Si apponeva egli, o signori, il nostro Erudito nel derivare da questo

vocabolo, l’origine di quel di Esseni? Senza dubbio, che qualche giusta

e calzante analogia milita in favor suo. Il favorisce, o signori,

l’Ebraico _Jesciscim_, al plurale _Vecchi_, o come altrimenti si

voglia, _Anziani_, nei quali, dicono i Proverbi, posta ha seggio la

Sapienza: _bisciscim hohma_. Il favorisce lo esempio dei Pitagorici,

coi quali non pochi nè lievi riscontri ci offrirà il nostro Essenato,

che il nome i primi coniarono ed assunsero eglino stessi per

tempissimo, di _filosofi_, ossia cultori ed amanti della sapienza:

e quando ogni altra analogia venisse meno, quella sorgerebbe viva e

parlante di tutto il Dottorato Ebraico, che la caratteristica distinse

mai sempre di _Hahamim_, savi. Dirò anzi di più, che per questa come

per alcuna fra le altre etimologie da noi rigettate, noi rechiamo

sentenza che i nomi che vi si volle trovare, se non esprimono il

senso di Esseni, pure tornano in acconcio al grande Istituto, e per,

alcuni almeno, probabilmente il contraddistinsero. Di questo novero

è il nome di Savi, di Dotti; diciamolo a dirittura, di _Gnostici_.

Noi che crediamo gli Esseni antenati dei Cabbalisti, la cui scienza

essi chiamarono _Gnosi_ o _Scienza_ per eccellenza, come chiamarono

la propria e il Cristianesimo e le prime Eresie; noi che ricordiamo

nel Talmud cento parlantissimi casi in cui il nome di _hohma_ o

Gnosi è usato manifestamente nel senso di Dottrina Acroamatica, non

potremmo negare la convenienza di questo nome all’istituto degli

Esseni. Ma è egli questo che il nome loro significa? Chi non lo

vede? _Ies_, _Iascisc_, _Tuscià_, nel senso pure più favorevole alla

imaginata derivazione, sono vocaboli che appartengono principalmente

al linguaggio sublime, allo stile, per così dire, nobile, poetico,

aulico, aristocratico della Scrittura. È ella questa la officina ove i

nomi si coniano per l’ordinario, che scuole e sètte contraddistinguono?

La Storia vi risponde al contrario. Parole vive, parole usate,

correnti sulle labbra del popolo; parole pregne di senso, multiformi,

multilatere e in sommo grado comprensive; ecco, o signori, il materiale

donde si foggiano i nomi, le qualificazioni delle sètte. E tale non

è la proposta derivazione.—Ella è troppa dotta, troppo classica,

troppo studiata, per esser vera. È anche, dirò di più, troppo biblica,

troppo scritturale, per tornare in acconcio nella epoca Rabbinica per

eccellenza, nella quale sotto questo nome ti apparisce a prima volta

lo Essenato;—per consuonare con quella lingua dai Dottori parlata, che

se non è il dialetto Ebraico-rabbinico dei tempi posteriori, è certo

immensamente distante dal biblico purismo; con quella lingua insomma

che mirabilmente tramezza

Fra lo stil de’ moderni e ’l sermon prisco.

Ancora, o signori, ulteriore esame ci attende, e noi abbiamo finito.

