Io vi dissi che gli argomenti dal signor Frank invocati a

sostegno della _autonomia_ cabbalistica, militavano con non minor

urgenza in favore dell’autonomia degli _Esseni_. Giudicatene voi

stessi.—Ignoravano, egli dice, i dottori di Palestina, i loro

confratelli di Egitto. In qual guisa le scuole pagane avriano

conosciuto? Non è egli, io aggiungo, cotesto validissimo argomento

in favor eziandio della originalità degli Esseni? Ma più. La lingua

greca, dice il signor Frank, era in onore: sì, ma appo gli Israeliti di

Palestina non era però familiare. Vedete, egli aggiunge, vedete Flavio

che pure nella scienza pagana ci sembra tra i coetanei il più erudito.

E pure, chi il crederebbe? è Flavio stesso che ne depone, è la sua

confessione, sono le sue parole: _Mestieri egli ebbe di chi nella greca

favella lo erudisse, quando prese a dettare le sue istorie.—Mestieri

ebbe di porsi al fianco tale, che nella lingua dei Greci quelle nozioni

possedesse, di cui egli era digiuno. Mestieri fu che le istorie sue al

costui sindacato sottoponesse._—Non basta. Flavio non recita sol di sè

stesso la confessione, ma la ignoranza egli autentica altresì di tutti

i suoi contemporanei, i quali al dire di lui poco in generale delle

lingue curandosi, poco eziandio coltivavano lo idioma dei Greci; e se

l’idioma, dice il Frank, era così trascurato, come potevano meglio

conoscere le dottrine in esso idioma vergate? Bene, a parer mio,

argomenta il signor Frank, e non meno bene noi stessi argomentiamo.

Io torno e domando. Avvi nulla in questo raziocinio che a capello non

si acconci alla istituzione degli Esseni? Avvi nulla che più manifesto

resulti della loro autonomia?—Ma più oltre spinge il signor Frank la

intrapresa argomentazione, e più oltre con esso noi pure procederemo.

Che cosa dice il signor Frank? Poniamo, egli dice, che la lingua si

conoscesse. Poniamo che queste materiali difficoltà che noi vedemmo

frapporsi alla comunicazione dei due paesi, non esistessero; mettiamo

anzi, che liberamente le idee alessandrine in Palestina circolassero, e

quelle di Palestina nello Egitto avessero accesso. Sarebbe per questo

più probabile l’adozione delle dottrine dei Greci tra gli Ebrei, tra i

dottori di Palestina? Lo nega il signor Frank per ciò che le dottrine

cabbalistiche concerne, ed ha ragione. Chiama il Frank a rassegna, e

concludenti ed infiniti sorgono alla sua voce, fatti, assiomi, decreti,

anatemi, che tutti attestano concordi l’errore, la repugnanza in cui

si avevano tra i dottori antichissimi le dottrine dei Greci. Egli

chiarisce assurda, impossibile la pretesa consecrazione di teorie

forestiere; egli restituisce alla teologia cabbalistica i suoi titoli,

la sua ingenuità, la sua cittadinanza.

Io credo che niente più grecizzante sia il nostro Essenato, il

quale, come vi accennai sino dall’esordire, tra le più distinte

file si reclutava del nostro dottorato; che n’era, a così dire, il

_substratum_, la _quintessenza_, il patriziato, e quindi doveva tutte

parteciparne le viste, tutte le repugnanze. Finalmente, vi ha un

argomento al quale come ad _ultima ratio_ ricorre il signor Frank; nè

male veramente si appone, sendo questo, e per esso e per noi, decisivo.

