Questo è il primo senso in cui si dissero gli Esseni medicatori e

Terapeuti. Ma non vi fu un altro, che il primo immensamente sopravanza

in altezza, in nobiltà? Sì, vi fu; e tanto il primo trascende per

ogni verso, quanto l’animo il corpo trascende, quanto la sanità, la

purità e la interna armonia dello spirito, quelle vincono di gran lunga

che il frale riguardano. Gli Esseni non furono soltanto i Medici del

corpo, ma Medici si dissero pure dell’animo umano. Era egli cotesto

nuovo officio, nuovo vocabolo nella lingua religiosa dell’Ebraismo?

Dite piuttosto che era antichissimo; che la Bibbia rigurgita di simili

esempi; che lo spirito non meno che il corpo fu sempre dall’Ebraismo

considerato siccome un ente che a tutte le vicissitudini soggiace,

buone e triste, della vita; che ha la sua salute, le sue infermità,

le sue crisi, le sue cadute, le sue ristorazioni, e quindi una vera e

propria scienza mediatrice. Ma dite piuttosto che univoci attestano

di queste idee predominanti i Profeti; che lo attesta Davide quando

chiedendo la remissione delle colpe, e la rigenerazione dell’animo

suo, chiede farmaco e guarigione, _Guarisci l’anima mia, chè a te

peccai_;[14] che il Perdono è da Isaia dichiarato qual suprema

sanatoria;[15] che lo stesso Isaia parlando nel nome di Dio, ci

presenta il peccatore amnistiato qual malato medicato e guarito[16],

che lo attesta, infine, Geremia e quasi al sommo reca la forza

dell’argomento, quando il Profeta istruttore chiama col nome istesso

di _Rofé_, Medico; e farmaco dice per avventura e teriaca preziosa

la dottrina di lui.[17] Sono elleno men di questi frequenti, meno di

queste eloquenti le prove che dai Rabbini si traggono? Hanno eglino

con manco predilezione usate in questo senso traslato, in questo senso

metaforico l’idea, il vocabolo di Medicina e i suoi derivati? Sarebbe

ignorare assolutamente dei Dottori la fraseologia, il disconoscere di

questa Idea, di questi traslati, gli esempj parlanti. Volete sapere che

cosa sono le religiose dottrine per i nostri Rabbini? Sono potentissimi

cardiaci pei cuori infermi; sono collirj pegli occhi oftalmici, e

antidoto, in breve, efficacissimo contro ogni malore. Ho io bisogno di

avvertirvi che così magnificando delle religiose dottrine i privilegi

a tutt’altro intendevano che ad una vera e propria virtù curativa?

Voi già comprendete, o signori, a che cosa si allude. Si allude sotto

il corpo allo spirito, si mira a traverso le infermità corporali, a

quelle infermità che affliggono la parte migliore di noi medesimi:

