Io credo che non pochi insegnamenti abbiamo fin qui acquistato;

abbiamo veduto tra gli antichi Nazirei e gli Esseni parecchi correre

luminosissime attinenze, e tra ambedue altresì, e il sacerdozio

costituito in Israele; abbiamo in tanta antichità rinvenuti parecchi

degli elementi onde si formò di poi il nostro Essenato. Ma qui non

finisce la vena feconda del Nazirato vetusto, qui non hanno fine i

mirabili riscontri tra esso e’ moderni Nazirei che si chiamano Esseni.

Solo che meglio vi piaccia la natura indagarne, solo che le frasi dei

nostri Profeti, laddove dei Nazirei tolgono a ragionare, non vadano,

come avviene, perdute nel torrente di una irreflessa e precipitosa

lettura. Un passo principalmente vi ha di cui non si potrebbe

ragionevolmente inforsare la importanza. Egli è il Profeta Amos quando

rinfaccia ai coetanei suoi la ingratitudine onde ripagavano le insigni

beneficenze di Dio, quando ricorda loro il portentoso riscatto, le

spirituali divise con cui rivestilli, quando in ispecie ricorda i doni

profetici, le fatidiche ispirazioni; quando esclama in nome d’Iddio,

_E pure io fui quello che i figli vostri costituiva profeti e i giovani

vostri costitutiva Nazareni. Non è forse così, o Popolo d’Israel,

dice il Signore? Ma voi che faceste? Voi propinaste ai Nazareni il

vino conteso, ed ai profeti intimaste dicendo: Non profetate._ O io

m’inganno, o nuova sembianza è cotesta che assumono i Nazareni. Non

solo gente sacra e quasi sacerdotale, siccome vedemmo, ma gente, si

può dire arditamente altresì, gente profetica. Chi conosce il genio

della lingua Ebraica, la replicazione del concetto, nelle due metà del

versetto, le predilette sinonimie, il parallelismo frequentissimo,

non porrà menomamente in dubbio che nella mente di Amos, Profeti

e Nazireni, il vino dai Nazareni libato, e la esautorazione del

Profetismo non si unificassero a dirittura in un solo concetto. Per

chi è autonomo nei giudizi questo è d’avanzo. Per chi ama invece

poggiare sulle autorità ne avremmo a citare di soverchio. Potremmo

dire del Parafrasta Caldeo che con significantissima sostituzione

pone invece della parola _Nazireni_ il vocabolo Arameo _Malfin_ che

suona _insegnatori_; potremmo invocare il venerabile _Rasci_ che tale

ci offre definizione di cotesti del profeta, che più acconcia, più

precisa, più completa non si potrebbe dare degli Esseni medesimi;

quando dice cioè ch’erano i Nazirei separati dalle comuni costumanze,

e tutti dediti alla legge di Dio. Potremmo dal labro pendere di

Abenesra ove col consueto laconismo, ma altamente espressivo pel caso

nostro, _Nazirei_ dice _che consacrai a riprendervi, a santificarvi_.

Potrei chiamare a testimonio l’Abrabanel che dice il _Nazireato esser

preparazione allo spirito santo_, che aggiunge _essergli stato il vino

propinato onde lo spirito divino non scendesse sopra di essi, nè quindi

potessero vaticinare_.[28] Or che cosa sarà s’io vi dicessi che gli

Esseni andavano celebri per i loro vaticini e che non poche delle loro

predizioni ci sono da Giuseppe riferite, siccome a suo luogo vedremo?

