Noi abbiamo, se ben mi appongo, abbastanza crollato il sistema del

Salvador. Or bene, lo credereste? Egli è ancor più fragile di quel

che credete, e quando pure potesse avere le superiori sembianze del

colosso di Nabucco, certo che i piedi, che le basi di creta non

mancheriano. Tali le prove, tali i fatti sono che vi addurrò, che il

sistema del Salvador riporrete certo tra gli onorati defunti. Non

lo credete?—Ebbene, o miei giovani, togliete in mano il libro del

Salvador, e la citazione osservate alla quale tutto egli affida il

peso del suo sistema, e ditemi che ve ne pare. Non dovrebbe essere,

non è egli vero, una colonna, una piramide, un atlante? Oibò, è

canna, e fragil canna. Qual’è la citazione del Salvador? Egli è un

passo del libro dei Maccabei, ove si narrano i primi effetti della

irruzione Siriaca in Palestina. Come suona quel passo? Dice per

l’appunto così: «_E si ridussero gli sbandati Israeliti ad abitar

nelle caverne ed in ogni luogo ove potessero un asilo trovare......

Allora parecchi tra quelli che cercavano giustizia, trassero al

deserto onde abitarvi._»—Qui finisce la citazione Salvadoriana, che

dal 1º e dal 2º Capitolo fu tratta del primo libro dei Maccabei.

Ma noi non sbaglieremo dicendo che il Salvador così facendo, si

affidò più a quanto di proprio avrebbe supplito il lettore, a quanto

avrebbe la immaginazione suggerito in compimento, che a quanto sta

veramente registrato nei Maccabei. Diffatti, a questo punto arrivati

della istoria, allo spettacolo di tanta gente che fermano stanza nel

deserto, dopo le parole in ispecie del Salvador, che cosa vi suggerisce

la fantasia? La fantasia s’impadronisce di questo dato, di questa

emigrazione dalla storia narrata, e vestendola secondo il suo stile

di colori fittizj, ed allargandola ed ampliandola, e preoccupando il

campo dell’avvenire, e parlando ove la storia si tace, già dimostra

in questo pugno di fuorusciti il germe della grande istituzione; già

ve li addita stanziati definitivamente in quelle solitudini; già li

stringe in religiosa consorteria; già dal semplice soggiorno alla

convivenza trapassa, quindi dalla convivenza alla scelta di una vita

comune, da questa all’organamento sociale, al culto, alle dottrine; e

così di grado in grado salendo, ed elemento ad elemento soprapponendo,

fa sorgere quasi per incanto il grande, il bello istituto degli Esseni.

Io non so se mi vorreste più generoso; ma io tutto ammetterei, quanto

può di fantastico offrirci, di gratuito, questa ipotesi, quando almeno

la base istorica, quell’esilissimo storico addentellato, che pur or

ricordammo, rimanesse saldo, inconcusso, rimanesse in piedi. Che

sarebbe però, dilettissimi, se pur esso svanisse; che sarebbe se il

gigantesco edifizio tutto vedessimo sull’arena fondato; che sarebbe se

tutte le nostre immaginarie scoperte andassero miseramente in frantumi,

come le fantastiche supputazioni di colui che sopra pochi miseri

vetrami la fortuna sua fondava?—Certo che bene avremmo di maraviglia

argomento, come un ingegno svegliato, probo, erudito come il Salvador,

si lasciasse tanto aggirare dall’orror dall’antico, tanto dagli spiriti

razionalistici, sino a disconoscere la inanità del sistema proposto.

Quale è di questo sistema la base; quel _quid_ senza di che sarebbe

a _zero_ ridotto; quel polline, quell’embrione d’onde si vuol tutto

l’Essenato prodotto? Egli è senza meno, e voi lo sapete, quel nucleo

d’Israeliti i quali dalla Macedone spada incalzati si ridussero

raminghi per lo deserto. Or bene. Mi spiace per voi, mi spiace per il

Salvador, mi spiace per quei poveri Israeliti. Il preteso embrione non

giunge alla prima fase di gestazione. Il polline muore sullo stelo per

effetto di una brinata. Senza figura, quel pugno d’Israeliti su cui

si fondava così alto e immenso edifizio, non scorsero pochi giorni

che raggiunti, circuiti, assaliti, ed infine distrutti dai Macedoni

persecutori, spariscono miseramente dalla superficie della terra.