all’occhio della mente ottenebrato, al cuore fatto recesso d’ogni

vizio. Che più, o signori? Se un dottore trova agli ignoranti della

legge difesa nel dì della Resurrezione, egli chiama questo trovato

Medicina, _e trovai per loro guarigione nella legge_:—se il pregio si

vuol accennare trascendente di uno studio disinteressato, _Farmaco_ si

dice cotesto di vita Eterna, _Sam haim_; come tossico mortale si dice

il suo contrario, ch’è quanto dire ministero religioso sostenuto per

argento, _Sam ammavet_. Che volete di più? Non solo è il linguaggio

tal quale ve lo descrivo, non solo idee siffatte di Terapia ricorrono

ad ogni tratto, e più che non dissi ne riboccano gli antichi rabbinici

monumenti; ma ciò che infinitamente si lascia dietro ogni prova, ciò

che è lo specchio vivo e parlante dell’Essenato salutare e medicativo,

è l’attitudine esteriore—sono le forme curiosissime, sono gli

atteggiamenti espressivi, parabolici, figurativi, che prendeva talvolta

il dottorato insegnante. Avete udito d’Isaia che seminudo percorre le

vie di Gerusalemme, ed in sè raffigura gli Ebrei da esso vaticinati,

che fuggono dalla spada babilonese? Avete mai letto di Ezechiele che,

in realtà o in visione, si giace or da un fianco or da un altro, e

i cibi ingolla che l’umor satirico divertirono per lungo tempo del

filosofo di Ferney? Or bene—non dissimili da queste immagini parlanti

ci offre talvolta il dottorato mimiche rappresentazioni, e la medicina

n’è il subbietto. Vedete questo rivendugliolo che, andando attorno

per i villaggi che coronano _Sippori_, non rifinisce di gridare a

squarciagola e quasi con piglio ciarlatenesco—chi vuol della vita lo

elisire, venga e compri? _Man bae lemizban sam haim._ Chi è costui e

quale è il mirabilissimo specifico che proferisce? È un farmacista,

dice semplicemente il Medrasce, e nulla dell’esser suo aggiunge di più.

Ma il farmaco che cosa è? Il farmaco ve lo darei in mille a indovinare.

Pure se punto vi cale saperlo, salite qui.—Il pseudo farmacista è già

nelle stanze entrato di un dottore il quale affacciatosi al noto grido,

gli fece cenno dalla finestra, salisse pur su, che un confratello avria

trovato con cui alternare i saluti e le soavi parole. Che cos’è, o

gentil farmacista il Farmaco che tu ci vendi? Alla quale domanda ratto

trasse fuora un salterio che sottopose agli occhi del dottore, dove

questi detti si leggono significanti—_chi è l’uomo che ami la vita,

che giorni chiegga per esser felice? La lingua sua guardi dal male,

le labbra dalla menzogna, ec._ (_Vaicra Rabba, sez. XVI._) Ecco il

farmaco vantato. E pure, qual vero e proprio farmaco lo bandiva per

terra e castello. E pure, a quel grido gran calca fattaglisi intorno

di incettatori, la innocente frode per avventura disvelava, e testo

prendeva di là ed occasione a moralizzare le turbe, in quella guisa

che il fondatore del Cristianesimo ci dipingono gli Evangeli andando

attorno per le campagne e le moltitudini accorrenti concionando di

tratto in tratto dalla sommità di un poggio.[18] Vi pare che sia

abbastanza decisivo cotesto esempio? E pure una circostanza vi manca

sapere, ed è la più concludente. E quale è, o signori? É il nome vero,

il vero ufficio e il vero carattere dello pseudo farmacista. Già voi

sospettate che qualche cosa di più nobile sotto i panni si asconda

del cerretano: già i fatti presenti parlano troppo in favor mio; ma

la provvidenza ci serbava ancor più.—Per una di quelle singolari

coincidenze che nei libri rabbinici si dànno in mille volte, ciò che

implicito rimase nel _Medrasce_, trovammo esplicito nel Talmud; ciò che

col nome fittizio, supposto, quivi si designa di _Rohel_, col vero e

genuino nome si accenna nel Talmud. In una parola, nel fatto stesso, ma

più brevemente dal Talmud raccontato, il _Rohel_ non è più _Rohel_, il

cerretano non è più cerretano, ma è un vero e proprio dottore, un vero

e proprio Fariseo, nomato _Alessandro_.

Aveva io ragione quando diceva, il concetto che suggerì l’appellazione

di Esseni, profonde, vaste gettare le radici nei Profeti e nei

Rabbini, nella Bibbia e nella tradizione? Io credo, e non è troppo

presumere, che queste prove da sè basterebbero. E pure non sono le

sole; vi sono analogie, vi sono concetti, vi sono appellazioni non

dissimili nell’istesso paganesimo. Che dire della Biblioteca Egiziana?

Domandatene ad Orapollo e poi a Bossuet, che la narrazione ne riferiva.