Certo che vedreste allora nell’antico Nazirato, nelle doti profetiche

di cui va insignito un elemento nuovo dell’Essenato moderno, una pietra

nuova del grande edifizio, un preludio alle Esseniche predizioni: e che

sarà poi se vi farò toccare con mano nuovi riscontri nelle circostanze

più particolari della vita, nell’abito per esempio, nel regime tra

l’Essenato e i Nazirei; il sacerdozio antico e il Profetismo? Certo

non negherete che sarà un passo di più verso la mèta a cui aneliamo,

il ritrovamento delle parti integrali, degli elementi del grande

Istituto. Or bene, volete sapere degli Esseni l’abbigliamento? Mirate

ai Profeti ed ai Nazirei; due luoghi vi sono aurei tutti e due,

luminosi tutti e due per chi ha gli occhi per vedere, dove il costume

esteriore ci vien dipinto, ma di volo con un sol tratto, di Profeti

e di Nazirei. Costume uniforme dei Profeti, colà abbiamo, laddove

predicando Amos il discredito in cui saria caduta l’ispirazione, _tanto

vil cosa_ aggiunge _sarà reputata, che niuno vorrà simulare nemmeno il

portamento esteriore di un Profeta, che niuno più addosserà un mantello

peloso_.—Chi ha orecchi ascolti: un _mantello peloso_, ecco dei Profeti

la divisa, il destintivo. Che se non contenti di aver trovato, se così

è lecito dire, dei Profeti il figurino, ne voleste uno proprio di carne

e sangue in cotal foggia vestito, potrei io esitare un istante, potrei

io non vedere sorgere immantinente ai miei sguardi il severo, l’ispido

_Elia_, l’uomo come il descrive il sacro storico, l’uomo peloso, l’uomo

dalla cintura pelosa, Elia il Jesbita; Elia il solo superstite tra i

Profeti di Dio, Elia che al sol vederlo in questo arnese caratteristico

esclamano tutti? _Elia attisbi u?_[29] Ebbene mirate nell’autobiografia

di Flavio Giuseppe ciò che del costume va esprimendo dei più rigidi tra

gli Esseni, e mi saprete dire se troppo disforme da quello procedesse

tra i profeti usitato. Ma i men rigidi, i più urbani tra gli Esseni

come vestivano essi? Ah! egli è qui ove ritornano in campo non solo i

sacerdoti come gli Esseni _bianco vestiti_, ma ciò ch’è più, ritornano

in campo gli stessi Nazirei e un nuovo e parlante rapporto ci offrono

colla società degli Esseni. È tal cosa la Scrittura, o miei giovani,

che se uomo non tende l’orecchio del continuo a spiarne non ch’altro le

più fuggevoli espressioni, gran parte sperpera, miseramente perduta,

delle sue ricchezze. È un mondo che si rivela per cenni ed enigmi,

è la figlia del Re, secondo la magnifica parabola Zoaristica, che

solo rivela la faccia sua bellissima, dopo avere con ripetuti cenni

ed ammicchi l’attenzione e l’ansia provocate del suo amadore.[30]

Testimone l’esempio che abbiam tralle mani. Chi avrebbe detto che la

Bibbia contenesse perfino l’antico costume dei Nazirei? Eppure nulla

di più esatto, la Bibbia lo contiene, in una locuzione, in una idea

incidentale, ma pure lo contiene. Povero Geremia! Ei lamenta perdute

tante cose e carissime! Ma non dimentica, credete per questo, cose di

men rilievo, per esempio i bellissimi Nazireni e le loro vesti. _Dove

n’andaste_, sclama nel dolor suo, _Dove, o Nazareni dalle candidissime

stole più della neve bianche, bianche meglio del latte?_ (Treni cap.

IV, v. 7.) Perocchè glossa il venerando Rasci i _Nazirei e i Farisei_

(notate questo contatto e ponetelo in serbo per altro tempo) _i Nazirei

e i Farisei mostravansi al di fuori tersi e puri_ COLLE BIANCHISSIME

LORO VESTI, _alla neve somiglianti, siccome alla neve si assimigliano

le vesti dell’antico dei giorni, e siccome infine è costume dei

Ilasidini_; ed anche quest’ultima frase ponete in serbo, giovani miei.

Ed ecco il costume degli Esseni, il costume dei più miti tra essi

somministratoci dall’antico Nazirato, dal Nazirato consenziente anco

in questo col sacerdozio ministrante nel tempio di Dio.[31] Ma io

dissi che negli antichi profeti un vestigio ritrovato avremmo della

tavola degli Esseni, del regime degli Esseni. Dissi ben poco; doveva

dire e la dietetica e la dimora e la scelta del luogo. Vi è un passo

nel secondo dei Re ove la scuola dei profeti, _i figli dei profeti_

come allor si dicevano, banchettando a cielo aperto ci permettono

di osservare di che cosa si formassero le consuete imbandigioni. Io

veggo primi rammentati i legumi; e legumi pure erano il cibo favorito

nell’essenico refettorio, veggo radiche ed erbe qua e colà dai Profeti

stessi raccolte su per i campi; ed erbe e radiche alternavansi talvolta

negli essenici prandi. Che più? La scuola profetica abita non solo

sotto il medesimo tetto, tralle stesse pareti, ma soggiorna eziandio

lungi dall’abitato _presso le rive del Giordano_; e non sarebbe

temerità s’io dicessi che non del tutto andò errato Gerolamo quando

nelle frasi del testo intravide eziandio la costruzione di separate

cellette.