Egli è l’argomento cronologico. Prova il Frank che R. Iohanan Ben

Zaccai, grande Patriarca della misteriosa _Mercabà_, molto tempo

innanzi fioriva che una scuola si schiudesse in Alessandria, che un

solo filosofo vi facesse udire delle sue dottrine la voce. E non solo

R. Iohanan Ben Zaccai, ma un dottore ad esso posteriore, R. Gamliel,

quella scuola alessandrina precedette di tempo, conciossiachè da

lunga pezza egli fosse già morto quando i primi albori spuntavano di

filosofia nella città di Alessandria. Or bene (cosa meravigliosa e pur

vera!), non si avvide il signor Frank, che questa stessa cronologica

repugnanza si oppone a dirittura a qualunque preteso rapporto tra

l’Essenato e gli Alessandrini; che questa anteriorità ch’egli a buon

diritto conferisce ai dottori sulle scuole di Alessandria, di gran

lunga maggiore, vantano meritamente gli Esseni, siccome quelli che, a

confessione del medesimo signor Frank, erano, come attesta Giuseppe,

generalmente conosciuti non solo ai tempi superiormente indicati

di R. Gamliel e di R. Iohanan, ma in tempi assai più per antichità

ragguardevoli, ch’è quanto dire ai tempi di _Gionata Maccabeo_, quando

150 anni dovevano ancora passare pria che di Cristiani si parlasse,

pria che le scuole alessandrine risuonassero di quelle dottrine, che si

vogliono generatori, balj del grande Essenato. E questo è argomento che

davvero vi sembrerà categorico. Nè ciò basta.

Quando più saremo innoltrati nelle presenti esposizioni, molte

cose vedremo che a confermare varranno la impossibile derivazione

straniera del grande istituto degli Esseni. Vedremo la loro forte e

rigida organizzazione, i gelosi insegnamenti, le lunghe prove, le

incomunicabili dottrine, la perpetuità, la immutabilità dei dettati e

tutto; insomma, vedremo quello che costituisce una forte, un’autonoma

personalità, ove il genio spicca della _originalità_ anzichè della

_imitazione_, del profondo e concentrato sentire anzichè della

espansione, della interiorità anzichè della esteriorità. In una

parola, noi vedremo come non solo tutti gli argomenti dal signor

Frank accampati, ma ben altri ancora rendano sommamente improbabile

quella greca paternità, che pel Munk, pel Frank e per V. Gioberti si

volle agli Esseni assegnare. Adesso venga pure avanti nella prossima

conferenza l’origine cristiana, che non la temiamo. Faccia pure

l’estremo di sua possa, chè rimarrà ancor essa sconfitta. Tutti i

campioni che ella potrà mettere in campo, non salverannola dall’ultimo

eccidio. Dirò come David nell’atto di affrontare Golia: «_Ed io pure il

Leone, ed io l’Orso percossi a morte._»—Quando si è avuto l’onore di

convincere d’inesattezza gli autori questa sera rammemorati, si può a

buon diritto sperare di venire a capo di altri eziandio. E sin da ora

ai difensori della origine Cristiana potrò dire con Dante:

Ch’a più alto lion trassi lo vello.

LEZIONE SETTIMA

Movendo in cerca della origine storica, della derivazione degli Esseni,

due furono finora i sistemi che abbiamo discusso. Quali questi sistemi

si fossero, voi certo lo ricordate. Fu quello in primo del Salvador,

che questa origine pone durante la invasione dei Siriaci sul suolo

Ebraico. Fu quello in ultimo che sotto gli auspizj ci si offriva del

Frank e del Munk, i quali la origine veggono entrambi dell’Essenico

istituto nelle scuole, nelle idee, che la greca civiltà trapiantato si

ebbe sulla terra di Egitto. Qual fu il giudizio che emerse dal duplice

esame? Io non so se sbaglio, ma parmi avere abbastanza dimostrata la

improbabilità di ambedue i sistemi.—Avvi ancora un terzo da esaminare;

e quello si è che agli Esseni, all’Essenato un’origine attribuisce,

un carattere assolutamente cristiano. Potremmo noi senza citarlo in

giudizio procedere risolutamente alla dimostrazione di quella origine

che crediamo più vera? Io credo che nol possiamo. Nol possiamo, perchè

troppo si disdice ad accorto strategico, lasciarsi fiero e numeroso

nemico dopo le spalle. Nol possiamo, per le smodate pretensioni che

accampa, per la fama, per l’autorità dei suoi campioni; ed infine,

permettete che io aggiunga, per il legittimo e dolce desio di un

trionfo. Io ricordo però come il Profeta ammoniva, non prima doversi

celebrare vittoria, che l’arma non si discinga debellatrice. Mestieri

è dunque combattere, e combattere virilmente. Il campo conoscete,

conoscete del litigio la causa; solo vi manca di conoscere gli

avversarj, e dopo gli avversarj, le armi, gli argomenti proposti, e

infine i poderosi argomenti della difesa.—Quali sono gli avversarj?