Dove son iti i germi dell’Essenato, dove sono i primi rudimenti, dove

i portentosi sviluppi? Se ne desiate novelle, chiedete piuttosto ai

generali Siriaci, che vi mostreranno in risposta la spada tinta di

sangue. Chiedetene, se ne volete più mite responso, alla storia stessa

dei Maccabei, allo stesso 2º Capitolo citato dal Salvador, ai versi

stessi che quasi immediatamente conseguitano a quelli dal Salvador

indicati; e queste parole vi leggerete, che pur esser dovrebbero suggel

ch’ogni uomo sganni:

«_Coloro dunque_ (cioè i soldati Siriaci) _gli assalirono con

battaglia in giorno di sabato, sì che morirono, essi e le loro mogli, e

i lor figliuoli e i lor bestiami, fino a mille anime umane._»

Avete inteso?—Non uno rimase vivo; non uno da cui potesse sorger per

miracolo l’Istituto degli Esseni; non uno di coloro che furono, secondo

il Salvador, semenzajo del grande Istituto. L’esito, la catastrofe

sarebbe veramente comica, sarebbe ridicola, se tetra e lagrimevole

troppo non fosse.

Giunti a questo punto, in presenza a questa terribile e sanguinosa

confutazione, che cosa più dovremo aggiungere? Certo che noi potremmo

dire al Salvador, che pria della origine supposta, pria che di questa

emigrazione si narri nel libro dei Maccabei, già di una valorosissima

consorteria ivi stesso è menzione, che si noma dei _Hassidim_, e

che tutti i segni reca manifestissimi dell’Essenato, onde cerchiamo

l’origine. Ma innanzi alle ricordate deposizioni dell’istoria, ogni

argomento vien meno. Egli è per questo che noi abbiamo il fine

raggiunto della nostra via? Debbo dirvi che no. L’argomento che ci

siamo proposti vuole che ancora altre origini consideriamo, altre

opinioni. Non è invano che si prende grave argomento a trattare. Dirò a

voi come Dante ai suoi lettori:

_Conviene_ ancor seder un poco a mensa,

Perocchè il cibo rigido ch’_ho_ preso,

Richiede ancora ajuto a _sua_ dispensa.

LEZIONE SESTA.

Qual’è l’origine, la origine storica degli Esseni? Ecco l’oggetto delle

nostre passate, delle nostre presenti ricerche. Noi movevamo, nella

lezione passata, in traccia di questa origine; noi vedevamo il Salvador

riporla nella invasione dei Siriaci, nelle emigrazioni specialmente che

questa invasione cagionava tra gli Ebrei di Palestina. Noi domandavamo

a noi stessi quanto si apponesse il Salvador così sentenziando, e la

risposta fu tale, se ben ricordo, che male potrebbe il sistema del

Salvador riaversi.—Mestieri è oggi proseguire nel divisato cammino;

mestieri è pure, quelle qualunque opinioni che a spiegare l’origine

degli Esseni furon proposte, chiamare egualmente a sindacato. Qual’è

il sistema che noi dobbiamo oggi esaminare? Egli è un sistema che se

l’ingegno, la fama, il sapere, fossero sempre infallibile criterio

di verità, solo vero e legittimo sistema dovrebbe cotesto da ora

bandirsi. Noi abbiamo dinanzi uomini cari a noi e onorandi per la fede

comune, per servigj segnalatissimi ai buoni studj prestati; abbiamo

tra i nostri l’illustre autore della _Kabbale_, il Frank; l’autore

chiarissimo della _Palestina_, il Munk; e infine abbiamo tale che

torreggia gigante fra tutti quanti gli si appropinquino, abbiamo un

uomo che vale per mille, un uomo, (tollerate la riabilitazione di una

frase) un uomo che si chiama _Legione_, abbiamo _Vincenzo Gioberti_.