Aveva io ragione di sperare larga suppellettile di elementi, di

preludi, di presentimenti Essenici nella storia dei Nazireni, in

quella del sacerdozio, in quella dei profeti che tanta parte offron

pur essi della fisonomia dei Nazireni? Ma vi ha un’obbiezione che voi

potreste fare e ch’io perciò appunto amo di prevenire. Potreste dire:

il Nazirato era voto e vincolo; ma voto e vincolo a tempo, ch’è quanto

dire era assai diverso dall’Essenato che una consacrazione importava

la quale continuar doveva quanto la vita lontana. E benissimo vi

apporreste se tra Nazirato ed Essenato non corresse a senso mio divario

alcuno; se io dicessi le stesse forme, le stesse leggi essersi per

tanto corso di secoli dall’uno all’altro tramandate senza alterazione

alcuna. Ma ciò nè dissi nè poteva io dire in verità. Sebbene che dico?

È egli poi vero che il voto dei Nazireni fosse sempre temporaneo

come voi dite? Certo che così pensò e scrisse un uomo dottissimo il

_Munk_ nella _Palestina_. Ma con sua buona pace sia detto: il Munk

s’ingannò a partito. Non solo la tradizione attesta il contrario, non

solo esempi vi sono luminosissimi di Nazirato perpetuo, e basti citare

i nomi famosi di Sansone, di Samuele, e nei tempi Rabbinici di Elena

la pia Regina degli Adiabeni;[32] ma sopratutto il testo stesso su cui

pare il Munk affidarsi, se non dice aperto di un Nazirato a vita, non

parla nemmeno di tempo, non prescrive termine, nè limitazione prefigge.

Si dirà ancora che non vi fu Nazerato perpetuo? Io credo che la sua

esistenza non possa revocarsi in dubbio, e quindi un nuovo elemento,

un nuovo apparecchio emmi lecito intravedervi della grande e dotta

congregazione degli Esseni.

Io non lascerò, o miei giovani, l’argomento dei Nazireni, anzi che

non vi abbia fatto toccar con mano come oltre le regole, le leggi, le

istituzioni, il nome stesso di Nazireno sinonimizzi mirabilmente con

tutti quelli che in ogni tempo recarono gli Esseni, con tutta la ricca

suppellettile di nomi con cui a senso mio furono contradistinti. Primo

tra questi, e già in parte ve lo accennai altra volta, si è quello di

_Fariseo_; nome che nella sua vastissima comprensione anco l’Istituto

abbracciava degli Esseni siccome quello che dei Farisei era culmine

ed apogeo. Or che vuol dire Fariseo? Vuol dire _separato_. E come

direste separato nella lingua biblica, nella lingua della scrittura?

Direste precisamente _Nazir_; col qual nome avrebbe qualificato Mosè i

Farisei se al tempo suo fossero esistiti, in quella guisa che Farisei

avrebbero potuto qualificare i dottori i Nazireni?[33] Vi pare assai?

Udite ancora. Io vi dissi altra volta e ve lo proverò in seguito,

come speciale designazione degli Esseni fosse ai tempi Rabbinici

il nome di Hasidim. Volete ora vedere i Hasidim trasformarsi in

Nazireni? Certo che la metamorfosi vi parrà avventata. Pure nulla di

più preciso se aprite il Talmud al primo di _Nedarim_. Dove leggerete

questa confessione preziosissima; _che i primitivi Hasidim solevano di

frequente votarsi a Dio in Nazireni_.[34] Volete più? Certo che voi

discretissimi non esigereste di più: ma pure proviamoci: proviamoci a

recare il sinonimo di Nazir con Essena a quella evidenza che si può

desiderare maggiore. Voi vedrete tra non molto come il Talmud, come i

monumenti Rabbinici più antichi tracciano, siccome fu creduto finora

sul conto degli Esseni, come questo silenzio formasse sempre argomento

di legittima sorpresa per chiunque si facesse ad osservarlo, e come

questo preteso silenzio, fosse creduto, fosse ammesso non solo dai

dotti, dagli eruditi di ogni maniera, ma eziandio dai succedituri

Rabbini, dai dottori che sursero e scrissero dopo il Talmud i quali

quando ebbero contezza, strano a dirsi! per mezzo dei moderni scrittori

della esistenza di un antica setta fra loro per nome Esseni, quando di

essa ebbero come di peregrina e inaudita scuola a favellare, che nome

credereste che gli apponessero? il nome di _Nazireni_! Tanto pareva

loro confacersi agli Esseni l’antico nome di Nazireo, tanto al genio

rispondere il genio, la vita, le leggi alle leggi e alla vita.