Egli è un curiosissimo passo che la mia stella propizia mi parava

dinanzi nel volgere e rivolgere a questo uopo le carte; un passo, io

dico, sugli Esseni rilevantissimo, nella più dotta descrizione che

della Grecia vetusta ci abbia tramandata l’antichità, in un autore

greco egli stesso, in Pausania. Egli, nella descrizione dell’Arcadia,

discorrendo del celebre Tempio di Diana Imnia nella regione degli

Orcomeni, alcune cose va esponendo di cui disconoscere non si potrebbe

la importanza. Narra Pausania, come stabilito fosse dalla legge che

la sacerdotessa e il sacerdote, non solo circa il commercio carnale,

ma in tutte le altre cose ancora dovessero serbare la castità per

tutto il tempo di vita loro; che nè il bagnarsi, nè vivere secondo

gli altri, nè entrare nemmeno nella casa di un privato fosse loro

consentito. Giunto a questo punto, Pausania esce fuori con queste

parole che io vi raccomando, che riproduco testualmente, ed alle quali

vi prego attendere tutti in orecchi.—_Io so_, dice Pausania, _che

queste cose_ (ch’è quanto dire il celibato, la solitudine e la vita in

tutto singolare di sopra rammentate) _osservano presso gli Efesi, per

un anno non per tutta la vita coloro i quali sono Estiatori di Diana

Efesina, e che dai cittadini, Esseni, sono chiamati_ Tanto è. Pausania

ha pronunziata la gran parola! La parola di Esseni! e l’ha profferita

a proposito non già di Solima e delle sue sètte, ma di Efeso, ma del

culto di Diana, ma del prisco Politeismo.

Ove siam noi, o signori, e che cosa significa questo stranissimo

incontro? Siamo in Efeso? Siamo in Palestina? È Diana che qui si adora,

è l’Eterno che qui si cole? Sono Ebrei cotesti, sono Pagani? Voi siete

già, o miei giovani, non è egli vero, alquanto sorpresi. Or bene,

permettete che vi dica che tutto non avete udito. Avete udito, è vero,

i sacerdoti di Diana Efesina qualificati Esseni; intenderete adesso,

cosa più strana, intenderete un Dio, un Dio del Paganesimo, il più

grande degli Dei dell’Olimpo, l’Ottimo, il massimo Giove, _Esseno_ egli

stesso esser chiamato. Chi gli diede questo nome inatteso? Chi operò

questo strano connubio? Egli è il poeta Callimaco, a cui gli antichi e

i moderni tempi concessero fama di dottissimo nelle greche antichità.

Egli è Callimaco che così si esprime nell’Inno a Giove che reca il

suo nome. Callimaco, che insieme a Pausania ci attesta la presenza

in seno al paganesimo di un istituto, dirò di più, di uno _stato_ di

straordinaria perfezione che dai popoli, dai poeti, Esseni ed Essenato

eran chiamati. Che vuol dir ciò, o signori, e quale è dello Essenismo

la chiave? La chiave, o signori, è pronta. L’Edipo si è trovato.

Egli è lo _Scoliaste_, ch’è quanto dire l’autore delle _Scolie_ o

commenti alle Poesie di Callimaco. Egli lesse come noi il Giove

_Esseno_ di Callimaco; ad esso, come a noi, sembrava strano, incompreso

l’epiteto; ma egli meglio di noi nelle greche lettere erudito, potè

coglier più davvicino nel segno.—Narra lo Scoliaste, come il vocabolo

_Esseno_—notate, o signori, singolarità,—fosse vocabolo _vecchio_,

usitato in Efeso; e di che lingua credereste? Forse della lingua greca?

della lingua popolare? Signori no, dice lo Scoliaste, della lingua

_Religiosa_. E che significa in questa lingua, di grazia, il nome

Esseno?—Significa, ripiglia il nostro chiosatore, significa Re delle

Api, e in questo senso fu conosciuto, fu usato nei prischi tempi.

Però non guari andava, continua lo Scoliaste, che il senso assunse di

Re, di Monarca in generale, e Monarchi e Re furon detti Esseni. Ma una

nuova trasformazione il vocabolo Esseni attendeva, e non è la meno

importante. Venne tempo in cui per dir Re, Sacerdote, Principe dei

sacrifizj, Preside nei sacri agapi o nei religiosi conviti, _Esseno_

generalmente solea dirsi. Esseno, quando l’officio si voleva indicare

che in Atene eserceva il Re Arconte; Esseno, quando quello che in Roma

sosteneva il _Rex Sacrificulus_.

