Ma di queste fole più non si parli. Diciamo piuttosto di argomenti più

serj. E serissimo, a parer mio, è quello che si trae da Giuseppe e

Filone[23] Io già ve lo dissi, Giuseppe e Filone furono i due scrittori

che tolsero con qualche diffusione a narrare della scuola, delle

dottrine degli Esseni; e l’ultimo in spezial modo, che due interi libri

dettava a descriverne lo istituto, oltre quelle diffuse nozioni che

qua e colà sparse si trovano per avventura nelle opere rimanenti. Or

bene, Giuseppe e Filone non sono soltanto gli storici, gli espositori,

i descrittori del grande istituto, ma ne sono eziandio, e in grado

eminente, i panegiristi, gli encomiatori, i lodatori. Non cessano e

Giuseppe e Filone di laudarne la virtù, di celebrarne le dottrine, di

encomiarne il costume; e tanto profuse e tanto magnifiche riescono

di costoro le lodi, che grave ingenerarono sospetto nell’animo ai

posteri, non forse più che verità consentisse, di gioconde e gaie tinte

spargessero il quadro ad attirare la stima, l’ammirazione, l’ossequio

del mondo gentile. Dite di grazia. Potevano e Giuseppe e Filone con

tanta pompa favellare di un istituto _Cristiano_, d’un Istituto che

cattedre ed altari elevasse contro la pristina fede; il potevano essi

che nacquero e vissero e morirono nella più pura ortodossia?[24] Il

poteva Giuseppe, che non rifinisce di laudare la scuola farisaica,

ch’è quanto dire la scuola che più apertamente si osteggiava dal

Cristianesimo; il poteva Filone, che la vita consacrò e gli studj e le

fatiche alla esaltazione del nome, della fede ebraica, e che la età

senile non trattenne dalla famosa ambasceria a Cajo Caligola, dove

alta e solenne levò la voce in difesa dei patrj riti e della patria

salute? Che se Filone e Giuseppe, Ebrei pronunciati, non potevano tante

lodi prodigare se non ad Ebrei; se gli Esseni, ebrei essendo, non

lasciavano di possedere parecchie doti, qualità, costumi, istituzioni

che il Cristianesimo si appropriò, come desumere da queste simiglianze

la identità? Come non avriano potuto essi che queste cose possedevano

di proprio in antico, come non avriano potuto continuare a ritenerle

senza farsi Cristiani? Certo che il potevano e certo ancora che i

generosi encomj dei due grandi Israeliti fanno fede pienissima contro

ogni supposta apostasìa. Però Filone di lodarli non si contenta. Due

libri ei scrisse, come vi ho detto, di cui il primo consacrò agli

Esseni, l’altro dedicò ai Terapeuti. Il primo suona: _Ogni onest’uomo

è libero_, il secondo si chiama, _De vita contemplativa_. Or bene,

il prima è prova come a senso di Filone, Ebrei fossero gli Esseni,

poichè di costoro favellando, il nome apertamente e la qualificazione

gli assegna di Ebrei. Si può dire altrettanto dei Terapeuti che prese

a têma della seconda opera sua? Certo che sarebbe meno esplicita la

deposizione Filoniana, se non sapessimo che la vita contemplativa forma

come una parte seconda del primo libro rammentato; più, se nel passare

dagli Esseni ai Terapeuti, se nel prendere di quest’ultimi a favellare,

una frase ei non usasse ove i legami, la parentela delle due sètte

apparisce manifestissima; se, infine, concorde non sorgesse oggimai

una voce ad ammettere tra Terapeuti ed Esseni, non solo alcun tratto

di somiglianza, ma salvo qualche varietà d’indirizzo, una sostanziale

e perfetta identità; se di questo universale ossequio facendosi

interprete, non ci ammonisse il _Jules Simon_, nella _Istoria della

scuola di Alessandria_, così dicendo: _Il est plus que vraisemblable

que les Thérapeutes sont des Esséniens voués à la contemplation_;

e ciò che più monta, se queste parole precedute non fossero da un

coscienzioso esame sul preteso cristianesimo dei Terapeuti. Che se

Ebrei sono gli Esseni a confessione di Filone, se i Terapeuti altro non

sono che Esseni contemplativi, chi non vede come le insegne di Ebrei

più ai Terapeuti non disconvengano, che non agli Esseni?