Essi attestano concordi, come le Biblioteche si chiamassero in Egitto

con nome che in quella lingua suonava medicina dell’anima. Domandatene

Diodoro Siciliano. Egli parlando del sepolcro di Osimandia, vi dirà

che tra gli appartamenti di quel palazzo era una sacra Biblioteca alla

quale queste parole soprastavano incise: _Medicina dell’anima_. E per

ultimo, le buone ragioni si guadagnarono i buoni autori;—la buona causa

trovò buoni avvocati che la difendessero. S. Epifanio, che conobbe il

vero, e amore del nuovo trasse fuori del cammin dritto; il sig. Munk,

che nella _Palestina_ alla interpretazione nostra fa ossequio; il

_Salvador_, che esplicitamente vi assente nella grandiosa sua opera

_J. C. et sa doctrine_, ed altri molti che sarebbe lungo annoverare;

tutti intesero egualmente nel vocabolo di _Esseni_ quel concetto di

sublime, di superlativa _Terapeutica_, che noi v’intendemmo; tutti

vi prestarono ferma e ragionevol credenza: _a guisa del ver primo

che l’uom crede_. Ella è, infine, una deposizione il cui valore non

sarebbe possibile dissimularsi. Non è da ora che non possiamo insistere

sulla identità originaria degli Esseni coi Cabalisti. Sull’autorità

di scrittori gravissimi, ci permettiamo aggiungere quanto verrà più a

lungo trattato nel corso di questa istoria, ponendone i titoli in una

luce che non si potrebbe più sfolgorante. Intanto non è fra gli ultimi

indizii che a questa identità ci conducono, il fatto per più d’un verso

eloquentissimo, che nel Zoar il nome di _Assia_ vien conferito a un

dottore Cabbalista; e ciò che è più, nel senso che qui si accenna,

di medico spirituale, di Risanatore delle anime. E tanto si legge in

quell’opera a proposito di R. Samlai (_Zohar, vol. III, 75, 2._)

LEZIONE QUINTA.

L’origine degli Esseni doveva essere, voi lo sapete, subbietto delle

nostre ricerche, quando il nome fosse stato da noi rintracciato

che il nostro istituto contraddistinse. Questo nome, o Signori, la

derivazione di questo nome fu da noi recata a quella evidenza che si

poteva maggiore. Qual’è ora il compito nostro? Io già vel diceva.

Ella è la origine, la origine storica dell’Essenato, l’epoca della

sua formazione, le cause che precedettero al suo nascimento, il luogo

d’onde prima trasse i natali. Era la prima disquisizione, più ch’altro,

gramaticale. È la presente, ricerca storica, e ricerca gravissima.

Noi abbiamo di fronte, non amici da abbracciare, ma nemici da

combattere. Noi avremo il paradosso, il pregiudizio, la mala fede da

superare, pria di poter penetrare nei vestiboli di verità. Quali sono

questi pregiudizj? Eglino sono così svariati di forme, come sono eguali

in bruttura. Egli è, in primo luogo, il pregiudizio _Pagano_; che è

quanto dire l’origine pagana gratificata allo istituto più ebraico che

abbia mai esistito. Chi lo avrebbe pensato? Chi avrebbe detto che di

origine _pagana_ dovesse supporsi lo _Essenato_? E pure nulla di più

vero, di più dimostrato. Egli è il _Buhl_, il celebre storico della

Filosofia, che ne fa fede. Grazie al cielo, non è il Buhl che noi

dobbiamo combattere. Non è egli l’autore di paradosso siffatto; ma

egli lo ha registrato, gli ha dato luogo nella sua istoria; e se la

memoria non erra, non l’ha, come pure avrebbe dovuto, sotto il peso

schiacciato della sua autorità. Quale è la causa di tale aberrazione?