Il Munk, il Frank, il Gioberti, ecco i grandi, i terribili avversarj

che dobbiamo questa sera combattere. E che cosa, di grazia, dicono i

tre chiarissimi uomini dalla origine degli Esseni? Tutti egualmente

in una sentenza convengono, tutti in una origine consentono l’origine

Greca, l’origine Alessandrina, l’origine Egiziana. Che cosa s’intende

dire per questa origine da me con triplice nome designata? S’intende

dire che gli Esseni o, per dir meglio, l’Essenato, ch’è quanto dire

l’Istituzione, le Dottrine, il Genio degli Esseni, siano tutti

provenuti da quella filosofia, da quella scuola, che parte greca,

parte orientale, avea posto da lungo tempo suo seggio nella Metropoli

dell’Egitto, nella erede di Atene, in Alessandria. Ecco che cosa

vuol dire origine Alessandrina. E dove professano i tre insigni

uomini rammemorati la opinione ch’io dico? La professa il Munk nella

bell’opera che sulla Palestina dettava (a p. 519), laddove, dopo aver

con succinte indicazioni degli Esseni trattato, conclude dicendo, molto

andare la loro Istituzione debitrice agli istituti; alle scuole dei

filosofi egiziani. Lo confermava poi in una nota alla pagina istessa

ove a buon diritto redarguendo la teoria del Frank, ci dipinge gli

Esseni quasi mediatori e sensali tra le dottrine in Egitto imperanti,

e la ebraica ortodossia di Palestina. Noi avremo in avvenire occasione

di noverare il Munk tra i più valenti propugnatori di non poche

capitalissime verità riguardanti gli Esseni. Noi avremo luogo di

tributargli largo, sincerissimo ossequio per essere stato animoso

banditore di tre principj che crediamo nella Storia degli Esseni

rilevantissimi, per aver apertamente insegnata la filiazione e quasi la

identità degli Esseni col Farisato, per aver sanzionata l’antichità,

la contemporaneità della teologia Cabbalistica, e sopratutto per

avere tra questa teologia e la scuola degli Esseni dimostrate quelle

intime, profondissime attinenze che sono, secondo me, uno dei pregj

più esimj della scrittura del Munk. L’occhio della mente sua, sempre

veggente,[20] travide queste attinenze, le notò, le insegnò; e i germi

da esso deposti nella opera sua, debbono quando che sia larga messe

fruttare di preziosissime conclusioni. Noi non saremo tra gli ultimi

a secondarne il dettato, a riconoscerlo, a salutarlo qual possente

alleato. Per ora, come dicemmo, nella questione presente della origine,

èmmi forza trattarlo quale avversario. Io dissi che non è il solo,

ma poderosi atleti accompagnarlo. Uno di essi è il Frank. E dove

soscrisse il Frank alla origine in discorso? Nell’opera già ricordata

della _Kabbale_. Egli, nella terza parte del suo libro, in quella cioè

da esso alla comparazione dedicata tra la dottrina dei Cabbalisti ed

i sistemi affini contemporanei, sembra inchinare assolutamente alla

origine Alessandrina. Parlando degli Esseni e dei Terapeuti, egli dice

apertissimo: _l’une et l’autre_ (che è quanto dire Esseni e Terapeuti)