Questi sono i fatti, o signori, e dei fatti interprete fedelissimo

finora mi sono reso. Èmmi dato perciò muovere un passo più oltre? potrò

io scoprire quali relazioni possono avere stabilito questa comunanza di

nome, e in parte questa comunanza d’idee, tra l’Essenato Palestinese e

il sacerdozio dell’Asia Minore? Io confesso che non mi sento da tanto,

nè tanto mi consentono le notizie di cui io dispongo, nè le forze nè

il tempo nè la già stancata pazienza vostra. Il fatto, o signori, è

grande e vistoso, e tale da provocare gli ingegni più felici, e da

meritare le indagini più accurate. Noi lo lasceremo per altra volta

intentato: forse non ci sarà disdetto rivolgerci sopra altra fiata la

mente. Per ora mi basta chiamare la vostra attenzione sopra questi tre

punti, secondo me, capitali. Il primo riguarda il luogo. Quale è il

luogo ove udiste risuonare il nome di Esseni? È, voi lo sapete, l’Asia

Minore; quell’Asia, cioè, ove vedemmo sin dalla prima lezione sorgere

una città per nome _Asia_, da cui fu creduto per alcuni derivato il

nome di Esseni; ove traevano, come avete veduto, i più eletti campioni

del nostro Dottorato a celebrarvi la fissazione e la proclamazione

delle feste, e la intercalazione del nuovo mese. Questo è, o signori,

il primo punto. L’altro fatto di non minore rilievo, è il vocabolo

ebraico _Hassen_, il quale non solo, come l’Efesiano Esseno, suona in

genere _forte_, _illustre_, _magnifico_; non solo è posto al fianco

di _Nezer_, Corona, e vi officia qual sinonimo, secondo il genio del

parallelismo ebraico, _chi lo leolam hasen veim nezér ec. ec._; ma,

ciò che pone il colmo alla nostra ammirazione, è il vedere nei salmi

Dio, Dio nostro, il Dio vero chiamato Dio _Hassin_, in quella guisa che

facendosi organo del pensiero ieratico dei sacerdoti di Diana, chiamava

Callimaco il greco Giove, Giove _Esseno_; parola non greca, non

popolare, ma vocabolo vecchio, ma vocabolo della _lingua religiosa_,

siccome udiste dalla bocca di Callimaco stesso.[9] E questo è il

secondo punto. Venga il terzo adesso, e chiuda di queste riflessioni la

serie.

Il terzo è quell’accordo mirabile di cui misurare non potete sin d’ora

la estensione, ma che vedrete tra non molto evidente tra parecchi dei

costumi agli Esseni di Efeso da Pausania assegnati, e quelli di cui la

Storia favella degli Esseni Palestinesi. Il Celibato—La Solitudine,

e sopratutto l’officio, il genio religioso che rappresentano, sono

altrettanti legami che l’una all’altra stringono le due lontane e

sconosciute istituzioni. Quale è la conseguenza che da tali fatti

scaturisce spontanea? Io dissi come troppo soffriamo inopia di

ulteriori notizie per decidere autorevolmente delle origini recondite,

per assegnare di queste curiose coincidenze la prima cagione. Noi da

questa doverosa riserva non ci partiremo. Hanno sempre, hanno tutti a

questo proposito seguita una sì facil a un tempo e sì difficil virtù?

Mi duole dirvi che non fu sempre seguita. Sedotti da queste parventi

e preziose analogie, si attentarono alcuni autori a sentenziare

a dirittura la medesimezza, che dico, o signori? la filiazione e

derivazione immediata della società degli Esseni palestinesi dalla

corporazione sacerdotale degli Esseni di Efeso; e ciò che vi parrà

senza dubbio enorme, non temettero di asserire l’origine e il carattere

intimamente pagani del grande, del bello istituto degli Esseni. Siamo

noi condannati a sottoscrivere ciecamente ai costoro novellamenti?

Siamo noi così al verde di prove, di argomenti, che dobbiamo accettare

l’origine pagana che agli Esseni si vuole assegnare? Fortunatamente,

nol siamo; e che nol siamo veramente, non è da ora che il potete

vedere; non è da ora che noi dobbiamo affrontare la grande questione

della _origine_. Se ne ho fatto menzione da ora, sapete, o signori,

perchè? Perchè questa strana, questa folle pretensione, non d’altro

prendeva, a così dire, le mosse, che dal fatto di una concordanza

etimologica, da una pretesa identità di vocabolo. Vedete che cosa vuol

dire una falsa etimologia. Eccone, gli effetti. E quali effetti! La più

grande mentita alla istoria; la più solenne contradizione ai principii

più ricevuti; la più grande eresia storica che sia mai uscita da labbro

mortale. Aveva io ragione di crollare, anzi tutto coll’etimologia, le

basi degli avversi sistemi? Aveva io ragione di attaccarmi corpo a

corpo alle parole, e bandire, per così dire, una guerra gramaticale?