Un grande insegnamento emerge, se io non sbaglio, dalle cose dette

sin quì, ed è questo: che senza ammettere una generazione diretta od

omogenea, grande però, massima parte di tutti gli elementi che la

vita composero e la esistenza dell’Essenato si trovano contenuti e

come in germe rinchiusi in seno al Nazirato ed al Profetismo. Purità,

sobrietà, dottrina, ispirazione, vita solitaria e cenobitica, costume,

dietetica e persino il nome loro caratteristico. Si può dire per

questo che tutte abbiamo le parti costitutive dell’Essenato? Io non

oso dir tanto: vi ha un elemento nella organizzazione degli Esseni

di cui traccia non solo nei Nazireni non si discopre, ma che pure

ardua, se non impossibile impresa, sembra trovarne vestigia nella

ebraica antichità; che dico? Che pare a dirittura contraddire alle

leggi, ai costumi, allo spirito generale dell’Ebraismo. E questo è

il _Celibato_. Il celibato fu egli dagli Esseni praticato? Ove sia

stato praticato, ha egli radici, ha egli origine nel genio, nella

storia, nel passato dell’Ebraismo? Io mi affretto a dirvi per ciò che

concerne la prima dimanda, come il celibato fosse istituzione sì degli

Esseni; non tale però che da tutti fosse egualmente praticata. Quando

delle leggi loro favelleremo e del loro Istituto, vedremo come gravi

restrizioni debbano accompagnare la divulgata sentenza che a tutti gli

Esseni indistintamente attribuisce il celibato. Pure si praticò; e se

non tutti come il più perfetto consideravanlo degli stati, certo che

appo taluni era in grande onore. D’onde quest’onore? D’onde questa

dissonanza dalla voce dei secoli che proclamava invece tra gl’Israeliti

maledetto, infame il celibato? Ardisco dire che l’ebraica antichità

non è sorda assolutamente al nostro dimando. Io vi so dire che certi

fatti vi sono e certe frasi i quali attestano manifestissimo che se pel

comune degli uomini, per le condizioni più comuni della vita sociale,

lo stato coniugale è lo stato più onesto, più meritorio, più religioso,

pure si dànno certi stati così sublimi, certi uomini così trascendenti,

certi momenti così augusti, in cui la virtù della continenza,

temporaria e passeggiera talvolta, si stende però altre fiate ad un

epoca così vasta, e talvolta abbraccia così una vita intera, che male

il nome si potrà contrastargli ed il carattere di _Celibato_. Quali

sono questi fatti e questi precetti? Un occhio penetrante li scuopre a

prima giunta nel gran campo delle scritture; una mente alquanto erudita

li ritrova nel grande emporio delle Tradizioni. Ecco i Dottori cui

amore stringe della vita speculativa, della vita ipermistica dispensati

formalmente dal matrimonio: ma di questo non dirò di vantaggio,

perciocchè non appartiene a rigore all’epoca delle origini. Ecco un

colloquio interessantissimo tra il sacerdote di Nobbe e David che

chiede cibo per sè e pei suoi. Ecco il sacerdote obbiettare come i

sacri pani non potessersi offerire a coloro che da contatto donnesco

non si fossero astenuti. Ecco David replicare essersi tutti da tre

giorni serbati continentissimi. Ecco Giobbe che pria di bandire i

Riti e il sacrifizio domestico, impone ai figli, apparecchiarvisi con

rigorosa castità. Che più? Ecco il gran fatto, il fatto più culminante

nella storia dell’Ebraismo, ecco la promulgazione della legge ed ecco

ciò che impone Moisè? Egli comanda si separi ognuno dalla donna sua

e tre giorni di severissima continenza li predispongano al condegno

accoglimento della parola di Dio. Volete più? Vi ha una tradizione

preziosissima certo non coniata in grazia dell’Essenato, ma che pure

torna mirabilmente in acconcio pel caso nostro, e la tradizione

riguarda Moisè. Si volle, si disse, che da quel punto in cui Dio fece

suonare quelle parole sacramentali «Ed ora qui rimanti con me;» il

gran profeta avesse letto nel volere divino l’obbligo di sequestrarsi

da ogni carnalità e di vivere oggimai la vita dei Celesti, e le sole