_l’une et l’autre étaient nées en Egypte_. L’una e l’altra, sortito

avere i natali in Egitto. Io vi dico forse cosa che vi stupirà. Voi

udite quanto esplicito si pronunzj il Frank in favore della tesi

avversaria, quanto deliberato consenta all’origine Egiziana. Eppure

(stranissima anomalia!) egli sarà il Frank istesso, egli sarà lo stesso

libro della _Kabbale_, e la stessa parte sarà del suo libro, e senza

forse la pagine istessa, che i più forti, i più saldi argomenti ci

forniranno ad infermare, a distruggere la teoria prediletta, la origine

fantasticata. Io credo che gli argomenti perchè tratti dall’avversario

nulla scapiteranno, se non invece immensamente più ratti e più

infallibili ci meneranno allo scopo. Ma chi è il terzo, che _sovra gli

altri come aquila vola_? Io dissi che è V. Gioberti.—E dove toccava

il Gioberti della istituzione degli Esseni? Egli ne parlò nella

_Filosofia della Rivelazione_; in una di quelle opere che la morte non

concessegli di pubblicare, e che i postumi anatemi non valsero che a

render più cara, più ricercata. In quest’opera della Filosofia della

Rivelazione (a p. 181 dell’opera stessa), laddove prende colla sua

usata grandiosità a trattare della pretesa missione unificatrice del

Cristianesimo, e quindi (quali rappresentanze di due opposte idee)

della presenza in Palestina della dualità Ebraica e Gentilesca, che

dovevasi pel futuro Cristianesimo unificarsi, così il grande intelletto

si esprimeva: «_Presso i Giudei a’ tempi di G. C. vi eran due scuole.

L’Alessandrina, filosofica, acroamatica, sottile; la Palestina,

tradizionale, positiva. La prima esprimeva il genio Indopelasgico e

Greco; l’altra, il genio Semitico._»

Voi l’udite, Gioberti sta risolutamente per la origine Alessandrina;

imperocchè di null’altro egli può aver inteso colla sua scuola

acroamatica e sottile, rappresentante il genio Greco o Indopelasgico,

tranne della scuola della Consorteria degli Esseni.

Noi avremo, dunque, a lottare non solo coi due preclari scrittori il

Frank ed il Munk, ma ancora contro la mente più vigorosa che generato

abbia l’Italia moderna. Fortunatamente però non è così. Noi possiamo

a buon diritto declinare Gioberti quale avversario, noi possiamo

rimuoverlo rispettosamente dallo steccato, noi possiamo risparmiarci il

pericolo, e non è lieve, di tenzonare con atleta siffatto. E perchè?

Per una ragione semplicemente, e che voi di leggieri comprenderete.

Perchè Gioberti non è responsabile della verità dell’asserto; perchè

egli, a guisa di tutti quelli che versando sopra una particolar

disciplina, si giovano delle ricerche e dei trovati altrui, qualora

di altre discipline si tratti, tolse agli uomini, agli scrittori

speciali; tolse, per esempio, al Munk, tolse al Frank; come ad altri

di simil fatta tolse per avventura il supposto sul quale la teorica

sua fondava della unificazione Cristiana; ch’è quanto dire, toglieva

da essi la origine Greca Alessandrina dell’Essenato, senza porsi per

questo mallevadore della verità del supposto, come fatto non si sarebbe

mallevadore se tolto avesse, verbigrazia, al Champollion la notizia

dei Monumenti Egiziani, o dai Fisici imparato avesse cosa che fosse

dipoi chiarita fisicamente inesatta. Sapete sopra chi gravita intera

la responsabilità dell’asserto? Sovra coloro che tolsero a subbietto

delle loro ricerche, disquisizione siffatta; sovra di quelli che ne

trattarono exprofesso. Sopra gli scrittori Israeliti in ispecie,

siccome quelli che più eruditi si suppongono nelle proprie antichità;

ed ai quali più facilmente che ad altri si presta credenza, i quali

dovrebbero, se non isbaglio, penetrarsi più che non fanno di questa

verità; cioè, che gli occhi, che le menti dei dotti sono più che ad

altri, ad essi rivolti, siccome ad organi ed interpreti fedelissimi e

naturali di tutto lo scibile israelitico, e che grave però loro incombe

il dovere di procedere circospetti non poco nelle loro sentenze. Non

sono eglino i rappresentanti legittimi, e quasi non dissi gli oratori

d’Israele nel consesso dei dotti? Tali almeno sono dall’universale

estimati.—Che cosa dicono il Frank ed il Munk? Dicono che il nostro

Essenato deve all’Egitto, alle idee dell’Egitto, il suo nascimento.

