il Franck,

il Salvador che li fan giovanissimi?), _e così per migliaia d’anni,

cosa incredibile a dirsi_ (è Plinio che si stupisce), QUESTA NAZIONE È

ETERNA DOVE NON NASCE PERSONA.[42] Isaia Profeta! sono profezie le tue

o sono storie? E tu Plinio, è la storia che tu ci narri o il vaticinio

che ripeti del grande _Isaia_? Tanto, e Profezia e Storia, e Plinio ed

Isaia, procedono mirabilmente concordi.

Io vorrei stasera spingere più oltre le nostre ricerche, e il

preziosissimo frammento studiare con voi di Geremia profeta. Egli è un

gran cap. il cap. 35 di Geremia per la quistione che ci preoccupa! ed

agio vuole e sviluppo maggiore meglio che ora nol consentan le forze.

Io farò punto: ma prima di accommiatarvi, un’altra volta ancora vo’

ripetervi le parole di Plinio. Ricordatevi, o miei giovani, dell’aureo

detto. _E così per migliaia di anni, cosa incredibile a dirsi! questa

nazione è eterna dove non nasce persona._

LEZIONE DECIMA.

Storia degli Esseni: Lezioni · 第 8 / 41 段