Su quai fondamenti, su quai pretesti riposa la pagana derivazione? Io

credo che non sia difficile indovinarlo. Voi vedrete quando del culto

ragioneremo, e delle adorazioni degli Esseni, come fuggito non abbiano

costoro ai morsi della più svergognata calunnia. Voi li vedrete, sopra

basi inconsistenti accusati, processati e per peccato condannati

d’_Idolatria_; li vedrete posti al bando del Giudaismo, e le note

contender loro e le prerogative di Monoteisti e di Ebrei. Li vedrete,

in una parola, accusati di prestare idolatrico omaggio al _Sole

nascente_. Noi vedremo allora di che sappia l’accusa inconsiderata;

noi rivendicheremo la bontà, la purità della loro credenza. Ma che

cosa si esigeva di più per porre gli intemerati Esseni in mala voce,

per additarli al mondo quali idolatri, e la fama accreditare tra i

contemporanei, tra i posteri, di una origine viziosa, di una origine

pagana? Voi vedete le basi vacillanti dell’accusa. Avrò io mestieri

di spendere parole soverchie a giustificarli? Dovrò io ricordare le

atroci calunnie onde furon bersaglio le israelitiche credenze, siccome

allora vi accennai, che del culto Samaritano tenevamo parola? Dovrò

dirvi dell’adorazione del firmamento che non pochi tra i Poeti Latini

favoleggiarono dei nostri proavi; del teschio che, al dire di essi,

nel recesso si adorava del Tempio di Dio, del famoso Asino che il gran

Tacito non dubitava di erigere a sommo obbietto del nostro culto?

Or, che miracolo se gli Esseni pur essi del grande onore parteciparono

di subire le accuse pagane, e se nell’accusa furono involti pur essi

del popolo nostro, essi che del popol nostro la più eletta parte

formavano e la più santa?

Ma un altro, credo, e non lieve pretesto, potè l’adito schiudere

alla imputazione mostruosa; voglio dire, o miei giovani, di un passo

di Flavio concernente gli Esseni, che tratto a peggior sentenza

ch’egli non dice, commentato dall’ignoranza e dalla malizia, potè

per un istante autorizzare la insensata imputazione. E quale è il

passo di Flavio? Egli è quello ove, parlando della essenica scuola,

e precisamente nel lib. XII delle Antichità, quella definisce come

una setta di _Giudei Pitagorici_. Il nome di Pitagorici non fu invano

pronunziato. Egli avrà sedotte le menti superficiali, egli avrà fatto

vedere ciò che Giuseppe non vi ha posto giammai, ch’è quanto dire

l’origine pagana. E pure, quant’era facile comprendere Giuseppe senza

costituirlo reo di tanta enormità! Che voleva dire Giuseppe? Egli

voleva far comprendere ai suoi lettori, ch’è quanto dire al mondo

pagano, ai Romani, ai Greci, a tutti quelli che degli Ebrei nulla

sapevano che non fosse dalla passione travisato, che cosa fosse quel

bellissimo istituto di cui egli, il grande istorico, si professava il

ferventissimo ammiratore. Egli lo dice un Istituto Pitagorico foggiato

all’ebraica. Egli lo dice un Pitagorismo israelitico, un Pitagorismo

ortodosso, siccome Filone fu detto _Platone filonizzante_, siccome

Porfirio chiamò lo stesso Platone un _Moisè atticizzante_.

Aveva egli ragione così giudicandolo, è ella esatta la sentenza

di Flavio? Noi in seguito lo vedremo. Ma quanto non dobbiamo noi

l’ignoranza ammirare, ammirare la mala fede di chi le parole di

Giuseppe innocentissime torse a così rea sentenza?

Noi non saremo i detrattori degli Esseni. Non saremo nemmeno i

loro adulatori. Non diremo neppure come da taluno fu detto, che

Pitagora essendosi recato, come ognun sa, in Oriente, colà cogli

Esseni s’incontrasse, che ne adottasse i principj, che l’Italico

sodalizio erigesse poi sul modello di quel di Solima. Questo fu

detto, e caldamente propugnato dai Frati Carmelitani, i quali vedendo

nell’Essenato l’origine del loro ordine, vollero fare altresì di

Pitagora un copista dei loro supposti antenati, e Carmelitano pur esso

coi _tria vota substantialia: obbedienza, povertà e castità_.[19]

Novelle son queste da muovere a riso, nè più seria meritano veramente

nè più lunga disamina.