voluttà omai pregustare che il novello stato gli offriva nel consorzio

di Dio.[35] Che volete? Fosse consiglio della solitudine, fosse desio

di scuotere a dirittura ogni polve terrena, fosse vaghezza di una

perfezione superlativa, fosse persuasione di esquisita misticità, gli

Esseni nostri, allo stato aspirarono eccezionale dei grandi uomini

e dei grandi momenti nella vita dell’Ebraismo; aspirarono a fare

una regola, una legge dell’anormale e dell’eccezione, agognarono ad

ottenere del continuo quella istantanea elevazione in cui si tennero i

santi antichissimi in breve ora del viver loro; e invece di libare un

sorso della vita beata, vollero votare interamente la tazza. L’erezione

dello stato eccezionale in regola inflessibile, del transitorio

nell’immanente costituì tra gli Esseni il Celibato.[36] Questi sono i

germi, questa l’origine che ci offre la Bibbia. Quando parleremo della

istituzione in se stessa, avremo un altro termine fecondissimo di

raffronto, i Dottori e le Tradizioni; e il Celibato diverrà allora se

occorre anco più comprensibile. Per ora noi abbiamo fornita parte non

indifferente di nostra via, abbiamo notati, registrati nell’antichità

Ebraica gli elementi dell’Essenato. Abbiamo descritta la _embriogenia_

del grande Istituto. Otto giorni ancora e gli elementi disgregati,

inorganici, impersonali diverranno un ente vivo, storico, parlante,

organico, personale; in cui tutti o quasi tutti s’incarneranno i

discorsi elementi. Noi possiamo dire oggi: questi sono gli elementi

dell’Essenato. Noi potremo dire allora: questi sono degli Esseni i

progenitori, gli antenati. Noi diciamo oggi, ecco le pietre, ecco i

materiali: noi diremo allora, ecco la fabbrica, ecco il palagio, o

almeno: ecco le fondamenta.

LEZIONE NONA.

Se prepotente io non sentissi il bisogno di giungere più ratto che

ci è dato a la mèta prefissa, la tela che noi andremo questa sera

svolgendo troppo maggiore argomento ci offrirebbe che quello di una

sola conferenza. Le cose che ho a dirvi sono molte, sono gravi, sono

di grande momento, sono la ricostruzione storica dell’Essenato per

tutti i tempi favolosi, incerti, storici della sua esistenza, sono la

storia della sua incarnazione durante i lunghi secoli che precederono

l’Essenato propriamente detto, egli è infine l’_albero genealogico_

del grande istituto. Io stringerò il molto in brevissimi termini, io

vincerò il desiderio che pur provo vivissimo di farvi assaporare di

ogni parte il valore di farvi misurare sol collo sguardo gli amplissimi

orizzonti che ad ogni tratto ci si schiuderanno dinanzi, nè a questo

bisogno meglio che desiderio, verrei men di certo se io non contassi

sulla vostra penetrazione, sul vostro acume. Supplite voi al manco del

mio dire; intendete meglio che io non possa spiegami. Fecondate colla

mente ingegnosa i dati che vi vado porgendo, indovinate quello che

per brevità io taccio, andate più lungi colla mente di quel che a me

sia conceduto lo andare colle parole; e sopratutto stringete tutte in

un fascio le cose che sono per dirvi: sia la vostra mente un filo,

anzi sia poderosissima catena che tutte unifichi le cose che sono per

dire; alla seconda vi ricordate la prima, alla terza prima e seconda;

nè giunga del mio dire la conclusione, senza che le precedenti cose vi

stiano tutte dinanzi all’occhio della mente schierate, così io sarò

breve senza pericolo, e voi istruiti sarete senza disagio.

Voi lo ricordate. Abbiamo trovato nelle passate conferenze gli elementi

dell’Essenato, adesso ci è d’uopo trovare l’Essenato medesimo.

Abbiamo veduto i suoi principii, adesso ci è mestieri vedere i suoi

antenati; veduto abbiamo la storia delle sue idee, ci conviene adesso

la storia studiare dei suoi precursori. Dove cercarla? Non vi dirò le

laboriose investigazioni che emmi costata la costatazione di questa

origine, la sua ordinazione, la sua confermazione. Voi stasera, o

miei giovani, coglietene il frutto, ed il saperlo sarà il mio premio.