Guerra che ha forse avuto presso di voi l’aria di puerile, di

sofistica, di pedantesca; ma che pure è suggerita imperiosamente

dall’assunto, e che noi con queste parole abbiam condotto a buon fine.

Prima però di chiudere questa discussione sul valore del nome Esseni,

non possiamo tacere di un dotto Israelita vivente, distinto non meno

per l’insigne officio che egli onora, che per la scienza e l’erudizione

sua vastissima. Egli è questo l’illustre signor S. J. Rapoport,

Rabbino maggiore di Praga. Egli, nel suo gran Lessico Rabbinico, _Ereh

Millim_, e di cui solo una brevissima parte mandò già alla luce,

tocca del significato del nome _Esseni_ ove ragiona del vocabolo

_Iso_, che s’incontra di frequente nel Talmud; ch’egli fa derivare

dal greco ισος _Amico_, _Confidente_, e da cui, egli dice,

_si trae a buon diritto uno dei due soli significati plausibili del

nome dell’antica società degli Esseni_.[10] Egli ci promette di meglio

svolgere il suo concetto al vocabolo _Haber_. A noi torna sommamente

gradevole il poter annoverare il dottissimo uomo tra quei che

vorrebbero vedere nei _Haberim_ del Talmud gli Esseni medesimi, siccome

pare volere accennare l’illustre israelita, e se male non ci apponiamo,

egli è questo un nuovo omaggio a quella identità essenico-farisaica che

sarà obbietto di perpetua dimostrazione nel presente lavoro. Quanto

al nome di _Iso_, amico, confidente, d’onde il nome di Esseni sarebbe

derivato, non parmi trovato così felice come pare al dotto autore.

Scarsa e dubbiosa consonanza col nome di Esseni o Essei concordemente

usato dagli antichi; improbabilità che per designare un _particolare

sodalizio_, quel termine si sia adottato che vale a significarne ognuno

qualsiasi; le allusioni che sotto il nome di Assé o Asia vedremo fare

dal Talmud alla società degli Esseni, locchè prova come nella mente

dei contemporanei meglio da _Asia_ medico, che da qualunque altro il

nome suo derivasse; sono queste, o signori, considerazioni, e tutte

gravissime, se non erro, che ci tolgono di potere sottoscrivere alla

sentenza del signor Rapoport. Non pertanto, ella è quella che noi

abbracceremmo volentieri, se altra non fosse che meglio ci paresse

riunire le condizioni della verosimiglianza, e s’ella non è la vera,

ella è certo la migliore di quante abbiamo udito sino qui profferire.

Che ci resta ora, o miei giovani? Saziare gli occhi nel dolce aspetto

di verità. Trovare, additarvi che cosa intesero gli Esseni dandosi

questo bel nome che la virtù e la sapienza loro han renduto immortale.

LEZIONE QUARTA.

Io vengo, o signori, a mantenere la mia promessa. Il nome di Esseni

deporrà questa sera ogni velo che ne contende la vista, e tutto ci

apparirà quale prima immaginaronlo gli antichissimi Esseni. Che cosa

significa questo nome? _Esseni_ (diciamolo una volta, ed all’asserzione

seguano immediatamente le prove) Esseni fu detto da _Assia_, o Asse,

che nella lingua Aramea, nella lingua talmudica, nella lingua da

Babilonia a Gerusalemme importata e quivi a favella promossa pressochè

generale, significava _Medico_, _Risanatore_, o come dire vogliamo in

greco idioma, Terapeuta. Voi fate, o miei giovani, le meraviglie ed

avete ragione. Io non mi sono ancora abbastanza spiegato per avere il

diritto d’essere a prima fronte creduto da voi; la mia ipotesi non ha

fatto ancora le sue prove, non vi ha presentato i suoi certificati in

buona regola per concederle incontrastato della mente vostra l’accesso.