Potremo dire lo stesso di altra origine che l’ingegno moderno pegli

Esseni fantasticava? Io credo che più profonda cotesta si esiga e

più protratta disquisizione. Il nome, il tempo, la fama dell’autore

vogliono che noi alcune parole ci spendiamo d’intorno. Qual’è il nome?

Il nome non potrebbe essere nè più famoso nè più interessante, e

(aggiungo volentieri) nè più specchiato nè più caro al popol nostro.

Egli è il _Salvador_, che primo tra gli Israeliti francesi dei tempi

nostri, salì sulla breccia, e tutto il fuoco sostenne il primo

delle falangi avversarie. Il tempo fu quello dei grandi religiosi

dibattimenti della Francia moderna. L’opera è quella che più fama destò

di sè in Europa, e soprattutto in Allemagna, ove precorse, ove augurò

la terribilissima scrittura dello Strauss.

Or bene, nella _Vita di Gesù e la sua Dottrina_, il nostro _Salvador_

dal proprio têma? condotto, scende a parlar degli Esseni. Egli chiede

a sè stesso degli Esseni l’origine; e qual ne segue risposta? Certo

non tale quale per noi si vorrebbe. Egli chiede del tempo, ed il tempo

egli lo vede, durante la invasione Siriaca, quando i successori di

Alessandro osteggiarono aspramente il popolo nostro, e sotto Antioco in

ispecie. «_Son origine la plus probable_, dice il Salvador, _remonte

à l’époque de l’invasion des Syriens._» Quali le cause che allora lo

istituto creavano? Non sono cause propriamente, dice il Salvador, ma

piuttosto _fortuito concorso di circostanze_. «_È una turba_, sono sue

parole, _è una turba di famiglie che rovinate dalla guerra, desolate

dalla continua violazione dei luoghi sacri, e degli atti alla credenza

loro oltraggiosi, ai quali venivano costretti; vanno in cerca di un

asilo nelle regioni alpestri della Giudea._» Quale è l’origine del loro

culto? Eccolo qual ei ce lo narra. «_È l’impossibilità di compiere

in quelle solitudini, riti e sacrifizj, o, come dire si voglia, il

culto esterno, ella è cosifatta impossibilità che l’animo rivolse

ad un’altra specie di culto, ad un culto più interno, alla continua

elevazione dello spirito, mercè la pratica della giustizia e gli

offici di carità._»—D’onde poi, secondo il Salvador, quella singolare

comunanza di beni, che fu peculiare distintivo dell’Essenato? Quali le

cause che la produssero? Furono, ad udirlo, «_l’incertezza della vita,

minacciata mai sempre dalla spada nemica, fu la necessità di provvedere

di sostentare tanti vecchi, tante donne, tanti fanciulli_.»—Ecco le

cause, conclude trionfalmente il Salvador, che ispirarono loro la

comunanza dei beni, che la stabilirono allora e poi in seno agli

Esseni, e ch’egli dice nel suo idioma «_ne tarda pas à devenir une

règle principale de leur institut_.»—Noi abbiamo parlato del Salvador,

come d’uomo si conviene della sua tempra, del suo ingegno. Noi gli

abbiamo tributato elogi non ipocriti, non servili e non avari. Ma noi

abbiamo perciò stesso la libertà pienamente acquistata di sindacare

la bontà, la ragionevolezza delle sue dottrine. Mi duole il dirlo, il

Salvador ha soggiaciuto al genio predominante del suo paese, del suo

tempo, e più assai al genio dei suoi vicini Tedeschi. Egli sente, come

essi, alto profondo orrore di tutto quello che per poco trascende le

età più moderne della istoria; egli è uno di quelli che i tempi, gli

uomini, gli istituti più antichi modernizzarono; egli è uno dei grandi