Si può dire arditamente che nè maggiori potrebbero essere nè più

cospicui. Qui è per primo Eusebio, il quale nel secondo libro delle

_Istorie Ecclesiastiche_ non dubita di affermare, non altro aver

voluto Filone ritrarre, laddove degli Esseni prese a discorrere, che

la Chiesa Cristiana allora nascente. Eusebio che aggiunge (e di che

sappia l’asserzione vedremo fra poco) che il nome di Terapeuta vale

a dire il nome in Egitto equivalente a quel di Esseni, anzi la greca

traduzione del vocabolo Esseni, fosse comune appellativo dei primi

Cristiani, anzi che questo nome di Cristiani assumessero.—Qui Epifanio

che dice risolutamente, aver Filone nei Terapeuti dipinto il modello

e i prischi tentativi del monacato cristiano; qui S. Girolamo che,

per andare per le corte, converte di motuproprio al Cristianesimo

il nostro Filone, che storico degli Esseni, Egiziani ed Essena egli

stesso, fu quello le cui memorie togliamo anch’oggi qual guida, almeno

principalmente nella cognizione dell’antico Essenato; qui il pseudo

Dionigi Areopagita, che seguendo ciecamente l’andazzo dei suoi, giunge

sino a chiamare un monaco a cui scrive, col bel nome di Terapeuta;

qui Sozomeno, storico dei primi secoli dell’E. V., che alla sentenza

medesima aderisce, solo per correttivo aggiungendo aver forse gli

Esseni qualche vestigio conservato di riti giudaici; qui un cardinale,

il _Baronio_, che a dimostrare la verità dell’antico Cristianesimo

dei Terapeuti, così argomenta. Egli avverte il silenzio che degli

Esseni si conserva assoluto per tutto il corso degli Evangelj, ed

a questo silenzio non trova il Baronio che altre cause si possa

assegnare, tranne coteste due. È la prima, dice il Baronio, la identità

degli Esseni colla chiesa Cristiana. È la seconda la posteriore loro

apparizione alla predicazione evangelica. Ma la seconda, aggiunge

il Baronio, si oppone alla storia, che la esistenza degli Esseni

ricorda sin da’ tempi anteriori: dunque, sola è vera la prima, solo il

Cristianesimo degli Esseni basta a spiegare il silenzio evangelico.

Voi udiste l’argomentare del Baronio; udrete tra poco, come dice

l’Alighieri, _l’argomentar che gli farò avverso_. Per ora seguitiamo la

nostra rassegna. Io debbo un solo ancora ricordarvi degli avversarj,

e questi è il P. Montfaucon. Chi era il Montfaucon? Egli appartenne

al dottissimo ordine fratesco, alla regola di quel _grande che fondò

Cassino_, e fu Benedetto. Il Benedettino Montfaucon, che visse nel

secolo erudito del 700, lasciossi così appieno infatuare dal preteso

Cristianesimo dei Terapeuti, che a provarne ad esuberanza la verità, si

accinse, siccome credo per primo, alla traduzione di quelle opere di

Filone ove dei pretesi Cristiani, dei Terapeuti, è parola.

Ecco gli avversarj. Quali sono i loro argomenti? Parte ve ne dissi,

e questi più particolarmente appartengono agli autori rammemorati.

Parte adesso ne udirete, e sono quelli che più di frequente si

veggono dagli avversarj imbranditi.—Quali sono questi argomenti?

Sono tutti, si può dire, fondati sopra qualche supposta analogia

fra i costumi, le leggi, la società, il genio dei primi Cristiani,

e quelle dipinture che degli Esseni ci lasciava Filone. Ella è ora

la gerarchia che s’invoca dei Terapeuti, ove tutti i diversi ordini

sembra a costoro vedervi della Chiesa nascente; ora le guarigioni

dagli uni e dagli altri miracolosamente operate, i beni ai poveri

distribuiti, l’erario e gli averi comuni, l’amore delle chiose, dei

commenti allegorici, il predominio del senso mistico sul letterale;

eglino sono i digiuni, le macerazioni; ed infine, egli è il celibato.