Dove cercarla? Cercarla io dico colà ove l’origine si cerca di quanto

vi ha di più nobile e venerando in Israele, dove si cerca l’origine

della Reale Dinastia Davidica cioè nell’innesto di un ramo pagano sul

ceppo ebraico,[37] nella Moabita Rut che fu madre del Regno siccome

leggiadramente chiamaronla i Dottori; dove si cerca l’origine di alcuno

tra i Profeti stessi, siccome Obadia che di pagano che era si fece

ebreo secondo i Dottori, dove si cerca l’origine dei più illustri tra i

Dottori i quali pressochè tutti sortirono a confessione di loro stessi

i natali da progenitori pagani: tra i quali si potrebbe citare per

tutti il gran Proselita Onchelos, il più popolare tra tutti i Dottori.

Cercarla infine tra i Pagani al Giudaismo conversi, cercarla nella

nobil famiglia dei Proseliti. Perchè così abbia disposto il Signore,

perchè non sia gentil pianta nell’ebraico giardino che un ramo non

rechi innestato dell’agreste e selvatico Gentilesimo; troppo vorrebbesi

lunga e protratta disamina perchè ci sia qui lecito il tentarla. Io

domando solamente se l’Essenato deve al Proselitismo la sua origine,

se in questo solo senso avvera l’opinione di coloro che gli Esseni

dichiararon _Pagani_. Quale è tra i Proseliti che ricorda la Storia,

il santo seme, onde poi allignò il rigogliosissimo albero? Io non so

se ben m’apponga, ma io credo che il nome non vi riesca ignoto. Avete

mai, o miei giovani, udito parlare di Jetro, di _Jetrò_ il sacerdote

di Madiani, il suocero di Mosè, il suo consigliere, lo approvato dal

Signore, il primogenito tra i conversi, e secondo un antico Rabbino

spagnuolo _David di Leon_, l’iniziatore di Mosè alla vita religiosa,

alla propedeutica religiosa; tanto che se Mosè dir si può il padre di

nostra fede, Jetrò se ne può dire l’avo? Io dissi primogenito tra i

conversi e n’ho ben d’onde. Ho per me la tradizione che lo attesta,

ho per me la formula quasi della sua abjura laddove all’udire il

portentoso egresso di Egitto esclama ammirato: _Ora sì riconosco che

grande è l’Eterno al di sopra degli altri Dei._ Ho per me l’atto

istesso con cui al culto s’inizia nuovamente abbracciato, quando a

Dio appropinqua olocausti ed ostie pacifiche, quando alla sacra mensa

banchettan festanti assieme al Neofita, Mosè, Aronne e gli anziani

tutti d’Israele; ho per me l’onore unico da nessun altro partecipato,

tranne Jetro, di essere istitutore della Ebraica Magistratura, Dio

consenziente non solo, ma encomiante; ho per me le parole mirabilissime

di Mosè ove si confessa, quasi non dissi al grande suocero inferiore,

quando cioè istantemente lo supplica di procedere seco lui per lo

deserto, quando Jetro rifiuta dicendo: _No, che solo al paese mio

tornerommi e alla mia patria_; quando senza lasciarsi ributtare

al primo rifiuto torna Mosè e prega e scongiura, quando il titolo

onorandissimo prodigagli il gran Profeta di suo duce, di suo conduttore

e, secondo la forza dell’ebraico vocabolo, di _occhio suo_. Ho per me

i dottori quando dicono che ridottosi al suo paese non quietò il gran

Proselita sino a tanto che non ebbe il culto degli idoli estirpato

dalla sua famiglia; e questo è Jetro, e questa è la sua conversione.

Ma della sua famiglia altresì io parlai e della di lei conversione.

Dove ne sono le prove? Parlai dei dottori e delle lor tradizioni, ma io

doveva dire la scrittura, la Bibbia in quei fatti momentosissimi ove

si fa parola della discendenza del gran Proselita, ove ti apparisce la

sua figliolanza costituita veramente in società distinta, sì, ma pure

dimorante in seno agli Ebrei, ove per gran fortuna possiamo passo a

passo seguire le vicissitudini tutte dei Jetroiti, ove al tempo istesso

che vi leggiamo la loro storia, una esatta dipintura ci si porge

altresì della successiva, della lenta formazione di un dotto di un

Religioso Istituto in quella famiglia. Io oso dire che non è senza una

particolare provvidenza che la Bibbia ci ha serbato memoria di questo

fatto, che di tratto in tratto ha deviato dal suo prescritto cammino

per toccare delle fasi in vari tempi percorse dai discendenti di Jetro.

Quali sono queste fasi? In qual guisa vi si può come in ispecchio

mirare la secolare concezione dell’Essenico Istituto? Ecco il come ed

ecco i fatti.

Storia degli Esseni: Lezioni · 第 7 / 41 段