atleti che stringendo a così dire tra poderose ritorte le statue, i

monumenti, che sorsero all’aurora dei secoli, si sforzano e sudano e si

affaticano a tirarli a tempi a noi più vicini; egli è uno di quelli che

fanno vedovi i primi secoli dei fatti più illustri, degli uomini più

venerandi; che fanno, nell’ordine della cronologia, ciò che le moderne

nazioni civili fanno in ordine allo spazio, togliendo obelischi,

sfingi, sarcofagi e d’ogni maniera anticaglie, a quei paesi ove l’arte

li generava, e decoro illustre ne fanno di musei, di biblioteche, di

capitali. Egli è di quelli che fanno il vuoto nelle origini, e gli

uomini e i fatti condensano, accalcano in angustissimo spazio di tempo,

con quanta sapienza e ragione, non so.

Fuori dei tempi antichi, ogni romanzo è buono a costoro. Anzi, la

storia sol perchè è antica, è romanzo, e il romanzo solo perchè è

moderno, è la istoria.—Io ho detto romanzo, e lo mantengo. La teoria

del Salvador, con sua buona pace, non è che romanzo. E se vi aggrada

come me osservarlo, vedetelo immantinente. Io potrei appuntare per

primo il Salvador, non di plagio, chè la di lui probità letteraria me

lo contende, ma di aver disdetto, voglio credere involontariamente,

l’onor del trovato a chi si appartiene. Potrebbe dire una critica

meticulosa, che male non avrebbe fatto il Salvador a narrarci chi

fu il primo a porre innanzi la ipotesi menzionata; a dirci, che fu

il _Drusio_ colui che primo gliene offriva l’idea; che fu esso che

andando in cerca, siccome noi dell’origine degli Esseni, insegnava come

questa si dovesse riporre ai tempi d’_Ircano Asmoneo_, quando la parte

perseguitata si ricovrò nei deserti, e colà di buon’ora s’assuefece ad

un tenore di vita durissimo, nel quale dipoi perseverò volentieri. Il

sistema del Drusio non è quello, ben io m’avveggo, del nostro Salvador,

il quale differisce siccome udite in ordine al tempo, e risale ad

un’epoca non di poco anteriore a quella dal Drusio seguita. Ma

finalmente, che cosa non hanno di comune i due sistemi, ove si eccettui

la differenza notata? Io ardisco dire che hanno tutto in comune, e

che bene avrebbe fatto il Salvador a dividere con chi di ragione la

responsabilità del sistema. Egli però nol fece, nè io insisterò di

soverchio. È egli almeno probabile, è egli almeno accettabile il

sistema dal Salvador propugnato? Io gli chieggo del culto essenico la

origine, ed egli l’impossibilità mi addita dei sacrifizj e del culto

esteriore; al quale ei dice, un culto più elevato si sostituì _in

ispirito e verità_.—Di buona fede è egli questo raziocinare per filo

e per segno? Che cosa suppone il ragionamento Salvadoriano? Suppone,

se io non erro, che nè sacrifizj nè culto esteriore appo gli Esseni

esistesse. Che se così non fosse, che cosa suonerebbe questa sognata

sostituzione? Io dico dunque che lo suppone.—Ma che dice la Istoria,

alla quale ogni reverenza si dee ed ogni ossequio? Conferma ella la

ipotesi del Salvador, ed una setta negli Esseni ci raffigura quale

egli ce la dipinge, destituita di culto esteriore e di sacrifizio?

Nulla affatto. La storia parla alto, parla solenne contro la teoria

irriflessiva del Salvador, ed un amore ed uno studio ci offre presso

gli Esseni del culto esterno, da disgradarne ogni più raffinata e

squisita pietà. Ma che volete? Il Salvador pecca per troppa bontà.