Porganci dunque le fedi di nascita, che le vediamo; porganci, cioè,

quelle prove che a così credere li inducevano, e se ne vegga il valore.

E prima, difendere non mi so da un pensiero che vulnera, a parer

mio nella parte più sensibile la opinione in discorso. E qual’è? È

il superfluo, è il vano, è l’inutile di tale opinione. Voglio dire

che questa ipotesi che combattiamo, ove pure si prescinda dal suo

intrinseco valore, manca senza meno del primo e indispensabile

requisito di ogni asserto, la sua necessità. È egli necessario

per ispiegare l’origine degli Esseni, fare siccome fanno costoro

un’escursione in Egitto? Fermamente io credo che non lo è.—E chi

è quello che me lo insegna?—Strana cosa, ma pure verissima. È il

signor Frank istesso, è quello istesso volume ov’egli di volo depose

la sua professione di fede riguardo agli Esseni. Ed in qual guisa

ce lo insegna il signor Frank? Disputando intorno all’antichità

delle dottrine, della scuola dei Cabbalisti. Egli fu quello, e già

ve lo dissi, che più risoluto tra i moderni scese nello steccato a

propugnarne l’antichità. Egli non si diè posa fintantochè non rimise

l’antichità della scienza in quella evidenza intuitiva che era

stata pria delle moderne discettazioni. Ciò fece il signor Frank, e

saviamente faceva, a parer mio. Perchè non fu conseguente? Perchè

avendo in casa più che non era mestieri a rendersi conto della

derivazione degli Esseni, andò attorno a cercarne la culla sulle rive

del Nilo? Perchè non quetare nella origine propria e casalinga, quando

tutti gli elementi ei ne chiudeva in pugno coll’antichità cabbalistica?

Perchè torcere gli occhi da quelle strette attinenze alle quali

ossequiava sinceramente la buona fede del Munk, nè il signor Frank

istesso osava negare? Ecco la prima lagnanza che contro l’origine

Alessandrina mi è dato rivolgere. Si comprende in una parola, in una

frase; cioè, _non è necessaria_.

Non basta questo. Un argomento vi ha che, a senso del signor Frank,

dimostra l’autonomia delle dottrine cabbaliste, cioè la loro origine

indigena, nazionale, Palestinese; e questo argomento è la lingua.

La lingua, egli dice, di quella dottrina, è l’ebraica, e l’ebraica

aramea, ch’è quanto dire, la lingua allora usitata in Palestina.

Qual’era, per contro, la lingua dei filosofi Alessandrini? Era

il greco idioma, il greco esclusivamente. Non è questa, dice il

Frank, prova dell’autonomia Cabbalistica? Io non voglio discutere

l’argomento del signor Frank, ma lo prendo per quel che vale, e così

argomento. O la lingua prova, o nulla dice. Se prova, perchè non vale

egualmente rispetto agli Esseni, dei quali non si è mai detto nè si

poteva dir veramente che altra lingua usassero in Palestina, che non

fosse l’ebraica, o quella qualunque allor usitata?—O non prova; ed

allora, perchè concedergli di prova le sembianze e gli effetti?—Pare

impossibile! Vi sono nel libro prelodato del signor Frank, nella

scrittura della _Kabbale_, e in quella parte istessa, e quasi a

contatto della malaugurata origine Alessandrina, tali inattese, tali

decisive confessioni, e tale offrono manifesta repugnanza colla origine

istessa, che davvero non si comprende come uno scrittore illustre,

qual’è il filosofo francese, non l’abbia avvertita.