È egli Filone il solo a proclamare degli Esseni lo ebraismo? Per

ventura, non è il solo. Una voce vi ha, s’è possibile, più autorevole,

che l’attesta. E qual è? La voce della cronologia. Attendete, e con

qualche diligenza mi seguite, chè si tratta di cifre. Quando nacque

Filone? Nacque, e ne abbiamo certezza, l’anno 724 dalla fondazione

di Roma. Quando scrisse le opere in discorso, quando parlò, quando

l’elogio compose dei Terapeuti? Egli dice che era, allor giovanissimo.

Giovanissimo, accennerebbe ai 20 a 30, ma pure diamogli, se così

volete, anni 40, i quali addizionali ai 723 dalla fondazione di Roma,

costituirebbero la somma di 763. In che anno della romana fondazione

nacque Gesù? Nacque il 753, ch’è quanto dire non più di anni dieci pria

che Filone a scriver si accingesse le opere sue; non più che dieci anni

prima del grande e sublime ritratto che ci porge Filone dell’Essenato

Egiziano, coi suoi romitorj, colle sue leggi, colle sue tradizioni,

col suo culto purissimo, e, ciò che più urge al fatto nostro, colle

sue istorie, coi suoi libri antichi, colla venerata memoria dei suoi

predecessori.

È egli possibile, dopo prove siffatte, parlare di Terapeuti Cristiani?

Però vedete astuzia! Noi citammo Filone e i suoi encomj; encomj

incomprensibili in bocca ad un Ebreo, ove i Terapeuti supporre si

vogliano cristianeggianti. Or bene, che credereste che facciano gli

avversarj! Con un colpo di mano ci rapiscon Filone. Audacia direte

enorme, se altra fu mai. Ma pure la è così. Se Filone credeste

finora Ebreo, disingannatevi. Egli è Cristiano, e davvero Cristiano,

testimone S. Pietro che in Roma vedutolo, lo convertì. Ma la buona

gente non guarda tanto per la sottile, nè spinge più che tanto le sue

indagini. Non cerca, per esempio, se il preteso Cristiano ci abbia di

cristianesimo alcuna traccia tramandato nelle opere sue; che strana

cosa ed incredibile veramente sarebbe questa, se tutto lo zelo ed il

fervor del neofita una sola parola posta non gli avessero in bocca,

non dico di elogio, di venerazione, di fede, ma nemmeno di semplice

ricordanza, di semplice citazione. Non veggon cotestoro che invano

tutto questo si chiederebbe alle opere Filoniane, che per quanto si

stendono, non menzione vi ha di G. C., non di Pietro il conversare

preteso, non dei Vangeli, non dei dogmi cristiani; ove dogma cristiano

non vogliam dire la teoria del _Verbo_, comune non solo alle religioni

orientali, ma propria altresì di Platone suo donno e maestro; non

infine di quel dogma menzione, sul quale tutto s’appunta l’edificio

cristiano, voglio dire l’Incarnazione o, come Gioberti il chiama, il

dogma teandrico. Che se occhi non han costoro per vedere, non hanno

nemmeno orecchi per udire; per udire, per esempio, Giuseppe quando,

sopravvissuto a Filone, di Filone parla con la riverenza ch’ei sentiva

per un tant’uomo; quando lo dice insigne nella sua nazione, quando

leva a cielo l’attaccamento di Filone alla fede, alla patria, a

tutto Israele. Avria così di Filone favellato Giuseppe, se Filone

conchiuso avesse la vita nella apostasia, nella fede cristiana?