Egli ama gli Esseni, egli li stima, nè confine egli pone alle lodi

che al bello Istituto profonde nel suo libro: epperò gli dà troppo

del suo, epperò di quelle vesti li abbiglia che più talentano al

suo genio filosofico, al suo gusto, al suo favorito sistema. Epperò

li va profumando con quegli unguenti razionalistici che ponno farli

accogliere, festeggiare nei dotti consessi. Rimane però a sapersi se

del presente generoso gli Esseni si chiameranno contenti.—Io proseguo e

chieggo al Salvador: d’onde, secondo voi, la comunità degli averi? Che

cosa risponde il Salvador?—Dalla incertezza della vita, dalla necessità

di provvedere a tanti vecchi, a tante donne, a tanti fanciulli.—Eppure

il mondo non l’aveva finora capita così. Si credeva finora che nulla

vi fosse di più egoista della _necessità_, nè di più avaro della

_miseria_. Si credeva finora che l’abnegazione, la generosità, e

soprattutto il rinunciamento assoluto di ogni bene, non albergassero

precisamente colà, ove la fame manda i suoi orribili latrati, e dove la

prepotente mano del bisogno, stringe i cuori ad ogni senso di pietà, e

non occorre dire d’abnegazione. Benedetti razionalisti! Quanti miracoli

non sanno fare! Eglino ti cavano un effetto dal suo opposto con quella

disinvoltura con cui Mosè trasse dalla rupe le acque. Ma eglino, i

razionalisti, ci hanno insegnato a dubitar dei miracoli, e questo basti

perchè i loro miracoli eziandio da noi si rifiutino.

Ma su.—Io voglio menar buone al Salvador tutte le anzidette repugnanze.

Voglio dire che il culto esterno tra gli Esseni non vi fosse, e che

dalla brutta fame sia uscito fuora il più sublime prodigio di carità.

Ma il nodo gordiano non è qui. Sapete invece dov’è? È nel passaggio da

questo stato temporario, provvisorio, forzato, ad uno stato durevole,

ad uno stato definitivo, ad uno stato volontario. Mi spiegherò

ancor più. Bisogna che ci dica il Salvador in qual guisa, per quale

sconosciuta ragione, una condizione così miserevole, così eccezionale,

così a malincuore subìta dai poveri emigrati, si tramutò, ad un colpo

di magica verga, in un’associazione regolare, stabile, religiosa, dotta

e venerabile, come fu quella che veggiam negli Esseni. Se questo il

Salvador non ci narra, se egli non ci svela il transito miracoloso,

sapete che cosa io crederò? Io crederò che non appena rimossi gli

ostacoli, non appena gli impedimenti sgombrati, non appena restituita

la pace e la libertà, non appena le vie si dischiusero del ritorno

ai poveri fuoriusciti, che ognuno riedendo pacificamente a casa sua,

avrà ripreso il godimento degli antichi diritti; e l’esercizio delle

prische faccende. Ecco che cosa credo, ecco quello che suggerisce il

più comunale buon senso. Per trasformare un’orda di fuorusciti in un

istituto ammirando quale fu l’Essenato, ci vuol altro che parole!

Ci vuol ragioni! E che cosa ci dà in compenso il Salvador? In qual

guisa si districa egli dagli intricatissimi lacci?—Ecco, come: Quello

stato, egli dice, era provvisorio, era precario, ve lo confesso. Udite

pellegrinità di trovato. Ma, egli aggiunge in sua favella: «_Mais ne

tarda pas a devenir une des règles principales de leur institut._»

Volete più? Se più esigete, sareste davvero indiscreti. Quel _ne tarda

pas_, ch’è l’anima del concetto, è fatto proprio per contentare anco

gli ingegni più schizzinosi. Egli è proprio un miracolo; ma un miracolo

di coreografia, non dialettico procedimento. Questo si chiama in Parigi

_glisser sur les questions_. Ma io dico piuttosto, che fa scivolare,

che fa sdrucciolare gli inesperti, e che il minor pericolo che può

incoglierci, sia quello di nulla imparare.

Storia degli Esseni: Lezioni · 第 3 / 41 段