Vedete, in fatti, il signor Frank precludersi colle sue mani la via

a spiegare non solo, ma nemmeno a comprendere la sognata origine

Alessandrina. Vedete egli stesso elevare una barriera materiale,

insormontabile, che il passaggio persino contende, onde prendere

nello Egitto lo Essenato. Vedete egli stesso porci le armi alla mano,

con queste parole: «Dallo istante (egli dice, e traduco a verbo),

dall’istante in cui la scuola Neoplatonica prese a fiorire nella nuova

capitale dell’Egitto, sino alla metà del secolo IV dell’E. V.; epoca

nella quale la Giudea vide morire le sue ultime scuole, i suoi ultimi

Patriarchi, le ultime faville della sua vita intellettuale e religiosa;

quali rapporti troviamo tra i due paesi, tra le due civilizzazioni

da essi paesi rappresentate? Ove, durante questo tratto di tempo, la

filosofia pagana fosse penetrata nella Terra Santa, e’ bisognerebbe

naturalmente supporre la intromissione degli Ebrei di Alessandria. Ma

gli Ebrei di Alessandria sì scarsi rapporti aveano coi loro fratelli di

Palestina, che assolutamente ignoravano le istituzioni Rabbiniche, le

quali tra gli ultimi occuparono luogo così cospicuo, e che trovavansi

già radicate tra essi oltre due secoli innanzi l’E. V.»—E quali prove

reca in mezzo il sig. Frank ad avvalorare l’asserto?

Prove reca, bisogna pur dire, che desiderar non potrebbonsi più

luminose. Egli reca la intera Enciclopedia ebraica alessandrina, ove

assoluta campeggia la ignoranza delle cose e degli uomini Palestinesi.

Reca, tra gli apocrifi, il libro della Sapienza, di origine, di autore

Alessandrino. Reca l’ultimo libro dei Maccabei, foggiato come pare

indubitato sulle rive del Nilo, ed il silenzio ci addita e la ignoranza

assoluta di tutto quello che Palestina riguarda. Ignoranza dei più

grandi uomini, che alta e sonora levarono fama di sè; ignoranza di

Simone il Giusto, dei più celebri tra i Tannaiti; delle grandi scuole

di Hillel e Sciammai; e sovra tutto, ei dice, ignoranza di costumi,

d’idee, di tradizioni. Ma il Frank non è uomo da darci dimostrazioni

incompiute. Egli prova, e si può dire con egual nerbo, con egual

verità, la ignoranza reciproca nella quale gli Ebrei di Palestina

vivevano di tuttociò che in Egitto avveniva, di tuttociò che concerneva

i loro fratelli di Alessandria. Lo prova la oscura, l’alterata

cognizione che i dottori possedevano della traduzione dei Settanta; lo

prova il silenzio strano, incomprensibile, nella Misnà e nel Talmud dei

nomi più insigni, delle grandi, delle somme illustrazioni israelitiche

dell’Egitto; silenzio di Filone, silenzio di Aristobulo, e silenzio

infine di tutte le opere anzidette, concette e partorite all’ombra

delle scuole Egiziane. Lo credereste? Egli è in mezzo a quest’osanna

perpetuo, alla impossibile comunicazione tra Palestina ed Egitto, egli

è in mezzo a questo concorso imponente, maestoso di prove, contro

l’origine Alessandrina, egli è qui, qui per l’appunto che l’origine

Alessandrina degli Esseni si pone dal signor Frank siccome quel vero,

che mestieri non ha di esser provato.

Voi lo udiste; voi vedeste con quanta urgenza di prove l’illustre

autore innalzi tra Palestina ed Egitto tale una muraglia, rispetto

alla quale, quella famosissima della Cina ti pare un trastullo. Che

credereste ora che faccia il sig. Frank? Egli crede citare la massima

delle prove, e cade invece, se così è lecito pensare di un tant’uomo,

nel massimo degli equivoci. Egli cita in prova della non avvenuta

comunicazione tra Palestina ed Egitto, il silenzio dei Rabbini intorno

gli Esseni, intorno i Terapeuti. Perchè, egli chiede, perchè questo

silenzio? Perchè gli Esseni, ei dice, origine avevano egiziana, e nulla

che fosse egiziano dai Rabbini si conosceva.—Sogniamo o siamo desti?—È

egli il sig. Frank che tale profferiva sentenza? E pure, dovuto avrebbe

ad una piccola circostanza avvertire, che tutta avrebbe mandata a

soqquadro la sua argomentazione; ch’è quanto dire, avria dovuto

avvertire, che se la ragione può valere pei Terapeuti dimoranti in

Egitto, non lo può in nessun modo pegli Esseni in Palestina stanziati;