Ecco gli argomenti nemici; ed ecco i nostri. Egli è, in primo luogo, la

contraddizione in cui cadde Eusebio, quegli stesso che primo vedemmo

accreditare tra i Cristiani la voce del Cristianesimo Terapeutico. Or

bene, tanto fu possente la verità, che lo stesso Eusebio non potè in

qualche luogo dell’opera sua contrastargli l’ossequio. Voleva Eusebio

provare come tra gli stessi Ebrei, nella stessa chiesa primitiva,

allignasse lo spirito, la tendenza al ritiro, alla vita solitaria,

alla contemplazione. Or che credete che faccia Eusebio? Egli cita

gli Esseni; gli Esseni che, a senso suo, attestano l’antichità del

genio cenobitico in Israel; gli Esseni che, per provare l’assunto,

devonsi supporre Israeliti eglino stessi; gli Esseni, infine, che lo

stesso Eusebio dovrà tra non molto dichiarare Cristiani. Si può dare

contraddizione maggiore di questa? Eusebio però non si contenta di

asserire, egli pretende inoltre provarne il Cristianesimo. Quali sono

le prove? I Cristiani, egli dice, ebber nome Terapeuti, anzichè quello

assumessero definitivo di Cristiani. È egli vero, costante, il fatto

da Eusebio allegato? Parecchi antichi ne mostrarono la falsità. Lo

mostrò, tra gli altri, il Basnage provando sino all’evidenza, come

il nome Cristiani venisse dalla Chiesa adottato anzichè il menomo

sentore avessero i nuovi credenti della esistenza nemmeno del nome

Terapeuti; ch’è quanto dire che i cristiani tal nome ricevessero nella

città di Antiochia, prima che altrove fosse predicato il Vangelo, pria

che Marco Apostolo fondasse la Chiesa Egiziana, della quale si volle

trovare i primi elementi nella scuola, nell’istituto dei Terapeuti. Che

se il nome di Terapeuta lo vediamo tra i Cristiani usitato, siccome

veramente il vedemmo, a denotarsi scambievolmente, che prova ciò?

Prova soltanto che la parentela, che la consanguineità Terapeutica

fu antico vanto, vanto preteso della Chiesa Cristiana; prova soltanto

che imbevuti siccome erano della origine Terapeutica, si gratificavano

scambievolmente di sì bel nome per una illusione che io chiamerei

volentieri illusione retrospettiva; prova soltanto che il credersi

dai Terapeuti originato, era un onore che avidamente si agognava. E

poi, chi meglio di voi conosce il senso lato, vasto, capacissimo del

nome Terapeuta, del nome di Essena? Voi sapete che cosa significa;

significa Medico, Risanatore, e Risanatore dell’anima, delle passioni;

ch’è quanto dire un concetto vi presenta che ogni religione, ogni

setta, ogni scuola, per poco che abbia amore di sè, per poco che

alto voglia infondere in altri il senso della sua eccellenza, si

approprierà volentieri, siccome quello che meglio adempie all’officio

nobilissimo per quel vocabolo additato. Che maraviglia, dunque, che il

Cristianesimo se l’appropriasse e che il togliesse, senza per questo

accennare precisamente ad una origine, ad una filiazione qualunque? Vi

ha ora l’argomento del Baronio, che dobbiamo giudicare con processo

sommario. Che cosa diceva il gran cardinale? Egli argomentava il

Cristianesimo degli Esseni dal silenzio degli Evangelj. Diceva il

Baronio: due sono le sole cause plausibili di questo silenzio: o

gli Esseni sono Cristiani, o ai tempi evangelici non esistevano.—Ma

l’ultimo dei supposti è falso, perchè gli Esseni esistevano veramente,

dunque è dimostrato che gli Esseni sono Cristiani.—Dante, quando

nell’VIII canto del Paradiso volle parlare di _Sigieri_, che insegnato

aveva logica in Parigi, disse di lui che nel vico degli Strami

Sillogizzò invidïosi veri.