Il vostro pensiero europeo, occidentale, positivo, analitico, non può

farsi issofatto un’idea degli arditi, dei bruschi passaggi, delle

repentine conversioni dal senso proprio a quello improprio di una

parola; e tanto meno potrebbe al primo sguardo afferrare tutta la serie

infinita di applicazioni, di accessorj, di ramificazioni, in cui l’Idea

madre si traduce di mano in mano; in cui, quasi in un ampio ed opaco

mantello, si va sempre più nascondendo all’occhio dei riguardanti.

Leviamo un lembo di questo velo,—mostriamo un raggio di quell’evidenza

di cui brilla, a senso mio, la presente interpretazione. Io dissi

esser ella eminentemente consentanea alle idee, alle forme dei sommi,

antichi predicatori dell’Ebraismo. Ma che cosa è l’Ebraismo? L’Ebraismo

non solo è una Religione, non solo una Civiltà, non solamente una

politica, una legislazione, una letteratura; ma, tollerate che io lo

dica, ed ho prove nelle mani, è anche una Terapeutica, un’arte, una

scienza salutare. Lo è dei corpi,—lo è degli spiriti. Lo è dei corpi

in doppio modo, in doppio senso, per doppio scopo. Pel primo, ella non

fa che antivenire coi suoi celesti preservativi i mali onde i popoli

vanno afflitti; ella promette per bocca di quanto ha di più adorabile,

_che tutte le piaghe, le infermità dell’Egitto sarebbero senza possa

sopra i suoi fidi seguaci; che Dio, ne sarebbe il grande archiatro, il

gran medico, il gran Terapeuta_.[11] Ella annunzia, qual conseguenza

del culto di Dio, _il pane e l’acqua salutiferi, la remozione d’ogni

malore, non orbamento, non sterilità, e sopratutto una vita longeva_;

ella, infine, tutto il suo culto adombra sotto una frase che l’idea ci

offre viva, spiccata, di una salutar disciplina; anzi, che significa

a dirittura Terapeutica nel nome, o signori, di _Terafim_, la quale

comecchè rivolta fosse ad uso idolatrico, pure in principio alla fede

vera appartenne, e il magistero degli oracoli divini e tutto l’insieme

del culto valse a designare;—in quella guisa che _Kesem_, e forse

per avventura anche _Nahas_, prima di essere espressioni colpevoli e

termini idolatrici, furono vocaboli innocentissimi di religione;—in

quella guisa che l’idolatria stessa non è che abuso e adulterazione

ed apoteosi parziale di un principe ortodosso. Ella annunzia per

bocca di Salomone, che le sue dottrine, il suo culto, sarebbero il

palladio della salute corporea, e l’antidoto più efficace contro

di ogni maniera infermità,[12] ed in questo senso, o signori, ella

è interna, occulta, indiretta operatrice di sanità. Chi volesse di

questo pronunziato sindacare il valore, chi volesse, al lume eziandio

naturale, indagare di questi influssi le cause, troverebbe occasione

di belle e amabili speculazioni. Montesquieu, e prima e dopo di esso

moltissimi come lui, comecchè non così di reciso, videro nel clima, e

poi nelle _Istituzioni_, la causa delle grandi e delle infinite varietà

etnografiche fra popolo e popolo. Curiosissimo, poi, sarebbe studiare

delle varie Religioni gli svariatissimi influssi sul corpo dell’uomo, e

quella predicare sovrana tutrice dell’umano benessere, che più al segno

si avvicina. Dico cotesto per persuadervi come le vantate pretensioni

che udiste poc’anzi, non siano aerei edifizi che non poggino sovra basi

reali e ferme.

Certo, o signori, questa Igiene per così dire trascendentale, estolle

il capo sino al più sublime dei cieli, e certe segrete armonie suppone

tra il corpo e lo spirito, le quali la scienza non sospetta nemmeno:

ma se il capo si erge al cielo, i piedi posano in terra; se i suoi

principj sono sovraumani e sovrasensibili, i suoi effetti, le sue leggi

di second’ordine, il suo teatro, la sua applicazione sono sensibili,

sono palpabili, nè la scienza li revoca in dubbio. Ma qui non si ferma

il carattere per così dire terapico di nostra fede. Ella non è soltanto

come vedeste un’Igiene, non solamente contra i morbi assicura e

guarentisce, ma i morbi combatte sopravvenuti, ma la salute restituisce

perduta, ma ella è una vera e propria Terapeutica che lo scopo suo

prosegue con due ordini di mezzi.—Sono i primi mezzi naturali,

scoperti, naturali medicamenti che il genio enciclopedico universale

delle antiche Religioni restrinse ed accolse in grembo ai tempj, fece

banditori primi i Sacerdoti, ed a cui il carattere sacro appose, al

primo apparire, di religioso e divino trovato. Sono i secondi quei

mezzi cui l’arte umana verrebbe meno; sono quella dittatura instantanea

che l’uomo ispirato assume, Dio consenziente, sopra il Creato; sono

la taumaturgia propriamente detta; sono le guarigioni prodigiose

del Vecchio Testamento; è Elìa, è Eliseo nell’atto di riaccendere

la fiaccola che è per spegnersi nel povero infante. Chi furono, di

questa doppia Terapìa, umana e divina, gli organi, i professori?

Furono i Sacerdoti ed i Profeti.—I Sacerdoti, che più dimessamente

procedono, e l’arte principalmente considerano e praticano dal lato

umano; i Profeti a cui spetta per eccellenza la medicina straordinaria

taumaturgica, che, nuovi Prometei, rapiscono di tratto in tratto il

foco celeste per riallumare la lampada della vita. Vedete però, o miei

giovani! sacerdozio e profetismo conscj ambedue delle prerogative,

non vogliono rivali, non tollerano che altri l’impero divida che

esercitan sui corpi. Non fu accademia così ostile alla importazione

di nuove teorie, alla consecrazione di nuovi farmachi, che più nol

fossero Sacerdoti e Profeti contro la medicina non officiale, non

sacra, non religiosa. I Re d’Israele sono presi a biasimare perchè,

piuttosto che consultare il Signore, gissero a interrogare la scienza

spuria dei medicastri (Croniche II, Cap. XVI, 12), e, se crediamo ai

nostri dottori, Ezechia Re santo avrebbe soppresso un intero trattato

di Medicina che sotto il gran nome si ammantava di Re Salomone; ed

allo stesso Ezechia affetto di scabbia, non sdegna il grande Isaia di

prescrivere egli stesso quell’impiastro di fichi che ridonargli doveva

la sanità. Ma Profeti e Sacerdoti cessarono.—Cessò forse la Medicina

religiosa, nel doppio suo genio naturale e divino? si estinse forse

con essi, o trasmigrava nei successori dei Profeti, dei Sacerdoti?

Così è, ai Profeti, al sacerdozio tenne dietro il Dottorato, e il

Dottorato raccolse di ambedue il retaggio nella doppia Medicina

naturale e miracolosa che insegnava ed esercitava congiuntamente.

Naturale nelle infinite vestigia che di essa reca il Talmud, e tutta

l’enciclopedia rabbinica dei primi secoli; arte se volete meglio che

scienza, cieco empirismo anzi che principj e metodiche deduzioni,

ma pure, o signori, tutti di medicina gli officj e tutte le parti;

prodigiosa però in quelle guarigioni portentose taumaturgiche che

sono, a così dire, uno strascico dell’Èra profetica, e che l’impero

rivelano non del tutto dismesso dell’uomo perfetto sovra le forze

create, che la Genesi augurava sin da principio (Genesi I, 28).[13]

Ora, questa duplice Terapia, quest’uso simultaneo di mezzi così

dispari, di semplici e di scongiuri, di virtù naturali e di angeliche

potestà, questa terrena e celeste farmacopea, ella è, sappiatelo a

dirittura, ella è il più vistoso, il più manifesto distintivo della

scuola che togliemmo a studiare. Non è da ora, o miei giovani, che a

noi è dato il vederlo; ma verrà tempo, e non è lontano, in cui queste

cose ci saranno manifeste. Vedrete gli Esseni a questa duplice Terapia

dar opera solerte; li vedrete studiar sulla natura, sulle virtù dei

semplici e sulla composizione dei farmachi; li vedrete studiosi sui

libri della recondita Medicina dagli avi loro trasmessa; li vedrete in

una parola _Esseni_ in tutta la forza della parola, che è quanto dire

_Medici_—Medici, risanatori per eccellenza.

Storia degli Esseni: Lezioni · 第 2 / 41 段