pegli Esseni che viveano tra le stesse mura e sotto gli occhi stessi

dei dottori, i quali se non ne fecer menzione, a tutt’altra cagione

bisogna imputarlo, che non a quella della pretesa origine egiziana.

La quale origine egiziana tuttochè fosse vera addimostrata, nulla

avrebbe impedito che dai dottori gli Esseni si conoscessero, e di essi

a dilungo favellassero, siccome quelli che comune con essi avevano e

patria e soggiorno e convivenza. Che se non lo fecero, non ci dite,

di grazia, perchè traevano dall’Egitto la origine; chè così dicendo,

offendete, non ch’altro, il più comunale buon senso.—Ma che dico il

buon senso? Dovrei dire la vostra istessa teoria, il vostro sistema

istesso d’isolamento, di separazione dell’Egitto. E come no? Voi dite

gli Esseni Egiziani. E bene sta. Ma dove abitavano cotesti Esseni?

Abitavano pure in Palestina; dunque di Egitto trasmigrati si erano

in Palestina, o almeno le idee loro dall’Egitto passate erano in

Palestina, perchè uomini od idee, nel caso nostro, è tutt’uno. Ma se

passarono, se dall’Egitto trasferironsi in Palestina: che segno è? È

segno che questi rapporti da voi negati, esistevano veramente. È segno

che le dottrine cabbalistiche possono avere quelle stesse vie percorso,

che lo Essenato percorse. È segno che tutto l’apparecchio dialettico

da voi posto a sostegno della _autonomia_, della _originalità_

cabbalistica, ruina ad un tratto. È segno che coteste due cose da voi

sostenute, non possono insieme capire. È segno che bisogna scegliere,

che bisogna ottare.—Volete gli Esseni derivati d’Egitto? Ed allora non

negate tralle due regioni i rapporti. O meglio vi talenta ricusare tra

Palestina ed Egitto ogni legame, ed allora rinunziate alla origine

alessandrina dello Essenato. Volere e l’uno e l’altro, è al di sopra

di ogni creata possanza: stare, per così dire, sulle due sponde a

cavallo, è opera più che umana; conciossiachè del solo colosso di Rodi,

si narri poggiare ad un tempo i suoi piedi sulle due opposte rive. Ma

il colosso di Rodi è favola meglio che storia. E bene, o miei giovani,

se ne accorse quel perspicace intelletto del _Munk_, il quale nella

sua _Palestina_ (a p. 519) tali parole dettava sul conto del Frank,

le quali comecchè di gentilezza condite, non lasciano per questo di

contenere l’avvertenza che noi al signor Frank dirigiamo. «Sembra,

dice, in verità avere il signor Frank indebitamente negletto l’officio

che gli Esseni ponno aver sostenuto, quali mediatori e sensali, tra

l’Egitto e Palestina.»

Questa si chiama conseguenza, e noi volentieri la ossequiamo, quale

diretta e legittima illazione del principio da ambidue consentito, cioè

della origine alessandrina dell’Essenato. Noi possiamo però separarci

dalla costoro sentenza, senza per questo incorrere nella taccia di

contraddizione. Noi neghiamo col signor Frank la comunicazione tra

Palestina ed Egitto; ma neghiamo altresì ciò ch’egli non fa veramente,

cioè la origine alessandrina dello Essenico istituto.[21]

Storia degli Esseni: Lezioni · 第 4 / 41 段