Io non so in qual vico abbia sillogizzato il Baronio. Certo che i suoi

non sono invidiosi veri; piuttosto invidiosi falsi. Io potrei, a

combattere il Baronio, valermi degli argomenti del Basnage; ma non me

ne valgo per la ragione semplicissima, che credo un solo il vero, il

massimo degli argomenti, e questo non lessi scritto in alcun luogo. Non

dirò con Basnage al Baronio: badate che la rete del vostro dilemma, non

abbia in alcun punto a smagliarsi; badate che la setta degli Esseni non

era numerosa, e quindi può essere passata inavvertita; che il ritiro

in cui vivevano li sottraeva al rumore, alla pubblicità, e quindi

agli affari ed alla conversazione degli uomini. Ciò non dirò perchè

credo questi argomenti insussistenti; perchè credo che le sètte, le

scuole, non si _contino_ ma si _pesino_, che non valgano per _quantità_

ma per _qualità_; perchè credo che il ritiro negli Esseni non fosse

così assoluto quanto si vuol far credere; perchè credo che il ritiro,

la solitudine, serva talvolta a farti più rimarcare, e come oggi si

dice, a farti brillare per la tua assenza; e perchè, finalmente, il

non imbarazzarsi nelle faccende altrui, non è sempre infallibile

preservativo onde tu non sia molestato, accadendo infinite volte

che per quanto tu ami cansare piati o litigj, pure tanto frastuono

e baccano ti fanno d’intorno, che sei costretto finalmente a metter

fuor dell’uscio la testa per chiedere di grazia che cosa si voglia del

fatto tuo. E per questo non vo’ che il Baronio abbia facil vittoria

dei miei obbietti. Piuttosto vorrei sapere in qual guisa non siasi

degnato nemmeno considerare una terza alternativa, la quale rispettando

la storia e spiegando il silenzio degli Evangelj, non costringa per

questo a cristianizzare il grande istituto. E qual è l’alternativa in

discorso? È la possibile, la pensabile identità dell’istituto Essenico

con uno di quelli che il Vangelo rammenta, e che vissero cogli Esseni

ad un tempo, coi Sadducei, cogli Scribi, cogli Erodiani, coi Farisei,

con una insomma di quelle sètte di cui è menzione negli Evangelj. Io

credo, e voi già da un pezzo il presentite, come il più bello e più

grande resultato delle nostre conferenze, la dimostrazione perpetua

di queste mie lezioni, sarà il ritorno dell’Essenato in grembo a

quella scuola più vasta che ha nome dai Farisei; e questa identità,

la ragione, la storia, l’eloquenza dei fatti ci faranno debito di

consentire. Ma se per noi è dovere di ammetterla, pel Baronio era

dovere il discuterla. Perchè non la discusse? Perchè propose dilemma

che non è dilemma? È inutile il cercarlo. Il perchè voi già lo sapete,

perchè voi già ripeteste con me le parole di Dante.—Il Baronio, come

Sigieri, ma in senso molto diverso _Sillogizzò invidiosi veri_.[22]