Certo che non avrebbe; e certo egualmente che le lodi di Filone sul

labbro a Giuseppe, come quelle degli Esseni in bocca a Filone, come

tutti gli altri accennati argomenti, sono una catena ben connessa,

ben stretta, ben coerente, che c’interdicono, degli Esseni parlando,

i limiti varcare e i confini dell’Ebraismo. Io potrei valermi del

dritto di rappresaglia; potrei sotto ai vessilli riparare del Salvador

e sancire quella derivazione che egli propone delle idee cristiane

dall’Essenato; potrei dire con esso: _son organisation et ses mœurs

occupent un rang très élevé parmi les causes qui pendant la jeunesse de

Jésus imprimèrent la première impulsion à sa pensée_; potrei far eco ad

_Adolfo Esquirol_, il quale non dubitò sentenziare: «Les Evangélistes

se rattachent par leur Maître à la secte des _Esséniens_.»[25] Potrei

tutte queste cose togliere a dimostrare; e comecchè tornerebbe agevole

con corredo non esiguo di prove sussidiarle, ciononostante mi rimarrò,

che dette influenze esteriormente esercitate dall’Essenato, qui non è

luogo a trattare. Ci basti che inviolati ne sieno i sacri recinti, ci

basti che pura ed intemerata e legittima ne sia la origine, ci basti

che del più puro sangue sia egli concetto del corpo ebraico.

LEZIONE OTTAVA.

Grande ricerca, o signori, imprendevamo, ed è questa la origine degli

Esseni. Noi esautorammo le false, le spurie derivazioni che pregiudizi

multiformi ci volevano imporre, noi respingemmo _là dove il sole tace

di verità_ l’origine pagana, e dopo questa l’origine alessandrina, e

per ultimo vedemmo di che sapesse la cristiana paternità. Mestieri è

ora rivolgere a migliore indirizzo le nostre forze, mestieri è pure

ch’_a correr miglior acque alzi le vele omai la navicella del mio

ingegno_. Però se il còmpito nostro riesce tuttavia grave e scabroso,

quanto però non ci si presenta e più piana e più secura la via! Noi

conosciamo gli scogli e li eviteremo; noi sappiamo come circoscritta, e

per ciò stesso più sicura sia al presente l’opera nostra, noi sappiamo

come esclusi, eliminati per sempre il Paganesimo, la filosofia, e il

cristianesimo quai padri presunti del grande Essenato, non ci resti che

una fede a cui chiederlo, un popolo ove cercarlo, una filosofia a cui

riferirlo, e questa è la filosofia, la fede, il popolo Ebraico. Ma se

sappiamo che il campo ove nacque fu l’Ebraismo, ci resta a conoscere

il _dove_, il _quando_, il _come_ e quel germe particolare e quel

particolare terreno conoscere ove il gloriosissimo albero allignava;

ch’è quanto dire la origine propria, la origine propriamente detta

del grande istituto degli Esseni. Però due cose si distinguono in ogni

corporazione, in ogni istituto, e quindi duplice è il modo con cui

considerare se ne può la origine. Dissi due cose, e ve lo provo. È la

prima la parte per così dire _ideale_, _rudimentale_, gli elementi che

costituiscono ogni corpo sociale, le pietre a così dire distaccate

del grande edifizio, le molecole primitive di cui è composto, i

materiali di cui fu fatta la fabbrica.—L’altro aspetto, è la fabbrica

in sè stessa, e il tempo, la data, l’origine, della sua esistenza

complessiva indivisa, definitiva; l’origine, starei per dire, della

combinazione dei diversi elementi costitutivi in un tutto ordinato,

organico, positivo, esteriore. Quindi due origini quando degli Esseni

si parla: origine degli elementi delle parti loro costitutive, e

questa è l’origine prima:—Origine poi della personificazione della

incarnazione di questi elementi in un ente sociale, e questa è

l’origine seconda. Io chiamerò la prima _origine dell’Essenismo_ o

_Essenato_ in quanto accenna ai caratteri ed alla genealogia storica

dei principj; io chiamerò la seconda _origine degli Esseni_ in quanto

meglio allude agli uomini in cui l’Essenato divenne persona, e alla

genealogia storica dei suoi professori. Facciamoci dalla prima di

queste origini, dall’origine dell’_Essenato_ ossia dei caratteri, delle

idee, del genio delle istituzioni degli Esseni. Io credo che voi non

disconoscerete la importanza di questa ricerca. Quando pure avverso

fato ci contendesse il rintracciare la seconda di queste origini,

cioè l’incominciamento storico, individuo, complessivo della setta,

ei sarebbe acquisizione preziosissima la storia, la origine degli

elementi di cui si compose. Ma il fato ci arriderà benigno meglio

che non estimate; e lo studio che siamo per fare al presente, verrà

compito, integrato da quello che faremo di poi; e l’origine delle idee

vedrà immediatamente seguirsi l’origine della loro personificazione

in un sodalizio. Io chiedo adunque all’Ebraica antichità gli elementi

dell’Essenato, e che cosa mi risponde l’Ebraica antichità? Ella mi

risponde, offrendomi una istituzione in cui, siaci lecito il dirlo,

gran parte si dipinge dei caratteri e dell’Essenato, ed ove tranne

l’associazione, l’organizzazione sociale, e tranne il celibato, la

fisonomia splendidamente rifulge di precursori, di preparatori del

grande Istituto. Qual’è questa istituzione? Ella è l’istituzione

del Nazirato. Non so se voi quanto sia mestieri conosciate che

cosa è Nazirato: fatto è che nè conosciuto nè apprezzato egli è a

parer mio quanto pure si dovrebbe. _Nazirato_ era quello stato di

religiosa separazione in cui volontariamente si poneva ognuno che

più particolarmente si volesse a Dio dedicato. Si dedicava, o miei

giovani, al Signore con tre specie di voti che i precipui obblighi

costituivano dei Nazirei. S’interdiceva in primo luogo non solo il

vino ma l’aceto, ma l’uva istessa, e stando alla parola _Scehar_

ogni bevanda eziandio inebriante. S’interdiceva in secondo di rader

un sol capello della chioma, la quale doveva al termine del suo voto

recidersi tutta ed al fuoco bruciarla del sacrifizio che il Nazireo

offeriva; s’interdiceva per ultimo di venir menomamente a contatto con

un cadavere, nè qualunque altro genere contrarre di impurità che da

quel derivasse. Di questi tre voti, di questi tre obblighi, due vediamo

comuni agli Esseni; comune cioè la interdizione del vino, siccome a

suo luogo vedremo, comecchè da talun contestata; comune l’orrore da

ogni corporea impurità, come più estesamente sarà da noi dimostrato;

e se comune non vediamo egualmente la intangibilità della chioma,

egli è perchè la perpetua consacrazione, il vincolo non temporaneo

degli Esseni la rendeva impossibile, e soprattutto perchè la legge

dei Nazirei _formalmente ne assolveva coloro che la intera vita

sacravano_, siccome meglio dalle cose sarà chiarito, che in appresso

diremo. Voi comprendete già come questi strettissimi obblighi, uno

stato costituissero pegli Esseni di particolare santità; ma quanto più

questi voti non acquisteranno valore se li vedrete dovunque applicati

ove una maggiore si esiga o più esquisita perfezione religiosa! Se li

vedeste per esempio iterati e tra i doveri annoverati dei sacerdoti;

se esplicita invocassi l’inibizione che ai sacerdoti interdice l’uso

degli inebrianti ogni qual volta l’alterno servigio li chiamava

attorno il santuario: se vi mostrassi _Nadab_ e _Abiù_, i due infelici

figliuoli di Aaron, divorati da un fuoco miracoloso solo per aver,

secondo la tradizione, libato del vino al loro ingresso nel tempio;