E non solo il Baronio, ma moltissimi altri vedeste sotto quel vessillo

raunati. Quali sono le loro prove? Io ve l’esposi di già ad una ad

una, e ad una ad una verranno qui invocate in giudizio. Si parlò di

gerarchia, si vide tra quella dei Terapeuti e quella dei Cristiani

analogia di nomi, di officj, di organismo. Che vuol dire ciò? Vuol

dire, dicono gli avversarj, che i Terapeuti sono Cristiani: vuol dire,

aggiungo io, che questi tolsero a imitare i Terapeuti, in quella guisa

che tutte le idee e istituzioni, e il sacerdozio e i riti e tutto,

tolsero ad imitare dell’Ebraismo; vuol dire almeno che Terapeuti e

Cristiani, sendo da un corpo solo concetti e partoriti, offrono tra

loro quelle affinità di sembianze che sono proprie dei fratelli, dei

consanguinei. Ma non è sola la gerarchia: si citano le guarigioni

miracolose, si dice che proprie furono dell’una setta e dell’altra,

dei Cristiani e dei Terapeuti; e da questa comunanza la identità si

conclude dell’uno e dell’altro. Parvi che rettamente concludasi? Io

credo fermamente che a questa stregua, che a questa misura, poco meno

di mezzo mondo diverrebbe Cristiano; che il diverrebbero i Dottori, i

Farisei grandi taumaturgi, come ognuno conosce; che il diverrebbero

i sacerdoti pagani, che di simili guarigioni andavan superbi; che lo

diverrebbe Vespasiano, di cui si narra la portentosa restituzione

della vista ad un cieco mercè la saliva; che il diverrebbe Apollonio

Tianeo, che circa quel torno empieva il mondo dei suoi miracoli. Ma

più ci dicono: vi è di più; vi è la repartizione dei proprj beni ai

poverelli, vi è l’erario comune o, in termini moderni, il comunismo,

quale si praticava dalla Chiesa Cristiana. Ci chieggono; vi par cotesto

argomento che basti? Sì, io rispondo, se la povertà volontaria fosse

nata col Cristianesimo, e pria e fuori di esso non se ne vedessero gli

esempj. Sì, se il monacato _Buddistico_, se i _Bonzi_, se i _Fachiri_

non lo praticassero in Oriente. Sì, se tutto lo stato ebraico non

fosse stato una spezie di pacifico comunismo, il cui alto proprietario

o signore supremo era Dio. Sì, se i dottori non ce ne offrissero

l’esempio proprio siccome quello che nei Cristiani si ammira; e se,

finalmente, il Cristianesimo non potesse aver tolto anche quest’idea

in prestanza all’antico Essenato. Che diremo poi dell’amore, delle

allegorie, della esegesi mistica che si cita per quarto? Sarà egli

più stringente argomento dei suoi confratelli? L’esegesi mistica! Ma

l’esegesi mistica era il vezzo, era l’andazzo, era il gusto comune

dei tempi d’allora. Lo era presso i pagani, quando si accostavano

a spiegare i capolavori dei loro poeti; lo era presso i dottori, e

le traccie ne durano immense, ne durano sensibilissime nei grandi

monumenti che ci trasmisero, dove ad ogni piè sospinto ti si accalcano

in folla le allegorie, le parabole, i miti, le tropologie, infine tutto

quello che la veste esteriore costituisce delle dottrine riservate, e

come dice Gioberti, della _scienza acroamatica_ dell’Ebraismo. Dovremo

noi soffermarci ai digiuni, alle macerazioni, che si dicono comuni?

Noi questo solo diremo, che se digiuni e macerazioni dovessero essere

assunti a criterio d’identità, l’origine degli Esseni non dovrebbe

a lungo cercarsi, perchè bella e pronta noi l’avremmo tra i dottori

trovata, ove in un ramo soltanto, notate bene, in un ramo soltanto

della loro scuola, tali si vedono prodigiosi e prodigati digiuni, da

disgradarne le più raffinate macerazioni della Tebaide. Sarà egli più

felice argomento il celibato, che qual distintivo comune a provarne

s’invoca l’identità? Il celibato, per ciò che riguarda gli Esseni,

non può essere inteso assolutamente ma parzialissimamente; quindi

non prova. Quanto ai Terapeuti, che sono gli Esseni Egiziani, il

fatto corre alquanto diverso; epperò il raziocinio offre alquanto

più del verosimile. Ma quanto a veder bene non è fallace! Non tanto

perchè i Terapeuti non praticassero il celibato, chè veramente il

praticavano, ma sopratutto (curiosissimo a dirsi!) perchè i Cristiani

allora nol praticavano, perchè tempi eran quelli ancor distanti dal

fervor religioso che spinse gli uomini nei chiostri, nei cenobj, nei

romitaggi; perchè Paolo allora bandiva, dovere il vescovo vivere senza

colpa colla donna sua; insomma, perchè il celibato cristiano non era

ancor nato.

Gli argomenti a favore sono caduti: adesso cominciano gli argomenti

contrarj: la guerra difensiva è terminata, adesso si vuol prendere

energicamente la offensiva. Quali sono di oppugnazione le armi? Sono

parecchi pensieri, e tutti serj, e tutti stringenti. Ella è, in

primo luogo, le tendenza di ogni parte, di ogni setta osteggiante ad

appropriarsi quanto vi ha di bello e di buono nella setta, nella parte

rivale. Dante è guelfo per i guelfi; è ghibellino pei ghibellini.

Maimonide è cabbalista pei cabbalisti, è antimistico pei loro nemici.

Aristotile, Platone ed altri ancora, se fossero stati conosciuti,

sarebbero stati dai nostri dabben proavi, giudaizzati e colle debite

forme circoncisi. Seneca fu battezzato da S. Paolo, o da chi per esso,

e tanto eco ebbe di sua conversione la fama, che la tesi fu trattata di

recentissimo innanzi l’illustre Accademia Parigina in un libro che vide

poi per le stampe la luce; nè di questo dirò più sillaba, avendone io

a dilungo parlato, in una lettera che or sono alcuni anni, pubblicava

l’_Educatore_. Nè agli Esseni incolse dissimile ventura. Parevano

così santi, così dotti, così esemplari, che non si potè più a lungo

tollerare il loro Ebraismo. E così un bel giorno furono presi e fatti

Cristiani; come Cristiano fu fatto Giuseppe, come Cristiano fu fatto

Filone, e come Gamliel e come Akiba furono debitamente cristianizzati e

in terra santa seppelliti nella chiesa di S. Francesco di Pisa.

Storia degli Esseni: Lezioni · 第 5 / 41 段