se vi citassi infine la legge che vuole i giudici _pro tribunali_,

sedenti sobri per tutto quel giorno di liquore ebriante; se vi dicessi

con Ezechiele che i sacerdoti non debbano radersi assolutamente la

testa, ma sì tanto della chioma rispettare che bella mostra faccian

di sè nel pubblico servigio; se tale vi citassi una frase in Geremia

ove la capigliatura, la lunga chioma è detta serto, è detta corona; se

passando poi al tema delle impurità, vi mostrassi i Nazirei equiparati

nelle rigide osservanze non solo al volgo dei sacerdoti, ma al grande,

al sommo pontefice egli stesso il quale solo esso in questo ai Nazirei

somigliante, doveva non solo da ogni impurità tenersi lontano, ma

nemmeno gli estremi offici rendere ai prossimi parenti, al padre,

alla madre, al fratello, alla sorella, pei quali invece al sacerdote

volgare era conceduto immondarsi.[26] Che più? Se vi mostrassi a certi

effetti, in certi casi e secondo certe opinioni, il Nazireo allo

stesso pontefice sommo in santità sovrastare, quando cioè pontefice

e Nazireo imbattutisi per caso in cadavere derelitto era imposto al

sommo pontefice rispettare la santità del Nazareo e la propria dignità

obliare per rendere gli ultimi doveri a quel corpo infelice. Certo, che

dopo avere tutte le anzidette cose udito a ricordare, certo esclamerete

che ben grande doveva essere nella mente del divino leggidatore, del

Nazireo il concetto. Che sarà poi se i termini intenderete con cui sul

conto suo si esprime? E quai termini! _La corona di Dio è sul capo

suo_, vi dice aperto il sacro testo.[27] Non basta: Per quanto dura il

suo Nazirato _sacro_ è desso al Signore. Termini che nè diversi, nè più

pomposi suonano pel sacerdozio, termini chè chiaramente la parentela,

l’affinità ti rivelano, che volle Iddio stabilita tra il Nazirato e il

sacerdozio, tra il Nazirato sacerdozio incoato, virtuale, temporario, e

il sacerdozio Nazirato attuale e perpetuo. Voi udiste parlare di corona

sacra a proposito del Nazareo, e di sacra corona intenderete parlare a

proposito del sommo pontefice. Voi udiste il Nazareno qualificato sacro

al signore, e _sacro al signore_ recava in lettere d’oro sul frontale

inciso il sommo pontefice. I sacerdoti sono ministri dei sacrifizi, e

ministri esclusivi, chi non lo sa? Ma pure se vi fu uomo che tutte le

ordinarie regole conculcando dei sacrifizii, si sia eretto a pubblico,

a solenne immolatore, e se eretto si sia comecchè nè sacerdote nè in

luogo celebrante al culto di Dio dedicato; se uomo cotale vi fu, ei

fu un Samuele, ei fu un semplice levita, ei fu un Nazareno; e se in

progresso di tempo, e se dei redivivi Nazareni, e se infine degli

Esseni fu detto siccome da Giuseppe apparisce, che fuori del tempio

sacrificavano, chi sa che lo esempio di Samuele ad accreditare non

sia valso una opinione siffatta! Fatto è che il carattere sacro,

religioso e quasi ieratico non fu mai ai Nazarei disdetto: non lo fu

nemmeno ai tempi malaugurati della invasione siriaca. Quando, secondo

un preziosissimo testo dei Maccabei, nel primo di questi libri al

capitolo 3º, ritiratisi gli Ebrei fuori di Solima seco recano dalla

santa città a Maspa, ove s’adunano e si accampano, tutto chè di più

sacro e prezioso avessero nel tempio di Dio; quando siccome si esprime

il testo istesso dei Maccabei, _bandito un generale digiuno e postisi

dei sacchi attorno e della cenere in sul capo, spiegano i libri della

legge, arrecano le vesti sacerdotali, le primizie e le decurie e

fanno venire innanzi i Nazirei_, quando non sapendo in qual luogo più

sicuro riparare tanto tesoro, esclamano, dice il testo, _con gran voce

dicendo: Che faremo a costoro e dove li meneremo? Conciossiachè il

tuo santuario sia calpestato e profanato, e i tuoi sacerdoti sieno in

cordoglio e in afflizione_.

Storia degli Esseni: Lezioni · 第 6 / 41 段